Per una vita eucaristica – Il Video del Papa

Per una vita eucaristica – Il Video del Papa

Per una vita eucaristica – Il Video del Papa 7 – Luglio 2023

Perché andare a Messa la domenica? Non certo per seguire un rito. Come dice Papa Francesco, “se usciamo dalla Messa uguali a come ci siamo entrati, c’è qualcosa che non va”. Perché “l’Eucaristia è la presenza di Gesù”, che “viene e ti deve trasformare”. È così che Francesco inizia il video con l’intenzione di preghiera di luglio, realizzato dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa con l’aiuto dell’arcidiocesi di Detroit. L’Eucarestia, continua il Papa, è anche “una spinta ad aprirci al mondo come Lui ci ha insegnato”. Andando a Messa troviamo il coraggio di “uscire da noi stessi e di aprirci con amore agli altri”. Uniamoci alla preghiera del Papa “perché i cattolici mettano al centro della vita la celebrazione dell’Eucaristia”. “Se usciamo dalla Messa uguali a come ci siamo entrati, c’è qualcosa che non va. L’Eucaristia è la presenza di Gesù, è profondamente trasformatrice. Gesù viene e ti deve trasformare. In essa è Cristo che si offre, che si dona per noi, che ci invita a lasciare che la nostra vita sia nutrita da Lui e nutra quella dei nostri fratelli e sorelle. La celebrazione dell’Eucaristia è un incontro con Gesù risorto e, allo stesso tempo, una spinta ad aprirci al mondo come Lui ci ha insegnato. Ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia, Gesù viene e Gesù ci dà la forza di amare come Lui ha amato. Perché ci dà il coraggio di andare incontro agli altri, di uscire da noi stessi e di aprirci con amore agli altri. Preghiamo perché i cattolici mettano al centro della vita la celebrazione dell’Eucaristia, che trasforma in profondità le relazioni umane e apre all’incontro con Dio e con i fratelli”. Rete Mondiale di Preghiera del Papa (Apostolato della Preghiera) https://www.popesprayer.va/it/

Se vuoi vedere altri video sulle intenzioni di preghiera del Papa, li trovi sul sito https://thepopevideo.org/?lang=it

Con la collaborazione di Vatican Media https://www.vaticannews.va/it.html

e dell’Arcidiocesi di Detroit https://www.aod.org/

Strumenti per la Consegna: 5 – Punteggiatura e Prosodia

Strumenti per la Consegna: 5 – Punteggiatura e Prosodia

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Ora facciamo subito un piccolo esercizio per comprendere concretamente l’importanza della Punteggiatura!


Leggi
all’impronta e velocemente questo brano che è stato scritto volutamente senza punteggiatura. (da A.Sommer-Bodengurg, Vampiretto, Salani)

Antonio avrebbe voluto avere a portata di mano la bottiglia di succo di

mele che era in frigorifero ma la strada per raggiungerla era

lunga e passava per il corridoio buio Antonio

odiava il corridoio con la sua lampadina eternamente fulminata e

mai sostituita odiava i cappotti penzolanti dall’attaccapanni simili a mostri

galleggianti aveva raggiunto la cucina finalmente prese

la bottiglia dal frigorifero e tagliò una grossa fetta di torta al formaggio tese

l’orecchio per controllare se per caso nel frattempo non fosse già

cominciato il giallo una voce di donna diceva qualcosa probabilmente annunciava l’inizio

del film Antonio si mise la bottiglia sotto il braccio e partì al galoppo ma

non andò lontano già dal corridoio si rese conto che c’era qualcosa di strano si

fermò e si mise in ascolto la voce non si sentiva più poteva

significare solo una cosa qualcuno era entrato di soppiatto in camera sua e aveva spento il

televisore però i suoi genitori non erano in casa Antonio

sentì il cuore fare un balzo e battere all’impazzata uno strano

pizzicorino gli salì dallo stomaco fino in gola la

finestra della camera era aperta ricordò Antonio

un ladro poteva essere entrato dal balcone trattenne

il fiato e attese non accadde nulla allora

aprì lentamente la porta della sua camera nella

stanza c’era uno strano odore un tanfo di muffa e

di marcio simile a quello di una cantina misto a un sentore di

bruciaticcio che fosse il televisore

Ora rileggi a voce alta lo stesso branoma questa volta troveraila sua punteggiatura originale.

Cercaquindidi rispettareaccuratamentela punteggiatura.

Noterai una enorme differenza con il brano letto senza punti di riferimento e sentirai che il significato del brano diventa ora più chiaro ed espressivo.

 

Antonio avrebbe voluto avere a portata di mano la bottiglia di succo dimele che era in frigorifero,

ma la strada per raggiungerla era lunga e passava per il corridoio buio.

 

Antonio odiava il corridoio, con la sua lampadina eternamente fulminata e mai sostituita!

Odiava i cappotti penzolanti dall’attaccapanni,simili a mostri galleggianti.

 

Aveva raggiunto la cucina, finalmente!

Prese la bottiglia dal frigorifero e tagliò una grossa fetta di torta al formaggio.

Tese l’orecchio per controllare se, per caso, nel frattempo non fosse già cominciato il giallo.

Una voce di donna diceva qualcosa: probabilmente annunciava l’inizio del film.

Antonio si mise la bottiglia sotto il braccio e partì al galoppo.

Ma non andò lontano.

Già dal corridoio si rese conto che c’era qualcosa di strano.

Si fermò e si mise in ascolto.

La voce non si sentiva più.

Poteva significare solo una cosa:

qualcuno era entrato di soppiatto in camera sua e aveva spento il televisore!

Però i suoi genitori non erano in casa.

Antonio sentì il cuore fare un balzo e battere all’impazzata: uno strano pizzicorino gli salì dallo stomaco fino in gola.

La finestra della camera era aperta, ricordò Antonio, un ladro poteva essere entrato dal balcone!

Trattenne il fiato e attese.

 

Non accadde nulla. Allora aprì lentamente la porta della sua camera.

Nella stanza c’era uno strano odore: un tanfo di muffa e di marcio,

simile a quello di una cantina, misto a un sentore di bruciaticcio.

Che fosse il televisore?

Le funzioni della punteggiatura sono quelle di organizzare la costruzione dei periodi fra di loro.

Quando parliamo di punteggiatura subito pensiamo ai segni che troviamo all’interno delle pagine scritte; ma la sua importanza si avverte molto di più quando leggiamo un brano scritto rispettando la punteggiatura.

Ogni brano proclamato nella giusta maniera, interpretando bene la punteggiatura e le pause che questa suggerisce dona al testo una fondamentale chiarezza espressiva.

Leggendo un brano, la punteggiatura ci suggerisce i momenti in cui è bene sospendere la voce o inserire delle pause espressive più o meno lunghe; questa modalità di lettura riuscirà a suggerire una comprensibilità interpretativa degli elementi costitutivi del brano e comunicherà l’organizzazione generale delle varie sezioni del testo trasmettendo all’ascoltatore una limpidezza importante per la comunicazione.

Ad esempio il segno dei “due punti” divide molto bene la frase in due parti separate, la prima come presentazione, o una esposizione del tema, e la seconda chiarifica la narrazione o la soluzione del tema presentato.

In questo punto quindi la voce del Lettore dovrà inserire una pausa per chiarire ancor meglio le due sezioni e magari prima dei due punti un’intonazione di presentazione un pò sospensiva, che richiami l’attenzione e dopo i due punti una intonazione affermativa e di soluzione del tema.

La punteggiatura aiuta anche l’espressività che il Lettore può inserire nel brano. Certo la punteggiatura può suggerire e separare le varie frasi da leggere ma è l’intuito e la creatività del Lettore e la sua personalità che poi dà forma e colore al brano.
La punteggiatura aiuta il lettore ad interpretare bene ogni sezione ed applicare la giusta dose espressiva con la voce al fine di elevare la comunicazione oltre una fredda ed astratta correttezza formale.

La punteggiatura in un certo sento realizza una specie di danza delle parole, una alternanza di slanci e riposo, governato dalla sensibilità emotiva del lettore che riesce in questo modo a ben calibrare il rapporto fra chi parla e chi ascolta, dosando sapientemente, ma anche istintivamente, quelle frazioni di secondo di silenzio tra una parola e l’altra o tra una frase e l’altra, o tra un concetto e il successivo.


Questo uso delle
pause e dei silenzi riesce ad agganciare l’attenzione dell’ascoltatore.

Questi attimi di silenzio e di pausa, se gestiti e distribuiti con abilità e senso della misura, suscitano una istintiva forma di attesa, di curiosità nel seguito del discorso.

La tecnica e l’esperienza nell’usare queste leggere pause è importante; se uno abusa troppo nell’usarle diventa poi la lettura noiosa e innaturale; il ritmo della proclamazione deve fluire in modo efficace e l’uso di queste pause suggerite dalla punteggiatura deve essere usato come un servizio alla Parola.

L’equilibrio come in tutte le cose è importante e se qualcuno ne fa un uso intelligente riuscirà a creare in chi ascolta una attenzione “interessata”, un respiro complice che aiuterà chi ascolta a ricevere in modo lucido tutti i concetti e i messaggi che la Parola cerca di trasmettere.

Quindi… sapienza… nell’usare effetti e coloriture espressive altrimenti l’uso esagerato di queste può ottenere un risultato opposto e cioè confondere chi ascolta e distrarlo dal messaggio “arcano” della parola di Dio.

Ogni brano va studiato, non letto superficialmente, ma scrutato per individuare i punti cruciali del testo e valorizzarli con la propria vocalità.

Ogni intervento espressivo non deve essere frutto di regole da applicare in modo ottuso, ma il modo di esporre deve arrivare come fluido sciolto senza rendere spigolosa la lettura.


Riuscire in questo intento renderà piacevole l’ascolto, predisporrà i cuori delle persone ed evidenzierà la bellezza della Parola e del linguaggio adoperato, per giungere così ad una sapiente ed efficace comunicazione.

Riassumiamo in questa tabella le funzioni di ogni segno di punteggiatura:

,

La virgola indica una pausa molto breve, in certi punti quasi impercettibile, la pausa più breve di un periodo, è un segno di passaggio

;

il punto e virgola suggerisce una pausa media, una sosta nel discorso, una pausa un pò più lunga, serve per staccare pur mantenendo lo stesso concetto

.

il punto fermo indica una pausa forte ,

chiude un periodo ed apre un nuovo concetto

.¬

il punto e a capo indica una pausa lunga ,

chiude una sezione e ne apre una nuova

:

i due punti indicano una pausa media, che serve a introdurre un elenco, una spiegazione

o una conseguenza di quanto detto prima,

una breve pausa sospensiva

!

il punto esclamativo indica una pausa forte ed esprime:

gioia, sorpresa, dolore e così via

?

il punto interrogativo indica una pausa forte ed esprime

richiesta, dubbio, meraviglia…

i puntini di sospensione segnalano una pausa allungata,

perché indicano un’attesa

 

writing writer notes pen notebook 923882

Oggigiorno noi ci avvaliamo di tutta una serie di segni, la punteggiatura, che ci aiutano ad interpretare correttamente un testo. Ma nei testi antichi greci, latini la punteggiatura era quasi inesistente o in forma embrionale. I testi dell’ebraismo avevano soprattutto una tradizione orale e solo qualche segno era presente per distinguere i brani parlati da quelli cantati.

Quindi gli esegeti nei vari secoli successivi attraverso lo studio dei testi sacri hanno sempre più perfezionato le traduzioni e perfezionato sempre di più la punteggiatura in modo che, questi libri antichi, vengano compresi nel migliore dei modi nel nostro tempo contemporaneo.

Quindi la parola di Dio ci è arrivata oggi attraverso diverse traduzioni frutto di centinaia di studiosi che hanno dedicato la loro vita a rendere comprensibile il pensiero Divino con gli strumenti di scrittura che sono più decifrabili per noi oggi.

La scrittura nei testi antichi presentava diverse “problematiche” che solo grandi esperti potevano interpretare, ad esempio l’uso delle maiuscole in punti che potevano suggerire una nuova frase; alcuni pronomi riferiti a Dio ma messi in minuscolo; l’assenza delle virgolette nei dialoghi; virgole e punti e virgola al posto dei punti.

Nei salmi soprattutto le frasi sembravano continuare nel rigo successivo invece che concludersi nel rigo principale; e altre imperfezioni di questo genere.

Questa modalità antica della scrittura presa alla lettera, distruggerebbe sicuramente l’efficacia di una comunicazione chiara e colloquiale contenuta nei “messaggi” che Dio ha immesso nella Parola.

Uno dei compiti della Chiesa attraverso il lavoro di traduzione e interpretazione degli studiosi nelle varie epoche ha perfezionato e reso questi concetti spirituali chiari, leggibili e accessibili per noi oggi.

Nelle varie lingue esistono anche diverse varianti di punteggiatura che sono normalmente in uso nei testi di alcune lingue specifiche; ma questa ormai è diventata una modalità comune di comunicazione anche in altri ambiti come i matematici, i musicisti, i poeti, i fisici, e i cartografi, tutti hanno dei loro simboli particolari per perfezionare la comunicazione nel proprio settore.

In seguito a questo anche io vi suggerisco di adottare una vostra forma di “segni” che possono aiutarvi nella giusta lettura. Inventare una serie di segni che siano di aiuto all’espressione delle idee e della lettura nel modo più chiaro ed efficiente.

Certo ora non vi dico di … “scarabocchiare” i testi sacri con evidenziatori e pennarelli! Ma sicuramente in fase di esercitazione o di studio o di preparazione potete sempre fotocopiare certi brani magari ingrandendoli per la lettura e apporre questi segni-suggerimenti nelle fotocopie da usare in fase di studio; in modo che poi al momento della lettura in pubblico la vostra modalità risulti perfetta.

Questi brani fotocopiati per lo studio potrebbero anche essere raccolti e catalogati in un raccoglitore per un uso successivo ma, se non vi è di scandalo, potete anche usare una matita leggera per mettere questi segni in una seconda bibbia che userete per lo studio e la formazione.

Questa tabella può essere un suggerimento dei segni grafici, aggiuntivi e personalizzati, che potete utilizzare per questo lavoro:

Leggi Lentamente

Pallini da inserire all’inizio e alla fine delle parole da rallentare

Parentesi

( )

Per contornare frasi o parole che sono commenti o osservazioni

Legatura

Parentesi di legatura per unire parole che devono essere dette insieme

Preghiere o richieste

Ψ

Bracci in preghiera davanti a frasi da leggere con tenerezza o invocazione umile

Livelli di PAUSE

/ // /// //// /////

Barre da singole a multiple in base alla lunghezza della pausa che intendi applicare

Sottolineare

˄ ˄˄ ˄˄˄

Possono ricordarti di enfatizzare una frase o una singola sillaba segnando sopra 1 o 2 o più tendine

Minimizzare

˅ ˅˅ ˅˅˅

Per attenuare l’enfasi userai la tendina inversa

Crescendo

<

Per enfatizzare una parola o una frase in crescendo emozionale

Diminuendo

>

Per smussare una parola o una frase con una inflessione cadente

Triangolo

Usato per separare gli argomenti; questo segno definirà la fine di un argomento e il conseguente inizio di un altro. Questo segno può indicarti di leggere l’ultima frase in modo conclusivo, poi fare una pausa di separazione e iniziare il nuovo argomento con voce più brillante ed energica

Intonazione

Ť………

Un segno … con l’aggiunta di un aggettivo per suggerire il tono di voce adatto a quella frase

Lettura positiva o negativa

Uso di faccine davanti alle frasi da leggere in modo luminoso, o positivo o al contrario negativo o di disapprovazione.

Elenchi

9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1..!

Di fronte ad un elenco di nomi inserire per ogni nome un numero come un conto alla rovescia per capire quando progressivamente arrivi all’ultima parola dell’elenco.

Contatto visivo

Come una freccia o un occhio per ricordare che in quel punto devi stabilire un contatto visivo con l’Assemblea per sottolineare un passo importante.

Narrazione

Tipo pergamena per passare ad una modalità di lettura più narrativa

INVENTA

?????

Inventa altri tuoi simboli che possono aiutarti nella Lettura.

Trascrivere la prosodia


In fonologia, un tratto prosodico è una caratteristica che coinvolge più segmenti fonemici in simultaneità. Generalmente, un tratto prosodico fa riferimento a questi parametri acustici fondamentali:

la frequenza fondamentale, la sillaba, l’intensità, la velocità, la durata, laccentazione, il ritmo e altro, anche riferiti a respirazione, inspirazione, espirazione, il tono (al livello della parola) e lintonazione (al livello dell’enunciato).

I “fonemi” sono unità sonore minime, che di per sé sono sprovviste di significato, ma la combinazione dei “fonemi” tra loro acquisiscono nel loro integrato combinarsi una funzione distintiva, pertinente e riconoscibile.

Questi fonemi combinati sono detti prosodici perché riguardano la concatenazione del parlato e ne determinano l’andamento ritmico.

Possiamo cosi riconoscere nella funzione del parlare: l’elemento linguistico che è il contenuto di parte di una frase.

Il tratto prosòdico che riguarda la durata, l’accento, la cadenza con cui la voce governa i singoli fonemi, le parole.

Fino a considerare i più piccoli segmenti prosodici che sono caratterizzati dall’intonazione, accento e pausa, il timbro dell’eloquio.

L’intensità di queste singole parti determina i rafforzamenti distintivi dell’articolazione delle sillabe, il posizionamento degli accenti, le durate vocali che costituiscono i caratteri sia di una lingua sia della persona che parla.

Per comprendere meglio l’importanza e il rilievo che gli elementi prosodici hanno in una lingua, facciamo un esempio pratico, e quindi ponete attenzione alla diversa intonazione della stessa frase: (lo hai fatto)

enunciativa (lo hai fatto),

interrogativa (lo hai fatto?),

esclamativa (lo hai fatto!),

incidentale (– lo hai fatto –).

Il termine, prosodia, viene più comunemente usato per indicare il complesso delle regole riguardanti l’accentazione e la quantità delle vocali e delle sillabe, mentre in un’accezione più tecnica, particolarmente evidenziata nella linguistica moderna, con prosodia si tende piuttosto l’insieme di quegli elementi dinamici, melodici, quantitativi, che accompagnano e si sovrappongono alla catena parlata.

Più di recente la linguistica ha rivolto più attenzione alle caratteristiche foniche riguardanti la variazione d’intensità (volume), di altezza e di tempo, e ha posto nel giusto rilievo il fatto che per ogni lingua vi sono rapporti fonici particolari fra intensità e altezza di una parola.

La PROSODIA viene analizzata scientificamente anche con dei computer trasformando il suono parlato, attraverso “analizzatori di spettro acustico” che danno come risultato dei grafici più o meno ampi e densi che riportano graficamente l’ampiezza e l’evoluzione delle frasi parlate.

La voce è il mezzo di comunicazione più importante per l’uomo; per comunicare al meglio dobbiamo usare propriamente la nostra voce che diventa uno strumento espressivo e riesce così a comunicare le nostre emozioni, il nostro stato d’animo in modo completo, privo di ambiguità, chiaro ed efficace.

Anche solo per conversare con gli altri, in un gruppo, bisogna saper parlare e saper ascoltare, saper rispettare i tempi degli altri e individuare le pause in cui inserirsi, saper riconoscere i significati nelle intonazioni della voce, comunicare empatia e condividere argomenti.

Quindi è necessario saper modulare il volume, il tono e il ritmo della voce per trasmettere efficacemente emozioni e significati, ponendo l’accento su ciò che è importante e risolvendo le ambiguità nelle parole e nelle frasi.

È importante allora sapere quali sono questi strumenti che la voce ha a disposizione per comunicare e controllare i tratti prosòdici della voce che abbiamo elencato poco sopra.

Anche queste caratteristiche, in fase di studio, possiamo trascriverle con dei segni caratteristici che così durante la lettura ci possono “suggerire” i diversi caratteri prosodici da usare nella lettura.

Tabella semplificata di esempio:

TRATTI PROSODICI

TRASCRIZIONE

ESEMPIO

ACCENTO

dove diamo particolare ENFASI ad una sillaba

Rappresentata con una linea con accenti enfatici in prossimità delle parole

———-˄——˄—-˄˄—–

.il Signore Dio nostro..

TONO

è laltezza relativa di pronuncia di una sillaba

Si può rappresentare con una linea con segni particolari in corris-pondenza delle sillabe

—-#—-——#—-——

.il Signore Dio nostro..

INTONAZIONE è l’andamento melodico con cui è pronunciata una frase, cioè una catena parlata pronunciata con una sola emissione di voce.

Graficamente si può indicare con una linea curva che rappresenta visivamente la modulazione della frase ascendente, discendente o costante.

.il Signore Dio nostro..

INTENSITA’

il volume della voce la sua forza

Possiamo usare i segni musicali tradizionali da apporre sopra ai testi

pp p mf f ff fff

…crescendo<<<<<

..diminuendo >>>>

VELOCITA’

l’andamento dell’enunciazione

La velocità può essere indicata con i classici termini musicali

Adagio, Moderato, Allegro, Presto, Accelerando, Rallentando

TIMBRO

una caratteristica tipica di ogni voce che ci permette di riconoscere e distinguere una voce dall’altra

Il Timbro difficile da rappresentare; può essere descritto con gli aggettivi che ne descrivono le caratteristiche.

Dolce, aspro, graffiante, morbido, flautato, duro, argentino, squillante, chiaro, scuro, afono, sensuale, ecc.

 

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Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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Le erbe amare della ricerca di Dio- Fabrizio De André

Le erbe amare della ricerca di Dio- Fabrizio De André

L’essere umano, al di là dell’appartenenza a qualche religione, può percepire la Presenza di Dio. In De André è palese, forte, profonda una voce che parte dal profondo dell’Uomo, che grida giustizia radicalmente. Quindi, al di là di ogni obiezione o considerazione, Fabrizio è a pieno titolo un testimone, portavoce della profonda coscienza, dell’energia vitale umana. Tutti noi siamo attratti dalla bellezza, dalla profondità, dalla struggente ricerca di riscatto della condizione umana. Questo è l’annuncio di Fabrizio. I suoi personaggi appaiono ricchi di una fragilità che ce li rende cari (come nel Vangelo di Gesù), personaggi capaci di coinvolgerci e di indurci a cercarli fra i vicoli della Città Vecchia e nelle periferie. Attraverso i testi delle sue canzoni, si possono esplorare quelle terre di confine dove Fabrizio De André ha seminato la sua ricerca, i suoi dubbi e raccontato i suoi “santi” senza aureola. Proprio in questa ricerca possiamo trovare il cuore, sempre attuale, del “Vangelo secondo De André”: se un Dio esiste, è nella croce dei poveri e nel cuore dei perduti, ma puri di cuore. Fabrizio De André non era un convinto credente, anzi, ma l’interrogativo sull’esistenza di una “paternità” superiore l’ha sempre accompagnato, spingendolo sul sentiero dei cercatori di verità per indagare il problema di Dio, il mistero di Gesù di Nazareth, la coscienza di chi ha fede e i dubbi dei non credenti. Ricordiamo canzoni come “Si chiamava Gesù”

Si chiamava Gesu’..E per quelli che l’ebbero odiato
Nel getzemani pianse l’addio
Come per chi l’adorò come Dio
Che gli disse sia sempre lodato
Per chi gli portò in dono alla fine
Una lacrima o una treccia di spine
Accettando ad estremo saluto
La preghiera l’insulto e lo sputo
..

Fabrizio de André - Si chiamava Gesù
Si chiamava Gesu’

Nella conclusione della canzone Città vecchia De André sintetizza quel senso di carità cristiana, di cura per il destino degli ultimi che è sempre stato al centro della sua poetica: «Se tu penserai e giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese. Ma se capirai se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo».
Fabrizio si definiva ateo, ma al tempo stesso terribilmente affascinato dalla figura di Gesù, che definì “il più grande rivoluzionario della storia”, tanto da dedicargli nel 1970, in pieno fermento post-sessantottino, un intero album, “La buona novella”, frutto di uno studio meticolosissimo dei Vangeli apocrifi. Anche in questo caso, alla perplessità degli ambienti laici si accompagnò invece il plauso di buona parte degli ambienti ecclesiastici.
Molto spesso Radio Vaticana ha trasmesso brani musicali come “Preghiera in gennaio” , “Spiritual” e la canzone che chiude l’ultimo album inciso da Fabrizio De André nel 1996 “Anime salve” che si intitola “Smisurata preghiera”. Si conclude così: «Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco. Non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti. Come una svista, come un’anomalia, come una distrazione, come un dovere».

https://www.famigliacristiana.it/articolo/papa-francesco-cita-de-andre-storia-del-rapporto-tra-il-cantautore-e-la-fede.aspx

Spiritual

Dio del cielo se mi vorrai
In mezzo agli altri uomini mi cercherai
Dio del cielo se mi cercherai
Nei campi di granturco mi troverai
Dio del cielo se mi vorrai amare
Scendi dalle stelle, vienimi a cercare
Oh, Dio del cielo se mi vorrai amare
Scendi dalle stelle, vienimi a cercare
Senza di te non so più dove andare
Come una mosca cieca che non sa più volare
Senza di te non so più dove andare
Come una mosca cieca che non sa più volare
..Dio del cielo io ti aspetterò
Nel cielo e sulla terra io ti cercherò

Ricorda Signore questi servi disobbedienti
Alle leggi del branco
Non dimenticare il loro volto…

(Fabrizio De André, Smisurata preghiera, 1996)

Smisurata preghiera - Fabrizio De Andrè

Una poesia su San Francesco, autore Fabrizio De Andrè. Lo scritto riemerge, inatteso, da un’agenda custodita presso la Facoltà di lettere di Siena. Scritta in stampatello appartiene agli ultimi mesi di vita del cantautore genovese. L’umiltà di San Francesco, la croce di Gesù. Fabrizio De Andrè ne era molto affascinato

Una poesia su San Francesco di Fabrizio De Andrè ritrovata all'Università di Siena

E ancora il ritratto femminile che trapela dalla penna e dalla musica del cantautore

Il sogno di Maria.. e l’ angelo disse: “Non
temere, Maria, infatti hai
trovato grazia presso il
Signore e per opera Sua
concepirai un figlio…Lo chiameranno figlio di Dio
Parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno, ma impresse nel ventre.”

Fabrizio De André - Il sogno di Maria (Live)

“Deus Deus ti salve Maria

“Ave Maria, piena di grazia
tu che di grazie sei sorgente

e fonte d’acqua corrente

Dio onnipotente
ti ha visitato
e ti ha conservato immacolata

Prega tuo figlio
per noi peccatori
che tutti gli errori
ci perdoni

Tantissime grazie ci doni
nella vita e nella morte
e un meraviglioso destino
in paradiso”.

Deus ti salvet Maria (Ave Maria)

E te ne vai, Maria, fra l’altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.

Sai che fra un’ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.

Fabrizio De Andrè - Ave Maria

Tre Madri

Con troppe lacrime piangi, Maria
Solo l’immagine d’un’agonia:
Sai che alla vita, nel terzo giorno
Il figlio tuo farà ritorno
E chi ti chiama Nostro Signore
Nella fatica del tuo sorriso
Cerca un ritaglio di Paradiso
..

In questo canto che richiama la stazione della Madonna sotto la croce durante la Passione di Cristo, intitolato “Tre madri”, si ode il pianto e il lamento delle donne per l’imminente sorte dei figli :dalle stesse parole di De Andrè si avverte un richiamo al duecentesco Pianto della Madonna di Jacopone da Todi.

08 di 10 - Tre madri - Fabrizio de André

Idea Progettazione Marilena Marino Vocedivina.it

Strumenti per la Consegna: 4 – Alcune regole di Dizione e di Pronuncia – Seconda Parte

Strumenti per la Consegna: 4 – Alcune regole di Dizione e di Pronuncia – Seconda Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

La “o” aperta (ò)

Sempre la “o” aperta (ò) nei casi seguenti:

Nei nomi che terminano in -iòlo, –iòla: vaiòlo, nebiòlo, boscaiòlo, crogiòlo, fumaiòlo, figliòlo, picciòlo, fagiòlo, mostacciòlo, orzaiòlo… viòla, carriòla, tagliòla, Gigliòla, seggiòla, sogliòla, chiocciòla…

Nei nomi che terminano in -òccio: fantòccio, bambòccio, baròccio, carròccio, cartòccio, còccio, figliòccio…

Nelle terminazioni verbali in -òlsi, -òlse, -òlsero: accòlsi, còlsi, raccòlsi, sciòlsi, stravòlsi… accòlse, riavvòlse, tòlse, prosciòlse, stravòlse… sconvòlsero, raccòlsero, distòlsero, còlsero, capovòlsero, tòlsero…

Nei nomi in -òtto: risòtto, lòtto, decòtto, mòtto, canòtto, sbòtto, tròtto, salòtto, ceròtto, lunòtto, pancòtto…

Nei nomi in -òzio: equinòzio, negòzio, òzio, sacerdòzio…

Nei nomi in -òzzo, -òzza: pòzzo, mòzzo, maritòzzo, gòzzo, singhiòzzo, tòzzo, zòzzo… bòzza, tinòzza, carròzza, còzza, piccòzza, tavolòzza, pòzza…

Nei nomi in -sòrio: ostensòrio, aspersòrio, comprensòrio, accessòrio…

Nel dittongo -uò: boncuòre, buòi, cuòre, duòmo, nuòto, fuòco, nuòvo, nuòra, ruòta, suòla, capoluògo, quòta, suòno, suòra, uòmo, suòno, suòlo, tuòno, vuòto…

Nei monosillabi no, so, do; che si pronunciano: nò, sò, dò.

Nei polisillabi tronchi in “o” accentata: alzerò, danzerò, farò, falò, pregherò, dirò, però, rococò, cercherò…

La “o” chiusa (ó)

Si ha sempre la “o” chiusa (ó) nei casi seguenti:

Nelle parole che terminano in -óce: vóce, fóce, velóce, feróce, cróce, nóce…

Nei nomi in -ógna, -ógno: vigógna, carógna, fógna, menzógna, rógna, Bológna, cicógna, vergógna, zampógna… sógno, fabbisógno, bisógno…

Nei nomi che terminano in -óio: levatóio, accappatóio, corridóio, annaffiatóio, frantóio, scrittóio, avvoltóio, rasóio, mattatóio, serbatóio, vassóio…

Nelle parole in -ónda, -óndo: rónda, affónda, rotónda, Trebisónda, biónda, microónda, grónda, profónda, spónda… rotóndo, confóndo, fecóndo, secóndo, Raimóndo, rispóndo, giocóndo, vagabóndo, immóndo…

Nei nomi che terminano in -òne: dróne, clóne, giróne, leóne, carbóne, rióne, cotóne, coróne, airóne, salóne, garzóne, tifóne, sapóne, buffóne, bottóne, Plutóne, tizzóne, elezióne…

Nelle forme verbali che terminano in -óno: clóno, stóno, confezióno, spróno, perdóno, sóno, risuóno…

Nei nomi in -óre: pudóre, cuóre, amóre, fióre, attóre, odóre, orróre, timóre, autóre, calóre, vapóre, compositóre, vettóre, torpóre, muratóre, armatóre, trattóre, fumatóre, roditóre…

Nelle forme verbali in -ósi, -óse, -ósero: pósi, depósi, impósi, esplósi, ripropósi, compósi, antepósi, … depóse, oppóse, propóse, sottopóse, nascóse… depósero, esplósero, ripósero, traspósero,…

Negli aggettivi in -óso: afóso, esóso, untuóso, bellicóso, noióso, chiassóso, delizióso, rugóso, legnóso, fiducióso, pietóso, fangóso, misterióso…

La vocale “i”

La vocale “i” in alcuni gruppi di lettere:

In alcuni gruppi di lettere la vocale i compare come semplice segno ortografico e non come suono e pertanto non deve essere pronunciata (es.: cièlo, lascia, prigione, religione, fanciullo, maciullo ecc.).

A volte, davanti ad un’altra vocale la i ha la funzione di “semiconsonante” (in quanto sostituisce l’ormai arcaica “j) e deve pertanto essere pronunciata in modo più duro, come se fosse raddoppiata (es.: giuro, aiuto, tabaccaio, gaio, saio, pollaio, asciugare, abbaiate, ecc…).

La “s” sorda (s)

La consonante “s” si pronuncia sempre “sorda” (come in “tasso”) nei casi seguenti:

Quando è doppia: osso, rosso, basso, mosso, stesso, scosse, assorto, cessata, massai, bruciassi, commessa, assertivo, Alessandro, appendesse, cassone, accumulassi, Gessica, abbottonasse, trasgressore…

Quando si trova in principio di parola ed è seguita da una vocale: sale, sua, sazio, soci, Sony, sito, sigaro, sole, sapere, salta, sigla, somma, saggio…

Quando è seguita, sia all’inizio sia nel corpo della parola, da una delle seguenti consonanti: c, f, p, q, t: scansare, asfalto, aspetto, Pasqua, astio, scafata, scandito, spalmate, spiegato, squisito, stancato…

Quando è preceduta da un’altra consonante: psicanalisi, abside, obsoleto, subsonico, censo, mense, pianse, unsero, falso, gelso, polso, avulso, balsamo, corsa, riversa, persona, borsa, comparse, autopsia, capsula…

La “s” sonora (ʃ)

La consonante “s” è sempre sonora (come in “roʃa”) nei casi seguenti:

Davanti alla “b” (ʃberla, ʃbaffo, ʃbarra, ʃbotta, ʃbronzo, ʃbarchi, ʃbattuto)

Davanti alla “d” (ʃdraio, ʃdegno, ʃdentato, ʃdogano, ʃdraiato, ʃdegnato)

Davanti alla “g” (ʃgarro, ʃgorbio, ʃguazzo, ʃgancio, ʃgretola, ʃgomitolo)

Davanti alla “l” (ʃlavo, ʃlip, ʃlide, ʃlegare, ʃleali, ʃlargo, ʃlaccio, ʃlittino)

davanti alla “m” (ʃmodato, ʃmog, ʃmania, ʃmaltire, ʃmetto, ʃmalto, aʃma)

Davanti alla “n” (ʃnob, ʃnidare, ʃnodo, ʃnodare, ʃnobismo, ʃnidare, ʃniffare)

Davanti alla “r” (ʃradicare, ʃrotolare, ʃregolato, ʃragionare, Iʃraele)

Davanti alla “v” (ʃvago, ʃvolta, ʃvista, ʃviene, ʃvuota, ʃvaluta, ʃvitare, ʃvenire)

Nella maggioranza dei casi la “s” che si trova fra le due vocali è sonora: aʃilo, aʃincrono, auʃiliare, deluʃi, baʃilica, biaʃimo, Evaʃio, biʃogno, Iʃotta, iʃolante, Mariʃa, biʃonte, piʃolo, biʃunto, ucciʃo, Treviʃo, caʃerma, fraʃe, aʃettico, raʃero, cauʃa, clauʃura, eʃame, eʃempio, eʃercito, eʃecrare, iʃola, marcheʃe, miʃeria, paradiʃo, cortiʃone, riʃorsa, scuʃa, rinchiuʃa, abuʃando, spoʃo, borioʃo, faticoʃo, erboʃo …

La “z” sorda (z)

La “z” sorda (z) nelle parole che terminano in:

-azia (abazia, disgrazia, burocrazia, ringrazia, sazia, spazia, Mariagrazia…)

-azie (grazie, acrobazie, tecnocrazie, democrazie, autocrazie…)

-azio (strazio, dazio, spazio, Ignazio, topazio, Orazio, ringrazio, sazio…)

-èzia (Elvezia, facezia, inezia, profezia, Lucrezia, spezia, Venezia…)

-èzio (Ezio, screzio, trapezio…)

-izia (pulizia, egizia, inizia, malizia, polizia, dovizia, pigrizia, perizia …)

-izie (immondizie, amicizie, calvizie, canizie, delizie, milizie, primizie…)

-izio (inizio, vizio, dizione, comizio, tizio, uffizio, novizio, Patrizio…)

-òzio (negozio, ozio, sacerdozio, equinozio…) -uzia (astuzia, arguzia, minuzia…) -uzie (arguzie, balbuzie…)

Terminano in -ézza: brezza, debolezza, purezza, saggezza, salvezza…

Terminano in -òzza: piccozza, tinozza, tozza, pozza, abbozza, carrozza…

Terminano in -uzzo: Abruzzo, aguzzo, spruzzo, struzzo, calcestruzzo…

Quando la “z” si trova ad inizio parola e la seconda sillaba ha come prima lettera una consonante sorda:

c”: zinco, zucchero, zecca, zucca, zucchina, zuccotto, zoccolo…
f”: zuffa, zaffata, zufolo, zolfo… (eccezioni: zafferano, zefiro, zaffiro)
p”: zampa, zappa, zuppa, zampogna, zampina, zoppo, zeppo, zampate
t”: zitto, zittire, zattera, zampate(eccezioni: zeta, zotico)

Quando viene immediatamente dopo la lettera “l”: alzare, calza, scalzo, calzolaio, milza, infilzare, mascalzone, filza, sfilza… (eccezioni: elzeviro, belzebù)
Nelle terminazioni in “zione”: azione, lozione, unzione, colazione, addizione, eruzione, cauzione…

Quando è doppia: pazzo, pozzo, durezza, struzzo, strozzare, strozzino, carrozza, pezzo, spruzzo, bellezza, carezza, prezzemolo, purezza, prezzo, pezzo, pizza, nozze, piccozza… (eccezioni: azzardo, azzurro, brezza)

Nei finali dei verbi in “azzare”: starnazzare, scorazzare, strapazzare…

Nelle terminazioni in “anza”, “enza”: danza, risonanza, finanza, costanza, mancanza, stanza, vacanzalenza, coerenza, utenza, apparenza, udienza, divergenza, violenza, urgenza, partenza, assenza, …

Nelle terminazioni in “orzo”, “orza”, “erzo”: sforzo, rinforzo… scorza, forza, smorza… sterzo, terzo…

Nelle terminazioni in “onzolo”: girónzolo, frónzolo, pretónzolo, medicónzolo, ballonzolo, lattonzolo

Altre parole che cominciano con la “z” sorda: zampillo, zio, zitella…

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La “z” è sonora (ʒ)

La “z” è sempre sonora (come in “biʒʒarro”) nelle terminazioni seguenti:

Riportiamo di seguito i casi in cui la lettera “z” si pronuncia con suono dolce:

Quando è seguita da due vocali, la prima delle quali non è una “i”: ʒoo, ʒuavo, ʒaino, Ʒeus, Ʒaira…

Quando si trova all’inizio di una parola e la seconda sillaba ha come prima lettera una consonante sonora:

b”: ʒabaione, ʒibibbo, ʒibaldone, ʒebra, ʒebù, Ʒebedeo
g”: ʒigrino, ʒigomo, ʒigote (eccezione: zigano)
l”: ʒelo, ʒulù, ʒelante…
m”: ʒimarra, ʒummare
n“: ʒona, Ʒeno
r”: ʒero, Ʒara
v”: ʒavorraz”: ʒan-ʒara, ʒen-ʒero, ʒan-ʒibar, ʒuʒʒurellone

Quando si trova in mezzo a due vocali: aʒoto, naʒareno, oʒono, aʒalea, Aʒeglio… (eccezione: nazismo).

Nei finali dei verbi in “izzare”: spriʒʒare, sintetiʒʒare, mitiʒʒare,organiʒʒare, armoniʒʒare, penaliʒʒare, concretiʒʒare… (eccezioni: rizzare) -iʒʒire (avviʒʒirei, imbiʒʒire…).

Altre parole che cominciano, con la “ʒ” sonora:

ʒinco, ʒanzara, ʒenzero, ʒerbino, ʒizzania, ʒodiaco, ʒotico, ʒaffiro…

Nel corpo della parola la “z”, semplice o doppia, a volte sorda, altre sonora.

Le “z” elencate sono quelle che difficilmente possiamo raggruppare in regole precise:

aguzzo, agu(ʒʒino), aʒienda, aʒʒardo, aʒʒurro, azzuffare, balza, balzare, barʒelletta, baʒʒecola, biʒʒa, biʒʒarro, bozzolo, breʒʒa, buʒʒurro, calzetta, canzone, doʒʒina, Enzo, fidanzato, friʒʒante, garʒone, guazzabuglio, guizzo, laʒʒo, lizza, magaʒʒino, mazzo, Mazzini, nuziale, oleʒʒo, punzecchiare, roʒʒo, scherzo, senza, sgabuʒʒino, soʒʒura, sprazzo, stizza, trameʒʒo, verʒura, vezzo…

I gruppi di consonanti gn, gl e sc

I gruppi di consonanti gn, gl e sc hanno un suono rafforzato e, pertanto, devono essere pronunciati come se fossero raddoppiati (es.: signóre, égli, conoscènza, ecc.).

Inoltre alcune consonanti iniziali di parola si pronunciano come se fossero raddoppiate quando seguono certe parole terminanti per vocale (es.: di-d-Dio, è-v-vero, a-m-me, ecc.).

Gli omografi


Sono detti omografi quei vocaboli che, sono scritti nello stesso modo, ma devono essere pronunciati in due modi in base al contesto. Il numero di questi termini è limitato e, solo il testo precedente può rendere chiaro il significato. Certo è che spesso la differenza di pronuncia può provocare qualche incertezza o imbarazzo.


Riassumiamoli in due gruppi elencando alcuni esempi:
1) quelli in cui l’accento cade sulla stessa sillaba.
2) quelli in cui l’accento cade su sillabe diverse.


1) – l’accento cade sulla stessa sillaba.


Accètta (da accettare) — Accétta (arnese)
Accòrsi (accorgersi) — Accórsi (da accorrere)
Affètto (sentimento, ammalato) — Affétto (da affettare)
Appòsta (deliberatamente) — Appósta (da apporre)
Arèna (teatro) — Aréna (sabbia)
Assòrto (immerso in un pensiero) — Assórto (levato al cielo)

Bòtte (percosse) — Bótte (contenitore)
Còla (pianta africana) — Cóla (da colare)
Còlto (da cogliere) — Cólto (istruito)
Corrèsse (da correggere) — Corrésse (da correre)
Còrso (abitante della Corsica) — Córso (da correre)
Dèi (divinità) — Déi (preposizione articolate)
Dètte (da dare) — Détte (da dire)
Dètto (da dettare) — Détto (da dire)
È (essere) — É (congiunzione)
Èsca (uscire) — Ésca (necessario per attirare i pesci)
Èlle (lettera alfabeto) — Élle (pronome)
Èsse (lettera alfabeto) — Ésse (pronome)
Fòro (luogo pubblico) — Fóro (buco)
Fòsse (buche) — Fósse (essere)
Impòsta (serranda) — Impósta (da imporre, tasse)
Impòrti (da importare) — Impórti (da imporre)
Lègge (da leggere) — Légge (norma)
Mènto (da mentire) — Ménto (parte del viso)
Mèsse (raccolto) — Mésse (da mettere)
Nèi (macchie sulla pelle) — Néi (preposizione articolata)
Òra (da orare) — Óra (adesso, 60 minuti)
Pène (organo maschile) — Péne (punizioni, castighi)
Pèsca (frutto) — Pésca (da pescare)
Pèste (malattia) — Péste (impronte)
Pòrci (animali) — Pórci (da porre)
Pòse (atteggiamenti) — Póse (da porre)
Pòsta (corrispondenza, somma in palio) — Pósta (da porre)
Rè (nota musicale) — Ré (sovrano)
Ròdano (nome) — Ródano (da rodere)
Ròsa (fiore e nome) — Rósa (rodere)
Sòrta (specie) — Sórta (sorgere)
Tè (bevanda) — Té (pronome)
Tèma (argomento) — Téma (da temere e paura)
Tòcco (pezzettino) — Tócco (da toccare)
Tòrre (da togliere) — Tórre (edificio)
Tòrta (da torcere) — Tórta (da dolce)
Vendètte (da vendere) — Vendétte (plurale di vendetta)
Vènti (correnti d’aria) — Vénti (numero)
Vòlgo (volgere) — Vólgo (popolo)
Vòlto (volgere) — Vólto (viso)
Vòto (forma poetica di vuoto) — Vóto (scelta elettorale)

 

2 – l‘accento cade su sillabe diverse.


Àbitino (da abitare) — Abitìno (piccolo indumento)
Àbito (
indumento) — Abitò (verbo da abitare)
Accòmodati (
esorto ad entrare) — Accomodàti (sistemati comodi)
Adùlteri (
chi tradisce) — Adultèri (tradimenti)
Àgito (
presente da agitare) — Agìto (da agire) — Agitò (passato da agitare)
Aguzzìno (
torturatore) — Agùzzino (da aguzzare)
Àltero (
da alterare) — Altèro (superbo) — Alterò (passato da alterare)
Àmbito (
spazio circoscritto) — Ambìto (da ambire)
Àncora (
per ancorare) — Ancóra (avverbio)
Àrbitri (
giudici) — Arbìtri (da arbìtrio)
Bàcino (
da baciare) — Bacìno (grande catino) — Bacìno (piccolo bacio)
Bàlia (
chi accudisce bimbi) — Balìa (essere alla mercé di)
Bàlzano (
da balzare) — Balzàno (bizzarro)
Bécchino (
da beccare) — Becchìno (chi seppellisce morti)
Benèfici (
che danno beneficio) — Benefìci (plurale beneficio)
Bùchino (
da bucare) — Buchìno (piccolo buco)
Calàmita (
da calamitare) — Calamìta (il magnete) — Calamità (disgrazia)
Circùito (
pista) — Circuìto (da circuire)
Càpito (
da capitare) — Capìto (da capire) — Capitò (da capitare)
Cómpito (
incarico) — Compìto (da compire)
Condòmini (
sostantivo) — Condomìni (pl. condominio)
Cùpido (
avido di denaro, ecc.) — Cupìdo (Dio dell’amore)
Dècade (
insieme di dieci) — Decàde (da decadere)
Desìderi (
da desiderare) — Desidèri (plurale desiderio)
Déstino (
da destare) — Destìno (fato) — Destinò (da destinare)
Esàmino (
da esaminare) — Esamìno (piccolo esame) — Esaminò (da esaminare)
Férmati (
bloccati!) — Fermàti (essere bloccati)
Frùstino (
da frustare) — Frustìno (piccola frusta)
Gràvita (
da gravitare) — Gravità (da grave)
Guài (
problemi) — Guaì (da guaire)
Ìmpari (
non uguale) — Impàri (da imparare)
Ìndice (
dito e indicazione) — Indìce (da indire)
Ìndico (
da indicare) — Indìco (da indire) — Indicò (da indicare)
Intùito (
sesto senso) — Intuìto (da intuire)
Lèggere (
da leggere) — Leggère (non pesanti)
Leggèro (
non pesante) — Leggerò (futuro da leggere)
Malèfici (
plurale di malefico) — Malefìci (plurale di maleficio)
Màrtiri (
plurale di martire) — Martìri (plurale di martirio)
Nòcciolo (
ciò che è nel frutto) — Nocciòlo (albero)
Òmero (
osso umano) — Omèro (scrittore)
Onèsta (
femminile di onesto) — Onestà (il non ingannare)
Pàgano (
da pagare) — Pagàno (aggettivo)
Pàpa (c
apo della chiesa) — Papà (padre)
Pàttino (
da pattinare) — Pattìno (imbarcazione) — Pattinò (da pattinare)
Pèrdono (
da perdere) — Perdóno (da perdonare) — Perdonò (da perdonare)
Prèdica (
sermone) — Predìca (da predire)
Prèsidi (
chi dirige scuole) — Presìdi (plurale di presidio)
Prèsso (
vicino) — Pressò (da pressare)
Prìncipi (
plurale di principe) — Princìpi (plurale di principio)
Pròvino (
da provare) — Provìno (test per attori)
Rètina (
parte dell’occhio) — Retìna (piccola rete)
Rùbino (
da rubare) — Rubìno (pietra preziosa)
Séguito (
parte successiva) — Seguìto (pedinato) — Seguitò (da seguitare)
Sùbito (
adesso) — Subìto (da subire)
Tèndine (
parte corpo umano) — Tendìne (piccole tende)
Tènere (
soffici) — Tenére (verbo)
Tràttino (
da trattare) — Trattìno (piccolo segno)
Unìta (
attaccata) — Unità (indivisibilità)
Vàluta (
da valutare) — Valùta (bancanota)
Vìola (
da violare) — Viòla (colore e fiore)
Vìolino (
da violare) — Violìno (strumento)
Vólano (
da volare) — Volàno (sostantivo)

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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Gerusalemme-Viaggio nella città santa

Gerusalemme-Viaggio nella città santa

«Siano tranquilli quelli che ti amano! Sia pace nelle tue mura e sicurezza nei tuoi palazzi!»” (Salmo 122:6-7)

“Le tue porte, Gerusalemme,
saranno ricostruite
con zaffiro e smeraldo, le tue mura saranno fatte di pietre preziose. Le tue torri, Gerusalemme, saranno d’oro
e tutti i tuoi bastioni di oro puro.
Le vie di Gerusalemme saranno lastricate con pietre preziose.
Dalle porte di Gerusalemme si alzeranno inni di gioia,
tutte le sue case canteranno: ‘Alleluia! Sia benedetto il Dio d’Israele’.
I fedeli benediranno sempre il Signore che è santo.”

Gerusalemme in Cartolina
Video Cartolina realizzazione Marilena Marino Vocedivina.it

Gerusalemme è una città unica al mondo, ricca di storia, cultura e spiritualità. Visitare Gerusalemme significa immergersi in un’atmosfera senza tempo, dove si incontrano le tre grandi religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islam.

Provo a descrivervi i luoghi principali di questa città affascinante e suggestiva.

La Città Vecchia

Il cuore di Gerusalemme è la Città Vecchia, circondata da mura antiche e divisa in quattro quartieri: ebraico, musulmano, cristiano ed armeno. Qui si trovano alcuni dei siti più sacri e importanti per le tre fedi, come il Muro del Pianto, la Spianata delle Moschee e la Basilica del Santo Sepolcro. La Città Vecchia si può esplorare a piedi, seguendo le strette vie lastricate di pietra, i vicoli colorati dai bazar e le tracce della storia millenaria di Gerusalemme.

Il Muro del Pianto

Il Muro del Pianto o Muro Occidentale è l’unico reperto rimasto del Secondo Tempio di Gerusalemme (516 aC-70 dC)

Il Muro del Pianto è il luogo più sacro per gli ebrei, poiché rappresenta l’unico resto del Tempio di Gerusalemme distrutto dai Romani nel 70 d.C. Il Muro è lungo 488 metri, ma solo una parte è visibile nella piazza che lo fronteggia. Qui gli ebrei si recano per pregare e inserire dei bigliettini con le loro richieste tra le fessure delle pietre. Il venerdì sera si assiste alla cerimonia dello Shabbat, il giorno sacro della settimana.

 Il lamento dell’esiliato a Babilonia dopo la caduta di Gerusalemme nel 587 a.C.

La Spianata delle Moschee

Il terzo luogo più sacro per l’islam dopo La Mecca e Medina

La Spianata delle Moschee è il terzo luogo più sacro per l’islam dopo La Mecca e Medina. Qui sorgeva il Tempio di Salomone ed è qui che il profeta Maometto salì al cielo secondo la tradizione musulmana. La Spianata ospita due splendide moschee: la Cupola della Roccia, con la sua cupola dorata che domina il panorama della città, e la Moschea di Al-Aqsa, con i suoi archi decorati. L’accesso alla Spianata è consentito solo ai musulmani; gli altri visitatori possono ammirarla dal Monte degli Ulivi o dalla Porta dei Magrebini.

La Basilica del Santo Sepolcro

La Basilica del Santo Sepolcro è il luogo più sacro per i cristiani, poiché custodisce il sepolcro di Gesù Cristo e il Golgota (Calvario), il luogo della sua crocifissione. La Basilica è un complesso architettonico che racchiude diverse cappelle gestite da varie confessioni cristiane (ortodossa greca, cattolica romana, armena apostolica ecc.). All’interno si possono ammirare opere d’arte di grande valore storico-artistico come l’Edicola del Santo Sepolcro o l’Altare del Golgota.

Santo Sepolcro

La Città Nuova

Oltre alla Città Vecchia ci sono altre zone interessanti da visitare nella parte moderna di Gerusalemme. Una di queste è il Mercato Mahane Yehuda, un vivace mercato all’aperto dove si possono trovare frutta fresca,
verdura, spezie, dolci, prodotti tipici e molto altro ancora. Un altro luogo da non perdere è Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto
che documenta la tragedia degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale attraverso testimonianze, foto, video e oggetti personali. Infine, si può salire sul Monte degli Ulivi per godere di una vista panoramica sulla città e visitare alcuni siti religiosi come il Giardino dei Getsemani e la Tomba della Vergine Maria.

Tomba della Vergine Maria.

Giardino del Getsemani

Gerusalemme è una città che suscita emozioni intense e contrastanti in chi la visita. È il luogo sacro per le tre grandi religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islam e anche il teatro di conflitti storici e attuali che ne minacciano la pace e la convivenza. Ma è anche una città ricca di bellezza, cultura e spiritualità, che offre al visitatore esperienze uniche e indimenticabili.

Voglio condividere con voi le emozioni che ho provato nel vedere i luoghi più significativi di Gerusalemme, sperando di trasmettervi un po’ dello stupore di questa città anche se è impossibile raccontare tutti i posti che ho visitato, ognuno degno di essere descritto come si deve ma questo è solo un piccolo approccio iniziale…ne citerò alcuni..

La prima tappa è stata la Città Vecchia, circondata da mura imponenti e divisa in quattro quartieri: armeno, cristiano, ebraico e musulmano. Entrando dalla Porta di Giaffa si respira subito l’atmosfera antica e multiculturale della città. Si cammina tra vicoli stretti e affollati, dove si incontrano negozi di souvenir, bancarelle di spezie, chiese, sinagoghe e moschee.

Souvenir, bancarelle di spezie

Uno dei luoghi più emozionanti è il Muro del Pianto (o Kotel), l’unico resto del Tempio di Gerusalemme distrutto dai Romani nel 70 d.C. È il luogo più sacro per gli Ebrei, che vi si recano per pregare e inserire dei bigliettini con le loro richieste tra le fessure delle pietre. Ho provato un senso di rispetto e commozione nel vedere tanta devozione e speranza.

Un altro luogo che mi ha colpito è la Basilica del Santo Sepolcro (o Chiesa della Resurrezione), il luogo dove secondo la tradizione cristiana Gesù fu crocifisso, sepolto e risorto. La basilica è un complesso architettonico composto da diverse cappelle gestite da varie confessioni cristiane. Al suo interno si trovano il Golgota (il luogo della crocifissione), l’Edicola (la tomba vuota di Gesù) e la Pietra dell’Unzione (dove fu preparato il corpo di Gesù per la sepoltura). Ho provato una forte emozione nel toccare questi luoghi così carichi di storia e fede.

Infine ho visitato la Spianata delle Moschee (o Monte del Tempio), il terzo luogo più sacro per i Musulmani dopo La Mecca e Medina. Qui sorgono due splendide moschee: la Cupola della Roccia (dove secondo la tradizione islamica Maometto salì al cielo) e la Moschea al-Aqsa (la prima direzione della preghiera islamica prima della Mecca). Ho provato una sensazione di meraviglia nel vedere i colori brillanti delle cupole dorate e dei mosaici azzurri.

Gerusalemme è una città che mi ha fatto vivere emozioni contrastanti: da una parte ho sentito la gioia di scoprire luoghi ricchi di significato spirituale; dall’altra ho avvertito il dolore di vedere le ferite ancora aperte dei conflitti tra popoli diversi. Spero che un giorno Gerusalemme possa essere davvero una città di pace.

Per concludere voglio condividere con voi alcuni versetti della sacra scrittura che parlano di Gerusalemme, la città santa e amata da Dio. Gerusalemme è il luogo dove si è manifestata la gloria di Dio, dove ha stabilito il suo tempio, dove ha inviato il suo Figlio Gesù Cristo per la salvezza del mondo. Gerusalemme è anche il simbolo della Chiesa e della patria celeste, verso cui siamo pellegrini sulla terra.

Ecco alcuni versetti che ho scelto per voi:

“Ma io ho posto il mio re sul Sion mio santo monte”. (Salmo 2:6)

“Gerusalemme è edificata come città salda e compatta. Là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore: è legge per Israele rendere grazie al nome del Signore.” (Salmo 122:3-4)

“Prega per la pace di Gerusalemme: «Siano tranquilli quelli che ti amano! Sia pace nelle tue mura e sicurezza nei tuoi palazzi!»” (Salmo 122:6-7)

“Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio; perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia; come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli. Poiché come la terra fa germogliare i suoi germogli e come un giardino fa spuntare i suoi semi così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le nazioni. Per amore di Sion non tacerò e per amore di Gerusalemme non mi darò pace finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada.” (Isaia 61:10 – 62:1)

Per amore di Sion non mi terrò in silenzio,
per amore di Gerusalemme non mi darò pace,
finché non sorga come stella la sua giustizia
e la sua salvezza non risplenda come lampada
(Ap 21, 2)

I pellegrinaggi a Gerusalemme

“Tre volte all’anno celebrerai una festa in mio onore. Osserva la festa dei Pani non lievitati: nella ricorrenza del mese di Abib, il mese in cui sei uscito dall’Egitto, devi mangiare per sette giorni pane non lievitato, come io ti ho comandato.
Nessuno osi presentarsi al mio santuario a mani vuote. Osserva la festa della Mietitura, quando inizi a raccogliere quel che hai seminato nel tuo campo. Osserva la festa del Raccolto, al termine dell’anno quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi. In queste tre feste annuali gli uomini si presenteranno a me, il Signore vostro Dio, nel mio santuario”. – Es 23:14-

   Tre Feste annuali dovevano essere celebrate, per ordine di Dio, a Gerusalemme. Da tutta Israele, almeno gli uomini dovevano recarsi in pellegrinaggio nella città santa. Queste tre occasioni riguardavano:

  1. Primo pellegrinaggio. Pasqua e Festa dei Pani Azzimi, dal 15 al 21 nissàn.
  2. Secondo pellegrinaggio. Festa di Pentecoste, detta anche Festa delle Settimane e Festa della Mietitura, nel mese di sivàn.
  3. Terzo pellegrinaggio. Festa delle Capanne, detta anche Festa del Raccolto, dal 15 al 21 tishrì.

   Queste tre Feste fanno parte delle “solennità del Signore”, da celebrarsi “come sante convocazioni” (Lv 23:2). La parola resa “solennità” è nel testo ebraico מֹועֲדֵי (moadè), stato costrutto di מֹועֲדִים (moadìm), che può essere resa “appuntamenti”: si tratta dei momenti d’incontro con Dio, delle sue sante Festività. In Sl 104:19 è detto che Dio “ha fatto la luna per stabilire i מֹועֲדִים [moadìm]”. La versione PdS traduce “per segnare il tempo”; NR, “per stabilire le stagioni”; TNM, “per i tempi fissati”. La verità è che Dio ha fatto la luna per indicare i מֹועֲדִים (moadìm), le sue sante solennità. Le Feste bibliche vanno quindi osservate secondo il calendario lunare biblico.

   Il popolo d’Israele era protetto da Dio stesso mentre la popolazione si recava a Gerusalemme per i tre pellegrinaggi: “Io scaccerò davanti a te delle nazioni e allargherò i tuoi confini; nessuno oserà appropriarsi del tuo paese, quando salirai, tre volte all’anno, per comparire alla presenza del Signore, che è il tuo Dio” – Es 34:24.

   Il fatto che siano comandati di compiere questi tre pellegrinaggi in modo specifico gli uomini, non esclude (e, di fatto, non escluse) la partecipazione dell’intera famiglia. Da 1Sam 1:7, ad esempio, sappiamo che Anna madre di Samuele partecipava.

   Queste tre Feste erano intimamente legate alla raccolta (Es 23:14-17). La Festa dei Pani Azzimi iniziava il 15 nissàn e coincideva con la raccolta dell’orzo; il giorno dopo il sabato settimanale (nostra domenica) che cadeva durante questa Festa (Lv 23:15), il sommo sacerdote doveva agitare dinanzi a Dio un covone di spighe tratto dalle primizie della raccolta dell’orzo.  La Festa delle Settimane o Pentecoste cadeva il 50° giorno, nuovamente domenica (per noi), dopo quella domenica in cui si offriva il covone; era la Festa “delle primizie della mietitura del frumento” (Es 34:22). La Festa delle Capanne o della raccolta iniziava il 15° giorno del mese di etanìm o tishrì e concludeva allegramente l’anno agricolo. Erano quindi occasioni adatte perché le famiglie al completo facessero festa. – Dt 16:14,15.

   “Che gioia quando mi dissero: ‘Andremo alla casa del Signore!’. E ora i nostri passi si fermano alle tue porte, Gerusalemme”. – Sl 122:1,2, 

   Una di queste occasioni, narrata dal Vangelo, vide Yeshùa dodicenne partecipare al pellegrinaggio a Gerusalemme per la Pasqua, secondo l’uso ebraico (Lc 2:42). Giuseppe Flavio calcolò l’ammontare della folla per la Pasqua a circa tre milioni di persone (Guerra Giudaica, 6,9,3). Proprio perché le famiglie partecipavano con tutta la parentela, quando la carovana con i genitori di Yeshùa ripartì, non ci si rese subito conto che lui mancava. Poteva essere con qualche parente o amico della comitiva (ormai aveva dodici anni). Fu solo alla prima tappa che, non trovandolo, tornano a Gerusalemme, dove lo ritrovarono al Tempio. – Lc 2:48.

   Le Festività sacre di Dio davano modo agli israeliti di riservare del tempo per rendere culto a Dio e per meditare sulla sua santa Legge, stando insieme come popolo. Avevano anche occasione di viaggiare e di conoscere la Terra che Dio aveva dato loro. Quei pellegrinaggi erano davvero motivo di contentezza. Dopo che Gerusalemme fu distrutta, il profeta descrive il profondo abbattimento della popolazione richiamando la mancanza delle Feste: “Le strade di Sion sono in lutto perché nessuno va più alle feste, le sue piazze sono deserte”, “[Dio] ha ridotto il suo tempio a un giardino
devastato, ha demolito il luogo dove incontrava  il suo popolo. Il Signore ha fatto dimenticare in Sion le feste e il sabato” (Lam 1:4;2:6, PdS). Allo stesso modo, le Feste sono prese a immagine della condizione migliore. Il profeta annuncia: “Tu, popolo di Dio, canterai come in una notte di festa. Sarai gioioso come quando, al suono del flauto, sali alla montagna del Signore, la Roccia d’Israele”. – Is 30:29

   Essendo la società ebraica agricola, gli israeliti dipendevano dalla benedizione di Dio sulla terra. Le tre grandi Feste che richiedevano il pellegrinaggio a Gerusalemme, avvenivano all’inizio della primavera (mietitura dell’orzo), nella tarda primavera (mietitura del frumento) e a fine estate (resto del raccolto). Erano occasioni non solo di grande allegria ma anche di profonda gratitudine verso Dio che aveva assicurato la pioggia necessaria perché il paese fosse produttivo. Dio aveva promesso al suo popolo: “Nella terra in cui andate ci sono monti e valli, e il suolo è irrigato dalla pioggia. Il Signore, vostro Dio, si prende cura di questa terra e la rende sempre rigogliosa dall’inizio alla fine dell’anno. Se ubbidirete veramente agli ordini che oggi vi comunico: se amerete il Signore, vostro Dio, e lo servirete con tutto il cuore e con tutta l’anima, egli farà scendere la pioggia sui vostri campi nella stagione giusta, in autunno e in primavera, e voi ne ricaverete frumento, vino e olio. Il Signore farà crescere nei pascoli l’erba per il vostro bestiame. Avrete sempre da mangiare e da saziarvi!”. – Dt 11:11-15.

   Riusciamo a immaginare la grande impressione che doveva fare Gerusalemme in piena festa? Mentre si saliva alla città santa, che è a un’altitudine di circa 700 m, la capitale d’Israele era già visibile a distanza. L’emozione cresceva. Più grande impressione doveva fare il Tempio che spiccava meraviglioso e imponente. L’emozione cresceva quando      il suono delle trombe segnava l’inizio delle cerimonie sacre.

Spero che questi versetti ci faccianoo riflettere sulla bellezza e l’importanza di Gerusalemme nella storia della salvezza.

Tutta la Sacra Scrittura è piena di tesori nascosti nella Parola di Dio!

Canto dei pellegrini. Salmo di Davide.
Che gioia quando mi dissero:
‘Andremo alla casa del Signore!’.
E ora i nostri passi si fermano alle tue
porte, Gerusalemme.
Gerusalemme, città ben costruita,
raccolta entro le tue mura!
A te salgono le tribù,
le tribù del Signore.
Qui Israele deve lodare
il nome del Signore.
Qui, nel palazzo di Davide,
siedono i re a rendere giustizia.
Pregate per la pace di Gerusalemme.
Dite: ‘Sicurezza per chi ti ama,
pace entro le tue mura,
prosperità nei tuoi palazzi!’.
Per amore dei miei parenti e vicini
io dico: ‘Pace su di te!’.
Per amore della casa del Signore, nostro Dio,
voglio chiedere per te ogni bene.

Isaia 2:3

Molti popoli vi accorreranno, e diranno:
«Venite, saliamo al monte del SIGNORE,
alla casa del Dio di Giacobbe;
egli ci insegnerà le sue vie,
e noi cammineremo per i suoi sentieri».
Da Sion, infatti, uscirà la legge,
e da Gerusalemme la parola del SIGNORE.

Salmi 122:6

Pregate per la pace di Gerusalemme!
Quelli che ti amano vivano tranquilli.

Salmi 128:5

Il SIGNORE ti benedica da Sion!
Possa tu vedere la prosperità di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita.

Salmi 137:6

resti la mia lingua attaccata al palato,
se io non mi ricordo di te,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.

Cantico 2:7

Figlie di Gerusalemme, io vi scongiuro
per le gazzelle, per le cerve dei campi,
non svegliate, non svegliate l’amore mio,
finché lei non lo desideri!

Cantico 8:4

Figlie di Gerusalemme, io vi scongiuro,
non svegliate, non svegliate l’amor mio,
finché lei non lo desideri!

Isaia 33:20

Contempla Sion, la città delle nostre solennità!
I tuoi occhi vedranno Gerusalemme, soggiorno tranquillo,

tenda che non sarà mai trasportata,
i cui picchetti non saranno mai divelti,
il cui cordame non sarà mai strappato.

Salmi 122:6

Pregate per la pace di Gerusalemme!
Quelli che ti amano vivano tranquilli.

Cantico 5:8

Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
se trovate il mio amico,
che gli direte?
Che sono malata d’amore.

Idea Progettazione di Marilena Marino Vocedivina,it

Strumenti per la Consegna: 4 – Alcune regole di Dizione e Pronuncia – Prima Parte

Strumenti per la Consegna: 4 – Alcune regole di Dizione e Pronuncia – Prima Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Memore della dignità della parola di Dio e dell’importanza del suo ufficio, il lettore curi assiduamente le modalità di una corretta dizione e pronunzia, affinché la parola di Dio sia chiaramente percepita dai partecipanti. Quando poi annunzia agli altri la divina Parola, la accolga docilmente anche lui e la mediti con attenzione, cosi da darne testimonianza con il suo comportamento” (dal Cæremoniale Episcoporum n. 32).


Quello che il nostro servizio sta facendo è qualcosa di importante: la parola di Dio merita la massima precisione.

Mettiamo la nostra voce e la nostra bocca al servizio della Parola che merita il nostro assoluto rispetto.

Quindi è evidente che le letture ispirate da Dio necessitano di essere pronunciate ed enunciate in modo perfetto, cosicché il suo messaggio al mondo possa essere chiaramente e perfettamente comunicato ai suoi figli.

Durante una qualsiasi conversazione il nostro controllo sulla pronuncia delle parole che formuliamo non è sempre attento ed attivo, le nostre conversazioni a volte possono essere anche informali, amichevoli, leggere.

Ma se mettiamo la nostra voce su un materiale importante come la parola di Dio allora dobbiamo aggiungere impegno e precisione alla nostra consegna per rispetto alla parola di Dio e perché chi ci ascolta debba percepire un messaggio completo e senza ambiguità.

Parlando di pronunciadobbiamo capire cosa si intende. La pronuncia significa articolare bene una sillaba o una parola nel modo “accettato” o accettabile dalla comunità che usa quella lingua.

Ci sono tanti dizionari che cercano di precisare le pronunce giuste di ogni parola anche se ogni lingua cambia nel corso del tempo e le pronunce di alcune parole nella consuetudine possono leggermente variare.


La “dizioneè fondamentalmente una tecnica che facilita l’uso della struttura muscolare della bocca. Una buona dizione è quella che fa uscire dalla propria bocca dei suoni puliti, chiari, che tutti possono comprendere.

Le consonanti sono le strutture portanti di una parola. Bisogna appoggiarsi a esse come a dei pilastri. Le vocali danno colore e ritmo alle parole.

Tutte queste componenti sono essenziali per apprendere la tecnica di una buona lettura pubblica. A esse bisogna aggiungere le pause che permettono una leggera inspirazione e quindi interrompono il fluire continuo delle parole, e la respirazione che si compie solo a frase conclusa, quando si fa una pausa più prolungata.


Gli errori di pronuncia piu comuni sono quando permettiamo ai nostri dialetti regionali di deformare le parole della lingua che usiamo; i difetti principali possono essere quando omettiamo, aggiungiamo o scambiamo certe consonanti o enfatizziamo sillabe sbagliate, o accenti sbagliati, ecc.

Quando PROCLAMIAMO ad alta voce o, con un altro termine, ENUNCIAMO, si intende il modo di pronunciare le parole in modo chiaro e scandito per ogni sillaba.

Gli errori che possiamo fare in questa zona sono quelli di inghiottire la fine delle parole, o tronchiamo le vocali o le sillabe finali di alcune parole, o ancora fondiamo due parole insieme, ecc.

Leggendo la parola di Dio potremmo essere tentati di dire che l’importante è il messaggio spirituale che passa in queste parole e che non è importante la pronuncia dei testi o il suo modo di enunciarle. Ma gli errori di cui parlavamo prima possono causare alcuni problemi non così insignificanti:

– L’ascoltatore potrebbe non aver capito bene una parola magari troncata da una enunciazione imperfetta e aver perso il senso di tutta una intera frase.

– Pronunce sbagliate proclamate ufficialmente potrebbero diffondere una ripetizione virale di errori di pronuncia.

– Altre persone che conoscono la pronuncia corretta potrebbero essere distratte dall’errore e perdendo il filo del discorso perderanno qualcosa che magari potrebbe essere importante e fondamentale per la loro crescita spirituale.

L’Assemblea non può essere considerata sempre come una assemblea omogenea di “paese” dove tutti capiscono il dialetto locale, ma in un mondo ormai globalizzato anche in un piccolo paese possono essere presenti famiglie non native locali, ma provenienti dal sud o dal nord o da altri stati europei o extraeuropei che già potrebbero avere difficoltà a comprendere la lingua italiana ben pronunciata e figuriamoci che difficoltà potrebbero avere se la deformiamo con gli accenti dialettali.

Questo atteggiamento è sbagliato denota una certa chiusura campanilistica che è contraria ai comandi molto universali di Gesù e della Chiesa:

Ora io dico: Non hanno forse udito? Tutt’altro: per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino ai confini del mondo le loro parole” (Romani 10,18).

Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo” (Marco 13,27).

Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15).

A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,18-20).

“… e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,8).

Un’altra difficoltà è che anche alcuni dizionari biblici provano a fissare la pronuncia di alcune parole particolari ma la Bibbia ha attraversato numerose traduzioni per cui diventa un compito veramente difficile quasi impossibile trovare la soluzione giusta alla pronuncia di tutte le parole.

Ci sono anche parole che possono essere pronunciate in diverse modalità e tutte valide. Comunque l’uso di alcuni dizionari biblici è fortemente raccomandato per un Lettore della parola di Dio.

Ma anche importante è studiare attentamente tutti i segni e le modalità di marcatura delle parole o dei rimandi che sono presenti in genere sulle note e le appendici alla fine del Libro Sacro o all’inizio.

Per concludere il discorso sulla pronuncia dobbiamo essere coscienti dell’importanza di di ogni “lettera” contenuta nelle parole e se ci sono dobbiamo usarle nella modalità giusta; se notiamo o qualcuno ci fa notare che abbiamo dei difetti di pronuncia o nell’enunciazione deformiamo qualche cosa, abbiamo il dovere di procedere ad un’autocorrezione.

Alcuni semplici suggerimenti possono essere:

Se incontri qualche parola che usi molto raramente e non sei sicuro di come va pronunciata, allora devi utilizzare un dizionario specializzato o un supporto come una guida alla pronuncia.

Questo impegno, direi quasi un’educazione della pronuncia, è un lavoro quotidiano; inizia dal prestare attenzione anche durante le normali conversazioni di come vengono pronunciate le singole parole.

Un aiuto notevole in questo settore è l’uso di registratori vocali che ci riportano fedelmente come gli altri sentono i nostri discorsi, la nostra pronuncia e possiamo giudicare da noi stessi la presenza di eventuali errori.

Comporta chiaramente uno spirito critico, un autocontrollo sulle nostre modalità di parlare, ma può essere fondamentale per scoprire se riusciamo a pronunciare perfettamente ogni parola, ogni sillaba.

Fai attenzione se alla fine di ogni parola riesci ad articolare e pronunciare e dare la giusta forza all’ultima sillaba di ogni parola.

vocedivina

Questo è un errore comune a molte persone che bruciano o pronunciano con debolezza l’ultima sillaba di alcune parole pregiudicandone la comprensione.

Un altro errore in cui molti cadono è quello di parlare molto rapidamente e questo modo veloce ci porta istintivamente a troncare, accorciare, pronunciare in modo abbreviato le parole compromettendo la comprensione e l’intelligibilità di chi ascolta.

Non sto dicendo di rallentare in modo forzato e innaturale ma sto suggerendo di parlare con una velocità giusta per dare tempo alla nostra lingua, alla nostra bocca e soprattutto alla nostra respirazione di enunciare perfettamente ogni singola parola senza omettere nessun carattere e dando la forza giusta ad ogni singola sillaba.


Se ogni lettore si impegna e applica le giuste correzioni al proprio modo di parlare otterremo una consegna del messaggio efficace; per verificare questo abbiamo bisogno a volte di qualche feedback a campione, che ci confermi che i nostri ascoltatori abbiano ascoltato comodamente e senza distrazioni il messaggio e abbiano capito perfettamente quello che
è stato proclamato.

Per finire e al fine di un perfezionamento ulteriore rimando ai miei corsi online di www.nuovavoce.style che riguardano la preparazione della voce, la dizione, il parlare in pubblico, la declamazione, fino al canto e alla terapia con la voce e molti altri argomenti sempre riguardanti la VOCE e la comunicazione.

Piccola Guida elementare di Dizione e Pronuncia

In italiano le vocali pronunciate sono 7 (non 5) poiché cambia il loro modo di pronunciarle:

a”, “e aperta”, “e chiusa”, “o aperta”, “o chiusa”, “i”, “u”.

Sia la e, sia la o hanno un diverso accento fonico, cioè una pronuncia chiusa o acuta (é,ó) (es.: perché, cristianésimo, cortéccia, cicaléccio, intréccio… amóre, cróce, feróce, atróce, fóce, nóce, nón, nói) ed una aperta o grave (è, ò) (es.: chièsa, lènto, vènto, arcière, bandièra, diètro, insième, liève, mièle, niènte, piède, sièdi… sacerdòzio, cuòre, uòmo, stòria, conservatòrio, demònio, auditòrio, bòria, baldòria, petròlio, sòcio, memòria, , orològio, vittòria, negòzio, òzio, glòria). Sono molto riconoscibili e il loro suono dà un senso molto diverso alle singole parole.

Bisogna rispettare inoltre l’accento tonico delle vocali e cioè appoggiare la voce sulla vocale giusta (vocale tonica), in modo che le parole vengano pronunciate nel modo corretto:

tronche (es.: verità, virtù, libertà, colibrì, Cantù, tribù, lunedì, mangiò, caffè),

piane (es.: etèrno, banàna, àcqua, canòtto, giornàle, tartarùga, paròla, càsa),

sdrucciole (es.: àlbero, tàvolo, èsile, pùbblico, pàllido, dèroga, pùgile),

bisdrucciole (es.: rùminano, àpplicano, àbitano, òccupano),

trisdrucciole (es.: telèfonaglielo, òrdinaglielo, òccupatene, comùnicamelo ).

Le difficoltà si hanno soprattutto per alcune parole “difficili”, nel senso che la posizione dell’accento cambia il significato della parola (es.: “Nicòtera” e non “Nicotèra”; “gratùito” e non “gratuìto”; “mollìca” e non “mòllica”; “dissuadére” e non “dissuàdere”; “rubrìca” e non “rùbrica”; “Eugànei” e non “Euganèi” ecc.).

Le vocali e e o, quando non sono toniche, hanno accento fonico chiuso.

Anche alcune consonanti hanno diverse sfumature di pronuncia che non sono però segnalate da accenti ma sono frutto di consuetudini: ci sono due “s” e due “z”.

Nella pronuncia italiana queste vocali e consonanti creano le varietà di pronuncia che attraverso le diverse inflessioni regionali possono creare ambiguità; e sono:

La “e” (aperta o chiusa)

La “o” (aperta o chiusa)

La “s” (sorda o sonora)

La “z” (sorda o sonora)


Per segnalare la pronuncia corretta vengono usati dei segni fonetici così riusciamo a identificare ogni modalità di pronuncia:

Accento grave:

per la “e” aperta: è (sèlla, fèrro, sièpe, prèsto, lièto, dièci, lièvito, dièta)

per la “o” aperta: ò (còro, òro, buòno, pòco, bòccia, còccio, balòcco, òcchio)

Accento acuto:

per la “e” chiusa: é (féde, perché, céra, vétro, tré, carnéfice, cortéccia, capéllo)

per la “o” chiusa: ó (colóre, dolóre, fattóre, candóre, sópra, signóre, tenóre)

s” per la “s” sorda (passo, sole, salute, sera, seggio, sasso, preso, risorgere)

ʃ” per la “s” sonora (geloʃia, caʃo, musʃica, chieʃa, paeʃino, goloʃo, naʃo )

z” per la “z” sorda (zia,facezia, terzo, anziano, divorzio, ozio, astuzia)

ʒ” per la “z” sonora (ʒero, pranʒo, raʒʒo, ʒoo, ʒaino, ʒodiaco, ʒelante)

Ci aiutano poi alcune regole anche se alcune hanno delle eccezioni:

La “e” aperta (è)

In italiano la “e” aperta (è) nei casi seguenti:

Nelle terminazioni verbali dei condizionali in -èi, -èbbe, -èbbero: canterèi, saprèi, andrèi… andrèbbe, avrèbbe, berrèbbe, benedirèbbe… saprèbbero, sarèbbero, abolirèbbero, affronterèbbero…

Nei diminutivi in -èllo e nei nomi che terminano in -èllo, -èlla: carrèllo, cestèllo, bidèllo, carosèllo, portèllo… novèlla, donzèlla, zitèlla, sèlla, Grazièlla, bretèlla…

Nei nomi che terminano in -èma: tèma, scèma, sistèma, poèma, teorèma…

Nei nomi che terminano in -ènda: aziènda, agènda, tènda, bènda, leggènda…

Negli infiniti in -èndere: scèndere, spèndere, difèndere, offèndere, attèndere, prèndere, rèndere, tèndere…

Nei verbi in -èndo: rèndo, scèndo, spèndo, vèndo, attèndo, scorrèndo…

Negli aggettivi in -ènse, -ènso, -ènte, -ènto: circènse, ostiènse, forènse, ricompènse… immènso, melènso, dènso, intènso, propènso… coerènte, esènte, impellènte, commovènte, cosciènte, furènte… attènto, contènto…

Nel participio presente in -ènte: unènte, avènte, facènte, cedènte…

Nei nomi che terminano in -ènza: lènza, utènza, Cosènza, latènza, udiènza

Nei nomi e aggettivi in -èrio, -èria: refrigèrio, desidèrio, semisèrio, Valèrio, battèrio, saltèrio… matèria, artèria, macèria, misèria, Impèria, Sibèria…

Nei numerali in -èsimo: tredicèsimo, dodicèsimo, ventèsimo, centèsimo…

Nei nomi e aggettivi in -èstre, -èstro, -èstra: campèstre, silvèstre, terrèstre, finèstre, orchèstre… canèstro, capèstro, maldèstro, dèstro, sequèstro… balèstra, ginèstra, palèstra, maldèstra, centrodèstra…

Nei nomi in –èzio, -èzia: boèzio, scrèzio, trapèzio… Venèzia, Lucrèzia, facèzia, spèzia, inèzia, Svèzia…

Nel dittongo -iè: frontièra, dièci, mièle, cavalière, carrièra, Pièra, sièpe…

Nei nomi tronchi d’origine straniera: aloè, bignè, caffè, tè, mosca tsè-tsè…

La “e” chiusa (é)

In italiano si ha sempre la “e” chiusa (é) nei casi seguenti:

Nei monosillabi: che, me, re, te (pron. personale), tre (pronuncia: ché, mé, ré, té)

Nei polisillabi tronchi che chiudono in -é accentata: fumé, giacché, perché, trentatré, paté, sauté, demodé…

Nei nomi e aggettivi terminanti in -éccio: léccio, libéccio, caseréccio, pateréccio, villaréccio, pescheréccio, goderéccio, cicaléccio, …

Nei nomi e aggettivi terminanti in -éfice: artéfice, oréfice, pontéfice…

Nei nomi e verbi in -éggio, -éggia: campéggio, noléggio, solféggio, borséggio, sortéggio… schéggia, réggia, puléggia, tintéggia, lampéggia.

Nelle forme verbali in -éi, -ésti, -é, -émmo, -éste, -érono: saréi, avréi, verréi, ameréi… avésti, andrésti, cadésti, sarésti… poté, detené, splendé… dovémmo, avémmo, sedémmo, traémmo, vivrémmo… diréste, potréste, cadréste… abbattérono, combattérono, ottenérono, trattenérono…

Nell’infinito dei verbi in -ére: sedére, dovére, avére, cadére, volére, temére.

Nei nomi in -ésa: frésa, marchésa, discésa, spésa, imprésa, cineprésa, chiésa…

Negli aggettivi in -ésco: fanciullésco, principésco, trecentésco, studentésco…

Nei nomi in -ése: mése, arnése, maltése, maionése, intése, paése, contése…

Nei nomi in -éssa: abadéssa, studentéssa, méssa, leonéssa, Vanéssa…

Nelle forme verbali in -éssi, -ésse, -éssero: corréssi, avéssi, ridéssi, leggéssi, voléssi… piangésse, elésse, temésse, vivésse, leggésse… eréssero, cadéssero, ridéssero, dicéssero, perdéssero…

Nelle forme verbali in -éte: sentiréte, miéte, cadréte, saréte, godréte, faréte, piangéte, corgéte, soffriréte…

Nei nomi e diminutivi in -étto, -étta: architétto, gétto, létto, ométto, ziétto, tubétto, murétto… ariétta, saétta, uvétta, burlétta, vedétta, fétta, vétta, ricétta…

Nelle forme verbali in -éva: béva, avéva, cadéva, ridéva, sapéva, scrivéva, tingéva, crescéva, voléva…

Nei nomi in -ézza: pézza, brézza, carézza, purézza, bellézza, giovinézza…

Negli avverbi in -ménte: eticaménte, pazzaménte, gioiosaménte, fedelménte, loquaceménte, fortémente…

Nei nomi in -ménto: ceménto, laménto, ferménto, rapiménto, torménto…

Nelle forme verbali in -rémo, -réte: trémo, sprémo, agirémo, potrémo, saprémo, avrémo… faréte, diréte, andréte, apriréte, sapréte, vedréte…

Nella terminazione in -ésimo: cristianésimo, battésimo, umanésimo, feudalésimo, medésimo, incantésimo, paganésimo, crocianésimo…

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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Tempo di Riflessioni-Storia del teatro sacro

Tempo di Riflessioni-Storia del teatro sacro

Curiosità e origini delle sacre rappresentazioni

A dispetto di molti che reputano il Medioevo come uno dei momenti più bui dell’umanità, la nascita del teatro sacro è una prova – invece – della sua vivacità nel creare linguaggi sempre nuovi che hanno segnato la storia. Il teatro sacro nasce nella Chiesa e dalla Chiesa, non solo idealmente ma strutturalmente: le navate e l’altare diventano scenografia; i presbiteri, autori e attori delle storie bibliche messe in scena; e i fedeli, primi spettatori di questi “misteri sacri” che dal Mistero della Fede attingono. 

Sviluppato intorno alla metà del XIII secolo, nella sua totale emancipazione dall’influsso ecclesiastico, il teatro sacro trova fondamenti storici  in alcuni monasteri francesi, intorno alla metà del X secolo. In questi monasteri si attuava una rielaborazione dei passi più importanti della Sacra Scrittura. Questi brani tratti dalla Bibbia venivano cantati inserendo delle parole nei vocalizzi finali: erano i Traineés de NotesSequelae o Jubili, o più generalmente conosciuti come tropi (dal latino tropus che ha il significato di verso). 

Il filologo italiano Vincenzo De Bartholomaeis, nella sua indagine Laudi drammatiche e rappresentazioni sacre (Firenze, Le Monnier, 1943), menzionando come stadio preliminare al teatro sacro i passi dialogati del Responsoriale romano (sec. VII-VIII) per il periodo dell’Avvento e della Quaresima, individua  i primi abbozzi dei drammi liturgici proprio nei tropi, specialmente in quelli creati nell’abbazia di San Gallo, in Svizzera. Ed è un nome che, primo fra tutti, viene individuato: è quello di Tuotilo di San Gallo, indicato anche come Tutilo o Tutilone (850 circa – 915 circa), monaco e compositore tedesco, che – prendendo spunto dal testo romano dell’ufficio notturno della Pasqua –  crea un vero e proprio dramma teatrale: è il famoso Quem quaerintis in sepulcro o Christicolae?, prima forma drammatico-liturgica conosciuta nel rituale cristiano, che narra la visita al Santo Sepolcro delle tre Marie e l’annuncio dato dall’angelo dell’avvenuta Resurrezione. Il dialogo in quattro versi – che di norma veniva recitato dai canonici durante l’introito della messa di Pasqua – veniva interpretato da quattro sacerdoti: tre per i personaggi delle Marie e uno per sostenere il ruolo dell’angelo.   

Con il tempo i drammi liturgici divennero sempre più lunghi e complessi e vennero, dunque, separati dalle funzioni religiose perché neanche le chiese più grandi erano più in grado di ospitare la folla che si radunava intorno a questi spettacoli. Fu allora che il dramma si trasferì all’esterno, sui gradini dei sagrati delle chiese, anche se cominciarono ad insorgere dei dubbi da parte delle autorità ecclesiastiche per il forte impatto delle rappresentazioni sulla vita del popolo. 

A partire dal XII secolo, accanto ai drammi liturgici, si affiancano – così – nuove strutture drammaturgiche: sono i Misteri, nuova forma teatrale che – assieme alla musica – viene espressa non più nella lingua ufficiale della Chiesa, il latino, bensì in lingua volgare.  La testimonianza iconografica più importante, in questo senso, è la raffigurazione della cosiddetta Passione di Valenciennes: in questa rappresentazione convivono la casa della Madonna per l’Annunciazione, il Tempio della Presentazione, il Palazzo di Erode, il Paradiso e l’Inferno. Per realizzare ciò si provvedeva a una lunga sequela di costruzioni chiamate edicole – definite così per la loro forma tondeggiante – aperte in direzione dello sguardo dello spettatore. 

Nel corso del Seicento e Settecento si sviluppa un’altra forma teatrale che dai precedenti sviluppi drammaturgici prende spunto: sono gli Oratori che vanno a sostituire progressivamente le monodie medievali e rinascimentali. Anche in questo caso, è la Passione di Cristo ad essere il tema più rappresentato. Di questo nuovo filone teatrale, emergono in particolare due sottocategorie: la prima vedeva l’impiego di testi tratti – con profondo rigore – dai Vangeli, accompagnati da arie o musiche; mentre la seconda sottocategoria attingeva sempre alle Sacre Scritture, ma queste erano solo uno spunto tematico  per poi sviluppare la trama in modo originale e indipendente.

All’epoca della Riforma, tra diverse rappresentazioni sacre, possiamo ricordare in particolar modo una Passione messa in scena a Zurigo da Jakob Ruf, scrittore della Germania meridionale, che rimase fedele al testo biblico, rinunciando ad episodi a effetto.  Dal 1570 circa, l’ortodossia calvinista criticò duramente lo sfarzo degli accessori scenici e l’esaltazione del Cristo sofferente, condannando la messinscena dei drammi biblici come un’eresia. Il divieto di rappresentazioni teatrali decretato a Ginevra nel 1617 e a Zurigo nel 1624 contribuì alla riduzione dell’attività teatrale nel XVII secolo. 

Sul finire dell’Ottocento si assiste ad un vero e proprio recupero del sacro in teatro che, nel Novecento, troverà poi uno sviluppo inatteso. Autori come Strindberg, Claudel, Maeterlinck, Hofmannsthal ed Eliot si cimentano in testi dove la Sacra Scrittura trova nuovamente spazio: testi lontani dalle sacre rappresentazioni medievali, ovviamente, ma che testimoniano quanto il tema della fede sia importante per la letteratura. 

Sacre rappresentazioni, drammi liturgici, misteri: una tradizione millenaria che nel nostro oggi sta trovando sempre maggiore rilevanza grazie ai molteplici festival teatrali dedicati al tema del sacro. Ma non solo: a queste rassegne si affiancano non pochi comuni italiani che, proprio durante la Settimana Santa, allestiscono piazze e strade per accogliere storiche rappresentazioni della Passione di Cristo. 

di Antonio Tarallo

di Marilena Marino

L’uomo ha sempre avvertito il bisogno di socializzare e riunirsi in gruppi, non solo per motivi di sopravvivenza, ma anche allo scopo di celebrare il rito, il mito e la caccia, che sono stati individuati dagli antropologi teatrali quali luoghi di origine del teatro.

Dopo la caduta dell’Impero (476) gli spettacoli vengono proibiti dalla Chiesa. Il teatro scompare.

Verso l’anno 1000 si sviluppa il teatro sacro, che si svolge all’interno della Chiesa, durante la Settimana Santa per rappresentare la Passione. la sacra rappresentazione e forme analoghe di teatro si hanno in Francia, Spagna e Inghilterra.

Parallelamente, nelle corti feudali, si sviluppano intrattenimenti laici e forme di teatro popolare.

Il teatro religioso

I primi spettacoli teatrali mettevano in scena episodi tratti dalle Sacre Scritture. Si svolgevano per le strade, sul sagrato della chiesa, nella piazza ed erano finalizzati all’edificazione e all’istruzione dei fedeli. Per coinvolgere gli spettatori, la rappresentazione (jeu) utilizzava un linguaggio semplice e piano, che talvolta accoglieva espressioni popolari. La prima opera drammatica in volgare francese è l’anonimo Jeu d’Adam (circa 1150), tratto alquanto liberamente dall’episodio della Genesi.

Nel Medioevo l’Europa si trovò senza un vero e proprio centro culturale e politico e nessun autore ebbe la rilevanza degli antichi. Mentre il mondo classico si era distinto per i suoi prestigiosi centri di cultura come Atene, Roma e Bisanzio e grandi autori quali Euripide e Menandro, il mondo medioevale si caratterizzò per lo stato-nazione composto da una confederazione di comunità autonome. Gli autori furono spesso anonimi, ma non mancano interessanti figure di letterati, come Rosvita, una monaca tedesca del X secolo, le cui sei opere ci danno una visione unica del teatro di quel periodo.

Tale passaggio comportò una certa discontinuità nel mondo teatrale europeo. Il cristianesimo antico, infatti, mostrò un aperto dissenso nei confronti del teatro e lo condannò perché lo considerava fonte di oscenità e menzogne, come testimoniano i documenti pontifici diffusi durante il Medioevo. I chierici, per esempio, ebbero la proibizione di frequentare istrioni e giocolieri. L’attività teatrale, però, prosperava e non era possibile eliminarla, si doveva limitarla o assimilarla volgendo la situazione a proprio favore.
Si decise allora di spostare il dramma dai luoghi deputati all’ippodromo dove gli spettacoli con animali e le competizioni sportive potevano essere completati con le recite dei mimi. Un altro provvedimento fu quello di non elargire più fondi statali a favore del teatro.
Il processo di assimilazione ebbe più successo della limitazione e il cristianesimo si impose sul paganesimo: le feste pagane si tramutarono in feste cristiane, i templi diventarono chiese e i santuari pagani furono adibiti a cimiteri. Durante le funzioni religiose fu inserita la musica antifonaria e alcuni passi del Vangelo vennero messi in scena e commentati dal sacerdote.

annunciazione

Una forma particolare di dramma che si diffuse in Europa durante il Medioevo fu la sacra rappresentazione nella quale venivano raffigurate vicende a sfondo religioso, come l’Annunciazione o la Passione, e storie attinte dalla Bibbia. Il teatro medioevale si sviluppò progressivamente dalle chiese e accolse forme drammatiche differenti mescolate fra loro (cristiane e pagane), unite dal rituale proprio delle cerimonie liturgiche, effettuate sia in chiesa che nelle feste stagionali popolari in appropriati momenti del calendario.
Le prime recite fatte all’interno delle chiese ben presto ebbero bisogno di uno spazio scenico più ampio per soddisfare l’esigenza di utilizzare scenografie multiple, dove si presentavano contemporaneamente più scene della vita di Cristo.

Si costruirono dei palcoscenici nei sagrati all’esterno delle chiese che diedero l’opportunità di mettere in scena anche rappresentazioni teatrali con tematiche profane e alcune recite furono fatte anche nelle piazze. Per dare maggiore spettacolarità alle rappresentazioni, ai palcoscenici furono aggiunti semplici ma efficaci trucchi scenici, ingranaggi e botole.
Dopo il 1300 le confraternite si accollarono l’onere di organizzare gli spettacoli, aiutati dalle corporazioni che si preoccupavano di costruire e arredare le scene. In genere i palchi venivano costruiti con assi di legno, collocate in modo diverso, in circolo o in linea retta, a seconda della rappresentazione.
Nonostante la rottura con la drammaturgia classica, la messa in scena dei drammi medioevali mostrò quanto il mondo medioevale fosse ancora legato al mondo romano. I papi romani presero il posto degli imperatori romani ma furono simili a loro in alcuni aspetti rilevanti: uso della lingua latina, controllo del territorio, conflittualità dei diversi gruppi in lotta per la conquista del potere. Accanto ai drammi biblici, nel Medioevo europeo furono rappresentati i drammi sacri sulla vita dei santi che presero il posto degli dei greco-romani: i miracoli o il martirio di un santo, inglese o francese che fosse, divennero popolari quanto i drammi biblici.

L’aspetto più interessante di queste rappresentazioni consisteva nella natura locale e particolare del culto del santo: i fedeli avvertivano la necessità di festeggiare il proprio santo patrono con rappresentazioni teatrali, orazioni e bancarelle di mercato; le chiese si trasformavano in luoghi di pellegrinaggio dove venivano esposte le reliquie dei santi; le associazioni artigiane dedicavano una cappella al proprio santo protettore; anche i re ricorsero ai santi nazionali, come fece Giorgio d’Inghilterra.
Lo sviluppo del culto dei santi e delle attività teatrali che vennero messe in scena per farli conoscere e amare, contribuì a costruire l’identità di gruppo. Nel Medioevo le processioni ricoprirono un ruolo importante nella vita della città medioevale, come lo era stato per i cortei nei centri urbani nell’antichità, dove gli attori camminavano per le vie accompagnati da carri su cui venivano messi in scena momenti particolari della vita di Dioniso.
Quando Cristo prese il posto di Dioniso, furono mostrate in processione scene attinte dalla Bibbia, che si trasformarono poi in rappresentazioni teatrali. Con il passare del tempo, il teatro si spostò nella città stessa e gli spettacoli furono recitati all’aperto nella stagione estiva, con la partecipazione dell’intera comunità, o al coperto nelle ricche abitazioni in inverno.

giullare a corte

Le rappresentazioni teatrali fecero ancora parte di cerimonie religiose e la chiesa diede la propria disponibilità nei locali al chiuso per ospitare eventi comunitari di tutti i generi. Una figura caratteristica del Medioevo fu quella dei giullari, dei veri e propri performer capaci di trasformare corpo o viso a secondo dell’attività scenica: giocolieri, saltimbanchi, ballerini, acrobati, cantastorie e motteggiatori erano diffusi in tutta la zona neolatina. La loro figura, condannata dalla Chiesa, va ricollegata a quella del mimo o dell’istrione romano.
Attori professionisti a tutti gli effetti, si guadagnavano da vivere intrattenendo il popolo nelle piazze o rallegrando gli invitati ad un banchetto o ad un festino.
Le ragioni del crollo del teatro medioevale nelle diverse parti d’Europa furono complesse: più che di una mancanza d’interesse si trattò di una repressione crescente nelle nazioni cattoliche causata anche da fattori politici ed economici.

La passione di Cristo è uno dei temi più ricorrenti e affascinanti del teatro religioso e popolare. Si tratta di una forma di espressione artistica che ha origini antiche e che si è diffusa in diverse regioni d’Italia e del mondo, assumendo caratteristiche diverse a seconda dei contesti storici, culturali e geografici.

La passione di Cristo consiste nella rievocazione scenica degli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, dalla sua entrata trionfale a Gerusalemme fino alla sua crocifissione, morte e resurrezione. Attraverso il linguaggio teatrale, si intende trasmettere il messaggio evangelico e suscitare emozioni e riflessioni nel pubblico.

Tra le rappresentazioni più famose e antiche della passione di Cristo in Italia, possiamo citare quella di Sordevolo (BI), che si svolge ogni cinque anni dal 1815, quella di Cantiano (PU), che risale al secolo di San Francesco, e quella ispirata ai dipinti del Caravaggio, che mette in evidenza la forza e la fragilità del corpo di Cristo.

Queste rappresentazioni coinvolgono centinaia di attori non professionisti, che si preparano con dedizione e impegno per mesi o addirittura anni. Le scenografie sono spesso imponenti e realistiche, ricostruendo i luoghi della Gerusalemme dell’anno 33 d.C., come il palazzo di Erode, il Sinedrio, il Pretorio di Pilato, il Giardino del Getsemani, il Cenacolo e il Monte Calvario.

Le rappresentazioni della passione di Cristo sono spettacoli corali che coinvolgono tutta la comunità locale, sia come attori sia come spettatori. Si tratta di un’esperienza culturale e spirituale che unisce fede e arte, tradizione e innovazione. Ogni edizione è unica e irripetibile, capace di emozionare ed educare le generazioni presenti e future.

Strumenti per la Consegna: 3 – Come superare l’Ansia di parlare in pubblico

Strumenti per la Consegna: 3 – Come superare l’Ansia di parlare in pubblico

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

L’ansia di parlare in pubblico è comune a tutti. Ma sentirsi a proprio agio di fronte a un pubblico è qualcosa che possono raggiungere tutti certamente. Devi imparare a presentarti con sicurezza e concentrato anche davanti ad un numero maggiore di persone.

Come superare l’ansia di parlare in pubblico?

Prepararsi! La preparazione è fondamentale. Leggi le Letture ad alta voce più e più volte.

Assicurati di farlo ad alta voce. Essere a proprio agio con il suono della tua voce è fondamentale per stare di fronte a un pubblico.

La pratica rende davvero perfetti e, in questo caso, la pratica ti dà la sicurezza di cui hai bisogno anche per superare l’ansia della prestazione pubblica che devi affrontare.

Quando arriva il giorno fatidico, trascorri alcuni minuti respirando profondamente. Ripetendo frasi positive creerai un senso di fiducia in te stesso per superare la prova.

Una volta davanti all’Assemblea, fai un ultimo respiro e inizia. Ricorda che le persone presenti vogliono ascoltare quello che leggi. Non desiderano che tu cada in imbarazzo, ma piuttosto sperano che tu legga bene coinvolgendoli. Concentrati sulla Parola e la sua importanza e noterai come la tua ansia svanisce.

Se incespichi durante la lettura, fermati semplicemente per riprendere i tuoi pensieri, fai un respiro profondo e vai avanti da lì.

Un altro passo per non avere problemi nel leggere all’Assemblea è attraverso la pratica e l’esperienza. Quanto meglio conoscerai quello che devi leggere, tanto più ti sentirai sicuro.

Sappi che l’Assemblea non è contro di te. Ma in effetti, sono proprio dalla tua parte, hanno bisogno del tuo servizio, desiderano che tu gli serva nel migliore dei modi questa grazia della Parola!

Con questi piccoli consigli e un pò di pratica, sarai sulla buona strada per essere un fantastico proclamatore in pochissimo tempo! Soprattutto, avrai vinto una paura che molte persone non hanno mai superato. Questo di per sé è un risultato di cui puoi essere orgoglioso.

La Parola che proclami deve raggiungere i cuori e affascinare le menti dell’Assemblea. Più tempo dedichi a studiare le letture e metterle in pratica, più sarai in grado di presentarle in modo efficace.

Molte ansie derivano dal chiedersi come ti vede quella gente la nella sala. Se ti senti a tuo agio con i movimenti del corpo, questo calmerà le tue paure e ti permetterà di concentrarti maggiormente per raggiungere i cuori e le menti dei tuoi ascoltatori.

Ci sono tanti sintomi di paura del pubblico o ansia da comunicazione quanti sono i modi per superarli. Potresti trovarti con i palmi sudati, la bocca asciutta, un aumento della frequenza cardiaca, mal di testa, tensione muscolare, bisogno di urinare, gambe o braccia tremolanti, vuoto nello stomaco, vampate di calore o balbuzie.

La paura del pubblico ha effetti diversi e personali per coloro che ne soffrono.

Allora come la superi? Come domini la tua paura? Ci sono diversi trucchi che puoi utilizzare per prevenire il panico. Individuare le situazioni, che hanno causato l’incipit della paura di parlare in pubblico, ti aiuterà a comprenderla e superarla.

In primo luogo, accetta che la paura sia normale. Riconoscere e accettare di avere un pò di paura può aiutarti. La maggior parte delle persone ammetterà di essere almeno un pò nervosa quando parla di fronte a una folla. Non sei strano “TU”; e la tua paura non è inconcepibile ma è comune a moltissimi.

Le radici di questa paura possiamo trovarle in questi ambiti:

Paure infantili: esperienze di rifiuto, di bullismo, isolamento dai contatti sociali o sofferenza nelle relazioni interpersonali; questi fattori possono amplificarsi in traumi di chiusura nell’età adulta. Così da bambino ti sentivi insicuro in situazioni come: rispondere a domande in classe, leggere un testo ad alta voce o far vedere i compiti all’insegnante.

Ma anche nella prima adolescenza, quando i ragazzi prendono coscienza del loro aspetto: peso, pelle, capelli, come si vestono, cambiamento del corpo; così l’insicurezza di se stessi può fare emergere imore di fronte alle persone.

Eccesso di perfezionismo: in una società opulenta si mette al primo posto l’apparenza, e così aumenta anche la paura e l’imbarazzo di mostrarsi incapaci a raggiungere lo standard di perfezione preteso dalla società.

Le persone tendono a non ammettere la possibilità di commettere errori e questo grande livello di esigenza si riflette in un alto grado di ansia.

La timidezza: il 40% della popolazione dichiara di essere timida ed ha la sensazione di non meritare l’attenzione o la considerazione degli altri. Ma la timidezza ha anche dei vantaggi: il timido è solito fare tutto in modo molto metodico e con maggiore concentrazione rispetto agli estroversi. Si sente insicuro del risultato delle sue azioni, e le pianifica e le esegue con molta attenzione.

Esclusione dal gruppo: l‘importanza data al giudizio degli altri causa la paura di parlare in pubblico. Da millenni l’uomo tende a ricercare accettazione e apprezzamento per non essere rifiutato e allontanato dal suo gruppo sociale e così il nostro cervello si è evoluto identificando come una minaccia l’eventualità di essere emarginati dal proprio gruppo.

vocedivina

Per superare la paura di parlare in pubblico devi conoscere alcune soluzioni.

Se questa difficoltà di esporsi è meno critica e si verifica solo nel momento di parlare in pubblico, il “recupero” ad uno stato normale è possibile anche con l’autodisciplina e l’esercizio, abilità che possono essere apprese e controllate.

Ecco alcune linee di suggerimenti che puoi cercare in autonomia di praticarle. Sono consigli validi non solo per il Lettore della Parola ma per ogni persona che deve superare la paura del pubblico in qualsiasi ambito sociale o lavorativo.

Sfrutta la paura del pubblico.

La paura provoca adrenalina, che ti fa parlare più chiaramente e reagire più rapidamente quando le cose vanno male.

I problemi si verificano solo se lasci che la tua paura di domini e ti controlli. Prova a immaginare la tua paura come “eccitazione” invece che come ansia.

Sei entusiasta di andare all’ambone a proclamare la parola di Dio? Se riesci a premere questo interruttore, e “buttarti” la paura passerà da “ostacolo” al tuo lavoro a una “risorsa” potente per fare quello che devi fare.

Sii consapevole dei sintomi che il corpo manifesta.

Impara a riconoscere i sintomi, elencati sopra; con la consapevolezza di quello che ti sta succedendo riprendi il controllo della tua situazione.

Distruggi i pensieri negativi e sostituiscili con pensieri positivi.

Esercitati quanto più puoi.

Pratica. Pratica. Pratica. Più sei preparato, più ti sentirai sicuro.

Se ti trovi in una sala piccola, e guardare direttamente il tuo pubblico ti provoca più paura, una soluzione è guardare la parete di fondo della stanza; o qualche stratagemma di soffermarti più spesso negli sguardi delle persone che ti seguono e ti ascoltano con molto interesse.

Usa tecniche di rilassamento.

Tecniche di rilassamento come l’immaginazione guidata e la meditazione guidata possono essere utili per metterti in uno stato rilassato prima del servizio che devi fare, ci sono anche molte registrazioni audio sul web di motivatori che ti guidano con la loro voce ad un rilassamento progressivo anche in pochi minuti.

Se rendi il rilassamento una parte della tua routine quotidiana, dovresti riuscire più facilmente a rilassarti nel momento che ne hai più bisogno.

Ricorda però che mostrare anche un pò di ansia ti renderà più umano. Tutti vogliono essere perfetti, ma sono le persone imperfette della nostra vita che troviamo più interessanti.

Concentrati sul Respiro.

Fai ampi respiri, prima di parlare. Più ossigeno affluirà al tuo cervello ed al tuo corpo e più sarai performante e sicuro. Concentrandoti nella respirazione quasi certamente allontanerai dalla testa tutti i pensieri auto limitanti che ti assalgono.

La respirazione è basilare per acquisire maggiore controllo del tuo organismo ed una buona respirazione si tradurrà anche in una voce più forte e sicura.

Quando parli, respira con il naso. Questo diminuirà il problema della bocca secca o impastata che è una delle maggiori preoccupazioni dello speaker ansioso.


Parla ad alta voce con te stesso.

Parlare ad alta voce aumenta le prestazioni delle persone.

Conversare con se stessi aiuta a recuperare i ricordi, migliora la concentrazione e dà fiducia in sé, aiuta le persone a sentirsi meglio ed avere più fiducia nell’affrontare le sfide.

Se ti senti ansioso, pronuncia frasi costruttive come: “Pietro, sai che puoi superare questa paura” o “Maria, puoi superare questo ostacolo e ti farai del bene“.

Non memorizzare ma allenati sul contenuto da dire.

Questo è un punto centrale per perdere la paura di parlare in pubblico e riuscire a dare una prestazione distesa ed equilibrata.

Il successo dipende da come ti prepari prima; se non lo fai sicuramente vai incontro ad un fallimento.

Quindi devi padroneggiare il tuo argomento. L‘impreparazione non può tenerti in ostaggio della paura.

Filmati e riguarda la tua “performance” e vedi dove puoi migliorare.

Ripassa leggendo ad alta voce i punti principali del lavoro che devi svolgere, cura con attenzione sopratutto l’inizio e la fine che sono i momenti più critici e registrati in video. Osserva le tue espressioni, ascolta la tua voce. Nota se la tua immagine è adeguata e se trasmetti fiducia.

Fai questo esercizio qualche volta analizzando dove puoi migliorare.

Leggi o Parla lentamente.

Quando siamo ansiosi si tende a parlare velocemente. Allora tu esercitati a Rallentare. È uno dei suggerimenti migliori per perdere la paura del pubblico, e cioè sforzarsi di parlare lentamente e con calma, in modo che il cervello riceva informazioni di sicurezza, fiducia, confidenza.

Una Lettura perfetta o un Discorso perfetto non esistono

Se ti metti in testa di essere PERFETTO e puntare a raggiungere standard irraggiungibili non farai altro che aumentare la tua ansia.

Devi solo cercare di fare del tuo meglio, cercando certo di migliorarti il più possibile senza pretendere di essere perfetto.

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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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«Donna de Paradiso» lauda drammatica di Jacopone da Todi

«Donna de Paradiso» lauda drammatica di Jacopone da Todi

Vivere La Quaresima aspettando la Pasqua attraversando il Triduo Pasquale

Rossini: Stabat Mater: 1. Stabat Mater dolorosa

La Donna de Paradiso di Jacopone da Todi Donna de paradiso è una poesia religiosa atribuita a Iacopone da Todi. Si tratta di un componimento in volgare, una lauda drammatica, chiamato anche Il pianto della Madonna, ed è pensato come un dialogo ai piedi della croce, nel quale Maria mostra tutto il suo dolore per la perdita di suo figlio.

«Donna de Paradiso
lo tuo figliolo è priso
Iesù Cristo beato.

Accurre, donna e vide
che la gente l’allide;
credo che lo s’occide,
tanto l’ho flagellato.»

(Donna de Paradiso, 1-7)
Rappresenta un concitato dialogo tra il nunzio (san Giovanni Evangelista), Gesù, la Madonna e la folla durante gli ultimi momenti della vita di Cristo. Il metro utilizzato è quello della ballata sacra con quartine di settenari rimati AAAY e una ripresa rimata XXY. Il componimento è diviso in una terzina iniziale oltre a 33 quartine che rappresentano il numero degli anni che aveva Cristo alla sua morte e le strofe dedicate alla passione sono tre, simbolo della Trinità.

Ha una grande rilevanza storico-linguistica per il particolare uso del volgare: si alterna un registro basso (il cosiddetto sermo cotidianus) per i personaggi Maria e Gesù, a un registro colto e latineggiante per la folla e il nunzio.

Cristo si rivolge alla Madonna chiamandola mamma le tre volte che si rivolge a lei direttamente, e mate quando parla di lei a Giovanni.

La lauda drammatica
Donna de Paradiso è l’esempio più famoso di lauda drammatica, nonché in assoluto la prima lauda drammatica costruita interamente sotto forma di dialogo (Gesù-Maria-il nunzio).

Il carattere polifonico, di poesia a più voci, è strettamente associato a una concitazione narrativa che esprime i sentimenti drammatici e contrastanti da cui la scena è dominata: stupore, dolore, odio, amore. Fino a distendersi nell’ultima e più lunga battuta pronunciata da Maria, in una sofferta e quasi ininterrotta invocazione, dove si sommano il più tenero affetto e il dolore più straziante.

All’interno della lauda il personaggio di Maria assume particolare rilievo e viene rappresentata essenzialmente nella sua umanità di madre. La Madonna appare come una donna disperata per la vicenda del figlio, la cui condanna e morte le sono del tutto incomprensibili, dal momento che Cristo «non fece follia», «a torto è accusato», «non ha en sé peccato». La madre vede il proprio figlio martirizzato, «ensanguinato» e vuole allora morire con lui, salendo sulla stessa croce sul quale Cristo è riposto. La sua disperazione compare nel famoso corrotto, lamento funebre, nel quale con i più dolci appellativi si rivolge alla sua creatura che non è riuscita a sottrarre al martirio.

La Madonna non coglie nella sua morte l’esperienza necessaria per la redenzione dell’umanità dal peccato originale, ma solo l’aspetto terreno di terribile sofferenza.

Anche Cristo rivela attenzioni da figlio nei confronti della madre, che affida alle cure amorevoli di Giovanni, esortandola a restare in vita per servire i «compagni ch’al mondo» ha «acquistato», ma c’è in Cristo quella consapevolezza della sua missione salvifica che manca alla semplice donna del popolo.

Compito del nunzio è quello di riferire alla donna tutto quanto accade intorno alla croce; svolge con scrupolo il suo compito di cronista, non risparmiando alla madre nessuna delle torture inflitte al figlio e senza una sua partecipazione emotiva al dramma.

Due soli sono gli interventi del popolo presente alla scena ed entrambi con la funzione di affermare che in nome della legge Gesù deve essere punito, condannato.

Lo stile ha una notevole forza espressiva: scansione rapida delle frasi e prevalenza della coordinazione nella sintassi; l’uso dell’anafora (la parola figlio). Le frasi esclamative hanno il verbo all’infinito e la forma interrogativa è piena d’incertezza e di tensione. L’uso del tempo verbale al presente conferisce sia immediatezza sia eternità all’evento della passione.

È evidente da queste osservazioni che l’alta materia della Passione dal piano teologico è scesa a quello umano e spettacolarizzato; questo consente al pubblico, a cui è destinata la lauda, di identificarsi nel dramma della madre e del figlio e di parteciparvi. Iacopone nel descrivere la Passione di Cristo segue fedelmente i testi sacri della tradizione cristiana (le Sacre Scritture ed i Vangeli); inoltre la drammaticità che permea la sua opera è analoga a quella presente in alcune opere dell’arte figurativa contemporanea, come dimostra l’osservazione, ad esempio, della Crocifissione di Cimabue, conservata nella basilica superiore di San Francesco d’Assisi. La poesia viene citata da Fabrizio De André (Le nuvole) nel brano Ottocento.

(Laude, 70)

È il più celebre testo di Jacopone, uno dei primi esempi (se non il primo in assoluto) di “lauda drammatica” in quanto propone un dialogo tra più personaggi sulla crocifissione di Cristo, al centro della quale vi è il dolore di Maria per il martirio del proprio figlio (gli altri interlocutori sono Gesù stesso, la folla degli ebrei e un fedele che descrive le fasi del supplizio, probabilmente l’apostolo Giovanni). Il mistero dell’incarnazione di Cristo è espresso attraverso la pena tutta umana della madre per le sofferenze a Lui inflitte, per cui il racconto della Passione diventa un dramma concreto e naturalissimo accentuato dal movimento drammatico delle voci che si susseguono. Jacopone ha affrontato il tema del dolore della Vergine per la morte di Cristo anche nell’inno latino “Stabat Mater”, a lui generalmente attribuito.








































































































«Donna de Paradiso,
lo tuo figliolo è preso
Iesù Cristo beato.Accurre, donna e vide
che la gente l’allide;
credo che lo s’occide,
tanto l’ò flagellato».«Come essere porria,
che non fece follia,
Cristo, la spene mia,
om l’avesse pigliato?».«Madonna, ello è traduto,
Iuda sì ll’à venduto;
trenta denar’ n’à auto,
fatto n’à gran mercato».«Soccurri, Madalena,
ionta m’è adosso piena!
Cristo figlio se mena,
como è annunzïato».«Soccurre, donna, adiuta,
cà ’l tuo figlio se sputa
e la gente lo muta;
òlo dato a Pilato».«O Pilato, non fare
el figlio meo tormentare,
ch’eo te pòzzo mustrare
como a ttorto è accusato».«Crucifige, crucifige!
Omo che se fa rege,
secondo la nostra lege
contradice al senato».«Prego che mm’entennate,
nel meo dolor pensate!
Forsa mo vo mutate
de que avete pensato».

«Traiàn for li latruni,
che sian soi compagnuni;
de spine s’encoroni,
ché rege ss’è clamato!».

«O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio, chi dà consiglio
al cor me’ angustïato?

Figlio occhi iocundi,
figlio, co’ non respundi?
Figlio, perché t’ascundi
al petto o’ si lattato?».

«Madonna, ecco la croce,
che la gente l’aduce,
ove la vera luce
déi essere levato».

«O croce, e que farai?
El figlio meo torrai?
E que ci aponerai,
che no n’à en sé peccato?».

«Soccurri, plena de doglia,
cà ’l tuo figliol se spoglia;
la gente par che voglia
che sia martirizzato».

«Se i tollit’el vestire,
lassatelme vedere,
com’en crudel firire
tutto l’ò ensanguenato».

«Donna, la man li è presa,
ennella croc’è stesa;
con un bollon l’ò fesa,
tanto lo ’n cci ò ficcato.

L’altra mano se prende,
ennella croce se stende
e lo dolor s’accende,
ch’è plu multiplicato.

Donna, li pè se prènno
e clavellanse al lenno;
onne iontur’aprenno,
tutto l’ò sdenodato».

«Et eo comenzo el corrotto;
figlio, lo meo deporto,
figlio, chi me tt’à morto,
figlio meo dilicato?

Meglio aviriano fatto
ch’el cor m’avesser tratto,
ch’ennella croce è tratto,
stace descilïato!».

«O mamma, o’ n’èi venuta?
Mortal me dà’ feruta,
cà ’l tuo plagner me stuta,
ch’el veio sì afferato».

«Figlio, ch’eo m’aio anvito,
figlio, pat’e mmarito!
Figlio, chi tt’à firito?
Figlio, chi tt’à spogliato?».

«Mamma, perché te lagni?
Voglio che tu remagni,
che serve mei compagni,
ch’êl mondo aio aquistato».

«Figlio, questo non dire!
Voglio teco morire,
non me voglio partire
fin che mo ’n m’esc’ el fiato.

C’una aiàn sepultura,
figlio de mamma scura,
trovarse en afrantura
mat’e figlio affocato!».

«Mamma col core afflitto,
entro ’n le man’ te metto
de Ioanni, meo eletto;
sia to figlio appellato.

Ioanni, èsto mea mate:
tollila en caritate,
àginne pietate,
cà ’l core si à furato».

«Figlio, l’alma t’è ’scita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossecato!

Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, e a ccui m’apiglio?
Figlio, pur m’ài lassato!

Figlio bianco e biondo,
figlio volto iocondo,
figlio, perché t’à el mondo,
figlio, cusì sprezzato?

Figlio dolc’e placente,
figlio de la dolente,
figlio àte la gente
mala mente trattato.

Ioanni, figlio novello,
morto s’è ’l tuo fratello.
Ora sento ’l coltello
che fo profitizzato.

Che moga figlio e mate
d’una morte afferrate,
trovarse abraccecate
mat’e figlio impiccato!».

Fedele: «Donna del cielo, tuo figlio, Gesù Cristo beato, è catturato.



Accorri, donna e vedi che la gente lo colpisce; credo che lo stiano uccidendo, tanto lo hanno flagellato.»



Maria: «E come potrebbe essere che abbiano catturato Cristo, la mia speranza, visto che non ha commesso peccato?»


Fedele: «Madonna, egli è stato tradito; Giuda l’ha venduto, avendone in cambio trenta denari; ne ha tratto un gran guadagno».



Maria: «Aiutami, Maddalena, mi è arrivata addosso la pena! Mio figlio Cristo è portato via, come è stato annunciato».



Fedele: «Soccorrilo, donna, aiutalo, poiché sputano addosso a tuo figlio e la gente lo sta portando via; lo hanno consegnato a Pilato».



Maria: «O Pilato, non fare torturare mio figlio, poiché io ti posso dimostrare che è accusato a torto».


Folla: «Crocifiggilo, crocifiggilo! Un uomo che si proclama re, secondo la nostra legge, contravviene ai decreti del senato».



Maria: «Vi prego di ascoltarmi, pensate al mio dolore! Forse ora cambiate idea rispetto a ciò che avete pensato».



Folla: «Tiriamo fuori [liberiamo] i ladroni, che siano suoi compagni di pena; lo si incoroni di spine, visto che si è proclamato re!».


Maria: «O figlio, figlio, figlio, figlio, giglio amoroso! Figlio, chi dà conforto al mio cuore angosciato?



Figlio dagli occhi che danno gioia, figlio, perché non mi rispondi? Figlio, perché ti nascondi dal petto dove sei stato allattato?».



Fedele: «Madonna, ecco la croce che è portata dalla folla, ove Cristo (la vera luce) dovrà essere sollevato».



Maria: «Croce, cosa farai? Prenderai mio figlio? E di cosa lo accuserai, visto che non ha commesso alcun peccato?».



Fedele: «Soccorrilo, o tu che sei piena di dolore, poiché il tuo figliolo è spogliato; sembra che la folla voglia che sia martirizzato».


Maria: «Se gli togliete i vestiti, lasciatemi vedere come lo hanno tutto insanguinato, infliggendogli crudeli ferite».



Fedele: «Donna, gli hanno preso una mano e l’hanno stesa su un braccio della croce; l’hanno spaccata con un chiodo, tanto gliel’hanno conficcato.


Gli prendono l’altra mano e la stendono sull’altro braccio della croce, e il dolore brucia, ancora più accresciuto.


Donna, gli prendono i piedi e li inchiodano al legno; aprendogli ogni giuntura, lo hanno tutto slogato».



Maria: «E io inizio il lamento funebre; figlio, mia gioia, figlio, chi ti ha ucciso [togliendoti a me], figlio mio delicato?



Avrebbero fatto meglio a strapparmi il cuore, visto che è posto anch’esso in croce e sta lì straziato!».



Cristo: «Mamma, dove sei venuta? Mi infliggi una ferita mortale, poiché il tuo pianto, che vedo così angosciato, mi uccide».


Maria: «Figlio, io ne ho ben ragione, figlio, padre e marito! Figlio, chi ti ha ferito? Figlio, chi ti ha spogliato?».



Cristo: «Mamma, perché ti lamenti? Voglio che tu rimanga qui, che assisti i miei compagni che ho acquistato nel mondo».



Maria: «Figlio, non dire questo! Voglio morire con te, non voglio andarmene finché mi esce ancora voce.


Possiamo noi avere un’unica sepoltura, figlio di mamma infelice, trovandoci nella stessa sofferenza, madre e figlio ucciso!».



Cristo: «Mamma col cuore afflitto, ti affido nelle mani di Giovanni, il mio discepolo prediletto; sia tuo figlio acquisito.



Giovanni, ecco mia madre: prendila con affetto, abbine pietà, poiché ha il cuore così trafitto».



Maria: «Figlio, l’anima ti è uscita dal corpo, figlio della smarrita, figlio della disperata, figlio avvelenato [ucciso]!



Figlio bianco e rosso, figlio senza pari, figlio, a chi mi rivolgo? Mi hai davvero abbandonata!


Figlio bianco e biondo, figlio dal volto gioioso, figlio, perché il mondo ti ha così disprezzato?



Figlio dolce e bello, figlio di una donna addolorata, figlio, la gente ti ha trattato in malo modo.



Giovanni, figlio acquisito, tuo fratello è morto. Ora sento il coltello [la pena del martirio] che fu profetizzato.



Che la madre muoia insieme al figlio, afferrati dalla stessa morte, trovandosi abbracciati, madre e figlio entrambi crocifissi!»

Interpretazione

  • Il testo ha la forma metrica di una ballata di versi settenari, con una ripresa di tre versi (rima YYX) e 33 strofe di quattro versi ciascuna (rima AAAX). Sono presenti rime siciliane ai vv. 1-2 (Paradiso / preso), vv. 28-29 (crucifige / rege), vv. 37-38 (compagnuni / encoroni), vv. 48-49 (croce / aduce), vv. 60-61 (vestire /  vedere), vv. 104-105 (afflitto / metto). Una rima imperfetta è ai vv. 76-77, corrotto / deporto.
  • La passione di Cristo è rappresentata nella sua crudezza e nella sua umanità, poiché Gesù è mostrato come un uomo che soffre e il cui corpo è flagellato e sottoposto a crudeli ferite. Altrettanto umana la figura della Madonna, il cui dolore è quello di una madre che soffre a vedere il figlio torturato senza colpa (all’inizio Maria tenta inutilmente di convincere la folla e Pilato dell’innocenza del figlio). Nelle prime strofe la sua voce si alterna a quella di un fedele (forse S. Giovanni, cui Cristo affida la madre alla fine del testo) che descrive i momenti più strazianti del martirio e invita Maria a soccorrere il figlio; interviene poi la voce della folla che incita alla crocifissione, secondo lo stereotipo medievale del popolo ebreo deicida, quindi animato dal desiderio di martirio verso Cristo.
  • Il testo si compone di 33 quartine (esclusa la ripresa) che corrispondono agli anni di Cristo quando venne crocifisso, mentre la descrizione del suo corpo inchiodato alla croce si concentra nei vv. 64-75, dunque nelle tre strofe centrali del componimento, con una perfetta simmetria e la simbologia religiosa del numero tre.
  • La prima parte della lauda contiene soprattutto la descrizione della Via crucis con le urla della folla all’indirizzo di Gesù e gli oltraggi al suo corpo, mentre nella seconda parte (dopo che Cristo è stato inchiodato alla croce) ha grande spazio il dolore di Maria, che si abbandona a un “corrotto” (lamento funebre) commovente e straziante: la Vergine si rivolge direttamente al figlio, sottolinea la sua innocenza e il fatto che sia martirizzato senza colpa, ne fa l’elogio con una serie di epiteti esornativi (l’anafora “figlio” è ripetuta per quattro quartine consecutive, vv. 112-127, poi Maria lo chiama “bianco e vermiglio”, “bianco e biondo”, “volto iocondo”). Il suo dolore è quello tutto umano di una donna che vede il figlio morire e vorrebbe essere uccisa insieme a lui, mente alla fine resta piangente ai piedi della croce.

Strumenti per la Consegna: 2 – Come funziona la voce? – Seconda Parte

Strumenti per la Consegna: 2 – Come funziona la voce? – Seconda Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Per leggere bene bisogna controllare la respirazione.

Prima di tutto devi respirare bene; imparare a effettuare una buona respirazione è fondamentale per l’emissione corretta delle parole.

In particolare nella lettura ad alta voce è importante controllare l’espirazione cioè lo svuotamento lento e controllato dei polmoni partendo dall’addome.

Per ottenere una lettura scorrevole bisogna cercare di far corrispondere le pause di respirazione a quelle suggerite dalla punteggiatura e dal significato del testo; per esempio quando arrivi al punto fermo, che richiede una pausa più lunga, approfittane per riempire bene i polmoni.

Prima di leggere inspira profondamente; mentre poi parli, lascia uscire lentamente l’aria dalla bocca controllandola senza “sprecare” il fiato.

 

Modi per allenare la tua respirazione

Un buon modo per imparare come funziona il diaframma è sedersi reclinati (inclinati) con le braccia incrociate.

Rimani seduto per un poco e senti come le tue braccia si muovono verso l’alto mentre inspiri e verso il basso mentre espiri. Ora inspira ed emetti un suono…

Sentirai che le tue braccia non scenderanno fino in fondo come facevano quando stavi espirando.

Questo perché il diaframma si attiva non appena inizi ad emettere il suono. Rimarrà più basso per controllare il flusso d’aria.

Il controllo del respiro produce sempre una emissione vocale migliore.

Brevi suggerimenti per la salute vocale

Se TIENI ALLA TUA VOCE, è molto utile conoscere un pò di salute vocale, cioè quella che viene chiamata “igiene vocale”.

Ci sono alcune cose da fare e da non fare quando si soffre di raucedine o di voce affannata:

1. Devi bere molta acqua! Tieni l’acqua sempre pronta. In questo modo manterrai la bocca, la gola e le corde vocali lubrificate, il che manterrà la tua voce fluida. Non usare il ghiaccio, perché l’acqua fredda non è bene per il tuo corpo.

2. Lascia riposare la tua voce! Limita il tuo parlare il più possibile!

3. NON usare caramelle o altre cose che contengono mentolo! Questa caramella può avere un buon sapore e ti dà la sensazione che aiuta la tua gola ma aumenterà il gonfiore delle tue corde vocali e dei tessuti intorno ad essa! Poiché il mentolo secca i tessuti della gola, questi tessuti reagiranno producendo più gonfiore e muco. La tua voce si deteriorerà invece di migliorare!

4. NON mangiare e bere cibi e bevande acide. L’acido aumenterà il reflusso dallo stomaco e irriterà i tessuti della gola. Fai attenzione a cosa e quando mangi. Impara a conoscere il tuo stomaco e il tuo sistema digestivo.

5. Alcuni cibi possono effettivamente aiutare la tua voce. Come alcuni tè, una mela verde o dei limoni.

6. Evita le bibite gassate, la panna e l’alcool. La caffeina e lo zucchero danno una carica energetica temporanea.

7. C’è un metodo per diminuire il gonfiore delle corde vocali: mettere una cannuccia in una bottiglia d’acqua. Prova a canticchiare una canzone mentre soffi delle bolle nell’acqua con la cannuccia. Canticchia dolcemente, non provare a cantare ad alta voce! Assicurati di farlo con le guance piene d’aria! Con questo esercizio crei un flusso d’aria verso il basso sulle corde vocali. Funzionerà come un massaggio. Dopo un minuto o due puoi già sentire la differenza!

8. Prova a fare esercizi tonificanti. Invece di cercare cibo o bevande per aumentare la tua energia e prontezza, prova a fare qualcosa che ti aiuti a far circolare il sangue e coinvolgere la mente. Prova le flessioni, su e giù per le scale, il jumping jack o anche qualche risata sincera. Ma attenzione a NON sudare o restare senza fiato. Hai solo bisogno di quanto basta per far arrivare il sangue al cervello e riscaldare i nervi.

9. Libera i tuoi seni nasali. Puoi respirare meglio e ottenere più ossigeno. Prova a soffiarti il naso, libera il tuo naso con qualche spray nasale.

10. Applica un balsamo per le labbra. L’acqua potabile mantiene la bocca asciutta ed evita molti rumori della bocca, ma l’acqua, da sola, potrebbe non aiutare le labbra. Le labbra secche aderiscono meglio e provocano rumori schioccanti e possono persino ostacolare il discorso.

vocedivina

11. Riscalda la tua voce. Proprio come non è bello, con le temperature invernali, guidare l’auto accendendo il motore e mettendosi subito in marcia, non è nemmeno bene iniziare a parlare o cantare per molto tempo senza un poco di riscaldamento. Anche le cose piccanti possono aiutare, per stimolare la circolazione ma sono reazioni personali e potrebbero anche influenzare negativamente la tua voce.

12. Devi avere qualcosa per scaricare la tensione. Questo non è un disturbo o una malattia mentale essere agitati. Molte persone si “agitano”, e non solo quando sono a disagio. Scaricando la tensione in qualche modo, manterrà fuori di te le preoccupazioni e questo potrebbe persino aiutare alcune persone a concentrarsi di più!

13. Libera la mente. Lascia i tuoi problemi, le centinaia di messaggi di posta mai smaltiti, le idee per nuovi progetti e altre “faccende” al di fuori del momento in cui proclami la Parola.

14. Respira lentamente e profondamente… giusto? Sì, dovremmo respirare lentamente, ma spesso non lo facciamo. Siamo nervosi o eccessivamente eccitati e non respiriamo bene quando parliamo. Questo non solo ci farà rimanere senza fiato mentre parliamo, ma ridurrà anche la quantità di ossigeno che la circolazione invia al cervello.

15. Avere una buona postura. La postura influenza la tua voce e il tuo umore. Distenditi e sarai letargico, sta dritto e così proietterai le tue parole in modo più sicuro verso l’obiettivo. Stare in piedi mantiene tutto il tuo corpo allineato. Sarai in grado di impegnarti con più energia quando inizierai a parlare appoggiato da una buona postura.

Lo scopo di un riscaldamento vocale!

Se fai questa domanda a cantanti e direttori d’orchestra, ti daranno più di una ragione. C’è di più che solo un riscaldamento dei muscoli. Una cosa molto importante è che il tuo supporto per il respiro deve essere sempre attivo.

Quindi gli esercizi di respirazione sono importanti per permettere ai muscoli di sentire / ricordare com’è parlare ad alta voce con un adeguato supporto del respiro.

Non c’è una routine di riscaldamento uguale per ogni persona. Dipende dalle sue capacità vocali, dal suo tipo di voce, dalle sue capacità fisiche, ecc.

Quindi la cosa migliore che puoi fare è creare la tua “ricetta” degli esercizi preferiti che ti aiuteranno a trovare il giusto box di strumenti per riscaldare la tua voce.

La maggior parte del suono che produci entra nell’orecchio “dall’interno”. Vale a dire, il suono della tua voce raggiunge il tuo orecchio viaggiando attraverso la gola, la bocca, il naso, i muscoli, le ossa, ecc.

È fortemente distorto o diverso quando entra nell’orecchio! Quindi quello che percepisci della tua voce dall’interno NON è la realtà della tua voce! Questo diventa evidente quando ascoltiamo una registrazione della nostra voce. L’effetto che percepiamo ascoltando la registrazione è che: non sembra la tua voce!

La tua voce “suona” in modo molto diverso quando ti senti in una registrazione.

Una delle maggiori deformazioni della tua stessa voce, ha a che fare con il desiderio di sentire un calore e una pienezza ascoltando la tua voce. La deformazione percepita ti impedisce di sentire il suono completo della voce, che forse suona “più sottile” di quanto non sia in realtà.

La maggior parte dei lettori non si rende conto di come usano la propria voce, e che forse la usano nel modo sbagliato. Con il risultato di richiedere uno sforzo maggiore del dovuto.

Quindi è fondamentale che inizi a sviluppare l’abitudine di SENTIRE, percepire “sensorialmente” la tua voce invece di ascoltarti superficialmente.

Un modo per controllare te stesso è fare registrazioni private personali di te che declami, o meglio affrontare questo problema confrontandosi con un buon insegnante di dizione o recitazione.

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui: