Santa Teresa di Gesù. Il suo nome significa, dal greco, cacciatrice e dal tedesco donna forte e dolce. La sua storia
Giovedì 15 ottobre 2015, la chiesa cattolica venera Santa Teresa d’Ávila, vergine e dottore della chiesa. Il suo vero nome era Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada, nacque ad Ávila, in Spagna, il 28 marzo 1515, da una nobile famiglia. Aveva solo due anni quando Lutero fece pubblicare le sue 95 tesi contro la vendita delle indulgenze. Santa Teresa d’Ávila, dopo essere fuggita da casa a solo vent’anni, entrò nel Carmelo di Ávida in preda ad un tormentoso travaglio interiore. La giovane lo identificò come la sua conversione alla religione cattolica avvenuta all’età di 39 anni. A solo 21 anni venne nominata Carmelitana del Monastero dell’Incarnazione di Ávila. Si dedicò, con fervore, a riformare l’Ordine dei Carmelitani, dando origine all’Ordine dei Carmelitani Scalzi. Scrisse numerose opere mediante le quali spiegò sia le basi della sua dottrina di origine mistica e spirituale che gli ideali della sua riforma. Santa Teresa d’Ávila, il 24 agosto 1562, fondò il suo primo Monastero dedicandolo a San Giuseppe. Divenne la prima sede delle monache carmelitane scalze, qui le religiose vivevano secondo i principi degli antichi monaci del Monte Carmelo ed in totale clausura. Fino al 1582, Santa Teresa d’Ávila continuò a fondare altri monasteri su tutto il territorio spagnolo. Percorrendo in lungo ed in largo la Castiglia, Santa Teresa d’Ávila fece conoscere le fondamenta della sue fede religiosa facendo costruire numerosi chiostri tra cui quello di Medina, di Salamanca, Toledo, Pastrana, Alba de Tormes, Segovia, di Siviglia, eccetera.
Nel 1568 Santa Teresa d’Ávila iniziò a riformare anche l’ordine dei frati Carmelitani. In seguito all’incontro con San Giovanni della Croce, che divenne suo accompagnatore e sostenitore, Santa Teresa d’Ávila si fece promotrice della costruzione del primo convento di Carmelitani Scalzi che venne eretto nel villaggio di Durvelo. Con la morte del nunzio Nicolas Ormaneto, sostenitore e protettore dei carmelitani scalzi, Santa Teresa si trovò senza protezione. Il nuovo sostituto ed acerrimo nemico dei Carmelitani Scarzi, Filippo Sega, fece scomunicare le religiose carmelitane, nel 1577, per il solo fatto di aver eletto come priora del convento Santa Teresa d’Ávila. Venne rinchiusa nel convento di San José e San Giovanni della Croce arrestato. Santa Teresa d’Ávila chiese al re di Spagna, Filippo II, di salvaguardare la sua riforma tutelando sia le monache che i frati carmelitani. Grazie al Papa Gregorio XIII, nel 1580, l’ordine dei carmelitani, maschili e femminili, ottenne una provincia separata. Santa Teresa d’Ávila si spegne ad Alba de Tormes, nella provincia di Salamanca, il 4 ottobre 1582. E’ stata beatificata nel 1614 da Papa Paolo V e canonizzata nel 1622 da Papa Gregorio XV. Ha lasciato numerosi opere tra cui Autobiografia, il Cammino di Perfezione, le Fondazioni, i Pensieri, le Lettere, le Poesie, il Castello Interiore, eccetera. Etimologicamente, il suo nome significa, dal greco, cacciatrice e, dal tedesco, donna forte e dolce. Il suo emblema è un giglio ed è rappresentata con l’abito delle Carmelitane scalze e con il cuore trafitto. E’ la patrona degli scrittori, dei malati, degli orfani e dei religiosi.
UN MONDO IN FIAMME? LA VIA DI SANTA TERESA D’AVILA, MISTICA SEMPRE ATTUALE
15/10/2022 Ricorre il 15 ottobre la festa della santa spagnola, le cui intuizioni nel XVI secolo sono valide ancor oggi, tempo di pandemia, crisi e guerra.
Sono passati più di quattro secoli dalla morte di Teresa di Gesù. Le testimonianze di chi le è stata accanto nei momenti finali della sua vita ci raccontano che fra le sue ultime parole ci sia stata questa espressione: “Signore, infine è tempo di incontrarci”. Incontrare Gesù è stato il fil rouge che ha attraversato tutta la sua vita, una vita esuberante, vivace, fatta di alti e bassi, di cadute e riprese, di lotta, di progetti, di successi e fallimenti. Una vita passata in cammino, seppur nel paradosso della scelta della vocazione claustrale.
Teresa bambina voleva andare nella terra dei mori per poter essere martire.
Teresa adolescente attraversa tutte le inquietudini tipiche di quell’età e deve fare i conti con la morte della madre.
Teresa ragazza decide di entrare in monastero, anche se è lei stessa a dirci che lo fece “più mossa da un timore servile che dall’amore” (Libro della Vita 3,6).
Teresa giovane monaca si scontra con la sua incoerenza e con un fisico che cede sotto il peso di un ideale troppo distante dalla realtà.
Teresa ormai quarantenne ricomincia a vivere: “Da qui in avanti si tratta di una vita totalmente nuova. Fin qui era la mia vita… ora è Dio che vive in me” (Libro della Vita 23,1).
Teresa anziana fonda sedici monasteri di monache e due conventi di frati: in quella fase della vita che noi consideriamo essere quella del declino, ella conosce il periodo più fecondo, affaccendato e contagioso.
Ha ancora senso per noi, donne e uomini del 2022 – di un mondo globalizzato, digitalizzato, complesso e conflittuale – guardare alla figura di questa donna? La risposta sta in una sua celebre frase che si trova proprio al primo capitolo de “Il cammino di perfezione”: “Il mondo è in fiamme! Vogliono di nuovo processare Cristo!”. Ecco, questo dovrebbe bastare: le epoche sono certamente diverse fra loro, la cultura cambia, gli esseri umani cambiano, ma le dinamiche della storia, delle relazioni, della politica e delle persone stesse in definitiva viaggiano su binari profondi che si assomigliano: gli uomini amano o odiano, coltivano amicizia o inimicizia, cercano il potere o lo combattono. Certo: il mondo è in fiamme! Mai come oggi possiamo dirlo. Come si fa a vivere in un mondo percorso da così tante tensioni e segnato da così tanta precarietà? Con il salmista verrebbe da dire: “Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto?”.
Il fil rouge di Teresa è un fil rouge possibile a tutti. Nel libro della Vita, al capitolo 22, ce lo spiega bene: “Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo; volerci ritenere angeli mentre siamo sulla terra è uno sproposito”. Ecco il realismo carico di buon senso di questa donna: non c’è un mondo ideale; c’è solo un mondo che conosce la pesantezza del corpo, la pesantezza della materia e delle sue leggi. Dunque, che il mondo sia in fiamme parrebbe la cosa più logica! Ma poi Teresa continua: “… negli affari e nelle persecuzioni e nelle fatiche… e in periodi di aridità, Cristo è un amico molto buono, perché lo possiamo guardare come uomo e lo vediamo debole e affaticato, e ci fa compagnia, e se ci abituiamo è molto facile trovarlo vicino a noi…”. Questo è il dono che ci è fatto: Cristo è molto vicino a noi. Se è così, allora ha senso ancora oggi mettersi in ascolto dei testimoni del passato. Ci sono figure che ci hanno indicato la via per fare esperienza della vicinanza di Cristo e non è una questione di poca importanza; piuttosto si tratta di vita o di morte, perché affrontare la vita in solitudine è tutt’altra cosa dall’affrontarla in quanto “accompagnati”. Teresa è certamente una di queste figure e per questo possiamo ancora oggi guardarla, non perché il nostro sguardo si fissi in lei, ma perché ella ci sia maestra nell’imparare a guardare Cristo… che ci è vicino.
Le sorelle del Carmelo di Legnano (Milano) e Massimo Fiorucci
SULLA BEATA VERGINE MARIA NELLA VITA DELLA CHIESA IN CAMMINO–Meditazioni Mese mariano di Maria
3. Il «Magnificat» della Chiesa in cammino
LETTERA DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II ALLE DONNE Parte TERZA
Produzione Audio Video Marilena Marino https://vocedivina.it/
35. Nella presente fase del suo cammino, dunque, la Chiesa cerca di ritrovare l’unione di quanti professano la loro fede in Cristo, per manifestare l’obbedienza al suo Signore, che per questa unità ha pregato prima della passione. Essa «prosegue il suo pellegrinaggio…. annunciando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga».87 «Procedendo tra le tentazioni e le tribolazioni, la Chiesa è sostenuta dalla forza della grazia di Dio, promessa dal Signore, affinché per l’umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma permanga degna sposa del suo Signore e non cessi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la Croce giunga alla luce che non conosce tramonto».88
La Vergine Madre è costantemente presente in questo cammino di fede del popolo di Dio verso la luce. Lo dimostra in modo speciale il cantico del «Magnificat», che, sgorgato dal profondo della fede di Maria nella visitazione, non cessa nei secoli di vibrare nel cuore della Chiesa. Lo prova la sua recitazione quotidiana nella liturgia dei Vespri ed in tanti altri momenti di devozione sia personale che comunitaria.
«L’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre». (Lc 1,46).
36. Quando Elisabetta salutò la giovane parente che giungeva da Nazareth, Maria rispose col Magnificat. Nel suo saluto Elisabetta prima aveva chiamato Maria «benedetta» a motivo del «frutto del suo grembo», e poi «beata» a motivo della sua fede (Lc 1,42). Queste due benedizioni si riferivano direttamente al momento dell’annunciazione. Ora, nella visitazione, quando il saluto di Elisabetta rende testimonianza a quel momento culminante, la fede di Maria acquista una nuova consapevolezza e una nuova espressione. Quel che al momento dell’annunciazione rimaneva nascosto nella profondità dell’«obbedienza della fede», si direbbe che ora si sprigioni come una chiara, vivificante fiamma dello spirito. Le parole usate da Maria sulla soglia della casa di Elisabetta costituiscono un’ispirata professione di questa sua fede, nella quale la risposta alla parola della rivelazione si esprime con l’elevazione religiosa e poetica di tutto il suo essere verso Dio. In queste sublimi parole, che sono ad un tempo molto semplici e del tutto ispirate ai testi sacri del popolo di Israele,89 traspare la personale esperienza di Maria, l’estasi del suo cuore. Splende in esse un raggio del mistero di Dio, la gloria della sua ineffabile santità, l’eterno amore che, come un dono irrevocabile, entra nella storia dell’uomo. Maria è la prima a partecipare a questa nuova rivelazione di Dio e, in essa, a questa nuova «autodonazione» di Dio. Perciò proclama: «Grandi cose ha fatto in me…, e santo è il suo nome». Le sue parole riflettono la gioia dello spirito, difficile da esprimere: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore». Perché «la profonda verità sia su Dio sia sulla salvezza degli uomini… risplende a noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione».90
Nel suo trasporto Maria confessa di essersi trovata nel cuore stesso di questa pienezza di Cristo.
È consapevole che in lei si compie la promessa fatta ai padri e, prima di tutto, «ad Abramo e alla sua discendenza per sempre»: che dunque in lei, come madre di Cristo, converge tutta l’economia salvifica, nella quale «di generazione in generazione» si manifesta colui che, come Dio dell’Alleanza, «si ricorda della sua misericordia».
37. La Chiesa, che sin dall’inizio conforma il suo cammino terreno su quello della Madre di Dio, ripete costantemente al seguito di lei le parole del Magnificat. Dalla profondità della fede della Vergine nell’annunciazione e nella visitazione, essa attinge la verità sul Dio dell’Alleanza: sul Dio che è onnipotente e fa «grandi cose» all’uomo: «santo è il suo nome». Nel Magnificat essa vede vinto alla radice il peccato posto all’inizio della storia terrena dell’uomo e della donna il peccato dell’incredulità e della «poca fede» in Dio. Contro il «sospetto» che il «padre della menzogna» ha fatto sorgere nel cuore di Eva, la prima donna, Maria che la tradizione usa chiamare «nuova Eva»91 e vera «madre dei viventi»,92 proclama con forza la non offuscata verità su Dio: il Dio santo e onnipotente, che dall’inizio è la fonte di ogni elargizione, colui che «ha fatto grandi cose». Creando, Dio dona l’esistenza a tutta la realtà. Creando l’uomo, gli dona la dignità dell’immagine e della somiglianza con lui in modo singolare rispetto a tutte le creature terrene. E non arrestandosi nella sua volontà di elargizione nonostante il peccato dell’uomo, Dio si dona nel Figlio: «Ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Maria è la prima testimone di questa meravigliosa verità, che si attuerà pienamente mediante le opere e le parole (At 1,1) del suo Figlio e definitivamente mediante la sua Croce e risurrezione. La Chiesa, che pur «tra le tentazioni e le tribolazioni» non cessa di ripetere con Maria le parole del Magnificat, «si sostiene» con la potenza della verità su Dio, proclamata allora con sì straordinaria semplicità e, nello stesso tempo, con questa verità su Dio desidera illuminare le difficili e a volte intricate vie dell’esistenza terrena degli uomini. Il cammino della Chiesa, dunque, al termine ormai del secondo Millennio cristiano, implica un rinnovato impegno nella sua missione. Seguendo colui che disse di sé: «(Dio) mi ha mandato per annunciare ai poveri il lieto messaggio» (Lc 4,18), la Chiesa ha cercato di generazione in generazione e cerca anche oggi di compiere la stessa missione. Il suo amore di preferenza per i poveri è inscritto mirabilmente nel Magnificat di Maria. Il Dio dell’Alleanza, cantato nell’esultanza del suo spirito dalla Vergine di Nazareth, è insieme colui che «rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, … ricolma di beni gli affamati, e rimanda i ricchi a mani vuote, … disperde i superbi … e conserva la sua misericordia per coloro che lo temono». Maria è profondamente permeata dello spirito dei «poveri di Iahvé», che nella preghiera dei Salmi attendevano da Dio la loro salvezza, riponendo in lui ogni fiducia (Sal 24,1); (Sal 30,1); (Sal 34,1); (Sal 54,1). Ella, invero, proclama l’avvento del mistero della salvezza, la venuta del «Messia dei poveri» (Is 11,4); (Is 61,1). Attingendo dal cuore di Maria, dalla profondità della sua fede, espressa nelle parole del Magnificat, la Chiesa rinnova sempre meglio in sé la consapevolezza che non si può separare la verità su Dio che salva, su Dio che è fonte di ogni elargizione, dalla manifestazione del suo amore di preferenza per i poveri e gli umili, il quale, cantato nel Magnificat, si trova poi espresso nelle parole e nelle opere di Gesù. La Chiesa, pertanto, è consapevole – e nella nostra epoca tale consapevolezza si rafforza in modo particolare – non solo che non si possono separare questi due elementi del messaggio contenuto nel Magnificat, ma che si deve, altresì, salvaguardare accuratamente l’importanza che «i poveri» e «l’opzione in favore dei poveri» hanno nella parola del Dio vivo. Si tratta di temi e problemi organicamente connessi col senso cristiano della libertà e della liberazione. «Totalmente dipendente da Dio e tutta orientata verso di lui per lo slancio della sua fede, Maria, accanto a suo Figlio, è l’icona più perfetta della libertà e della liberazione dell’umanità e del cosmo. È a lei che la Chiesa, di cui ella è madre e modello, deve guardare per comprendere il senso della propria missione nella sua pienezza».93
III – Mediazione materna
1. Maria, Serva del Signore
38. La Chiesa sa e insegna con san Paolo che uno solo è il nostro mediatore: «Non c’è che un solo Dio, uno solo anche è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo, che per tutti ha dato se stesso quale riscatto» (1Tm 2,5). «La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia»:94 è mediazione in Cristo.
La Chiesa sa e insegna che «ogni salutare influsso della Beata Vergine verso gli uomini… nasce dal beneplacito di Dio e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia; non impedisce minimamente l’immediato contatto dei credenti con Cristo, anzi lo facilita».95 Questo salutare influsso è sostenuto dallo Spirito Santo, che, come adombrò la Vergine Maria dando in lei inizio alla maternità divina, così ne sostiene di continuo la sollecitudine verso i fratelli del suo Figlio. Effettivamente, la mediazione di Maria è strettamente legata alla sua maternità, possiede un carattere specificamente materno, che la distingue da quello delle altre creature che, in vario modo sempre subordinato, partecipano all’unica mediazione di Cristo, rimanendo anche la sua una mediazione partecipata.96 Infatti, se «nessuna creatura può mai esser messa alla pari col Verbo incarnato e redentore», al tempo stesso «l’unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione, partecipata da un’unica fonte»; e così «l’unica bontà di Dio si diffonde realmente in vari modi nelle creature».97 L’insegnamento del Concilio Vaticano II presenta la verità sulla mediazione di Maria come partecipazione a questa unica fonte che è la mediazione di Cristo stesso. Leggiamo infatti: «Questa funzione subordinata di Maria la Chiesa non dubita di riconoscerla apertamente, continuamente la sperimenta e raccomanda all’amore dei fedeli, perché, sostenuti da questo materno aiuto, siano più intimamente congiunti col Mediatore e Salvatore».98 Tale funzione è, al tempo stesso, speciale e straordinaria. Essa scaturisce dalla sua maternità divina e può esser compresa e vissuta nella fede solo sulla base della piena verità di questa maternità. Essendo Maria, in virtù dell’elezione divina, la Madre del Figlio consostanziale al Padre e «generosa compagna» nell’opera della redenzione, «fu per noi madre nell’ordine della grazia».99 Questa funzione costituisce una dimensione reale della sua presenza nel mistero salvifico di Cristo e della Chiesa.
39. Da questo punto di vista bisogna ancora una volta considerare l’evento fondamentale nell’economia della salvezza, ossia l’incarnazione del Verbo al momento dell’annunciazione. È significativo che Maria, riconoscendo nella parola del messaggero divino la volontà dell’Altissimo e sottomettendosi alla sua potenza, dica: «Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Il primo momento della sottomissione all’unica mediazione «fra Dio e gli uomini» – quella di Gesù Cristo – è l’accettazione della maternità da parte della Vergine di Nazareth. Maria consente alla scelta di Dio, per diventare per opera dello Spirito Santo la Madre del Figlio di Dio. Si può dire che questo suo consenso alla maternità sia soprattutto frutto della totale donazione a Dio nella verginità. Maria ha accettato l’elezione a Madre del Figlio di Dio, guidata dall’amore sponsale, che «consacra» totalmente a Dio una persona umana. In virtù di questo amore, Maria desiderava di esser sempre e in tutto «donata a Dio», vivendo nella verginità. Le parole: «Eccomi, sono la serva del Signore», esprimono il fatto che sin dall’inizio ella ha accolto ed inteso la propria maternità come totale dono di sé, della sua persona a servizio dei disegni salvifici dell’Altissimo. E tutta la partecipazione materna alla vita di Gesù Cristo, suo Figlio, l’ha vissuta sino alla fine in modo corrispondente alla sua vocazione alla verginità. La maternità di Maria, pervasa fino in fondo dall’atteggiamento sponsale di «serva del Signore», costituisce la prima e fondamentale dimensione di quella mediazione che la Chiesa confessa e proclama nei suoi riguardi,100 e continuamente «raccomanda all’amore dei fedeli», poiché in essa molto confida. Infatti, bisogna riconoscere che prima di tutti Dio stesso, l’eterno Padre, si è affidato alla Vergine di Nazareth, donandole il proprio Figlio nel mistero dell’incarnazione. Questa sua elezione al sommo ufficio e dignità di Madre del Figlio di Dio, sul piano ontologico, si riferisce alla realtà stessa dell’unione delle due nature nella persona del Verbo (unione ipostatica). Questo fatto fondamentale di esser la Madre del Figlio di Dio, è sin dall’inizio una totale apertura alla persona di Cristo, a tutta la sua opera, a tutta la sua missione. Le parole «Eccomi, sono la serva del Signore» testimoniano questa apertura dello spirito di Maria, che unisce in sé in modo perfetto l’amore proprio della verginità e l’amore caratteristico della maternità, congiunti e quasi fusi insieme. Perciò Maria è diventata non solo la «madre-nutrice» del Figlio dell’uomo, ma anche la «compagna generosa in modo del tutto singolare»101 del Messia e Redentore. Ella – come ho già detto – avanzava nella peregrinazione della fede e in tale sua peregrinazione fino ai piedi della Croce si è attuata, al tempo stesso, la sua materna cooperazione a tutta la missione del Salvatore con le sue azioni e le sue sofferenze. Lungo la via di questa collaborazione con l’opera del Figlio Redentore, la maternità stessa di Maria conosceva una singolare trasformazione, colmandosi sempre più di «ardente carità» verso tutti coloro a cui era rivolta la missione di Cristo. Mediante tale «ardente carità», intesa a operare in unione con Cristo la restaurazione della «vita soprannaturale nelle anime»,102 Maria entrava in modo del tutto personale nell’unica mediazione «fra Dio e gli uomini», che è la mediazione dell’uomo Cristo Gesù. Se ella stessa per prima ha sperimentato su di sé gli effetti soprannaturali di questa unica mediazione – già all’annunciazione era stata salutata come «piena di grazia», – allora bisogna dire che per tale pienezza di grazia e di vita soprannaturale era particolarmente predisposta alla cooperazione con Cristo, unico mediatore dell’umana salvezza. E tale cooperazione è appunto questa mediazione subordinata alla mediazione di Cristo. Nel caso di Maria si tratta di una mediazione speciale ed eccezionale, fondata sulla sua «pienezza di grazia», che si traduceva nella piena disponibilità della «serva del Signore». in risposta a questa disponibilità interiore di sua madre, Gesù Cristo la preparava sempre più a diventare per gli uomini «madre nell’ordine della grazia». Ciò indicano, almeno in modo indiretto, certi particolari annotati dai Sinottici (Lc 11,28); (Lc 8,20); (Mc 3,32); (Mt 12,47) e ancor più dal Vangelo di Giovanni (Gv 2,1); (Gv 19,25), che ho già messo in luce. A questo riguardo le parole, pronunciate da Gesù sulla Croce in riferimento a Maria e a Giovanni, sono particolarmente eloquenti.
40. Dopo gli eventi della risurrezione e dell’ascensione, Maria, entrando con gli Apostoli nel cenacolo in attesa della pentecoste, era presente come Madre del Signore glorificato. Era non solo colei che «avanzò nella peregrinazione della fede» e serbò fedelmente la sua unione col Figlio «sino alla Croce», ma anche la «serva del Signore», lasciata da suo Figlio come madre in mezzo alla Chiesa nascente: «Ecco la tua madre». Così cominciò a formarsi uno speciale legame tra questa Madre e la Chiesa. La Chiesa nascente era, infatti, frutto della Croce e della risurrezione del suo Figlio. Maria, che sin dall’inizio si era donata senza riserve alla persona e all’opera del Figlio, non poteva non riversare sulla Chiesa, sin dal principio, questa sua donazione materna. Dopo la dipartita del Figlio, la sua maternità permane nella Chiesa come mediazione materna: intercedendo per tutti i suoi figli, la Madre coopera all’azione salvifica del Figlio-Redentore del mondo. Difatti, il Concilio insegna: «La maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste… fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti».103 Con la morte redentrice del suo Figlio, la materna mediazione della serva del Signore ha raggiunto una dimensione universale, perché l’opera della redenzione comprende tutti gli uomini. Così si manifesta in modo singolare l’efficacia dell’unica ed universale mediazione di Cristo «fra Dio e gli uomini». La cooperazione di Maria partecipa, nel suo carattere subordinato, all’universalità della mediazione del Redentore,, unico mediatore. Ciò indica chiaramente il Concilio con le parole sopra riportate. «Difatti, – leggiamo ancora – assunta in cielo, non ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci le grazie della salute eterna».104 Con questo carattere di «intercessione», che si manifestò per la prima volta a Cana di Galilea, la mediazione di Maria continua nella storia della Chiesa e del mondo. Leggiamo che Maria «con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora pellegrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata».105 In questo modo la maternità di Maria perdura incessantemente nella Chiesa come mediazione che intercede, e la Chiesa esprime la sua fede in questa verità invocando Maria «con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice».106
41. Per la sua mediazione subordinata a quella del Redentore, Maria contribuisce in maniera speciale all’unione della Chiesa pellegrinante sulla terra con la realtà escatologica e celeste della comunione dei santi, essendo stata già «assunta in cielo».107 La verità dell’assunzione, definita da Pio XII, è riaffermata dal Concilio Vaticano II, che così esprime la fede della Chiesa: «Infine, l’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo, e dal Signore esaltata quale Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata col Figlio suo, Signore dei dominanti (Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte».108 Con questo insegnamento Pio XII si collegava alla Tradizione, che ha trovato molteplici espressioni nella storia della Chiesa, sia in Oriente che in Occidente. Col mistero dell’assunzione al Cielo, si sono definitivamente attuati in Maria tutti gli effetti dell’unica mediazione di Cristo Redentore del mondo e Signore risorto «Tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo» (1Cor 15,22). Nel mistero dell’assunzione si esprime la fede della Chiesa, secondo la quale Maria è «unita da uno stretto e indissolubile vincolo» a Cristo, perché, se madre-vergine era a lui singolarmente unita nella sua prima venuta, per la sua continuata cooperazione con lui lo sarà anche in attesa della seconda, «redenta in modo più sublime in vista dei meriti del Figlio suo»,109 ella ha anche quel ruolo, proprio della madre, di mediatrice di clemenza nella venuta definitiva, quando tutti coloro che sono di Cristo saranno vivificati, e «l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte» (1Cor 15,26).110 A tale esaltazione dell’«eccelsa figlia di Sion»111 mediante l’assunzione al Cielo, è connesso il mistero della sua eterna gloria. La Madre di Cristo è, infatti, glorificata quale «Regina dell’universo».112 Colei che all’annunciazione si è definita «serva del Signore», è rimasta per tutta la vita terrena fedele a ciò che questo nome esprime, confermando così di essere una vera «discepola» di Cristo, il quale sottolineava fortemente il carattere di servizio della propria missione: il Figlio dell’uomo «non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Per questo, Maria è diventata la prima tra coloro che, «servendo a Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducono i loro fratelli al Re, servire al quale è regnare»,113 ed ha conseguito pienamente quello «stato di libertà regale», proprio dei discepoli di Cristo: servire vuol dire regnare! «Cristo, fattosi obbediente fino alla morte e perciò esaltato dal Padre (Fil 2,8), è entrato nella gloria del suo Regno; a lui sono sottomesse tutte le cose, fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le creature, affinché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,27-28)».114 Maria, serva del Signore, ha parte in questo Regno del Figlio.115 La gloria di servire non cessa di essere la sua esaltazione regale: assunta in Cielo, ella non termina quel suo servizio salvifico, in cui si esprime la mediazione materna, «fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti».116 Così colei, che qui sulla terra «serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla Croce», continua a rimanere unita con lui, mentre ormai «tutto è sottomesso a lui, fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le creature». Così nella sua assunzione al Cielo, Maria è come avvolta da tutta la realtà della comunione dei santi, e la stessa sua unione col Figlio nella gloria è tutta protesa verso la definitiva pienezza del Regno, quando «Dio sarà tutto in tutti». Anche in questa fase la mediazione materna di Maria non cessa di essere subordinata a colui che è l’unico Mediatore, fino alla definitiva attuazione della «pienezza del tempo», cioè fino a «ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1,10).
2. Maria nella vita della Chiesa e di ogni cristiano
42. Il Concilio Vaticano II, ricollegandosi alla Tradizione, ha gettato nuova luce sul ruolo della Madre di Cristo nella vita della Chiesa. «La beata Vergine per il dono… della divina maternità, che la unisce col Figlio Redentore, e per le sue singolari grazie e funzioni, è pure intimamente congiunta con la Chiesa: la Madre di Dio è figura della Chiesa.., cioè nell’ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo».117 Già in precedenza abbiamo visto come Maria rimane sin dall’inizio con gli apostoli in attesa della pentecoste e come, essendo la «beata che ha creduto», di generazione in generazione è presente in mezzo alla Chiesa pellegrina mediante la fede e quale modello della speranza che non delude (Rm 5,5). Maria ha creduto che sarebbe avvenuto quello che le era stato detto dal Signore. Come vergine, ha creduto che avrebbe concepito e dato alla luce un figlio: il «Santo», al quale corrisponde il nome di «Figlio di Dio», il nome di «Gesù» (= Dio che salva). Come serva del Signore, è rimasta perfettamente fedele alla persona e alla missione di questo Figlio. Come madre «per la sua fede ed obbedienza… generò sulla terra lo stesso Figlio del Padre, senza contatto con uomo, ma adombrata dallo Spirito Santo».118 Per questi motivi Maria «viene dalla Chiesa giustamente onorata con culto speciale. Già fin dai tempi più antichi… è venerata col titolo di “Madre di Dio” sotto il cui presidio i fedeli imploranti si rifugiano in tutti i pericoli e necessità».119 Questo culto è del tutto singolare: contiene in sé ed esprime quel profondo legame che esiste tra la Madre di Cristo e la Chiesa.120 Quale vergine e madre, Maria rimane per la Chiesa un «perenne modello». Si può, dunque, dire che soprattutto sotto questo aspetto, cioè come modello o, piuttosto, come «figura», Maria, presente nel mistero di Cristo rimane costantemente presente anche nel mistero della Chiesa. Anche la Chiesa, infatti, «é chiamata madre e vergine», e questi nomi hanno una profonda giustificazione biblica e teologica.121
43. La Chiesa «diventa madre… accogliendo con fedeltà la parola di Dio».122 Come Maria che ha creduto per prima, accogliendo la parola di Dio a lei rivelata nell’annunciazione, e rimanendo ad essa fedele in tutte le sue prove fino alla Croce, così la Chiesa diventa madre quando, accogliendo con fedeltà la parola di Dio, «con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio».123 Questa caratteristica «materna» della Chiesa è stata espressa in modo particolarmente vivido dall’Apostolo delle genti, quando scriveva: «Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore, finché non sia formato Cristo in voi!» (Gal 4,19). In queste parole di san Paolo è contenuta una traccia interessante della consapevolezza materna della Chiesa primitiva, legata al suo servizio apostolico tra gli uomini. Tale consapevolezza permetteva e permette costantemente alla Chiesa di vedere il mistero della sua vita e della sua missione sull’esempio della stessa Genitrice del Figlio, che è il «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Si può dire che la Chiesa apprenda da Maria anche la propria maternità: essa riconosce la dimensione materna della sua vocazione, legata essenzialmente alla sua natura sacramentale, «contemplando l’arcana santità di lei, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre».124 Se la Chiesa è segno e strumento dell’intima unione con Dio, lo è a motivo della sua maternità: perché, vivificata dallo Spirito, «genera» figli e figlie dell’umana famiglia a una vita nuova in Cristo. Perché, come Maria è al servizio del mistero dell’incarnazione, così la Chiesa rimane al servizio del mistero dell’adozione a figli mediante la grazia. Al tempo stesso, sull’esempio di Maria, la Chiesa rimane la vergine fedele al proprio sposo: «Essa pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo sposo».125 La Chiesa è, infatti, la sposa di Cristo, come risulta dalle Lettere paoline (Ef 5,21); (2Cor 11,2) e dall’appellativo giovanneo: «la sposa dell’Agnello» (Ap 21,9). Se la Chiesa come sposa «custodisce la fede data a Cristo», questa fedeltà, benché nell’insegnamento dell’apostolo sia divenuta immagine del matrimonio (Ef 5,23), possiede anche il valore di tipo della totale donazione a Dio nel celibato «per il Regno dei cieli», ossia della verginità consacrata a Dio (Mt 19,11); (2Cor 11,2). Proprio tale verginità, sull’esempio della Vergine di Nazareth, è fonte di una speciale fecondità spirituale: è fonte della maternità nello Spirito Santo. Ma la Chiesa custodisce anche la fede ricevuta da Cristo: sull’esempio di Maria, che serbava e meditava in cuor suo (Lc 2,19) tutto ciò che riguardava il suo Figlio divino, essa è impegnata a custodire la Parola di Dio, ad indagarne le ricchezze con discernimento e prudenza, per dame in ogni epoca fedele testimonianza a tutti gli uomini.126
44. Stante questo rapporto di esemplarità, la Chiesa si incontra con Maria e cerca di diventare simile a lei: «Ad imitazione della madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo, conserva verginalmente integra la fede, solida la speranza, sincera la carità».127 Maria è, dunque, presente nel mistero della Chiesa come modello. Ma il mistero della Chiesa consiste anche nel generare gli uomini ad una vita nuova ed immortale: è la sua maternità nello Spirito Santo. È qui Maria non solo è modello e figura della Chiesa, ma è molto di più. Infatti, «con amore di madre ella coopera alla rigenerazione e formazione» dei figli e figlie della madre Chiesa. La maternità della Chiesa si attua non solo secondo il modello e la figura della Madre di Dio, ma anche con la sua «cooperazione». La Chiesa attinge copiosamente da questa cooperazione, cioè dalla mediazione materna, che è caratteristica di Maria, in quanto già in terra ella cooperò alla rigenerazione e formazione dei figli e delle figlie della Chiesa come Madre di quel Figlio che Dio ha posto quale primogenito tra molti fratelli».128 Vi cooperò – come insegna il Concilio Vaticano II – con amore di madre.129 Si scorge qui il reale valore delle parole dette da Gesù a sua madre nell’ora della Croce: «Donna, ecco il tuo figlio» e al discepolo: «Ecco la tua madre» (Gv 19,26). Sono parole che determinano il posto di Maria nella vita dei discepoli di Cristo ed esprimono – come ho già detto – la sua nuova maternità quale Madre del Redentore: la maternità spirituale, nata dall’intimo del mistero pasquale del Redentore del mondo. E una maternità nell’ordine della grazia, perché implora il dono dello Spirito Santo che suscita i nuovi figli di Dio, redenti mediante il sacrificio di Cristo: quello Spirito che insieme alla Chiesa anche Maria ha ricevuto nel giorno di pentecoste. Questa sua maternità è particolarmente avvertita e vissuta dal popolo cristiano nel sacro Convito – celebrazione liturgica del mistero della redenzione -, nel quale si fa presente Cristo, il suo vero corpo nato da Maria Vergine. Ben a ragione la pietà del popolo cristiano ha sempre ravvisato un profondo legame tra la devozione alla Vergine santa e il culto dell’Eucaristia: è, questo, un fatto rilevabile nella liturgia sia occidentale che orientale, nella tradizione delle Famiglie religiose, nella spiritualità dei movimenti contemporanei anche giovanili, nella pastorale dei santuari mariani. Maria guida i fedeli all’Eucaristia.
45. È essenziale della maternità il fatto di riferirsi alla persona. Essa determina sempre un’unica ed irripetibile relazione fra due persone: della madre col figlio e del figlio con la madre. Anche quando una stessa donna è madre di molti figli, il suo personale rapporto con ciascuno di essi caratterizza la maternità nella sua stessa essenza. Ciascun figlio, infatti, è generato in modo unico ed irripetibile, e ciò vale sia per la madre che per il figlio. Ciascun figlio viene circondato nel medesimo modo da quell’amore materno, sul quale si basa la sua formazione e maturazione nell’umanità. Si può dire che la maternità «nell’ordine della grazia» mantenga l’analogia con ciò che «nell’ordine della natura» caratterizza l’unione della madre col figlio. In questa luce diventa più comprensibile perché nel testamento di Cristo sul Golgota la nuova maternità di sua madre sia stata espressa al singolare, in riferimento ad un uomo: «Ecco il tuo figlio».Si può dire, inoltre, che in queste stesse parole venga pienamente indicato il motivo della dimensione mariana della vita dei discepoli di Cristo: non solo di Giovanni, che in quell’ora stava sotto la Croce insieme alla madre del suo Maestro, ma di ogni discepolo di Cristo, di ogni cristiano. Il redentore affida sua madre al discepolo e, nello stesso tempo, gliela dà come madre. La maternità di Maria che diventa eredità dell’uomo è un dono: un dono che Cristo stesso fa personalmente ad ogni uomo. Il Redentore affida Maria a Giovanni in quanto affida Giovanni a Maria. Ai piedi della croce ha inizio quello speciale affidamento dell’uomo alla Madre di Cristo, che nella storia della Chiesa fu poi praticato ed espresso in diversi modi. Quando lo stesso apostolo ed evangelista, dopo aver riportato le parole rivolte da Gesù sulla Croce alla madre ed a lui stesso, aggiunge: «E da quel momento il discepolo la prese con sé» (Gv 19,27), questa affermazione certamente vuol dire che al discepolo fu attribuito un ruolo di figlio e che egli si assunse la cura della Madre dell’amato Maestro. E poiché Maria fu data come madre personalmente a lui, l’affermazione indica, sia pure indirettamente, quanto esprime l’intimo rapporto di un figlio con la madre. E tutto questo si può racchiudere nella parola «affidamento». L’affidamento è la risposta all’amore di una persona e, in particolare, all’amore della madre. La dimensione mariana della vita di un discepolo di Cristo si esprime in modo speciale proprio mediante tale affidamento filiale nei riguardi della Madre di Dio, iniziato col testamento del Redentore sul Golgota. Affidandosi filialmente a Maria, il cristiano, come l’apostolo Giovanni, accoglie «fra le sue cose proprie»130 la Madre di Cristo e la introduce in tutto lo spazio della propria vita interiore, cioè nel suo «io» umano e cristiano: «La prese con sé». Così egli cerca di entrare nel raggio d’azione di quella «materna carità», con la quale la Madre del Redentore «si prende cura dei fratelli del Figlio suo»,131 «alla cui rigenerazione e formazione ella coopera»132 secondo la misura del dono, propria di ciascuno per la potenza dello Spirito di Cristo. Così anche si esplica quella maternità secondo lo spirito, che è diventata la funzione di Maria sotto la Croce e nel cenacolo.
46. Questo rapporto filiale, questo affidarsi di un figlio alla madre non solo ha il suo inizio in Cristo, ma si può dire che in definitiva sia orientato verso di lui Si può dire che Maria continui a ripetere a tutti le stesse parole, che disse a Cana di Galilea: «Fate quello che egli vi dirà». Infatti è lui, Cristo, l’unico mediatore fra Dio e gli uomini; è lui «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6); è lui che il Padre ha dato al mondo, affinché l’uomo «non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). La Vergine di Nazareth è divenuta la prima «testimone» di questo amore salvifico del Padre e desidera anche rimanere la sua umile serva sempre e dappertutto. Nei riguardi di ogni cristiano, di ogni uomo, Maria è colei «che ha creduto» per prima, e proprio con questa sua fede di sposa e di madre vuole agire su tutti coloro, che a lei si affidano come figli. Ed è noto che quanto più questi figli perseverano in tale atteggiamento e in esso progrediscono, tanto più Maria li avvicina alle «imperscrutabili ricchezze di Cristo». E altrettanto essi riconoscono sempre meglio la dignità dell’uomo in tutta la sua pienezza e il definitivo senso della di lui vocazione, perché «Cristo… svela anche pienamente l’uomo all’uomo».133 Questa dimensione mariana della vita cristiana assume un’accentuazione peculiare in rapporto alla donna ed alla sua condizione. In effetti, la femminilità si trova in una relazione singolare con la Madre del Redentore, argomento che potrà essere approfondito in altra sede. Qui desidero solo rilevare che la figura di Maria di Nazareth proietta luce sulla donna in quanto tale per il fatto stesso che Dio, nel sublime evento dell’incarnazione del Figlio, si è affidato al ministero, libero e attivo, di una donna. Si può, pertanto, affermare che la donna, guardando a Maria, trova in lei il segreto per vivere degnamente la sua femminilità ed attuare la sua vera promozione. Alla luce di Maria, la Chiesa legge sul volto della donna i riflessi di una bellezza, che è specchio dei più alti sentimenti, di cui è capace il cuore umano: la totalità oblativa dell’amore; la forza che sa resistere ai più grandi dolori; la fedeltà illimitata e l’operosità infaticabile; la capacità di coniugare l’intuizione penetrante con la parola di sostegno e di incoraggiamento.
47. Durante il Concilio Paolo VI proclamò solennemente che Maria è Madre della Chiesa, «cioè Madre di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei pastori».134 Più tardi, nel 1968 nella Professione di fede, conosciuta sotto il nome di «Credo del Popolo di Dio», ribadì tale affermazione in forma ancora più impegnativa con le parole: «Noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa, continua in Cielo il suo ufficio materno riguardo alle membra di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti».135 Il magistero del Concilio ha sottolineato che la verità sulla Vergine Santissima, Madre di Cristo, costituisce un sussidio efficace per l’approfondimento della verità sulla Chiesa. Lo stesso Paolo VI, prendendo la parola in merito alla costituzione Lumen Gentium, appena approvata dal Concilio, disse: «La conoscenza della vera dottrina cattolica sulla Beata Vergine Maria costituirà sempre una chiave per l’esatta comprensione del mistero di Cristo e della Chiesa».136 Maria è presente nella Chiesa come Madre di Cristo, ed insieme come quella Madre che Cristo, nel mistero della redenzione, ha dato all’uomo nella persona di Giovanni apostolo. Perciò, Maria abbraccia, con la sua nuova maternità nello Spirito, tutti e ciascuno nella Chiesa, abbraccia anche tutti e ciascuno mediante la Chiesa. In questo senso Maria, Madre della Chiesa, ne è anche modello. La Chiesa infatti – come auspica e chiede Paolo VI – «dalla Vergine Madre di Dio deve trarre la più autentica forma della perfetta imitazione di Cristo».137 Grazie a questo speciale legame, che unisce la Madre di Cristo con la Chiesa, si chiarisce meglio il mistero di quella «donna», che, dai primi capitoli del Libro della Genesi fino all’Apocalisse, accompagna la rivelazione del disegno salvifico di Dio nei riguardi dell’umanità. Maria, infatti, presente nella Chiesa come Madre del Redentore, partecipa maturamente a quella «dura lotta contro le potenze delle tenebre»,138 che si svolge durante tutta la storia umana. E per questa sua identificazione ecclesiale con la «donna vestita di sole» (Ap 12,1),139 si può dire che «la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione, per la quale è senza macchia e senza ruga»; per questo, i cristiani, innalzando con fede gli occhi a Maria lungo il loro pellegrinaggio terreno, «si sforzano ancora di crescere nella santità».140 Maria, l’eccelsa figlia di Sion, aiuta tutti i suoi figli – dovunque e comunque essi vivano – a trovare in Cristo la via verso la casa del Padre. Pertanto, la Chiesa, in tutta la sua vita, mantiene con la Madre di Dio un legame che abbraccia, nel mistero salvifico, il passato, il presente e il futuro e la venera come madre spirituale dell’umanità e avvocata di grazia.
3. Il senso dell’Anno Mariano
48. Proprio lo speciale legame dell’umanità con questa Madre mi ha indotto a proclamare nella Chiesa, nel periodo anteriore alla conclusione del secondo Millennio dalla nascita di Cristo, un Anno Mariano. Una simile iniziativa ebbe già luogo in passato, quando Pio XII proclamò il 1954 come Anno Mariano, al fine di mettere in rilievo l’eccezionale santità della Madre di Cristo, espressa nei misteri della sua immacolata concezione (definita esattamente un secolo prima) e della sua assunzione al Cielo.141 Ora, seguendo la linea del Concilio Vaticano II, desidero far risaltare la speciale presenza della Madre di Dio nel mistero di Cristo e della sua Chiesa. È questa, infatti, una dimensione fondamentale che sgorga dalla mariologia del Concilio, dalla cui conclusione ci separano ormai più di vent’anni. Il Sinodo straordinario dei Vescovi, che si è svolto nel 1985, ha esortato tutti a seguire fedelmente il magistero e le indicazioni del Concilio. Si può dire che in essi Concilio e Sinodo – sia contenuto ciò che lo Spirito Santo stesso desidera «dire alla Chiesa» nella presente fase della storia. In un tale contesto, l’Anno Mariano dovrà promuovere una nuova ed approfondita lettura anche di ciò che il Concilio ha detto sulla Beata Vergine Maria, Madre di Dio, nel mistero di Cristo e della Chiesa, a cui si richiamano le considerazioni di questa Enciclica. Si tratta qui non solo della dottrina della fede, ma anche della vita di fede e, dunque, dell’autentica «spiritualità mariana», vista alla luce della Tradizione e, specialmente, della spiritualità alla quale ci esorta il Concilio.142 Inoltre, la spiritualità mariana, al pari della devozione corrispondente, trova una ricchissima fonte nell’esperienza storica delle persone e delle varie comunità cristiane, viventi tra i diversi popoli e nazioni su tutta la terra. In proposito, mi è caro ricordare, tra i tanti testimoni e maestri di tale spiritualità, la figura di san Luigi Maria Grignion de Montfort,143 il quale proponeva ai cristiani la consacrazione a Cristo per le mani di Maria, come mezzo efficace per vivere fedelmente gli impegni battesimali. Rilevo con piacere come anche ai nostri giorni non manchino nuove manifestazioni di questa spiritualità e devozione. Ci sono, dunque, sicuri punti di riferimento a cui mirare e ricollegarsi nel contesto di quest’Anno Mariano.
49. Esso avrà inizio nella solennità di pentecoste, il 7 giugno prossimo. Si tratta, infatti, non solo di rammentare che Maria «ha preceduto» l’ingresso di Cristo Signore nella storia dell’umanità, ma di sottolineare, altresì, alla luce di Maria, che sin dal compimento del mistero dell’incarnazione la storia dell’umanità è entrata nella «pienezza del tempo» e che la Chiesa è il segno di questa pienezza. Come popolo di Dio, la Chiesa compie il pellegrinaggio verso l’eternità mediante la fede, in mezzo a tutti i popoli e nazioni, a cominciare dal giorno della pentecoste. La Madre di Cristo, che fu presente all’inizio del «tempo della Chiesa», quando in attesa dello Spirito Santo era assidua nella preghiera in mezzo agli apostoli e ai discepoli del suo Figlio, costantemente «precede» la Chiesa in questo suo cammino attraverso la storia dell’umanità. Ella è anche colei che, proprio come serva del Signore, coopera incessantemente all’opera della salvezza compiuta da Cristo, suo Figlio. Così mediante questo Anno Mariano la Chiesa viene chiamata non solo a ricordare tutto ciò che nel suo passato testimonia la speciale, Materna cooperazione della Madre di Dio all’opera della salvezza in Cristo Signore, ma anche a preparare, da parte sua, per il futuro le vie di questa cooperazione: poiché il termine del secondo Millennio cristiano apre come una nuova prospettiva.
50. Come è già stato ricordato, anche tra i fratelli disuniti molti onorano e celebrano la Madre del Signore, specialmente presso gli orientali. È una luce mariana proiettata sull’ecumenismo. In particolare, desidero ancora ricordare che durante l’Anno Mariano ricorrerà il Millennio del battesimo di san Vladimiro, Gran Principe di Kiev (a. 988), che diede inizio al cristianesimo nei territori della Rus’ di allora e, in seguito, in altri territori dell’Europa orientale; e che per questa via, mediante l’opera di evangelizzazione, il cristianesimo si estese anche oltre l’Europa, fino ai territori settentrionali del continente asiatico. Vorremmo, dunque, specialmente durante questo Anno, unirci in preghiera con tutti coloro che celebrano il Millennio di questo battesimo, ortodossi e cattolici, rinnovando e confermando col Concilio quei sentimenti di gioia e di consolazione perché «gli Orientali …concorrono nel venerare la Madre di Dio, sempre Vergine, con ardente slancio ed animo devoto».144 Anche se ancora sperimentiamo i dolorosi effetti della separazione, avvenuta alcuni decenni dopo (a. 1054), possiamo dire che davanti alla Madre di Cristo ci sentiamo veri fratelli e sorelle nell’ambito di quel popolo messianico, chiamato ad essere un’unica famiglia di Dio sulla terra, come annunciavo già all’inizio dell’anno nuovo: «Desideriamo riconfermare quest’eredità universale di tutti i figli e le figlie di questa terra».145 Annunciando l’anno di Maria, precisavo, altresì, che la sua conclusione avverrà l’anno prossimo nella solennità dell’assunzione della Santissima Vergine al Cielo, per mettere in risalto «il segno grandioso nel Cielo», di cui parla l’Apocalisse. In questo modo vogliamo anche adempiere l’esortazione del Concilio, che guarda a Maria come a «segno di sicura speranza e di consolazione per il pellegrinante popolo di Dio». E questa esortazione il Concilio esprime con le seguenti parole: «Tutti i fedeli effondano insistenti suppliche alla Madre di Dio e Madre degli uomini, perché ella, che con le sue preghiere assistette la Chiesa ai suoi inizi, anche ora in Cielo, esaltata sopra tutti i beati e gli angeli, nella comunione di tutti i santi, interceda presso il Figlio suo, fin tanto che tutte le famiglie dei popoli, sia quelle insignite del nome cristiano, sia quelle che ancora ignorano il loro Salvatore, in pace e concordia siano felicemente riunite in un solo popolo di Dio, a gloria della santissima e indivisibile Trinità».146
Conclusione
51. Al termine della quotidiana liturgia delle Ore si innalza, tra le altre, questa invocazione della Chiesa a Maria:
«O alma Madre del Redentore, porta sempre aperta del cielo e stella del mare, soccorri il tuo popolo, che cade, ma pur anela a risorgere. Tu che hai generato, nello stupore di tutto il creato, il tuo santo Genitore!».
«Nello stupore di tutto il creato»! Queste parole dell’antifona esprimono quello stupore della fede, che accompagna il mistero della maternità divina di Maria. Lo accompagna, in certo senso, nel cuore di tutto il creato e, direttamente; nel cuore di tutto il popolo di Dio, nel cuore della Chiesa. Quanto mirabilmente lontano si è spinto Dio, creatore e signore di tutte le cose, nella «rivelazione di se stesso» all’uomo!147 Quanto chiaramente egli ha superato tutti gli spazi di quell’infinita «distanza», che separa il creatore dalla creatura! Se in se stesso rimane ineffabile ed imperscrutabile, ancor più ineffabile ed imperscrutabile è nella realtà dell’incarnazione del Verbo, che si è fatto uomo mediante la Vergine di Nazareth. Se egli ha voluto chiamare eternamente l’uomo ad essere partecipe della natura divina (2Pt 1,4), si può dire che ha preordinato la «divinizzazione» dell’uomo secondo le sue condizioni storiche, sicché anche dopo il peccato è disposto a ristabilire a caro prezzo il disegno eterno del suo amore mediante l’«umanizzazione» del Figlio, a lui consostanziale. Tutto il creato e, più direttamente, l’uomo non può non rimanere stupito di fronte a questo dono, di cui è divenuto partecipe nello Spirito Santo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Al centro di questo mistero, nel vivo di questo stupore di fede, sta Maria. Alma Madre del Redentore, ella lo ha provato per prima: «Tu che hai generato, nello stupore di tutto il creato, il tuo santo Genitore» !
52. Nelle parole di questa antifona liturgica è espressa anche la verità della «grande svolta», che è determinata per l’uomo dal mistero dell’incarnazione. È una svolta che appartiene a tutta la sua storia, da quell’inizio che ci è rivelato nei primi capitoli della Genesi fino al termine ultimo, nella prospettiva della fine del mondo di cui Gesù non ci ha rivelato «né il giorno né l’ora» (Mt 25,13). È una svolta incessante e continua tra il cadere e il risollevarsi, tra l’uomo del peccato e l’uomo della grazia e della giustizia. La liturgia, specie nell’Avvento, si colloca al punto nevralgico di questa svolta e ne tocca l’incessante «oggi e ora», mentre esclama: «Soccorri il tuo popolo, che cade, ma pur sempre anela a risorgere»! Queste parole si riferiscono ad ogni uomo, alle comunità, alle nazioni e ai popoli, alle generazioni e alle epoche della storia umana, alla nostra epoca, a questi anni del Millennio che volge al termine: «Soccorri, sì soccorri il tuo popolo che cade» ! Questa è l’invocazione rivolta a Maria, «alma Madre del Redentore», è l’invocazione rivolta a Cristo, che per mezzo di Maria è entrato nella storia dell’umanità. Di anno in anno, l’antifona si innalza a Maria, rievocando il momento in cui si è compiuta questa essenziale svolta storica, che perdura irreversibilmente: la svolta tra il «cadere» e il «risorgere». L’umanità ha fatto mirabili scoperte e ha raggiunto risultati portentosi nel campo della scienza e della tecnica, ha compiuto grandi opere sulla via del progresso e della civiltà, e nei tempi recenti si direbbe che è riuscita ad accelerare il corso della storia; ma la svolta fondamentale, la svolta che si può dire «originale», accompagna sempre il cammino dell’uomo e, attraverso le diverse vicende storiche, accompagna tutti e ciascuno. È la svolta tra il «cadere» e il «risorgere», tra la morte e la vita. Essa è anche una incessante sfida alle coscienze umane, una sfida a tutta la coscienza storica dell’uomo: la sfida a seguire la via del «non cadere» nei modi sempre antichi e sempre nuovi, e del «risorgere», se è caduto. Mentre con tutta l’umanità si avvicina al confine tra i due millenni, la Chiesa, da parte sua, con tutta la comunità dei credenti e in unione con ogni uomo di buona volontà, raccoglie la grande sfida contenuta nelle parole dell’antifona sul «popolo che cade, ma pur anela a risorgere» e si rivolge congiuntamente al Redentore ed a sua Madre con l’invocazione: «Soccorri». Essa, infatti, vede – e lo attesta questa preghiera – la Beata Madre di Dio nel mistero salvifico di Cristo e nel suo proprio mistero; la vede profondamente radicata nella storia dell’umanità, nell’eterna vocazione dell’uomo, secondo il disegno provvidenziale che Dio ha per lui eternamente predisposto; la vede maturamente presente e partecipe nei molteplici e complessi problemi che accompagnano oggi la vita dei singoli, delle famiglie e delle nazioni; la vede soccorritrice del popolo cristiano nell’incessante lotta tra il bene e il male, perché «non cada» o, caduto, «risorga». Auspico fervidamente che anche le riflessioni, contenute nella presente Enciclica, giovino a! rinnovamento di questa visione nel cuore di tutti i credenti.
Come Vescovo di Roma, io mando a tutti coloro, a cui sono destinate queste considerazioni, il bacio della pace, il saluto e la benedizione in nostro Signore Gesù Cristo. Amen.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 marzo – nella Solennità l’annunciazione del Signore – dell’anno 1987, nono di Pontificato.
Papa Francesco: bene la diffusione della meditazione, ma non va persa la specificità cristiana
Non è un «ripiegamento» ma un «dialogo» con Gesù e se arrivano «la pace interiore, o la padronanza di noi stessi, o la lucidità sul cammino da intraprendere» sono «effetti collaterali»
La diffusione della meditazione anche «tra persone che non hanno una visione religiosa della vita» («giovani e adulti seduti in raccoglimento, in silenzio, con gli occhi socchiusi…») è «un fenomeno da guardare con favore», ma c’è una «specificità» cristiana «che non dev’essere cancellata», secondo papa Francesco, che all’udienza generale ha sottolineato che la meditazione cristiana non è un «ripiegamento» ma, guidata dallo Spirito Santo, porta al «dialogo» con Gesù e «se un’esperienza di preghiera ci dona la pace interiore, o la padronanza di noi stessi, o la lucidità sul cammino da intraprendere, questi risultati sono, per così dire, effetti collaterali della grazia della preghiera cristiana che è l’incontro» con il «salvatore».
«La pratica della meditazione ha ricevuto in questi anni una grande attenzione» ha detto Jorge Mario Bergoglio proseguendo, all’udienza generale, un ciclo di catechesi dedicato alla preghiera. «Di essa non parlano solamente i cristiani: esiste una pratica meditativa in pressoché tutte le religioni del mondo. Ma si tratta di un’attività diffusa anche tra persone che non hanno una visione religiosa della vita. Tutti abbiamo bisogno di meditare, di riflettere, di ritrovare noi stessi. È una dinamica umana. Soprattutto nel vorace mondo occidentale si cerca la meditazione perché essa rappresenta un argine elevato contro lo stress quotidiano e il vuoto che ovunque dilaga. Ecco, dunque, l’immagine di giovani e adulti seduti in raccoglimento, in silenzio, con gli occhi socchiusi… Cosa fanno queste persone? Meditano. È un fenomeno – ha sottolineato il Papa – da guardare con favore: infatti noi non siamo fatti per correre in continuazione, possediamo una vita interiore che non può sempre essere calpestata. Meditare è dunque un bisogno di tutti. Meditare per così dire assomiglierebbe a fermarsi e fare un respiro nella vita, fermarsi».
«Però – ha proseguito Francesco – ci accorgiamo che questa parola, una volta accolta in un contesto cristiano, assume una specificità che non dev’essere cancellata. Meditare è una dimensione umana, necessaria, ma meditare nel contesto cristiano va oltre. La grande porta attraverso la quale passa la preghiera di un battezzato – lo ricordiamo ancora una volta – è Gesù Cristo. Per il cristiano la meditazione entra dalla porta di Gesù Cristo. Anche la pratica della meditazione segue questo sentiero. Il cristiano, quando prega, non aspira alla piena trasparenza di sé, non si mette in ricerca del nucleo più profondo del suo io, il cristiano cerca un’altra cosa, la preghiera del cristiano è anzitutto incontro con l’Altro con la A maiuscola: l’incontro col trascendente, con Dio. Se un’esperienza di preghiera ci dona la pace interiore, o la padronanza di noi stessi, o la lucidità sul cammino da intraprendere, questi risultati sono, per così dire, effetti collaterali della grazia della preghiera cristiana che è l’incontro con Gesù».
Sono tanti, ha detto ancora il Papa, i metodi di meditazione cristiana: «Alcuni molto sobri, altri più articolati; alcuni accentuano la dimensione intellettiva della persona, altri piuttosto quella affettiva ed emotiva. Sono metodi, tutti sono importanti e tutti sono degni di essere praticati, in quanto possono aiutare – ha scandito il papa – l’esperienza della fede a diventare un atto totale della persona: non prega solo la mente, prega tutto l’uomo, il totale della persona, non prega solo il sentimento, tutto». La «grazia della preghiera cristiana», ha proseguito, è che «Cristo non è lontano, ma è sempre in relazione con noi. Non c’è aspetto della sua persona divino-umana che non possa diventare per noi luogo di salvezza e di felicità. Ogni momento della vita terrena di Gesù, attraverso la grazia della preghiera, può diventare a noi contemporaneo. Grazie allo Spirito Santo, la guida, anche noi siamo presenti presso il fiume Giordano, quando Gesù vi si immerge per ricevere il battesimo. Anche noi siamo commensali alle nozze di Cana, quando Gesù dona il vino più buono per la felicità degli sposi. È lo Spirito Santo che ci collega con questi misteri di Cristo perché nella contemplazione di Gesù facciamo l’esperienza della preghiera per unirci di più a lui. Anche noi assistiamo stupiti alle mille guarigioni compiute dal Maestro. E nella preghiera tutti noi siamo il lebbroso purificato, il cieco Bartimeo che riacquista la vista, Lazzaro che esce dal sepolcro… Anche noi siamo guariti nella preghiera, anche noi siamo risorti, perché la preghiera di meditazione, guidata dallo Spirito Santo, ci porta a rivivere questi misteri della vita di Cristo e a incontrarci con Cristo e dire “Abbi pietà di me”, entrare in quel dialogo con Gesù. Non c’è pagina di Vangelo in cui non ci sia posto per noi. Meditare, per noi cristiani, è un modo di incontrare Gesù. E così, solo così, di ritrovare noi stessi. Non è un ripiegamento su noi stessi – ha concluso il Papa – è andare da Gesù e da Gesù incontrare noi stessi guariti, risorti, forti per la grazia di Gesù, incontrare Gesù salvatore di tutti, anche di me, e questo grazie alla guida dello Spirito Santo».
Abbiamo quattro figli. La nostra è una vita frenetica. A volte mi sembra di impazzire. Essere mamma dei miei quattro figli è la cosa più bella e significativa che mi è capitata nella vita, ma è anche tanto faticoso, a volte troppo per le mie capacità.Mio marito lavora moltissimo e io non ho nessuno che mi può aiutaree sostenere. È tutto sulle mie spalle. Lo scorso anno nella mia città hanno inaugurato un corso dimindfulness. Mi sentivo stremata e a volte mi rifugiavo nel cibo. Così, leggendo la proposta di quel corso, ho deciso di iscrivermi. Mi ha aiutato molto, ma nella mia parrocchia alcuni genitori hanno cominciato a criticare questa iniziativa. Poiché lamindfulnessè basata su tecniche di meditazione di ispirazione buddhista, hanno detto che è qualcosa che va contro la religione cattolica. Anche mio marito ha sollevato qualche perplessità. Io vorrei proseguire con questa attività perché sento che mi aiuta a ritrovare serenità ed energia e anche ad avere un miglior rapporto con il cibo.
CRISTINA
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— Gentile Cristina, lamindfulness è una “pratica” molto popolare oggi, proposta sia in ambito preventivo per migliorare l’equilibrio psicofisico delle persone che in ambito clinico, essendosi rivelata un approccio terapeutico efficace per alcune patologie di natura psicologica. Essa aiuta l’individuo a raggiungere la consapevolezza di sé, come recita il sottotitolo diMindfulnessdi Lambiase e Marino (San Paolo),un’ottima guida che la descrive e spiega come questa pratica aiuti a riprendere il controllo della propria mente, spesso travolta e “stravolta” da un rimuginìo ininterrotto, da un’iperattivazione che non trova mai requie, da un’ansia anticipatoria che a volte si rivela difficile da gestire.
La mindfulness – la consapevolezza che emerge dal porre attenzione al momento presente sospendendo il giudizio – è una strategia mentale che consiste nell’uso intenzionale, focalizzato e non giudicante dell’attenzione, che nella vita quotidiana è invece sempre più distratta e inconsapevole. La mindfulness costituisce una risposta alle difficoltà che insorgono in un’era come la nostra, dominata dalla distrazione e dalla velocità e dove lo sviluppo tecnologico ci ha reso intolleranti, insoddisfatti e incapaci di accettare i limiti. La mindfulness affonda le sue radici nelle grandi tradizioni culturali del passato, disseminate tra Oriente e Occidente, e non è legata a una religione o a una determinata corrente spirituale. Per questa ragione, Emiliano Lambiase e Andrea Marino sviluppano con particolare attenzione il rapporto tra la mindfulness e la dimensione spirituale cristiana.
Papa Francesco: bene la diffusione della meditazione, ma non va persa la specificità cristianaNon è un «ripiegamento» ma un «dialogo» con Gesù e se arrivano «la pace interiore, o la padronanza di noi stessi, o la lucidità sul cammino da intraprendere» sono «effetti...
Vivere La Quaresima aspettando la Pasqua attraversando il Triduo Pasquale
Rossini: Stabat Mater: 1. Stabat Mater dolorosa
La Donna de Paradiso di Jacopone da Todi Donna de paradiso è una poesia religiosa atribuita a Iacopone da Todi. Si tratta di un componimento in volgare, una lauda drammatica, chiamato anche Il pianto della Madonna, ed è pensato come un dialogo ai piedi della croce, nel quale Maria mostra tutto il suo dolore per la perdita di suo figlio.
«Donna de Paradiso lo tuo figliolo è priso Iesù Cristo beato.
Accurre, donna e vide che la gente l’allide; credo che lo s’occide, tanto l’ho flagellato.»
(Donna de Paradiso, 1-7) Rappresenta un concitato dialogo tra il nunzio (san Giovanni Evangelista), Gesù, la Madonna e la folla durante gli ultimi momenti della vita di Cristo. Il metro utilizzato è quello della ballata sacra con quartine di settenari rimati AAAY e una ripresa rimata XXY. Il componimento è diviso in una terzina iniziale oltre a 33 quartine che rappresentano il numero degli anni che aveva Cristo alla sua morte e le strofe dedicate alla passione sono tre, simbolo della Trinità.
Ha una grande rilevanza storico-linguistica per il particolare uso del volgare: si alterna un registro basso (il cosiddetto sermo cotidianus) per i personaggi Maria e Gesù, a un registro colto e latineggiante per la folla e il nunzio.
Cristo si rivolge alla Madonna chiamandola mamma le tre volte che si rivolge a lei direttamente, e mate quando parla di lei a Giovanni.
La lauda drammatica Donna de Paradiso è l’esempio più famoso di lauda drammatica, nonché in assoluto la prima lauda drammatica costruita interamente sotto forma di dialogo (Gesù-Maria-il nunzio).
Il carattere polifonico, di poesia a più voci, è strettamente associato a una concitazione narrativa che esprime i sentimenti drammatici e contrastanti da cui la scena è dominata: stupore, dolore, odio, amore. Fino a distendersi nell’ultima e più lunga battuta pronunciata da Maria, in una sofferta e quasi ininterrotta invocazione, dove si sommano il più tenero affetto e il dolore più straziante.
All’interno della lauda il personaggio di Maria assume particolare rilievo e viene rappresentata essenzialmente nella sua umanità di madre. La Madonna appare come una donna disperata per la vicenda del figlio, la cui condanna e morte le sono del tutto incomprensibili, dal momento che Cristo «non fece follia», «a torto è accusato», «non ha en sé peccato». La madre vede il proprio figlio martirizzato, «ensanguinato» e vuole allora morire con lui, salendo sulla stessa croce sul quale Cristo è riposto. La sua disperazione compare nel famoso corrotto, lamento funebre, nel quale con i più dolci appellativi si rivolge alla sua creatura che non è riuscita a sottrarre al martirio.
La Madonna non coglie nella sua morte l’esperienza necessaria per la redenzione dell’umanità dal peccato originale, ma solo l’aspetto terreno di terribile sofferenza.
Anche Cristo rivela attenzioni da figlio nei confronti della madre, che affida alle cure amorevoli di Giovanni, esortandola a restare in vita per servire i «compagni ch’al mondo» ha «acquistato», ma c’è in Cristo quella consapevolezza della sua missione salvifica che manca alla semplice donna del popolo.
Compito del nunzio è quello di riferire alla donna tutto quanto accade intorno alla croce; svolge con scrupolo il suo compito di cronista, non risparmiando alla madre nessuna delle torture inflitte al figlio e senza una sua partecipazione emotiva al dramma.
Due soli sono gli interventi del popolo presente alla scena ed entrambi con la funzione di affermare che in nome della legge Gesù deve essere punito, condannato.
Lo stile ha una notevole forza espressiva: scansione rapida delle frasi e prevalenza della coordinazione nella sintassi; l’uso dell’anafora (la parola figlio). Le frasi esclamative hanno il verbo all’infinito e la forma interrogativa è piena d’incertezza e di tensione. L’uso del tempo verbale al presente conferisce sia immediatezza sia eternità all’evento della passione.
È evidente da queste osservazioni che l’alta materia della Passione dal piano teologico è scesa a quello umano e spettacolarizzato; questo consente al pubblico, a cui è destinata la lauda, di identificarsi nel dramma della madre e del figlio e di parteciparvi. Iacopone nel descrivere la Passione di Cristo segue fedelmente i testi sacri della tradizione cristiana (le Sacre Scritture ed i Vangeli); inoltre la drammaticità che permea la sua opera è analoga a quella presente in alcune opere dell’arte figurativa contemporanea, come dimostra l’osservazione, ad esempio, della Crocifissione di Cimabue, conservata nella basilica superiore di San Francesco d’Assisi. La poesia viene citata da Fabrizio De André (Le nuvole) nel brano Ottocento.
(Laude, 70)
È il più celebre testo di Jacopone, uno dei primi esempi (se non il primo in assoluto) di “lauda drammatica” in quanto propone un dialogo tra più personaggi sulla crocifissione di Cristo, al centro della quale vi è il dolore di Maria per il martirio del proprio figlio (gli altri interlocutori sono Gesù stesso, la folla degli ebrei e un fedele che descrive le fasi del supplizio, probabilmente l’apostolo Giovanni). Il mistero dell’incarnazione di Cristo è espresso attraverso la pena tutta umana della madre per le sofferenze a Lui inflitte, per cui il racconto della Passione diventa un dramma concreto e naturalissimo accentuato dal movimento drammatico delle voci che si susseguono. Jacopone ha affrontato il tema del dolore della Vergine per la morte di Cristo anche nell’inno latino “Stabat Mater”, a lui generalmente attribuito.
«Donna de Paradiso, lo tuo figliolo è preso Iesù Cristo beato.Accurre, donna e vide che la gente l’allide; credo che lo s’occide, tanto l’ò flagellato».«Come essere porria, che non fece follia, Cristo, la spene mia, om l’avesse pigliato?».«Madonna, ello è traduto, Iuda sì ll’à venduto; trenta denar’ n’à auto, fatto n’à gran mercato».«Soccurri, Madalena, ionta m’è adosso piena! Cristo figlio se mena, como è annunzïato».«Soccurre, donna, adiuta, cà ’l tuo figlio se sputa e la gente lo muta; òlo dato a Pilato».«O Pilato, non fare el figlio meo tormentare, ch’eo te pòzzo mustrare como a ttorto è accusato».«Crucifige, crucifige! Omo che se fa rege, secondo la nostra lege contradice al senato».«Prego che mm’entennate, nel meo dolor pensate! Forsa mo vo mutate de que avete pensato».
«Traiàn for li latruni, che sian soi compagnuni; de spine s’encoroni, ché rege ss’è clamato!».
«O figlio, figlio, figlio, figlio, amoroso giglio! Figlio, chi dà consiglio al cor me’ angustïato?
Figlio occhi iocundi, figlio, co’ non respundi? Figlio, perché t’ascundi al petto o’ si lattato?».
«Madonna, ecco la croce, che la gente l’aduce, ove la vera luce déi essere levato».
«O croce, e que farai? El figlio meo torrai? E que ci aponerai, che no n’à en sé peccato?».
«Soccurri, plena de doglia, cà ’l tuo figliol se spoglia; la gente par che voglia che sia martirizzato».
«Se i tollit’el vestire, lassatelme vedere, com’en crudel firire tutto l’ò ensanguenato».
«Donna, la man li è presa, ennella croc’è stesa; con un bollon l’ò fesa, tanto lo ’n cci ò ficcato.
L’altra mano se prende, ennella croce se stende e lo dolor s’accende, ch’è plu multiplicato.
Donna, li pè se prènno e clavellanse al lenno; onne iontur’aprenno, tutto l’ò sdenodato».
«Et eo comenzo el corrotto; figlio, lo meo deporto, figlio, chi me tt’à morto, figlio meo dilicato?
Meglio aviriano fatto ch’el cor m’avesser tratto, ch’ennella croce è tratto, stace descilïato!».
«O mamma, o’ n’èi venuta? Mortal me dà’ feruta, cà ’l tuo plagner me stuta, ch’el veio sì afferato».
«Figlio, ch’eo m’aio anvito, figlio, pat’e mmarito! Figlio, chi tt’à firito? Figlio, chi tt’à spogliato?».
«Mamma, perché te lagni? Voglio che tu remagni, che serve mei compagni, ch’êl mondo aio aquistato».
«Figlio, questo non dire! Voglio teco morire, non me voglio partire fin che mo ’n m’esc’ el fiato.
C’una aiàn sepultura, figlio de mamma scura, trovarse en afrantura mat’e figlio affocato!».
«Mamma col core afflitto, entro ’n le man’ te metto de Ioanni, meo eletto; sia to figlio appellato.
Ioanni, èsto mea mate: tollila en caritate, àginne pietate, cà ’l core si à furato».
«Figlio, l’alma t’è ’scita, figlio de la smarrita, figlio de la sparita, figlio attossecato!
Figlio bianco e vermiglio, figlio senza simiglio, figlio, e a ccui m’apiglio? Figlio, pur m’ài lassato!
Figlio bianco e biondo, figlio volto iocondo, figlio, perché t’à el mondo, figlio, cusì sprezzato?
Figlio dolc’e placente, figlio de la dolente, figlio àte la gente mala mente trattato.
Ioanni, figlio novello, morto s’è ’l tuo fratello. Ora sento ’l coltello che fo profitizzato.
Che moga figlio e mate d’una morte afferrate, trovarse abraccecate mat’e figlio impiccato!».
Fedele: «Donna del cielo, tuo figlio, Gesù Cristo beato, è catturato.
Accorri, donna e vedi che la gente lo colpisce; credo che lo stiano uccidendo, tanto lo hanno flagellato.»
Maria: «E come potrebbe essere che abbiano catturato Cristo, la mia speranza, visto che non ha commesso peccato?»
Fedele: «Madonna, egli è stato tradito; Giuda l’ha venduto, avendone in cambio trenta denari; ne ha tratto un gran guadagno».
Maria: «Aiutami, Maddalena, mi è arrivata addosso la pena! Mio figlio Cristo è portato via, come è stato annunciato».
Fedele: «Soccorrilo, donna, aiutalo, poiché sputano addosso a tuo figlio e la gente lo sta portando via; lo hanno consegnato a Pilato».
Maria: «O Pilato, non fare torturare mio figlio, poiché io ti posso dimostrare che è accusato a torto».
Folla: «Crocifiggilo, crocifiggilo! Un uomo che si proclama re, secondo la nostra legge, contravviene ai decreti del senato».
Maria: «Vi prego di ascoltarmi, pensate al mio dolore! Forse ora cambiate idea rispetto a ciò che avete pensato».
Folla: «Tiriamo fuori [liberiamo] i ladroni, che siano suoi compagni di pena; lo si incoroni di spine, visto che si è proclamato re!».
Maria: «O figlio, figlio, figlio, figlio, giglio amoroso! Figlio, chi dà conforto al mio cuore angosciato?
Figlio dagli occhi che danno gioia, figlio, perché non mi rispondi? Figlio, perché ti nascondi dal petto dove sei stato allattato?».
Fedele: «Madonna, ecco la croce che è portata dalla folla, ove Cristo (la vera luce) dovrà essere sollevato».
Maria: «Croce, cosa farai? Prenderai mio figlio? E di cosa lo accuserai, visto che non ha commesso alcun peccato?».
Fedele: «Soccorrilo, o tu che sei piena di dolore, poiché il tuo figliolo è spogliato; sembra che la folla voglia che sia martirizzato».
Maria: «Se gli togliete i vestiti, lasciatemi vedere come lo hanno tutto insanguinato, infliggendogli crudeli ferite».
Fedele: «Donna, gli hanno preso una mano e l’hanno stesa su un braccio della croce; l’hanno spaccata con un chiodo, tanto gliel’hanno conficcato.
Gli prendono l’altra mano e la stendono sull’altro braccio della croce, e il dolore brucia, ancora più accresciuto.
Donna, gli prendono i piedi e li inchiodano al legno; aprendogli ogni giuntura, lo hanno tutto slogato».
Maria: «E io inizio il lamento funebre; figlio, mia gioia, figlio, chi ti ha ucciso [togliendoti a me], figlio mio delicato?
Avrebbero fatto meglio a strapparmi il cuore, visto che è posto anch’esso in croce e sta lì straziato!».
Cristo: «Mamma, dove sei venuta? Mi infliggi una ferita mortale, poiché il tuo pianto, che vedo così angosciato, mi uccide».
Maria: «Figlio, io ne ho ben ragione, figlio, padre e marito! Figlio, chi ti ha ferito? Figlio, chi ti ha spogliato?».
Cristo: «Mamma, perché ti lamenti? Voglio che tu rimanga qui, che assisti i miei compagni che ho acquistato nel mondo».
Maria: «Figlio, non dire questo! Voglio morire con te, non voglio andarmene finché mi esce ancora voce.
Possiamo noi avere un’unica sepoltura, figlio di mamma infelice, trovandoci nella stessa sofferenza, madre e figlio ucciso!».
Cristo: «Mamma col cuore afflitto, ti affido nelle mani di Giovanni, il mio discepolo prediletto; sia tuo figlio acquisito.
Giovanni, ecco mia madre: prendila con affetto, abbine pietà, poiché ha il cuore così trafitto».
Maria: «Figlio, l’anima ti è uscita dal corpo, figlio della smarrita, figlio della disperata, figlio avvelenato [ucciso]!
Figlio bianco e rosso, figlio senza pari, figlio, a chi mi rivolgo? Mi hai davvero abbandonata!
Figlio bianco e biondo, figlio dal volto gioioso, figlio, perché il mondo ti ha così disprezzato?
Figlio dolce e bello, figlio di una donna addolorata, figlio, la gente ti ha trattato in malo modo.
Giovanni, figlio acquisito, tuo fratello è morto. Ora sento il coltello [la pena del martirio] che fu profetizzato.
Che la madre muoia insieme al figlio, afferrati dalla stessa morte, trovandosi abbracciati, madre e figlio entrambi crocifissi!»
Interpretazione
Il testo ha la forma metrica di una ballata di versi settenari, con una ripresa di tre versi (rima YYX) e 33 strofe di quattro versi ciascuna (rima AAAX). Sono presenti rime siciliane ai vv. 1-2 (Paradiso / preso), vv. 28-29 (crucifige / rege), vv. 37-38 (compagnuni / encoroni), vv. 48-49 (croce / aduce), vv. 60-61 (vestire / vedere), vv. 104-105 (afflitto / metto). Una rima imperfetta è ai vv. 76-77, corrotto / deporto.
La passione di Cristo è rappresentata nella sua crudezza e nella sua umanità, poiché Gesù è mostrato come un uomo che soffre e il cui corpo è flagellato e sottoposto a crudeli ferite. Altrettanto umana la figura della Madonna, il cui dolore è quello di una madre che soffre a vedere il figlio torturato senza colpa (all’inizio Maria tenta inutilmente di convincere la folla e Pilato dell’innocenza del figlio). Nelle prime strofe la sua voce si alterna a quella di un fedele (forse S. Giovanni, cui Cristo affida la madre alla fine del testo) che descrive i momenti più strazianti del martirio e invita Maria a soccorrere il figlio; interviene poi la voce della folla che incita alla crocifissione, secondo lo stereotipo medievale del popolo ebreo deicida, quindi animato dal desiderio di martirio verso Cristo.
Il testo si compone di 33 quartine (esclusa la ripresa) che corrispondono agli anni di Cristo quando venne crocifisso, mentre la descrizione del suo corpo inchiodato alla croce si concentra nei vv. 64-75, dunque nelle tre strofe centrali del componimento, con una perfetta simmetria e la simbologia religiosa del numero tre.
La prima parte della lauda contiene soprattutto la descrizione della Via crucis con le urla della folla all’indirizzo di Gesù e gli oltraggi al suo corpo, mentre nella seconda parte (dopo che Cristo è stato inchiodato alla croce) ha grande spazio il dolore di Maria, che si abbandona a un “corrotto” (lamento funebre) commovente e straziante: la Vergine si rivolge direttamente al figlio, sottolinea la sua innocenza e il fatto che sia martirizzato senza colpa, ne fa l’elogio con una serie di epiteti esornativi (l’anafora “figlio” è ripetuta per quattro quartine consecutive, vv. 112-127, poi Maria lo chiama “bianco e vermiglio”, “bianco e biondo”, “volto iocondo”). Il suo dolore è quello tutto umano di una donna che vede il figlio morire e vorrebbe essere uccisa insieme a lui, mente alla fine resta piangente ai piedi della croce.
La conversione del Manzoni Vincenzo Zaccaria, baccelliere in Scienze Bibliche Un momento decisivo nella vita e nella produzione letteraria di Alessandro Manzoni fu la ”conversione” all’età di 25 anni, ricordata anche come ”miracolo di San Rocco” . Pare tuttavia si tratti di un episodio leggendario, ci sono anche varie versioni, lo stesso Manzoni in seguito taceva volontariamente nel trattare l’argomento o al massimo rispondeva a bassa vo ciononostante è affascinante ricordarlo per i lavori letterari che uscirono dalla penna del poeta in ne a mio parere più convincente, anche perché l’ho studiata sui banchi di scuola. A nostro professore la chiedeva continuamente nelle interrogazioni ed infatti poi all’esame di colgo l’occasione per ringraziarlo). in compagnia della moglie Enrichetta, calvinista, è a Parigi nel bel mezzo dei festeggiamenti del matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria. La folla è festante, la confusione è tanta; grida di gioia al passaggio degli sposi e lo scoppio di alcuni fuochi d’artificio portano il Manzoni a perdere di vista la moglie in un attimo. Il Manzoni prova immediatamente a ritrovarla, la chiama ad alta voce, ma non riesce più a ritrovarla; la moglie sembra sparita. I minuti passano, ve ritrovare la moglie, ma nulla, la moglie sembra scomparsa. Smarrito, il poeta si ritrova sui gradini della chiesa di San Rocco e si rifugia dentro per riprendere le il silenzio e la quiete della basilica tranquillizzano immediatamente il Manzoni. S con animo sincero egli ora capisce che è il momento di chiedere, per mettersi alla prova e prega per ritrovare la moglie! Di certo sarà rimasto per qualche minuto da solo in un , avrà supplicato di essere ascoltato, avrà insistito con sincerità, di poeta buone e uniche saranno di certo arrivate al Signore e forse avranno preso una ”corsia preferenzial dopo questa prova, può nuovamente abbracciarla. L’esistenza del Manzoni da quel momento cambiò nell’animo ma anche nella sua arte. Graz uomini possono continuare ad apprezzare gli componimenti dedicati alle maggiori festività del cattolicesimo Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale Pentecoste. Riprendo alcuni momenti de La Resurrezione parole del nostro grande poeta il momento più esaltante della storia dell’uomo: È risorto: il capo santo più non posa nel sudario è risorto: dall’un canto dell’avello solitario sta il coperchio rovesciato: come un forte inebbriato , De tenebris in admirabile lumen “Egli vi ha chiamati fuori delle tenebre, per condurvi nella sua luce meravigliosa”. – 1Pt 2:9, TILC. Lapide posta sul primo pilastro sinistro Roch, che commemora la Un momento decisivo nella vita e nella produzione letteraria di Alessandro Manzoni fu la ”conversione” ricordata anche come ”miracolo di San Rocco” . ci sono anche varie versioni, lo stesso Manzoni in seguito al massimo rispondeva a bassa voce ”è stata la grazia di ciononostante è affascinante ricordarlo per i lavori letterari che uscirono dalla penna del poeta in studiata sui banchi di scuola. Allora il nostro professore la chiedeva continuamente nelle interrogazioni ed infatti poi all’esame di maturità fu calvinista, è a Parigi nel bel mezzo dei festeggiamenti del la confusione è tanta; spinte, urla, tano il Manzoni a perdere di la chiama ad alta voce, si fa la moglie sembra sparita. I minuti passano, ma non rinuncia; la moglie sembra scomparsa. Smarrito, stanco e sospinto dalla il poeta si ritrova sui gradini della chiesa di San Rocco e si rifugia dentro per riprendere le zzano immediatamente il Manzoni. Senza però con animo sincero egli ora capisce che è il momento di chiedere, ha l’occasione per qualche minuto da solo in un avrà insistito con sincerità, le sue parole di poeta buone e uniche saranno di certo arrivate al Signore e forse avranno preso una ”corsia preferenziale”. Manzoni da quel momento cambiò non solo ma anche nella sua arte. Grazie a quel momento, gli uomini possono continuare ad apprezzare gli Inni sacri, cinque ori festività del cattolicesimo: La l Natale, La Passione, La La Resurrezione. Gustiamo con le parole del nostro grande poeta il momento più esaltante della storia il Signor si risvegliò Era l’alba; e molli il viso Maddalena e l’altre donne fean lamento in su l’Ucciso; ecco tutta di Sionne si commosse la pendice e la scolta insultatrice di spavento tramortì Un estranio giovinetto si posò sul monumento: era folgore l’aspetto era neve il vestimento: alla mesta che ‘l richiese dié risposta quel cortese: è risorto; non è qui. Parafrasi: Egli è risorto: il suo capo non è più avvolto dal sudario; è risorto: ad un lato del sepolcro vuoto sta, rovesciata, la pietra tombale: il Signore si risvegliò, come un uomo forzuto che è stato ubriacato dal vino. Era l’alba, e col volto bagnato di pianto Maddalena e le altre donne piangevano l’uccisione di Gesù, quando la pendice del monte Sion [su cui sorge Gerusalemme] tremò e le guardie, che con la loro presenza e con il loro atteggiamento costituivano un insulto a Cristo, tramortirono di paura. Un giovinetto sconosciuto a tutti [un angelo] si posò sul luogo della tragedia: ed era il suo aspetto come quello di un fulmine, e il suo abbigliamento come neve: rispondendo ad una domanda di Maria Maddalena, con dolcezza annunciò: Egli non è più qui, è risorto.