Strumenti per la Consegna: 11 – Le Pause

Strumenti per la Consegna: 11 – Le Pause

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Sta’ in silenzio davanti al Signore, e spera in Lui!” (Salmo 37,7).

Questa è una indicazione divina che ci fa capire come spesso i silenzi sono più comunicativi di tante parole.

È un’esperienza che come credenti sperimenteremo prima o poi cioè di scoprire che Dio ci parla nel Silenzio.

Ma nel versante “laico” Cicerone sentenziava:

Vi è un’arte del silenzio che vale quanto l’eloquenza”.

Le pause possono dare significati diversi ad ogni testo o ad un discorso. Queste possono contenere un pensiero, un’emozione, una passione drammatica, psicologica, che risulteranno più significative di tante parole.

Il silenzio è come il rovescio del parlato, una sospensione per enfatizzare una frase, un concetto, il silenzio crea una “suspance”, o suggerisce un dubbio, o può essere usato come risposta, o come una strategia minacciosa, ironica, o allusiva.

Il silenzio può ostentare un totale disinteresse per l’altro; o significare una vera e propria “omissione” della parola, un espediente stilistico, che rende una lettura più affascinante e coinvolgente, poiché delega a chi ascolta l’azione di completare il testo, e renderlo più coinvolto nell’avvenimento.

Nelle dimensioni del sacro il silenzio celebra “il mistero”; in questi casi, nella ritualità in genere il silenzio è d’obbligo.

Ecco perché è fondamentale imparare non solo le regole del leggere ad alta voce o del parlare, ma soprattutto quelle del silenzio e del tacere.

Questo per capire che le Pause sono uno strumento importante di comunicazione; è come se in quei brevi attimi di silenzio lo Spirito di Dio entri nei nostri cuori più facilmente e il nostro orecchio in questi vuoti cerchi disperatamente la sua voce.

È come se la parola di Dio, in modo particolare durante le pause, accendesse il nostro cuore con un richiamo potente e una spinta ad entrare in comunione con Lui.

È importante che i Lettori sappiano dosare queste pause offrendo una opportunità di comunicazione con lo Spirito di Dio.

Ma anche nelle Pause è come se Dio stesso fa silenzio, perché vuole sentire la nostra voce che risponde con il sentimento che abbiamo per Lui. In quei momenti, avvertiamo profondamente il bisogno del Suo intervento, e il nostro spirito grida:

Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”.

I silenzi di Dio sono le sue risposte e sono piene di significati.


Per leggere bene bisogna fare le pause al momento giusto, nel modo giusto. Preparare una lettura significa studiarla
e per assurdo prima vanno individuate le pause che dovranno essere fatte, riconoscendo i momenti giusti e “posizionando” quelle lunghe e quelle brevi nei punti opportuni.

Le pause possono essere:

pause sintattiche che vengono stabilite in base alla sintassi della frase e quindi in base alla punteggiatura < , ; : . ! ? – ( ) “ “ > e sono più o meno lunghe in base al senso che vogliono esprimere. Possono esserci delle variazioni che dipendono dalla lettura e dall’interpretazione che vogliamo dare.

Santa Monica

Le pause espressive invece, non sono soggette a regole troppo rigide e precise ma il loro uso dipende dalla libera interpretazione del lettore. Questo non vuol dire che siano meno importanti, anzi molto spesso un bravo lettore riesce a dare una musicalità e attirare l’attenzione con il sapiente uso di queste pause espressive.

Questo è il senso delle Pause anche quelle brevissime durante una lettura; ma allora perché alcuni lettori leggono tutto d’un fiato, senza una pausa, come se avessero fretta di togliersi dall’impegno e sembra che non si accorgano della punteggiatura nel testo?

Nel versante opposto ci sono altri lettori che adorano le pause, ma più per un egocentrismo personale e le inseriscono anche nei momenti meno adatti senza una motivazione ragionata come fosse un “fronzolo” da aggiungere per dare varietà.

Insomma una lettura della parola di Dio, che sia efficace per chi ascolta non può essere una lettura senza le pause, oppure con troppe pause o con pause senza motivo o con pause nei posti sbagliati!

Perché una pausa o un silenzio siano eloquenti e siano un canale di comunicazione di Dio verso l’Assemblea, devono avere una motivazione, e una ragione chiara per essere inserite.

Ora è difficile dare delle regole precise, come una grammatica, nell’uso di questi silenzi; quello che possiamo fare è elencare una serie di motivazioni per poter riconoscere i più probabili momenti giusti in cui inserirli:

  • pause suggerite dalla punteggiatura

  • tra le varie parti di un elenco di nomi o cose per denotarne l’importanza

  • tra un paragrafo e l’altro

  • tra due sezioni di testo che si riferiscono a tempi diversi di una storia

  • prima e dopo le virgolette che aiutano a distinguere che il contenuto è una citazione o delle parole citate di un dialogo

  • dopo una frase di un testo complesso per dare tempo all’ascoltatore di rimeditare il concetto

  • anche dopo una frase un pò radicale e impegnativa che può turbare chi ascolta, per lasciargli tempo di superare le istintive barriere razionali e dando tempo allo Spirito di smuovere il loro cuore

  • dopo una lunga frase per dare spazio a chi ascolta di memorizzare e dare anche spazio a chi legge di ricaricare i polmoni

  • tra brani di passaggio caratterizzati da diversi stati d’animo per aiutare chi ascolta a sintonizzarsi con il cambio di scenario e al lettore di prepararsi ad un cambio di timbro, velocità o intonazione

  • quando stiamo per leggere qualcosa di importante o prezioso è opportuno fare una pausa che generi aspettativa in chi ascolta

  • quando c’è un passaggio da un tema principale ad un altro altrettanto importante, per dare tempo a chi ascolta di focalizzare il concetto precedente e prepararsi a quello diverso successivo

  • quando leggiamo dei dialoghi tra diversi personaggi per distinguere chiaramente quando il personaggio precedente finisce di parlare e dove poi inizia la risposta dell’altro personaggio, da tempo anche al lettore di rappresentare più chiaramente il ruolo del secondo personaggio

  • prima e dopo una parola chiave è utile fare una breve pausa esitante e una pausa piu secca dopo la parola chiave. Questo crea aspettativa prima, e dopo aiuta le persone a fissare il concetto appena esposto. Meglio se in queste pause non ti muovi per accrescere la sua forza

  • usale al posto delle parole di intercalare, quelle del tipo “mmh…”, “eeeh…”, “aaah…”, “ovvero…”, “come dire…”, “allora…”, ecc. Queste sillabe allungate non trasmettono nessuna informazione, ma disturbano l’attenzione; trasmettono l’impressione di essere incerti e non sapere cosa dire o che si sta prendento tempo per pensare. Quindi non riempire il tuo parlare con frasi “inutili”, ma fai una leggera pausa

  • inizia la lettura o il tuo discorso con una lunga pausa. Questo è un modo efficace per catturare l’attenzione e trasmettere fiducia. Chi ti ascolta smetterà di parlare con il vicino e sarà interessato a te e alla tua lettura.

Nel corso della pratica del ministero del lettorato potete annotare altre motivazioni se avete scoperto qualche “regola” utile per inserire delle giuste pause.

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

LETTERA APOSTOLICA MULIERIS DIGNITATEM

LETTERA APOSTOLICA MULIERIS DIGNITATEM

SULLA DIGNITÀ E VOCAZIONE DELLA DONNA

Meditazioni Anno Mariano Mese Maggio di Maria

LETTERA DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II ALLE DONNE Parte seconda
Audio Video Produzione Marilena Marino https://vocedivina.it/

Un segno dei tempi

1. LA DIGNITÀ DELLA DONNA e la sua vocazione – oggetto costante della riflessione umana e cristiana – hanno assunto un rilievo tutto particolare negli anni più recenti. Ciò è dimostrato, tra l’altro, dagli interventi del Magistero della Chiesa, rispecchiati in vari documenti del Concilio Vaticano II, il quale afferma poi nel Messaggio finale: «Viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. E’ per questo che, in un momento in cui l’umanità conosce una così profonda trasformazione, le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere» [1]Le parole di questo Messaggio riassumono ciò che aveva già trovato espressione nel Magistero conciliare, specie nella Costituzione pastorale Gaudium et spes [2] e nel Decreto sull’apostolato dei laici Apostolicam actuositatem [3].

Simili prese di posizione si erano manifestate nel periodo preconciliare, per esempio in non pochi Discorsi del Papa Pio XII [4] e nell’Enciclica Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII[5]. Dopo il Concilio Vaticano II, il mio Predecessore Paolo VI ha esplicitato il significato di questo «segno dei tempi», attribuendo il titolo di Dottore della Chiesa a santa Teresa di Gesù e a santa Caterina da Siena [6], ed istituendo, altresì, su richiesta dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi nel 1971, un’apposita Commissione, il cui scopo era lo studio dei problemi contemporanei riguardanti la «promozione effettiva della dignità e della responsabilità delle donne» [7]. In uno dei suoi Discorsi Paolo VI disse tra l’altro: «Nel cristianesimo, infatti, più che in ogni altra religione, la donna ha fin dalle origini uno speciale statuto di dignità, di cui il Nuovo Testamento ci attesta non pochi e non piccoli aspetti (…); appare all’evidenza che la donna è posta a far parte della struttura vivente ed operante del cristianesimo in modo così rilevante che non ne sono forse ancora state enucleate tutte le virtualità» [8].

I Padri della recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi (ottobre 1987), dedicata a «la vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo a vent’anni dal Concilio Vaticano II», si sono di nuovo occupati della dignità e della vocazione della donna. Essi hanno auspicato, tra l’altro, l’approfondimento dei fondamenti antropologici e teologici necessari a risolvere i problemi relativi al significato e alla dignità dell’essere donna e dell’essere uomo. Si tratta di comprendere la ragione e le conseguenze della decisione del Creatore che l’essere umano esista sempre e solo come femmina e come maschio. Solo partendo da questi fondamenti, che consentono di cogliere la profondità della dignità e della vocazione della donna, è possibile parlare della sua presenza attiva nella Chiesa e nella società.

E’ quanto intendo trattare nel presente Documento. L’Esortazione post-sinodale, che verrà resa pubblica dopo di esso, presenterà le proposte di indole pastorale circa il posto della donna nella Chiesa e nella società, sulle quali i Padri sinodali hanno fatto importanti considerazioni, avendo anche vagliato le testimonianze degli Uditori laici – donne e uomini – provenienti dalle Chiese particolari di tutti i continenti.

L’Anno Mariano

2. L’ultimo Sinodo si è svolto durante l’Anno Mariano, che offre un particolare impulso ad affrontare questo tema, come indica anche la Enciclica Redemptoris Mater [9]. Questa Enciclica sviluppa e attualizza l’insegnamento del Concilio Vaticano II, contenuto nel capitolo VIII della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium. Tale capitolo reca un titolo significativo: «La beata Vergine Maria, Madre di Dio, nel mistero di Cristo e della Chiesa». Maria – questa «donna» della Bibbia (cf. Gen 3, 15; Gv 2, 4; 19, 26) – appartiene intimamente al mistero salvifico di Cristo, e perciò è presente in modo speciale anche nel mistero della Chiesa. Poiché «la Chiesa è in Cristo come un sacramento (…) dell’intima unione con Dio e della unità di tutto il genere umano» [10], la speciale presenza della Madre di Dio nel mistero della Chiesa ci lascia pensare all’eccezionale legame tra questa «donna» e l’intera famiglia umana. Si tratta qui di ciascuno e di ciascuna, di tutti i figli e di tutte le figlie del genere umano, nei quali si realizza nel corso delle generazioni quella fondamentale eredità dell’intera umanità che è legata al mistero del «principio» biblico: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27) [11].

Questa eterna verità sull’uomo, uomo e donna – verità che è anche immutabilmente fissata nell’esperienza di tutti – costituisce contemporaneamente il mistero che soltanto nel «Verbo incarnato trova vera luce (…). Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione», come insegna il Concilio [12]. In questo «svelare l’uomo all’uomo» non bisogna forse scoprire un posto particolare per quella «donna», che fu la Madre di Cristo? Il «messaggio» di Cristo, contenuto nel Vangelo e che ha per sfondo tutta la Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, non può forse dire molto alla Chiesa e all’umanità circa la dignità e la vocazione della donna?

Proprio questa vuol essere la trama del presente Documento, che si inquadra nel vasto contesto dell’Anno Mariano, mentre ci si avvia al termine del secondo millennio dalla nascita di Cristo e all’inizio del terzo. E mi sembra che la cosa migliore sia quella di dare a questo testo lo stile e il carattere di una meditazione.

DONNA – MADRE DI DIO
(THEOTÓKOS)

Unione con Dio

3. Quando «venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna». Con queste parole della Lettera ai Galati (4, 4) l’apostolo Paolo unisce tra loro i momenti principali che determinano in modo essenziale il compimento del mistero «prestabilito in Dio» (cf. Ef 1, 9). Il Figlio, Verbo consostanziale al Padre, nasce come uomo da una donna, quando viene «la pienezza del tempo». Questo avvenimento conduce al punto chiave della storia dell’uomo sulla terra, intesa come storia della salvezza. E’ significativo che l’apostolo non chiami la Madre di Cristo col nome proprio di «Maria», ma la definisca «donna»: ciò stabilisce una concordanza con le parole del Protovangelo nel Libro della Genesi (cf. 3, 15). Proprio quella «donna» è presente nell’evento centrale salvifico, che decide della «pienezza del tempo»: questo evento si realizza in lei e per mezzo di lei.

Così inizia l’evento centrale, l’evento chiave nella storia della salvezza, la Pasqua del Signore.

Tuttavia, vale forse la pena di riconsiderarlo a partire dalla storia spirituale dell’uomo intesa nel modo più ampio, così come si esprime attraverso le diverse religioni del mondo. Appelliamoci qui alle parole del Concilio Vaticano II «Gli uomini si attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana che, ieri come oggi, turbano profondamente il cuore umano: che cosa sia l’uomo, quale sia il senso e il fine della nostra vita, che cosa siano il bene e il peccato, quale origine e fine abbia il dolore, quale sia la via per raggiungere la vera felicità, che cosa siano la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, dal quale traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo» [13]. «Dai tempi più antichi fino ad oggi, presso i vari popoli si trova una certa percezione di quella forza arcana che è presente nel corso delle cose e negli avvenimenti della vita umana, e anzi talvolta si ha riconoscimento della suprema Divinità o anche del Padre» [14].

Sullo sfondo di questo vasto panorama, che pone in evidenza le aspirazioni dello spirito umano in cerca di Dio – a volte quasi «andando come a tentoni» (cf. At 17, 27) -, la «pienezza del tempo», di cui parla Paolo nella sua Lettera, mette in rilievo la risposta di Dio stesso, di colui «in cui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (cf. At 17, 28). E’ questi il Dio che«aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, e ultimamente ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (cf. Eb 1, 1-2). L’invio di questo Figlio, consostanziale al Padre, come uomo «nato da donna», costituisce il culminante e definitivo punto dell’autorivelazione di Dio all’umanità. Questa autorivelazione possiede un carattere salvifico, come insegna in un altro passo il Concilio Vaticano II: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà (cf. Ef 1, 9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (cf. Ef 2, 18; 2 Pt 1, 4)»[15].

La donna si trova al cuore di questo evento salvifico. L’autorivelazione di Dio, che è l’imperscrutabile unità della Trinità, è contenuta nelle sue linee fondamentali nell’annunciazione di Nazareth. «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo». «Come avverrà questo? Non conosco uomo». «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio (…). Nulla è impossibile a Dio» (cf. Lc 1, 31-37) [16].

E’ facile pensare a questo evento nella prospettiva della storia d’Israele, il popolo eletto di cui Maria è figlia; ma è facile anche pensarvi nella prospettiva di tutte quelle vie, lungo le quali l’umanità da sempre cerca risposta agli interrogativi fondamentali ed insieme definitivi che più l’assillano. Non si trova forse nell’annunciazione di Nazareth l’inizio di quella risposta definitiva, mediante la quale Dio stesso viene incontro alle inquietudini del cuore dell’uomo? [17] Qui non si tratta solo di parole di Dio rivelate per mezzo dei Profeti, ma, con questa risposta, realmente «il Verbo si fa carne» (cf. Gv 1, 14). Maria raggiunge così un’unione con Dio tale da superare tutte le attese dello spirito umano. Supera persino le attese di tutto Israele e, in particolare, delle figlie di questo popolo eletto, le quali, in base alla promessa, potevano sperare che una di esse sarebbe un giorno divenuta madre del Messia. Chi di loro, tuttavia, poteva supporre che il Messia promesso sarebbe stato il «Figlio dell’Altissimo»? A partire dalla fede monoteista vetero-testamentaria ciò era difficilmente ipotizzabile. Solamente in forza dello Spirito Santo, che «stese la sua ombra» su di lei, Maria poteva accettare ciò che è «impossibile presso gli uomini, ma possibile presso Dio» (cf. Mc 10, 27).

Theotókos

4. In tal modo «la pienezza del tempo» manifesta la straordinaria dignità della «donna». Questa dignità consiste, da una parte, nell’elevazione soprannaturale all’unione con Dio in Gesù Cristo, che determina la profondissima finalità dell’esistenza di ogni uomo sia sulla terra che nell’eternità. Da questo punto di vista, la «donna» è la rappresentante e l’archetipo di tutto il genere umano: rappresenta l’umanità che appartiene a tutti gli esseri umani, sia uomini che donne. D’altra parte, però, l’evento di Nazareth mette in rilievo una forma di unione col Dio vivo, che può appartenere solo alla «donna», Maria: l’unione tra madre e figlio. La Vergine di Nazareth diventa, infatti, la Madre di Dio.

Questa verità, accolta sin dall’inizio dalla fede cristiana, ebbe solenne formulazione nel Concilio di Efeso (a. 431)[18]. Contrapponendosi all’opinione di Nestorio, che riteneva Maria esclusivamente madre di Gesù-uomo, questo Concilio mise in rilievo l’essenziale significato della maternità di Maria Vergine. Al momento dell’annunciazione, rispondendo col suo «fiat», Maria concepì un uomo che era Figlio di Dio, consostanziale al Padre. Dunque, è veramente la Madre di Dio, poiché la maternità riguarda tutta la persona, e non solo il corpo, e neppure solo la «natura» umana. In questo modo il nome «Theotókos» – Madre di Dio – divenne il nome proprio dell’unione con Dio, concessa a Maria Vergine.

La particolare unione della «Theotókos» con Dio, che realizza nel modo più eminente la predestinazione soprannaturale all’unione col Padre elargita ad ogni uomo (filii in Filio), è pura grazia e, come tale, un dono dello Spirito. Nello stesso tempo, però, mediante la risposta di fede Maria esprime la sua libera volontà, e dunque la piena partecipazione dell’«io» personale e femminile all’evento dell’incarnazione. Col suo «fiat», Maria diviene l’autentico soggetto di quell’unione con Dio, che si è realizzata nel mistero dell’incarnazione del Verbo consostanziale al Padre. Tutta l’azione di Dio nella storia degli uomini rispetta sempre la libera volontà dell’«io» umano. Lo stesso avviene nell’annunciazione a Nazareth.

«Servire vuol dire regnare»

5. Questo evento possiede un chiaro carattere interpersonale: è un dialogo. Non lo comprendiamo pienamente se non inquadriamo tutta la conversazione tra l’Angelo e Maria nel saluto: «piena di grazia»[19]. L’intero dialogo dell’annunciazione rivela l’essenziale dimensione dell’evento: la dimensione soprannaturale (kecaritoméne)

Ma la grazia non mette mai da parte la natura né la annulla, anzi la perfeziona e nobilita. Pertanto, quella «pienezza di grazia», concessa alla Vergine di Nazareth, in vista del suo divenire «Theotókos», significa allo stesso tempo la pienezza della perfezione di ciò «che è caratteristico della donna», di «ciò che è femminile». Ci troviamo qui, in un certo senso, al punto culminante, all’archetipo della personale dignità della donna.

Quando Maria risponde alle parole del celeste messaggero col suo «fiat», la «piena di grazia» sente il bisogno di esprimere il suo personale rapporto riguardo al dono che le è stato rivelato, dicendo: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1, 38). Questa frase non può essere privata né sminuita del suo senso profondo, estraendola artificialmente da tutto il contesto dell’evento e da tutto il contenuto della verità rivelata su Dio e sull’uomo. Nell’espressione «serva del Signore» si fa sentire tutta la consapevolezza di Maria di essere creatura in rapporto a Dio. Tuttavia, la parola «serva», verso la fine del dialogo dell’annunciazione, si inscrive nell’intera prospettiva della storia della Madre e del Figlio. Difatti, questo Figlio, che è vero e consostanziale «Figlio dell’Altissimo», dirà molte volte di sé, specialmente nel momento culminante della sua missione: «Il Figlio dell’uomo (…) non è venuto per essere servito, ma per servire» (Mc 10, 45).

Cristo porta sempre in sé la coscienza di essere «servo del Signore», secondo la profezia di Isaia (cf. 42, 1; 49, 3. 6; 52, 13), in cui è racchiuso il contenuto essenziale della sua missione messianica: la consapevolezza di essere il Redentore del mondo. Maria sin dal primo momento della sua maternità divina, della sua unione col Figlio che «il Padre ha mandato nel mondo, perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (cf. Gv 3, 17), si inserisce nel servizio messianico di Cristo[20]. E’ proprio questo servizio a costituire il fondamento stesso di quel Regno, in cui «servire (…) vuol dire regnare»[21]. Cristo, «servo del Signore», manifesterà a tutti gli uomini la dignità regale del servizio, con la quale è strettamente collegata la vocazione d’ogni uomo.

Così, considerando la realtà donna-Madre di Dio, entriamo nel modo più opportuno nella presente meditazione dell’Anno Mariano. Tale realtà determina anche l’essenziale orizzonte della riflessione sulla dignità e sulla vocazione della donna. Nel pensare, dire o fare qualcosa in ordine alla dignità e alla vocazione della donna non si devono distaccare il pensiero, il cuore e le opere da questo orizzonte. La dignità di ogni uomo e la vocazione ad essa corrispondente trovano la loro misura definitiva nell’unione con Dio. Maria – la donna della Bibbia – è la più compiuta espressione di questa dignità e di questa vocazione. Infatti, ogni uomo, maschio o femmina, creato a immagine e somiglianza di Dio, non può realizzarsi al di fuori della dimensione di questa immagine e somiglianza.

IMMAGINE E SOMIGLIANZA DI DIO

Libro della Genesi

6. Dobbiamo collocarci nel contesto di quel «principio» biblico, in cui la verità rivelata sull’uomo come «immagine e somiglianza di Dio» costituisce l’immutabile base di tutta l’antropologia cristiana[22]. «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27). Questo passo conciso contiene le verità antropologiche fondamentali: l’uomo è l’apice di tutto l’ordine del creato nel mondo visibile – il genere umano, che prende inizio dalla chiamata all’esistenza dell’uomo e della donna, corona tutta l’opera della creazione -; ambedue sono esseri umani, in egual grado l’uomo e la donna, ambedue creati a immagine di Dio. Questa immagine e somiglianza con Dio, essenziale per l’uomo, dall’uomo e dalla donna, come sposi e genitori, viene trasmessa ai loro discendenti: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela» (Gen 1, 28). Il Creatore affida il «dominio» della terra al genere umano, a tutte le persone, a tutti gli uomini e a tutte le donne, che attingono la loro dignità e vocazione dal comune «principio».

Nella Genesi troviamo ancora un’altra descrizione della creazione dell’uomo – uomo e donna (cf. 2, 18-25) -, alla quale ci si riferirà in seguito. Fin d’ora, tuttavia, bisogna affermare che dalla notazione biblica emerge la verità sul carattere personale dell’essere umano. L’uomo è una persona, in eguale misura l’uomo e la donna: ambedue, infatti, sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale. Ciò che rende l’uomo simile a Dio è il fatto che – diversamente da tutto il mondo delle creature viventi, compresi gli esseri dotati di sensi (animalia) –l’uomo è anche un essere razionale (animal rationale)[23]. Grazie a questa proprietà l’uomo e la donna possono «dominare» sulle altre creature del mondo visibile (cf. Gen 1, 28).

Nella seconda descrizione della creazione dell’uomo (cf. Gen 2, 18-25) il linguaggio in cui viene espressa la verità sulla creazione dell’uomo e, specialmente, della donna, è diverso, in un certo senso è meno preciso, è – si potrebbe dire – più descrittivo e metaforico: più vicino al linguaggio dei miti allora conosciuti. Tuttavia, non si riscontra alcuna essenziale contraddizione tra i due testi. Il testo di Genesi 2, 18-25 aiuta a comprendere bene ciò che troviamo nel passo conciso di Genesi 1, 27-28 e, al tempo stesso, se letto unitamente ad esso, aiuta a comprendere in modo ancora più profondo la fondamentale verità, ivi racchiusa, sull’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio come uomo e donna.

Nella descrizione di Genesi 2, 18-25 la donna viene creata da Dio «dalla costola» dell’uomo ed è posta come un altro «io», come un interlocutore accanto all’uomo, il quale nel mondo circostante delle creature animate è solo e non trova in nessuna di esse un «aiuto» adatto a sé. La donna, chiamata in tal modo all’esistenza, è immediatamente riconosciuta dall’uomo come «carne della sua carne e osso delle sue ossa» (cf. Gen 2, 23) e appunto per questo è chiamata «donna». Nella lingua biblica questo nome indica l’essenziale identità nei riguardi dell’uomo: ‘is – ‘issah, cosa che in generale le lingue moderne non possono purtroppo esprimere. «La si chiamerà donna (‘issah), perché dall’uomo (‘is) è stata tolta» (Gen 2, 23).

Il testo biblico fornisce sufficienti basi per ravvisare l’essenziale uguaglianza dell’uomo e della donna dal punto di vista dell’umanità[24]. Ambedue sin dall’inizio sono persone, a differenza degli altri esseri viventi del mondo che li circonda. La donna è un altro «io» nella comune umanità. Sin dall’inizio essi appaiono come «unità dei due», e ciò significa il superamento dell’originaria solitudine, nella quale l’uomo non trova «un aiuto che gli sia simile» (Gen 2, 20). Si tratta qui solo dell’«aiuto» nell’azione, nel «soggiogare la terra»? (cf. Gen 1, 28). Certamente si tratta della compagna della vita, con la quale, come con una moglie, l’uomo può unirsi divenendo con lei «una sola carne» e abbandonando per questo «suo padre e sua madre» (cf. Gen 2, 24). La descrizione biblica, dunque, parla dell’istituzione, da parte di Dio, del matrimonio contestualmente con la creazione dell’uomo e della donna, come condizione indispensabile della trasmissione della vita alle nuove generazioni degli uomini, alla quale il matrimonio e l’amore coniugale per loro natura sono ordinati: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela» (Gen 1, 28).

III Persona – Comunione – Dono

7. Penetrando col pensiero l’insieme della descrizione di Genesi 2, 18-25, ed interpretandola alla luce della verità sull’immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 26-27), possiamo comprendere ancora più pienamente in che cosa consista il carattere personale dell’essere umano, grazie al quale ambedue – l’uomo e la donna – sono simili a Dio. Ogni singolo uomo, infatti, è ad immagine di Dio in quanto creatura razionale e libera, capace di conoscerlo e di amarlo. Leggiamo, inoltre, che l’uomo non può esistere «solo» (cf. Gen 2, 18); può esistere soltanto come «unità dei due», e dunque in relazione ad un’altra persona umana. Si tratta di una relazione reciproca: dell’uomo verso la donna e della donna verso l’uomo. Essere persona ad immagine e somiglianza di Dio comporta, quindi, anche un esistere in relazione, in rapporto all’altro «io». Ciò prelude alla definitiva autorivelazione di Dio uno e trino: unità vivente nella comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

All’inizio della Bibbia non sentiamo ancora dire questo direttamente. Tutto l’Antico Testamento è soprattutto la rivelazione della verità circa l’unicità e l’unità di Dio. In questa fondamentale verità su Dio il Nuovo Testamento introdurrà la rivelazione dell’imperscrutabile mistero della vita intima di Dio. Dio, che si lascia conoscere dagli uomini per mezzo di Cristo, è unità nella Trinità: è unità nella comunione. In tal modo è gettata una nuova luce anche su quella somiglianza ed immagine di Dio nell’uomo, di cui parla il Libro della Genesi. Il fatto che l’uomo, creato come uomo e donna, sia immagine di Dio non significa solo che ciascuno di loro individualmente è simile a Dio, come essere razionale e libero. Significa anche che l’uomo e la donna, creati come «unità dei due» nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d’amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell’intimo mistero dell’unica vita divina. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, un solo Dio per l’unità della divinità, esistono come persone per le imperscrutabili relazioni divine. Solamente in questo modo diventa comprensibile la verità che Dio in se stesso è amore (cf. 1 Gv 4, 16).

L’immagine e somiglianza di Dio nell’uomo, creato come uomo e donna (per l’analogia che si può presumere tra il Creatore e la creatura), esprime pertanto anche l’«unità dei due» nella comune umanità. Questa «unità dei due», che è segno della comunione interpersonale, indica che nella creazione dell’uomo è stata inscritta anche una certa somiglianza della comunione divina («communio»). Questa somiglianza è stata inscritta come qualità dell’essere personale di tutt’e due, dell’uomo e della donna, ed insieme come una chiamata e un compito. Sull’immagine e somiglianza di Dio, che il genere umano porta in sé fin dal «principio», è radicato il fondamento di tutto l’«ethos» umano: l’Antico e il Nuovo Testamento svilupperanno tale «ethos», il cui vertice è il comandamento dell’amore [25].

Nell’«unità dei due» l’uomo e la donna sono chiamati sin dall’inizio non solo ad esistere «uno accanto all’altra» oppure «insieme», ma sono anche chiamati ad esistere reciprocamente «l’uno per l’altro».

Viene così spiegato anche il significato di quell’«aiuto», di cui si parla in Genesi 2, 18-25: «Gli darò un aiuto simile a lui». Il contesto biblico permette di intenderlo anche nel senso che la donna deve «aiutare» l’uomo – e a sua volta questi deve aiutare lei – prima di tutto a causa del loro stesso «essere persona umana»: il che, in un certo senso, permette all’uno e all’altra di scoprire sempre di nuovo e confermare il senso integrale della propria umanità. E’ facile comprendere che – su questo piano fondamentale – si tratta di un «aiuto» da ambedue le parti e di un «aiuto» reciproco. Umanità significa chiamata alla comunione interpersonale. Il testo di Genesi 2, 18-25 indica che il matrimonio è la prima e, in un certo senso, la fondamentale dimensione di questa chiamata. Però non è l’unica. Tutta la storia dell’uomo sulla terra si realizza nell’ambito di questa chiamata. In base al principio del reciproco essere «per» l’altro, nella «comunione» interpersonale, si sviluppa in questa storia l’integrazione nell’umanità stessa, voluta da Dio, di ciò che è «maschile» e di ciò che è «femminile». I testi biblici, a cominciare dalla Genesi, ci permettono costantemente di ritrovare il terreno in cui si radica la verità sull’uomo, il terreno solido ed inviolabile in mezzo ai tanti mutamenti dell’esistenza umana.

Questa verità riguarda anche la storia della salvezza. Al riguardo, è particolarmente significativo un enunciato del Concilio Vaticano II. Nel capitolo sulla «comunità degli uomini» della Costituzione pastorale Gaudium et spes leggiamo: «Il Signore Gesù, quando prega il Padre, perché “tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 21-22), mettendoci davanti orizzonti impervi alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle Persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità. Questa similitudine manifesta che l’uomo, il quale sulla terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non mediante un dono sincero di sé» [26].

Con queste parole il testo conciliare presenta sinteticamente l’insieme della verità sull’uomo e sulla donna – verità che si delinea già nei primi capitoli del Libro della Genesi – come la stessa struttura portante dell’antropologia biblica e cristiana. L’uomo – sia uomo che donna – è l’unico essere tra le creature del mondo visibile che Dio Creatore «ha voluto per se stesso»: è dunque una persona. L’essere persona significa: tendere alla realizzazione di sé (il testo conciliare parla del «ritrovarsi»), che non può compiersi se non «mediante un dono sincero di sé».

Modello di una tale interpretazione della persona è Dio stesso come Trinità, come comunione di Persone. Dire che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di questo Dio vuol dire anche che l’uomo è chiamato ad esistere «per» gli altri, a diventare un dono.

Ciò riguarda ogni essere umano, sia donna che uomo, i quali lo attuano nella peculiarità propria dell’una e dell’altro. Nell’ambito della presente meditazione circa la dignità e la vocazione della donna, questa verità sull’essere umano costituisce l‘indispensabile punto di partenza. Già il Libro della Genesi permette di scorgere, come in un primo abbozzo, questo carattere sponsale della relazione tra le persone, sul cui terreno si svilupperà a sua volta la verità sulla maternità, nonché quella sulla verginità, come due dimensioni particolari della vocazione della donna alla luce della Rivelazione divina. Queste due dimensioni troveranno la loro più alta espressione all’avvento della «pienezza del tempo» (cf. Gal 4, 4) nella figura della «donna» di Nazareth: Madre-Vergine.

L’antropomorfismo del linguaggio biblico

8. La presentazione dell’uomo come «immagine e somiglianza di Dio» subito all’inizio della Sacra Scrittura riveste anche un altro significato. Questo fatto costituisce la chiave per comprendere la Rivelazione biblica come un discorso di Dio su se stesso. Parlando di sé sia «per mezzo dei profeti, sia per mezzo del Figlio» (cf. Eb 1, 1. 2) fattosi uomo, Dio parla con linguaggio umano, usa concetti e immagini umane. Se questo modo di esprimersi è caratterizzato da un certo antropomorfismo, la ragione sta nel fatto che l’uomo è «simile» a Dio: creato a sua immagine e somiglianza. E allora anche Dio è in qualche misura «simile» all’uomo, e, proprio in base a questa somiglianza, egli può essere conosciuto dagli uomini. Allo stesso tempo il linguaggio della Bibbia è sufficientemente preciso per segnare i limiti della «somiglianza», i limiti dell’«analogia». Infatti, la rivelazione biblica afferma che, se è vera la «somiglianza» dell’uomo con Dio, è ancor più essenzialmente vera la «non somiglianza»[27], che separa dal Creatore tutta la creazione. In definitiva, per l’uomo creato a somiglianza di Dio, Dio non cessa di essere colui «che abita una luce inaccessibile» (1 Tm 6, 16): è il «Diverso» per essenza, il «totalmente Altro».

Questa osservazione sui limiti dell’analogia – limiti della somiglianza dell’uomo con Dio nel linguaggio biblico – deve essere tenuta in considerazione anche quando, in diversi passi della Sacra Scrittura (specie nell’Antico Testamento), troviamo dei paragoni che attribuiscono a Dio qualità «maschili» oppure «femminili». Troviamo in essi l’indiretta conferma della verità che ambedue, sia l’uomo che la donna, sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio. Se c’è somiglianza tra il Creatore e le creature, è comprensibile che la Bibbia abbia usato nei suoi riguardi espressioni che gli attribuiscono qualità sia «maschili» sia «femminili».

Riportiamo qui qualche passo caratteristico del profeta Isaia: «Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se una donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai» (49, 14-15). E altrove: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati» (Is 66, 13). Anche nei Salmi Dio viene paragonato a una madre premurosa: «Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia. Speri Israele nel Signore» (Sal 131, 2-3). In diversi passi l’amore di Dio, sollecito per il suo popolo, è presentato a somiglianza di quello di una madre: così come una madre, Dio «ha portato» l’umanità e, in particolare, il suo popolo eletto nel proprio seno, lo ha partorito nei dolori, lo ha nutrito e consolato (cf. Is 42, 14; 46, 3-4). L’amore di Dio è presentato in molti passi come amore «maschile» dello sposo e padre (cf. Os 11, 1-4; Ger 3, 4-19), ma talvolta anche come amore «femminile» della madre.

Questa caratteristica del linguaggio biblico, il suo modo antropomorfico di parlare di Dio, indica anche indirettamente il mistero dell’eterno «generare», che appartiene alla vita intima di Dio. Tuttavia, questo «generare» in se stesso non possiede qualità «maschili» né «femminili». E’ di natura totalmente divina. E’ spirituale nel modo più perfetto, poiché «Dio è spirito» (Gv 4, 24), e non possiede nessuna proprietà tipica del corpo, né «femminile» né «maschile». Dunque, anche la «paternità» in Dio è del tutto divina, libera dalla caratteristica corporale «maschile», che è propria della paternità umana. In questo senso l’Antico Testamento parlava di Dio come di un Padre e si rivolgeva a lui come ad un Padre. Gesù Cristo, che ha posto questa verità al centro stesso del suo Vangelo come normativa della preghiera cristiana, e che si rivolgeva a Dio chiamandolo: «Abbà Padre» (Mc 14, 36), quale Figlio unigenito e consostanziale, indicava la paternità in questo senso ultra-corporale, sovrumano, totalmente divino. Parlava come Figlio, legato al Padre dall’eterno mistero del generare divino, e ciò faceva essendo nello stesso tempo Figlio autenticamente umano della sua Madre Vergine.

Se all’eterna generazione del Verbo di Dio non si possono attribuire qualità umane, né la paternità divina possiede caratteri «maschili» in senso fisico, si deve invece cercare in Dio il modello assoluto di ogni «generazione» nel mondo degli esseri umani. In un tale senso – sembra – leggiamo nella Lettera agli Efesini: «Io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (3, 14-15). Ogni «generare» nella dimensione delle creature trova il suo primo modello in quel generare che è in Dio in modo completamente divino, cioè spirituale. A questo modello assoluto, non-creato, viene assimilato ogni «generare» nel mondo creato. Perciò tutto quanto nel generare umano è proprio dell’uomo, come pure tutto quanto è proprio della donna, ossia la «paternità» e «la maternità» umane, porta in sé la somiglianza, ossia l’analogia col «generare» divino e con quella «paternità» che in Dio è «totalmente diversa»: completamente spirituale e divina per essenza. Nell’ordine umano, invece, il generare è proprio dell’«unità dei due»: ambedue sono «genitori», sia l’uomo sia la donna.

IV

EVA – MARIA

Il «principio» e il peccato

9. «Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l’uomo, però, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio»[28]. Con queste parole l’insegnamento dell’ultimo Concilio ricorda la dottrina rivelata sul peccato e, in particolare, su quel primo peccato che è quello «originale». Il biblico «principio» – la creazione del mondo e dell’uomo nel mondo – contiene in sé al tempo stesso la verità su questo peccato, che può essere chiamato anche il peccato del «principio» dell’uomo sulla terra. Anche se ciò che è scritto nel Libro della Genesi è espresso in forma di narrazione simbolica, come nel caso della descrizione della creazione dell’uomo come maschio e femmina (cf. Gen 2, 18-25), al tempo stesso svela ciò che bisogna chiamare «il mistero del peccato» e, più pienamente ancora, «il mistero del male» esistente nel mondo creato da Dio.

Non è possibile leggere «il mistero del peccato» senza fare riferimento a tutta la verità circa l’«immagine e somiglianza» con Dio, che sta alla base dell’antropologia biblica. Questa verità presenta la creazione dell’uomo come una speciale donazione da parte del Creatore, nella quale sono contenuti non solo il fondamento e la fonte dell’essenziale dignità dell’essere umano – uomo e donna – nel mondo creato, ma anche l’inizio della chiamata di tutt’e due a partecipare alla vita intima di Dio stesso. Alla luce della Rivelazione creazione significa nello stesso tempo inizio della storia della salvezza. Proprio in questo inizio il peccato si inscrive e si configura come contrasto e negazione.

Si può dire paradossalmente che il peccato presentato in Genesi (c. 3) è la conferma della verità circa l’immagine e somiglianza di Dio nell’uomo, se questa verità significa la libertà, cioè la libera volontà, di cui l’uomo può usare scegliendo il bene, ma può anche abusare scegliendo, contro la volontà di Dio, il male. Nel suo significato essenziale, tuttavia, il peccato è negazione di ciò che Dio è – come creatore – in relazione all’uomo e di ciò che Dio vuole, sin dall’inizio e per sempre, per l’uomo. Creando l’uomo e la donna a propria immagine e somiglianza, Dio vuole per loro la pienezza del bene, ossia la felicità soprannaturale, che scaturisce dalla partecipazione alla sua stessa vita. Commettendo il peccato l’uomo respinge questo dono e contemporaneamente vuol diventare egli stesso «come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 3, 5), cioè decidendo del bene e del male indipendentemente da Dio, suo creatore. Il peccato delle origini ha la sua «misura» umana, il suo metro interiore nella libera volontà dell’uomo ed insieme porta in sé una certa caratteristica «diabolica»[29], come è messo chiaramente in rilievo nel Libro della Genesi (3, 1-5). Il peccato opera la rottura dell’unità originaria, di cui l’uomo godeva nello stato di giustizia originale: l’unione con Dio come fonte dell’unità all’interno del proprio «io», nel reciproco rapporto dell’uomo e della donna («communio personarum») e, infine, nei confronti del mondo esterno, della natura.

La descrizione biblica del peccato originale in Genesi (c. 3) in un certo modo «distribuisce i ruoli» che in esso hanno avuto la donna e l’uomo. A ciò faranno riferimento ancora più tardi alcuni passi della Bibbia, come, per esempio, la Lettera paolina a Timoteo: «Prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna» (1 Tm 2, 1314). Non c’è dubbio, tuttavia, che, indipendentemente da questa «distribuzione delle parti» nella descrizione biblica, quel primo peccato è il peccato dell’uomo, creato da Dio maschio e femmina. Esso è anche il peccato dei «progenitori» al quale è collegato il suo carattere ereditario. In questo senso lo chiamiamo «peccato originale».

Tale peccato, come già è stato detto, non può essere compreso adeguatamente senza riferirsi al mistero della creazione dell’essere umano – uomo e donna – a immagine e somiglianza di Dio. Per mezzo di tale riferimento si può capire anche il mistero di quella «non-somiglianza» con Dio, nella quale consiste il peccato e che si manifesta nel male presente nella storia del mondo; di quella «non-somiglianza» con Dio, che «solo è buono» (cf. Mt 19, 17) ed è la pienezza del bene. Se questa «non-somiglianza» del peccato con Dio, la stessa Santità, presuppone la «somiglianza» nel campo della libertà, della libera volontà, si può allora dire che proprio per questa ragione la «non somiglianza» contenuta nel peccato è tanto più drammatica e tanto più dolorosa. Bisogna anche ammettere che Dio, come creatore e Padre, viene qui toccato, «offeso» e, ovviamente, offeso nel cuore stesso di quella donazione che appartiene all’eterno disegno di Dio nei riguardi dell’uomo.

Nello stesso tempo, però, anche l‘essere umano – uomo e donna – viene toccato dal male del peccato, di cui è autore. Il testo biblico di Genesi (c. 3) lo mostra con le parole che descrivono chiaramente la nuova situazione dell’uomo nel mondo creato. Esso mostra la prospettiva della «fatica» con cui l’uomo si procurerà i mezzi per vivere (cf. Gen 3, 17-19), nonché quella dei grandi «dolori» con i quali la donna partorirà i suoi figli (cf. Gen 3, 16). Tutto ciò, poi, è segnato dalla necessità della morte, che costituisce il termine della vita umana sulla terra. In questo modo l’uomo, come polvere, «tornerà alla terra, perché da essa è stato tratto»: «Polvere tu sei e in polvere tornerai» (cf. Gen 3, 19).

Queste parole trovano conferma di generazione in generazione. Esse non significano che l’immagine e la somiglianza di Dio nell’essere umano, sia donna che uomo, è stata distrutta dal peccato; significano, invece, che è stata «offuscata»[30] e, in un certo senso, «diminuita». Il peccato, infatti, «diminuisce» l’uomo, come ricorda anche il Concilio Vaticano II[31]. Se l’uomo, già per la sua stessa natura di persona, è immagine e somiglianza di Dio, allora la sua grandezza e la sua dignità si realizzano nell’alleanza con Dio, nell’unione con lui, nel tendere a quella fondamentale unità che appartiene alla «logica» interiore del mistero stesso della creazione. Questa unità corrisponde alla profonda verità di tutte le creature dotate di intelligenza e, in particolare, dell’uomo, il quale tra le creature del mondo visibile è stato sin dall’inizio elevato, mediante l’eterna elezione da parte di Dio in Gesù: «In Cristo (…) egli ci ha scelti prima della creazione del mondo (…) nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà» (cf. Ef 1, 4-6). L’insegnamento biblico nel suo insieme ci consente di dire che la predestinazione riguarda tutte le persone umane, uommi e donne, ciascuno e ciascuna senza eccezione.

«Egli ti dominerà»

10. La descrizione biblica del Libro della Genesi delinea la verità circa le conseguenze del peccato dell’uomo, come indica, altresì, il turbamento di quell’originaria relazione tra l’uomo e la donna che corrisponde alla dignità personale di ciascuno di essi. L’uomo, sia maschio che femmina, è una persona e, dunque, «la sola creatura che sulla terra Dio abbia voluto per se stessa»; e nello stesso tempo proprio questa creatura unica e irripetibile «non può ritrovarsi se non mediante un dono sincero di sé»[32]. Da qui prende inizio il rapporto di «comunione», nella quale si esprimono l’«unità dei due» e la dignità personale sia dell’uomo che della donna. Quando dunque leggiamo nella descrizione biblica le parole rivolte alla donna: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà» (Gen 3, 16), scopriamo una rottura e una costante minaccia proprio nei riguardi di questa «unità dei due», che corrisponde alla dignità dell’immagine e della somiglianza di Dio in ambedue. Tale minaccia risulta, però, più grave per la donna. Infatti, all’essere un dono sincero, e perciò al vivere «per» l’altro subentra il dominio: «Egli ti dominerà». Questo «dominio» indica il turbamento e la perdita della stabilità di quella fondamentale eguaglianza, che nell’«unità dei due» possiedono l’uomo e la donna: e ciò è soprattutto a sfavore della donna, mentre soltanto l’eguaglianza, risultante dalla dignità di ambedue come persone, può dare ai reciproci rapporti il carattere di un’autentica «communio personarum». Se la violazione di questa eguaglianza, che è insieme dono e diritto derivante dallo stesso Dio Creatore, comporta un elemento a sfavore della donna, nello stesso tempo essa diminuisce anche la vera dignità dell’uomo. Tocchiamo qui un punto estremamente sensibile nella dimensione di quell’«ethos» che è inscritto originariamente dal Creatore già nel fatto stesso della creazione di ambedue a sua immagine e somiglianza.

Questa affermazione di Genesi 3, 16 è di una grande, significativa portata. Essa implica un riferimento alla reciproca relazione dell’uomo e della donna nel matrimonio. Si tratta del desiderio nato nel clima dell’amore sponsale, che fa sì che «il dono sincero di sé» da parte della donna trovi risposta e completamento in un analogo «dono» da parte del marito. Solamente in base a questo principio tutt’e due, e in particolare la donna, possono «ritrovarsi» come vera«unità dei due» secondo la dignità della persona. L’unione matrimoniale esige il rispetto e il perfezionamento della vera soggettività personale di tutti e due. La donna non può diventare «oggetto» di «dominio» e di «possesso» maschile. Ma le parole del testo biblico riguardano direttamente il peccato originale e le sue durature conseguenze nell’uomo e nella donna. Gravati dalla peccaminosità ereditaria, essi portano in sé il costante «fomite del peccato», cioè la tendenza a intaccare quell’ordine morale, che corrisponde alla stessa natura razionale ed alla dignità dell’uomo come persona. Questa tendenza si esprime nella triplice concupiscenza, che il testo apostolico precisa come concupiscenza degli occhi, concupiscenza della carne e superbia della vita (cf. 1 Gv 2, 16). Le parole della Genesi, riportate precedentemente (3, 16), indicano in che modo questa triplice concupiscenza, quale «fomite del peccato», graverà sul reciproco rapporto dell’uomo e della donna.

Quelle stesse parole si riferiscono direttamente al matrimonio, ma indirettamente raggiungono i diversi campi della convivenza sociale: le situazioni in cui la donna rimane svantaggiata o discriminata per il fatto di essere donna. La verità rivelata sulla creazione dell’uomo come maschio e femmina costituisce il principale argomento contro tutte le situazioni, che, essendo oggettivamente dannose, cioè ingiuste, contengono ed esprimono l’eredità del peccato che tutti gli esseri umani portano in sé. I Libri della Sacra Scrittura confermano in diversi punti l’effettiva esistenza di tali situazioni ed insieme proclamano la necessità di convertirsi, cioè di purificarsi dal male e di liberarsi dal peccato: da ciò che reca offesa all’altro, che «sminuisce» l’uomo, non solo colui a cui vien fatta offesa, ma anche colui che la reca. Tale è l’immutabile messaggio della Parola rivelata da Dio. In ciò si esprime l’«ethos» biblico sino alla fine[33].

Ai nostri tempi la questione dei «diritti della donna» ha acquistato un nuovo significato nel vasto contesto dei diritti della persona umana. Illuminando questo programma, costantemente dichiarato e in vari modi ricordato, il messaggio biblico ed evangelico custodisce la verità sull’«unità» dei «due», cioè su quella dignità e quella vocazione che risultano dalla specifica diversità e originalità personale dell’uomo e della donna. Perciò, anche la giusta opposizione della donna di fronte a ciò che esprimono le parole bibliche: «Egli ti dominerà» (Gen 3, 16) non può a nessuna condizione condurre alla «mascolinizzazione» delle donne. La donna – nel nome della liberazione dal «dominio» dell’uomo – non può tendere ad appropriarsi le caratteristiche maschili, contro la sua propria «originalità» femminile. Esiste il fondato timore che su questa via la donna non si «realizzerà», ma potrebbe invece deformare e perdere ciò che costituisce la sua essenziale ricchezza. Si tratta di una ricchezza enorme. Nella descrizione biblica l’esclamazione del primo uomo alla vista della donna creata è un’esclamazione di ammirazione e di incanto, che attraversa tutta la storia dell’uomo sulla terra.

Le risorse personali della femminilità non sono certamente minori delle risorse della mascolinità, ma sono solamente diverse. La donna dunque – come, del resto, anche l’uomo – deve intendere la sua «realizzazione» come persona, la sua dignità e vocazione sulla base di queste risorse, secondo la ricchezza della femminilità, che ella ricevette nel giorno della creazione e che eredita come espressione a lei peculiare dell’«immagine e somiglianza di Dio». Solamente su questa via può essere superata anche quell’eredità del peccato che è suggerita dalle parole della Bibbia: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». Il superamento di questa cattiva eredità è, di generazione in generazione, compito di ogni uomo, sia donna che uomo. Infatti, in tutti i casi nei quali l’uomo è responsabile di quanto offende la dignità personale e la vocazione della donna, egli agisce contro la propria dignità personale e la propria vocazione.

Protovangelo

11. Il Libro della Genesi attesta il peccato che è il male del «principio» dell’uomo, le sue conseguenze che sin da allora gravano su tutto il genere umano, ed insieme contiene il primo annuncio della vittoria sul male, sul peccato. Lo provano le parole che leggiamo in Genesi 3, 15 solitamente dette «Protovangelo»: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». E’ significativo che l’annuncio del redentore, del salvatore del mondo, contenuto in queste parole, riguardi «la donna». Questa è nominata al primo posto nel Proto-vangelo come progenitrice di colui che sarà il redentore dell’uomo[34]. E, se la redenzione deve compiersi mediante la lotta contro il male, per mezzo dell’«inimicizia» tra la stirpe della donna e la stirpe di colui che, come «padre della menzogna» (Gv 8, 44), è il primo autore del peccato nella storia dell’uomo, questa sarà anche l‘inimicizia tra lui e la donna.

In queste parole si schiude la prospettiva di tutta la Rivelazione, prima come preparazione al Vangelo e poi come Vangelo stesso. In questa prospettiva si congiungono sotto il nome della donna le due figure femminili: Eva e Maria.

Le parole del Protovangelo, rilette alla luce del Nuovo Testamento, esprimono adeguatamente la missione della donna nella lotta salvifica del redentore contro l’autore del male nella storia dell’uomo.

Il confronto Eva-Maria ritorna costantemente nel corso della riflessione sul deposito della fede ricevuta dalla Rivelazione divina ed è uno dei temi ripresi frequentemente dai Padri, dagli scrittori ecclesiastici e dai teologi[35]. Di solito in questo paragone emerge a prima vista una differenza, una contrapposizione. Eva, come «madre di tutti i viventi» (Gen 3, 20), è testimone del «principio» biblico, in cui sono contenute la verità sulla creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio e la verità sul peccato originale. Maria è testimone del nuovo «principio» e della «creatura nuova» (cfr. 2 Cor 5, 17). Anzi, ella stessa, come la prima redenta nella storia della salvezza, è «creatura nuova»: è la «piena di grazia». E’ difficile comprendere perché le parole del Protovangelo mettano così fortemente in risalto la «donna», se non si ammette che in lei ha il suo inizio la nuova e definitiva Alleanza di Dio con l’umanità, l‘Alleanza nel sangue redentore di Cristo. Essa ha inizio con una donna, la «donna», nell’annunciazione a Nazareth. Questa è l’assoluta novità del Vangelo: altre volte nell’Antico Testamento Dio, per intervenire nella storia del suo Popolo, si era rivolto a delle donne, come alla madre di Samuele e di Sansone; ma per stipulare la sua Alleanza con l’umanità si era rivolto solo a degli uomini: Noè, Abramo, Mosè. All’inizio della Nuova Alleanza, che deve essere eterna e irrevocabile, c’è la donna: la Vergine di Nazareth. Si tratta di un segno indicativo che «in Gesù Cristo» «non c’è più uomo né donna» (Gal 3, 28). In lui la reciproca contrapposizione tra l’uomo e la donna – come retaggio del peccato originale – viene essenzialmente superata. «Tutti voi siete uno in Cristo Gesù», – scriverà l’Apostolo (Gal 3, 28).

Queste parole trattano di quell’originaria «unità dei due» che è legata alla creazione dell’uomo, come maschio e femmina, ad immagine e somiglianza di Dio, sul modello di quella perfettissima comunione di Persone che è Dio stesso. Le parole paoline costatano che il mistero della redenzione dell’uomo in Gesù Cristo, figlio di Maria, riprende e rinnova ciò che nel mistero della creazione corrispondeva all’eterno disegno di Dio Creatore. Proprio per questo, il giorno della creazione dell’uomo come maschio e femmina «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1, 31). La redenzione restituisce, in un certo senso, alla sua stessa radice, il bene che è stato essenzialmente «sminuito» dal peccato e dal suo retaggio nella storia dell’uomo.

La «donna» del Protovangelo è inserita nella prospettiva della redenzione. Il confronto Eva-Maria si può intendere anche nel senso che Maria assume in se stessa e abbraccia il mistero della «donna», il cui inizio è Eva, «la madre di tutti i viventi» (Gen 3, 20): prima di tutto lo assume e lo abbraccia all’interno del mistero di Cristo – «nuovo ed ultimo Adamo» (cf. 1 Cor 15, 45) -, il quale ha assunto nella propria persona la natura del primo Adamo. L’essenza della Nuova Alleanza consiste nel fatto che il Figlio di Dio, consostanziale all’eterno Padre, diventa uomo: accoglie l’umanità nell’unità della Persona divina del Verbo. Colui che opera la Redenzione è al tempo stesso un vero uomo. Il mistero della Redenzione del mondo presuppone che Dio-Figlio abbia assunto l’umanità come eredità di Adamo, divenendo simile a lui e ad ogni uomo in tutto, «escluso il peccato» (Eb 4, 15). In questo modo egli ha «svelato anche pienamente l’uomo all’uomo e gli ha fatto nota la sua altissima vocazione», come insegna il Concilio Vaticano II[36]. In un certo senso, lo ha aiutato a riscoprire «chi è l’uomo» (cf. Sal 8, 5).

In tutte le generazioni, nella tradizione della fede e della riflessione cristiana su di essa, l’accostamento Adamo-Cristo spesso si accompagna con quello Eva-Maria. Se Maria è descritta anche come «nuova Eva», quali possono essere i significati di questa analogia? Sono certamente molteplici. Occorre, in particolare, soffermarsi su quel significato che vede in Maria la rivelazione piena di tutto ciò che è compreso nella parola biblica «donna»: una rivelazione commisurata al mistero della Redenzione. Maria significa, in un certo senso, oltrepassare quel limite di cui parla il Libro della Genesi (3, 16) e riandare verso quel «principio» in cui si ritrova la «donna» così come fu voluta nella creazione, quindi nell’eterno pensiero di Dio, nel seno della Santissima Trinità. Maria è «il nuovo principio» della dignità e vocazione della donna, di tutte le donne e di ciascuna[37].

Chiave per la comprensione di ciò possono essere, in particolare, le parole poste dall’evangelista sulle labbra di Maria dopo l’annunciazione, durante la sua visita a Elisabetta: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente» (Lc 1, 49). Esse riguardano certamente il concepimento del Figlio, che è «Figlio dell’Altissimo» (Lc 1, 32), il «santo» di Dio; insieme, però, esse possono significare anche la scoperta della propria umanità femminile. «Grandi cose ha fatto in me»: questa è la scoperta di tutta la ricchezza, di tutta la risorsa personale della femminilità, di tutta l’eterna originalità della «donna», così come Dio la volle, persona per se stessa, e che si ritrova contemporaneamente «mediante un dono sincero di sé».

Questa scoperta si collega con la chiara consapevolezza del dono, dell’elargizione da parte di Dio. Il peccato già al «principio» aveva offuscato questa consapevolezza, in un certo senso l’aveva soffocata, come indicano le parole della prima tentazione ad opera del «padre della menzogna» (cf. Gen 3, 1-5). All’avvento della «pienezza del tempo» (cf. Gal 4, 4), mentre comincia a compiersi nella storia dell’umanità il mistero della redenzione, questa consapevolezza irrompe in tutta la sua forza nelle parole della biblica «donna» di Nazareth. In Maria, Eva riscopre quale è la vera dignità della donna, dell’umanità femminile. Questa scoperta deve continuamente giungere al cuore di ciascuna donna e dare forma alla sua vocazione e alla sua vita.

V

GESU’ CRISTO

“Si meravigliavano che stesse a discorrere con una donna”

12. Le parole del Protovangelo nel Libro della Genesi ci permettono di trasferirci nell’ambito del Vangelo. La redenzione dell’uomo, là annunciata, qui diventa realtà nella persona e nella missione di Gesù Cristo, nelle quali riconosciamo anche ciò che la realtà della redenzione significa per la dignità e la vocazione della donna. Questo significato ci viene maggiormente chiarito dalle parole di Cristo e da tutto il suo atteggiamento verso le donne, che è estremamente semplice e, proprio per questo, straordinario, se visto sullo sfondo del suo tempo: è un atteggiamento caratterizzato da una grande trasparenza e profondità. Diverse donne compaiono nel corso della missione di Gesù di Nazareth, e l’incontro con ciascuna di esse è una conferma della «novità di vita» evangelica, di cui già si è parlato.

E’ universalmente ammesso – persino da parte di chi si pone in atteggiamento critico di fronte al messaggio cristiano – che Cristo si sia fatto davanti ai suoi contemporanei promotore della vera dignità della donna e della vocazione corrispondente a questa dignità. A volte ciò provocava stupore, sorpresa, spesso al limite dello scandalo: «Si meravigliavano che stesse a discorrere con una donna» (Gv 4, 27), perché questo comportamento si distingueva da quello dei suoi contemporanei. «Si meravigliavano», anzi, gli stessi discepoli di Cristo. Il fariseo, nella cui casa la donna peccatrice andò per ungere con olio profumato i piedi di Gesù, «pensò tra di sé: ” Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”» (Lc 7, 39). Di sgomento ancora più grande, o addirittura di «santo sdegno», dovevano riempire gli ascoltatori soddisfatti di sé le parole di Cristo: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio» (Mt 21, 31).

Colui che parlava ed agiva così faceva capire che «i misteri del Regno» gli erano noti fino in fondo. Egli anche «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2, 25), nel suo intimo, nel suo «cuore». Era testimone dell’eterno disegno di Dio nei riguardi dell’uomo da lui creato a sua immagine e somiglianza, come uomo e donna. Era anche consapevole fino in fondo delle conseguenze del peccato, di quel «mistero d’iniquità» operante nei cuori umani come amaro frutto dell’offuscamento dell’immagine divina. Quanto è significativo il fatto che, nel fondamentale colloquio sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, Gesù, davanti ai suoi interlocutori, che erano per ufficio i conoscitori della Legge, «gli scribi», faccia riferimento al «principio». La questione posta è quella del diritto «maschile» di «ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo» (Mt 19, 3); e, dunque, anche del diritto della donna, della sua giusta posizione nel matrimonio, della sua dignità. Gli interlocutori ritengono di avere a loro favore la legislazione mosaica vigente in Israele: «Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via» (Mt 19, 7). Gesù risponde: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu cosi» (Mt 19, 8). Gesù s’appella al «principio», alla creazione dell’uomo come maschio e femmina e a quell’ordinamento di Dio, che si fonda sul fatto che tutt’e due sono stati creati «a sua immagine e somiglianza». Perciò, quando l’uomo «lascia suo padre e sua madre» unendosi a sua moglie, così che i due diventino «una carne sola», rimane in vigore la legge che proviene da Dio stesso: «Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19, 6).

Il principio di questo «ethos», che sin dall’inizio è stato inscritto nella realtà della creazione, viene ora confermato da Cristo contro quella tradizione, che comportava la discriminazione della donna. In questa tradizione il maschio «dominava», non tenendo adeguatamente conto della donna e di quella dignità, che l’«ethos» della creazione ha posto alla base dei reciproci rapporti delle due persone unite in matrimonio. Questo «ethos» viene ricordato e confermato dalle parole di Cristo: è l’«ethos» del Vangelo e della redenzione.

Le donne del Vangelo

13. Scorrendo le pagine del Vangelo, passa davanti ai nostri occhi un gran numero di donne, di diversa età e di diverso stato. Incontriamo donne colpite da malattia o da sofferenze fisiche, come la donna che aveva «uno spirito che la teneva inferma, era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo» (cf. Lc 13, 11), o come la suocera di Simone che era «a letto con la febbre» (Mc 1, 30), o come la donna «affetta da emorragia» (cf. Mc 5, 25-34), che non poteva toccare nessuno, perché si riteneva che il suo tocco rendesse l’uomo «impuro». Ciascuna di loro fu guarita, e l’ultima, l’emorroissa, che toccò il mantello di Gesù «tra la folla» (Mc 5, 27), fu da lui lodata per la grande fede: «La tua fede ti ha salvata» (Mc 5, 34). C’è poi la figlia di Giairo, che Gesù fa tornare in vita, rivolgendosi a lei con tenerezza: «Fanciulla, io ti dico, alzati!» (Mc 5, 41). E ancora c’è la vedova di Nain, alla quale Gesù fa ritornare in vita l’unico figlio, accompagnando il suo gesto con un’espressione di affettuosa pietà: «Ne ebbe compassione e le disse: “Non piangere!”» (Lc 7, 13). E infine c’è la Cananea, una donna che merita da parte di Cristo parole di speciale apprezzamento per la sua fede, la sua umiltà e per quella grandezza di spirito, di cui è capace soltanto un cuore di madre: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri» (Mt 15, 28). La donna cananea chiedeva la guarigione della figlia.

A volte le donne, che Gesù incontrava e che da lui ricevevano tante grazie, lo accompagnavano, mentre con gli apostoli peregrinava attraverso città e paesi, annunciando il Vangelo del Regno di Dio; e «li assistevano con i loro beni». Il Vangelo nomina tra loro Giovanna, moglie dell’amministratore di Erode, Susanna e «molte altre» (cf. Lc 8, 1-3).

A volte figure di donne compaiono nelle parabole, con le quali Gesù di Nazareth illustrava ai suoi ascoltatori la verità sul Regno di Dio. Così è nelle parabole della dramma perduta (cf. Lc 15, 8-10), del lievito (cf. Mt 13, 33), delle vergini sagge e delle vergini stolte (cf. Mt 25, 1-13). Particolarmente eloquente è il racconto dell’obolo della vedova. Mentre «i ricchi (…) gettavano le loro offerte nel tesoro (…), una vedova povera vi gettò due spiccioli». Allora Gesù disse: «Questa vedova, povera, ha messo più di tutti (…), nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere» (Lc 21, 1-4). In questo modo Gesù la presenta come modello per tutti e la difende, poiché, nel sistema socio-giuridico di allora, le vedove erano esseri totalmente indifesi (cf. anche Lc 18, 1-7).

In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23, 28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante.

Ciò diventa ancora più esplicito nei riguardi di quelle donne che l’opinione corrente indicava con disprezzo come peccatrici, pubbliche peccatrici e adultere. Ecco la Samaritana, alla quale lo stesso Gesù dice: «Infatti hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito». Ed essa, sentendo che egli conosceva i segreti della sua vita, riconosce in lui il Messia e corre ad annunciarlo ai suoi compaesani. Il dialogo, che precede questo riconoscimento, è uno dei più belli del Vangelo (cf. Gv 4, 7-27).

Ecco poi una pubblica peccatrice, che, nonostante la condanna da parte dell’opinione comune, entra nella casa del fariseo per ungere con olio profumato i piedi di Gesù. All’ospite che si scandalizzava di questo fatto egli dirà di lei: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato» (cf. Lc 7, 37-47).

Ecco, infine, una situazione che è forse la più eloquente: una donna sorpresa in adulterio è condotta da Gesù. Alla domanda provocatoria: «Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?», Gesù risponde: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». La forza di verità, contenuta in questa risposta, è così grande che «se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani». Rimangono solo Gesù e la donna. «Dove sono? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». «Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più» (cf. Gv 8, 3-11).

Questi episodi costituiscono un quadro d’insieme molto trasparente. Cristo è colui che «sa che cosa c’è nell’uomo» (cf. Gv 2, 25), nell’uomo e nella donna. Conosce la dignità dell’uomo, il suo pregio agli occhi di Dio. Egli stesso, il Cristo, è la conferma definitiva di questo pregio. Tutto ciò che dice e che fa ha definitivo compimento nel mistero pasquale della redenzione. L’atteggiamento di Gesù nei riguardi delle donne, che incontra lungo la strada del suo servizio messianico, è il riflesso dell’eterno disegno di Dio, che, creando ciascuna di loro, la sceglie e la ama in Cristo (cf. Ef 1, 1-5). Ciascuna, perciò, è quella «sola creatura in terra che Dio ha voluto per se stessa». Ciascuna dal «principio» eredita la dignità di persona proprio come donna. Gesù di Nazareth conferma questa dignità, la ricorda, la rinnova, ne fa un contenuto del Vangelo e della redenzione, per la quale è inviato nel mondo. Bisogna, dunque, introdurre nella dimensione del mistero pasquale ogni parola e ogni gesto di Cristo nei confronti della donna. In questo modo tutto si spiega compiutamente.

La donna sorpresa in adulterio

14. Gesù entra nella situazione concreta e storica della donna, situazione che è gravata dall’eredità del peccato. Questa eredità si esprime tra l’altro nel costume che discrimina la donna in favore dell’uomo ed è radicata anche dentro di lei. Da questo punto di vista l’episodio della donna «sorpresa in adulterio» (cf. Gv 8, 3-11) sembra essere particolarmente eloquente. Alla fine Gesù le dice: «Non peccare più», ma prima egli provoca la consapevolezza del peccato negli uomini che l’accusano per lapidarla, manifestando così quella sua profonda capacità di vedere secondo verità le coscienze e le opere umane. Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia «maschile», dei vostri abusi?

E’ questa una verità valida per tutto il genere umano. Il fatto riportato nel Vangelo di Giovanni si può ripresentare in innumerevoli situazioni analoghe in ogni epoca della storia. Una donna viene lasciata sola, è esposta all’opinione pubblica con «il suo peccato», mentre dietro questo «suo» peccato si cela un uomo come peccatore, colpevole per il «peccato altrui», anzi corresponsabile di esso. Eppure, il suo peccato sfugge all’attenzione, passa sotto silenzio: appare non responsabile per il «peccato altrui»! A volte si fa addirittura accusatore, come nel caso descritto, dimentico del proprio peccato. Quante volte, in modo simile, la donna paga per il proprio peccato (può darsi che sia lei, in certi casi, colpevole per il peccato dell’uomo come «peccato altrui»), ma paga essa sola, e paga da sola! Quante volte essa rimane abbandonata con la sua maternità, quando l’uomo, padre del bambino, non vuole accettarne la responsabilità? E accanto alle numerose «madri nubili» delle nostre società, bisogna prendere in considerazione anche tutte quelle che molto spesso, subendo varie pressioni, pure da parte dell’uomo colpevole, «si liberano» del bambino prima della nascita. «Si liberano»: ma a quale prezzo? L’odierna opinione pubblica tenta in diversi modi di «annullare» il male di questo peccato; normalmente, però, la coscienza della donna non riesce a dimenticare di aver tolto la vita al proprio figlio, perché essa non riesce a cancellare la disponibilità ad accogliere la vita, inscritta nel suo ethos dal «principio».

E’ significativo l’atteggiamento di Gesù nel fatto descritto in Giovanni 8, 3-11. Forse in pochi momenti come in questo si manifesta la sua potenza – la potenza della verità – nei riguardi delle coscienze umane. Gesù è tranquillo, raccolto, pensieroso. La sua consapevolezza, qui come nel colloquio con i Farisei (cf. Mt 19, 3-9), non è forse in contatto col mistero del «principio», quando l’uomo fu creato maschio e femmina, e la donna fu affidata all’uomo con la sua diversità femminile, ed anche con la sua potenziale maternità? Anche l’uomo fu affidato dal Creatore alla donna. Furono reciprocamente affidati l’uno all’altro come persone fatte ad immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell’amore, dell’amore sponsale: per diventare «un dono sincero» l’uno per l’altro, bisogna che ciascuno dei due si senta responsabile del dono. Questa misura è destinata a tutt’e due – uomo e donna – sin dal «principio». Dopo il peccato originale operano nell’uomo e nella donna forze opposte, a causa della triplice concupiscenza, «fomite del peccato». Esse agiscono nell’uomo dal profondo. Per questo Gesù nel Discorso della montagna dirà: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5, 28). Queste parole, rivolte direttamente all’uomo, mostrano la verità fondamentale della sua responsabilità nei confronti della donna: per la sua dignità, per la sua maternità, per la sua vocazione. Ma esse riguardano indirettamente anche la donna. Cristo faceva tutto il possibile perché – nell’ambito dei costumi e dei rapporti sociali di quel tempo – le donne ritrovassero nel suo insegnamento e nel suo agire la propria soggettività e dignità. In base all’eterna «unità dei due», questa dignità dipende direttamente dalla stessa donna, quale soggetto per sé responsabile, e viene nello stesso tempo «data come compito» all’uomo. Coerentemente Cristo si appella alla responsabilità dell’uomo. Nella presente meditazione sulla dignità e vocazione della donna, oggi bisogna riferirsi necessariamente all’impostazione che incontriamo nel Vangelo. La dignità della donna e la sua vocazione – come, del resto, quelle dell’uomo – trovano la loro eterna sorgente nel cuore di Dio e, nelle condizioni temporali dell’esistenza umana, sono strettamente connesse con l’«unità dei due». Perciò ciascun uomo deve guardare dentro di sé e vedere se colei che gli è affidata come sorella nella stessa umanità, come sposa, non sia diventata nel suo cuore oggetto di adulterio; se colei che, in vari modi, è il co-soggetto della sua esistenza nel mondo, non sia diventata per lui «oggetto»: oggetto di godimento, di sfruttamento.

Custodi del messaggio evangelico

15. Il modo di agire di Cristo, il Vangelo delle sue opere e delle sue parole, è una coerente protesta contro ciò che offende la dignità della donna. Perciò le donne che si trovano vicine a Cristo riscoprono se stesse nella verità che egli «insegna» e che egli «fa», anche quando questa è la verità sulla loro «peccaminosità». Da questa verità esse si sentono «liberate», restituite a se stesse: si sentono amate di «amore eterno», di un amore che trova diretta espressione in Cristo stesso. Nel raggio d’azione di Cristo la loro posizione sociale si trasforma. Sentono che Gesù parla con loro di questioni delle quali, a quei tempi, non si discuteva con una donna. L’esempio, in un certo senso più significativo al riguardo, è quello della Samaritana presso il pozzo di Sichem. Gesù – il quale sa che è peccatrice, e di questo le parla – discorre con lei dei più profondi misteri di Dio. Le parla del dono infinito dell’amore di Dio, che è come una «sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 14). Le parla di Dio che è Spirito e della vera adorazione, che il Padre ha diritto di ricevere in spirito e verità (cf. Gv 4, 24). Le rivela, infine, di essere il Messia promesso ad Israele (cf. Gv 4, 26).

E’ questo un evento senza precedenti: quella donna, e per di più «donna-peccatrice», diventa «discepola» di Cristo; anzi, una volta istruita, annuncia il Cristo agli abitanti di Samaria, così che essi pure lo accolgono con fede (cf. Gv 4, 39-42). Un evento senza precedenti, se si tiene presente il modo comune di trattare le donne proprio di quanti insegnavano in Israele, mentre nel modo di agire di Gesù di Nazareth un simile evento si fa normale. A questo proposito, meritano un particolare ricordo anche le sorelle di Lazzaro: «Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella Maria e a Lazzaro» (cf. Gv 11, 5). Maria «ascoltava la parola» di Gesù: quando va a trovarli in casa, egli stesso definisce il comportamento di Maria come «la parte migliore» rispetto alla preoccupazione di Marta per le faccende domestiche (cf. Lc 10, 38-42). In un’altra occasione anche Marta – dopo la morte di Lazzaro – diventa interlocutrice di Cristo, ed il colloquio riguarda le più profonde verità della rivelazione e della fede. «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto» «Tuo fratello risusciterà» – «So che risusciterà nell’ultimo giorno». Le disse Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?» – «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, Figlio di Dio, che deve venire al mondo» (Gv 11, 21-27). Dopo questa professione di fede Gesù risuscita Lazzaro. Anche il colloquio con Marta è uno dei più importanti del Vangelo.

Cristo parla con le donne delle cose di Dio, ed esse le comprendono: un’autentica risonanza della mente e del cuore, una risposta di fede. E Gesù per questa risposta spiccatamente «femminile» esprime apprezzamento e ammirazione, come nel caso della donna cananea (cf. Mt 15, 28). A volte egli propone come esempio questa fede viva, permeata dall’amore: insegna, dunque, prendendo spunto da questa risposta femminile della mente e del cuore. Così avviene nel caso di quella donna «peccatrice» il cui modo di agire, in casa del fariseo, è assunto da Gesù come punto di partenza per spiegare la verità sulla remissione dei peccati: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco» (Lc 7, 47). In occasione di un’altra unzione, Gesù prende la difesa, davanti ai discepoli e in particolare davanti a Giuda, della donna e della sua azione: «Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto una azione buona verso di me (…). Versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo Vangelo, nel mondo intero, sarà detto ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei» (Mt 26, 6-13).

In realtà, i Vangeli non solo descrivono ciò che ha compiuto quella donna a Betania, nella casa di Simone il lebbroso, ma mettono anche in rilievo come, al momento della prova definitiva e determinante per tutta la missione messianica di Gesù di Nazareth, ai piedi della Croce, si siano trovate, prime fra tutti, le donne. Degli apostoli solo Giovanni è rimasto fedele. Le donne, invece, sono molte. Non solo c’erano la Madre di Cristo e la «sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala» (Gv 19, 25), ma «molte donne che stavano ad osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo» (Mt 27, 55). Come si vede, in questa che fu la più dura prova della fede e della fedeltà, le donne si sono dimostrate più forti degli apostoli: in questi momenti di pericolo quelle che «amano molto» riescono a vincere la paura. Prima c’erano state le donne sulla via dolorosa, «che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui» (Lc 23, 27). Prima ancora c’era stata la moglie di Pilato, che aveva avvertito il proprio marito: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua» (Mt 27, 19).

Prime testimoni della Risurrezione

16. Sin dall’inizio della missione di Cristo la donna mostra verso di Lui e verso il suo mistero una speciale sensibilità che corrisponde ad una caratteristica della sua femminilità. Occorre dire, inoltre, che ciò trova particolare conferma in relazione al mistero pasquale, non solo al momento della croce, ma anche all’alba della risurrezione. Le donne sono le prime presso la tomba. Sono le prime a trovarla vuota. Sono le prime ad udire: «Non è qui. E risorto, come aveva detto» (Mt 28, 6). Sono le prime a stringergli i piedi (cf. Mt 28, 9). Sono anche chiamate per prime ad annunciare questa verità agli apostoli (cf. Mt 28, 1-10; Lc 24, 8-11). Il Vangelo di Giovanni (cf. anche Mc 16, 9) mette in rilievo il ruolo particolare di Maria di Magdala. E’ la prima ad incontrare il Cristo risorto. All’inizio crede che sia il custode del giardino: lo riconosce solo quando egli la chiama per nome. «Gesù le disse: “Maria”. Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbuní!”, che significa: “Maestro”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò subito ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto» (Gv 20, 16-18).

Per questo essa venne anche chiamata «la apostola degli apostoli»[38], Maria di Magdala fu la testimone oculare del Cristo risorto prima degli apostoli e, per tale ragione, fu anche la prima a rendergli testimonianza davanti agli apostoli. Questo evento, in un certo senso, corona tutto ciò che è stato detto in precedenza sull’affidamento delle verità divine da parte di Cristo alle donne, al pari degli uomini. Si può dire che in questo modo si sono compiute le parole del Profeta: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo, e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie» (Gl 3, 1). Nel cinquantesimo giorno dopo la risurrezione di Cristo, queste parole trovano ancora una volta conferma nel cenacolo di Gerusalemme, durante la discesa dello Spirito Santo, il Paraclito (cf. At 2, 17).

Quanto è stato detto finora circa l’atteggiamento di Cristo nei riguardi delle donne conferma e chiarisce nello Spirito Santo la verità sulla eguaglianza dei due – uomo e donna. Si deve parlare di un’essenziale «parità»: poiché tutt’e due – la donna come l’uomo – sono creati ad immagine e somiglianza di Dio, tutt’e due sono suscettibili in eguale misura dell’elargizione della verità divina e dell’amore nello Spirito Santo. Ambedue accolgono le sue «visite» salvifiche e santificanti.

Il fatto di essere uomo o donna non comporta qui nessuna limitazione, così come non limita per nulla quella azione salvifica e santificante dello Spirito nell’uomo il fatto di essere giudeo o greco, schiavo o libero, secondo le ben note parole dell’apostolo: «Poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 28). Questa unità non annulla la diversità. Lo Spirito Santo, che opera una tale unità nell’ordine soprannaturale della grazia santificante, contribuisce in eguale misura al fatto che «diventano profeti i vostri figli», e che lo diventano anche «le vostre figlie». «Profetizzare» significa esprimere con la parola e con la vita «le grandi opere di Dio» (cf. At 2, 11), conservando la verità e l’originalità di ogni persona, sia donna che uomo. L’«eguaglianza»evangelica, la «parità» della donna e dell’uomo nei riguardi delle «grandi opere di Dio», quale si è manifestata in modo così limpido nelle opere e nelle parole di Gesù di Nazareth, costituisce la base più evidente della dignità e della vocazione della donna nella Chiesa e nel mondo. Ogni vocazione ha un senso profondamente personale e profetico. Nella vocazione così intesa ciò che è personalmente femminile raggiunge una nuova misura: è la misura delle «grandi opere di Dio», delle quali la donna diventa soggetto vivente ed insostituibile testimone.

VI

MATERNITA’ – VERGINITA’

Due dimensioni della vocazione della donna

17. Dobbiamo ora rivolgere la nostra meditazione alla verginità e alla maternità, come due dimensioni particolari nella realizzazione della personalità femminile. Alla luce del Vangelo, esse acquistano la pienezza del loro senso e valore in Maria, che come Vergine divenne Madre del Figlio di Dio. Queste due dimensioni della vocazione femminile si sono in lei incontrate e congiunte in modo eccezionale, così che l’una non ha escluso l’altra, ma l’ha mirabilmente completata. La descrizione dell’annunciazione nel Vangelo di Luca indica chiaramente che ciò sembrava impossibile alla Vergine di Nazareth. Quando si sente dire: «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù», ella subito chiede: «Come avverrà questo? Non conosco uomo» (Lc 1, 31. 34). Nell’ordine comune delle cose la maternità è frutto della reciproca «conoscenza» dell’uomo e della donna nell’unione matrimoniale. Maria, ferma nel proposito della propria verginità, pone la domanda al divino messaggero, e ne ottiene la spiegazione: «Lo Spirito Santo scenderà su di te»; la tua maternità non sarà conseguenza di una «conoscenza» matrimoniale, ma sarà opera dello Spirito Santo, e la «potenza dell’Altissimo» stenderà la sua «ombra» sul mistero del concepimento e della nascita del Figlio. Come Figlio dell’Altissimo egli ti viene dato esclusivamente da Dio, nel modo conosciuto da Dio. Maria, dunque, ha mantenuto il suo verginale «Non conosco uomo» (cf. Lc 1, 34) e, al tempo stesso, è diventata Madre. La verginità e la maternità coesistono in lei: non si escludono reciprocamente e non si pongono dei limiti. Anzi, la persona della Madre di Dio aiuta tutti – specialmente tutte le donne – a scorgere in quale modo queste due dimensioni e queste due strade della vocazione della donna, come persona, si spieghino e si completino reciprocamente.

https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1988/documents/hf_jp-ii_apl_19880815_mulieris-dignitatem.html

Strumenti per la Consegna: 10 – Il Ritmo

Strumenti per la Consegna: 10 – Il Ritmo

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Il ritmo nella lettura è dato dal succedersi degli accenti della frase.

La differenza tra una lettura con la mente ed una ad alta voce, sta nel diverso rapporto tra il lettore e il testo. Nella lettura con il pensiero, virgole e punti sono considerati visivamente, esistono solo in un modo grafico e grammaticale.

Rivolgendosi all’Assemblea la punteggiatura potrebbe essere interpretata in diversi modi e, in base al contenuto del brano, un punto può generare una sospensione più o meno lunga o addirittura può essere ignorato nella velocità della proclamazione. Il lettore adotterà un processo di personalizzazione del testo per conferire alle parole una individuale spontaneità comunicativa.


Come la frase melodica musicale, anche la frase di un testo ha un ritmo che il lettore deve capire e saper rendere. Si tratta del modo in cui viene regolata la successione delle sillabe e delle parole.

La maggior parte dei lettori legge troppo in fretta: la velocità con cui si legge dev’essere più lenta che nella comune conversazione. Inoltre la velocità e il Ritmo collegato devono variare secondo il genere letterario del testo che si legge (la poesia, ad esempio, un salmo, si legge più lentamente che: brani di battaglie dell’antico testamento).

Il lettore deve preoccuparsi di lasciare sempre il tempo adeguato alle parole non soltanto di essere pronunciate, ma soprattutto di essere capite da chi ascolta. Chi ascolta ha un ritmo diverso di comprensione rispetto a chi parla, sicuramente dipendente dalla complessità del testo che viene presentato. La regola generale è: una andatura che possiamo descrivere come “adagio” ma che tiene conto del “senso” del testo.

Va evitata una lettura a strappi, caratterizzata da pause troppo frequenti; il ritmo della frase dev’essere sempre scorrevole e uniforme.

Il ritmo può essere lento, incerto, incalzante, tormentato, eccetera eccetera. Con il ritmo il lettore può rimodellare la punteggiatura; e chi ascolta troverà più piacevole e musicale se questo ritmo, all’interno del brano, sarà più coerente al contenuto letto.

Una scena movimentata richiederà un ritmo di lettura sostenuto; un brano descrittivo suggerirà una lettura lenta per dar modo al lettore di vedere mentalmente i particolari descritti e “colorarli” attraverso la maniera impostata per leggerli; i punti fermi e ancor più i punti e a capo rallenteranno la lettura.

Ad esempio la frase: “Sbrigati, il taxi sta partendo!” dovrà essere pronunciata con un tono di voce alto ma con un ritmo veloce.

Un brano concitato deve far fluire le parole come un fiume in piena; quindi con pochissime pause, ma solo una sequenza di parole, idee, concetti, incalzanti con delle brevissime soste solo per riprendere il fiato.

Il ritmo nella lettura può essere immesso istintivamente dal lettore o frutto di uno studio che si è fatto in precedenza per l’interpretazione di quel brano.

Considerate la capacità di attrazione dell’intensità che può avere una pausa messa al momento giusto in una lettura; una pausa anche lunga, se interviene in un susseguirsi di parole, ha una capacità comunicativa che sorprende l’Assemblea e che, per un attimo, rimane col fiato sospeso e si domanda interiormente: “e ora? Che succede dopo?”, “perché questa sospensione?”.

Quando il lettore prepara il testo deve approfondire il contenuto in modo da scegliere la modalità ritmica di lettura: neutra, accelerata o rallentata o determinare i punti dove inserire delle pause.

Queste pause potrebbero essere annotate graficamente nel testo con una o due o tre barre diagonali che denotino visivamente la lunghezza più o meno intensa delle pause stabilite. Certo non ci sono regole o una grammatica assoluta per queste annotazioni personali ma ogni lettore ha la sua sensibilità per inserire questi segni nel posto giusto.

Ci sono diverse persone che tendono a leggere molto più lentamente o molto più rapidamente di come parlano durante una conversazione normale; altri leggono ad un ritmo normale ma senza nessuna variazione, senza rallentare o accelerare, producendo una lettura monoritmica che è molto innaturale, noiosa e fa crollare l’attenzione.


Così come nelle nostre normali conversazioni con familiari amici, cambiamo spesso il ritmo del parlare; allo stesso modo è assolutamente indicato ed efficace variare il nostro ritmo di lettura quando proclamiamo la Parola.

Ora una serie di indicazioni e di motivazioni quando è opportuno o incontriamo motivi validi per cambiare ritmo accelerando o rallentando la lettura:

  • ritmo più lento quando leggiamo un elenco di cose

  • ritmo più lento se vengono precisati una serie di punti importanti

  • ritmo più lento se incontriamo parole poco usate o leggiamo una lettura con concetti complessi

  • ritmo più lento quando si declamano delle frasi conclusive

  • ritmo più veloce o più lento per adattarsi all’umore della situazione gioiosa o un pò triste

  • ritmo più veloce se viene descritta una situazione di urgenza o di pericolo

  • ritmo più veloce davanti a una lettura di semplice comprensione

  • ritmo più veloce se viene descritta una situazione di eccitazione

  • ritmo più veloce quando si presenta o si inizia una lettura con un nuovo argomento

Santa Monica

Per concludere una esercitazione sul RITMO della lettura.

Leggi questo brano ed esercitati ad usare Ritmi diversi di lettura: 1Re 18,1-40:

(L’incontro di Elia con Abdia e Acab)

Dopo molti giorni la parola del Signore fu rivolta a Elia, nell’anno terzo: «Va’ a presentarti ad Acab e io manderò la pioggia sulla faccia della terra». Elia andò a presentarsi ad Acab.

A Samaria c’era una grande carestia. Acab convocò Abdia, che era il maggiordomo. Abdia temeva molto il Signore; quando Gezabele uccideva i profeti del Signore, Abdia aveva preso cento profeti e ne aveva nascosti cinquanta alla volta in una caverna e aveva procurato loro pane e acqua.

Acab disse ad Abdia: «Va’ nella regione verso tutte le sorgenti e tutti i torrenti; forse troveremo erba per tenere in vita cavalli e muli, e non dovremo uccidere una parte del bestiame». Si divisero la zona da percorrere; Acab andò per una strada da solo e Abdia per un’altra da solo.

Mentre Abdia era in cammino, ecco farglisi incontro Elia. Quello lo riconobbe e cadde con la faccia a terra dicendo: «Sei proprio tu il mio signore Elia?». Gli rispose: «Lo sono; va’ a dire al tuo signore: «C’è qui Elia»». Quello disse: «Che male ho fatto perché tu consegni il tuo servo in mano ad Acab per farmi morire?

Per la vita del Signore, tuo Dio, non esiste nazione o regno in cui il mio signore non abbia mandato a cercarti. Se gli rispondevano: «Non c’è!», egli faceva giurare la nazione o il regno di non averti trovato. Ora tu dici: «Va’ a dire al tuo signore: C’è qui Elia!».

Appena sarò partito da te, lo spirito del Signore ti porterà in un luogo a me ignoto. Se io vado a riferirlo ad Acab, egli, non trovandoti, mi ucciderà; ora il tuo servo teme il Signore fin dalla sua giovinezza.

Non fu riferito forse al mio signore ciò che ho fatto quando Gezabele uccideva i profeti del Signore, come io nascosi cento profeti, cinquanta alla volta, in una caverna e procurai loro pane e acqua? E ora tu comandi: «Va’ a dire al tuo signore: C’è qui Elia»? Egli mi ucciderà». Elia rispose: «Per la vita del Signore degli eserciti, alla cui presenza io sto, oggi stesso io mi presenterò a lui».

Abdia andò incontro ad Acab e gli riferì la cosa. Acab si diresse verso Elia. Appena lo vide, Acab disse a Elia: «Sei tu colui che manda in rovina Israele?». Egli rispose: «Non io mando in rovina Israele, ma piuttosto tu e la tua casa, perché avete abbandonato i comandi del Signore e tu hai seguito i Baal.

Perciò fa’ radunare tutto Israele presso di me sul monte Carmelo, insieme con i quattrocentocinquanta profeti di Baal e con i quattrocento profeti di Asera, che mangiano alla tavola di Gezabele».

(Il sacrificio del Carmelo)

Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando salterete da una parte all’altra? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla.

Elia disse ancora al popolo: «Io sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Ci vengano dati due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Invocherete il nome del vostro dio e io invocherò il nome del Signore. Il dio che risponderà col fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!».

Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e fate voi per primi, perché voi siete più numerosi. Invocate il nome del vostro dio, ma senza appiccare il fuoco». Quelli presero il giovenco che spettava loro, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non vi fu voce, né chi rispondesse.

Quelli continuavano a saltellare da una parte all’altra intorno all’altare che avevano eretto. Venuto mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate a gran voce, perché è un dio! È occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà». Gridarono a gran voce e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue.

Passato il mezzogiorno, quelli ancora agirono da profeti fino al momento dell’offerta del sacrificio, ma non vi fu né voce né risposta né un segno d’attenzione. Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi a me!». Tutto il popolo si avvicinò a lui e riparò l’altare del Signore che era stato demolito. Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, al quale era stata rivolta questa parola del Signore: «Israele sarà il tuo nome».

Con le pietre eresse un altare nel nome del Signore; scavò intorno all’altare un canaletto, della capacità di circa due sea di seme. Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. Quindi disse: «Riempite quattro anfore d’acqua e versatele sull’olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero.

Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Fatelo per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. Al momento dell’offerta del sacrificio si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola.

Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto.

A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!».

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

Strumenti per la Consegna: 9 – Altezza e Intonazione

Strumenti per la Consegna: 9 – Altezza e Intonazione

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Ora parliamo del tono o intonazione delle parole e della sua inflessione.

Questi sono degli ottimi strumenti per guidare i nostri ascoltatori a concentrarsi sulle frasi più importanti della Parola e attraverso queste particolari intonazioni trasmettere diversi stati d’animo, sensazioni ed atmosfere.

Il tono è un elemento misurabile; se prendiamo la tastiera di un pianoforte vedremo che a sinistra c’è una zona con una intonazione più bassa mentre sulla destra i tasti ci portano verso intonazioni e tonalità più acute fino al grido e allo stridio al limite delle possibilità vocali umane.

Queste componenti aggiungono espressione alla lettura e, in modo sempre sapiente ed equilibrato, secondo il nostro senso estetico, evitano la monotonia della lettura o del parlare in modo monocorde.

Dicevamo che il tono è misurabile; infatti misurando l’onda sonora emessa si può definire la frequenza precisa con l’unità di misura della frequenza acustica che è l’Hertz (Hz). Vedi questi valori per quantificare:

  • 20 Hz: frequenza minima udibile dall’uomo.

  • 25 e 150 Hz: le fusa dei gatti o anche da 1,5 a 6 kHz.

  • 261,626 Hz: la nota musicale DO centrale nel temperamento equabile.

  • 440 Hz: Il LA usato per accordare gli strumenti musicali (diapason).

  • 16 ÷ 24 kHz: limite superiore delle frequenze udibili dall’uomo.

Senza andare troppo sul tecnico possiamo facilmente assimilare questi valori alle note provenienti dai tasti di un pianoforte.

Quando parliamo e ci esprimiamo con la nostra voce, l’intonazione sale e scende senza che ce ne rendiamo conto, seguendo il nostro temperamento e piazzandosi in modo istintivo lungo una gamma di frequenze che è propria caratteristica di ogni persona.

L’applicazione dell’intonazione nel nostro parlare o nella lettura utilizzerà diverse modulazioni: o sulle frequenze alte o sulle frequenze basse, in rapporto al contesto del discorso o del brano letto, mediato dal gusto personale e da un uso proprio intelligente della voce nella comunicazione.

La gamma di intonazione che si usa per il canto è di circa due ottave ma per la normale voce parlata è di circa un’ottava e mezza.

Ogni persona ha una sua “istintiva” modulazione della tonalità parlata più o meno ricca e ricamata, e spontaneamente queste diverse intonazione ci aiutano ad esprimere i concetti nei nostri discorsi o a connotare emozioni e ambientazioni nei brani letti: ma tutto deve assumere un andamento spontaneo.

Le persone, in genere quando parlano, usano un tono più acuto quando sono eccitati, stressati, impazienti o arrabbiati; mentre usano un tono più più basso quando sono riservati o in un discorso serio o usano premura verso qualcuno.

La tonalità va distribuita in modo efficace ed armonico nel nostro parlare o nella lettura cercando con questo strumento di sottolineare e valorizzare ciò che è più interessante ed utile per il discorso o nel brano letto.

Bisogna fare attenzione a intendere che con “un’intonazione media”, intendiamo quella per noi più naturale e comoda; spesso, invece, si va a leggere in pubblico in un tono diverso da quello che per noi è abituale, con il risultato di apparire diversi da noi stessi, per chi ci conosce, innaturali e di affaticare la voce.

Va evitata assolutamente sia la cantilena, sia gli sbalzi eccessivi dai toni acuti a quelli gravi e viceversa.

Bisogna imparare ad usare nel modo corretto la “modulazione” della voce. Si faccia attenzione poi a lasciare l’intonazione “in sospeso” al termine di una prima parte della frase che è seguita da un’altra parte da essa dipendente, e di “chiudere”, invece, l’intonazione al termine di una parte compiuta della frase o al termine della frase stessa.


Le frasi “esclamative ed interrogative” richiedono l’uso di un’intonazione particolare. Evitare la cantilena nelle frasi interrogative o l’errore di fare cadere l’accento interrogativo solo sull’ultima parola, invece di estenderlo a tutta la frase di senso interrogativo.

Alcune volte il testo stesso contiene e suggerisce l’interrogazione (es.: “Che cosa mangeremo?”; “Quale merito ne avrete?”) in questo caso l’interpretazione sarà immediata. Altre volte invece sarà necessario farla sentire estesa in tutta la frase. L’intonazione interrogativa normalmente deve cadere sul verbo (es.: “Non sapete che siete tempio di Dio?”).

Ponete attenzione alle finali di ogni frase: non potete far “cadere”, o smorzare il tono della voce, ma la stessa intonazione va mantenuta e sostenuta fino al punto fermo e qui conclusa in modo determinato, deciso.

Così attenzione a considerare bene l’intonazione dell’inizio di frase. Dev’essere sempre più alta dell’intonazione con cui si è terminata la frase precedente, per connotare la ripresa del discorso e nello stesso tempo la separazione fra le due frasi.


Spesso si confonde il volume con l’intonazione, e senza rendersene conto, alzando l’intonazione si alza anche il volume e viceversa, mentre il livello della loro regolazione deve sempre essere mantenuto separato.


Per il Lettore nella Liturgia siccome sta valorizzando non il suo eloquio, ma le parole di un “altro”, sarà importante che consideri bene l’uso di questa particolarità vocale.


Una caratteristica più coordinata dell’intonazione è L’INFLESSIONE.

L’inflessione può essere definita come una “cadenza” del modo di parlare, o una modulazione composta dell’intonazione di una frase.

L’inflessione è l’impostazione ed il “cambio delle intonazioni” che si danno ad una frase completa. Alcuni tipi di inflessioni vengono usati per dare un carattere o procurare attenzione ad un’intera frase del discorso, ma anche per mettere meno in evidenza alcune frasi che non sono così importanti per la nostra lettura.

Possiamo elencare e descrivere alcuni tipi di inflessione:

DARE UNA INFLESSIONE NEUTRA cioè nessuna inflessione particolare:

In questo caso le parole sono pronunciate con un tono basso, in modo: sommesso, senza modulazione, piatto, uniforme quasi monotono, senza nessun cambiamento di tono.

Nel brano Giovanni 8,8-11, nel finale della donna adultera:

E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?. Ed ella rispose: Nessuno, Signore. E Gesù disse: Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.

La situazione intima e sommessa, il dialogo pacato e misericordioso, suggerisce di non fare nessuna inflessione ma con tono basso e volume basso pronunciare queste parole nella loro semplicità, dolcezza e bellezza straordinaria.

DARE UNA INFLESSIONE PIENA cioè iniziare la frase da un tono basso e poi in crescendo fino ad un picco nel punto focale del discorso, per poi richiudere l’inflessione ricadendo al tono basso di partenza.

Esempio Matteo 11, 28-30:

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.

L’inflessione da dare in questo caso parte con un tono moderato ma in crescendo fino al centro della soluzione per l’uomo: “…troverete ristoro per la vita…”; per poi ridiscendere gradualmente al tono di partenza sulla frase finale del “giogo…”.

Santa Monica

DARE UNA INFLESSIONE INVERTITA cioè il contrario della precedente: iniziare la frase da un tono alto, ma poi in discesa fino ad una zona relativamente più bassa per poi risalire al tono più alto di partenza.

Esempio Luca 10, 25-28:

“Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna? Gesù gli disse: Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi? Costui rispose: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso. Gli disse: Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”.

In questo caso, che spesso corrisponde a delle domande nei Vangeli, parte con un tono alto, una domanda chiesta con forza al Maestro; poi la risposta citando la Legge in tono più moderato, perché è una cosa che tutti sanno, è una citazione non è una cosa importante nuova… ma il finale è in crescendo fino al tono forte dove viene proclamata la “soluzione” alla domanda “…fai questo e vivrai!…” con tono alto, deciso, autorevole, definitivo.

DARE UNA INFLESSIONE IN CRESCENDO cioè iniziare la frase da un tono basso ma in crescendo continuo fino ad un massimo nel finale della frase.

Esempio Luca 11, 29-32:

Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona”.

Questo brano è una ammonizione forte di Gesù che parte con un tono moderato ma in crescendo continuo progressivo fino alla tonalità forte che vuole richiamare alla conversione “…si alzeranno contro questa generazione…” come un grido per svegliare e ammonire le coscienze.

DARE UNA INFLESSIONE CALANTE cioè iniziare la frase da un tono alto ma diminuendo di continuo fino ad un minimo nel finale della frase.

Esempio Luca 11, 52-54:

Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito. Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca”.

Questo brano è sempre una ammonizione decisa di Gesù che parte con un tono alto accusatorio, gridato, ma il seguito è in una continua progressiva discesa di intonazione “…per sorprenderlo…” ecc… che richiama il contesto delle trame nascoste intessute alle spalle di Gesù.

Per centrare la giusta intonazione e il tipo di inflessione da usare, è importante considerare il contesto del dialogo specifico che avviene o il contesto generale della Lettura. Prima di affrontare una proclamazione pubblica è sempre bene aver chiaro dove si colloca quel testo: il periodo, la posizione geografica, la storia, ed altro… sono tutte indicazioni importanti per scegliere il giusto tono e l’inflessione da dare a quello che stiamo per leggere.

Per capire meglio l’importanza del contesto faremo un esempio con una frase unica che vedremo così come prenderà interpretazioni completamente diverse in rapporto alle situazioni in cui si colloca.

Useremo come test questa frase: …“Adesso Vieni a Tavola”…


Certo ogni persona può applicare un’intonazione e un’inflessione diversa, per ora faremo solo quattro esempi ma ci sono moltissime altre possibili variazioni.

1 – immagina un primo incontro galante con la fidanzata presso un ristorante di lusso, il tono sarà lento il volume basso e una inflessione calda e suadente per invitare la persona a sedere con tono accogliente.

2 – un’altra situazione familiare, può essere quella che potrebbe verificarsi con un parente che viene spesso a pranzo da te e mentre lui sta seduto a guardare la TV, lo inviti a sedersi, come al solito, al suo posto a tavola perché il pranzo è pronto; ma con un tono neutro, così come lo fai di routine tutti i giorni, in modo quasi indifferente. La voce sarà naturale con nessuna emozione e un tono relativamente basso e nessuna variazione di tono.

3 – ora pensa alla scena, dopo una discussione accesa con un figlio, che è stato sorpreso a fare qualcosa di gravemente sbagliato, e dopo che la discussione ha degenerato in un tono troppo acceso, vuoi interrompere il discorso che non sta prendendo una strada costruttiva, ma comunque vuoi rimarcare e mantenere la tua autorità di padre. La voce sarà un pò rapida, affermativa, brusca, un volume tendente all’alto, con una inflessione autoritaria e un tono forte come per un “ordine” quasi minaccioso.

4 – immagina una riunione di lavoro, con un collega che sta contrastando il tuo nuovo progetto, ma dopo 3 ore di riunione ancora non si è arrivati ad una conclusione concreta e è già ora della pausa pranzo da fare nel luogo di lavoro. Sei un pò disturbato dalla sua presenza, ma devi invitarlo a pranzo per forza, la tua voce sarà un pò bassa di volume e con una inflessione “scocciata” che tradisce la tua insofferenza imbarazzata, e così sei costretto tuo malgrado ad invitarlo a consumare il pranzo.

Esercizio con valori numerici

Anche se il nostro ruolo non è quello di essere degli attori, però ora possiamo fare un esercizio per cercare di usare attraverso la nostra voce delle intonazioni diverse che potremmo esprimere sempre con dei numeri.

L’esempio sotto riportato è una guida per l’esercitazione ma potete anche cambiare i valori, usando diversi livelli di intonazione, determinati dal gusto estetico personale: le possibilità sono certamente illimitate.

Per convenzione useremo il valore di 1 per l’intonazione più bassa; il valore di 9 per la l’intonazione più acuta; e il valore di 5 per una intonazione centrale normale e altri valori intermedi tra questi estremi.


Useremo sempre il brano precedente del Vangelo di Matteo, Capitolo 5 dal versetto 13 al 29.

Sotto alle parole segneremo dei numeri per indicare questa volta un valore che ci suggerisca la possibile INTONAZIONE da dare della voce; questi valori rappresentano dei suggerimenti per pronunciare le parole con un particolare tono più o meno grave o alta o media.

Dopo questo esercizio prendi un brano a tuo piacimento e prova a svolgere in autonomia questo compito studiando bene il testo ed attribuendo il valore che ti sembra più coerente con il contesto e cerchi di posizionarlo nella giusta corrispondenza delle parole.

Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e

—-4———————–3—————–5————————————6————-5—————-4———-

molti sono quelli che entrano per essa;

—-4———————–5————-4—-

quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli

—–4—————————————3————————————-3———-5——–6————6—–

che la trovano!

———5——–

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci.

——7————————5——————————————–7————–5———————–

Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?

—-6—————————————5———————————6————————

Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi;

————–5—————————————————————6——————————

un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.

—–4————————————————3————————-5————————–4—-

Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.

——5———————————————————6———–7—————

Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.

————4——————————————

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del

5—————————-6———–5————4——————————–5——————-6——-

Padre mio che è nei cieli.

—-6—————————

Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e

—5—————————————–5———-6———–5——————————————6——

cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?

————-7——————-6——————–7————————-6——

Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.

–4——————————3————————————–4————————-3——————–

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha

—5———————————————————-4———————-5———————————

costruito la sua casa sulla roccia.

——-6———————————-

Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa

—-4———————-5————————-5—————————-6—————————–5—–

non cadde, perché era fondata sopra la roccia.

——–6———-5————————————–

Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha

——5——————————————-4——————————-5———————–6————-

costruito la sua casa sulla sabbia.

——-6——————7————-

Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa

——-5——————–6————————5—————————–6——————————7—

cadde, e la sua rovina fu grande».

—6——————–5—————

Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento:

–5—————————————————————–4——–3———————————-

egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

4—————————————-5—————–4——–3—————————

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

Papa Francesco e la Meditazione

Papa Francesco e la Meditazione

Papa Francesco: bene la diffusione della meditazione, ma non va persa la specificità cristiana

Non è un «ripiegamento» ma un «dialogo» con Gesù e se arrivano «la pace interiore, o la padronanza di noi stessi, o la lucidità sul cammino da intraprendere» sono «effetti collaterali»

La diffusione della meditazione anche «tra persone che non hanno una visione religiosa della vita» («giovani e adulti seduti in raccoglimento, in silenzio, con gli occhi socchiusi…») è «un fenomeno da guardare con favore», ma c’è una «specificità» cristiana «che non dev’essere cancellata», secondo papa Francesco, che all’udienza generale ha sottolineato che la meditazione cristiana non è un «ripiegamento» ma, guidata dallo Spirito Santo, porta al «dialogo» con Gesù e «se un’esperienza di preghiera ci dona la pace interiore, o la padronanza di noi stessi, o la lucidità sul cammino da intraprendere, questi risultati sono, per così dire, effetti collaterali della grazia della preghiera cristiana che è l’incontro» con il «salvatore».

person in black hoodie standing on snow covered ground during daytime

«La pratica della meditazione ha ricevuto in questi anni una grande attenzione» ha detto Jorge Mario Bergoglio proseguendo, all’udienza generale, un ciclo di catechesi dedicato alla preghiera. «Di essa non parlano solamente i cristiani: esiste una pratica meditativa in pressoché tutte le religioni del mondo. Ma si tratta di un’attività diffusa anche tra persone che non hanno una visione religiosa della vita. Tutti abbiamo bisogno di meditare, di riflettere, di ritrovare noi stessi. È una dinamica umana. Soprattutto nel vorace mondo occidentale si cerca la meditazione perché essa rappresenta un argine elevato contro lo stress quotidiano e il vuoto che ovunque dilaga. Ecco, dunque, l’immagine di giovani e adulti seduti in raccoglimento, in silenzio, con gli occhi socchiusi… Cosa fanno queste persone? Meditano. È un fenomeno – ha sottolineato il Papa – da guardare con favore: infatti noi non siamo fatti per correre in continuazione, possediamo una vita interiore che non può sempre essere calpestata. Meditare è dunque un bisogno di tutti. Meditare per così dire assomiglierebbe a fermarsi e fare un respiro nella vita, fermarsi». 

«Però – ha proseguito Francesco – ci accorgiamo che questa parola, una volta accolta in un contesto cristiano, assume una specificità che non dev’essere cancellata. Meditare è una dimensione umana, necessaria, ma meditare nel contesto cristiano va oltre. La grande porta attraverso la quale passa la preghiera di un battezzato – lo ricordiamo ancora una volta – è Gesù Cristo. Per il cristiano la meditazione entra dalla porta di Gesù Cristo. Anche la pratica della meditazione segue questo sentiero. Il cristiano, quando prega, non aspira alla piena trasparenza di sé, non si mette in ricerca del nucleo più profondo del suo io, il cristiano cerca un’altra cosa, la preghiera del cristiano è anzitutto incontro con l’Altro con la A maiuscola: l’incontro col trascendente, con Dio. Se un’esperienza di preghiera ci dona la pace interiore, o la padronanza di noi stessi, o la lucidità sul cammino da intraprendere, questi risultati sono, per così dire, effetti collaterali della grazia della preghiera cristiana che è l’incontro con Gesù». 

Sono tanti, ha detto ancora il Papa, i metodi di meditazione cristiana: «Alcuni molto sobri, altri più articolati; alcuni accentuano la dimensione intellettiva della persona, altri piuttosto quella affettiva ed emotiva. Sono metodi, tutti sono importanti e tutti sono degni di essere praticati, in quanto possono aiutare – ha scandito il papa – l’esperienza della fede a diventare un atto totale della persona: non prega solo la mente, prega tutto l’uomo, il totale della persona, non prega solo il sentimento, tutto». La «grazia della preghiera cristiana», ha proseguito, è che «Cristo non è lontano, ma è sempre in relazione con noi. Non c’è aspetto della sua persona divino-umana che non possa diventare per noi luogo di salvezza e di felicità. Ogni momento della vita terrena di Gesù, attraverso la grazia della preghiera, può diventare a noi contemporaneo. Grazie allo Spirito Santo, la guida, anche noi siamo presenti presso il fiume Giordano, quando Gesù vi si immerge per ricevere il battesimo. Anche noi siamo commensali alle nozze di Cana, quando Gesù dona il vino più buono per la felicità degli sposi. È lo Spirito Santo che ci collega con questi misteri di Cristo perché nella contemplazione di Gesù facciamo l’esperienza della preghiera per unirci di più a lui. Anche noi assistiamo stupiti alle mille guarigioni compiute dal Maestro. E nella preghiera tutti noi siamo il lebbroso purificato, il cieco Bartimeo che riacquista la vista, Lazzaro che esce dal sepolcro… Anche noi siamo guariti nella preghiera, anche noi siamo risorti, perché la preghiera di meditazione, guidata dallo Spirito Santo, ci porta a rivivere questi misteri della vita di Cristo e a incontrarci con Cristo e dire “Abbi pietà di me”, entrare in quel dialogo con Gesù. Non c’è pagina di Vangelo in cui non ci sia posto per noi. Meditare, per noi cristiani, è un modo di incontrare Gesù. E così, solo così, di ritrovare noi stessi. Non è un ripiegamento su noi stessi – ha concluso il Papa – è andare da Gesù e da Gesù incontrare noi stessi guariti, risorti, forti per la grazia di Gesù, incontrare Gesù salvatore di tutti, anche di me, e questo grazie alla guida dello Spirito Santo».

Lettera Giovanni Paolo II alle Donne

Lettera Giovanni Paolo II alle Donne

Riflessioni per il Mese Mariano dedicato a Maria

“A ciascuna di voi e a tutte le donne del mondo indirizzo questa lettera nel segno della condivisione e della gratitudine.” inizia così la lettera di Giovanni Paolo II scritta il 29 giugno 1995, Solennità dei Santi Pietro e Paolo, in vista della IV Conferenza Mondiale sulla Donna. Papa Wojtyła, sempre attento ad utilizzare parole capaci di arrivare dritto al cuore, con questa lettera si rivolge direttamente ad ogni donna. Papa Giovanni Paolo II con questa missiva voleva riflettere sui problemi e le prospettive della condizione femminile nel mondo, soffermandosi in particolare sul tema essenziale della dignità e dei diritti delle donne.

Vi proponiamo un estratto video della lettera Parte Prima

LETTERA DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II ALLE DONNE parte prima

Lettera del Papa Giovanni Paolo II alla donna

Cos’è l’amore? Il significato nelle parole di Giovanni Paolo II

Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.

Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.

Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.

Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del « mistero », alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.

Grazie a te, donna-consacrata, che sull’esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio, aiutando la Chiesa e l’intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta « sponsale », che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.

Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Audio Video Voce Marilena Marino realizzazione Vocedivina.it

Strumenti per la Consegna: 8 – Volume e Proiezione del Suono

Strumenti per la Consegna: 8 – Volume e Proiezione del Suono

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Nell’Assemblea liturgica tutti meritano di ascoltare la parola di Dio nel migliore dei modi. Per ottenere questo è necessario parlare ad alta voce e chiaramente in modo che le persone dell’ultima fila possano sentire e capire bene, considerando anche le persone più anziane con un udito meno sensibile.

Il volume è dato dall’ampiezza dell’onda sonora che imprimiamo con la nostra voce e che può essere modulato e variato per riflettere più precisamente il carattere dell’idea che viene letta.

Il volume dipende dalla potenza di fiato con cui carichiamo il suono che esce dalla nostra bocca; quanto più fiato impieghiamo quanto maggiore sarà il volume ottenuto.

Al contrario se smorziamo la forza di uscita del nostro fiato minore sarà la potenza del volume della nostra voce.

La lettura in pubblico richiede anche che si parli con un volume più alto di quello che si userebbe nella comune conversazione, anche in presenza di un microfono.

Di fronte ad un pubblico, bisogna sempre parlare rivolgendosi alle persone dell’uditorio che sono più lontane, sia per aumentare la “portata” della voce, sia per abbracciare con il nostro sguardo l’intera assemblea.

Quindi il lettore uscirà con un volume più debole in determinati passi più intimi e delicati del discorso e più forte e imperativo nei testi più aggressivi. Spetta al lettore con uno studio preventivo o attraverso la creatività personale di individuare il carattere del brano che leggerà e usare le giuste variazioni di volume.

A volte determinate “condizioni ambientali” richiedono di utilizzare un volume vocale più forte è impegnativo. Se lo spazio liturgico è munito di un adeguato sistema di amplificazione sonora la preoccupazione per il volume sonoro della propria voce è più agevolata; i microfoni e i sistemi di diffusione sonora possono aiutarci e se utilizzati bene possono dare man forte ad apportare importanti modifiche alla voce.

Quando il testo richiede di parlare molto forte ti consiglio di “allontanarti” un poco dal microfono ma quando invece c’è un brano che va presentato a bassa voce il consiglio è quello di avvicinarti al microfono.

Anche Gesù avrà usato un volume di voce molto potente quando rovesciò i tavoli dei cambiavalute nel tempio e forse arrivando pure a gridare; in altre situazioni Gesù “sussurra” con parole molto gentili e misericordiose qualcosa di personale agli apostoli.

Quindi un volume “debole” suggerisce il raccoglimento di un brano soffuso e delicato; un volume forte caratterizza un brano con parole scagliate come rimproveri o come decise affermazioni.

Quindi è importante usare il volume della voce nel modo più coerente; ma spesso questo viene utilizzato male o addirittura completamente dimenticato, conferendo alla lettura una modalità assolutamente monotona, debole, sciatta, senza espressione, senza emozione.

Un’altra componente per il volume della voce è la spinta del flusso d’aria tra le corde vocali. Il volume si ottiene anche attraverso la “direzione” che imprimiamo all’aria che esce dalla nostra bocca.

Importante ricordare che il suono si trasmette verso chi ascolta attraverso onde acustiche che mettono in vibrazione l’aria e, per fare un esempio che rende l’idea, le onde acustiche sono come quei cerchi concentrici che si creano quando gettiamo un sasso nell’acqua.

Cioè se leggiamo a testa bassa con la bocca che punta sul libro poggiato sull’ambone, la spinta dell’aria che esce dalla nostra bocca si infrange sull’ambone, sullo stesso libro e la potenza del volume di dimezza sensibilmente e sicuramente non arriva in fondo alla sala e facendo così forse nemmeno dirigiamo le nostre onde acustiche verso il microfono che ci sta davanti.

Diverso invece se la nostra bocca è diretta verso l’ultima fila dell’Assemblea e il microfono è ben direzionato in mezzo a questa traiettoria. L’Assemblea udrà la nostra voce certo dai diffusori acustici della chiesa, ma anche una parte del suono naturale della nostra voce arriverà direttamente agli ascoltatori specialmente quelli delle prime file di sedute.

Questo possiamo descriverlo come la Proiezione o

la “Spinta della nostra voce” verso chi ascolta.

Anche la respirazione va considerata!

Certo è un’azione che ormai facciamo involontariamente senza pensarci; ma dobbiamo considerare che ogni suono o parola che produciamo avviene esclusivamente nel momento della “espirazione” cioè quando spingiamo fuori l’aria dai polmoni.

È importante considerare che c’è un momento in cui: non possiamo parlare né emettere alcun suono, e questo è nella fase della “inspirazione”, cioè quando immettiamo l’aria nei polmoni. Nella fase successiva quando spingiamo fuori quest’aria allora facciamo vibrare le corde vocali e possiamo parlare, cantare, mugolare, piangere o emettere qualsiasi suono.

Questo per dire che è molto importante nelle pause della lettura ricaricare rapidamente e con molta forza l’aria dentro ai nostri polmoni per ottenere poi una voce con un volume più potente e una emissione dei suoni più duratura. Se non “inspiriamo” adeguatamente la nostra forza di voce sarà debole e poco efficace.

Il Lettore deve calcolare bene le “pause” e sfruttarle sapientemente per ricaricare continuamente l’aria nei polmoni ed avere una riserva pronta al momento di sostenere la voce con la forza sufficiente.

Ma come si fa a creare e controllare un forte flusso d’aria costante dalle profondità dei polmoni? Se hai preso qualche lezione con insegnanti di canto sicuramente avrai fatto qualche esercizio con il diaframma.

Santa Monica

Se ti eserciti a parlare con il diaframma prendi consapevolezza dell’importanza di questo muscolo e della sua funzione che, nell’inspirazione si contrae, facendo spazio all’aria nei polmoni e nell’espirazione, controllando la sua forza e la velocità di espansione, imprime la giusta spinta d’aria per formare e proiettare all’esterno i suoni delle parole.

Quindi nelle pause è importante prendere tanta aria, il più rapidamente possibile, evitando rumori strani dell’inalazione che potrebbero essere ripresi e amplificati dai microfoni. Per fare questo è importante tenere ben aperti i passaggi d’aria della bocca e del naso.

Anche la gola deve essere rilassata e ben aperta!

Una gola stretta potrebbe causare dei sibili fastidiosi durante l’inalazione e nel momento di parlare può produrre un suono opaco e nasale che poi uscendo molto dal naso non riesce a proiettarsi in direzione dell’Assemblea.


Per esercitarsi ed annotare queste variazioni di volume possiamo usare le abbreviazioni tipiche musicali; ma anche dei valori numerici da appuntare sotto le parole o le frasi da leggere.

Ecco una tabella esemplificativa:

Simbolo musicale

valore numerico

Livello di intensità

fff

9

più forte possibile

ff

8

fortissimo

f

7

forte

mf

5

mezzo forte

p

3

piano

pp

2

pianissimo

ppp

1

più piano possibile

crescendo <<

123

graduale aumento dell’intensità

diminuendo >>

321

graduale diminuzione dell’intensità

Segue ora un’esercitazione su un brano del Vangelo di Matteo, Capitolo 5 dal versetto 13 al 29.

Sotto alle parole annoteremo dei numeri per indicare il Volume della voce e questi saranno dei “suggerimenti” per pronunciare le parole con una certa intensità.

Successivamente, prendi un brano a tuo piacere e prova a rifare una esercitazione di questo tipo annotando i livelli di Volume che ti sembrano più adatti.

Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e

—————–7——————–5——————————–( 1 2 3 <<<)—————————————–

molti sono quelli che entrano per essa;

—-3———————————————

quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli

————3———————————-5————————————-7—————3——5——3———

che la trovano!

——————–

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci.

———–8———————————3——————————2—————————7———–

Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?

————-5—————————-(>>>3 2 1 )——————————————–5—-

Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi;

—–3—————————————————–2—————————————————

un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.

—–5————————6—————-3——————————-5———————3————

Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.

———–7—————————————————–8——————–9——-

Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.

————5——————————————

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del

7—————————-3———–6———-4———————————-3——————5——–

Padre mio che è nei cieli.

—-7——————–6—–

Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e

—5——————————————7———-5———-3——————————————-5——

cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?

—————————-7—————–8—————–6————–5———–

Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.

–3——————————5———————7————-8———–5———-4———————

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha

3———-5———6————–4——————–2———————-5————————————

costruito la sua casa sulla roccia.

——-7————————-8——

Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa

—-2———————-3————————-5————————7——————————–3——

non cadde, perché era fondata sopra la roccia.

——–5———————–4—————-5——

Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha

——5——————————————-3——————————-7———————-8——–3—-

costruito la sua casa sulla sabbia.

—————-5—————–6——

Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa

——-2———————3———————–5—————————-7—————————-3——-

cadde, e la sua rovina fu grande».

—5—————–6————7—–

Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento:

–3——————————————————————-5——–3———————————

egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

2—————————————5—————–6——-4————————-

 

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

MINDFULNESS: VA CONTRO LA RELIGIONE CATTOLICA?

MINDFULNESS: VA CONTRO LA RELIGIONE CATTOLICA?

Autore Alberto Pellai da FAMIGLIA CRISTIANA.it

Abbiamo quattro figli. La nostra è una vita frenetica. A volte mi sembra di impazzire. Essere mamma dei miei quattro figli è la cosa più bella e significativa che mi è capitata nella vita, ma è anche tanto faticoso, a volte troppo per le mie capacità. Mio marito lavora moltissimo e io non ho nessuno che mi può aiutare e sostenere. È tutto sulle mie spalle. Lo scorso anno nella mia città hanno inaugurato un corso di mindfulness. Mi sentivo stremata e a volte mi rifugiavo nel cibo. Così, leggendo la proposta di quel corso, ho deciso di iscrivermi. Mi ha aiutato molto, ma nella mia parrocchia alcuni genitori hanno cominciato a criticare questa iniziativa. Poiché la mindfulness è basata su tecniche di meditazione di ispirazione buddhista, hanno detto che è qualcosa che va contro la religione cattolica. Anche mio marito ha sollevato qualche perplessità. Io vorrei proseguire con questa attività perché sento che mi aiuta a ritrovare serenità ed energia e anche ad avere un miglior rapporto con il cibo.

CRISTINA

—————————————–

— Gentile Cristinala mindfulness è una “pratica” molto popolare oggi, proposta sia in ambito preventivo per migliorare l’equilibrio psicofisico delle persone che in ambito clinico, essendosi rivelata un approccio terapeutico efficace per alcune patologie di natura psicologica. Essa aiuta l’individuo a raggiungere la consapevolezza di sé, come recita il sottotitolo di Mindfulness di Lambiase e Marino (San Paolo), un’ottima guida che la descrive e spiega come questa pratica aiuti a riprendere il controllo della propria mente, spesso travolta e “stravolta” da un rimuginìo ininterrotto, da un’iperattivazione che non trova mai requie, da un’ansia anticipatoria che a volte si rivela difficile da gestire.

La mindfulness – la consapevolezza che emerge dal porre attenzione al momento presente sospendendo il giudizio – è una strategia mentale che consiste nell’uso intenzionale, focalizzato e non giudicante dell’attenzione, che nella vita quotidiana è invece sempre più distratta e inconsapevole. La mindfulness costituisce una risposta alle difficoltà che insorgono in un’era come la nostra, dominata dalla distrazione e dalla velocità e dove lo sviluppo tecnologico ci ha reso intolleranti, insoddisfatti e incapaci di accettare i limiti. La mindfulness affonda le sue radici nelle grandi tradizioni culturali del passato, disseminate tra Oriente e Occidente, e non è legata a una religione o a una determinata corrente spirituale. Per questa ragione, Emiliano Lambiase e Andrea Marino sviluppano con particolare attenzione il rapporto tra la mindfulness e la dimensione spirituale cristiana.

Related Articles

Articoli correlati

Strumenti per la Consegna: 7 – Il Timbro o Colore

Strumenti per la Consegna: 7 – Il Timbro o Colore

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Uno dei più importanti elementi espressivi della voce è il timbro o detto anche il colore.

È un pò difficile definire il colore perché mentre per gli altri elementi abbiamo dei criteri con quantità più misurabili; per questa componente siamo davanti a qualcosa di imponderabile fisicamente, paragonabile a un’emozione, a un sentimento.

L’effetto che produce la modifica del Timbro è quello del cambio di sonorità o di voce all’interno di una frase in modo che il testo proclamato assume un determinato valore espressivo che forse la punteggiatura non riesce a connotare perfettamente.

Per comprendere meglio il timbro possiamo fare un paragone con le immagini: cioè quando leggiamo in silenzio un testo scritto, gli occhi fanno da porta di ingresso per la Parola alla nostra coscienza umana; come se fosse una fotografia in bianco e nero.

Leggere ad alta voce la Parola aggiunge una dimensione che anche le orecchie ricevono, quindi è come se questa foto unidimensionale, ferma e silenziosa si trasformasse in un filmato in bianco e nero ma con l’aggiunta del sonoro.

Quando questa Parola viene letta è proclamata con il timbro e il colore giusto associato alla voce molte altre “dimensioni” comunicative si aggiungono alle immagini e all’audio e il tutto diventa come un “film a colori” multidimensionale che ha una capacità maggiore di trasmettere emozioni e sentimenti profondi.

Il lettore che legge la parola di Dio deve impegnarsi a dare colore, ad interpretare la lettura: l’importante è farlo nel modo giusto, cioè con estremo senso della misura. Non si può leggere in modo piatto, come se non c’interessasse ciò che presentiamo, al contrario, dobbiamo mettere tutto il nostro slancio, il nostro entusiasmo, la nostra gioia di annunciatori della Parola. Ma non si deve nemmeno eccedere nel colore, nell’interpretazione forzata, per il solo timore d’essere monotoni o per voler dare un taglio troppo personale.

Il colore dev’essere calibrato in funzione del tipo di lettura, dell’Assemblea che abbiamo di fronte, e altre variabili particolari.

È importante aiutarsi ed immedesimarsi cercando d’immaginare, sia prima sia durante la lettura, la scena che viene descritta nel brano che stiamo leggendo.


Un timbro ed una interpretazione diversa vanno date invece nell’omelia, o nelle iniziali o finali parole di saluto, nelle monizioni e nelle introduzioni; cioè nei momenti dove ci esprimiamo con pensieri e parole nostre personali allora è necessario usare una formula interpretativa più individuale, allo scopo di rendere i nostri interventi più convincenti ed ascoltati.

Se il Lettore usa in modo appropriato il Timbro questo può imprimere alla Parola alcune di queste caratteristiche positive:

Connotare un’atmosfera dove il messaggio può essere trasmesso in modo efficace.

Intrattiene l’ascoltatore coinvolgendolo in modo costruttivo spiritualmente.

Esprimere sentimenti, emozioni e stati d’animo per trasmettere l’essenza spirituale della Parola.

È quindi uno strumento efficace per convertire la “lettera” in pensieri spirituali e in “lettere Vive”.

Il timbro quindi si può paragonare a un “sentimento”; cioè la voce riflette e trasmette a chi ascolta “l’immagine sonora” di uno stato d’animo. È la particolare modulazione con cui noi articoliamo la voce per pronunciare frasi o parole.

La tonalità della nostra voce è una qualità unica specifica di ogni voce, ma questa ha la capacità di trasmettere la natura soggettiva o spirituale della parola di Dio.

La combinazione di queste coloriture sarà un risultato vocale unico di ciò che il lettore sente o pensa emotivamente di quel testo.

Dare una coloritura a dei testi o discorsi di cui noi stessi siamo gli autori certo risulterà molto più facile, perché è legata intimamente alla nostra personalità emotiva ed intellettuale; ma leggere brani di altri e soprattutto brani sacri e dare un’immagine sonora limpida e comprensibile è un compito ben più complesso.

Nel caso della lettura dei brani sacri coesistono due personalità, quella dello scrittore autore principale e quella del lettore; il risultato ottimale è quello che nessuna delle due personalità venga “mortificata”.

Il lettore dovrà quindi individuare e verificare i punti essenziali del testo sacro, quelli che contengono parole significative di importanza superiore alle altre e cercare di restituire la Parola con una calibrata misura interpretativa, evitando di farlo con ritmi eccessivi, ma puntare ad armonizzare il tutto valorizzando l’idea di base del testo.

Nella comunicazione è bene evitare una lettura sfilacciata, noiosa, fredda che fa notare il disinteresse del lettore, un tono di voce piatto monotono o cantilenante fa sicuramente distrarre chi ascolta fino ad annoiarlo. Ma anche evitare una lettura “cantante”, cioè ricca d’inflessioni non necessarie, con un Timbro innaturale o con cadenze sempre uguali, un pò falsa, forzata. Allo stesso modo evitare una lettura enfatica, cioè piena di “troppo” calore, che diventa enfasi scolastica, cioè esprime solo freddo convenzionalismo.

Quindi per connotare e mettere in risalto certi stati d’animo o i sentimenti che la parola di Dio vuole esprimere bisogna cambiare con un dosaggio misurato il timbro o il colore della voce: un argomento “triste” richiederà un tono più basso, un argomento “esaltante” al contrario un tono più brillante e gioioso.

Santa Monica

Il Timbro o colore è uno degli strumenti più complessi ma anche più difficili da controllare. Quindi per questa missione non bisogna ricercare forzatamente un colore, un timbro esagerato; ma il lettore esperto ed educato saprà dosare la sua interpretazione senza che il troppo zelo personale tenda a sporcare e complicare la comunicazione invece di renderla più limpida e diretta.

Il metro sarà il gusto, la sensibilità, il senso estetico, che guideranno il lettore alla ricerca del giusto equilibrio dei chiaroscuri e delle inflessioni vocali di cui il testo avrà bisogno.

Il potere di questa missione potrebbe anche spaventarci in quanto ci avvicina alle emozioni che gli scrittori della parola devono aver provato mentre fissavano su carta le ispirazioni di Dio.

Ma quando riusciamo a “sentire” l’emozione che hanno avuto questi scrittori della Parola, dovremmo sentirci onorati e persino obbligati ad imprimere il nostro contributo vocale ed esprimerlo nella nostra lettura.

Immagina le volte in cui Gesù nella Parola, prima di guarire le persone, provava qualcosa di particolare che viene descritto così… “aveva compassione di loro”; questa descrizione ci fa immaginare come doveva essere evidente nel suo modo di parlare e nel suo timbro di voce questa compassione mentre si rivolgeva a loro. Ecco ora, anche tu sei incaricato ed onorato di presentare la parola di Dio all’Assemblea con lo stesso atteggiamento di compassione.

Il tuo timbro di voce attraverso la Parola può evocare sentimenti complessi e profondi che possono essere determinanti per aiutare chi ti ascolta a comprendere in profondità le intenzioni e l’ispirazione di Dio.

Se vogliamo che i nostri ascoltatori sperimentino la conversione dello spirito, il nostro impegno nella lettura deve essere veramente serio e chi ci ascolta deve “sentire” l’ispirazione che pervade la nostra proclamazione e percepire una concreta elevazione spirituale.

Questi sentimenti per essere veramente efficaci devono essere, vissuti e genuini; non possono essere una ipocrita “performance teatrale”. Il servizio del lettore deve partire dal cuore, dal nostro sentimento autentico, vissuto, nel messaggio che stiamo proclamando.

E attenzione a non cadere nel versante opposto quello di paralizzarsi e non usare le proprie capacità interpretative del timbro perché le riteniamo irrispettose, o ci sembra di essere troppo melodrammatici, o che la Parola è così “pia” che meglio leggerla in modo freddo, o che siamo timidi e impacciati, o che non abbiamo mai sentito altri che la leggono in modo così impegnato o peggio ancora perché non capiamo bene quello che la lettura vuole dirci……….. in questi casi forse è meglio che rinunci a svolgere questa missione!

Il timbro o colore può assumere sfumature estremamente diverse.

Esempio di frasi….

da te, proprio non me l’aspettavo…..”

vai via! non voglio più vederti!….”

perché torni a quest’ora? dove sei stato? ….”

non ne posso più!…”

sei una persona molto particolare…..”

Il timbro o colore può connotare le frasi appena elencate con sfumature estremamente diverse.

La stessa parola o le frasi scritte sopra si possono dire in 100 modi diversi se impostiamo originali coloriture timbriche.

Prova, per sperimentare le varie possibilità, a pronunciare qualche frase connotandola con questi “colori”, con questi aggettivi qui sotto riportati:

Neutro dolce allegro incerto meravigliato arrogante disperato affettuoso bonario scherzoso drammatico solenne grave implorante umile minaccioso fiero ironico cordiale amoroso sincero malizioso romantico narrativo indifferente aggressivo violento volgare triste affermativo ansioso conclusivo interrogativo esplicativo sensuale squillante solenne bonario convincente imperioso afflitto lacrimoso iroso stupito arrabbiato angosciato apatico autoritario audace traditore brillante caustico attento compassionevole condiscendente fiducioso confuso oscuro ingannatore ribelle umiliante disperato disapprovante disgustato disprezzante sgomento sbrigativo irrispettoso dubbioso desideroso accattivante energico entusiasta frustrato grato altezzoso esitante impotente speranzoso impaziente incredulo indignato intrigante gioioso leggero razionale soddisfatto supplichevole elogiante meravigliato isterico sconsolato affettuoso scocciato cordiale imbarazzato amareggiato contrariato conciliante rasserenato……………

Ma la lista, come capite, potrebbe continuare aggiungendo anche connotazioni miste, unendo due o tre parole per descrivere nel dettaglio queste infinità di coloriture che possiamo dare ad una stessa frase.

Quindi gli scrittori delle sacre parole, nel modo in cui scrivono, possono suggerirci degli “indizi sul tono”, il colore, del brano ispirato da Dio.

Le frasi della Scrittura a volte cercano di descrivere i personaggi di una storia o particolari situazioni, emozioni, ruoli, comportamenti, temperamenti, motivazioni, personalità, umore e così via.

Il compito del lettore è quello di aiutare ad esprimere questa “colorazione” e trasmetterla a chi ascolta con l’impostazione del proprio timbro di voce nella proclamazione.

Riassumendo la Strategia pratica è :

1 – Capire a fondo il significato del testo

2 – Rileggerlo più volte silenziosamente

3 – Esercitarsi con la voce a trovare la giusta intonazione per esprimere quei sentimenti.

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

Greenpeace

Greenpeace

Video di fine anno 2022 - Greenpeace

Ovunque tu sia su questo grande pianeta blu, chiunque tu sia e comunque tu viva la tua vita, una verità è universale: la Terra è casa e appartiene a tutti noi. Amiamo le cose importanti. Per le sfide future: coraggio. Per le lotte interne: la pace. E per ognuno di noi che sogna, desidera e lotta per un futuro più verde, più pacifico e più equo per tutti.

Strumenti per la Consegna: 6 – Trova o ritrova la tua Voce!

Strumenti per la Consegna: 6 – Trova o ritrova la tua Voce!

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Arrivati a questo punto consideriamo più nel dettaglio le tecniche, ovvero mi riferisco a tutti quegli strumenti particolari che ogni uomo utilizza per comunicare le proprie idee.

Gesù nella sua missione sulla terra ha usato le modalità semplici umane della parola, utilizzando la propria voce in mezzo alle folle in parabole o, nei momenti più colloquiali, nei dialoghi con gli apostoli.

Queste modalità semplici di Gesù con le parole, con il proprio corpo, con le proprie emozioni sono state lo strumento principale per spingere ogni persona alla conversione e al proprio progresso spirituale.

Ogni lettore dovrebbe quasi intimorirsi considerando che Dio ha predisposto le cose perché: con la bocca, con il corpo, con la mente e il nostro spirito potessimo aiutare altre persone a progredire nel personale cammino spirituale.

Il lettore per le sue comunicazioni utilizza ogni suono che esce dalla propria bocca e anche tutto quello che il proprio corpo comunica e anche quella parte emozionale individuale che l’oratore o il lettore trasmette mentre svolge la sua funzione.

Sottolineo ancora che il lettore non sta facendo uno spettacolo teatrale ma sta svolgendo una missione di un’importanza trascendentale e cioè “serve” la parola di Dio che ha il potere di salvare, che ha il potere di convertire, il potere di guarire lo spirito dell’uomo.

Questa è una missione importante! Il lettore, come dicevamo, fa da intermediario tra Dio e l’uomo; quindi va da sé che la sua responsabilità in questo ministero è alta per cui va messo il massimo impegno per catturare l’attenzione dell’Assemblea e coinvolgerla più possibile nei progetti predisposti da Dio.

Il Cristiano spesso veniva rappresentato nei dipinti come una persona con un orecchio molto grande e aperto: una persona che ascolta! Ma anche se la potenza dello Spirito di Dio potrebbe compiere qualsiasi miracolo su ogni uomo, Dio ha predisposto le cose in questo modo, cioè una modalità di parlare all’uomo attraverso le sue parole scritte nelle Sacre Scrittue ma che quotidianamente hanno bisogno per farsi carne di essere proclamate da un lettore nell’Assemblea.

Un lettore preparato può indurre l’Assemblea ad aprire l’orecchio dell’ascolto e farlo rimanere concentrato sulla Parola destinata alla coscienza di ogni uomo.

Ogni lettore è un esempio di coincidenza dell’umano con il divino se riesce ad avere un benefico effetto sulla condizione umana. Il Lettore deve superare ogni ostacolo e ogni distrazione che l’Assemblea possa avere.

La missione di ogni lettore è catturare la tensione spirituale di ogni persona nel momento liturgico in cui proclama dall’ambone la parola di Dio.

Considerando l’importanza di questa missione è altrettanto importante avere la padronanza degli strumenti espressivi della nostra voce ed essere lettori efficaci altamente qualificati nell’uso di ogni Carisma speciale che Dio ha messo a nostra disposizione.

Potremmo pensare che Dio non ha nessun bisogno di tutti questi sforzi, di tutte queste tecniche che suggeriamo di apprendere in questo libro, per comunicare le sue idee Divine. Certo Dio potrebbe non aver bisogno di niente, di nessuna chiesa, di nessun servizio religioso, di nessun libro, di nessun sermone, o di nessun lettore… ma resta il fatto che Dio dall’inizio ha istituito questa modalità continuando la tradizione degli Ebrei nelle sinagoghe e cioè di servirsi di Lettori umani che trasmettano la sua speranza spirituale ad altri essere umani.

Ogni lettore deve impegnarsi davanti a Dio per fare un uso appropriato completo e professionale di ogni strumento espressivo, di ogni Carisma spirituale e umano in proprio possesso per collaborare in questa missione.

E allora questo non può presentarsi all’ambone pensando che quello che deve fare è “solo” leggere un qualsiasi testo in modo semplicistico.

L’importanza di questo incarico è molto più impegnativa, poiché deve essere in grado di convogliare tutte le emozioni nella sua voce, partecipando anche se in modo impercettibile con il corpo, avere una chiara comprensione del brano e controllare la propria voce per proclamare adeguatamente la Parola.


Questa azione è molto più difficile di quello che può fare un attore di teatro che ha più libertà espressiva e un ventaglio di azioni più individuali. Ma il lettore sta presentando una Parola Divina in un certo senso incarnando una funzione sacramentale per cui deve controllare con sapiente equilibrio ogni singola parola e azione che compie di fronte all’Assemblea.

Per concludere questa introduzione una domanda diretta a te che leggi:

ma tu in che misura e fino a che punto sei disposto a utilizzare e perfezionare tutti gli strumenti per la consegna e la lettura della parola di Dio?”


Dopo questa provocazione imbarazzante la strada che si apre è quella di TROVARE o RITROVARE la tua VOCE.

Sulla base di una corretta respirazione, si tratta di utilizzare al meglio le possibilità del tuo apparato vocale. Una buona voce dev’essere corposa e non debole, sicura e non tremolante, calda ma non acuta e stridente.

Per evitare, voci “ingoiate”, gutturali o nasali, occorre apprendere le funzioni dei nostri risonatori naturali (cavità orale, seni nasali, ecc.).

writing writer notes pen notebook 923882

Per ottenere, una voce veramente personale, ciascuno dovrebbe individuare in quale registro (acuto, medio o grave) essa risuona più naturalmente. Solo attraverso una serie di esercizi specifici si possono ottenere risultati apprezzabili. Per andare più nel concreto possiamo affermare che:

La tua voce naturale e autentica è quella che usi durante

una conversazione normale parlata.

Le persone hanno bisogno di essere se stesse. Cerca di essere la persona che sta gustando un pasto, parlando di qualcosa di semplice in famiglia e godendosi la vita durante una vacanza. Quella voce sarà la più efficace, autentica e convincente.

Ciascuno ha la sua tonalità. Attorno ad essa la voce può variare dal grave all’acuto per esprimere la vasta gamma degli atteggiamenti e dei sentimenti umani. Un lettore idoneo deve esercitarsi su testi diversi per riuscire a trovare la voce che meglio si addice ai singoli brani.

Quindi quando accade che veniamo eletti e nominati per fare il servizio del lettore possiamo già avere un’esperienza strana sentendo la nostra voce amplificata dall’impianto sonoro della chiesa. Alcuni possono percepire come che sia “estranea” da loro stessi la voce che gli ritorna dai diffusori mentre sta leggendo o altri invece si meravigliano di sentire una così bella voce amplificata che stentano a riconoscersi.

Oltre a questo possono aggiungersi altre cause che potrebbero indurti ad “impostare” artificialmente o “teatralmente” o peggio quasi “radiofonicamente” la tua voce! Questo poi suonerà un pò innaturale e falso soprattutto per chi già ti conosce nella vita di tutti i giorni.

Altre cause possono innescarsi: dal fatto di sentirsi semplicemente a disagio nel momento di parlare in pubblico; o avere un timore reverenziale consideriamo che stai leggendo degli strani scritti un pò arcaici e per di più opera di Dio!

Altri motivi per non essere naturali, potrebbero essere il leggere troppo lentamente o velocemente o con voce cupa o poco comprensibile o troppo arrogante o troppo sacra o troppo tranquilla o troppo dolce o senza conferire la adeguata autorità.

E ancora dare troppo ascolto ai consigli degli “specialisti” che ti diranno come non deve o come deve “suonare” la tua voce quando leggi e quindi perdersi nei labirinti dei suggerimenti contrastanti degli amici e conoscenti. E peggio ancora dare troppa corda al proprio ego considerandosi migliori degli altri e anche più ”santi” e degni di tutti!

Il pericolo, per concludere, è che ognuno può immettere una certa parte del proprio modo di essere che disturba e distrae l’ascoltatore e fa sembrare la Voce del Lettore come innaturale, e questo trasmette falsità: perché siamo fuori o lontani dal nostro carattere normale.

In questi modi elencati sopra non saremo dei “testimoni” veri e dei “servitori” della parola di Dio.

Cosa fare?

Ascoltati: come sei al naturale quando parli con i tuoi amici con la tua famiglia o al lavoro. Registrati con un telefono durante le normali conversazioni familiari, senza pensare che ti stai registrando.

Poi registrati mentre proclami una lettura.

Confronta le due registrazioni e analizza le modalità differenti che usi, come usi le pause, il timbro, la velocità, l’intonazione e come esponi ritmicamente le frasi e in che modo riesci a comunicare le emozioni che provi.

Fai sentire le registrazioni a qualche amico sincero che possa aiutarti a rilevare le differenze: se ce ne sono poche stai andando bene; se invece trovi molte diversità devi lavorarci un pò e in questa sezione del libro cercheremo di aiutarti.

Una precisazione, per chi non ha mai fatto l’esperienza di registrare la propria voce e risentirsi. Ti avverto subito, quando ascolti te stesso registrato per la prima volta, odierai la tua voce. Il motivo è che quando parli con qualcuno, senti la tua voce in due modi diversi allo stesso tempo.

La voce esce dalla tua bocca e attraverso l’aria rimbalza sulle pareti e sui mobili e torna nel tuo orecchio. Ma allo stesso tempo, ti ascolti anche internamente. Questo avviene attraverso le ossa e i muscoli del collo, della testa e dell’orecchio. Il suono si conduce e trasmette tra i tuoi organi e viaggia più lentamente del primo. Ha un suono di basso smorzato. Se ti copri le orecchie con le mani e parli, sentirai come è la versione “interna” della tua voce.

Quando combini i due modi, ecco quella è la voce che sei abituato a sentire. Se ti registri e lo riproduci, senti solo la versione “esterna” della tua voce, che suona molto più metallica.

Dopo aver ascoltato il timbro della tua voce, analizza anche se ci sono difetti di pronuncia che il nostro modo di parlare colloquiale lascia passare nelle relazioni sociali; controlla se la grammatica viene sbagliata; se ci sono pesanti inflessioni regionali; e se le nostre parole sono ben scandite oppure qualche sillaba viene “bruciata” soprattutto nelle finali.

Insomma controlla se il tuo modo “naturale” di parlare non si sia impigrito in vizi di pronuncia o in modi colloquiali un pò troppo sregolati. Dobbiamo essere naturali, ma senza essere artificiosi o formali; dobbiamo indossare il ruolo che ci compete con eleganza e sentirci a nostro agio in modo che anche l’Assemblea percepisca questo nostro atteggiamento e si senta a suo agio per assorbire il messaggio della Parola.

Questo incarico è un dono prezioso, stai servendo la parola di Dio, non sono le tue parole quindi non devi AGGIUNGERE nulla e nemmeno TOGLIERE nulla, devi solo “proclamare” con la tua Voce.

Trova la tua vera voce, ma anche quella che stimola la tua passione. La voce che usi ogni giorno (il modo in cui parli, il modo in cui presenti le tue parole, il vocabolario che usi, tutto ciò che fai a un livello normale e colloquiale) ha un valore comunicativo immenso.

Una volta che hai trovato la tua voce, devi ascoltare te stesso.

E tu? Come pensi di essere?

Per svolgere seriamente l’incarico del Lettore, resta comunque un fatto:

che dovrai essere te stesso!

Ma raggiungere una prestazione seria e veritiera, significa ritagliarsi la propria nicchia e attingere a ciò che ti rende unico e ti distingue dagli altri. E oltre a sbloccare le riserve di fiducia, TU STESSO dovrai tenere a bada: delusioni e critiche che possono arrivarti.

Proclamare la Parola significa portare all’Assemblea la tua vera esperienza umana e le sue emozioni. Quindi, per farlo in modo autentico, dovrai attingere alle tue esperienze ed emozioni di vita. Più sarai naturale nella lettura e meno aggiungerai degli elementi personali ed egocentrici nella lettura lasciando così la parola di Dio in primo piano.

L’Assemblea deve essere messa a proprio agio con la nostra lettura, deve sentire che siamo persone naturali genuine e che ispiriamo fiducia, che affrontiamo questo incarico con sapienza e sincerità.

È così che renderai il tuo servizio credibile di fronte a tutti; ti impegni a connetterti con gli esseri umani e le persone a un livello ultra-personale. L’unico modo in cui puoi farlo è cercare la tua verità e convincere chi ascolta della tua coerenza.

È per questo che le tematiche di questo libro possono spesso sembrare una tortura emotiva e una terapia allo stesso tempo: dobbiamo cercare in profondità dentro di noi, a volte in luoghi profondi che vorremmo anche evitare. Quindi non aver paura di andare in queste zone, e di scoprire, imparare e mostrare continuamente chi sei veramente.

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

La duplice povertà delle donne

La duplice povertà delle donne

 La duplice povertà delle donne  DCM-010

Povertà è una parola complessa. Ha accezioni negative e positive al tempo stesso: viene associata a mancanza e privazione, ma anche a beatitudine e aspirazione di vita. Il povero è da commiserare, è colpevole della propria condizione, oppure è un santo, che ha compreso il segreto di una vita felice. È una persona da aiutare, oppure un esempio da imitare. L’economista iraniano Majid Rahnema, nel suo libro Quando la povertà diventa miseria individua cinque forme di povertà:

«Quella scelta da mia madre e da mio nonno sufi, alla stregua dei grandi poveri del misticismo persiano; quella di certi poveri del quartiere in cui ho passato i primi dodici anni della mia vita; quella delle donne e degli uomini in un mondo in via di modernizzazione, con un reddito insufficiente per seguire la corsa ai bisogni creati dalla società; quella legata alle insopportabili privazioni subite da una moltitudine di esseri umani ridotti a forme di miseria umilianti; quella, infine, rappresentata dalla miseria morale delle classi possidenti e di alcuni ambienti sociali in cui mi sono imbattuto nel corso della mia carriera professionale» (2005, Einaudi).

Cinque forme di povertà, ma non tutte maledizioni; alcune addirittura vie di felicità. C’è infatti povertà e… povertà. Il titolo originale del libro dell’economista iraniano è molto più eloquente della sua traduzione italiana: Quand la misère chasse la pauvreté, cioè Quando la miseria scaccia la povertà. In certe circostanze, infatti, la miseria è talmente grave da rendere impossibile il vivere la povertà intesa come virtù liberamente scelta: se non ho il denaro per nutrire i miei figli, o per curarli, è impossibile scegliere una vita sobria e generosa. «Per l’uomo con lo stomaco vuoto, il cibo diventa Dio», diceva Gandhi; e quando l’uomo è in una tale condizione, diventa facilmente schiavo di chi gli promette quel cibo. Anche l’economista Alfred Marshall così si esprimeva nel 1890: «È vero che persino un uomo povero può raggiungere nella religione, negli affetti famigliari e nell’amicizia la felicità più alta. Ma le condizioni che caratterizzano la povertà estrema tendono ad uccidere questa felicità». Potremmo dunque dire che la povertà è una benedizione e la miseria invece una maledizione. La miseria va dunque combattuta, la povertà può diventare un’ideale di vita, che porta alla felicità. Quest’ultimo nesso è difficile da comprendere: perché privarsi volontariamente di beni e ricchezze può renderci felici? “Beati voi poveri, perché vostro è il regno dei cieli” (Lc. 6,20). I poveri sperimentano il regno dei cieli già su questa terra: «Un regno dove si conosce la provvidenza, che solo i poveri sperimentano: la provvidenza è per Lucia, non per don Rodrigo. Le feste più belle sono le feste di poveri: forse sulla terra non ci sono cose più gioiose di matrimoni e nascite celebrate da poveri in mezzo ai poveri» (Luigino Bruni, «Avvenire» 2015).

Donne e povere: una doppia marginalità

Purtroppo, anche quando parliamo di miseria e di costrizione ad una vita povera, dobbiamo constatare che esistono differenze tra uomini e donne: neanche la miseria livella i generi. Ho recentemente incontrato una donna che per 13 anni ha lavorato come badante senza tutele: ora è senza lavoro, senza possibilità di pensione, in cerca disperata di un’opportunità, e quindi pronta a rimanere invisibile pur di avere di che mangiare. Qui si apre il tema della minore autonomia finanziaria delle donne che le espone ad una maggiore fragilità di fronte a eventi sfortunati. La maggioranza delle donne non possiede un conto bancario, se sposate non hanno la titolarità dei conti, e, avendo meno pratica, sono anche meno competenti in questi ambiti. E purtroppo esiste una correlazione ben documentata tra autonomia finanziaria e violenza domestica: le donne più soggette a violenze domestiche sono quelle che non hanno la libertà e l’autonomia per allontanarsi da mariti violenti. Quello della violenza è ormai un fenomeno conosciuto, ma ci sono tanti altri ambiti in cui le donne non sono conosciute e riconosciute, soprattutto quando rischiano impoverimento ed esclusione.

A volte, infatti, i dati che raccogliamo distorcono la realtà, spesso perché pensati da uomini e avendo l’uomo come norma. È la tesi di Caroline Criado Perez, che nel suo libro Invisible women: exposing data bias in a world designed for men (Chatto & Windus, London 2019) cita tanti esempi di come le statistiche non vedano lo specifico e le esigenze delle donne, e quindi restituiscono un quadro deformato della realtà. E se poi le politiche si basano su questi dati, va da sé che le donne abbiano vita più difficile. Secondo l’autrice le donne sono invisibili nella vita quotidiana: pensiamo al lavoro domestico (associato alle donne) che viene visto come un fenomeno normale; nella progettazione delle città: quanti piani urbanistici tengono conto di chi si sposta normalmente per fare la spesa?; sul lavoro: il divario salariale tra uomo e donna per lo svolgimento di mansioni identiche è ormai noto; nella tecnologia: solo per citare un esempio, il software di Google ideato per la dettatura decifra il linguaggio maschile con una probabilità del 70 per cento superiore rispetto a quello femminile; in campo medico: prendere il corpo maschile come paradigma e oggetto di studio porta, ancora oggi, ad un maggior numero di diagnosi sbagliate per le donne, e limita la ricerca su patologie tipicamente femminili.

Se ci ricordassimo più spesso che l’essere umano è maschio e femmina, anche le azioni di contrasto alla miseria sarebbero più efficaci.

La povertà è una scelta solo quando si è superata la miseria

Tornando alla differenza tra povertà e miseria, è importante riconoscere un legame tra queste due condizioni: solo chi sceglie liberamente uno stile di vita povero, solo chi rinuncia ai beni e sperimenta la condizione di povertà, può aiutare i miseri a risollevarsi. Tutto ciò che, invece, arriva dall’alto in basso, e vede la condizione di deprivazione solo come un problema da risolvere, non avrà mai le chiavi giuste per combattere efficacemente la miseria. Luisa de Marillac, Francesco di Sales, Giovanna di Chantal, e poi Giovanni Battista Scalabrini (fatto santo il 9 ottobre da Papa Francesco), Giuseppe Benedetto Cottolengo, Giovanni Calabria, Francesca Cabrini, Giovanni Bosco, Madre Teresa, scegliendo la via della povertà, hanno ricevuto occhi per vedere nei poveri, nei vergognosi, nei derelitti, nei ragazzi di strada, negli immigrati, nei malati, persino nei deformati, qualcosa di grande e di bello per cui valse di spendere la loro vita e quella delle centinaia di migliaia di persone che li seguirono, attratti e ispirati dal loro esempio. In questa scia di precursori e profeti, le figure di donne spiccano per coraggio e capacità di andare controcorrente, considerato il fatto che sono state generalmente relegate in secondo piano. Purtroppo l’esempio e le gesta di queste donne, molte delle quali fondatrici di Istituti e ordini religiosi, è meno conosciuto rispetto a quello dei loro “colleghi” uomini. Anche oggi molti istituti religiosi femminili sono sulla frontiera di quella che potremmo chiamare miseria nella miseria di molte donne: traffico di esseri umani e sfruttamento sessuale delle donne, alfabetizzazione ed educazione finanziaria, soprattutto nei Paesi in cui alle donne non è dato accesso a percorsi ordinari di istruzione, aiuto alla maternità, laddove si può facilmente morire nel dare alla luce una creatura.

Il lavoro delle consacrate non è quello di una ong

In che cosa il lavoro di tante donne consacrate a favore di altre donne si differenzia da quello di tante agenzie internazionali? Innanzitutto lo scopo: rendere vive le parole di Gesù «sono venuto a portare vita e vita in abbondanza» (Gv. 10,10). Portare la tenerezza di Dio per ogni creatura, soprattutto per gli emarginati e gli esclusi. In secondo luogo c’è un come, che è un già e un non ancora. Una proposta cristiana perché non ci siano esclusi, quella della comunione dei beni. Nella prima Comunità cristiana, leggiamo negli Atti degli Apostoli: «Quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli Apostoli; e poi veniva distribuito secondo il bisogno» [At. 4, 34-35]. La messa in comune era libera e spontanea, e i beni venivano ripartiti secondo le necessità. La conseguenza della messa in comune è che nella Comunità “non c’erano bisognosi”. Quando in una Comunità si dona con gioia e si condivide tutto, non ci sono bisognosi. Una scelta di sobrietà individuale condivisa tra tanti genera comunità inclusive. L’apostolo Paolo, in ogni piccola chiesa da lui fondata, provvedeva a organizzare le collette e nelle sue lettere spiega come realizzarle, per questo insiste, richiama e ringrazia. Da san Paolo impariamo che si condividono i beni, ma anche il proprio lavoro, perché tutti abbiano qualcosa da dare e che la Provvidenza è un attore fondamentale nella condivisione: «Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore… Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, somministrerà e moltiplicherà anche la vostra semente» [2 Cor. 9, 7.10].

La Provvidenza e il centuplo non si manifestano sempre sullo stesso piano dei doni e dei beni che vengono messi in comunione. Ad un privarsi di beni materiali, ad esempio, può corrispondere una inaspettata fecondità del lavoro, e viceversa. A questo proposito è significativo un passo della Lettera ai Romani: «La Macedonia e l’Acaia hanno voluto fare una colletta a favore dei poveri che sono nella Comunità di Gerusalemme. L’hanno voluto perché sono ad essi debitori: infatti, avendo i pagani partecipato ai loro beni spirituali, sono in debito per rendere un servizio sacro nelle loro necessità materiali» (cf. Rm 15,20-27). Comunione di beni spirituali e materiali, dunque.

Il cammino della comunione dei beni dipende dall’impegno di tutti e dal contributo di ciascuno. Non è un caso che il primo dissidio nella prima Comunità cristiana sia l’episodio di Anania e Saffira. [At. 5, 1-11 ] Essi, pur condividendo i beni, cercano anche di trattenere qualcosa per se stessi, mentendo a Pietro. Il primo problema di corruzione della Comunità non riguarda la dottrina o la fede, ma la comunione dei beni. È forse a causa di questo episodio, e dei tanti episodi in cui gli interessi personali prevalgono sul bene comune, che oggi si parla poco della comunione dei beni come un ideale e un modo di vivere che risolverebbe alla radice il problema degli scartati? Eppure tanti istituti religiosi, tante comunità cristiane e movimenti, senza fare troppo rumore, stanno vivendo questo ideale e sono germi, bozzetti di come potrebbe essere il mondo se lo pensassimo con gli occhi di è scartato e tutti comprendessimo la beatitudine della povertà.

di Alessandra Smerilli
Figlia di Maria Ausiliatrice, economista, segretaria del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale