San Valentino vs San Cirillo e Metodio: 14 febbraio chi vincerà?

San Valentino vs San Cirillo e Metodio: 14 febbraio chi vincerà?

San Valentino vs San Cirillo e Metodio: 14 febbraio chi vincerà?

In tutto il mondo, o quasi, fuso orario permettendo, il 14 Febbraio si festeggia San Valentino però…
Pochi sanno che il santo cosiddetto degli innamorati non è il solo a festeggiare oggi, ma che si trova in compagnia dei due patroni d’Europa: San Cirillo e San Metodio. Avere un santo in famiglia è una cosa che accade di rado, soprattutto con i tempi che corrono. Averne addirittura due è un caso unico al mondo. I due santi, fratelli di sangue e nella fede, sono anche conosciuti come “gli apostoli degli slavi” e il 14 febbraio vengono festeggiati dalle religioni ortodosse, la cui chiesa romena a Sanremo, che ne porta i nomi, è un esempio.

I festeggiamenti di quest’anno saranno ancora più importanti dal momento che ricorre proprio oggi il loro bicentenario.

Ma cosa hanno fatto San Cirillo e San Metodio, e sopratutto, San Valentino rischia di essere spodestato dal trono di fiori e cioccolatini che il marketing ha voluto costruirgli?

Cirillo e Metodio, nacquero in Tessalonica e la loro opera di evangelizzazione avvenne in Moravia dove intrapresero il lavoro di traduzione dei libri sacri a scopo liturgico gettando le basi di tutta la letteratura nelle lingue dei popoli slavi. Per questo motivo i santi fratelli vengono considerati i padri della cultura, dalle suddette popolazioni.

Nel 1980 Giovanni Paolo II li nominò, assieme a San Benedetto, patroni d’Europa
San Valentino invece ha avuto un notevole successo da tempo immemorabile in quanto la sua festa risulterebbe tra le prime registrate nel calendario liturgico fin dal V Secolo. La tradizione è nata nei paesi anglosassoni dove ancora oggi viene festeggiato il “Saint Valentine’s Day”.

Di San Valentino la tradizione ne cita due, tutti due martiri e ricordati il 14 febbraio: il primo, sacerdote romano, amico dell’imperatore romano Gotico ma, avendo convertito il prefetto Asterio e tutta la sua famiglia, fu mandato al supplizio nel 268 e sepolto lungo la via Flaminia, dove sorse una chiesa a lui dedicata: il secondo Valentino, nato intorno al 175 ad Interamna (Terni), divenuto vescovo, fu chiamato a Roma dal filosofo Cratone per far guarire il figlio epilettico; ottenuto il miracolo tutta la sua famiglia si convertì al cristianesimo.
SAN VALENTINO, CHI ERA MAI COSTUI?
di Angelo Siro (da FilateliaReligiosa.it)

Come per molte altre feste di Santi anche quella dedicata a San Valentino è stata declassata! Anche se “la società dei consumi” non se ne è accorta.

Nel nuovo calendario liturgico il 14 febbraio vengono infatti festeggiati i Santi Cirillo e Metodio, i fratelli monaci, considerati “gli apostoli degli Slavi”, vissuti nel IX Secolo, inventori dell’alfabeto cirillico e proclamati da Papa Giovanni Paolo II compatroni d’Europa il 31 dicembre 1980 (con San Benedetto).

San Valentino invece ha avuto un notevole successo da tempo immemorabile in quanto la sua festa risulterebbe tra le prime registrate nel calendario liturgico fin dal V Secolo. La tradizione è nata nei paesi anglosassoni dove ancora oggi viene festeggiato il “Saint Valentine’s Day”.

Di San Valentino la tradizione ne cita due, tutti due martiri e ricordati il 14 febbraio: il primo, sacerdote romano, amico dell’imperatore romano Gotico ma, avendo convertito il prefetto Asterio e tutta la sua famiglia, fu mandato al supplizio nel 268 e sepolto lungo la via Flaminia, dove sorse una chiesa a lui dedicata: il secondo Valentino, nato intorno al 175 ad Interamna (Terni), divenuto vescovo, fu chiamato a Roma dal filosofo Cratone per far guarire il figlio epilettico; ottenuto il miracolo tutta la sua famiglia si convertì al cristianesimo. L’imperatore Marco Aurelio Claudio Quintillo ordinò la lapidazione e la decapitazione che avvenne il 14 febbraio del 273! Il suo corpo fu riportato a Terni dai giovani seguaci Procolo, Efebo e Apollonio che per questo atto subirono pochi giorni dopo la stessa sorte.

Finisce qui la storia (o meglio le storie) di San Valentino. Recenti studi hanno stabilito che il ruolo di questa “vita” fosse quello della propaganda monastica, ad uso del monastero benedettino esistente a Terni dal IX Secolo; il testo ha le caratteristiche canoniche replicate infinite volte nelle vite dei martiri dell’epoca! San Valentino è ritratto semplicemente come un uomo che visse pienamente la propria fede, annunciando con parole e opere il nome di Cristo.

In epoca moderna il testo della “Vita” fu manipolato; Valentino venne spogliato dei connotati monastici per essere rivestito di quelli del martire in difesa dell’ortodossia, in piena sintonia con la Controriforma. (I Santi nella storia – ed. San Paolo 2006).

E allora i bacetti, i fidanzatini… da dove arrivano? Sono numerose le leggende che sono entrate a far parte della cultura popolare sulla vita di San Valentino.

Bisogna risalire al IV secolo a.C. quando i Romani iniziarono a celebrare i Lupercali, festeggiamenti in onore del dio Lupercus, protettore delle greggi, nel mese di febbraio, mese in cui ci si preparava all’arrivo della primavera. Era tradizione pagana che i giovani partecipassero ad una “lotteria dell’amore” dove le coppie venivano estratte a sorte e potevano vivere per tutto l’anno in intimità. Questa tradizione rimase in vita fino al V Secolo dopo Cristo ed entrò in conflitto con i principi del Cristianesimo. Il Papa Gelasio I (492-496), per sopprimere la connotazione pagana della festa individuò in Valentino, martirizzato due secoli prima, proprio il 14 febbraio (secondo altre fonti il 24 febbraio), il santo su cui far convergere le caratteristiche “sentimentali” proprie dei Lupercali.

Quindi incominciarono a fiorire le più curiose leggende:

fu consacrato vescovo, su proposta di Papa Vittore (189-199) a soli 27 anni
come Vescovo donò una rosa a due giovani che stavano litigando e questi si riconciliarono…
unì in matrimonio una cristiana con un giovane centurione romano
numerose guarigioni e conversioni
promosse la festa della promessa e unì in matrimonio cristiano moltissime coppie
Valentino, in attesa dell’esecuzione, si innamorò della figlia del guardiano e prima di morire le lasciò un biglietto “dal vostro Valentino”… (ipotesi curiosa visto che, secondo le leggende, visse circa 100 anni). Da questa leggenda, nei Paesi Anglosassoni, si diffusero i “biglietti d’amore o di amicizia” che per gli americani si chiamano ancora oggi i “Valentine”.

La città di Terni l’assunse, nel 1644 come Patrono cittadino, anche se, pare che le reliquie fossero un dono di Papa Paolo II (1464-1471) alle nubili della città. Da allora Terni si è considerata la “città degli innamorati” e annualmente, nella Basilica a lui dedicata fin dal 1605, si celebrano importanti manifestazioni tra cui “Terni – San Valentino: un anno d’amore” che assegna ogni anno un riconoscimento a chi si è distinto per un atto d’amore.

Da molti anni il Comune di Terni promuove un annullo filatelico nel giorno del loro santo Patrono.

2 Febbraio Presentazione di Gesù al tempio

2 Febbraio Presentazione di Gesù al tempio

Il 2 febbraio la Chiesa Cattolica celebra la Presentazione di Gesù al Tempio (dal vangelo di Luca 2,22-39) che avvenne secondo le usanze dell’epoca previste dalla legge giudaica per i primogeniti maschi. Viene popolarmente chiamata festa della  Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele ricordando il Cristo (ovvero il messia “unto” dal signore per essere luce che illumina le genti), così come il bambino Gesù venne definito dal vecchio Simeone, saggio e profeta.
La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.
Celebrazioni legate alla luce in questo periodo dell’anno esistevano feste e celebrazioni in alcune tradizioni religiose precristiane. Alcuni studiosi rilevano come la Candelora cristiana possa essere stata introdotta in sostituzione di una festività preesistente; vista la coincidenza del periodo dell’anno con il periodo di 40 giorni dopo la nascita di Gesù.
Nell’antica Roma era usanza nel periodo della februatio, la purificazione della città, che le donne girassero per le strade con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce. Ben presto, però, prevalsero i significati legati all’aspetto luminoso dell’imminente primavera, in corrispondenza con i riti propiziatori agresti per l’inaugurazione del nuovo anno agricolo. I Lupercali o Lupercalia si festeggiavano alle Idi di febbraio, il 15; per i Romani ultimo mese dell’anno. Servivano a purificarsi prima dell’avvento dell’anno nuovo, propiziandone la fertilità. La cerimonia era legata alla famosa Lupa che allattò Romolo e Remo.
Ancora oggi si usa il detto :“Nella Festa della Candelora dall’inverno semo fora”.

Come spiegare la Candelora ai bambini del catechismo?

E’ il giorno in cui si benedicono le candele e i ceri nelle chiese, simbolo di Cristo e “luce per illuminare le genti“, come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.

Dal punto di vista simbolico, questa celebrazione indica il passaggio dall’oscurità e dal buio alla luce alla rinascita e, dunque, a una nuova stagione che coincide con la primavera.

Presentazione del Signore 
Nel vangelo di Luca leggiamo: «Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore..» (Lc 2,22). La festa che celebriamo quest’oggi è dunque la “presentazione del Signore”, anche se la fede popolare la chiama da tempo “candelora”.

L’episodio è inoltre talmente importante da far parte dei misteri gioiosi del Rosario, preghiera che, come sappiamo, ha riassunto in passato i momenti cruciali della vita di Gesù, offrendoli alla meditazione della gente semplice, illetterata.

Perché dovremmo festeggiare il fatto che Gesù bambino viene presentato al tempio?
L’evangelista, anzitutto, mette insieme due cerimonie: la purificazione della madre, quaranta giorni dopo il parto, e la consacrazione del figlio primogenito, da offrire al Signore (o, più precisamente, da “riscattare” ad un prezzo, nel caso di Gesù, una coppia di tortore). Questa duplice motivazione è ben sottolineata dal cambio di nome che ha subito tale festività: se per lungo tempo la si è definita “Purificazione della SS. Vergine Maria”, la riforma liturgica del 1960 le ha restituito l’antico nome di “Presentazione del Signore”.

Ma quando nasce come vera e propria festa nella Chiesa?
La prima testimonianza ci parla del IV secolo, a Gerusalemme. In seguito l’imperatore Giustiniano decretò il 2 febbraio come giorno festivo in tutto l’impero d’Oriente, mentre Roma adottò la festività verso la metà del VII secolo: papa Sergio I istituì la più antica processione penitenziale romana, che partiva dalla chiesa di S.Adriano al Foro, e si concludeva a S.Maria Maggiore.

Perché la gente continua tuttavia a chiamarla “candelora”?
Per via del rito della benedizione delle candele, durante la processione in chiesa, rito che risale intorno all’anno Mille e che si ispira alle parole di Simeone: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Lc 2,29-32).

Già, Simeone ed Anna, qual è il ruolo dei due anziani in questa scena?
Simeone, tenuto in vita dalla speranza di incontrare il Messia, corona il suo “sogno”: prende in braccio il piccolo e, sconvolto, proclama che a quel punto può morire in pace, alla sua vita non può chiedere di più!
Anna, da parte sua – una profetessa rimasta vedova giovanissima e non più risposatasi – è il prototipo delle vecchiette che si incontrano nelle Messe feriali, la cui fede viene talvolta giudicata con troppa superficialità: un esempio di fede semplice e robusta, sicuramente non dominata dalle mode del tempo, di cui spesso siamo schiavi un po’ tutti..

C’è qualcosa che accomuna i due anziani, oltre all’età? Cos’hanno visto di speciale in quel bambino? Cosa cercavano?
Entrambi hanno saputo cogliere l’essenziale. La legge ebraica esigeva la presenza di almeno due testimoni per instaurare una causa.. ecco che due testimoni, Simeone ed Anna, riconoscono l’inizio di un tempo nuovo. Grazie a loro due tutto ci è chiaro fin dall’inizio: Gesù è il Messia promesso da Dio e venuto ad illuminare tutti i popoli.

Peccato non avere più tra noi due personaggi così bravi ad indicarci la luce..
Nient’affatto! La Chiesa, oggi, celebra anche – e non a caso – la Giornata della vita consacrata: questo Vangelo «costituisce un’icona – dice papa Francesco – della donazione della propria vita da parte di coloro che, per un dono di Dio, assumono i tratti di Gesù vergine, povero e obbediente..». E aggiunge: «Le persone consacrate sono segno di Dio nei diversi ambiti di vita.. Ogni persona consacrata è un dono per il popolo di Dio in cammino».

Illuminati da tali guide, ringraziamo allora il Signore con le parole di San Sofronio: «Nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola.. le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo.. nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio».

2 Febbraio Festa della Giornata Mondiale della vita consacrata. In questo giorno, ricco di storia e di molteplici significati, che ricorre la Giornata mondiale della Vita Consacrata voluta da Papa Giovanni Paolo II nel 1997.

In questa occasione la Chiesa celebra il “sì” dei consacrati e delle consacrate alla chiamata di Dio. Nella “icona evangelica” della presentazione di Gesù, Simeone rende grazie a Dio perché finalmente può stringere tra le braccia il Messia atteso. Così in questa Giornata si vuole rendere grazie a Dio per la presenza della Vita Consacrata dentro la Chiesa che ricorda a tutti i battezzati la bellezza della vocazione cristiana che a ciascuno chiede di testimoniare nella vita la luce di Gesù e del Vangelo.

Domenica della Parola di Dio

Domenica della Parola di Dio

Vangelo di Giovanni: «Rimanete nella mia Parola» (Gv 8,31).

Il motto per la Domenica della Parola di Dio 2024

Per la prossima edizione della Domenica della Parola di Dio, che si celebrerà nella Basilica di San Pietro alla presenza di Papa Francesco Domenica 21 gennaio 2024, il motto scelto è ripreso dal Vangelo di Giovanni: «Rimanete nella mia Parola» (Gv 8,31).

La “Domenica della Parola di Dio” e la sua dimensione liturgica

Nella terza domenica del tempo ordinario la Chiesa celebra la “Domenica della Parola di Dio”. Papa Francesco l’ha istituita per “far crescere nel popolo di Dio la familiarità religiosa e assidua con la Sacra Scrittura”. Questo articolo chiarisce il rapporto esistente tra la Parola di Dio e la liturgia.

LA PAROLA DI DIO È DINAMICA, ATTIVA, CI METTE IN MOVIMENTO

La Parola di Dio, che “penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito” (Eb 4, 12), è dinamica, attiva, ci mette in movimento. Nel corso dei secoli la vita dei santi dimostra che esiste un ambito privilegiato in cui la Parola di Dio esercita la sua potenza. Questo ambito è la liturgia. Infatti, «considerando la Chiesa come “casa della Parola”, si deve innanzitutto porre attenzione alla sacra liturgia. È questo, infatti, l’ambito privilegiato in cui Dio parla a noi nel presente della nostra vita, parla oggi al suo popolo, che ascolta e risponde» (Verbum Domini, 52).

Perché è un ambito privilegiato?

Con la sua Parola il Signore può toccare le profondità della nostra anima in qualunque momento o circostanza. Tuttavia, coloro che osservano la storia della salvezza scopriranno situazioni e contesti particolari che costituiscono una sorta di grammatica con la quale Dio articola il suo dialogo con noi. Se pensiamo al Sinai, vedremo un’assemblea riunita per ascoltare la Parola e suggellare l’Alleanza. Dopo aver ascoltato, attraverso Mosè, le parole del Signore, tutto il popolo rispose ad una voce: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!” (Es 19, 8; 24, 3-8). Uno schema rituale simile noi lo troviamo nel Secondo Libro dei Re (2 Re 23, 1-3) e nel Libro di Neemia (Nee 10, 30).

Quando la Chiesa, il nuovo Israele, si rivelerà al mondo, insegnerà agli uomini la stessa grammatica che aveva imparato dai suoi padri. Perciò il giorno di Pentecoste “quelli che accolsero la parola di Pietro furono battezzati” (At 2, 41). La sequenza “proclamazione della Parola – obbedienza alla Parola” definisce il DNA delle azioni liturgiche. Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, “rito e parola sono intimamente connessi” (Sacrosanctum Concilium, 35). E ancora, nel caso paradigmatico dell’Eucaristia, “la liturgia della parola e la liturgia eucaristica sono congiunte tra loro così strettamente da formare un solo atto di culto” (Sacrosanctum Concilium, 56).

L’iniziazione cristiana ha un dinamismo che rivitalizza la Chiesa dall’interno. I catecumeni che volevano diventare cristiani ricevevano per prima cosa l’annuncio della fede, poi dovevano interiorizzare la Parola, e alla fine erano inviati a una missione evangelizzatrice di scala universale. In questa sequenza la proclamazione liturgica della Parola si colloca nel secondo momento, quello della interiorizzazione. Condivide con il primo la dimensione dell’annuncio, poiché nella liturgia la Chiesa stessa si mette all’ascolto delle parole di Cristo, vero esegeta del Padre. Condivide con il terzo momento la dimensione della missione, perché la Parola non si interiorizza né individualmente né soltanto per la salvezza personale, ma rivela i suoi segreti quando è accolta nella comunione ecclesiale (cfr. Dei Verbum, 12; Verbum Domini, 29-30) ed è capace di aprire nei nostri cuori la via della condivisione e della solidarietà (cfr. Aperuit illis, 13).

La parola viva nella liturgia, la proclamazione della Parola Trinitaria

L’assemblea liturgica è il contesto per eccellenza in cui la Scrittura diventa Parola viva. Il cristianesimo non è la religione del libro, ma la religione della Parola di Dio, di una Parola che “non è una parola scritta e muta, ma Parola incarnata e viva” (San Bernardo di Chiaravalle, Omelia super Missus est, 4, 11). Questo fatto spiega perché la parola di Dio non si trova principalmente in un papiro o in una edizione a stampa. Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, “la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali” (CCC, 113).

L’ASSEMBLEA LITURGICA È IL CONTESTO PER ECCELLENZA IN CUI LA SCRITTURA DIVENTA PAROLA VIVA

Nello stesso tempo, la Chiesa non ha ricevuto la parola per tenerla nascosta nel suo cuore. Grazie alla mediazione umana ed ecclesiale, la Parola risuona nell’aula liturgica come un evento che può cambiare i nostri cuori. Nella proclamazione del Vangelo da parte del vescovo e poi nell’omelia liturgica abbiamo sia la mediazione di un corpo, di una bocca, di un respiro rigenerati nel Battesimo, sia la mediazione qualificata di chi ha ricevuto la pienezza del sacramento dell’Ordine e che, dunque, può essere garante qui e ora della presenza di Cristo che parla con la sua Sposa.

In questo senso, notiamo la coerenza della logica secondo la quale Dio ha rivelato il suo progetto di salvezza. Nel corso della storia Dio ha parlato “per mezzo di uomini alla maniera umana” (Dei Verbum, 12). Questa stessa logica conduce all’incarnazione del Verbo e più ancora al prolungamento della sua presenza tra gli uomini attraverso la mediazione di altri esseri umani. L’adattamento di Dio al nostro linguaggio, alla nostra piccolezza, la misericordia incredibile che dona la Parola della vita attraverso creature limitate e limitanti, è l’evento che contempliamo ogni volta che risuona il “Lode a Te, o Cristo”. Non diciamo: “Grazie diacono, grazie signor vescovo per averci letto un testo così illuminante”. Acclamare “Lode a Te, o Cristo” significa, invece, che crediamo, confessiamo e annunciamo che Cristo è qui presente e che, attraverso le labbra della Chiesa, ci rivela il vero volto di suo Padre.

D’altra parte, l’acclamazione “Rendiamo grazie a Dio” dopo le letture ci può ricordare che il nostro interlocutore non è soltanto Gesù, ma anche Dio Padre, perché attraverso l’annuncio liturgico “il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro” (Dei Verbum, 21). Imparare ad ascoltare la “Parola del Signore” guardando al Padre ci mette nelle condizioni di capire che Egli non smette di parlarci del suo Figlio amato, perché, attraverso tutte le parole della Sacra Scrittura, il Padre “non dice che una sola Parola, il suo unico Verbo, nel quale dice se stesso interamente” (CCC, 102).

È LO SPIRITO CHE RENDE PRESENTE IL VERBO DI DIO NELLE PAROLE UMANE

Perché questo dialogo avvenga, tuttavia, è necessaria l’azione dello Spirito Santo (cfr. Aperuit illis, 10.12). Questa azione prosegue la logica della Rivelazione. Come nel caso dei profeti, a ancor più nel caso dell’Incarnazione, è lo Spirito che rende presente il Verbo di Dio nelle parole umane: Egli “rende presente” la Parola. Dato che lo Spirito è la memoria viva della Chiesa (cfr. Gv 14, 26), egli è l’unico capace di dare a coloro che annunciano la Parola e a coloro che l’ascoltano, la capacità di diventare una risonanza vive dell’evento salvifico. In questo senso, l’invito “il Signore sia con voi” che precede il Vangelo, o la ricca varietà di preghiere con le quali i ministri della Parola si sono preparati nel corso della storia, costituiscono una chiamata ad attualizzare la presenza dello Spirito in ognuno di noi, sia come frutto del nostro Battesimo, sia come frutto del sacramento dell’Ordine. Senza l’azione dello Spirito, quindi, non è possibile né la mediazione umana della Parola di Dio nella liturgia, né l’atto di fede che l’accoglie, né la sua intelligenza spirituale durante l’omelia.

È stato detto che la Parola di Dio compie un viaggio all’interno di noi. Durante la liturgia la Parola risuona nello spazio celebrativo, incontra i nostri corpi e attraverso le orecchie passa nei nostri cuori. Se il nostro cuore si apre allo Spirito e accoglie la Parola con fede, allora essa pulisce, illumina, ordina e comincia ad abitare in noi: passa nel nostro corpo, nelle nostre mani, nei nostri occhi. Questo è il processo che la Domenica della Parola vuole che ricordiamo perché, come nel caso di Maria, il Verbo di Dio sta desiderando di “farsi carne” in ciascuno di noi.

Dialogo Interreligioso

Dialogo Interreligioso

“Oltre le passioni tristi. Credenti che contagiano speranza (Ez 37,1-14)”.  

Le parole che Dio rivolge al profeta Ezechiele – Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere? – danno il titolo al sussidio che l’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso propone per l’azione pastorale in vista del 17 gennaio 2024, la XXXV Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Il suo scopo è fornire alle comunità cristiane (dalle parrocchie alle scuole, gruppi, associazioni, movimenti, comunità, istituti religiosi, circoli culturali, federazioni…) degli strumenti per avviare e sostenere, nei differenti contesti, processi di dialogo con le realtà ebraiche e di riscoperta delle radici ebraiche della e nella fede cristiana.
Il sussidio si apre con il brano in ebraico di Ez 37, 1-14 seguito dalla traduzione italiana; ospita quindi il messaggio dei Vescovi, a firma della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo, e il messaggio dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, firmato dal suo Presidente, Rav Alfonso Arbib; prosegue con gli spunti di riflessione sul testo, le indicazioni per la celebrazione della Parola, le intenzioni per le preghiere dei fedeli e la presentazione di Elia Benamozegh quale testimone del dialogo. Conclude il sussidio la sezione dedicata a proposte e strumenti per alimentare la conoscenza del mondo ebraico, con suggerimenti di materiali e le indicazioni sulle amicizie ebraico-cristiane e sulle attività dei musei ebraici in Italia.

Sussidio per la XXXV Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei 17 Gennaio 2024:

Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere? (Ez 37,1-14)

Pubblichiamo il Messaggio per la 35ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (17 gennaio 2024), dal titolo: “Oltre le passioni tristi. Credenti che contagiano speranza (Ez 37,1-14)”.  

“Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti” (Ez 37,11). La situazione descritta dal profeta appare disperata. Le “ossa inaridite” richiamano l’immagine della sconfitta dopo la battaglia; la “speranza svanita” dice la sfiducia nel futuro e la paura. Su tutto domina un senso di morte e di pessimismo. Trionfano le “passioni tristi”: impotenza, delusione, inutilità, paura… Sentimenti che spesso affiorano anche nelle nostre riunioni ecclesiali: “Ormai non c’è più nulla da fare”; “Siamo sempre meno”; “Ormai le abbiamo provate tutte”; “È troppo tardi per recuperare”. Rimestiamo in questo pessimismo e viviamo da vittime impotenti. Lo stesso pessimismo, a volte unito a rabbia e rassegnazione, aleggia anche nella nostra società, spesso ripiegata sul presente, aggrappata al presente, incapace di fiducia nel futuro.

1. Un annuncio di rinascita
In questo contesto il profeta annuncia vita, parla di una rinascita. I profeti prima dell’esilio avevano più volte richiamato il popolo alla conversione per impedire che avvenisse la catastrofe, ma adesso che il peggio è già successo, Ezechiele annuncia l’impossibile o, meglio, annuncia ciò che sembra impossibile: la rinascita dalla morte. Ecco una bella missione del credente nel nostro mondo: annunciare possibilità che vanno oltre l’esistente, possibilità che emergono dall’esistente e aprono prospettive inaspettate e che sono tutte collegate esclusivamente all’azione di Dio.

2.Un futuro abitato
L’immagine di Dio che traspare dal testo è quella del Creatore, come quella del racconto della creazione dove dona l’alito che fa vivere (cfr Gen 2). Forte di questa certezza il profeta può guardare al futuro: Dio ha creato e Dio creerà di nuovo. Emerge la presenza dello spirito di Dio capace di far rinascere, di far “ripartire”, di creare vita là dove c’era solo caos e morte. Il profeta attesta una fede che va oltre l’esperienza concreta e che si radica nel momento delle origini, completamente indisponibile all’uomo, ma comunque abitato dalla presenza efficace di Dio che interviene grazie al suo Spirito.

3.L’icona di Emmaus
Ci viene alla mente l’icona di Emmaus che accompagna il Cammino sinodale delle Chiese in Italia. Lì il Risorto fa ardere il cuore dei discepoli carichi di “passioni tristi”. Non avevano più fiducia nel futuro, non avevano più fiducia nella vita. Si sentivano delusi e impotenti. Gesù Risorto si accosta e li “risveglia alla vita”, li aiuta a credere nuovamente nella vita. Rigenera in loro la speranza. Ci auguriamo che il Signore, attraverso il Cammino sinodale, rigeneri fiducia e coraggio nella nostra Chiesa e, soprattutto, aiuti tutti i credenti ad essere capaci di contagiare di fiducia e coraggio i nostri contemporanei.

4.Una continua conversione
Ma perché la nostra speranza non sia irenica e disincarnata, va anche ricordato che la situazione drammatica a partire dalla quale il profeta Ezechiele parla di un futuro promettente non è casuale, imputabile al fato, ma è invece la conseguenza del peccato del popolo, più volte invitato alla conversione, ma incapace di attuarla in modo sincero. La nostra speranza in un futuro migliore deve appoggiarsi su una continua conversione: nel rapporto con Dio, nel rapporto fra persone, nel rapporto tra stati, nel rapporto con la terra. Solo così possiamo sperare in un mondo in pace, riconciliato, giusto, rispettoso del creato.

5.Rinnovati da Dio
La nuova creazione cui il profeta allude nella visione del capitolo 37 è ancora più sorprendente della prima creazione perché si fonda sul perdono di Dio e non sui meriti inesistenti dell’uomo. La speranza dell’uomo poggia innanzitutto su Dio che è fedele alle sue promesse, sul Dio Creatore che ha fatto alleanza con l’uomo e con il popolo.

6.In armonia con le aspirazioni umane
In questa luce ricordiamo le parole del Concilio: “La Chiesa sa perfettamente che il suo messaggio è in armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano quando essa difende la dignità della vocazione umana, e così ridona la speranza a quanti ormai non osano più credere alla grandezza del loro destino. Il suo messaggio non toglie alcunché all’uomo, infonde invece luce, vita e libertà per il suo progresso” (GS 21). Siamo destinati ad un compimento. Come credenti desideriamo collaborare con tutti coloro che, seguendo le “aspirazioni più segrete”, contribuiscono a far nascere un mondo nuovo. Come credenti desideriamo offrire il nostro servizio a tutti per far sbocciare il Regno, rigenerando speranza, fiducia e coraggio.

7.Contagiamo speranza insieme
Nella Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei desideriamo confermare l’importanza del rapporto tra le nostre comunità in Italia. Soprattutto auspichiamo una rinnovata passione per la Scrittura, certi che proprio le sue pagine possono rigenerare in noi “passioni felici”, aiutarci a sostenere l’umano che è comune, contagiare speranza.

https://www.chiesacattolica.it/il-messaggio-per-la-35a-giornata-del-dialogo-tra-cattolici-ed-ebrei/

E il Verbo si fece carne…

E il Verbo si fece carne…

Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia”. Queste parole di Papa Francesco racchiudono in poche parole il compito dell’arte sacra chiamata a svelare la verità della Buona Notizia attraverso la bellezza. Ogni giorno dell’Ottava di Natale i Musei Vaticani e Vatican News propongono un capolavoro delle collezioni pontificie accompagnato dalle parole dei Papi