Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO di Marilena Marino
Ma Gesù mette nella verità e afferma… “perché pensate cose malvagie”… queste parole possono essere anche cattive ma dette da Gesù si capisce che sono solo una esortazione misericordiosa.
Poi… cosa è più facile… qui una domanda interrogativa imbarazzante e difficile per la gente poi ordina… Alzati e và a casa tua… probabilmente con voce alta e decisa, un comando, un forte ordine alla malattia di scomparire, proclamato con sicurezza, misericordia per il paralitico e sapienza per quelli che assistevano al miracolo… una dimostrazione del potere conferito da Dio.
Le folle alcune prese da timore, ma anche altre che davano Gloria a Dio.
Ora immaginatidi essere “presente”… di assistere ad una scena del genere, che emozioni avresti vissuto?
Ecco abbiamo visto come certe frasi molto precise danno suggerimenti utili per la proclamazione. Certe frasi che lo scrittore ha impostato possono suggerire se la situazione è premurosa, arrabbiata, ironica, serena, o tanti altri tipi di emozioni.
Anche la struttura della frase e la successione delle idee e delle scene possono indicare diversi stati d’animo, diverse intonazioni, diverse finalità.
Gli scrittori usano espressioni colloquiali, figure retoriche, eufemismi, aggettivi particolari per rivelare i propri sentimenti; è quindi importante che chi proclama la Parola ricerchi questi indizi e faccia molta attenzione a queste particolari frasi di carattere.
Ancora un altro esempio preso dal Vangelo di Marco al capitolo 9,23-27:
“Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio! E Gesù gli ordinò severamente: Taci! Esci da lui!. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”.
Si intuisce che Gesù proferisce una parola di comando, un ordine brusco, in questo caso. Questo indizio ci fa comprendere, dunque, che il rimprovero che scaturisce dalla frase del Maestro, si avvale di un tono di voce, di una timbrica che implica un comando autorevole, potente, una forza intensa.
Questi colori, questi toni di voce ci aiutano moltissimo ad entrare nel contesto in cui si svolge il racconto e ci invitano ad assumere le stesse colorazioni d’intonazione vocale, quando incontriamo nella lettura passi simili.
Possiamo così esercitarci a leggere, cogliendo questi particolari aspetti e focalizzarci anche con una certa memoria visiva nel racconto, per cercare di assimilare la diversità delle parole e degli aggettivi o dei verbi in esso contenuti che sottolineano, appunto, una diversa modalità di toni e timbri da impiegare, come nel caso descritto sopra.
Per poter dare la giusta collocazione espressiva al testo, sarebbe interessante e istruttivo concentrarsi in quest’ambito, dal momento che alcune frasi possono dare suggerimenti sulla natura dell’ispirazione dell’autore.
In tanti momenti e in tanti passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, si possono cogliere sfumature di dolcezza, disapprovazione, felicità, leggerezza, angoscia, dubbio, rabbia, contemplazione, silenzio, rumore, solitudine, festa, ecc.
Quando i lettori imparano a identificare queste differenze di terminologia, di sentimenti, di colori e sfumature variegate, possono adattare le loro voci e i loro timbri per ritrasmetterle all’Assemblea che, a sua volta, apprezzerà la cura, l’abilità e la saggezza del catechista o del ministro in questione.
Ogni volta che saliamo all’ambone e ci presentiamo agli uditori viene richiesto al lettore di mettere in relazione parole, storie e concetti che sono stati ispirati da Dio secoli e millenni fa, per cui, conservando l’autenticità del testo, bisognerebbe conferirgli, d’altra parte, una certa freschezza in modo che esso abbia, un impatto, sull’Assemblea che ascolta, profondo, autentico, verace, ma sempre nuovo nell’espressione comunicativa.
Per servire bene chi ascolta, il lettore dovrà riempire degli spazi vuoti che si possono creare durante il racconto; questi spazi vuoti sono delle zone dove possono entrare in campo, il nostro modo di interpretare le parole e dove poter far emergere i nostri sentimenti.
Consideriamo il racconto dell’esperienza di Saulo, prima che diventasse S. Paolo, nel capitolo 9,3-7 degli Atti degli Apostoli:
“E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, o Signore? Ed egli: Io sono Gesù, che tu perseguiti! Ma tu alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare. Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno”.
Esercitandoti anche con la memoria visiva puoi immaginare la scena del racconto e cercare di vivere quel che accade: con l’orecchio della tua mente, mentre leggi, potresti immaginare e udire il tuono della voce di Dio, e la voce tremante di paura di Saulo; potresti vedere il bagliore di quella luce, e lo stupore dei compagni di viaggio nel sentire quella voce, inoltre capire la trasformazione del cuore di Saulo e molti altri dettagli che ti aiuterebbero a mantenere viva l’attenzione della platea se tu riuscissi a ritrasmettere loro le stesse sensazioni.
Potresti anche farti delle serie domande per cercare di entrare in quella situazione e soprattutto viverla, incarnarla, ascoltarla, sentirla, vederla, quasi toccarla: per esempio, come pensate si sentisse Saulo all’inizio del suo viaggio?
Forse fiducioso, presuntuoso, entusiasta della prospettiva di radunare e perseguitare i membri della nuova Chiesa Cristiana… dopotutto aveva il permesso scritto!
Poi, all’improvviso, viene colpito da una luce accecante e cade in terra.
Come si sarebbe potuto sentire quando si rese conto che stava parlando con Gesù in persona, con il Dio dei seguaci che perseguitava? Probabilmente era scioccato, preoccupato per le sue prospettive di sopravvivenza…
Chiediti ancora come si sarebbe potuto sentire quando si rese conto di essere cieco… probabilmente spaventato, confuso, insicuro di se stesso, dopo il discorso di Gesù…
Prova a pensare, a sentire, immaginare… forse era umiliato, pieno di rimorso, pieno di speranza, sebbene anche preoccupato per la sua cecità, forse ansioso di fare il passo successivo in questa epifania e rivelazione straordinaria!
In che modo il tono di voce di Saulo differiva nelle tre diverse situazioni della sua esperienza?
Comprendi che tutte queste riflessioni ti portano, non solo a leggere, ma anche a vedere, a sentire, ascoltare, anche gustare con tutti i tuoi sensi il testo, i caratteri e il dialogo in modo molto più chiaro di ciò che hai letto.
Entrare nella storia, partecipare di essa veramente, ti consente di sviluppare una relazione più stretta, più trasparente; ti permette una comprensione non solo accademica di essa: prova a immaginare di essere effettivamente uno di quei personaggi che incontri nella Scrittura, mettiti nei loro panni, sperimenta ciò che stanno vivendo, senti realmente quello che stanno provando, riesci a risuonare vocalmente come “suonerebbe” la loro voce?
Un tale esercizio ti aiuta ad andare molto più a fondo nel racconto, a sentire davvero un certo grado d’ispirazione che ti offrirebbe una nuova apertura mentale per la comprensione della narrazione.
Rivivere in maniera molto più profonda, più viva e coinvolgente, un pezzo di strada assieme a ciò che ci viene spiegato in una parabola, in una lettera degli apostoli, in un salmo o in un proverbio, riesce a ricolorare quelle pagine di inusitata espressione, genuinità e autorità; tutte qualità che coinvolgeranno i tuoi ascoltatori, li attireranno di nuovo all’ascolto della Parola, facendo capire assorbire meglio il messaggio comunicato.
Riflettere sul coinvolgimento di tutti i sensi di cui l’uomo è stato dotato, è un’altra tappa necessaria da prendere in considerazione, anzi, si potrebbe fare, previamente alla proclamazione della lettura, un tipo di esercitazione davvero interessante, uno spazio dedicato, oltre a quello della respirazione che abbiamo già visto, alla “memoria creativa, immaginativa” o “scrittura creativa”.
Puoi appartarti, occupare uno spazio silenzioso e sederti. Concediti qualche minuto di riflessione, lontano dai frastuoni, chiudi gli occhi e, dopo aver inspirato ed espirato lentamente, ascolta della musica di sottofondo.
Prova a immaginare, a vedere, a toccare, addirittura, anche a gustare col palato e con il naso, quella musica, quelle note: prova a percepire con le mani, a vedere con gli occhi, sempre chiusi, ad ascoltare, per esempio, un suono che ti rimanda al rumore del mare, al vento, al fruscio delle foglie; potresti con il coinvolgimento di tutti i tuoi sensi, provare a coinvolgerti in questo tipo di memoria visiva, vedendo davanti a te tutto quel panorama che quella musica ti suggerisce, per entrare maggiormente in quella dimensione.
Prova anche visivamente a camminare, a muoverti nello spazio, anche restando fermo con il corpo sulla sedia. Libera la tua fantasia andando incontro alla melodia senza irrigidirti, non contrastando il moto di quel che senti.
Ascolta una varietà di suoni e note musicali che vanno dai toni scherzosi, a quelli brillanti, dai drammatici ai tristi. Anche il ricorso agli effetti sonori può essere stimolante!
Rumori che riproducono, per esempio, le onde del mare, del vento, della tempesta, della pioggia, del vento, dei tuoni, il rumore dell’acqua che cade dalla montagna, di un ruscello ecc. questo può aiutarti ad esprimere in maniera più piena ciò che devi proclamare.
Essere un tutt’uno con quello che si ascolta attraverso i sensi, rappresenta una piccola vittoria anche sui freni inibitori che ci possono ostacolare nella proclamazione orale: saper coinvolgere anche tutto il nostro corpo è un meraviglioso esperimento da fare per rendere più bella ed efficace la lettura espressiva.
Per concludere:
– il compito del lettore non può svolgersi senza un’esercitazione approfondita.
– il lettore quindi deve allenarsi studiare e cercare con saggezza indizi che gli scrittori e i traduttori hanno depositato nei testi della parola di Dio.
– una volta individuati e scoperti questi suggerimenti, pensare come questi possono arricchire la comprensione della Parola
– il lettore quindi deve decidere come trasmettere queste caratteristiche attraverso la sua proclamazione orale.
"Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore.
Non perdertelo per niente al mondo!"
Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino.
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La conversione del Manzoni Vincenzo Zaccaria, baccelliere in Scienze Bibliche Un momento decisivo nella vita e nella produzione letteraria di Alessandro Manzoni fu la ”conversione” all’età di 25 anni, ricordata anche come ”miracolo di San Rocco” . Pare tuttavia si tratti di un episodio leggendario, ci sono anche varie versioni, lo stesso Manzoni in seguito taceva volontariamente nel trattare l’argomento o al massimo rispondeva a bassa vo ciononostante è affascinante ricordarlo per i lavori letterari che uscirono dalla penna del poeta in ne a mio parere più convincente, anche perché l’ho studiata sui banchi di scuola. A nostro professore la chiedeva continuamente nelle interrogazioni ed infatti poi all’esame di colgo l’occasione per ringraziarlo). in compagnia della moglie Enrichetta, calvinista, è a Parigi nel bel mezzo dei festeggiamenti del matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria. La folla è festante, la confusione è tanta; grida di gioia al passaggio degli sposi e lo scoppio di alcuni fuochi d’artificio portano il Manzoni a perdere di vista la moglie in un attimo. Il Manzoni prova immediatamente a ritrovarla, la chiama ad alta voce, ma non riesce più a ritrovarla; la moglie sembra sparita. I minuti passano, ve ritrovare la moglie, ma nulla, la moglie sembra scomparsa. Smarrito, il poeta si ritrova sui gradini della chiesa di San Rocco e si rifugia dentro per riprendere le il silenzio e la quiete della basilica tranquillizzano immediatamente il Manzoni. S con animo sincero egli ora capisce che è il momento di chiedere, per mettersi alla prova e prega per ritrovare la moglie! Di certo sarà rimasto per qualche minuto da solo in un , avrà supplicato di essere ascoltato, avrà insistito con sincerità, di poeta buone e uniche saranno di certo arrivate al Signore e forse avranno preso una ”corsia preferenzial dopo questa prova, può nuovamente abbracciarla. L’esistenza del Manzoni da quel momento cambiò nell’animo ma anche nella sua arte. Graz uomini possono continuare ad apprezzare gli componimenti dedicati alle maggiori festività del cattolicesimo Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale Pentecoste. Riprendo alcuni momenti de La Resurrezione parole del nostro grande poeta il momento più esaltante della storia dell’uomo: È risorto: il capo santo più non posa nel sudario è risorto: dall’un canto dell’avello solitario sta il coperchio rovesciato: come un forte inebbriato , De tenebris in admirabile lumen “Egli vi ha chiamati fuori delle tenebre, per condurvi nella sua luce meravigliosa”. – 1Pt 2:9, TILC. Lapide posta sul primo pilastro sinistro Roch, che commemora la Un momento decisivo nella vita e nella produzione letteraria di Alessandro Manzoni fu la ”conversione” ricordata anche come ”miracolo di San Rocco” . ci sono anche varie versioni, lo stesso Manzoni in seguito al massimo rispondeva a bassa voce ”è stata la grazia di ciononostante è affascinante ricordarlo per i lavori letterari che uscirono dalla penna del poeta in studiata sui banchi di scuola. Allora il nostro professore la chiedeva continuamente nelle interrogazioni ed infatti poi all’esame di maturità fu calvinista, è a Parigi nel bel mezzo dei festeggiamenti del la confusione è tanta; spinte, urla, tano il Manzoni a perdere di la chiama ad alta voce, si fa la moglie sembra sparita. I minuti passano, ma non rinuncia; la moglie sembra scomparsa. Smarrito, stanco e sospinto dalla il poeta si ritrova sui gradini della chiesa di San Rocco e si rifugia dentro per riprendere le zzano immediatamente il Manzoni. Senza però con animo sincero egli ora capisce che è il momento di chiedere, ha l’occasione per qualche minuto da solo in un avrà insistito con sincerità, le sue parole di poeta buone e uniche saranno di certo arrivate al Signore e forse avranno preso una ”corsia preferenziale”. Manzoni da quel momento cambiò non solo ma anche nella sua arte. Grazie a quel momento, gli uomini possono continuare ad apprezzare gli Inni sacri, cinque ori festività del cattolicesimo: La l Natale, La Passione, La La Resurrezione. Gustiamo con le parole del nostro grande poeta il momento più esaltante della storia il Signor si risvegliò Era l’alba; e molli il viso Maddalena e l’altre donne fean lamento in su l’Ucciso; ecco tutta di Sionne si commosse la pendice e la scolta insultatrice di spavento tramortì Un estranio giovinetto si posò sul monumento: era folgore l’aspetto era neve il vestimento: alla mesta che ‘l richiese dié risposta quel cortese: è risorto; non è qui. Parafrasi: Egli è risorto: il suo capo non è più avvolto dal sudario; è risorto: ad un lato del sepolcro vuoto sta, rovesciata, la pietra tombale: il Signore si risvegliò, come un uomo forzuto che è stato ubriacato dal vino. Era l’alba, e col volto bagnato di pianto Maddalena e le altre donne piangevano l’uccisione di Gesù, quando la pendice del monte Sion [su cui sorge Gerusalemme] tremò e le guardie, che con la loro presenza e con il loro atteggiamento costituivano un insulto a Cristo, tramortirono di paura. Un giovinetto sconosciuto a tutti [un angelo] si posò sul luogo della tragedia: ed era il suo aspetto come quello di un fulmine, e il suo abbigliamento come neve: rispondendo ad una domanda di Maria Maddalena, con dolcezza annunciò: Egli non è più qui, è risorto.
Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO di Marilena Marino
“La formazione biblica deve portare i Lettori a saper inquadrare le letture nel loro contesto e a cogliere il centro dell’annunzio rivelato alla luce della fede” (Ordo Lectionum Missae, Introduzione, 55).
Uno dei punti di partenza più importanti prima di presentare all’Assemblea una Parola è conoscere esattamente i contesti, il carattere che è stato immesso nella scrittura. Dio ha ispirato tutta la Sacra Scrittura come strumento per arrivare agli uomini: c’è stato anche tanto lavoro nella traduzione e nell’interpretazione, per questo dobbiamo cercare di capirla in profondità e assegnare il giusto valore ai testi; poiché le Scritture Sacre sono molto diverse, possiamo trovare la descrizione di avvenimenti storici, oppure le visioni dei Profeti, ma anche i consigli, le lettere, le esortazioni degli Apostoli, scritti in varie forme letterarie, per questo anche l’intonazione, il modo di leggere, sarà molto diverso se incontriamo una pagina lirica, un insegnamento, o una invocazione di aiuto.
Se pensiamo al significato, all’origine di una sola parola, dei suoi sinonimi, possiamo intuire che le frasi stesse e le strutture letterarie contenute nella Scrittura, nascondono tanti significati, pertanto è opportuno che prestiamo molta attenzione ad ogni parola, alle frasi specifiche, alla struttura della frase, alla sequenza di idee e al modo in cui si sviluppano.
Per esempio la minima sfumatura di due parole che significano quasi la stessa cosa, può evocare sentimenti e stati d’animo molto diversi, dandoci indizi che chiariscono la nostra comprensione e indicano come potremmo impostare la nostra pronuncia mentre leggiamo le parole ad alta voce.
Ad esempio: se ti avessero assegnato un personaggio in uno spettacolo di teatro, prima di creare la voce di questo personaggio, ti sarebbero state date più descrizioni, più caratteristiche del personaggio e avresti avuto l’opportunità di parlare magari con gli sceneggiatori, con il regista prima di lavorare per creare la voce che calzasse meglio al personaggio.
Quindi proprio come spenderesti il tempo e faresti la tua ricerca sul tuo personaggio per un ruolo di attore, per la preparazione alla lettura Sacra è lo stesso, devi dedicare tempo, provare, studiare, pensare a tutti gli aspetti che la Parola cerca di suggerirti.
Se allora il compito degli scrittori, degli scriba ispirati da Dio è stato quello di trasmettere in un modo accurato preciso completo ogni ispirazione che l’Onnipotente voleva inviare ai propri figli; puoi immaginare allora con quanta dedizione avranno lavorato per cercare di immettere nelle parole scritte tutti gli importanti messaggi ispirati da Dio, e con quanto impegno avranno sicuramente utilizzato ogni carisma personale e ogni strumento di scrittura di cui avevano competenza.
Questo loro sforzo nella scrittura ci suggerisce delle connotazioni importanti che ci fanno intuire la profondità, le caratteristiche e le ispirazioni particolari che Dio voleva trasmetterci.
Questo intenso lavoro che hanno adottato per caratterizzare e approfondire l’ispirazione divina ci suggerisce una responsabilità nello scoprire queste loro intenzioni nascoste nei Testi Sacri e usare queste caratteristiche come guida per dare una corretta interpretazione alla nostra lettura.
Quindi, così come gli scrittori si sono impegnati al massimo per comunicare le infinite idee spirituali di Dio, traducendole con le più giuste parole del linguaggio usatoin quel tempo, è importante che noi siamo consapevoli di questo, nel momento che ci avviciniamo al Ministero del lettorato.
Sappiamo bene come Gesù nelle sue parabole sceglie attentamente le sue parole con un linguaggio semplice, chiaro, inequivocabile e comunica con potenza e verità i suoi insegnamenti agli ascoltatori. Gesù parlava agli Ebrei del tempo e attraverso le parabole impiegava parole semplici con significati concreti, materiali, per suggerire e sviluppare pensieri spirituali.
Sappiamo che nella storia della Chiesa, gli esegeti, i Padri della Chiesa, hanno studiato per anni l’origine e il significato di ogni singola parola, prima di dare una interpretazione autentica o impegnarsi nella traduzione in altre lingue.
Alcune parole, frasi o strutture letterarie ci indicano il carattere dei personaggi e ci suggeriscono il contesto dove quelle parole venivano proclamate; per questo è importante che prestiamo molta attenzione alle frasi che lo scrittore ha definito nella struttura del testo e facciamo attenzione alla sequenza di idee piene di significato che si intrecciano nella parola di Dio.
È fondamentale che anche noi ci chiediamo le ragioni perché lo scriba abbia scelto certe parole invece che altre.
Ogni più piccola sfumatura riesce ad evocare sentimenti e stati d’animo molto diversi, dandoci suggerimenti che riescono a chiarire e ad aiutare la nostra comprensione, in modo che possiamo impostare in modo coerente la nostra pronuncia e la nostra interpretazione mentre proclamiamo la Parola ad alta voce.
Ogni parola ha il suo carattere specifico e sappiamo che alcune parole prendono diversi significati nell’ambito di diverse lingue.
I testi sacri possono contenere: nomi, aggettivi, verbi, avverbi e così via per disegnare il “carattere” del racconto.
Possiamo fare alcuni esempi raggruppando e classificando i caratteri di queste parole in alcune categorie.
Parole esaltanti come: grandioso, più grande, magnanimo, superiore, divino, che suggeriscono la tensione dell’uomo verso l’infinito o la ricerca di qualcosa di grande oltre la realtà materiale.
Parole logiche come: vero, falso, perché, ne consegue, per concludere; che aiutano il ragionamento, che cercano di dirigere la mente della persona verso la Verità.
Parole di supplica: esortare, supplicare, pregare, chiedere, implorare, invocare, impetrare: che spingono a cercare di ottenere qualcosa di veramente essenziale.
Parole espansive: infinito, illimitato, immenso, sconfinato, eterno, per sempre, tutto, ovunque; che proiettano il tempo umano verso qualcosa di trascendente oltre la finitezza dell’uomo.
Parole autorevoli: vittorioso, comando, dominio, trionfo; che stabiliscono una gerarchia di grandezza, o danno il senso del vero potere di una situazione o di una persona.
Parole sprezzanti: vile, ignobile, spregevole, umile, spregevole, esecrabile, abbietto, alterato, contaminato, corrotto; che descrivono la realtà dell’uomo carnale.
Parole Cautelative: attenzione, avvertire, intuire, annunciare, captare, impossibile, non si deve, non si può; che guidano verso una direzione di prudenza o di saggezza.
Parole positive o negative: errore e verità, reale e irreale, buono contro cattivo, materiale e spirituale, mortale e immortale; che presentano il contrasto delle esperienze umane evidenziandone crudamente l’opposizione e la negatività contro la positività di alcune cose.
Queste frasi si presentano come aggettivi, verbi, nomi, eccetera e riescono a connotare precisamente il contesto e il contenuto che la parola contiene e vuole proiettare al nostro Spirito.
Se i lettori studiando riescono ad identificare le differenze e la profondità di ogni parola, possono adattare nel migliore dei modi le loro voci per trasmettere agli ascoltatori queste differenze di carattere.
Chi ascolta sarà così aiutato ad apprezzare e a sintonizzarsi con il contesto dove Gesù, il Maestro, ha proclamato le sue parole.
Tentiamo di esprimere questa cosa detta sopra attraverso degli esempi.
Marco 12, 35-37 e poi Marco 13, 5-8:
“Insegnando nel tempio, Gesù diceva: Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio? E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.”
Marco 13, 5-8
“Gesù si mise a dire loro: Badate che nessuno v’inganni! Molti verranno nel mio nome, dicendo: Sono io, e trarranno molti in inganno. E quando sentirete di guerre e di rumori di guerre, non allarmatevi; deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti in diversi luoghi e vi saranno carestie: questo è l’inizio dei dolori”.
Confrontando queste parole vediamo come ci sono due strutture diverse la prima per insegnare alcuni concetti nel tempio di fronte a tante persone magari anche scettiche; mentre la seconda rivolta privatamente ai propri apostoli per svelare una sapienza più avanzata anche se in modo semplice, con un linguaggio diretto concreto, ma anche misterioso.
Un altro esempio, prendiamo Matteo 9,1-8:
“Salito su una barca, passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati. Allora alcuni scribi dissero fra sé: Costui bestemmia. Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire Ti sono perdonati i peccati, oppure dire Alzati e cammina? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Alzati – disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e và a casa tua. Ed egli si alzò e andò a casa sua. Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini”.
In questo testo possiamo iniziare a connotare le diverse frasi che ci aiuteranno nella proclamazione; ad esempio: prima c’è un posizionamento spaziale, una indicazione geografica, come l’attraversamento del lago e la scena che poi si svolge in una città…
Gli portano un paralitico, cioè il simbolo della misera realtà dell’uomo e dell’impossibilità di cambiare…
Gesù vede la loro fede, cioè ha scutato i loro volti e ha compreso i loro cuori, vuole confermare la loro fede.
Ordina con forza e autorità il perdono dei peccati, e possiamo capire il tono che in queste frasi Gesù ha usato.
Gli scribi dicono… fra sé… costui bestemmia anche qui si comprende la situazione, un mormorio di scandalo, ma senza il coraggio di dirlo apertamente…
"Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino.
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Jose María Casciaro conobbe san Josemaría nel 1939. l’anno seguente, si trasferì a Madrid per proseguire i suoi studi, vivendo nella residenza universitaria di via Jenner, insieme a san Josemaría. Ebbe occasione di vivere vicino al fondatore dell’Opus Dei per un lungo periodo di tempo.
Quando mi stabilii in via Jenner mi impressionò il modo in cui il san Josemaría celebrava la Santa Messa. A giudicare dai commenti che percepivo non ero il solo a restare commosso. Nella celebrazione si atteneva con grande attenzione alle norme liturgiche della Chiesa, curando che chi vi assisteva partecipasse il più attivamente possibile al Santo Sacrificio. Ogni giorno la celebrazione era “dialogata”, cioè non rispondeva solo l’accolito com’era abituale allora nelle chiese, ma l’intera assemblea, con calma e all’unisono. Questo modo di celebrare contribuiva alla alla compenetrazione di tutti nel mistero eucaristico.
I paramenti erano allo stesso tempo semplici ed eleganti. Per esempio, non mi era mai capitato prima di vedere il celebrante indossare la pianeta gotica: di solito a quei tempi si usavano quelle cosiddette “a chitarra”, per la forma della parte anteriore. In via Jenner, con il permesso del vescovo di Madrid, si usavano pianete di quest’altro stile, ampie, che davano particolare dignità all’atto sacro.
Assistere alla messa celebrata da san Josemaría, con la sua voce chiara, le intonazioni e le pause ben marcate, in evidente raccoglimento e devozione, era di forte incitamento alla devozione sincera e profonda. Non posso fare a meno di testimoniare a distanza di anni che la Messe del Padre mi condussero ad amare la liturgia della Chiesa e a partecipare al santo Sacrificio con atteggiamento nuovo. Attraverso i sensi entrava la trascendenza dell’azione che veniva celebrata.
Qual è la missione centrale e gli obiettivi dell’Opus Dei?
L’Opus Dei intende aiutare ogni persona che vive nel mondo – l’uomo comune, l’uomo della strada – a condurre una vita pienamente cristiana, senza dover cambiare il suo modo di vita quotidiana, né il suo lavoro abituale, né i propri ideali o aspirazioni. Pertanto, con una frase che scrissi molti anni fa, si può dire che l’Opus Dei è vecchia come il Vangelo e nuova come il Vangelo. Si tratta di ricordare ai cristiani quel concetto meraviglioso che si legge nella Genesi e cioè che Dio creò l’uomo “perché lavorasse”. Ci siamo ispirati all’esempio di Cristo, che trascorse quasi tutta la sua vita terrena lavorando come artigiano in un villaggio. Il lavoro non è soltanto uno dei valori umani più alti e un mezzo con cui gli uomini debbono contribuire al progresso della società: è anche cammino di santificazione. Se si vuole fare un paragone, il modo più facile per capire l’Opera è di pensare alla vita dei primi cristiani. Essi vivevano a fondo la loro vocazione cristiana; cercavano seriamente la perfezione alla quale erano chiamati per il fatto, semplice e sublime, di aver ricevuto il Battesimo. Non si distinguevano esteriormente dagli altri cittadini. I membri dell’Opus Dei sono persone comuni; svolgono un lavoro qualsiasi; vivono in mezzo al mondo come realmente sono: cittadini cristiani che vogliono corrispondere in pieno alle esigenze della loro fede.
Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO di Marilena Marino
Per declamare la parola di Dio è assolutamente necessaria la comprensione dei testi ma direi ancora di più una comprensione che parte dal cuore.
Se il lettore non comprende profondamente il testo sacro che declama non riuscirà a trasmettere la profondità della parola di Dio all’Assemblea che ascolta.
E senza questo coinvolgimento che parte dal cuore del lettore non potrà consegnare questi testi ripieni della vera ispirazione che Dio ha immesso per parlare al suo popolo in Verità.
La parola di Dio è stata data per amore e con ispirazione, quindi è assolutamente importante che il lettore senta profondamente illuminazione che Dio ha immesso nella Parola e che trasmetta questo coinvolgimento emotivo all’Assemblea con motivazione e sincerità.
Una trasmissione efficace della parola di Dio ha bisogno quindi di andare oltre una comprensione letterale e una comprensione teologica ma deve arrivare ad una profonda comprensione sincera, spirituale una comprensione del cuore, una comprensione trascendente.
Quindi il lettore deve avvicinarsi a questo carisma partendo inizialmente da un lavoro di approfondimento letterale per poi passare ed essere in grado, attraverso uno studio o una meditazione, di cogliere la Parola ad un livello spirituale superiore, entrando in contatto con l’ispirazione che Dio ha immesso nelle sue parole per l’umanità.
Se il lettore non comprende ad un livello profondo i testi che declama sarà molto difficile che poi riesca efficacemente a trasmettere la volontàe la profondità spirituale che Dio ha messo nelle sue parole sacre.
Molte delle attività che svolgiamo nella nostra vita vengono realizzate in modo più funzionale se utilizziamo strumenti e tecniche specifiche per quel tipo di attività.
E ci accorgiamo che più abbiamo padronanza di questi strumenti e più professionali diventiamo nello svolgere quella attività e quindi maggiore sarà la qualità del risultato finale.
Allo stesso modo in questo libro abbiamo raccolto diversi strumenti che possono aiutare a comprendere e a comunicare il testo in modo completo, chiaro, e a presentarlo in modo più coinvolgente e quindi arrivare nel migliore dei modi a chi ascolta.
Molti di questi strumenti potresti già conoscerli, magari incontrati a scuola, o in alcuni corsi o in qualche laboratorio di crescita professionale, forse usati in teatro, o in altre particolari esperienze.
In questo percorso però, questi accessori tecnicisono stati adattati allo studio della parola di Dio e alla sua lettura ad alta voce.
Certo il modo migliore per padroneggiare qualsiasi tecnica è esercitarsi a usarla. Così come è necessario fare pratica con gli strumenti di lettura espressiva. Quindi vi consiglio vivamente di iniziare subito dopo la lettura, ma anche durante, a fare pratica con le tecniche presentate nei vari capitoli.
Una modalità spesso consigliata è quella di scegliere un paio di “strumenti” ogni settimana e cercare con disciplina delle opportunità per applicarli.
Questo modo di concentrarti su uno o due alla volta ti aiuterà a padroneggiarli al punto in cui diventeranno come una seconda natura per te, così che facilmente ti ritroverai ad applicarli automaticamente ad ogni cosa tu stia leggendo.
Vedrai che i tuoi sforzi “disciplinati” saranno abbondantemente ricompensati.
Certamente le parole che Dio ha consegnato hanno già di per sé una forza spirituale di parlare alle menti degli uomini, ma questo ruolo del lettore ha il misterioso incarico di mettere in contatto il divino con l’umano; per cui questo incarico fa da cardine importante per veicolare la Sapienza di Dio ai suoi figli.
Se il lettore riesce ad usare tutte le sue potenzialità, tutti i suoi strumenti, tutti i suoi Carismi, per svolgere questa missione sicuramente faciliterà e aiuterà le persone che hanno l’orecchio già aperto per recepire la rivelazione di Dio.
L’intento di questo manuale è proprio questo: aiutare il lettore attraverso alcuni strumenti di lettura espressiva ad arrivare ad una comprensione profonda della Parola.
Questo studio sarà utile per consegnare le parole di Dio all’Assemblea nel migliore dei modi e con la massima efficacia possibile.
Per arrivare a questo possiamo tracciare delle linee guida sintetiche da tenere sempre a mente:
Devi essere un cristiano esemplare e praticante.
Leggi con sentimentoe con espressione.
Comprendi profondamente quello che vai a leggere.
Studia bene l’arte della letturae fallo con una interpretazione scientifica.
Cerca di presentare il testo in modo chiaroper guidare gli altri alla sapienza.
Devi avere una voce flessibile, plasmabile alle letture; affinché gli altri percepiscano il potere della Parola.
Articola le parole in modo chiaro e comprensibile.
Leggi in formacolloquiale: con enfasi, inflessioni, pause e toni di voce misurati.
Leggi con ispirazione, leggi artisticamenteper stimolare gli ascoltatori verso nuove idee; o nuovi modi per interpretare le vecchie idee.
Quando leggi lo devi fare a beneficio dell’umanità, non del solo piccolo gruppo che hai di fronte.
Libera la Veritàper sostenere lealmentela predicazione della parola di Dio.
Leggi con fervore: sentimento intenso, espressione intensa, con entusiasmo, con animazione, con compassione, amore, cuore e anima, vivacità, vitalità, considerando bene le esigenze del tipo di persone che ti ascoltano.
Leggi con calore, tenerezza, pietà, simpatia, pazienza, dando sempreincoraggiamento.
Attingi ai tuoi sentimenti, ai tuoi carismi e alla tua ispirazione; ma lasciati guidare dal tuo “stato di amore e spiritualità”.
La tua lettura dovrebbe essere “infiammata” dell’Amore divino, cioè vibrante, entusiasta, fervente, avvolgente.
Rinnova l’entusiasmo degli ascoltatori per quei brani che spesso si ripetono e che a volte possono essere dati per scontati dopo anni di ascolto.
Metti in relazione chiaramente le varie sezioni del brano con l’argomento principale della lettura.
Mantieni attiva l’attenzione degli ascoltatori; racconta storie in modo appassionante.
Leggi in modo divertente, appassionante, o in altri modi che spingano gli ascoltatori ad apprezzare la parola di Dio nel loro spirito.
Capisci perché nel testo sono state usate certe parole, cerca di trasmetterne la comprensione, i sentimenti e l’ispirazione dello scrittore; immedesimati con libertà nello scrittore e cerca di essere libero di parlare come lui.
Dai varietà alla lettura; abbandona le inibizioni, lasciale andare in modo semplice e spontaneo.
Usa il contatto visivo naturale e il linguaggio del corpo
Controlla il tuo egocentrismo personale, ma resta fedele alle tue caratteristiche individuali.
Gestisci frasi lunghe più facilmente, e impara quando respirare durante la lettura.
Pronuncia le parole con autorevolezza, specialmente le parole della Bibbia.
Leggi in modo che tutte le parti della lettura siano legate insieme e trasmetti gioia e speranza.
Contribuisci ad innalzare la comprensione di chi ascolta; aiutalinella loro crescita spirituale.
Leggi con l’autorità che la parola di Dio ti ha assegnato, maleggi con umiltà.
Contribuisci a rendere la parola di Dio accessibile, familiare, intima e pratica.
Questi sono gli obiettivi ideali, da raggiungere per praticare la lettura della parola di Dio!
Potrebbero sembrare troppo alti e forse scoraggianti se confrontati con le nostre attuali capacità ma se crediamo che Dio ci ha nominato per questo lavoro sappiamo che Lui stesso ci darà le capacità per assolverlo.
"Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore.
Non perdertelo per niente al mondo!"
Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino.
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108 Il messaggio fondamentale della Sacra Scrittura annuncia che la persona umana è creatura di Dio (cfr. Sal 139,14-18) e individua l’elemento che la caratterizza e contraddistingue nel suo essere ad immagine di Dio: « Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò » (Gen 1,27). Dio pone la creatura umana al centro e al vertice del creato: all’uomo (in ebraico « adam »), plasmato con la terra (« adamah »), Dio soffia nelle narici l’alito della vita (cfr. Gen 2,7). Pertanto, « essendo ad immagine di Dio, l’individuo umano ha la dignità di persona; non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone; è chiamato, per grazia, ad un’alleanza con il suo Creatore, a dargli una risposta di fede e di amore che nessun altro può dare in sua sostituzione ».204
109 La somiglianza con Dio mette in luce che l’essenza e l’esistenza dell’uomo sono costitutivamente relazionate a Dio nel modo più profondo.205 È una relazione che esiste per se stessa, non arriva, quindi, in un secondo tempo e non si aggiunge dall’esterno. Tutta la vita dell’uomo è una domanda e una ricerca di Dio. Questa relazione con Dio può essere ignorata oppure dimenticata o rimossa, ma non può mai essere eliminata. Fra tutte le creature del mondo visibile, infatti, soltanto l’uomo è « “capace” di Dio » (« homo est Dei capax »).206 La persona umana è un essere personale creato da Dio per la relazione con Lui, che soltanto nella relazione può vivere ed esprimersi e che tende naturalmente a Lui.207
110 La relazione tra Dio e l’uomo si riflette nella dimensione relazionale e sociale della natura umana. L’uomo, infatti, non è un essere solitario, bensì « per sua intima natura è un essere sociale, e non può vivere né esplicare le sue doti senza relazioni con gli altri ».208 A questo riguardo risulta significativo il fatto che Dio ha creato l’essere umano come uomo e donna209 (cfr. Gen 1,27): « Quanto mai eloquente è l’insoddisfazione di cui è preda la vita dell’uomo nell’Eden fin quando il suo unico riferimento rimane il mondo vegetale e animale (cfr. Gen 2,20). Solo l’apparizione della donna, di un essere cioè che è carne dalla sua carne e osso dalle sue ossa (cfr. Gen 2,23), e in cui ugualmente vive lo spirito di Dio Creatore, può soddisfare l’esigenza di dialogo inter-personale che è così vitale per l’esistenza umana. Nell’altro, uomo o donna, si riflette Dio stesso, approdo definitivo e appagante di ogni persona ».210
111 L’uomo e la donna hanno la stessa dignità e sono di eguale valore,211 non solo perché ambedue, nella loro diversità, sono immagine di Dio, ma ancor più profondamente perché è immagine di Dio il dinamismo di reciprocità che anima il noi della coppia umana.212 Nel rapporto di comunione reciproca, uomo e donna realizzano profondamente se stessi, ritrovandosi come persone attraverso il dono sincero di sé.213 Il loro patto di unione è presentato nella Sacra Scrittura come un’immagine del Patto di Dio con gli uomini (cfr. Os 1-3; Is 54; Ef 5,21-33) e, al tempo stesso, come un servizio alla vita.214 La coppia umana può partecipare, infatti, alla creatività di Dio: « Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” » (Gen 1,28).
112 L’uomo e la donna sono in relazione con gli altri innanzi tutto come affidatari della loro vita: 215 « Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello » (Gen 9,5), ribadisce Dio a Noè dopo il diluvio. In questa prospettiva, la relazione con Dio esige che si consideri la vita dell’uomo sacra e inviolabile.216 Il quinto comandamento: « Non uccidere! » (Es 20,13; Dt 5,17) ha valore perché Dio solo è Signore della vita e della morte.217 Il rispetto dovuto all’inviolabilità e all’integrità della vita fisica ha il suo vertice nel comandamento positivo: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (Lv 19,18), con cui Gesù Cristo obbliga a farsi carico del prossimo (cfr. Mt 22,37-40; Mc 12,29-31; Lc 10,27-28).
113 Con questa particolare vocazione alla vita, l’uomo e la donna si trovano di fronte anche a tutte le altre creature. Essi possono e devono sottoporle al loro servizio e goderne, ma la loro signoria sul mondo richiede l’esercizio della responsabilità, non è una libertà di sfruttamento arbitrario ed egoistico. Tutta la creazione, infatti, ha il valore di « cosa buona » (cfr. Gen 1, 4.10.12.18.21.25) davanti allo sguardo di Dio, che ne è l’autore. L’uomo deve scoprirne e rispettarne il valore: è questa una sfida meravigliosa alla sua intelligenza, la quale lo deve innalzare come un’ala 218 verso la contemplazione della verità di tutte le creature, ossia di ciò che Dio vede di buono in esse. Il Libro della Genesi insegna, infatti, che il dominio dell’uomo sul mondo consiste nel dare un nome alle cose (cfr. Gen 2,19-20): con la denominazione l’uomo deve riconoscere le cose per quello che sono e stabilire verso ciascuna di esse un rapporto di responsabilità.219
114 L’uomo è in relazione anche con se stesso e può riflettere su se stesso. La Sacra Scrittura parla a questo riguardo del cuore dell’uomo. Il cuore designa appunto l’interiorità spirituale dell’uomo, ossia quanto lo distingue da ogni altra creatura: Dio « ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine » (Qo 3,11). Il cuore indica, in definitiva, le facoltà spirituali proprie dell’uomo, sue prerogative in quanto creato ad immagine del suo Creatore: la ragione, il discernimento del bene e del male, la volontà libera.220 Quando ascolta l’aspirazione profonda del suo cuore, ogni uomo non può non fare propria la parola di verità espressa da sant’Agostino: « Tu ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te ».221
II. LA PERSONA UMANA « IMAGO DEI »
PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE
COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
A GIOVANNI PAOLO II MAESTRO DI DOTTRINA SOCIALE TESTIMONE EVANGELICO DI GIUSTIZIA E DI PACE
Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO di Marilena Marino
In questa seconda parte cerchiamo di fornire alcuni strumenti specifici di lettura espressiva mirati ad approfondire la “COMPRENSIONE” della parola di Dio.
L’approfondimento della lettura espressiva è progettato per mostrare ai lettori come scoprire il cuore e l’anima dell’ispirazione che Dio ha trasmesso ai suoi scrittori.
Ricercare la fonte delle inibizioni interne e delle barriere esterne che spesso ostacolano il lettore a presentare una lettura in modo efficace e quindi consentire al lettore di superare questi ostacoli.
Aiutare i lettori ad esibire senza inibizioni la propria voce attraverso i diffusori sonori predisposti nelle sale, trasmettendo in modo completo e ricco i messaggi della parola di Dio, in modo equilibrato e veritiero senza aggiunge nulla di troppo personale o filtrare nulla che personalmente si ritiene inadeguato al contesto.
Questi strumenti aiutano i lettori ad essere come uno specchio, attraverso il quale i messaggi illuminanti di Dio possono riflettersi, liberi da distorsioni o da ostacoli.
Consentire ai lettori di presentare la Parola in un modo come “parlato”, cioè come se le “parole” arrivassero direttamente dalla bocca di Gesù o di Dio o dei suoi profeti.
Inoltre trasmettere la piena comprensione del messaggio e comunicare il fervore provato quando si è ispirati dallo Spirito Santo.
Riuscire così ad esprimere l’ampiezza delle emozioni e la ricchezza dei sentimenti che la parola di Dio vuole manifestare.
Intrattenere i propri ascoltatori in modo che nasca nel loro cuore il desiderio di accogliere di più la parola di Dio e progressivamente desiderino di fermare nella propria interiorità questi insegnamenti.
Utilizzare correttamente tutte le dimensioni della propria voce, nei modi che liberino la parola scritta di Dio dalle pagine in cui è catturata, per farla volare efficacemente e raggiungere i figli di Dio che Lui vuole ispirare e benedire.
L’obiettivo finale è la conversione dello spirito che li spingerà ad impegnarsi concretamente in un cambiamento reale nella vita vissuta di se stessi e forse delle persone più vicine.
"Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
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“Leggi dentro di te”, “Ricordati che sei unico”, “Fai emergere la tua bellezza”: le 15 piccole lezioni di felicità nel libro-manifesto di Papa Francesco
Esce in tutte le librerie “Ti voglio felice”, il nuovo libro del pontefice pubblicato da Libreria Pienogiorno in collaborazione con Libreria Editrice Vaticana. Il volume rappresenta il naturale completamento del bestseller “Ti auguro il sorriso” ed è il nuovo manifesto di Bergoglio per un’autentica realizzazione di sé, che intreccia le sue parole con quelle dei libri e dei film che più ha amato, da Borges a Dante, da Dostoevskij a Sant’Agostino, da Fellini a Tolkiendi F. Q.
“La felicità è rivoluzionaria: abbiate il coraggio di essere felici”. Ora più che mai.
Si intitola Ti voglio felice (Il centuplo in questa vita) il nuovo libro di Papa Francesco, che esce in tutte le librerie dal 16 novembre. Pubblicato da Libreria Pienogiorno (272 pp, 16,90 euro), che ne gestisce i diritti internazionali, in collaborazione con Libreria Editrice Vaticana, il volume rappresenta il naturale completamento del precedente bestseller Ti auguro il sorriso che, dato alle stampe nelle principali lingue da alcuni dei più importanti marchi editoriali del mondo e ormai giunto in Italia alla tredicesima edizione, è risultato il libro più diffuso del Pontefice negli ultimi anni.
Ti voglio felice è il nuovo manifesto di Papa Francesco per un’autentica realizzazione di sé in questi tempi difficili, e intreccia le parole del Pontefice con quelle dei libri e dei film che più ha amato, da Borges a Dante, da Dostoevskij a Sant’Agostino, da Fellini a Tolkien. Per un percorso concreto che non disconosce affatto le difficoltà dell’esistenza, ma le affronta, le sublima, le supera.
Ilfattoquotidiano.it pubblica un’anticipazione del volume: i 15 passi verso la felicità indicati da Francesco.
1.
Leggi dentro di te. La nostra vita è il libro più prezioso che ci è stato consegnato, e proprio in quel libro si trova quello che si cerca inutilmente per altre vie. Sant’Agostino lo aveva compreso: “Rientra in te stesso. Nell’uomo interiore abita la verità”. È l’invito che voglio fare a tutti, e che faccio anche a me. Leggi la tua vita. Leggiti dentro, come è stato il tuo percorso. Con serenità. Rientra in te stesso.
2.
Ricordati che sei unico, che sei unica. Lo è ciascuno di noi ed è al mondo per sentirsi amato nella sua unicità e per amare gli altri come nessuno può fare al posto suo. Non si vive seduti in panchina a fare la riserva di qualcun altro. No, ciascuno è unico agli occhi di Dio. Quindi non lasciarti “omologare”: non siamo fatti in serie, siamo unici, siamo liberi, e siamo al mondo per vivere una storia d’amore, di amore con Dio, per abbracciare l’audacia di scelte forti, per avventurarci nel rischio meraviglioso di amare.
3.
Fai emergere la tua bellezza! Non quella secondo le mode del mondo, ma quella vera. La bellezza di cui parlo non è quella piegata su se stessa, come Narciso che, innamoratosi della propria immagine, finì per affogare nel lago dove si rispecchiava. E nemmeno quella che scende a patti con il male, come Dorian Gray che, a incantesimo finito, si ritrovò con il volto deturpato. Parlo della bellezza che non sfiorisce mai perché è riflesso della bellezza divina: il nostro Dio è inseparabilmente buono, vero e bello. E la bellezza è una delle vie privilegiate per arrivare a Lui.
4.
Impara a ridere di te stesso. I narcisisti si guardano continuamente allo specchio… Io consiglio ogni tanto di guardare nello specchio e di ridere sé. Ridete di voi stessi. Vi farà bene.
5.
Vivi una sana inquietudine, nei desideri e nei propositi, quell’inquietudine che spinge sempre a camminare, a non sentirsi mai “arrivati”. Non isolarti dal mondo rinchiudendoti nella tua stanza – come un Peter Pan che non vuole crescere – ma sii sempre aperto e coraggioso.
6.
Impara a perdonare. Ogni persona sa di non essere sempre il padre o la madre che dovrebbe essere, lo sposo o la sposa, il fratello o la sorella, l’amico o l’amica che dovrebbe essere. Tutti siamo “in deficit”, nella vita. E tutti abbiamo bisogno di misericordia. Ricorda di avere bisogno di perdonare, di avere bisogno del perdono, di avere bisogno della pazienza. E ricorda che sempre Dio ti precede e ti perdona per primo.
7.
Impara a leggere la tristezza. Nel nostro tempo è considerata solo un male da fuggire a tutti i costi, e invece può essere un indispensabile campanello di allarme, che ci invita a esplorare paesaggi più ricchi e fertili che la fugacità e l’evasione non consentono. A volte la tristezza lavora come un semaforo, ci dice: è rosso, fermati! Accoglila, sarebbe molto più grave non avvertire questo sentimento.
8.
Fai grandi sogni. Non accontentarti del dovuto. Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia. Non siamo fatti per sognare solo le vacanze o il fine settimana, ma per realizzare i sogni di Dio in questo mondo. Egli ci ha reso capaci di sognare per abbracciare la bellezza della vita.
9.
Non dare ascolto a chi vende illusioni. Una cosa è sognare, e altra è avere illusioni. Chi parla di sogni e vende illusioni è un manipolatore di felicità. Siamo stati creati per una gioia più grande.
10.
Sii rivoluzionario, va’ controcorrente. Nella cultura del provvisorio, del relativo, molti predicano che l’importante è “godere” il momento, che non vale la pena di impegnarsi, di fare scelte definitive, perché non si sa cosa riserva il domani. Ti chiedo di essere rivoluzionario, di ribellarti a questa cultura che, in fondo, crede che tu non sia in grado di assumerti responsabilità. Abbi il coraggio di essere felice.
11.
Rischia, anche se sbaglierai. Non osservare la vita dal balcone. Non confondere la felicità con un divano. Non essere un’auto parcheggiata, lascia piuttosto sbocciare i sogni e prendi decisioni. Rischia. Non sopravvivere con l’anima anestetizzata e non guardare il mondo come fossi un turista. Fatti sentire! Scaccia le paure che ti paralizzano. Vivi! Datti al meglio della vita!
12.
Cammina con gli altri. È brutto camminare da soli. Brutto e noioso. Cammina in comunità, con gli amici, con quelli che ti vogliono bene: questo ti aiuta ad arrivare alla meta. E se cadi, rialzati. Non avere paura dei fallimenti, delle cadute. Nell’arte di camminare, quello che importa è non “rimanere caduti”.
13.
Vivi la gratuità. Chi non vive la gratuità fraterna fa della propria esistenza un commercio affannoso, sempre misurando quello che dà e quello che riceve in cambio. Dio dà gratis, fino al punto che aiuta persino quelli che non sono fedeli, e “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni” (Mt 5,45). Abbiamo ricevuto la vita gratis, non abbiamo pagato per essa. Dunque tutti possiamo dare senza aspettare qualcosa. È quello che Gesù diceva ai suoi discepoli: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Ed è il senso di una vita compiuta.
14.
Guarda oltre il buio. Sforzati di avere occhi luminosi anche dentro le tenebre, non smettere di cercare la luce in mezzo alle oscurità che tante volte portiamo nel cuore e vediamo attorno a noi. Alzare lo sguardo da terra, verso l’alto, non per fuggire, ma per vincere la tentazione di rimanere steso sui pavimenti delle nostre paure. Questo è il pericolo: che siano le nostre paure a reggerci. Di rimanere rinchiusi nei nostri pensieri a piangerci addosso. Questo è l’invito: alza lo sguardo!
15.
Ricorda che sei destinato al meglio. Dio vuole per noi il meglio: ci vuole felici. Non si pone limiti e non ci chiede interessi. Nel segno di Gesù non c’è spazio per secondi fini, per pretese. La gioia che ci lascia nel cuore è gioia piena e disinteressata. Non è mai una gioia annacquata, ed è una gioia che ci rinnova.
Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO di Marilena Marino
Nel libro del Profeta Ezechiele troviamo descritta la vocazione del profeta:
“annunciare la parola del Signore agli altri, ascoltino o non ascoltino”.
“Figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli: apri la bocca e mangia ciò che ti do …. Io guardai, ed ecco una mano tesa verso di me teneva un rotolo… …..mi disse: Figlio dell’uomo mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va e parla alla casa d’Israele …… Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo … io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele” (Ezechiele 2,8-9; 3,1-3).
Il libro che viene ingoiato è una allegoria potente per dire che la vocazione del profeta deve cibarsi della Parola Divina; deve essere digerita e trasformata nella stessa carne di Ezechiele.
Anche le espressioni di “dolce” e “amaro” sono espressioni che si riallacciano alla Salvezza e al Giudizio che la stessa Parola e l’opera Divina fanno sperimentare.
Troviamo questo in un passo dell’Apocalisse capitolo 10,10:
“Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza”.
“Prendete un albero buono anche il suo frutto sarà buono. Prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae fuori cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive. Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Matteo 12,33-37).
Se la nostra bocca si è cibata della parola di Dio ne usciranno solo parole piene di virtù e benedizione; perché è il cuore che suggerisce alla bocca quello che ha assimilato mentre da un cuore di pietra arido e malnutrito usciranno solo parole piene di rabbia, ricolme di risentimento, parole deluse e deprimenti che suggeriscono la distruzione dell’essere.
Il Signore ci ha dato questa strada di ascoltare e ingerire la sua Parola in modo che il nostro cuore di pietra si trasformi in carne viva; da questo cuore usciranno quindi solo parole edificanti ripiene della grazia di Dio e all’esterno tutti riconosceranno in base al nostro parlare se il nostro spirito interiore è in sintonia con quello Divino o con quello diabolico.
L’apostolo Paolo sottolinea quanto sia determinante il nostro modo di parlare nel rivelare cosa c’è nel nostro cuore.
In Matteo 15,10-11:
“Poi, riunita la folla, disse loro: Ascoltate e comprendete bene! Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l’uomo!”.
Queste poche righe sono illuminanti per capire una cosa fondamentale e cioè che è dal cuore che escono i pensieri malvagi che contagiano tutto l’essere umano. Ma se ci accorgiamo di avere questa malattia infettiva dobbiamo provvedere alla sua cura spirituale con il farmaco della attenzione alle parole che pronunciamo.
Il cristianesimo è uno stile nuovo di vita da vivere ogni giorno e ogni attimo seguendo la volontà di Dio che ci ha suggerito con la sua Parola. Spesso parliamo, parliamo, parliamo… senza considerare per niente che le parole che escono dalla nostra bocca, forse potrebbero avere conseguenze negative per la nostra vita e per quella di chi ci sta intorno.
Ora vediamo anche in Isaia capitolo 35,3-7:
“Irrobustite le mani fiacche,
rendete salde le ginocchia vacillanti.
Dite agli smarriti di cuore:
Coraggio, non temete!
Ecco il vostro Dio,
giunge la vendetta,
la ricompensa divina.
Egli viene a salvarvi.
Allora si apriranno gli occhi dei ciechi
e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo,
griderà di gioia la lingua del muto,
perché scaturiranno acque nel deserto,
scorreranno torrenti nella steppa.
La terra bruciata diventerà una palude,
il suolo riarso sorgenti d’acqua.
I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli
diventeranno canneti e giuncaie”.
In questi versi sono preannunciati i miracoli di Gesù che è disceso e si è “incarnato” per salvare l’uomo dalle sue infermità che guarda caso colpiscono soprattutto i propri “sensi”.
Gesù riscatta l’uomo e lo riabilita in tutte le sue funzioni compromesse.
In questa allegoria di felicità c’è l’esplosione dell’acqua che attraverso Gesù da strumento pericoloso di morte viene riscattata come bagno battesimale di purificazione e di Vita, il fiume zampillante di vita della parola di Dio proclamata.
E così arriva la guarigione di tutti i sensi menomati dell’uomo.
I ciechi riacquistano la vista e con occhi nuovi scoprono la nuova dimensione dell’amore. Ai sordi sono riaperte le orecchie per ascoltare una nuova musica spirituale. Gli zoppi ora riprendono le funzioni del proprio corpo e saltano più di prima come dei cervi sulle asperità delle rocce con il controllo pieno anche della vista e dell’udito.
Infine anche la lingua del muto ritorna a gridare la gioia; la bocca ritorna ad esprimersi nella lode e nella felicità dopo aver udito ed ascoltato la Parola del suo Creatore.
In Marco capitolo 7,31-37 vediamo come la Parola contiene anche la potenza dei gesti; Gesù compiendo il miracolo accompagna l’azione con la voce:
“Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!»”.
Vediamo in questo testo che l’orecchio del sordomuto si apre, e riesce ad ascoltare di nuovo, ma anche la sua lingua comincia come resuscitata a proclamare la Parola, ora può cantare la lode a Dio.
Ma questo miracolo avviene per il soffio di Gesù, attraverso la bocca di Gesù che alita lo Spirito Santo che realizza cose straordinarie.
La grandezza della parola di Dio elargisce doni e potere a chi la pronuncia, e anche a chi l’accoglie; la manifestazione della Parola è accompagnata da segni concreti, fisici.
Il sordomuto viene preso in disparte da Gesù, che mette le sue dita negli orecchi e tocca la lingua del sordomuto con la sua saliva, una saliva che rappresenta la concretezza e la capacità di guarigione di qualcosa che esce dalla bocca di Gesù.
L’energia della Parola si sprigiona attraverso il Figlio, con l’intervento dello Spirito Santo arriva ad operare il miracolo: l’udito si spalanca, la lingua si scioglie, il sordomuto ora parla correttamente, la Parola fa la lode di Dio.
Dio opera, e fa qualcosa di impossibile per l’uomo, rigenera tutti i sensi di quell’uomo “paralizzato” che non aveva più le sue funzioni che non poteva comunicare con i suoi simili, che non riusciva nemmeno a pregare Dio o a lodarlo.
L’ascolto della Parola pronunciata da Gesù con la potenza dello Spirito Santo, genera la Fede; e in chi la accoglie e l’ascolta dona un radicale cambiamento di vita che coinvolge tutta la persona.
Il termine “Effatà” significa “Apriti”, ha il potere di spalancare le porte del cuore perché è la conferma autentica che Gesù viene a liberare, a sciogliere i gioghi, a renderci capaci di vivere pienamente la relazione con Dio e con gli altri.
Effatà, apriti, riassume tutta la missione di Gesù che viene del mondo e si fa uomo perché lo stesso uomo, smarrendo la strada a causa della separazione col Padre, diventi capace di ascoltare la sua voce, la voce dell’amore che parla al suo cuore, e impari di nuovo a gustare le meraviglie di una nuova attitudine comunicativa con Dio e gli altri esseri umani.
Il rito dell’Effatà è stato inserito nel rito del battesimo, per spiegare il suo profondo significato: infatti si parla di una rinascita, di una nuova creatura che si rigenera, di seppellire l’uomo “vecchio” nell’immersione rinnovatrice dell’acqua che prepara cose nuove.
Il sacerdote pronuncia… “Effatà”, toccando la bocca e le orecchie del neo battezzato, affinché la parola di Dio possa essere ascoltata e la Fede possa essere professata.
Mediante il rito del battesimo, la persona inizia a respirare lo Spirito Santo, quello che Gesù aveva invocato dal Padre con un profondo respiro per guarire il sordomuto e che continua a invocare per ciascuno di noi quando ci allontaniamo dal respiro vivificante di Dio o ci allontaniamo nello stesso modo da qualsiasi fratello o sorella.
La cecità “interiore” impedisce ai nostri sensi di manifestare la piena potenza di Gesù. C’è bisogno allora di risvegliare questa sensorialità, desiderando di essere riempiti sempre di quell’acqua e di quel soffio rigenerante dello Spirito Santo capace di dare vita ai carismi di ogni battezzato.
Per essere annunciatori della parola di Dio bisogna essere coscienti che ci è affidata una grande responsabilità, quella di seminare il regno di Dio in mezzo agli uomini e aiutare e sostenere la fede di chi ascolta il lieto annunzio; non è solamente una crescita rivolta ai nostri bisogni personali.
Dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi (1 Cor 12, 12-30)
“Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.
E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Se il piede dicesse: Poiché non sono mano, non appartengo al corpo, non per questo non farebbe parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo, non per questo non farebbe parte del corpo.
Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: Non ho bisogno di te; oppure la testa ai piedi: Non ho bisogno di voi.
Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno.
Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre.
Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui.
Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue.
Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?”
"Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore.
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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino.
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«Perché la donna dà cura e vita al mondo: è via verso la pace». Lo ha affermato il Papa ricevendo in udienza i partecipanti alla Conferenza “Women Building a Culture of Encounter Interreligiously”
«La pace va ricercata coinvolgendo maggiormente la donna. Perché la donna dà cura e vita al mondo: è via verso la pace». Lo ha affermato papa Francesco ricevendo in udienza i partecipanti alla Conferenza Internazionale “Women Building a Culture of Encounter Interreligiously”, promossa dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso in collaborazione con l’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche (Umofc), che si svolge fino a domani presso la Pontificia Università Urbaniana.
Il Pontefice si è congratulato per l’iniziativa. «Non è un evento comune che i fedeli di dodici religioni di tutto il mondo si riuniscano e discutano su questioni importanti riguardanti l’incontro e il dialogo per promuovere la pace e la comprensione nel nostro mondo ferito. E dal momento che il vostro Convegno è dedicato all’ascolto delle esperienze e delle prospettive delle donne, esso è ancora più significativo», ha sottolineato Francesco. «Vi sono grato – ha concluso – per l’impegno e gli sforzi che compite per promuovere la dignità delle donne e in particolare delle ragazze».
Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO di Marilena Marino
פּ
“Peh” o “Pei” è la diciassettesima lettera dell’alfabeto ebraico e quello fenicio e corrisponde alla “p” latina, e altre corrispondenze con l’alfabeto greco e cirillico.
La sua forma è una bocca aperta con un dente in alto.
Il simbolo rappresenta una bocca e significa trasmissione orale, rivelazione.
La Cabala, che va intesa come la Dottrina ebraica diretta all’interpretazione simbolica del senso intimo e segreto della Bibbia, come è stato trasmesso per tradizione, attribuisce a questa lettera il valore numerico di 80, e cioè gli anni che aveva Mosè quando guidò Israele fuori dall’Egitto e quando ricevette la Torah.
Altri significati che gli vengono dati sono il valore di 17 che è il valore numerico della parola ebraica “tov” che significa “buono”.
E anche il valore derivato dall’unione delle due lettere “ayin” e “peh” che hanno per significato l’unione del contatto degli occhi e, cioè, della Torah scritta, e della bocca della Torah orale, rappresentando così una forma esplicita del “contatto” e della “comunicazione”.
Per quanto riguarda la forma, l’ideogramma primitivo disegna una bocca a labbra chiuse. L’ebraico arcaico pone il segno in corsivo, nel greco arcaico viene stilizzato. Nel greco moderno è il “Phi” che corrisponde alla “P” latina.
Questo Segno grafico rappresenta la bellezza fisica della bocca, della voce, del volto, delle espressioni, della parola e anche della persuasione.
La forma della “Peh” convoglia l’idea di una bocca aperta con in mezzo un dente appeso alla mandibola superiore; al negativo è la bocca del malvagio simboleggiato per il popolo ebraico dal faraone che li aveva ridotti in schiavitù.
Il termine faraone si scrive in ebraico “Peh-Resh-Ayn-He”.
Le lettere “Peh” e “Resh” insieme, indicano simbolicamente una bocca cattiva e ciò si riferiva al suo utilizzo da parte degli egizi; in senso generico può essere riferito all’utilizzo della parola come mezzo di manipolazione fino al pettegolezzo, alla maldicenza, al ferire e offendere verbalmente.
Ricordiamo che con le parole si forma il mondo e che la parola è un mezzo potente di persuasione; ricordiamo nel libro di Ester come la regina riesce a “persuadere” con bellezza, gentilezza e umiltà, il Re Assuero riconvertendo l’editto di morte per gli Ebrei in un editto di Vittoria.
La lettera “bet”, che inizia la Torah, ha tre lati. Il quarto lato è mancante e significa che il mondo non è completo.
L’ebreo, però, ha la capacità di completare la creazione di Dio, per andare oltre quello che crede possibile e così rendere il mondo concluso. E questo l’ebreo lo realizza “ampliando le bocche”. Usando le bocche per lodare Dio, imparare la Torah, pregare e comunicare messaggi positivi ad altri, al fine di completare il mondo.
L’ebreo si impegna a portare a compimento il senso di essere in questo mondo, trasformando la natura e rendendo il mondo un posto migliore in cui vivere.
Per ogni ebreo la parola ha un enorme potere.
Con parole di lode si può innalzare una persona a grandi altezze e con un pò di chiacchiere maligne si può distruggere la reputazione di una persona.
Ognuno ha la capacità di comunicare e ispirare gli altri. Non può esonerarsi dalla responsabilità di prestare attenzione alle parole con cui si esprime.
Nella parola “Peh” troviamo anche il significato della Pasqua.
Un insegnamento del rabbino Levi Yitzchak di Berditchev spiega il significato della festa della Pasqua (Pesach). “Pesach” significa letteralmente peh – sach, che significa: “la bocca aperta (peh) che parla (sach)”.
Così è chiaro come nella Pasqua la bocca parla delle meraviglie e dei miracoli che Dio compie nella storia del popolo ebreo come una liberazione.
Pesach rappresenta l’antitesi del faraone, che, è “pehra”, una “cattiva bocca”. Perché il faraone era qualcuno che negava la provvidenza di Dio.
Le nostre bocche non ci furono date per diffamare o denigrare altri, ma per parlare della grandezza e delle meraviglie di Dio.
Dio ha detto, “Sia luce!” e così fu. “Sia cielo!” e così fu. “Faremo l’uomo!” e così fu. Poi ha soffiato nelle narici di Adam il respiro della vita, trasformandolo in “un’anima parlante”. Anima composta di parole, per dare un nome ad ogni creatura.
Così le parole creano il mondo.
Il contatto a livello degli occhi, è il segreto della Torah Scritta.
Nella lettura della Torah nel servizio della sinagoga, il Lettore deve “vedere ogni lettera” del rotolo della Torah.
Il contatto a livello della bocca è il segreto della Torah Orale.
Si dice: “il cuore del sapiente informa la sua bocca”.
Il potere del “peh”, la bocca, è dunque esprimere la grazia della Torah Orale.
“Peh” ci chiama a parlare dal cuore.
Così la “Peh” può diventare la “bocca buona” pronta a comunicare gli insegnamenti ricevuti, piuttosto che criticare:
“Le parole della bocca del saggio procurano benevolenza”(Qoèlet 10,12).
Al positivo la “Peh” è la capacità di esprimersi verbalmente, fatto che distingue la specie umana dalle altre specie.
I denti della bocca sono simbolo di sapienza, in quanto hanno la facoltà di digerire il cibo, dunque, di assimilare le proprie esperienze di vita: la bocca spirituale dell’individuo viene aperta per dare o ricevere il cibo emotivo.
La bocca per mezzo dei denti è il luogo dove sentiamo sicurezza e autorità oppure paura e insicurezza.
I denti non sono presenti alla nascita, così la sapienza è un dono che si acquisisce con l’esperienza, e ancora, i primi denti cadono, segno che esiste una conoscenza imperfetta dalla quale occorre liberarsi per acquisire una conoscenza superiore.
Il dente della “Peh” si trova in alto, e rappresenta la rivelazione del pensiero di Dio direttamente nella bocca, attraverso la facoltà di parlare dell’uomo, la bocca è l’organo del corpo umano preposto alla rivelazione del pensiero e dello spirito (ruach).
La “Peh” rappresenta la bocca di Dio che parlava direttamente a Mosè bocca a bocca, secondo il segreto del versetto del Cantico:
“mi baci coi baci della sua bocca”(Cantico dei Cantici cap. 1,2).
“Peh” rappresenta il rivelarsi della divinità presente in ciascuno, il grido di vittoria di chi, come Cristo, apre la porta del sepolcro. Tutte le parole che hanno il “peh” finale partecipano di questa vittoria e strutturano il cammino per la nostra liberazione.
Altri significati contenuti nella parola “Peh”, sono “Poh” (Peh-He), che significa “bocca”, o anche “qui”; riguardano la rivelazione Divina, nel senso che Dio può essere percepito nella sua dimensione trascendente: il Dio che sta lassù.
Se rivolgiamo la nostra attenzione cercando profondamente all’interno di noi stessi, troviamo ugualmente Dio ma nel suo aspetto concreto, cioè del Dio che è qui.
La Trasmissione orale della Torah
La bocca è legata con la Torah orale; infatti viene chiamata: “Torah she ba’al peh”, che tradotta significa: “la Torah che è la maestra della bocca”.
Vuol dire che la Torah si comunica con la bocca, quindi ha bisogno di essere parlata per diffondersi, viene fatta presente proclamandola, quindi è una tradizione orale.
Per comprendere il significato della tradizione orale della Torah è bene sapere che il testo ebraico originale è privo di vocali, quindi queste vengono aggiunte al momento della lettura, e spesso, chi legge, mette vocali diverse ad ogni parola così che ogni parola della Torah acquista molteplici significati in base alla vocalizzazione delle consonanti.
Perciò la Torah non è da considerarsi come un testo fisso ma si presta a numerose interpretazioni. La Torah ha 70 volti, per questo motivo il re Tolomeo d’Egitto ordinò a 70 anziani del Sinedrio la traduzione in greco della Torah, ma si tramanda che ci furono tre giorni di oscurità nel mondo perché queste 70 versioni avrebbero limitato il ricchissimo insegnamento contenuto nei rotoli della Torah.
L’interpretazione della Torah è personale, individuale. Dio parla ad ognuno di noi singolarmente attraverso la Torah; ogni persona può confrontarsi, interrogando la Torah in un modo personale e questo approccio può essere diverso ogni volta che viene consultata.
La lettura diventa un approfondimento pieno di sapienza personale, scrutando fra le misteriose parole che vanno ricreate individualmente alla ricerca del mistero che vogliono suggerire; in questo modo, la lettura diventa una forma di meditazione personale e che trasformandosi ogni volta mette in comunicazione con lo spirito Divino.
Questo metodo simboleggia l’attrazione di questi due poli che non sono in contrasto ma hanno stipulato una “alleanza” dove per prima Dio cerca l’uomo, ma nello stesso tempo l’uomo è spinto interiormente a ricercare il suo Dio.
Secondo la tradizione orale, ogni credente deve dare il suo contributo alla rivelazione di ogni significato biblico con la propria personale esperienza materiale e spirituale.
Scegliendo a seconda del proprio stato e del proprio bagaglio spirituale le vocali, la punteggiatura, la lettura della Bibbia ebraica diviene dipendente dal singolo individuo e dalle sue scelte di lettura, di interpretazione.
In questo caso l’individuo dipende dalla parola Divina, esattamente come la parola Divina dipende dall’individuo.
Dio dipende dall’uomo e dal suo stato psicologico.
La lettura e l’interpretazione della Bibbia ebraica dipende dallo stato di ogni parola, per cui anche il rapporto con il Divino è fortemente soggettivo, il Divino si modifica in base all’individuo, anche se le scritture rimangono le stesse.
L’alleanza tra la parola Divina nella tradizione orale permette di evitare la percezione di Dio come una vera realtà statica sostanzialmente estranea all’uomo.
La lettera “ape” è in analogia sia con la parola che con il verbo, dunque con le parole che si pronunciano ed esprimono in tal modo i pensieri ed i sentimenti, dal momento che l’essere umano è dotato di parola.
Il termine “parola” deriva dal latino “parabola” che designa la facoltà di esprimersi con un linguaggio parlato e ha sostituito il termine verbum, la cui origine sembra essere indoeuropea e il cui significato è “voto, augurio”.
Quindi la parola intesa sia in senso proprio che figurato, risulta essere un vuoto, un desiderio, una speranza dotata di una volontà ed è questo che la bocca simboleggiata da “Peh” esprime.
Questa espressione è quella dell’anima il cui scopo, o funzione, la sua ragion d’essere, è quello di congiungere il corpo alla psiche, la materia allo Spirito.
Secondo la tradizione ebraica a 80 anni si riceve una forza, particolare che è quella del pieno controllo sulla propria “natura animale”. Mosè quando guidò Israele fuori dall’Egitto e quando ricevette la Torah, aveva circa 80 anni ed era balbuziente, ma egli ricevette il pieno controllo della sua espressione verbale.
Nella parola “Peh” in ebraico troviamo la delicatissima “p” di fiore, di farfalla, di viso.
Secondo la tradizione, esistono 72 volti di Dio, ma 72 sono anche i nostri volti.
Compito dell’uomo è conoscere e riconoscere queste diverse “espressioni” sia di Dio che dello stesso uomo e comprendere come utilizzare le espressioni caratteristiche di ciascuno di loro.
Questa ricerca porta a conoscere in profondità se stessi e integrare ogni aspetto di queste componenti in una unica personalità che con sapienza riesce ad esprimerli armoniosamente.
Nella parola “bocca” esiste anche la definizione di “fendente della spada”, “lama a doppio taglio” che non è altro che la Parola Divina; questa spada è una sola, ma le sue lame sono doppie e possono uccidere o vivificare.
Esiste anche in questa parola la definizione di apertura, rivelazione, mutazione, capacità di apertura, di aprirsi agli influssi trascendenti per saper poi spiegare agli altri gli insegnamenti ricevuti.
Ora il “Peccato” diventa come qualcosa che scavalca un recinto preciso, una trasgressione consapevole che va in opposizione al procedere normale del suo divenire dentro le strutture della creazione che seguono leggi precise, pensate per amore, creative e liberanti.
Quando l’uomo le trasgredisce obbedendo ad una “bocca astuta”, queste stesse leggi si rivoltano contro di lui portandolo alla distruzione.
Chi si aggancia al progetto di Dio passando dalla Fede non è più un trasgressore della legge. Infatti la scrittura dice che:
“Le parole della bocca del saggio sono sempre in armonia”.
La “Peh” suggerisce l’idea di una bocca aperta, con la lingua in mezzo che fa da barriera: questo serve per mettere in guardia dal pericolo del pettegolezzo che va superato, se si ha a cuore la propria crescita spirituale.
La “Peh” deve diventare “la bocca buona”, che sa dire solo parole di sapienza, di apprezzamento e di lode, invece di denigrare; la “bocca buona” piuttosto di criticare resta chiusa.
I denti della bocca sono simbolo di sapienza: 32 sono i Sentieri della Sapienza, che è la capacità di interpretare la realtà di comprenderla nel progetto di Dio, così come i denti rendono assimilabile il cibo.
“Peh”, ancora, come nome, significa “bocca”, in accordo con la sua forma, è l’organo che fa fuoriuscire il pensiero e la sapienza dello Spirito.
È la “bocca interiore” dell’individuo che è aperta per dare o ricevere il cibo emozionale e spirituale; è il luogo dove sentiamo o diamo sicurezza, autorità, oppure diamo e sentiamo paura, e significa anche “qui”, “poh” che contiene la forza di vivere focalizzati sul presente, senza proiettarsi in fantasie passate o future.
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Ancora una volta è il 2 giugno, la tua festa. E tutti ricordiamo quei 12 milioni di voti che appunto quel giorno, nel 1946, fecero da levatrice alla tua nascita. E’ un peccato che sia così difficile trasmettere ai più giovani il senso di euforia di certe ore, la sensazione di un mondo nuovo ormai alle porte. Finito il fascismo, finita la guerra, finita la monarchia. Partita la democrazia, partita la rinascita. Oggi è invece possibile che un ragazzo ci chieda: scusa, ma che avete da festeggiare? E in effetti noi, la generazione dei padri, cioè la seconda generazione di italiani repubblicani, potremmo onestamente ammettere che, almeno in apparenza, c’è poco da festeggiare. Siamo stati, al contrario di quella dei nostri genitori, la generazione dei grandi dissipatori. Certo, il pensiero corre istintivo a quel po’ di benessere che abbiamo bruciato nella corsa al debito, al consumo non più sostenibile, al privilegio senza misura. Ma soprattutto abbiamo dissipato quel senso di appartenenza e di unità nella nazione che ai nostri padri quasi pareva nulla di speciale, tanto era per loro forte e naturale.
Cara Repubblica, quanto male ci fa vederti atomizzata dalle faide di partito, quelle in cui l’interesse di fazione ha sempre e comunque precedenza sul bene collettivo. Seguire le battaglie delle corporazioni, che certo i 12 milioni di votanti che ti scelsero pensavano morte con il fascismo, che dilaniano le tue fragili strutture nella perenne ricerca di un vantaggio anche fuori dalle logiche più sane del mercato. Per non parlare di quei milioni di tuoi figli, cittadini come gli altri ma ormai trasferiti in una “seconda serie” fatta di disoccupazione, precarietà, futuro negato, magari costretti a farsi adottare all’estero, da Stati solo più organizzati e coerenti di quanto noi abbiamo saputo fare con te. Noi meno giovani stentiamo a riconoscerti. Loro, i più giovani, ti osservano e non ti capiscono. Non sanno che non sei sempre stata così e forse nemmeno gli importa. Vorremmo far loro capire che ti abbiamo amata tanto senza saperti amare. E che senza di te rischiamo di non avere un volto che ci accomuna tutti, che ci ricorda chi siamo e perché, giorno dopo giorno, facciamo certe cose che ci tengono insieme. Ma diventa ogni giorno più complicato.
Perdonaci, Repubblica, se facciamo fatica anche a festeggiare.
Fulvio Scaglione, Vicedirettore di Famiglia Cristiana
Accade da dieci anni in qua. Il 2 giugno, chiamato dalla Rai, commento in diretta tv la rivista organizzata a Roma ai Fori Imperiali. Notizie e riflessioni tecniche, come ci si attende da un militare come me. Non entro nei dettagli nè affronto le polemiche che anche quest’anno sono arrivate puntuali. Rimando all’autorevole presa di posizione del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale ha escluso che questo evento possa essere letto come «una prova muscolare». Osservo, come altri hanno già fatto, che quella del 2013 è una parata drasticamente ridotta nei costi e nella formula. Per dire: niente fanfare e niente Frecce tricolori. Un dovere, quello del risparmio, in un’epoca di crisi come quella che ci sta duramente provando. Una tendenza, per altro, già evidente negli ultimi anni: se nel 2011 sfilarono circa 5 mila tra militari e civili e la parata costò 4,4 milioni di euro, nel 2012 le persone impegnate furono soltanto 2.500 e la spesa risultò inferiore ai due milioni di euro.
Mi preme piuttosto ragionare sul senso autentico della rivista. Che è l’omaggio allo Stato, alla casa comune che tutti abitiamo. Il 2 giugno sta all’Italia come il 4 luglio sta agli Stati Uniti (quel giorno, nel 1776, fu firmata la Dichiarazione d’indipendenza) o come il 14 luglio sta alla Francia (anniversario della presa della Bastiglia, nel 1789). Ogni Paese ha il diritto-dovere di ricordare solennemente quando e come è nato. Noi lo facciamo il 2 giugno, appunto. Uscivamo da una dittatura e da una guerra sanguinosa. Quel giorno del 1946 aprì un’epoca nuova, ci accolse tutti in una Patria ritrovata.
Cos’è rimasto di quelle aspettative, di quello spirito, di quell’energia? C’è chi si abbandona allo sconforto e risponde: poco o niente. Non sono di quell’avviso. C’è un’Italia che non arrossisce e non si vergogna perché non ha nulla per cui arrossire o di che vergognarsi. Di quest’Italia fanno parte a buon diritto le Forze armate, 180 mila donne e uomini che non solo proclamano ma vivono quotidianamente valori necessari a cementare una comunità civile degna di questo nome: onestà, rispetto, impegno, abnegazione, solidarietà. Dentro e fuori i confini dello Stato. Non è un caso se sindaci e presidenti di Regione ci chiamano quando capita un terremoto o un’alluvione. Non è un caso se i cittadini invocano la nostra presenza quando l’ordine pubblico è particolarmente a rischio.
E poi le missioni all’estero. Stiamo operando in 27 Paesi all’interno di altrettante operazioni di pace. Siamo partiti con l’avallo del Parlamento, nel quadro di azioni volute dall’Onu, dalla Nato o dall’Europa, in accordo con i nostri alleati. Siamo gente che ha scelto il mestiere della armi partendo da un amore sconfinato per la pace. Assicuriamo una cornice di sicurezza indispensabile per costruire ospedali, scuole, centrali elettriche, acquedotti, ponti e strade. Ovunque nel mondo, le Forze armate sono immagine visibile dell’unità di una Nazione, di ciò che una Nazione è e vuole essere nel mondo. Così anche da noi, in Italia.
La rivista dei Fori imperiali non è l’unico omaggio alla Repubblica, a chi la guida e a chi la rappresenta. Il programma del 2 giugno prevede eventi simili in molte città italiane. C’è qualcosa da festeggiare, ci si chiede? Sì. Al netto di ogni vuota retorica la risposta è sì! C’è un Paese che si sveglia presto la mattina e fa il suo dovere. C’è un Paese che si può guardare allo specchio senza dover abbassare gli occhi. Buon compleanno, Italia.
Massimo Fogari, alpino, Generale di brigata, Capo ufficio pubblica informazione dello Stato Maggiore della Difesa
Rischia, immeritatamente, di finire nel mucchio delle cose dimenticate troppo in fretta. Fra le missioni di pace realizzate dalle nostre Forze armate occupa un posto speciale l’operazione “White Crane”, compiuta dopo il devastante terremoto che colpì Haiti il 12 gennaio 2010. Il Governo italiano decise di mandare sul posto la portaerei Cavour, che allora era stato appena consegnato alla Marina. Preparata e attrezzata in soli quattro giorni, la nave raggiunse Haiti dopo dieci giorni di navigazione, con a bordo 12 mila chili di generi alimentari, 36 mila litri di acqua potabile e 176 tonnellate di medicinali. Nello spazio di quattro mesi l’ospedale di bordo fornì oltre 300 prestazioni mediche. La Cavour rientrò in Italia in aprile.
Tra i tanti militari impegnati nella missione, c’era anche il capitano di fregata Ilio Guarriera, napoletano. Alla vigilia del 2 giugno, lo abbiamo incontrato a bordo della portaerei e gli abbiamo chiesto di raccontarci alcuni momenti della missione ad Haiti. «Il primo impatto dopo il nostro arrivo ad Haiti fu tremendo. Ci trovammo di fronte alla devastazione del terremoto, ma ci rendemmo subito conto che quel territorio era già martoriato da prima, soprattutto a causa della malasanità e della povertà. Era stridente il contrasto fra le due metà dell’isola: la Repubblica Dominicana un paradiso per le vacanze, Haiti invece tutto un altro mondo di miseria e sofferenza. Una delle richieste più pressanti riguardava l’acqua potabile. Ce la chiedevano soprattutto i bambini. la nave portaerei Cavour è attrezzata per ricavare acqua potabile dall’acqua marina e così ne abbiamo trasportati ettolitri a terra, grazie agli elicotteri».
«La popolazione locale in un primo tempo ci guardava con un po’ di diffidenza», prosegue Ilio Guarriera. «Vedere gente in divisa faceva un po’ paura. Ma una volta rotto il ghiaccio il rapporto con le persone è stato magnifico e la loro felicità è stata commovente. Come sempre, in questi casi, abbiamo cercato di dare un mano alla popolazione locale andando anche al di là dei nostri compiti specifici. Così, ad esempio, abbiamo ricostruito un muretto distrutto e ripulito le aule di una scuola. In un magazzino abbiamo trovato abbandonate diverse macchine da cucire. I nostri tecnici di bordo ne hanno riparate alcune e poi hanno insegnato agli haitiani a ripararle da soli. Hanno imparato bene, perché gli haitiani erano davvero avidi di conoscenza. Così ho visto applicato nella pratica il celebre detto, secondo il quale, dopo aver dato un pesce a un affamato, è sempre meglio insegnargli a pescare».
Roberto Zichittella
Non è solo una questione di soldi. La Festa della Repubblica è troppo bella e importante per essere trascinata nel tritacarne della spending review. E’ vero che in tempo di crisi mal si sopportano gli sprechi. Ma questa Festa non può essere trattata come altre feste della Casta. La Festa della Repubblica è la festa di un popolo e di un Paese che, dopo il fascismo, hanno scelto la democrazia e i valori che la sostengono.
Ricordare ogni anno quel giorno (2 giugno 1946) e quella scelta non è solo un esercizio di memoria storica (Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno) ma un modo concreto per riscoprirne il valore e rinnovarne lo spirito. Se oggi guardiamo a questa Festa con grande distacco e scetticismo è perché parole come “Repubblica” e “democrazia” non suscitano più in noi alcuna emozione. E sembrano aver perso ogni significato concreto. Anche per questo abbiamo bisogno di ripensare questa Festa.
Per molti anni il 2 giugno è stato celebrato con una parata militare. E da qualche tempo a questa parte, vista la crisi che tira, si preferisce una “parata low cost”. Ma la Festa della Repubblica non è la festa delle Forze Armate. Al nostro strumento militare, all’Esercito, alla Marina, all’Aeronautica e ai Carabinieri è dedicato il 4 novembre. Qual è, dunque, oggi il modo più giusto per celebrare la Festa della Repubblica? Provo ad avanzare tre proposte.
Prima proposta. La Festa della Repubblica è e deve essere la festa di tutti gli italiani. Va celebrata insieme, senza deleghe e primi della classe. Anzi, deve essere un’occasione per fare spazio anche agli ultimi, quelli che continuano a essere tenuti ai margini della vita delle nostre comunità. Penso anche a tutti quelli che oggi ancor più di ieri sono travolti dalla crisi, dalla perdita del lavoro e della dignità. Una Repubblica che si concentra su di loro e che s’impegna a valorizzare anche l’ultimo dei suoi cittadini è una Repubblica sana, viva, coesa.
Seconda proposta. Il 2 giugno deve essere celebrato all’insegna della Costituzione che ha generato e della riscoperta del significato autentico dei valori che vi sono iscritti. Quel giorno, i sindaci di tutti i Comuni d’Italia, cuore pulsante e bistrattato del paese reale, dovrebbero consegnare personalmente la Costituzione a tutti i giovani diciottenni e a tutti i nuovi italiani a cui riconosciamo finalmente i diritti di cittadinanza. La consegnano e la discutono, per fare in modo che i valori non siamo solo belle parole ma diventino obiettivi concreti della politica e della comunità. Insomma, il 2 giugno deve essere la Festa dei diritti e delle responsabilità di tutti gli italiani.
Terza proposta. La Festa della Repubblica deve essere aperta all’Europa e al mondo. Cominciamo con i nostri vicini, quelli con cui condividiamo la nuova cittadinanza europea e quelli con cui condividiamo il futuro nel Mediterraneo. Chiamiamoli a festeggiare con noi la bellezza del nostro Paese e della nostra Costituzione ma anche la nostra volontà di fronteggiare insieme le grandi sfide del nostro tempo. Senza bisogno di parate militari e di esibizioni muscolari. Con l’umiltà, la dignità e il coraggio di chi sa affrontare anche le sfide più grandi.
PS. Lascio agli amanti delle parate militari e al Fan club degli F-35 il compito di spiegare agli italiani che devono continuare a fare sacrifici mentre loro continueranno a spendere decine di milioni di euro per comprare, mantenere e sbandierare i gioielli delle nostre armate. La Repubblica merita un’altra Festa.
Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace
«Il 2 giugno dovrebbe essere la festa delle forze vive della Repubblica, non quella delle Forze armate. Abbiamo bisogno di recuperare appartenenza, valori, ideali della Repubblica».
A parlare e don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. «Più che mai», continua, «abbiamo bisogno di sentirci parte di questo Paese e di questa democrazia, le cui istituzioni rischiano di essere sempre più lontane dalla gente. Perciò domenica ci ritroveremo a Roma per una festa alternativa, nella quale verrano premiati cittadini che siano espressione della costruzione quotidiana della società».
Pax Christi sottolinea quello che c’è «da non festeggiare»: «La nostra Difesa acquista nuove fregate fa guerra, e 90 cacciabombardieri F35. Questo non lo possiamo accettare», dice ancora don Sacco. «Sosteniamo invece quel gruppo di parlamentari che pochi giorni fa ha presentato una mozione in Parlamento contro l’acquisto dei caccia. Noi lo stiamo dicendo da anni. Mentre altrove si farà la parata militare, noi ricordiamo Papa Giovanni XXIII che morì il 3 giugno e la sua enciclica Pacem in terris, contro la guerra e contro ogni guerra. Ricorderemo i combattimenti in Siria, dimenticati da tutti, e quelli dell’Iraq, che nel solo mese di maggio hanno provocato 800 vittime. Insomma, il 2 giugno dobbiamo celebrare la vita, non la morte».
Don Renato Sacco sottolinea che le Forze Armate hanno la loro ragion d’essere nel fare la guerra: «Occorre evitare confusioni di termini e di ruoli. L’esercito è fatto per combattere, non per costruire la pace. Ora ci vengono a dire che i nostri soldati nelle missioni distribuiscono biscotti. Non è così. Vanno a sparare. I biscotti li possono e li debbono distribuire le organizzazioni umanitarie. Si cerca di far passare il conflitto come qualcosa di normale, o addirittura di positivo, e ci fanno vedere i bambini che salgono sui carri armati, quasi che la guerra fosse una cosa per famiglie e bambini: le armi degli altri fanno solo disastri, le nostre sono belle. Non è così. Come uomini, come cittadini e come credenti diciamo di no a tutto questo».
Anche Massimo Paolicelli, presidente dell’associazione obiettori non violenti, è dello stesso avviso: «Da molti anni chiediamo che la festa della Repubblica non si festeggi con una parata militare, perché non corrisponde né alla lettera né allo spirito della nostra Costituzione. Le Forze armate hanno la loro festa nel 4 novembre».
Le associazioni non violente puntano il dito anche contro i costi della parata: «Nella difficile situazione del nostro Paese – con la disoccupazione al 12,8% e quella giovanile al 41,9% – non si capisce perché spendere 1 milione e mezzo di di euro», aggiunge Paolicelli. «Con quella cifra si manterrebbero 288 giovani in servizio civile per un anno, oppure si potrebbe garantire l’attività di 20 centri antiviolenza».
«Non ci spaventa la parata in quanto tale», aggiunge il presidente dell’associazione obiettori, «ma le ingenti risorse che l’Italia continua a investire nelle armi: 24 miliardi di euro, 5,6 dei quali per i sistemi d’arma come i 90 F35 che in tutto ci costeranno oltre 12 miliardi di euro. Secondo i dati della Nato, il nostro Paese spende l’1,4% del Prodotto interno lordo. Tutto questo mentre per il servizio civile siamo passati da 296 milioni di euro del 2007 ai 76 di quest’anno, per cui i giovani che hanno potuto fare il servizio civile sono passati da 57 mila, nel 2006, a 20 mila nel 2011. L’anno scorso nemmeno uno».