Strumenti per la Consegna: 7 – Il Timbro o Colore

Strumenti per la Consegna: 7 – Il Timbro o Colore

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Uno dei più importanti elementi espressivi della voce è il timbro o detto anche il colore.

È un pò difficile definire il colore perché mentre per gli altri elementi abbiamo dei criteri con quantità più misurabili; per questa componente siamo davanti a qualcosa di imponderabile fisicamente, paragonabile a un’emozione, a un sentimento.

L’effetto che produce la modifica del Timbro è quello del cambio di sonorità o di voce all’interno di una frase in modo che il testo proclamato assume un determinato valore espressivo che forse la punteggiatura non riesce a connotare perfettamente.

Per comprendere meglio il timbro possiamo fare un paragone con le immagini: cioè quando leggiamo in silenzio un testo scritto, gli occhi fanno da porta di ingresso per la Parola alla nostra coscienza umana; come se fosse una fotografia in bianco e nero.

Leggere ad alta voce la Parola aggiunge una dimensione che anche le orecchie ricevono, quindi è come se questa foto unidimensionale, ferma e silenziosa si trasformasse in un filmato in bianco e nero ma con l’aggiunta del sonoro.

Quando questa Parola viene letta è proclamata con il timbro e il colore giusto associato alla voce molte altre “dimensioni” comunicative si aggiungono alle immagini e all’audio e il tutto diventa come un “film a colori” multidimensionale che ha una capacità maggiore di trasmettere emozioni e sentimenti profondi.

Il lettore che legge la parola di Dio deve impegnarsi a dare colore, ad interpretare la lettura: l’importante è farlo nel modo giusto, cioè con estremo senso della misura. Non si può leggere in modo piatto, come se non c’interessasse ciò che presentiamo, al contrario, dobbiamo mettere tutto il nostro slancio, il nostro entusiasmo, la nostra gioia di annunciatori della Parola. Ma non si deve nemmeno eccedere nel colore, nell’interpretazione forzata, per il solo timore d’essere monotoni o per voler dare un taglio troppo personale.

Il colore dev’essere calibrato in funzione del tipo di lettura, dell’Assemblea che abbiamo di fronte, e altre variabili particolari.

È importante aiutarsi ed immedesimarsi cercando d’immaginare, sia prima sia durante la lettura, la scena che viene descritta nel brano che stiamo leggendo.


Un timbro ed una interpretazione diversa vanno date invece nell’omelia, o nelle iniziali o finali parole di saluto, nelle monizioni e nelle introduzioni; cioè nei momenti dove ci esprimiamo con pensieri e parole nostre personali allora è necessario usare una formula interpretativa più individuale, allo scopo di rendere i nostri interventi più convincenti ed ascoltati.

Se il Lettore usa in modo appropriato il Timbro questo può imprimere alla Parola alcune di queste caratteristiche positive:

Connotare un’atmosfera dove il messaggio può essere trasmesso in modo efficace.

Intrattiene l’ascoltatore coinvolgendolo in modo costruttivo spiritualmente.

Esprimere sentimenti, emozioni e stati d’animo per trasmettere l’essenza spirituale della Parola.

È quindi uno strumento efficace per convertire la “lettera” in pensieri spirituali e in “lettere Vive”.

Il timbro quindi si può paragonare a un “sentimento”; cioè la voce riflette e trasmette a chi ascolta “l’immagine sonora” di uno stato d’animo. È la particolare modulazione con cui noi articoliamo la voce per pronunciare frasi o parole.

La tonalità della nostra voce è una qualità unica specifica di ogni voce, ma questa ha la capacità di trasmettere la natura soggettiva o spirituale della parola di Dio.

La combinazione di queste coloriture sarà un risultato vocale unico di ciò che il lettore sente o pensa emotivamente di quel testo.

Dare una coloritura a dei testi o discorsi di cui noi stessi siamo gli autori certo risulterà molto più facile, perché è legata intimamente alla nostra personalità emotiva ed intellettuale; ma leggere brani di altri e soprattutto brani sacri e dare un’immagine sonora limpida e comprensibile è un compito ben più complesso.

Nel caso della lettura dei brani sacri coesistono due personalità, quella dello scrittore autore principale e quella del lettore; il risultato ottimale è quello che nessuna delle due personalità venga “mortificata”.

Il lettore dovrà quindi individuare e verificare i punti essenziali del testo sacro, quelli che contengono parole significative di importanza superiore alle altre e cercare di restituire la Parola con una calibrata misura interpretativa, evitando di farlo con ritmi eccessivi, ma puntare ad armonizzare il tutto valorizzando l’idea di base del testo.

Nella comunicazione è bene evitare una lettura sfilacciata, noiosa, fredda che fa notare il disinteresse del lettore, un tono di voce piatto monotono o cantilenante fa sicuramente distrarre chi ascolta fino ad annoiarlo. Ma anche evitare una lettura “cantante”, cioè ricca d’inflessioni non necessarie, con un Timbro innaturale o con cadenze sempre uguali, un pò falsa, forzata. Allo stesso modo evitare una lettura enfatica, cioè piena di “troppo” calore, che diventa enfasi scolastica, cioè esprime solo freddo convenzionalismo.

Quindi per connotare e mettere in risalto certi stati d’animo o i sentimenti che la parola di Dio vuole esprimere bisogna cambiare con un dosaggio misurato il timbro o il colore della voce: un argomento “triste” richiederà un tono più basso, un argomento “esaltante” al contrario un tono più brillante e gioioso.

Santa Monica

Il Timbro o colore è uno degli strumenti più complessi ma anche più difficili da controllare. Quindi per questa missione non bisogna ricercare forzatamente un colore, un timbro esagerato; ma il lettore esperto ed educato saprà dosare la sua interpretazione senza che il troppo zelo personale tenda a sporcare e complicare la comunicazione invece di renderla più limpida e diretta.

Il metro sarà il gusto, la sensibilità, il senso estetico, che guideranno il lettore alla ricerca del giusto equilibrio dei chiaroscuri e delle inflessioni vocali di cui il testo avrà bisogno.

Il potere di questa missione potrebbe anche spaventarci in quanto ci avvicina alle emozioni che gli scrittori della parola devono aver provato mentre fissavano su carta le ispirazioni di Dio.

Ma quando riusciamo a “sentire” l’emozione che hanno avuto questi scrittori della Parola, dovremmo sentirci onorati e persino obbligati ad imprimere il nostro contributo vocale ed esprimerlo nella nostra lettura.

Immagina le volte in cui Gesù nella Parola, prima di guarire le persone, provava qualcosa di particolare che viene descritto così… “aveva compassione di loro”; questa descrizione ci fa immaginare come doveva essere evidente nel suo modo di parlare e nel suo timbro di voce questa compassione mentre si rivolgeva a loro. Ecco ora, anche tu sei incaricato ed onorato di presentare la parola di Dio all’Assemblea con lo stesso atteggiamento di compassione.

Il tuo timbro di voce attraverso la Parola può evocare sentimenti complessi e profondi che possono essere determinanti per aiutare chi ti ascolta a comprendere in profondità le intenzioni e l’ispirazione di Dio.

Se vogliamo che i nostri ascoltatori sperimentino la conversione dello spirito, il nostro impegno nella lettura deve essere veramente serio e chi ci ascolta deve “sentire” l’ispirazione che pervade la nostra proclamazione e percepire una concreta elevazione spirituale.

Questi sentimenti per essere veramente efficaci devono essere, vissuti e genuini; non possono essere una ipocrita “performance teatrale”. Il servizio del lettore deve partire dal cuore, dal nostro sentimento autentico, vissuto, nel messaggio che stiamo proclamando.

E attenzione a non cadere nel versante opposto quello di paralizzarsi e non usare le proprie capacità interpretative del timbro perché le riteniamo irrispettose, o ci sembra di essere troppo melodrammatici, o che la Parola è così “pia” che meglio leggerla in modo freddo, o che siamo timidi e impacciati, o che non abbiamo mai sentito altri che la leggono in modo così impegnato o peggio ancora perché non capiamo bene quello che la lettura vuole dirci……….. in questi casi forse è meglio che rinunci a svolgere questa missione!

Il timbro o colore può assumere sfumature estremamente diverse.

Esempio di frasi….

da te, proprio non me l’aspettavo…..”

vai via! non voglio più vederti!….”

perché torni a quest’ora? dove sei stato? ….”

non ne posso più!…”

sei una persona molto particolare…..”

Il timbro o colore può connotare le frasi appena elencate con sfumature estremamente diverse.

La stessa parola o le frasi scritte sopra si possono dire in 100 modi diversi se impostiamo originali coloriture timbriche.

Prova, per sperimentare le varie possibilità, a pronunciare qualche frase connotandola con questi “colori”, con questi aggettivi qui sotto riportati:

Neutro dolce allegro incerto meravigliato arrogante disperato affettuoso bonario scherzoso drammatico solenne grave implorante umile minaccioso fiero ironico cordiale amoroso sincero malizioso romantico narrativo indifferente aggressivo violento volgare triste affermativo ansioso conclusivo interrogativo esplicativo sensuale squillante solenne bonario convincente imperioso afflitto lacrimoso iroso stupito arrabbiato angosciato apatico autoritario audace traditore brillante caustico attento compassionevole condiscendente fiducioso confuso oscuro ingannatore ribelle umiliante disperato disapprovante disgustato disprezzante sgomento sbrigativo irrispettoso dubbioso desideroso accattivante energico entusiasta frustrato grato altezzoso esitante impotente speranzoso impaziente incredulo indignato intrigante gioioso leggero razionale soddisfatto supplichevole elogiante meravigliato isterico sconsolato affettuoso scocciato cordiale imbarazzato amareggiato contrariato conciliante rasserenato……………

Ma la lista, come capite, potrebbe continuare aggiungendo anche connotazioni miste, unendo due o tre parole per descrivere nel dettaglio queste infinità di coloriture che possiamo dare ad una stessa frase.

Quindi gli scrittori delle sacre parole, nel modo in cui scrivono, possono suggerirci degli “indizi sul tono”, il colore, del brano ispirato da Dio.

Le frasi della Scrittura a volte cercano di descrivere i personaggi di una storia o particolari situazioni, emozioni, ruoli, comportamenti, temperamenti, motivazioni, personalità, umore e così via.

Il compito del lettore è quello di aiutare ad esprimere questa “colorazione” e trasmetterla a chi ascolta con l’impostazione del proprio timbro di voce nella proclamazione.

Riassumendo la Strategia pratica è :

1 – Capire a fondo il significato del testo

2 – Rileggerlo più volte silenziosamente

3 – Esercitarsi con la voce a trovare la giusta intonazione per esprimere quei sentimenti.

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

Strumenti per la Consegna: 6 – Trova o ritrova la tua Voce!

Strumenti per la Consegna: 6 – Trova o ritrova la tua Voce!

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Arrivati a questo punto consideriamo più nel dettaglio le tecniche, ovvero mi riferisco a tutti quegli strumenti particolari che ogni uomo utilizza per comunicare le proprie idee.

Gesù nella sua missione sulla terra ha usato le modalità semplici umane della parola, utilizzando la propria voce in mezzo alle folle in parabole o, nei momenti più colloquiali, nei dialoghi con gli apostoli.

Queste modalità semplici di Gesù con le parole, con il proprio corpo, con le proprie emozioni sono state lo strumento principale per spingere ogni persona alla conversione e al proprio progresso spirituale.

Ogni lettore dovrebbe quasi intimorirsi considerando che Dio ha predisposto le cose perché: con la bocca, con il corpo, con la mente e il nostro spirito potessimo aiutare altre persone a progredire nel personale cammino spirituale.

Il lettore per le sue comunicazioni utilizza ogni suono che esce dalla propria bocca e anche tutto quello che il proprio corpo comunica e anche quella parte emozionale individuale che l’oratore o il lettore trasmette mentre svolge la sua funzione.

Sottolineo ancora che il lettore non sta facendo uno spettacolo teatrale ma sta svolgendo una missione di un’importanza trascendentale e cioè “serve” la parola di Dio che ha il potere di salvare, che ha il potere di convertire, il potere di guarire lo spirito dell’uomo.

Questa è una missione importante! Il lettore, come dicevamo, fa da intermediario tra Dio e l’uomo; quindi va da sé che la sua responsabilità in questo ministero è alta per cui va messo il massimo impegno per catturare l’attenzione dell’Assemblea e coinvolgerla più possibile nei progetti predisposti da Dio.

Il Cristiano spesso veniva rappresentato nei dipinti come una persona con un orecchio molto grande e aperto: una persona che ascolta! Ma anche se la potenza dello Spirito di Dio potrebbe compiere qualsiasi miracolo su ogni uomo, Dio ha predisposto le cose in questo modo, cioè una modalità di parlare all’uomo attraverso le sue parole scritte nelle Sacre Scrittue ma che quotidianamente hanno bisogno per farsi carne di essere proclamate da un lettore nell’Assemblea.

Un lettore preparato può indurre l’Assemblea ad aprire l’orecchio dell’ascolto e farlo rimanere concentrato sulla Parola destinata alla coscienza di ogni uomo.

Ogni lettore è un esempio di coincidenza dell’umano con il divino se riesce ad avere un benefico effetto sulla condizione umana. Il Lettore deve superare ogni ostacolo e ogni distrazione che l’Assemblea possa avere.

La missione di ogni lettore è catturare la tensione spirituale di ogni persona nel momento liturgico in cui proclama dall’ambone la parola di Dio.

Considerando l’importanza di questa missione è altrettanto importante avere la padronanza degli strumenti espressivi della nostra voce ed essere lettori efficaci altamente qualificati nell’uso di ogni Carisma speciale che Dio ha messo a nostra disposizione.

Potremmo pensare che Dio non ha nessun bisogno di tutti questi sforzi, di tutte queste tecniche che suggeriamo di apprendere in questo libro, per comunicare le sue idee Divine. Certo Dio potrebbe non aver bisogno di niente, di nessuna chiesa, di nessun servizio religioso, di nessun libro, di nessun sermone, o di nessun lettore… ma resta il fatto che Dio dall’inizio ha istituito questa modalità continuando la tradizione degli Ebrei nelle sinagoghe e cioè di servirsi di Lettori umani che trasmettano la sua speranza spirituale ad altri essere umani.

Ogni lettore deve impegnarsi davanti a Dio per fare un uso appropriato completo e professionale di ogni strumento espressivo, di ogni Carisma spirituale e umano in proprio possesso per collaborare in questa missione.

E allora questo non può presentarsi all’ambone pensando che quello che deve fare è “solo” leggere un qualsiasi testo in modo semplicistico.

L’importanza di questo incarico è molto più impegnativa, poiché deve essere in grado di convogliare tutte le emozioni nella sua voce, partecipando anche se in modo impercettibile con il corpo, avere una chiara comprensione del brano e controllare la propria voce per proclamare adeguatamente la Parola.


Questa azione è molto più difficile di quello che può fare un attore di teatro che ha più libertà espressiva e un ventaglio di azioni più individuali. Ma il lettore sta presentando una Parola Divina in un certo senso incarnando una funzione sacramentale per cui deve controllare con sapiente equilibrio ogni singola parola e azione che compie di fronte all’Assemblea.

Per concludere questa introduzione una domanda diretta a te che leggi:

ma tu in che misura e fino a che punto sei disposto a utilizzare e perfezionare tutti gli strumenti per la consegna e la lettura della parola di Dio?”


Dopo questa provocazione imbarazzante la strada che si apre è quella di TROVARE o RITROVARE la tua VOCE.

Sulla base di una corretta respirazione, si tratta di utilizzare al meglio le possibilità del tuo apparato vocale. Una buona voce dev’essere corposa e non debole, sicura e non tremolante, calda ma non acuta e stridente.

Per evitare, voci “ingoiate”, gutturali o nasali, occorre apprendere le funzioni dei nostri risonatori naturali (cavità orale, seni nasali, ecc.).

writing writer notes pen notebook 923882

Per ottenere, una voce veramente personale, ciascuno dovrebbe individuare in quale registro (acuto, medio o grave) essa risuona più naturalmente. Solo attraverso una serie di esercizi specifici si possono ottenere risultati apprezzabili. Per andare più nel concreto possiamo affermare che:

La tua voce naturale e autentica è quella che usi durante

una conversazione normale parlata.

Le persone hanno bisogno di essere se stesse. Cerca di essere la persona che sta gustando un pasto, parlando di qualcosa di semplice in famiglia e godendosi la vita durante una vacanza. Quella voce sarà la più efficace, autentica e convincente.

Ciascuno ha la sua tonalità. Attorno ad essa la voce può variare dal grave all’acuto per esprimere la vasta gamma degli atteggiamenti e dei sentimenti umani. Un lettore idoneo deve esercitarsi su testi diversi per riuscire a trovare la voce che meglio si addice ai singoli brani.

Quindi quando accade che veniamo eletti e nominati per fare il servizio del lettore possiamo già avere un’esperienza strana sentendo la nostra voce amplificata dall’impianto sonoro della chiesa. Alcuni possono percepire come che sia “estranea” da loro stessi la voce che gli ritorna dai diffusori mentre sta leggendo o altri invece si meravigliano di sentire una così bella voce amplificata che stentano a riconoscersi.

Oltre a questo possono aggiungersi altre cause che potrebbero indurti ad “impostare” artificialmente o “teatralmente” o peggio quasi “radiofonicamente” la tua voce! Questo poi suonerà un pò innaturale e falso soprattutto per chi già ti conosce nella vita di tutti i giorni.

Altre cause possono innescarsi: dal fatto di sentirsi semplicemente a disagio nel momento di parlare in pubblico; o avere un timore reverenziale consideriamo che stai leggendo degli strani scritti un pò arcaici e per di più opera di Dio!

Altri motivi per non essere naturali, potrebbero essere il leggere troppo lentamente o velocemente o con voce cupa o poco comprensibile o troppo arrogante o troppo sacra o troppo tranquilla o troppo dolce o senza conferire la adeguata autorità.

E ancora dare troppo ascolto ai consigli degli “specialisti” che ti diranno come non deve o come deve “suonare” la tua voce quando leggi e quindi perdersi nei labirinti dei suggerimenti contrastanti degli amici e conoscenti. E peggio ancora dare troppa corda al proprio ego considerandosi migliori degli altri e anche più ”santi” e degni di tutti!

Il pericolo, per concludere, è che ognuno può immettere una certa parte del proprio modo di essere che disturba e distrae l’ascoltatore e fa sembrare la Voce del Lettore come innaturale, e questo trasmette falsità: perché siamo fuori o lontani dal nostro carattere normale.

In questi modi elencati sopra non saremo dei “testimoni” veri e dei “servitori” della parola di Dio.

Cosa fare?

Ascoltati: come sei al naturale quando parli con i tuoi amici con la tua famiglia o al lavoro. Registrati con un telefono durante le normali conversazioni familiari, senza pensare che ti stai registrando.

Poi registrati mentre proclami una lettura.

Confronta le due registrazioni e analizza le modalità differenti che usi, come usi le pause, il timbro, la velocità, l’intonazione e come esponi ritmicamente le frasi e in che modo riesci a comunicare le emozioni che provi.

Fai sentire le registrazioni a qualche amico sincero che possa aiutarti a rilevare le differenze: se ce ne sono poche stai andando bene; se invece trovi molte diversità devi lavorarci un pò e in questa sezione del libro cercheremo di aiutarti.

Una precisazione, per chi non ha mai fatto l’esperienza di registrare la propria voce e risentirsi. Ti avverto subito, quando ascolti te stesso registrato per la prima volta, odierai la tua voce. Il motivo è che quando parli con qualcuno, senti la tua voce in due modi diversi allo stesso tempo.

La voce esce dalla tua bocca e attraverso l’aria rimbalza sulle pareti e sui mobili e torna nel tuo orecchio. Ma allo stesso tempo, ti ascolti anche internamente. Questo avviene attraverso le ossa e i muscoli del collo, della testa e dell’orecchio. Il suono si conduce e trasmette tra i tuoi organi e viaggia più lentamente del primo. Ha un suono di basso smorzato. Se ti copri le orecchie con le mani e parli, sentirai come è la versione “interna” della tua voce.

Quando combini i due modi, ecco quella è la voce che sei abituato a sentire. Se ti registri e lo riproduci, senti solo la versione “esterna” della tua voce, che suona molto più metallica.

Dopo aver ascoltato il timbro della tua voce, analizza anche se ci sono difetti di pronuncia che il nostro modo di parlare colloquiale lascia passare nelle relazioni sociali; controlla se la grammatica viene sbagliata; se ci sono pesanti inflessioni regionali; e se le nostre parole sono ben scandite oppure qualche sillaba viene “bruciata” soprattutto nelle finali.

Insomma controlla se il tuo modo “naturale” di parlare non si sia impigrito in vizi di pronuncia o in modi colloquiali un pò troppo sregolati. Dobbiamo essere naturali, ma senza essere artificiosi o formali; dobbiamo indossare il ruolo che ci compete con eleganza e sentirci a nostro agio in modo che anche l’Assemblea percepisca questo nostro atteggiamento e si senta a suo agio per assorbire il messaggio della Parola.

Questo incarico è un dono prezioso, stai servendo la parola di Dio, non sono le tue parole quindi non devi AGGIUNGERE nulla e nemmeno TOGLIERE nulla, devi solo “proclamare” con la tua Voce.

Trova la tua vera voce, ma anche quella che stimola la tua passione. La voce che usi ogni giorno (il modo in cui parli, il modo in cui presenti le tue parole, il vocabolario che usi, tutto ciò che fai a un livello normale e colloquiale) ha un valore comunicativo immenso.

Una volta che hai trovato la tua voce, devi ascoltare te stesso.

E tu? Come pensi di essere?

Per svolgere seriamente l’incarico del Lettore, resta comunque un fatto:

che dovrai essere te stesso!

Ma raggiungere una prestazione seria e veritiera, significa ritagliarsi la propria nicchia e attingere a ciò che ti rende unico e ti distingue dagli altri. E oltre a sbloccare le riserve di fiducia, TU STESSO dovrai tenere a bada: delusioni e critiche che possono arrivarti.

Proclamare la Parola significa portare all’Assemblea la tua vera esperienza umana e le sue emozioni. Quindi, per farlo in modo autentico, dovrai attingere alle tue esperienze ed emozioni di vita. Più sarai naturale nella lettura e meno aggiungerai degli elementi personali ed egocentrici nella lettura lasciando così la parola di Dio in primo piano.

L’Assemblea deve essere messa a proprio agio con la nostra lettura, deve sentire che siamo persone naturali genuine e che ispiriamo fiducia, che affrontiamo questo incarico con sapienza e sincerità.

È così che renderai il tuo servizio credibile di fronte a tutti; ti impegni a connetterti con gli esseri umani e le persone a un livello ultra-personale. L’unico modo in cui puoi farlo è cercare la tua verità e convincere chi ascolta della tua coerenza.

È per questo che le tematiche di questo libro possono spesso sembrare una tortura emotiva e una terapia allo stesso tempo: dobbiamo cercare in profondità dentro di noi, a volte in luoghi profondi che vorremmo anche evitare. Quindi non aver paura di andare in queste zone, e di scoprire, imparare e mostrare continuamente chi sei veramente.

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

Strumenti per la Consegna: 5 – Punteggiatura e Prosodia

Strumenti per la Consegna: 5 – Punteggiatura e Prosodia

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Ora facciamo subito un piccolo esercizio per comprendere concretamente l’importanza della Punteggiatura!


Leggi
all’impronta e velocemente questo brano che è stato scritto volutamente senza punteggiatura. (da A.Sommer-Bodengurg, Vampiretto, Salani)

Antonio avrebbe voluto avere a portata di mano la bottiglia di succo di

mele che era in frigorifero ma la strada per raggiungerla era

lunga e passava per il corridoio buio Antonio

odiava il corridoio con la sua lampadina eternamente fulminata e

mai sostituita odiava i cappotti penzolanti dall’attaccapanni simili a mostri

galleggianti aveva raggiunto la cucina finalmente prese

la bottiglia dal frigorifero e tagliò una grossa fetta di torta al formaggio tese

l’orecchio per controllare se per caso nel frattempo non fosse già

cominciato il giallo una voce di donna diceva qualcosa probabilmente annunciava l’inizio

del film Antonio si mise la bottiglia sotto il braccio e partì al galoppo ma

non andò lontano già dal corridoio si rese conto che c’era qualcosa di strano si

fermò e si mise in ascolto la voce non si sentiva più poteva

significare solo una cosa qualcuno era entrato di soppiatto in camera sua e aveva spento il

televisore però i suoi genitori non erano in casa Antonio

sentì il cuore fare un balzo e battere all’impazzata uno strano

pizzicorino gli salì dallo stomaco fino in gola la

finestra della camera era aperta ricordò Antonio

un ladro poteva essere entrato dal balcone trattenne

il fiato e attese non accadde nulla allora

aprì lentamente la porta della sua camera nella

stanza c’era uno strano odore un tanfo di muffa e

di marcio simile a quello di una cantina misto a un sentore di

bruciaticcio che fosse il televisore

Ora rileggi a voce alta lo stesso branoma questa volta troveraila sua punteggiatura originale.

Cercaquindidi rispettareaccuratamentela punteggiatura.

Noterai una enorme differenza con il brano letto senza punti di riferimento e sentirai che il significato del brano diventa ora più chiaro ed espressivo.

 

Antonio avrebbe voluto avere a portata di mano la bottiglia di succo dimele che era in frigorifero,

ma la strada per raggiungerla era lunga e passava per il corridoio buio.

 

Antonio odiava il corridoio, con la sua lampadina eternamente fulminata e mai sostituita!

Odiava i cappotti penzolanti dall’attaccapanni,simili a mostri galleggianti.

 

Aveva raggiunto la cucina, finalmente!

Prese la bottiglia dal frigorifero e tagliò una grossa fetta di torta al formaggio.

Tese l’orecchio per controllare se, per caso, nel frattempo non fosse già cominciato il giallo.

Una voce di donna diceva qualcosa: probabilmente annunciava l’inizio del film.

Antonio si mise la bottiglia sotto il braccio e partì al galoppo.

Ma non andò lontano.

Già dal corridoio si rese conto che c’era qualcosa di strano.

Si fermò e si mise in ascolto.

La voce non si sentiva più.

Poteva significare solo una cosa:

qualcuno era entrato di soppiatto in camera sua e aveva spento il televisore!

Però i suoi genitori non erano in casa.

Antonio sentì il cuore fare un balzo e battere all’impazzata: uno strano pizzicorino gli salì dallo stomaco fino in gola.

La finestra della camera era aperta, ricordò Antonio, un ladro poteva essere entrato dal balcone!

Trattenne il fiato e attese.

 

Non accadde nulla. Allora aprì lentamente la porta della sua camera.

Nella stanza c’era uno strano odore: un tanfo di muffa e di marcio,

simile a quello di una cantina, misto a un sentore di bruciaticcio.

Che fosse il televisore?

Le funzioni della punteggiatura sono quelle di organizzare la costruzione dei periodi fra di loro.

Quando parliamo di punteggiatura subito pensiamo ai segni che troviamo all’interno delle pagine scritte; ma la sua importanza si avverte molto di più quando leggiamo un brano scritto rispettando la punteggiatura.

Ogni brano proclamato nella giusta maniera, interpretando bene la punteggiatura e le pause che questa suggerisce dona al testo una fondamentale chiarezza espressiva.

Leggendo un brano, la punteggiatura ci suggerisce i momenti in cui è bene sospendere la voce o inserire delle pause espressive più o meno lunghe; questa modalità di lettura riuscirà a suggerire una comprensibilità interpretativa degli elementi costitutivi del brano e comunicherà l’organizzazione generale delle varie sezioni del testo trasmettendo all’ascoltatore una limpidezza importante per la comunicazione.

Ad esempio il segno dei “due punti” divide molto bene la frase in due parti separate, la prima come presentazione, o una esposizione del tema, e la seconda chiarifica la narrazione o la soluzione del tema presentato.

In questo punto quindi la voce del Lettore dovrà inserire una pausa per chiarire ancor meglio le due sezioni e magari prima dei due punti un’intonazione di presentazione un pò sospensiva, che richiami l’attenzione e dopo i due punti una intonazione affermativa e di soluzione del tema.

La punteggiatura aiuta anche l’espressività che il Lettore può inserire nel brano. Certo la punteggiatura può suggerire e separare le varie frasi da leggere ma è l’intuito e la creatività del Lettore e la sua personalità che poi dà forma e colore al brano.
La punteggiatura aiuta il lettore ad interpretare bene ogni sezione ed applicare la giusta dose espressiva con la voce al fine di elevare la comunicazione oltre una fredda ed astratta correttezza formale.

La punteggiatura in un certo sento realizza una specie di danza delle parole, una alternanza di slanci e riposo, governato dalla sensibilità emotiva del lettore che riesce in questo modo a ben calibrare il rapporto fra chi parla e chi ascolta, dosando sapientemente, ma anche istintivamente, quelle frazioni di secondo di silenzio tra una parola e l’altra o tra una frase e l’altra, o tra un concetto e il successivo.


Questo uso delle
pause e dei silenzi riesce ad agganciare l’attenzione dell’ascoltatore.

Questi attimi di silenzio e di pausa, se gestiti e distribuiti con abilità e senso della misura, suscitano una istintiva forma di attesa, di curiosità nel seguito del discorso.

La tecnica e l’esperienza nell’usare queste leggere pause è importante; se uno abusa troppo nell’usarle diventa poi la lettura noiosa e innaturale; il ritmo della proclamazione deve fluire in modo efficace e l’uso di queste pause suggerite dalla punteggiatura deve essere usato come un servizio alla Parola.

L’equilibrio come in tutte le cose è importante e se qualcuno ne fa un uso intelligente riuscirà a creare in chi ascolta una attenzione “interessata”, un respiro complice che aiuterà chi ascolta a ricevere in modo lucido tutti i concetti e i messaggi che la Parola cerca di trasmettere.

Quindi… sapienza… nell’usare effetti e coloriture espressive altrimenti l’uso esagerato di queste può ottenere un risultato opposto e cioè confondere chi ascolta e distrarlo dal messaggio “arcano” della parola di Dio.

Ogni brano va studiato, non letto superficialmente, ma scrutato per individuare i punti cruciali del testo e valorizzarli con la propria vocalità.

Ogni intervento espressivo non deve essere frutto di regole da applicare in modo ottuso, ma il modo di esporre deve arrivare come fluido sciolto senza rendere spigolosa la lettura.


Riuscire in questo intento renderà piacevole l’ascolto, predisporrà i cuori delle persone ed evidenzierà la bellezza della Parola e del linguaggio adoperato, per giungere così ad una sapiente ed efficace comunicazione.

Riassumiamo in questa tabella le funzioni di ogni segno di punteggiatura:

,

La virgola indica una pausa molto breve, in certi punti quasi impercettibile, la pausa più breve di un periodo, è un segno di passaggio

;

il punto e virgola suggerisce una pausa media, una sosta nel discorso, una pausa un pò più lunga, serve per staccare pur mantenendo lo stesso concetto

.

il punto fermo indica una pausa forte ,

chiude un periodo ed apre un nuovo concetto

.¬

il punto e a capo indica una pausa lunga ,

chiude una sezione e ne apre una nuova

:

i due punti indicano una pausa media, che serve a introdurre un elenco, una spiegazione

o una conseguenza di quanto detto prima,

una breve pausa sospensiva

!

il punto esclamativo indica una pausa forte ed esprime:

gioia, sorpresa, dolore e così via

?

il punto interrogativo indica una pausa forte ed esprime

richiesta, dubbio, meraviglia…

i puntini di sospensione segnalano una pausa allungata,

perché indicano un’attesa

 

writing writer notes pen notebook 923882

Oggigiorno noi ci avvaliamo di tutta una serie di segni, la punteggiatura, che ci aiutano ad interpretare correttamente un testo. Ma nei testi antichi greci, latini la punteggiatura era quasi inesistente o in forma embrionale. I testi dell’ebraismo avevano soprattutto una tradizione orale e solo qualche segno era presente per distinguere i brani parlati da quelli cantati.

Quindi gli esegeti nei vari secoli successivi attraverso lo studio dei testi sacri hanno sempre più perfezionato le traduzioni e perfezionato sempre di più la punteggiatura in modo che, questi libri antichi, vengano compresi nel migliore dei modi nel nostro tempo contemporaneo.

Quindi la parola di Dio ci è arrivata oggi attraverso diverse traduzioni frutto di centinaia di studiosi che hanno dedicato la loro vita a rendere comprensibile il pensiero Divino con gli strumenti di scrittura che sono più decifrabili per noi oggi.

La scrittura nei testi antichi presentava diverse “problematiche” che solo grandi esperti potevano interpretare, ad esempio l’uso delle maiuscole in punti che potevano suggerire una nuova frase; alcuni pronomi riferiti a Dio ma messi in minuscolo; l’assenza delle virgolette nei dialoghi; virgole e punti e virgola al posto dei punti.

Nei salmi soprattutto le frasi sembravano continuare nel rigo successivo invece che concludersi nel rigo principale; e altre imperfezioni di questo genere.

Questa modalità antica della scrittura presa alla lettera, distruggerebbe sicuramente l’efficacia di una comunicazione chiara e colloquiale contenuta nei “messaggi” che Dio ha immesso nella Parola.

Uno dei compiti della Chiesa attraverso il lavoro di traduzione e interpretazione degli studiosi nelle varie epoche ha perfezionato e reso questi concetti spirituali chiari, leggibili e accessibili per noi oggi.

Nelle varie lingue esistono anche diverse varianti di punteggiatura che sono normalmente in uso nei testi di alcune lingue specifiche; ma questa ormai è diventata una modalità comune di comunicazione anche in altri ambiti come i matematici, i musicisti, i poeti, i fisici, e i cartografi, tutti hanno dei loro simboli particolari per perfezionare la comunicazione nel proprio settore.

In seguito a questo anche io vi suggerisco di adottare una vostra forma di “segni” che possono aiutarvi nella giusta lettura. Inventare una serie di segni che siano di aiuto all’espressione delle idee e della lettura nel modo più chiaro ed efficiente.

Certo ora non vi dico di … “scarabocchiare” i testi sacri con evidenziatori e pennarelli! Ma sicuramente in fase di esercitazione o di studio o di preparazione potete sempre fotocopiare certi brani magari ingrandendoli per la lettura e apporre questi segni-suggerimenti nelle fotocopie da usare in fase di studio; in modo che poi al momento della lettura in pubblico la vostra modalità risulti perfetta.

Questi brani fotocopiati per lo studio potrebbero anche essere raccolti e catalogati in un raccoglitore per un uso successivo ma, se non vi è di scandalo, potete anche usare una matita leggera per mettere questi segni in una seconda bibbia che userete per lo studio e la formazione.

Questa tabella può essere un suggerimento dei segni grafici, aggiuntivi e personalizzati, che potete utilizzare per questo lavoro:

Leggi Lentamente

Pallini da inserire all’inizio e alla fine delle parole da rallentare

Parentesi

( )

Per contornare frasi o parole che sono commenti o osservazioni

Legatura

Parentesi di legatura per unire parole che devono essere dette insieme

Preghiere o richieste

Ψ

Bracci in preghiera davanti a frasi da leggere con tenerezza o invocazione umile

Livelli di PAUSE

/ // /// //// /////

Barre da singole a multiple in base alla lunghezza della pausa che intendi applicare

Sottolineare

˄ ˄˄ ˄˄˄

Possono ricordarti di enfatizzare una frase o una singola sillaba segnando sopra 1 o 2 o più tendine

Minimizzare

˅ ˅˅ ˅˅˅

Per attenuare l’enfasi userai la tendina inversa

Crescendo

<

Per enfatizzare una parola o una frase in crescendo emozionale

Diminuendo

>

Per smussare una parola o una frase con una inflessione cadente

Triangolo

Usato per separare gli argomenti; questo segno definirà la fine di un argomento e il conseguente inizio di un altro. Questo segno può indicarti di leggere l’ultima frase in modo conclusivo, poi fare una pausa di separazione e iniziare il nuovo argomento con voce più brillante ed energica

Intonazione

Ť………

Un segno … con l’aggiunta di un aggettivo per suggerire il tono di voce adatto a quella frase

Lettura positiva o negativa

Uso di faccine davanti alle frasi da leggere in modo luminoso, o positivo o al contrario negativo o di disapprovazione.

Elenchi

9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1..!

Di fronte ad un elenco di nomi inserire per ogni nome un numero come un conto alla rovescia per capire quando progressivamente arrivi all’ultima parola dell’elenco.

Contatto visivo

Come una freccia o un occhio per ricordare che in quel punto devi stabilire un contatto visivo con l’Assemblea per sottolineare un passo importante.

Narrazione

Tipo pergamena per passare ad una modalità di lettura più narrativa

INVENTA

?????

Inventa altri tuoi simboli che possono aiutarti nella Lettura.

Trascrivere la prosodia


In fonologia, un tratto prosodico è una caratteristica che coinvolge più segmenti fonemici in simultaneità. Generalmente, un tratto prosodico fa riferimento a questi parametri acustici fondamentali:

la frequenza fondamentale, la sillaba, l’intensità, la velocità, la durata, laccentazione, il ritmo e altro, anche riferiti a respirazione, inspirazione, espirazione, il tono (al livello della parola) e lintonazione (al livello dell’enunciato).

I “fonemi” sono unità sonore minime, che di per sé sono sprovviste di significato, ma la combinazione dei “fonemi” tra loro acquisiscono nel loro integrato combinarsi una funzione distintiva, pertinente e riconoscibile.

Questi fonemi combinati sono detti prosodici perché riguardano la concatenazione del parlato e ne determinano l’andamento ritmico.

Possiamo cosi riconoscere nella funzione del parlare: l’elemento linguistico che è il contenuto di parte di una frase.

Il tratto prosòdico che riguarda la durata, l’accento, la cadenza con cui la voce governa i singoli fonemi, le parole.

Fino a considerare i più piccoli segmenti prosodici che sono caratterizzati dall’intonazione, accento e pausa, il timbro dell’eloquio.

L’intensità di queste singole parti determina i rafforzamenti distintivi dell’articolazione delle sillabe, il posizionamento degli accenti, le durate vocali che costituiscono i caratteri sia di una lingua sia della persona che parla.

Per comprendere meglio l’importanza e il rilievo che gli elementi prosodici hanno in una lingua, facciamo un esempio pratico, e quindi ponete attenzione alla diversa intonazione della stessa frase: (lo hai fatto)

enunciativa (lo hai fatto),

interrogativa (lo hai fatto?),

esclamativa (lo hai fatto!),

incidentale (– lo hai fatto –).

Il termine, prosodia, viene più comunemente usato per indicare il complesso delle regole riguardanti l’accentazione e la quantità delle vocali e delle sillabe, mentre in un’accezione più tecnica, particolarmente evidenziata nella linguistica moderna, con prosodia si tende piuttosto l’insieme di quegli elementi dinamici, melodici, quantitativi, che accompagnano e si sovrappongono alla catena parlata.

Più di recente la linguistica ha rivolto più attenzione alle caratteristiche foniche riguardanti la variazione d’intensità (volume), di altezza e di tempo, e ha posto nel giusto rilievo il fatto che per ogni lingua vi sono rapporti fonici particolari fra intensità e altezza di una parola.

La PROSODIA viene analizzata scientificamente anche con dei computer trasformando il suono parlato, attraverso “analizzatori di spettro acustico” che danno come risultato dei grafici più o meno ampi e densi che riportano graficamente l’ampiezza e l’evoluzione delle frasi parlate.

La voce è il mezzo di comunicazione più importante per l’uomo; per comunicare al meglio dobbiamo usare propriamente la nostra voce che diventa uno strumento espressivo e riesce così a comunicare le nostre emozioni, il nostro stato d’animo in modo completo, privo di ambiguità, chiaro ed efficace.

Anche solo per conversare con gli altri, in un gruppo, bisogna saper parlare e saper ascoltare, saper rispettare i tempi degli altri e individuare le pause in cui inserirsi, saper riconoscere i significati nelle intonazioni della voce, comunicare empatia e condividere argomenti.

Quindi è necessario saper modulare il volume, il tono e il ritmo della voce per trasmettere efficacemente emozioni e significati, ponendo l’accento su ciò che è importante e risolvendo le ambiguità nelle parole e nelle frasi.

È importante allora sapere quali sono questi strumenti che la voce ha a disposizione per comunicare e controllare i tratti prosòdici della voce che abbiamo elencato poco sopra.

Anche queste caratteristiche, in fase di studio, possiamo trascriverle con dei segni caratteristici che così durante la lettura ci possono “suggerire” i diversi caratteri prosodici da usare nella lettura.

Tabella semplificata di esempio:

TRATTI PROSODICI

TRASCRIZIONE

ESEMPIO

ACCENTO

dove diamo particolare ENFASI ad una sillaba

Rappresentata con una linea con accenti enfatici in prossimità delle parole

———-˄——˄—-˄˄—–

.il Signore Dio nostro..

TONO

è laltezza relativa di pronuncia di una sillaba

Si può rappresentare con una linea con segni particolari in corris-pondenza delle sillabe

—-#—-——#—-——

.il Signore Dio nostro..

INTONAZIONE è l’andamento melodico con cui è pronunciata una frase, cioè una catena parlata pronunciata con una sola emissione di voce.

Graficamente si può indicare con una linea curva che rappresenta visivamente la modulazione della frase ascendente, discendente o costante.

.il Signore Dio nostro..

INTENSITA’

il volume della voce la sua forza

Possiamo usare i segni musicali tradizionali da apporre sopra ai testi

pp p mf f ff fff

…crescendo<<<<<

..diminuendo >>>>

VELOCITA’

l’andamento dell’enunciazione

La velocità può essere indicata con i classici termini musicali

Adagio, Moderato, Allegro, Presto, Accelerando, Rallentando

TIMBRO

una caratteristica tipica di ogni voce che ci permette di riconoscere e distinguere una voce dall’altra

Il Timbro difficile da rappresentare; può essere descritto con gli aggettivi che ne descrivono le caratteristiche.

Dolce, aspro, graffiante, morbido, flautato, duro, argentino, squillante, chiaro, scuro, afono, sensuale, ecc.

 

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

Strumenti per la Consegna: 4 – Alcune regole di Dizione e di Pronuncia – Seconda Parte

Strumenti per la Consegna: 4 – Alcune regole di Dizione e di Pronuncia – Seconda Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

La “o” aperta (ò)

Sempre la “o” aperta (ò) nei casi seguenti:

Nei nomi che terminano in -iòlo, –iòla: vaiòlo, nebiòlo, boscaiòlo, crogiòlo, fumaiòlo, figliòlo, picciòlo, fagiòlo, mostacciòlo, orzaiòlo… viòla, carriòla, tagliòla, Gigliòla, seggiòla, sogliòla, chiocciòla…

Nei nomi che terminano in -òccio: fantòccio, bambòccio, baròccio, carròccio, cartòccio, còccio, figliòccio…

Nelle terminazioni verbali in -òlsi, -òlse, -òlsero: accòlsi, còlsi, raccòlsi, sciòlsi, stravòlsi… accòlse, riavvòlse, tòlse, prosciòlse, stravòlse… sconvòlsero, raccòlsero, distòlsero, còlsero, capovòlsero, tòlsero…

Nei nomi in -òtto: risòtto, lòtto, decòtto, mòtto, canòtto, sbòtto, tròtto, salòtto, ceròtto, lunòtto, pancòtto…

Nei nomi in -òzio: equinòzio, negòzio, òzio, sacerdòzio…

Nei nomi in -òzzo, -òzza: pòzzo, mòzzo, maritòzzo, gòzzo, singhiòzzo, tòzzo, zòzzo… bòzza, tinòzza, carròzza, còzza, piccòzza, tavolòzza, pòzza…

Nei nomi in -sòrio: ostensòrio, aspersòrio, comprensòrio, accessòrio…

Nel dittongo -uò: boncuòre, buòi, cuòre, duòmo, nuòto, fuòco, nuòvo, nuòra, ruòta, suòla, capoluògo, quòta, suòno, suòra, uòmo, suòno, suòlo, tuòno, vuòto…

Nei monosillabi no, so, do; che si pronunciano: nò, sò, dò.

Nei polisillabi tronchi in “o” accentata: alzerò, danzerò, farò, falò, pregherò, dirò, però, rococò, cercherò…

La “o” chiusa (ó)

Si ha sempre la “o” chiusa (ó) nei casi seguenti:

Nelle parole che terminano in -óce: vóce, fóce, velóce, feróce, cróce, nóce…

Nei nomi in -ógna, -ógno: vigógna, carógna, fógna, menzógna, rógna, Bológna, cicógna, vergógna, zampógna… sógno, fabbisógno, bisógno…

Nei nomi che terminano in -óio: levatóio, accappatóio, corridóio, annaffiatóio, frantóio, scrittóio, avvoltóio, rasóio, mattatóio, serbatóio, vassóio…

Nelle parole in -ónda, -óndo: rónda, affónda, rotónda, Trebisónda, biónda, microónda, grónda, profónda, spónda… rotóndo, confóndo, fecóndo, secóndo, Raimóndo, rispóndo, giocóndo, vagabóndo, immóndo…

Nei nomi che terminano in -òne: dróne, clóne, giróne, leóne, carbóne, rióne, cotóne, coróne, airóne, salóne, garzóne, tifóne, sapóne, buffóne, bottóne, Plutóne, tizzóne, elezióne…

Nelle forme verbali che terminano in -óno: clóno, stóno, confezióno, spróno, perdóno, sóno, risuóno…

Nei nomi in -óre: pudóre, cuóre, amóre, fióre, attóre, odóre, orróre, timóre, autóre, calóre, vapóre, compositóre, vettóre, torpóre, muratóre, armatóre, trattóre, fumatóre, roditóre…

Nelle forme verbali in -ósi, -óse, -ósero: pósi, depósi, impósi, esplósi, ripropósi, compósi, antepósi, … depóse, oppóse, propóse, sottopóse, nascóse… depósero, esplósero, ripósero, traspósero,…

Negli aggettivi in -óso: afóso, esóso, untuóso, bellicóso, noióso, chiassóso, delizióso, rugóso, legnóso, fiducióso, pietóso, fangóso, misterióso…

La vocale “i”

La vocale “i” in alcuni gruppi di lettere:

In alcuni gruppi di lettere la vocale i compare come semplice segno ortografico e non come suono e pertanto non deve essere pronunciata (es.: cièlo, lascia, prigione, religione, fanciullo, maciullo ecc.).

A volte, davanti ad un’altra vocale la i ha la funzione di “semiconsonante” (in quanto sostituisce l’ormai arcaica “j) e deve pertanto essere pronunciata in modo più duro, come se fosse raddoppiata (es.: giuro, aiuto, tabaccaio, gaio, saio, pollaio, asciugare, abbaiate, ecc…).

La “s” sorda (s)

La consonante “s” si pronuncia sempre “sorda” (come in “tasso”) nei casi seguenti:

Quando è doppia: osso, rosso, basso, mosso, stesso, scosse, assorto, cessata, massai, bruciassi, commessa, assertivo, Alessandro, appendesse, cassone, accumulassi, Gessica, abbottonasse, trasgressore…

Quando si trova in principio di parola ed è seguita da una vocale: sale, sua, sazio, soci, Sony, sito, sigaro, sole, sapere, salta, sigla, somma, saggio…

Quando è seguita, sia all’inizio sia nel corpo della parola, da una delle seguenti consonanti: c, f, p, q, t: scansare, asfalto, aspetto, Pasqua, astio, scafata, scandito, spalmate, spiegato, squisito, stancato…

Quando è preceduta da un’altra consonante: psicanalisi, abside, obsoleto, subsonico, censo, mense, pianse, unsero, falso, gelso, polso, avulso, balsamo, corsa, riversa, persona, borsa, comparse, autopsia, capsula…

La “s” sonora (ʃ)

La consonante “s” è sempre sonora (come in “roʃa”) nei casi seguenti:

Davanti alla “b” (ʃberla, ʃbaffo, ʃbarra, ʃbotta, ʃbronzo, ʃbarchi, ʃbattuto)

Davanti alla “d” (ʃdraio, ʃdegno, ʃdentato, ʃdogano, ʃdraiato, ʃdegnato)

Davanti alla “g” (ʃgarro, ʃgorbio, ʃguazzo, ʃgancio, ʃgretola, ʃgomitolo)

Davanti alla “l” (ʃlavo, ʃlip, ʃlide, ʃlegare, ʃleali, ʃlargo, ʃlaccio, ʃlittino)

davanti alla “m” (ʃmodato, ʃmog, ʃmania, ʃmaltire, ʃmetto, ʃmalto, aʃma)

Davanti alla “n” (ʃnob, ʃnidare, ʃnodo, ʃnodare, ʃnobismo, ʃnidare, ʃniffare)

Davanti alla “r” (ʃradicare, ʃrotolare, ʃregolato, ʃragionare, Iʃraele)

Davanti alla “v” (ʃvago, ʃvolta, ʃvista, ʃviene, ʃvuota, ʃvaluta, ʃvitare, ʃvenire)

Nella maggioranza dei casi la “s” che si trova fra le due vocali è sonora: aʃilo, aʃincrono, auʃiliare, deluʃi, baʃilica, biaʃimo, Evaʃio, biʃogno, Iʃotta, iʃolante, Mariʃa, biʃonte, piʃolo, biʃunto, ucciʃo, Treviʃo, caʃerma, fraʃe, aʃettico, raʃero, cauʃa, clauʃura, eʃame, eʃempio, eʃercito, eʃecrare, iʃola, marcheʃe, miʃeria, paradiʃo, cortiʃone, riʃorsa, scuʃa, rinchiuʃa, abuʃando, spoʃo, borioʃo, faticoʃo, erboʃo …

La “z” sorda (z)

La “z” sorda (z) nelle parole che terminano in:

-azia (abazia, disgrazia, burocrazia, ringrazia, sazia, spazia, Mariagrazia…)

-azie (grazie, acrobazie, tecnocrazie, democrazie, autocrazie…)

-azio (strazio, dazio, spazio, Ignazio, topazio, Orazio, ringrazio, sazio…)

-èzia (Elvezia, facezia, inezia, profezia, Lucrezia, spezia, Venezia…)

-èzio (Ezio, screzio, trapezio…)

-izia (pulizia, egizia, inizia, malizia, polizia, dovizia, pigrizia, perizia …)

-izie (immondizie, amicizie, calvizie, canizie, delizie, milizie, primizie…)

-izio (inizio, vizio, dizione, comizio, tizio, uffizio, novizio, Patrizio…)

-òzio (negozio, ozio, sacerdozio, equinozio…) -uzia (astuzia, arguzia, minuzia…) -uzie (arguzie, balbuzie…)

Terminano in -ézza: brezza, debolezza, purezza, saggezza, salvezza…

Terminano in -òzza: piccozza, tinozza, tozza, pozza, abbozza, carrozza…

Terminano in -uzzo: Abruzzo, aguzzo, spruzzo, struzzo, calcestruzzo…

Quando la “z” si trova ad inizio parola e la seconda sillaba ha come prima lettera una consonante sorda:

c”: zinco, zucchero, zecca, zucca, zucchina, zuccotto, zoccolo…
f”: zuffa, zaffata, zufolo, zolfo… (eccezioni: zafferano, zefiro, zaffiro)
p”: zampa, zappa, zuppa, zampogna, zampina, zoppo, zeppo, zampate
t”: zitto, zittire, zattera, zampate(eccezioni: zeta, zotico)

Quando viene immediatamente dopo la lettera “l”: alzare, calza, scalzo, calzolaio, milza, infilzare, mascalzone, filza, sfilza… (eccezioni: elzeviro, belzebù)
Nelle terminazioni in “zione”: azione, lozione, unzione, colazione, addizione, eruzione, cauzione…

Quando è doppia: pazzo, pozzo, durezza, struzzo, strozzare, strozzino, carrozza, pezzo, spruzzo, bellezza, carezza, prezzemolo, purezza, prezzo, pezzo, pizza, nozze, piccozza… (eccezioni: azzardo, azzurro, brezza)

Nei finali dei verbi in “azzare”: starnazzare, scorazzare, strapazzare…

Nelle terminazioni in “anza”, “enza”: danza, risonanza, finanza, costanza, mancanza, stanza, vacanzalenza, coerenza, utenza, apparenza, udienza, divergenza, violenza, urgenza, partenza, assenza, …

Nelle terminazioni in “orzo”, “orza”, “erzo”: sforzo, rinforzo… scorza, forza, smorza… sterzo, terzo…

Nelle terminazioni in “onzolo”: girónzolo, frónzolo, pretónzolo, medicónzolo, ballonzolo, lattonzolo

Altre parole che cominciano con la “z” sorda: zampillo, zio, zitella…

writing writer notes pen notebook 923882

La “z” è sonora (ʒ)

La “z” è sempre sonora (come in “biʒʒarro”) nelle terminazioni seguenti:

Riportiamo di seguito i casi in cui la lettera “z” si pronuncia con suono dolce:

Quando è seguita da due vocali, la prima delle quali non è una “i”: ʒoo, ʒuavo, ʒaino, Ʒeus, Ʒaira…

Quando si trova all’inizio di una parola e la seconda sillaba ha come prima lettera una consonante sonora:

b”: ʒabaione, ʒibibbo, ʒibaldone, ʒebra, ʒebù, Ʒebedeo
g”: ʒigrino, ʒigomo, ʒigote (eccezione: zigano)
l”: ʒelo, ʒulù, ʒelante…
m”: ʒimarra, ʒummare
n“: ʒona, Ʒeno
r”: ʒero, Ʒara
v”: ʒavorraz”: ʒan-ʒara, ʒen-ʒero, ʒan-ʒibar, ʒuʒʒurellone

Quando si trova in mezzo a due vocali: aʒoto, naʒareno, oʒono, aʒalea, Aʒeglio… (eccezione: nazismo).

Nei finali dei verbi in “izzare”: spriʒʒare, sintetiʒʒare, mitiʒʒare,organiʒʒare, armoniʒʒare, penaliʒʒare, concretiʒʒare… (eccezioni: rizzare) -iʒʒire (avviʒʒirei, imbiʒʒire…).

Altre parole che cominciano, con la “ʒ” sonora:

ʒinco, ʒanzara, ʒenzero, ʒerbino, ʒizzania, ʒodiaco, ʒotico, ʒaffiro…

Nel corpo della parola la “z”, semplice o doppia, a volte sorda, altre sonora.

Le “z” elencate sono quelle che difficilmente possiamo raggruppare in regole precise:

aguzzo, agu(ʒʒino), aʒienda, aʒʒardo, aʒʒurro, azzuffare, balza, balzare, barʒelletta, baʒʒecola, biʒʒa, biʒʒarro, bozzolo, breʒʒa, buʒʒurro, calzetta, canzone, doʒʒina, Enzo, fidanzato, friʒʒante, garʒone, guazzabuglio, guizzo, laʒʒo, lizza, magaʒʒino, mazzo, Mazzini, nuziale, oleʒʒo, punzecchiare, roʒʒo, scherzo, senza, sgabuʒʒino, soʒʒura, sprazzo, stizza, trameʒʒo, verʒura, vezzo…

I gruppi di consonanti gn, gl e sc

I gruppi di consonanti gn, gl e sc hanno un suono rafforzato e, pertanto, devono essere pronunciati come se fossero raddoppiati (es.: signóre, égli, conoscènza, ecc.).

Inoltre alcune consonanti iniziali di parola si pronunciano come se fossero raddoppiate quando seguono certe parole terminanti per vocale (es.: di-d-Dio, è-v-vero, a-m-me, ecc.).

Gli omografi


Sono detti omografi quei vocaboli che, sono scritti nello stesso modo, ma devono essere pronunciati in due modi in base al contesto. Il numero di questi termini è limitato e, solo il testo precedente può rendere chiaro il significato. Certo è che spesso la differenza di pronuncia può provocare qualche incertezza o imbarazzo.


Riassumiamoli in due gruppi elencando alcuni esempi:
1) quelli in cui l’accento cade sulla stessa sillaba.
2) quelli in cui l’accento cade su sillabe diverse.


1) – l’accento cade sulla stessa sillaba.


Accètta (da accettare) — Accétta (arnese)
Accòrsi (accorgersi) — Accórsi (da accorrere)
Affètto (sentimento, ammalato) — Affétto (da affettare)
Appòsta (deliberatamente) — Appósta (da apporre)
Arèna (teatro) — Aréna (sabbia)
Assòrto (immerso in un pensiero) — Assórto (levato al cielo)

Bòtte (percosse) — Bótte (contenitore)
Còla (pianta africana) — Cóla (da colare)
Còlto (da cogliere) — Cólto (istruito)
Corrèsse (da correggere) — Corrésse (da correre)
Còrso (abitante della Corsica) — Córso (da correre)
Dèi (divinità) — Déi (preposizione articolate)
Dètte (da dare) — Détte (da dire)
Dètto (da dettare) — Détto (da dire)
È (essere) — É (congiunzione)
Èsca (uscire) — Ésca (necessario per attirare i pesci)
Èlle (lettera alfabeto) — Élle (pronome)
Èsse (lettera alfabeto) — Ésse (pronome)
Fòro (luogo pubblico) — Fóro (buco)
Fòsse (buche) — Fósse (essere)
Impòsta (serranda) — Impósta (da imporre, tasse)
Impòrti (da importare) — Impórti (da imporre)
Lègge (da leggere) — Légge (norma)
Mènto (da mentire) — Ménto (parte del viso)
Mèsse (raccolto) — Mésse (da mettere)
Nèi (macchie sulla pelle) — Néi (preposizione articolata)
Òra (da orare) — Óra (adesso, 60 minuti)
Pène (organo maschile) — Péne (punizioni, castighi)
Pèsca (frutto) — Pésca (da pescare)
Pèste (malattia) — Péste (impronte)
Pòrci (animali) — Pórci (da porre)
Pòse (atteggiamenti) — Póse (da porre)
Pòsta (corrispondenza, somma in palio) — Pósta (da porre)
Rè (nota musicale) — Ré (sovrano)
Ròdano (nome) — Ródano (da rodere)
Ròsa (fiore e nome) — Rósa (rodere)
Sòrta (specie) — Sórta (sorgere)
Tè (bevanda) — Té (pronome)
Tèma (argomento) — Téma (da temere e paura)
Tòcco (pezzettino) — Tócco (da toccare)
Tòrre (da togliere) — Tórre (edificio)
Tòrta (da torcere) — Tórta (da dolce)
Vendètte (da vendere) — Vendétte (plurale di vendetta)
Vènti (correnti d’aria) — Vénti (numero)
Vòlgo (volgere) — Vólgo (popolo)
Vòlto (volgere) — Vólto (viso)
Vòto (forma poetica di vuoto) — Vóto (scelta elettorale)

 

2 – l‘accento cade su sillabe diverse.


Àbitino (da abitare) — Abitìno (piccolo indumento)
Àbito (
indumento) — Abitò (verbo da abitare)
Accòmodati (
esorto ad entrare) — Accomodàti (sistemati comodi)
Adùlteri (
chi tradisce) — Adultèri (tradimenti)
Àgito (
presente da agitare) — Agìto (da agire) — Agitò (passato da agitare)
Aguzzìno (
torturatore) — Agùzzino (da aguzzare)
Àltero (
da alterare) — Altèro (superbo) — Alterò (passato da alterare)
Àmbito (
spazio circoscritto) — Ambìto (da ambire)
Àncora (
per ancorare) — Ancóra (avverbio)
Àrbitri (
giudici) — Arbìtri (da arbìtrio)
Bàcino (
da baciare) — Bacìno (grande catino) — Bacìno (piccolo bacio)
Bàlia (
chi accudisce bimbi) — Balìa (essere alla mercé di)
Bàlzano (
da balzare) — Balzàno (bizzarro)
Bécchino (
da beccare) — Becchìno (chi seppellisce morti)
Benèfici (
che danno beneficio) — Benefìci (plurale beneficio)
Bùchino (
da bucare) — Buchìno (piccolo buco)
Calàmita (
da calamitare) — Calamìta (il magnete) — Calamità (disgrazia)
Circùito (
pista) — Circuìto (da circuire)
Càpito (
da capitare) — Capìto (da capire) — Capitò (da capitare)
Cómpito (
incarico) — Compìto (da compire)
Condòmini (
sostantivo) — Condomìni (pl. condominio)
Cùpido (
avido di denaro, ecc.) — Cupìdo (Dio dell’amore)
Dècade (
insieme di dieci) — Decàde (da decadere)
Desìderi (
da desiderare) — Desidèri (plurale desiderio)
Déstino (
da destare) — Destìno (fato) — Destinò (da destinare)
Esàmino (
da esaminare) — Esamìno (piccolo esame) — Esaminò (da esaminare)
Férmati (
bloccati!) — Fermàti (essere bloccati)
Frùstino (
da frustare) — Frustìno (piccola frusta)
Gràvita (
da gravitare) — Gravità (da grave)
Guài (
problemi) — Guaì (da guaire)
Ìmpari (
non uguale) — Impàri (da imparare)
Ìndice (
dito e indicazione) — Indìce (da indire)
Ìndico (
da indicare) — Indìco (da indire) — Indicò (da indicare)
Intùito (
sesto senso) — Intuìto (da intuire)
Lèggere (
da leggere) — Leggère (non pesanti)
Leggèro (
non pesante) — Leggerò (futuro da leggere)
Malèfici (
plurale di malefico) — Malefìci (plurale di maleficio)
Màrtiri (
plurale di martire) — Martìri (plurale di martirio)
Nòcciolo (
ciò che è nel frutto) — Nocciòlo (albero)
Òmero (
osso umano) — Omèro (scrittore)
Onèsta (
femminile di onesto) — Onestà (il non ingannare)
Pàgano (
da pagare) — Pagàno (aggettivo)
Pàpa (c
apo della chiesa) — Papà (padre)
Pàttino (
da pattinare) — Pattìno (imbarcazione) — Pattinò (da pattinare)
Pèrdono (
da perdere) — Perdóno (da perdonare) — Perdonò (da perdonare)
Prèdica (
sermone) — Predìca (da predire)
Prèsidi (
chi dirige scuole) — Presìdi (plurale di presidio)
Prèsso (
vicino) — Pressò (da pressare)
Prìncipi (
plurale di principe) — Princìpi (plurale di principio)
Pròvino (
da provare) — Provìno (test per attori)
Rètina (
parte dell’occhio) — Retìna (piccola rete)
Rùbino (
da rubare) — Rubìno (pietra preziosa)
Séguito (
parte successiva) — Seguìto (pedinato) — Seguitò (da seguitare)
Sùbito (
adesso) — Subìto (da subire)
Tèndine (
parte corpo umano) — Tendìne (piccole tende)
Tènere (
soffici) — Tenére (verbo)
Tràttino (
da trattare) — Trattìno (piccolo segno)
Unìta (
attaccata) — Unità (indivisibilità)
Vàluta (
da valutare) — Valùta (bancanota)
Vìola (
da violare) — Viòla (colore e fiore)
Vìolino (
da violare) — Violìno (strumento)
Vólano (
da volare) — Volàno (sostantivo)

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

Strumenti per la Consegna: 4 – Alcune regole di Dizione e Pronuncia – Prima Parte

Strumenti per la Consegna: 4 – Alcune regole di Dizione e Pronuncia – Prima Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Memore della dignità della parola di Dio e dell’importanza del suo ufficio, il lettore curi assiduamente le modalità di una corretta dizione e pronunzia, affinché la parola di Dio sia chiaramente percepita dai partecipanti. Quando poi annunzia agli altri la divina Parola, la accolga docilmente anche lui e la mediti con attenzione, cosi da darne testimonianza con il suo comportamento” (dal Cæremoniale Episcoporum n. 32).


Quello che il nostro servizio sta facendo è qualcosa di importante: la parola di Dio merita la massima precisione.

Mettiamo la nostra voce e la nostra bocca al servizio della Parola che merita il nostro assoluto rispetto.

Quindi è evidente che le letture ispirate da Dio necessitano di essere pronunciate ed enunciate in modo perfetto, cosicché il suo messaggio al mondo possa essere chiaramente e perfettamente comunicato ai suoi figli.

Durante una qualsiasi conversazione il nostro controllo sulla pronuncia delle parole che formuliamo non è sempre attento ed attivo, le nostre conversazioni a volte possono essere anche informali, amichevoli, leggere.

Ma se mettiamo la nostra voce su un materiale importante come la parola di Dio allora dobbiamo aggiungere impegno e precisione alla nostra consegna per rispetto alla parola di Dio e perché chi ci ascolta debba percepire un messaggio completo e senza ambiguità.

Parlando di pronunciadobbiamo capire cosa si intende. La pronuncia significa articolare bene una sillaba o una parola nel modo “accettato” o accettabile dalla comunità che usa quella lingua.

Ci sono tanti dizionari che cercano di precisare le pronunce giuste di ogni parola anche se ogni lingua cambia nel corso del tempo e le pronunce di alcune parole nella consuetudine possono leggermente variare.


La “dizioneè fondamentalmente una tecnica che facilita l’uso della struttura muscolare della bocca. Una buona dizione è quella che fa uscire dalla propria bocca dei suoni puliti, chiari, che tutti possono comprendere.

Le consonanti sono le strutture portanti di una parola. Bisogna appoggiarsi a esse come a dei pilastri. Le vocali danno colore e ritmo alle parole.

Tutte queste componenti sono essenziali per apprendere la tecnica di una buona lettura pubblica. A esse bisogna aggiungere le pause che permettono una leggera inspirazione e quindi interrompono il fluire continuo delle parole, e la respirazione che si compie solo a frase conclusa, quando si fa una pausa più prolungata.


Gli errori di pronuncia piu comuni sono quando permettiamo ai nostri dialetti regionali di deformare le parole della lingua che usiamo; i difetti principali possono essere quando omettiamo, aggiungiamo o scambiamo certe consonanti o enfatizziamo sillabe sbagliate, o accenti sbagliati, ecc.

Quando PROCLAMIAMO ad alta voce o, con un altro termine, ENUNCIAMO, si intende il modo di pronunciare le parole in modo chiaro e scandito per ogni sillaba.

Gli errori che possiamo fare in questa zona sono quelli di inghiottire la fine delle parole, o tronchiamo le vocali o le sillabe finali di alcune parole, o ancora fondiamo due parole insieme, ecc.

Leggendo la parola di Dio potremmo essere tentati di dire che l’importante è il messaggio spirituale che passa in queste parole e che non è importante la pronuncia dei testi o il suo modo di enunciarle. Ma gli errori di cui parlavamo prima possono causare alcuni problemi non così insignificanti:

– L’ascoltatore potrebbe non aver capito bene una parola magari troncata da una enunciazione imperfetta e aver perso il senso di tutta una intera frase.

– Pronunce sbagliate proclamate ufficialmente potrebbero diffondere una ripetizione virale di errori di pronuncia.

– Altre persone che conoscono la pronuncia corretta potrebbero essere distratte dall’errore e perdendo il filo del discorso perderanno qualcosa che magari potrebbe essere importante e fondamentale per la loro crescita spirituale.

L’Assemblea non può essere considerata sempre come una assemblea omogenea di “paese” dove tutti capiscono il dialetto locale, ma in un mondo ormai globalizzato anche in un piccolo paese possono essere presenti famiglie non native locali, ma provenienti dal sud o dal nord o da altri stati europei o extraeuropei che già potrebbero avere difficoltà a comprendere la lingua italiana ben pronunciata e figuriamoci che difficoltà potrebbero avere se la deformiamo con gli accenti dialettali.

Questo atteggiamento è sbagliato denota una certa chiusura campanilistica che è contraria ai comandi molto universali di Gesù e della Chiesa:

Ora io dico: Non hanno forse udito? Tutt’altro: per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino ai confini del mondo le loro parole” (Romani 10,18).

Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo” (Marco 13,27).

Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15).

A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,18-20).

“… e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,8).

Un’altra difficoltà è che anche alcuni dizionari biblici provano a fissare la pronuncia di alcune parole particolari ma la Bibbia ha attraversato numerose traduzioni per cui diventa un compito veramente difficile quasi impossibile trovare la soluzione giusta alla pronuncia di tutte le parole.

Ci sono anche parole che possono essere pronunciate in diverse modalità e tutte valide. Comunque l’uso di alcuni dizionari biblici è fortemente raccomandato per un Lettore della parola di Dio.

Ma anche importante è studiare attentamente tutti i segni e le modalità di marcatura delle parole o dei rimandi che sono presenti in genere sulle note e le appendici alla fine del Libro Sacro o all’inizio.

Per concludere il discorso sulla pronuncia dobbiamo essere coscienti dell’importanza di di ogni “lettera” contenuta nelle parole e se ci sono dobbiamo usarle nella modalità giusta; se notiamo o qualcuno ci fa notare che abbiamo dei difetti di pronuncia o nell’enunciazione deformiamo qualche cosa, abbiamo il dovere di procedere ad un’autocorrezione.

Alcuni semplici suggerimenti possono essere:

Se incontri qualche parola che usi molto raramente e non sei sicuro di come va pronunciata, allora devi utilizzare un dizionario specializzato o un supporto come una guida alla pronuncia.

Questo impegno, direi quasi un’educazione della pronuncia, è un lavoro quotidiano; inizia dal prestare attenzione anche durante le normali conversazioni di come vengono pronunciate le singole parole.

Un aiuto notevole in questo settore è l’uso di registratori vocali che ci riportano fedelmente come gli altri sentono i nostri discorsi, la nostra pronuncia e possiamo giudicare da noi stessi la presenza di eventuali errori.

Comporta chiaramente uno spirito critico, un autocontrollo sulle nostre modalità di parlare, ma può essere fondamentale per scoprire se riusciamo a pronunciare perfettamente ogni parola, ogni sillaba.

Fai attenzione se alla fine di ogni parola riesci ad articolare e pronunciare e dare la giusta forza all’ultima sillaba di ogni parola.

vocedivina

Questo è un errore comune a molte persone che bruciano o pronunciano con debolezza l’ultima sillaba di alcune parole pregiudicandone la comprensione.

Un altro errore in cui molti cadono è quello di parlare molto rapidamente e questo modo veloce ci porta istintivamente a troncare, accorciare, pronunciare in modo abbreviato le parole compromettendo la comprensione e l’intelligibilità di chi ascolta.

Non sto dicendo di rallentare in modo forzato e innaturale ma sto suggerendo di parlare con una velocità giusta per dare tempo alla nostra lingua, alla nostra bocca e soprattutto alla nostra respirazione di enunciare perfettamente ogni singola parola senza omettere nessun carattere e dando la forza giusta ad ogni singola sillaba.


Se ogni lettore si impegna e applica le giuste correzioni al proprio modo di parlare otterremo una consegna del messaggio efficace; per verificare questo abbiamo bisogno a volte di qualche feedback a campione, che ci confermi che i nostri ascoltatori abbiano ascoltato comodamente e senza distrazioni il messaggio e abbiano capito perfettamente quello che
è stato proclamato.

Per finire e al fine di un perfezionamento ulteriore rimando ai miei corsi online di www.nuovavoce.style che riguardano la preparazione della voce, la dizione, il parlare in pubblico, la declamazione, fino al canto e alla terapia con la voce e molti altri argomenti sempre riguardanti la VOCE e la comunicazione.

Piccola Guida elementare di Dizione e Pronuncia

In italiano le vocali pronunciate sono 7 (non 5) poiché cambia il loro modo di pronunciarle:

a”, “e aperta”, “e chiusa”, “o aperta”, “o chiusa”, “i”, “u”.

Sia la e, sia la o hanno un diverso accento fonico, cioè una pronuncia chiusa o acuta (é,ó) (es.: perché, cristianésimo, cortéccia, cicaléccio, intréccio… amóre, cróce, feróce, atróce, fóce, nóce, nón, nói) ed una aperta o grave (è, ò) (es.: chièsa, lènto, vènto, arcière, bandièra, diètro, insième, liève, mièle, niènte, piède, sièdi… sacerdòzio, cuòre, uòmo, stòria, conservatòrio, demònio, auditòrio, bòria, baldòria, petròlio, sòcio, memòria, , orològio, vittòria, negòzio, òzio, glòria). Sono molto riconoscibili e il loro suono dà un senso molto diverso alle singole parole.

Bisogna rispettare inoltre l’accento tonico delle vocali e cioè appoggiare la voce sulla vocale giusta (vocale tonica), in modo che le parole vengano pronunciate nel modo corretto:

tronche (es.: verità, virtù, libertà, colibrì, Cantù, tribù, lunedì, mangiò, caffè),

piane (es.: etèrno, banàna, àcqua, canòtto, giornàle, tartarùga, paròla, càsa),

sdrucciole (es.: àlbero, tàvolo, èsile, pùbblico, pàllido, dèroga, pùgile),

bisdrucciole (es.: rùminano, àpplicano, àbitano, òccupano),

trisdrucciole (es.: telèfonaglielo, òrdinaglielo, òccupatene, comùnicamelo ).

Le difficoltà si hanno soprattutto per alcune parole “difficili”, nel senso che la posizione dell’accento cambia il significato della parola (es.: “Nicòtera” e non “Nicotèra”; “gratùito” e non “gratuìto”; “mollìca” e non “mòllica”; “dissuadére” e non “dissuàdere”; “rubrìca” e non “rùbrica”; “Eugànei” e non “Euganèi” ecc.).

Le vocali e e o, quando non sono toniche, hanno accento fonico chiuso.

Anche alcune consonanti hanno diverse sfumature di pronuncia che non sono però segnalate da accenti ma sono frutto di consuetudini: ci sono due “s” e due “z”.

Nella pronuncia italiana queste vocali e consonanti creano le varietà di pronuncia che attraverso le diverse inflessioni regionali possono creare ambiguità; e sono:

La “e” (aperta o chiusa)

La “o” (aperta o chiusa)

La “s” (sorda o sonora)

La “z” (sorda o sonora)


Per segnalare la pronuncia corretta vengono usati dei segni fonetici così riusciamo a identificare ogni modalità di pronuncia:

Accento grave:

per la “e” aperta: è (sèlla, fèrro, sièpe, prèsto, lièto, dièci, lièvito, dièta)

per la “o” aperta: ò (còro, òro, buòno, pòco, bòccia, còccio, balòcco, òcchio)

Accento acuto:

per la “e” chiusa: é (féde, perché, céra, vétro, tré, carnéfice, cortéccia, capéllo)

per la “o” chiusa: ó (colóre, dolóre, fattóre, candóre, sópra, signóre, tenóre)

s” per la “s” sorda (passo, sole, salute, sera, seggio, sasso, preso, risorgere)

ʃ” per la “s” sonora (geloʃia, caʃo, musʃica, chieʃa, paeʃino, goloʃo, naʃo )

z” per la “z” sorda (zia,facezia, terzo, anziano, divorzio, ozio, astuzia)

ʒ” per la “z” sonora (ʒero, pranʒo, raʒʒo, ʒoo, ʒaino, ʒodiaco, ʒelante)

Ci aiutano poi alcune regole anche se alcune hanno delle eccezioni:

La “e” aperta (è)

In italiano la “e” aperta (è) nei casi seguenti:

Nelle terminazioni verbali dei condizionali in -èi, -èbbe, -èbbero: canterèi, saprèi, andrèi… andrèbbe, avrèbbe, berrèbbe, benedirèbbe… saprèbbero, sarèbbero, abolirèbbero, affronterèbbero…

Nei diminutivi in -èllo e nei nomi che terminano in -èllo, -èlla: carrèllo, cestèllo, bidèllo, carosèllo, portèllo… novèlla, donzèlla, zitèlla, sèlla, Grazièlla, bretèlla…

Nei nomi che terminano in -èma: tèma, scèma, sistèma, poèma, teorèma…

Nei nomi che terminano in -ènda: aziènda, agènda, tènda, bènda, leggènda…

Negli infiniti in -èndere: scèndere, spèndere, difèndere, offèndere, attèndere, prèndere, rèndere, tèndere…

Nei verbi in -èndo: rèndo, scèndo, spèndo, vèndo, attèndo, scorrèndo…

Negli aggettivi in -ènse, -ènso, -ènte, -ènto: circènse, ostiènse, forènse, ricompènse… immènso, melènso, dènso, intènso, propènso… coerènte, esènte, impellènte, commovènte, cosciènte, furènte… attènto, contènto…

Nel participio presente in -ènte: unènte, avènte, facènte, cedènte…

Nei nomi che terminano in -ènza: lènza, utènza, Cosènza, latènza, udiènza

Nei nomi e aggettivi in -èrio, -èria: refrigèrio, desidèrio, semisèrio, Valèrio, battèrio, saltèrio… matèria, artèria, macèria, misèria, Impèria, Sibèria…

Nei numerali in -èsimo: tredicèsimo, dodicèsimo, ventèsimo, centèsimo…

Nei nomi e aggettivi in -èstre, -èstro, -èstra: campèstre, silvèstre, terrèstre, finèstre, orchèstre… canèstro, capèstro, maldèstro, dèstro, sequèstro… balèstra, ginèstra, palèstra, maldèstra, centrodèstra…

Nei nomi in –èzio, -èzia: boèzio, scrèzio, trapèzio… Venèzia, Lucrèzia, facèzia, spèzia, inèzia, Svèzia…

Nel dittongo -iè: frontièra, dièci, mièle, cavalière, carrièra, Pièra, sièpe…

Nei nomi tronchi d’origine straniera: aloè, bignè, caffè, tè, mosca tsè-tsè…

La “e” chiusa (é)

In italiano si ha sempre la “e” chiusa (é) nei casi seguenti:

Nei monosillabi: che, me, re, te (pron. personale), tre (pronuncia: ché, mé, ré, té)

Nei polisillabi tronchi che chiudono in -é accentata: fumé, giacché, perché, trentatré, paté, sauté, demodé…

Nei nomi e aggettivi terminanti in -éccio: léccio, libéccio, caseréccio, pateréccio, villaréccio, pescheréccio, goderéccio, cicaléccio, …

Nei nomi e aggettivi terminanti in -éfice: artéfice, oréfice, pontéfice…

Nei nomi e verbi in -éggio, -éggia: campéggio, noléggio, solféggio, borséggio, sortéggio… schéggia, réggia, puléggia, tintéggia, lampéggia.

Nelle forme verbali in -éi, -ésti, -é, -émmo, -éste, -érono: saréi, avréi, verréi, ameréi… avésti, andrésti, cadésti, sarésti… poté, detené, splendé… dovémmo, avémmo, sedémmo, traémmo, vivrémmo… diréste, potréste, cadréste… abbattérono, combattérono, ottenérono, trattenérono…

Nell’infinito dei verbi in -ére: sedére, dovére, avére, cadére, volére, temére.

Nei nomi in -ésa: frésa, marchésa, discésa, spésa, imprésa, cineprésa, chiésa…

Negli aggettivi in -ésco: fanciullésco, principésco, trecentésco, studentésco…

Nei nomi in -ése: mése, arnése, maltése, maionése, intése, paése, contése…

Nei nomi in -éssa: abadéssa, studentéssa, méssa, leonéssa, Vanéssa…

Nelle forme verbali in -éssi, -ésse, -éssero: corréssi, avéssi, ridéssi, leggéssi, voléssi… piangésse, elésse, temésse, vivésse, leggésse… eréssero, cadéssero, ridéssero, dicéssero, perdéssero…

Nelle forme verbali in -éte: sentiréte, miéte, cadréte, saréte, godréte, faréte, piangéte, corgéte, soffriréte…

Nei nomi e diminutivi in -étto, -étta: architétto, gétto, létto, ométto, ziétto, tubétto, murétto… ariétta, saétta, uvétta, burlétta, vedétta, fétta, vétta, ricétta…

Nelle forme verbali in -éva: béva, avéva, cadéva, ridéva, sapéva, scrivéva, tingéva, crescéva, voléva…

Nei nomi in -ézza: pézza, brézza, carézza, purézza, bellézza, giovinézza…

Negli avverbi in -ménte: eticaménte, pazzaménte, gioiosaménte, fedelménte, loquaceménte, fortémente…

Nei nomi in -ménto: ceménto, laménto, ferménto, rapiménto, torménto…

Nelle forme verbali in -rémo, -réte: trémo, sprémo, agirémo, potrémo, saprémo, avrémo… faréte, diréte, andréte, apriréte, sapréte, vedréte…

Nella terminazione in -ésimo: cristianésimo, battésimo, umanésimo, feudalésimo, medésimo, incantésimo, paganésimo, crocianésimo…

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

Strumenti per la Consegna: 3 – Come superare l’Ansia di parlare in pubblico

Strumenti per la Consegna: 3 – Come superare l’Ansia di parlare in pubblico

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

L’ansia di parlare in pubblico è comune a tutti. Ma sentirsi a proprio agio di fronte a un pubblico è qualcosa che possono raggiungere tutti certamente. Devi imparare a presentarti con sicurezza e concentrato anche davanti ad un numero maggiore di persone.

Come superare l’ansia di parlare in pubblico?

Prepararsi! La preparazione è fondamentale. Leggi le Letture ad alta voce più e più volte.

Assicurati di farlo ad alta voce. Essere a proprio agio con il suono della tua voce è fondamentale per stare di fronte a un pubblico.

La pratica rende davvero perfetti e, in questo caso, la pratica ti dà la sicurezza di cui hai bisogno anche per superare l’ansia della prestazione pubblica che devi affrontare.

Quando arriva il giorno fatidico, trascorri alcuni minuti respirando profondamente. Ripetendo frasi positive creerai un senso di fiducia in te stesso per superare la prova.

Una volta davanti all’Assemblea, fai un ultimo respiro e inizia. Ricorda che le persone presenti vogliono ascoltare quello che leggi. Non desiderano che tu cada in imbarazzo, ma piuttosto sperano che tu legga bene coinvolgendoli. Concentrati sulla Parola e la sua importanza e noterai come la tua ansia svanisce.

Se incespichi durante la lettura, fermati semplicemente per riprendere i tuoi pensieri, fai un respiro profondo e vai avanti da lì.

Un altro passo per non avere problemi nel leggere all’Assemblea è attraverso la pratica e l’esperienza. Quanto meglio conoscerai quello che devi leggere, tanto più ti sentirai sicuro.

Sappi che l’Assemblea non è contro di te. Ma in effetti, sono proprio dalla tua parte, hanno bisogno del tuo servizio, desiderano che tu gli serva nel migliore dei modi questa grazia della Parola!

Con questi piccoli consigli e un pò di pratica, sarai sulla buona strada per essere un fantastico proclamatore in pochissimo tempo! Soprattutto, avrai vinto una paura che molte persone non hanno mai superato. Questo di per sé è un risultato di cui puoi essere orgoglioso.

La Parola che proclami deve raggiungere i cuori e affascinare le menti dell’Assemblea. Più tempo dedichi a studiare le letture e metterle in pratica, più sarai in grado di presentarle in modo efficace.

Molte ansie derivano dal chiedersi come ti vede quella gente la nella sala. Se ti senti a tuo agio con i movimenti del corpo, questo calmerà le tue paure e ti permetterà di concentrarti maggiormente per raggiungere i cuori e le menti dei tuoi ascoltatori.

Ci sono tanti sintomi di paura del pubblico o ansia da comunicazione quanti sono i modi per superarli. Potresti trovarti con i palmi sudati, la bocca asciutta, un aumento della frequenza cardiaca, mal di testa, tensione muscolare, bisogno di urinare, gambe o braccia tremolanti, vuoto nello stomaco, vampate di calore o balbuzie.

La paura del pubblico ha effetti diversi e personali per coloro che ne soffrono.

Allora come la superi? Come domini la tua paura? Ci sono diversi trucchi che puoi utilizzare per prevenire il panico. Individuare le situazioni, che hanno causato l’incipit della paura di parlare in pubblico, ti aiuterà a comprenderla e superarla.

In primo luogo, accetta che la paura sia normale. Riconoscere e accettare di avere un pò di paura può aiutarti. La maggior parte delle persone ammetterà di essere almeno un pò nervosa quando parla di fronte a una folla. Non sei strano “TU”; e la tua paura non è inconcepibile ma è comune a moltissimi.

Le radici di questa paura possiamo trovarle in questi ambiti:

Paure infantili: esperienze di rifiuto, di bullismo, isolamento dai contatti sociali o sofferenza nelle relazioni interpersonali; questi fattori possono amplificarsi in traumi di chiusura nell’età adulta. Così da bambino ti sentivi insicuro in situazioni come: rispondere a domande in classe, leggere un testo ad alta voce o far vedere i compiti all’insegnante.

Ma anche nella prima adolescenza, quando i ragazzi prendono coscienza del loro aspetto: peso, pelle, capelli, come si vestono, cambiamento del corpo; così l’insicurezza di se stessi può fare emergere imore di fronte alle persone.

Eccesso di perfezionismo: in una società opulenta si mette al primo posto l’apparenza, e così aumenta anche la paura e l’imbarazzo di mostrarsi incapaci a raggiungere lo standard di perfezione preteso dalla società.

Le persone tendono a non ammettere la possibilità di commettere errori e questo grande livello di esigenza si riflette in un alto grado di ansia.

La timidezza: il 40% della popolazione dichiara di essere timida ed ha la sensazione di non meritare l’attenzione o la considerazione degli altri. Ma la timidezza ha anche dei vantaggi: il timido è solito fare tutto in modo molto metodico e con maggiore concentrazione rispetto agli estroversi. Si sente insicuro del risultato delle sue azioni, e le pianifica e le esegue con molta attenzione.

Esclusione dal gruppo: l‘importanza data al giudizio degli altri causa la paura di parlare in pubblico. Da millenni l’uomo tende a ricercare accettazione e apprezzamento per non essere rifiutato e allontanato dal suo gruppo sociale e così il nostro cervello si è evoluto identificando come una minaccia l’eventualità di essere emarginati dal proprio gruppo.

vocedivina

Per superare la paura di parlare in pubblico devi conoscere alcune soluzioni.

Se questa difficoltà di esporsi è meno critica e si verifica solo nel momento di parlare in pubblico, il “recupero” ad uno stato normale è possibile anche con l’autodisciplina e l’esercizio, abilità che possono essere apprese e controllate.

Ecco alcune linee di suggerimenti che puoi cercare in autonomia di praticarle. Sono consigli validi non solo per il Lettore della Parola ma per ogni persona che deve superare la paura del pubblico in qualsiasi ambito sociale o lavorativo.

Sfrutta la paura del pubblico.

La paura provoca adrenalina, che ti fa parlare più chiaramente e reagire più rapidamente quando le cose vanno male.

I problemi si verificano solo se lasci che la tua paura di domini e ti controlli. Prova a immaginare la tua paura come “eccitazione” invece che come ansia.

Sei entusiasta di andare all’ambone a proclamare la parola di Dio? Se riesci a premere questo interruttore, e “buttarti” la paura passerà da “ostacolo” al tuo lavoro a una “risorsa” potente per fare quello che devi fare.

Sii consapevole dei sintomi che il corpo manifesta.

Impara a riconoscere i sintomi, elencati sopra; con la consapevolezza di quello che ti sta succedendo riprendi il controllo della tua situazione.

Distruggi i pensieri negativi e sostituiscili con pensieri positivi.

Esercitati quanto più puoi.

Pratica. Pratica. Pratica. Più sei preparato, più ti sentirai sicuro.

Se ti trovi in una sala piccola, e guardare direttamente il tuo pubblico ti provoca più paura, una soluzione è guardare la parete di fondo della stanza; o qualche stratagemma di soffermarti più spesso negli sguardi delle persone che ti seguono e ti ascoltano con molto interesse.

Usa tecniche di rilassamento.

Tecniche di rilassamento come l’immaginazione guidata e la meditazione guidata possono essere utili per metterti in uno stato rilassato prima del servizio che devi fare, ci sono anche molte registrazioni audio sul web di motivatori che ti guidano con la loro voce ad un rilassamento progressivo anche in pochi minuti.

Se rendi il rilassamento una parte della tua routine quotidiana, dovresti riuscire più facilmente a rilassarti nel momento che ne hai più bisogno.

Ricorda però che mostrare anche un pò di ansia ti renderà più umano. Tutti vogliono essere perfetti, ma sono le persone imperfette della nostra vita che troviamo più interessanti.

Concentrati sul Respiro.

Fai ampi respiri, prima di parlare. Più ossigeno affluirà al tuo cervello ed al tuo corpo e più sarai performante e sicuro. Concentrandoti nella respirazione quasi certamente allontanerai dalla testa tutti i pensieri auto limitanti che ti assalgono.

La respirazione è basilare per acquisire maggiore controllo del tuo organismo ed una buona respirazione si tradurrà anche in una voce più forte e sicura.

Quando parli, respira con il naso. Questo diminuirà il problema della bocca secca o impastata che è una delle maggiori preoccupazioni dello speaker ansioso.


Parla ad alta voce con te stesso.

Parlare ad alta voce aumenta le prestazioni delle persone.

Conversare con se stessi aiuta a recuperare i ricordi, migliora la concentrazione e dà fiducia in sé, aiuta le persone a sentirsi meglio ed avere più fiducia nell’affrontare le sfide.

Se ti senti ansioso, pronuncia frasi costruttive come: “Pietro, sai che puoi superare questa paura” o “Maria, puoi superare questo ostacolo e ti farai del bene“.

Non memorizzare ma allenati sul contenuto da dire.

Questo è un punto centrale per perdere la paura di parlare in pubblico e riuscire a dare una prestazione distesa ed equilibrata.

Il successo dipende da come ti prepari prima; se non lo fai sicuramente vai incontro ad un fallimento.

Quindi devi padroneggiare il tuo argomento. L‘impreparazione non può tenerti in ostaggio della paura.

Filmati e riguarda la tua “performance” e vedi dove puoi migliorare.

Ripassa leggendo ad alta voce i punti principali del lavoro che devi svolgere, cura con attenzione sopratutto l’inizio e la fine che sono i momenti più critici e registrati in video. Osserva le tue espressioni, ascolta la tua voce. Nota se la tua immagine è adeguata e se trasmetti fiducia.

Fai questo esercizio qualche volta analizzando dove puoi migliorare.

Leggi o Parla lentamente.

Quando siamo ansiosi si tende a parlare velocemente. Allora tu esercitati a Rallentare. È uno dei suggerimenti migliori per perdere la paura del pubblico, e cioè sforzarsi di parlare lentamente e con calma, in modo che il cervello riceva informazioni di sicurezza, fiducia, confidenza.

Una Lettura perfetta o un Discorso perfetto non esistono

Se ti metti in testa di essere PERFETTO e puntare a raggiungere standard irraggiungibili non farai altro che aumentare la tua ansia.

Devi solo cercare di fare del tuo meglio, cercando certo di migliorarti il più possibile senza pretendere di essere perfetto.

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui: