4 – Principi base per il Lettore della Parola. Profilassi e Deontologia – Prima Parte

4 – Principi base per il Lettore della Parola. Profilassi e Deontologia – Prima Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

 

Partiamo subito da alcune definizioni formali della Chiesa che definiscono i compiti del ministero del Lettore.

  • Il lettore è istituito per l’ufficio, a lui proprio, di leggere la parola di Dio nell’Assemblea liturgica. Pertanto, nella messa e nelle altre azioni sacre spetta a lui proclamare le letture della Sacra Scrittura (ma non il Vangelo); in mancanza del salmista, recitare il salmo interlezionale; quando non sono disponibili né il diacono né il cantore, enunciare le intenzioni della preghiera universale dei fedeli; dirigere il canto e guidare la partecipazione del popolo fedele; istruire i fedeli a ricevere degnamente i sacramenti.

    Egli potrà anche – se sarà necessario – curare la preparazione degli altri fedeli, i quali, per incarico temporaneo, devono leggere la Sacra Scrittura nelle azioni liturgiche. Affinché poi adempia con maggiore dignità e perfezione questi uffici, procuri di meditare assiduamente la Sacra Scrittura.

    Il lettore, sentendo la responsabilità dell’ufficio ricevuto, si adoperi in ogni modo e si avvalga dei mezzi opportuni per acquistare ogni giorno più pienamente il soave e vivo amore e la conoscenza della Sacra Scrittura, onde divenire un più perfetto discepolo del Signore” (da Ministeria quaedam, Paolo VI-1972).

  • L’ufficio liturgico del lettore è la proclamazione delle letture nell’Assemblea liturgica. Di conseguenza il lettore deve curare la preparazione dei fedeli alla comprensione della parola di Dio ed educare nella fede i fanciulli e gli adulti.

    Ministero perciò di annunciatore, di catechista, di educatore alla vita sacramentale, di evangelizzatore a chi non conosce o misconosce il Vangelo.

    Suo impegno, perché al ministero corrisponda un’effettiva idoneità e consapevolezza, deve essere quello di accogliere, conoscere, meditare, testimoniare la parola di Dio che egli deve trasmettere” (da I ministeri nella Chiesa, CEI-1973).

  • Sua funzione è quella di: proclamare la parola di Dio nell’Assemblea liturgica, studiarsi di educare nella fede i fanciulli e gli adulti, prepararli a ricevere degnamente i sacramenti, annunciare il messaggio della salvezza agli uomini che lo ignorano ancora” (da Evangelizzazione e Ministeri, CEI-1977).

  • Il lettore ha nella celebrazione Eucaristica un suo ufficio proprio, che deve esercitare lui stesso, anche se sono presenti ministri di ordine superiore” (da Principi e norme per l’uso del Messale Romano).

    Il ministero del lettore, conferito con rito liturgico, deve quindi essere tenuto in onore. I lettori istituiti, se presenti, compiano il loro ufficio almeno nelle domeniche e nelle feste, specialmente durante la celebrazione principale.

    Si potrà affidar loro anche il compito di dare un aiuto nel predisporre la liturgia della Parola, e, se necessario, di preparare gli altri fedeli che per incarico temporaneo debbano proclamare le letture nella celebrazione della Messa” (da Introduzione al lezionario domenicale e festivo, 1981).

La proclamazione della parola di Dio non può essere improvvisata o affidata a chiunque. Indipendentemente dalla lettura più o meno comprensibile, è la mancanza di rispetto verso la Scrittura che costituisce una contro testimonianza e rappresenta un ostacolo all’incontro con Dio.

  • Perché i fedeli maturino nel loro cuore, ascoltando le letture divine, un soave e vivo amore della Sacra Scrittura, è necessario che i lettori incaricati di tale ufficio, anche se non ne hanno ricevuta l’istituzione, siano veramente idonei e preparati con impegno.

    Questa preparazione deve essere soprattutto spirituale; ma è anche necessaria quella propriamente tecnica. La preparazione spirituale suppone almeno una duplice formazione: quella biblica e quella liturgica.

    La formazione biblica deve portare i lettori a saper inquadrare le letture nel loro contesto e a cogliere il centro dell’annunzio rivelato alla luce della fede. La formazione liturgica deve comunicare ai lettori una certa facilità nel percepire il senso e la struttura della liturgia della Parola e le motivazioni del rapporto fra la liturgia della Parola e la liturgia Eucaristica. La preparazione tecnica deve rendere i lettori sempre più idonei all’arte di leggere in pubblico, sia a voce libera, sia con l’aiuto dei moderni strumenti di amplificazione” (da CEI, Premesse dell’Ordinario delle Letture della Messa, 1982).

Da tutte queste citazioni emerge chiaramente la volontà della Chiesa di realizzare un passaggio da una chiesa clericale, dove il prete è tutto, ad una chiesa ministeriale dove tutti formano il tutto; cosa che invita a una nuova psicologia di impegno e di comunione con la propria comunità prima che all’obbedienza ad uno schema precostituito.

In molti documenti ufficiali della Chiesa e delle Conferenze episcopali emerge l’uso sempre più frequente del termine “ministeri”, ma non più applicato solamente ai Vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi , ma anche ad altri ruoli o servizi ecclesiali, quali i catechisti, i lettori, i cantori, i musicisti, i coniugi ecc.

Comincia ad emergere il concetto di un nuovo ministero laicale con un proprio spazio di libertà e di iniziativa.

Viene così istituito il Ministero del Lettore che ha il compito di proclamare la parola di Dio nell’Assemblea liturgica, un ministero di annuncio, di educazione alla fede e di evangelizzazione. Questo ministero richiede un impegno che deve passare naturalmente dal rito alla vita.

L’accedere a questo ministero suppone un’intensa vita di fede, un comprovato amore e capacità di servizio alla comunità ecclesiale, la decisione di dedicarsi con assiduità a questi compiti, la competenza sufficiente, la decisa volontà di vivere la spiritualità propria di questo ministero che è la spiritualità dell’ascolto.

La figura del Lettore opera nella Liturgia che è il luogo in cui la Parola si fa evento e l’azione liturgica diventa una attualizzazione degli eventi della storia della salvezza.

Diciamo che tutti, ognuno nel proprio campo, possono avere capacità innata di eccellere in diverse attività: per esempio, c’è chi può essere un bravissimo cantante ma, per migliorare il talento, si mette ad affinare le tecniche prima di tentare di esibirsi; anche per un bambino è naturale e semplice camminare ma andrebbe incontro a meno cadute se qualcuno lo accompagnasse dapprincipio con la mano.

Anche chi esercita la professione in pubblico di lettore e oratore, o chi parla anche normalmente e svolge servizi al pubblico, può trovare sempre strade opportune per migliorare la propria pronuncia.

Anche se non ci si è mai resi conto di questo, perpetuando nel tempo l’avere, ad esempio, un’abitudine linguistica errata, comprendere che si necessita, invece, dell’insegnamento di alcuni principi di grammatica e di pronuncia in modo professionale, è di fondamentale importanza per arrivare ad essere seri “professionisti” nel campo.

Lo stesso avviene con la lettura e l’esercitazione nella Sacra Scrittura e nella parola di Dio: tutti in qualche modo possono leggere correttamente ma un conto è leggere a caso, d’istinto e un altro, proclamarla con coscienza e autorevolezza.

Si potrebbe trarre molto beneficio dalla formazione di queste materie di studio e dalla pratica di leggere efficacemente le parole, perché, anche se abbiamo delle doti naturali dentro di noi, è però importante esercitarsi, studiare e approfondire maggiormente alcune nozioni riguardo alla corretta comunicazione verbale e paraverbale, come nel caso della parola di Dio.

Essere lettore, essere annunciatore, proclamare la lettura, presume davvero uno studio continuo, una elaborazione di quello che si enuncia, di quello che si proclama, affinché gli altri possano capire in modo chiaro il messaggio che viene loro dato e perché, a sua volta, il lettore stesso possa calarsi molto profondamente nel suo intimo per cercare innanzitutto cosa la Parola dice a lui, per poi poterla proclamare in un secondo momento agli altri.

Proclamare la Scrittura nella liturgia è far in modo che la Parola si incida in noi tramite la voce di uno e l’ascolto di tutti. Attraverso il soffio dello Spirito Santo, l’ascolto genera in ognuno di noi il Verbo, Parola rivolta a tutti.

Anche oggi la Parola, celebrata nell’Assemblea liturgica, ci arriva attraverso la mediazione di chi se ne fa servitore; è una Parola incarnata nella persona del lettore che la proclama e nell’Assemblea che l’accoglie.

Il lettore deve pro-clamare, cioè dire ad alta voce, a nome di un Altro e a favore di altri. Questo comporta un grande senso di responsabilità perché la parola di Dio non può essere sprecata per improvvisazione, o superficialità, con una modalità frettolosa, o una dizione approssimativa o dialettale.

Il lettore è chiamato a una mediazione obiettiva e umile; una lettura puntuale e chiara esalta la Parola; una lettura sciatta o infantile la vanifica; una concreta testimonianza di vita la rafforza; una contraddizione con la propria condotta morale la indebolisce.

l’Assemblea liturgica non può fare a meno dei lettori, anche se non istituiti per questo compito specifico” (OLM n.52).

Ogni comunità cristiana deve dare una risposta precisa a questa richiesta chiara, altrimenti il senso ecclesiale si svilisce e la celebrazione della parola di Dio rischia di essere ridotta all’improvvisazione di persone non consapevoli di quello che fanno.

Coloro che sono incaricati di leggere la parola di Dio svolgono un ruolo molto importante: nel trasmettere contenuti spirituali all’Assemblea.

Questo servizio può essere paragonato alla funzione di una cassa acustica, un diffusore sonoro: anche una cassa acustica delle più moderne non può da sola produrre una nota musicale o comporre dei testi di una canzone.

Gli impianti di diffusione sonora sono qualificati come ad “alta fedeltà”; la parola “fedeltà” richiama la caratteristica di essere fedeli; quindi, la funzione di un diffusore sonoro, è quella di trasmettere note e parole che siano il più possibile fedeli, cioè “identiche” all’originale.

E così il compito del lettore non è inventare musica, o scrivere testi o trasmettere qualcosa di se stesso, ma è trasmettere la parola di Dio nel modo più fedele possibile all’originale.

Questo però comporta di usare comunque la capacità di dare sfumature sottili, valorizzare la bellezza, l’arte, migliorare la comprensione e facendo da tramite alla vasta gamma di sentimenti che caratterizzano l’ispirazione divina.

Cercare di immettere le emozioni che chi ha scritto quei messaggi di Dio deve aver sentito sulla propria pelle quando ha ricevuto la parola di Dio.

Se il lettore deforma, limita o modifica in qualche modo l’originale, non è un lettore fedele, perché sta inserendo delle intenzioni personali nella parola di Dio che forse non sono congruenti, oppure sta banalizzando o riducendo la forza emotiva del testo e questo è un cattivo servizio che il lettore deve assolutamente evitare.

Il lettore deve “proclamare” la parola di Dio, cioè farla udire con forza e chiarezza al suo Popolo. Questo, perché lo scopo cui egli mira non consiste nell’informare, piuttosto nel rendere possibile la “conversione del cuore” attraverso un annuncio che deve essere una vera rivelazione personale e sconvolgente […].

Quale ministro della parola di Dio, il lettore, perciò, dovrà lasciarsi dominare dalla Parola che proclama, sentendosene in pari tempo il banditore, il tramite, il canale, il servo docile, il discepolo attento.

 

Riferendosi alla lettura biblica pubblica, il teologo luterano tedesco D. Bonhëffer scrive qualcosa che si può applicare anche al servizio dei lettori:

Ci si accorgerà presto che non è facile leggere la Bibbia agli altri. Più l’atteggiamento interno verso il testo sarà spoglio, umile, obiettivo, più la lettura sarà adeguata […]. Una regola da osservare per leggere bene un testo biblico è di non identificarsi mai con l’io che vi è espresso. Non sono io ad irritarmi, a consolare, ad esortare, ma Dio. Certo, non si deve leggere il testo con tono monotono e indifferente; al contrario, lo leggerò sentendomi io stesso interiormente impegnato e interpellato. Ma tutta la differenza fra una buona e una cattiva lettura apparirà quando, invece di prendere il posto di Dio, io accetterò semplicemente di servirlo. Altrimenti rischio […] di attirare l’attenzione dell’uditore sulla mia persona e non sulla parola: è il vizio che minaccia ogni lettura della bibbia.”

Per arrivare a questo, il lettore dovrà curare costantemente la propria formazione sulla Sacra Scrittura e nella comprensione di essa, sull’anno liturgico e i singoli tempi che lo costituiscono, la storia della formazione della Messa, i contenuti e le finalità delle singole parti che compongono i formulari della Messa. Tale formazione gli consente di situare la lettura nel contesto generale della Bibbia e nello spirito del tempo liturgico.

Soprattutto una buona, sana e costante vita di preghiera consentirà al lettore un migliore svolgimento dei suoi compiti, rimanendo sempre in dialogo con Colui del quale deve essere il fedele portavoce.

In Geremia capitolo 23, versetto 28-29, consiglia che il Profeta che ha avuto un sogno deve raccontare precisamente il suo sogno:

Il profeta che ha avuto un sogno racconti il suo sogno; chi ha udito la mia parola annunci fedelmente la mia parola.

Che cosa ha in comune la paglia con il grano? Oracolo del Signore.

La mia parola non è forse come il fuoco – oracolo del Signore – e come un martello che spacca la roccia?”.

Ancora Mosè ammonisce nel Deuteronomio capitolo 4,2:

Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla”.                     La parola di Dio, come le Sacre Scritture, va letta usando delle voci appropriate quando si parla ad alta voce; anzi, i lettori devono usare tutte le loro migliori capacità per consegnare e trasmettere i messaggi di Dio ai loro fratelli; c’è bisogno di una voce e di uno stile appropriato per ogni lettura, per esempio, per consigliare e accompagnare i fratelli nei passaggi anche critici del racconto espositivo.                             Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura: vi era soltanto una voce(Dt 4,12).         Chi proclama la Parola deve far procedere l’uditore come in una sorta di viaggio spirituale e aiutarlo a percorrere questo viaggio non solo con l’orecchio, ma anche attraverso la sua immaginazione, attraverso la sua memoria visiva, per recepire meglio il contesto in cui si svolge la lettura, l’ambientazione, suscitando le stesse sensazioni contenute nel racconto, e tutto quello che il lettore riesce a trasmettere attraverso questo suo mezzo di comunicazione che è la voce.

Nel caso di un predicatore o di un catechista, chi legge o sviluppa una catechesi, potrebbe usare la voce in tono confidenziale, quando si leggono o si parla di passaggi delicati, di qualcuno che per esempio sta male, o attraversa un periodo critico spirituale; si potrebbe usare una voce compassionevole, gentile, a seconda della natura del discorso che affronta.

Qui entriamo nel campo di alcune modalità della voce riguardo alla timbrica e all’espressione di cui parleremo più avanti, resta, però, il concetto fondamentale di soffermarsi, per passi, al discorso della comunicazione attraverso la voce riguardo alla parola di Dio, andando un pò più a fondo riguardo il concetto della voce che abbiamo a disposizione per leggere.

Ma prima di analizzare le diverse tipologie di voci e le sue declinazioni riguardante il timbro, il tono, l’altezza, il ritmo con cui si formulano le nostre frasi, le nostre parole, è opportuno tener conto e soffermarci su alcune osservazioni riguardanti lo stile, il comportamento del lettore, e addirittura, la sua interiorità.  

Dentro ciascuno di noi esistono “delle barriere”, dei limiti che ci vietano molto spesso di esprimerci liberamente, impedendoci di veicolare la Parola e, quindi, la comunicazione in modo giusto, efficiente.

Non ci si rende minimamente conto di quanto queste cosiddette barriere possano influire sulla resa delle conversazioni, dei messaggi che inviamo agli altri all’esterno; proprio perché nessuno ce le fa notare, spesso, siamo tentati di correggere il tiro della pronuncia e risolvere il problema, ad esempio, soltanto studiando nutrite nozioni di grammatica, pensando che basti dare una spolveratina veloce al problema con qualche breve lezione di dizione.               Sarebbe molto saggio fermarsi a familiarizzare, invece, con alcune di questi ostacoli interni che tentano di frenare la nostra personalità e impedirci di essere fedeli oratori della parola di Dio: barriere, appunto, un pò scomode a dirsi, ma che ci impediscono seriamente di essere trasparenti, chiari e veraci trasmettitori dei messaggi illuminanti che Dio ci vuol passare.      Se è vero che “La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,33-35), da cosa il cuore deve svuotarsi, allora, per essere pieno, invece, di Dio? E di cosa deve, al contrario, riempirsi?      

Cosa la bocca trova di ostacolo, al suo interno, più che al suo esterno, che la fa inciampare, le vieta di esprimersi con scioltezza, riguardo al messaggio che rischia di scivolare inevitabilmente sul più bello, invece di fluire e sgorgare morbido dalle labbra?

Quali limiti ci bloccano a tal punto da essere comunicatori e lettori efficaci ai fini di una esposizione catechetica? Non si corre il rischio che queste problematiche restringano il campo d’azione, distorcano, interpongano ostacoli tra il lettore e chi ascolta?

Per non parlare poi dello stesso concetto o Parola che viene male interpretata, reinterpretata, aggiungendo o diminuendo sempre qualcosa!

Cerchiamo a grandi linee, adesso, di classificare alcune barriere molto comuni che dovremmo cercare di rimuovere per migliorare la comunicazione per esprimere al meglio il messaggio e la parola di Dio che vorremmo proclamare.

Mettendoci a servizio in modo costruttivo del ruolo che dobbiamo svolgere, dovremmo interpretare questo passaggio della correzione, come qualcosa di estremamente benefico anche per noi stessi, dal momento che la parola di Dio non è soltanto qualcosa di morto che si legge, ma qualcosa di vivo che ci raggiunge e ci trasforma nella vita.

Oppure riteniamo inverosimile o esagerato il fatto che questa Parola possa modificare la nostra esistenza?

Scopriamo ed evidenziamo alcune dei limiti più comuni che ci si presentano davanti quando abbiamo un testo sotto gli occhi; qui entrano in gioco numerosissime e recondite inibizioni umane e sensazioni psico-fisiche frequenti risapute: nervosismo, timidezza, mancanza di fiducia nelle nostre capacità, paura di parlare in pubblico, terrore di fare brutta figura perché non si conoscono neanche gli elementari principi del parlare in pubblico, il panico di non capire cosa stiamo leggendo, non sentire nei nostri cuori ciò che leggiamo, pensando che sia un raccontino di qualche tempo fa, non andando a evidenziare alcune parole significative, scivolando sulla punteggiatura, gli accenti, leggendo troppo lentamente o troppo rapidamente, usando varietà di linguaggio non opportune, usando un’enfasi innaturale, un tono, un ritmo e una cadenza fuori contesto, non modulando mai il tono e il timbro della voce, producendo un suono meccanico, robotico, monotono, cioè, con un mono-ritmo, con mono-pause, di mono-volume, la convinzione di essere già lettori navigati, assumere un atteggiamento clericale da “santo più di te”, essere troppo seriosi o troppo spettacolari e drammatici, o con una modalità “senza vita”, senza sentimenti, senza niente, o annoiati come se certe letture le abbiamo sentite già tante volte…,ecc.

Per non parlare del linguaggio del corpo, altro grande tabù! Senza sapere, invece, che è un altro fondamentale argomento da esplorare e da prendere in considerazione per la proclamazione della Parola che meriterebbe davvero uno studio molto approfondito sotto vari aspetti.

Per ritornare alle barriere che ci impediscono interiormente di parlare bene, prima di arrivare alla conclusione di come si interpreta bene una lettura, vorrei soffermarmi su di un concetto riguardo alla motivazione interiore che spinge molte volte il lettore a leggere.                             C’è alla base, spesso, di chi declama, un atteggiamento rivolto all’indietro, cioè rivolto a sé stessi, al proprio egoistico approcciarsi in un intimistico colloquio col divino, che può esprimere: o la paura di essere a contatto con una divinità così superiore che nemmeno si osa alzare il tono di voce quando si legge, o, quel che è peggio, una manifestazione di un continuo e perpetuo moto di intrattenimento recitativo infinito a tu per tu con Dio, come se quella lettura che il lettore sta presentando, fosse un’interminabile preghiera silenziosa col Signore che non fa assolutamente partecipare l’Assemblea e che genera distrazione.                 Quel che si ascolta dall’altra parte dell’ambone è esasperante e sembra non finire mai e chi ascolta questa modalità d’espressione, rischia o di addormentarsi o di cadere in una soporifera noia, dal momento che si ha l’impressione che il lettore in questione, stia parlando con Dio solo nell’intimità della sua camera, non rivolto a chi sta ascoltando all’esterno.

È molto sbagliato non accorgersi di questi errori che si ripetono di frequente nelle assemblee, dal momento che forse nessuno lo fa notare per apportare miglioramenti. “Si è sempre letto così e continuiamo a leggere così, tanto questo è il mio stile, io sono fatto così, Dio mi ha fatto così, e quindi mi mostro agli altri così come sono!”

Si sente molto spesso ripetere questo tipo di riflessioni e questo atteggiamento sembra risuonare come una dimostrazione di umiltà e avere il colore della remissione, mentre, invece, può nascondere, al contrario, un’aura di finta umiltà che non svolge nessun servizio a chi vuole ascoltare.              

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

 

3 – La Parola come “incidenza umana-divina”

3 – La Parola come “incidenza umana-divina”

L’irruzione della “incidenza umana-divina”, dell’iniziativa gratuita di Dio di calarsi nella storia umana, ce la rivela ancora una volta la Parola.

In Romani capitolo 12,19 vediamo come vengono sottolineate le mancanze umane ma anche la correzione:

Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina.

Sta scritto infatti: spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore”.

Oppure come la Parola riesce a guarire i malati, cancellare il peccato, far risorgere a vita nuova:

Curerò infatti la tua ferita e ti guarirò dalle tue piaghe – oracolo del Signore -, poiché ti chiamano la ripudiata, o Sion, quella che nessuno ricerca (Geremia 30 -17 ).

In Matteo 10,8 Gesù da delle direttive ai suoi discepoli sulla loro missione:

Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.”

Se pronunciata con autorevolezza, questa Parola ha il potere di guarire e, anche la stessa predicazione, con un buon uso delle parole, ha il potere di spiegare, istruire alla sapienza, guarire lo spirito.

Ma cosa significa la parola “predicare”?

Questo verbo “predicare”, o il concetto di “predicazione”, derivano dal latino “praedicare”, e indica “far noto, celebrare, lodare”: per questo possiamo attribuirgli anche la qualità di qualcosa di prezioso, dal momento che la Parola predicata nasconde qualcosa da difendere, proprio perché si tratta di qualcosa di importante, prezioso, a cui si deve dar valore seriamente.

Ciò significa che la parola di Dio va predicata con chiarezza, enfasi, forza kerigmatica anche intensa, talvolta, ma, così profonda, che chi l’annuncia deve far vibrare chi l’ascolta; deve riuscire a scuotere, a far risuonare il cuore di chi riceve il messaggio, proprio come quando si suona uno strumento, le cui onde sonore prodotte, raggiungono le orecchie dell’ascoltatore, scuotendolo e riempiendolo di meraviglia.

Anche Gesù cambia spesso, nelle sue parabole e nei suoi discorsi, il tono di voce e l’intenzionalità quando, da una semplice enunciazione del concetto, passa ad una frase perentoria.

Vediamo nel Vangelo di Marco 16,15, dove la sua Parola diventa parola di comando, ordina, cioè, rivolgendosi ai suoi…

E disse loro: Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.

Si denota l’urgenza e l’importanza di tale atto, un mandato importante, dunque, non una semplice frase buttata a caso nel suo discorso.

La Parola, l’annuncio in sé, contiene, infatti, un qualcosa che può veramente cambiare la vita di chi ascolta; non si tratta di qualcosa da lasciar cadere a vuoto casualmente, dal momento che, proprio attraverso “la stoltezza della predicazione”, si riceve il dono più prezioso: la Fede.

Come ci dice San Paolo nella lettera ai Romani 10,17: Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo.

La fede viene da ciò che si ascolta, viene dall’udito, da colui che parla e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo direttamente ma, attraverso la bocca di chi la pronuncia; quindi, la fede viene dall’essersi messi in sintonia con le labbra, con le parole annunciate dal profeta, dal servo di questa Parola e ha il potere non di lasciare come trova, ma di “attuare”, cioè di realizzare, in chi l’accoglie con la stessa fede, un qualcosa che viene desiderato già dal suo dentro da chi la riceve credendoci!

La Parola ha anche il potere di allontanare ma anche combattere e distruggere il peccato. Come vediamo in 1 Giovanni 3,8: “Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché da principio il diavolo è peccatore. Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo”.

Qui si spiega come colui che commette il peccato è “dal diavolo”, per questo scopo il Figlio di Dio si è manifestato, affinché potesse distruggere le opere del diavolo, cioè del peccato, quindi, le nostre meditazioni, le nostre riflessioni sulle parole bibliche, sono piene di esempi di come Gesù, nella sua venuta incarnata, ha combattuto e ha distrutto peccato, ma contengono anche consigli e preziosi ammaestramenti che ci spingono a vivere una vita migliore, una vita retta, che ci accompagna in un percorso fidato che ci impedisca di sbagliare.

Ancora la Parola ascoltata riesce a dare la vita e rivalorizzare la vita, la rimette in gioco, la trasforma, in una dinamicità sempre nuova e traboccante di energia e di senso.Cosa vuol dire?

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO di Marilena Marino

Se prendiamo la parola di Giovanni al capitolo 4, versetto 13-14, Gesù promette che cosa? Semplicemente l’acqua, ma un’acqua particolare, non un’acqua qualsiasi come quella che si può trovare nelle cisterne, no!

Lui parla di qualcosa di vivo, un tipo di acqua che non si stanca mai di sgorgare, di un fiume, addirittura, che produce un perpetuo movimento, un’acqua viva, insomma, che disseta definitivamente, perché ….

Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.

Significa che non solo che chi si disseta con l’acqua della sua Parola non sentirà più la sete, perché è Lui che la dà, ma addirittura diventerà lui stesso, a sua volta, “fonte di acqua viva”, ossia dispensatore di altrettanta vita per gli altri come una sorgente che zampilla per sempre, per la vita eterna.

È molto significativo e profondo questo concetto; infatti qui ci viene detto che questa Parola contiene Vita, è capace di spegnere nell’uomo la sete di vita, di felicità che l’essere umano cerca da sempre e che, molto spesso, non trova.

Qui, in questa Parola diversa, dunque, si può trovare, allora, il vero senso della vita, la vera ricchezza e abbondanza di felicità!

Non certo una felicità a basso costo, come a volte crediamo di trovare, magari illusoria, breve, mondana, ma una gioia che riempie in modo insaziabile quel senso di nullità che spesso riempie l’uomo di tristezza.

In Giovanni 6,63, Gesù dice anche:

È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita.

Continuando questo viaggio dentro la parola di Dio, è molto interessante sapere alcune nozioni in ebraico, visto che il cristianesimo affonda le sue radici nell’ebraismo; la Parola, in ebraico, ci può offrire degli spunti per capire meglio il significato della sua origine.

La parola ebraica che si legge “dabar” è costruita dalla radice di d-b-r e il verbo significa “parlare”.

Quindi la parola ebraica “midbar”, che viene tradotta con “deserto”, significa in realtà “il posto della parola”, cioè il luogo, dove la parola di Dio, la Bibbia, è stata consegnata ad Israele.

Dabar di Jahvè” (parola di Dio) ha un doppio, valore inscindibile: il “dabar” ebraico non è un “logos” nel senso classico della lingua greca, cioè una parola pensata, ma è “un evento”.

Vedi come in Genesi 15,1: … Dopo tali fatti, fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande”.

Il prologo del Vangelo di Giovanni 1,1-3:

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”.

… esprime, sotto forma di richiami biblici, il compimento in Cristo di tutto quello che è stato detto nell’Antica Alleanza, dal libro della Genesi, passando per la legge di Mosè fino ai profeti, e ai libri sapienziali.

L’espressione “il Verbo”… che in principio era presso Dio… corrisponde alla parola ebraica “dabar”; anche se in greco si trova il termine “logos”, tuttavia la matrice è prima di tutto quella veterotestamentaria.

E dall’Antico Testamento si presenta in due dimensioni: quella che si esprime con il termine “sapienza”, che va intesa come “disegno di Dio” riguardo alla creazione, e quella di “dabar” (“logos”), intesa come la “realizzazione” concreta, pratica di questo disegno di Dio.

E ancora in Isaia, leggiamo che: … “la Parola uscita dalla bocca di Dio non ritorna a lui senza effetto!”

Vediamo che la biblica “dabar-parola”, non è solo parola, ma è anche un “atto”, una “realizzazione” concreta.

Nei libri dell’Antica Alleanza, esiste già una personificazione del “Verbo”, come pure nella “Sapienza”.

“Mi Risuona la parola e dimentico quello che accade. lo mi dimentico della paura di trovarmi in questo deserto spirituale. Mi dimentico della solitudine del cammino. Mi dimentico il buio della notte del cuore. Rimane a farmi compagnia il risuonare della Parola, DaBaR” (citazione da anonimo).

In altre parole Gesu’ è colui che quando parla, attua anche la realizzazione di quella parola, e, quindi, ridona la vita, ravviva, anima; Gesù resuscita i morti, e quindi la Parola veicola quest’acqua nuova, una nuova linfa che deriva proprio dalla predicazione che ha il potere di resuscitare le persone!

Spezzare la Parola, predicarla, annunciarla, leggerla, proclamarla, farla risuonare, significa, appunto: come il Maestro, è capace di ridare la vita, in un certo senso, annunciando il regno di Dio in mezzo agli uomini.

Un altro aspetto anche molto affascinante della Parola, se andiamo al riferimento di Luca 12, 2-3, ci rivela:

Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze”.

Qui, il Vangelo di Luca asserisce che non ci sarà nulla di nascosto che non sarà svelato e nulla di segreto che non sarà conosciuto, ci viene rivelato che la Parola ha, dunque, la forza di spogliare l’errore dai suoi inganni e travestimenti, che tutta la nostra persona, a partire dalla bocca, alle orecchie, alla vista, sarà degna di essere svelata.

Quando la parola di Dio viene annunciata con tale potenza e fervore, le forze negative vengono sconfitte, si autodistruggono, salvando il corpo e l’anima e riabilitando tutto l’uomo.

Possiamo, dunque, immaginare quanto importante sia il compito che spetta a chi ha il dono di svolgere questo servizio della mensa della parola di Dio!

Abbiamo visto e analizzato sotto diversi aspetti come e quanto la parola di Dio possa fare a beneficio dell’umanità e dell’uomo, quante guarigioni impressionanti ci sono state trasmesse dalla parola di Dio attraverso le Sacre Scritture e quante parole incoraggianti troviamo contenute in esse da consegnare anche ad altri, come opportunità di consolazione, salvezza e incoraggiamento.

Ecco la necessità imprescindibile di leggere e trasmettere la parola di Dio dando ad essa la giusta collocazione, la degna importanza e la grande responsabilità etica, morale e religiosa.

“Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza”

Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore.

Non perdertelo per niente al mondo!”

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

2 – L’importanza del carisma di Annunciatore della Parola – Seconda Parte

2 – L’importanza del carisma di Annunciatore della Parola – Seconda Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

 

  A questo proposito l'introduzione al messale è molto chiara: 
“Cristo è realmente presente tanto nella sua Parola, quanto sotto le specie eucaristiche; inoltre è realmente presente nell'Assemblea dei fedeli e nella persona del sacerdote che presiede la celebrazione” (cf SC, 7; PNMR 7).

Stiamo attenti che le nostre messe domenicali, invece di esprimere la gioia di incontrare il Cristo risorto, mostrino dei cristiani che stanno noiosamente “assolvendo un precetto” che ha il sapore più dì un “lasciapassare” che di dono per una vera esperienza di vita. 

Spesse volte tutto viene eseguito secondo i riti. E una cosa sola manca: la gioia della fede, la meraviglia davanti alla bellezza di Dio. Questa è una sensazione che affiora anche da quei lettori improvvisati o trovati all'ultimo secondo.
La riforma liturgica ha istituito, per la Messa festiva, tre letture perché i diversi passi della Scrittura s'illuminino a vicenda e perché è impossibile capire il Nuovo Testamento senza conoscere l'Antico.

È molto importante che vi siano lettori diversi per ogni lettura: la varietà dei lettori, e i movimenti nel presbiterio, l'alternarsi di una voce maschile e di una femminile sono elementi che servono a rompere la monotonia e contribuiscono a suscitare l'attenzione nell'Assemblea.

Chi sono i lettori? I documenti del dopo Concilio in tema di liturgia chiariscono sulla necessità che i lettori siano “veramente idonei e preparati con impegno” (cf PNMR 66) attraverso un cammino di formazione “biblica, liturgica e tecnica” (cf OLM 55).
Lo scopo di tale formazione è quello di far capire anzitutto che l'azione liturgica del leggere la parola di Dio ha un'importanza fondamentale nella celebrazione, poiché da come vengono lette le letture dipende se la parola di Dio giunge al cuore dei fedeli. 
È del tutto inutile aver ridato alla parola di Dio un posto importante nella liturgia se poi non c'impegniamo ad ottenere una buona lettura.
Il lettore deve, deve prendere coscienza che questo impegno non può adempiersi con una semplice azione di fronte all'ambone, ma deve coinvolgere l'intera vita. Il lettore non può preoccuparsi della parola di Dio solo qualche secondo prima di leggerla, ma deve fare della parola di Dio il nutrimento della propria vita. 
Il lettore è il megafono di Dio, il suo inviato affinché la sua Parola, dalla Scrittura, ridiventi Parola nel momento presente di “oggi”; è un servitore, e colui che fa sì che Dio parli al suo popolo, riunito per ascoltarlo.


Per finire alcuni suggerimenti pratici operativi:

Come preparare la lettura:

Il lettore deve sempre preparare la lettura con cura e perfezionare ogni aspetto.
Leggere bene un testo significa tradurre per gli altri i sentimenti e il pensiero dell'autore e, quindi, suscitare una reazione in coloro che ascoltano. 
Per questo: Leggere attentamente il testo in modo da percepire il significato profondo e, quindi, il messaggio da trasmettere.
Cercare di cogliere la struttura, l'articolazione delle diverse parti del testo. Nel lezionario vari accorgimenti tipografici mettono in risalto la diversita' delle parti…
Individuare i passaggi-chiave e le parole-chiave del testo: bisognerà metterli in risalto nella proclamazione.
Determinare, infine, il genere del testo per scegliere la voce, la proiezione, il ritmo adatti: è un genere lirico, meditativo, narrativo, dottrinale...?
Per questo, leggere ad alta voce il testo una o più volte per “metterselo in bocca”. 
L'uso di un registratore può essere utile per ascoltarsi.
Come proclamare la lettura:
Curare una buona illuminazione per non costringere il lettore a fare sforzi visivi e soprattutto una collocazione stabile dell'ambone che sia un punto di facile convergenza, con una sua propria “personalità”, ecc.
Le letture devono essere lette dall'ambone messo bene in evidenza e dal lezionario, non da fogli volanti, libri vari, ecc.
È preferibile che il libro sia già all'ambone, e aperto.
Non è bene che i lettori stiano tutti ammassati all'ambone, uno accanto all'altro, né che ogni lettore si avvii all'ambone dopo una passeggiata attraverso mezza chiesa. 
È consigliabile che i lettori trovino posto vicino all'altare già all'inizio della Messa e abbiano dei sedili a loro riservati e che li occupino fin dall'inizio della Messa. In alcune Solennità i tre lettori potrebbero presentarsi al presbitero con il libro portato da chi poi legge la prima lettura. In ogni caso ci si avvicina all'altare solo dopo la fine dell'azione liturgica precedente. 
Il servizio va svolto in un clima di devoto rispetto, contrassegnato dal contegno semplice e grave, dalla dignità e disinvoltura nell'atteggiamento, nello sguardo e nel comportamento.
Attenzione, disinvoltura non significa leggerezza, faciloneria, “svolazzamenti” fuori posto.
Il volto stesso della persona deve riflettere l'interiorità e far emergere che il lettore si immedesima in quello che sta leggendo o pregando o cantando. 
Stiamo proclamando una parola di “salvezza”, il volto non potrà che avere l'espressione gioiosa degli uomini liberati e salvati concretamente oggi, senza angosce né tristezze.
Non si sale di fretta sull'ambone, ma si attende che chi ci ha preceduto sia sceso. Sia l'avvicinamento sia l'allontanamento dall'ambone devono essere fatti con calma, lentamente e senza intralciare gli altri e si controlla che il libro sia posizionato con la giusta lettura del tempo liturgico. 
Prima di iniziare a leggere è bene attendere sempre che l'Assemblea sia seduta, che sia attenta, in disposizione di ascolto e in completo silenzio. Questo però senza aspettare troppo. Il solo alzarsi e andare all'ambone può essere significativo: può creare il clima dell'ascolto.
Anche scenograficamente è importante uno stacco per distinguere i riti d'introduzione dalla liturgia della Parola. Se c'è anche qualche secondo di silenzio, meglio!
Non si sistema il microfono mentre si parla per evitare anche eventuali brutti rumori dell'impianto. Si deve fare all'inizio. Se ci accorgiamo che non va bene si fa una pausa e poi si riprende. 
Posizionare il microfono in modo da non doverlo spostare se si cambia pagina. 
Sarebbe consigliabile provare prima della liturgia il volume dell'impianto. 
Atteggiamento: le gambe non siano divaricate, il torace ben eretto e dilatato, il volto non ripiegato sul libro, le mani siano sull'ambone (e non incrociate o penzoloni).
Non si legge stando staccati dall'Ambone ma si sta vicino all'ambone come gesto rituale che esprime la sacralità del gesto. Se L'ambone è troppo alto va messo un rialzo adeguato prima dell'inizio: perché chi legge si deve vedere bene. 
Non leggere mai ciò che è scritto in rosso (es.: “prima lettura”, “salmo responsoriale”, ecc.): queste sono indicazioni per il rito, sono cose da “farsi”, non da “dirsi”!
Prima di iniziare si guarda un momento l'Assemblea, è ad essa infatti che si parla, è un segno di rispetto e considerazione ma anche di direzione della comunicazione. 
Si può anche alzare lo sguardo occasionalmente durante una pausa particolarmente lunga, ma non deve essere un movimento ripetitivo che attira troppo l'attenzione su chi legge. Guardare l'Assemblea ad ogni pausa: può creare imbarazzo ed essere artificioso.
Respirare in modo adeguato (specialmente prima di iniziare la frase).
Il titolo dev'essere staccato dalla lettura mediante una pausa: il titolo è un insegna che deve essere pertanto anche evidenziata con un cambiamento di tono e di volume.
Non siamo noi a parlare ma siamo “Voce di Dio”. Bisogna dare “voce” alla parola scritta.
Il volto deve riflettere l'interiorità e far emergere che il lettore si immedesima in quello che sta leggendo. 
Per la lettura fare attenzione al genere letterario espresso dal testo biblico. 
Le norme prescrivono che al termine delle prime due letture bisogna fare risaltare la frase “parola di Dio”, facendola precedere da una pausa come un breve stacco, cambiando leggermente tono e mettendo in evidenza le parole di “Dio” guardando in faccia la gente mentre la si dice per suscitare la risposta dell'Assemblea. 
Non si usa la formula “È parola di Dio”.
Terminata la lettura non si “scappa” ma si guarda l'Assemblea che deve assimilare e poi con calma ci si congeda e ci si allontana. 
L'abbigliamento deve essere consono e rispettoso al gesto che stiamo per cogliere. Questo vale per tutti coloro che partecipano ad una celebrazione Eucaristica. 
Per i lettori in modo particolare la questione assume un aspetto ancora più importante perché il nostro abbigliamento o atteggiamento non deve attirare su di noi l'attenzione. 

Queste “regole” o consuetudini di comportamento sono motivate da un comportamento “liturgico”, che non deve essere un comportamento di “buona educazione”, ma deve essere motivato dal comprendere che siamo immersi in una azione liturgica; e per meglio capirne il senso riportiamo qui delle definizioni di cosa è una Liturgia, prese dal Sacrosanctum Concilium (Concilio Ecumenico Vaticano Secondo)

    • “Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa popolo radunato ed ordinato, e appartengono all'intero corpo ecclesiale, i cui membri vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell'attuale partecipazione.”
    • “È ardente desiderio della Madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della Liturgia e alla quale il popolo cristiano, - stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo di acquisto -, ha diritto e dovere in forza del Battesimo.”
    • “La Liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù.”
    • “La Liturgia è ritenuta come l'esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, per mezzo di segni sensibili, viene significata e, in modo ad essi proprio, realizzata la santificazione dell'uomo, e viene esercitato dal Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale”.

 

Papa Francesco nel settembre 2022, parlando in una udienza all'Associazione dei professori e cultori di Liturgia,  invitava a non trascurare la liturgia. Mettendo in guardia dal pericolo del “tradizionalismo”, che è come un tornare indietro allontanandosi dalla Verità e dallo Spirito. Citiamo a seguire le parole del Papa.
Una riforma della Liturgia è un processo lento ed è in corso, certo richiede ancora tempo, “una cura appassionata e paziente”, “intelligenza spirituale e intelligenza pastorale”, e necessita di “formazione, per una sapienza celebrativa che non si improvvisa e va continuamente affinata”.

Il lavoro dei liturgisti non deve essere separato “dalle attese e dalle esigenze del popolo di Dio”, che “ha sempre bisogno di formarsi, di crescere, eppure in sé stesso possiede quel senso di fede, che lo aiuta a discernere ciò che viene da Dio e che realmente conduce a Lui, anche in ambito liturgico”.

“La liturgia è opera di Cristo e della Chiesa, e in quanto tale è un organismo vivente, come una pianta, non può essere trascurata o maltrattata. Non è un monumento di marmo o di bronzo, non è una cosa da museo. 
La liturgia è viva come una pianta, e va coltivata con cura. E anche, la liturgia è gioiosa, con la gioia dello Spirito.
Perché canta la lode al Signore; la liturgia, per questo non deve essere triste, funebre.”

“Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di una visione alta della liturgia, tale da non ridursi a disquisizioni di dettaglio rubricale: una liturgia non mondana, ma che faccia alzare gli occhi al cielo, per sentire che il mondo e la vita sono abitati dal Mistero di Cristo; e nello stesso tempo una liturgia con i piedi per terra, non lontana dalla vita, non con quella esclusività mondana: No. 
Questa non c'entra. Una liturgia seria, vicina alla gente. Le due cose insieme: rivolgere lo sguardo al Signore senza girare le spalle al mondo”.


“Tuttavia bisogna sempre rimanere radicati nella tradizione, ma non andando indietro, facendo attenzione allo spirito mondano dell'indietrismo, oggi alla moda, quel pensare che andare alle radici significa andare indietro! 
Invece, si va alle radici per crescere, come l'albero che cresce da quello che gli viene dalle radici, perché la tradizione, è andare alle radici ed è la garanzia del futuro”.

“Invece, l'indietrismo è andare indietro due passi perché è meglio il sempre si è fatto così. È una tentazione nella vita della Chiesa che ti porta a un restaurazionismo mondano, travestito di liturgia e teologia, ma è mondano. E l'indietrismo sempre è mondanità”.

“Ed è anche andare contro la verità l'andare indietro, è contro lo Spirito. Tanti nell'ambito della liturgia si dicono secondo la tradizione, ma in realtà sono tradizionalisti e il tradizionalismo è la fede morta di alcuni vivi, che uccidono quel contatto con le radici andando indietro". 

“Bisogna stare attenti, oggi, alla tentazione:
dell'indietrismo travestito di tradizione”.
Dopo le parole del Papa, capite quindi che ci sono motivazioni trascendenti ben più profonde di un semplice comportamento formale, educato e perbenistico.
Il Lettore inoltre interviene nella prima parte della Liturgia quella della “liturgia della Parola”. Approfondiamo ancora con altre definizioni di questa parte liturgica in modo da capire il senso profondo che svolge prima della parte Eucaristica.

    • “Massima è l'importanza della Sacra Scrittura nella celebrazione liturgica”
(Sacrosanctum Concilium, Concilio Ecumenico Vaticano II).
    • “La stessa celebrazione liturgica, che poggia fondamentalmente sulla parola di Dio e da essa prende forza, diventa un nuovo evento e arricchisce la parola stessa di una nuova efficace interpretazione. 
      Così la Chiesa segue fedelmente nella liturgia quel modo di leggere e di interpretare le sacre Scritture, a cui ricorse Cristo stesso, che a partire dall' “oggi” del suo evento esorta a scrutare tutte le Scritture” (Introduzione al Lezionario domenicale e festivo, Premesse).
    • “Quando pertanto Dio rivolge la sua parola, sempre aspetta una risposta, la quale è un ascolto e un'adorazione in “Spirito e verità”. È infatti lo Spirito Santo che rende efficace la risposta, in modo che ciò che si ascolta nell'azione liturgica si attui poi anche nella vita, secondo quel detto: 
      “siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori” (Introduzione al Lezionario domenicale e festivo, Premesse).
    • “perché la parola di Dio operi davvero nei cuori ciò che fa risonare negli orecchi, si richiede l'azione dello Spirito Santo; sotto la sua ispirazione e con il suo aiuto la parola di Dio diventa fondamento dell'azione liturgica, e norma e sostegno di tutta la vita.
      L'azione dello Spirito Santo non solo previene, accompagna e prosegue tutta l'azione liturgica, ma a ciascuno suggerisce nel cuore tutto ciò che nella proclamazione della parola di Dio vien detto per l'intera assemblea dei fedeli, e mentre rinsalda l'unità di tutti, favorisce anche la diversità dei carismi e ne valorizza la molteplice azione” (Introduzione al Lezionario domenicale e festivo, Premesse).

Altre indicazioni per le varie forme nella Liturgia:

Il salmo responsoriale
Le modalità di esecuzione più utilizzate sono le seguenti:

·     Salmo letto, ritornello detto. 
È la soluzione più semplice, anche se da non raccomandarsi. 
La lettura dev'essere fatta con stile lirico, come si declama una poesia ma senza cantilena chiaramente; dev'essere interiorizzata, come una preghiera, la tensione e lo stile seve essere diversa da quella delle due letture.

·     Salmo letto, ritornello cantato. 
È la forma più usata. 

·     Salmo letto con sottofondo musicale, e il ritornello cantato o detto.

·     Salmo cantato, ritornello cantato. 
È la forma più consona per eseguire il salmo, poiché i salmi in origine erano preghiere cantate; il momento del salmo deve pertanto essere un momento lirico, poetico, che comporta anche il supporto strumentale. È il salmista che canta il salmo non il coro, cioè un solista, con l'intervento dell'Assemblea nel ritornello.

La sequenza
Un canto lirico (anche se spesso viene detto) che può essere eseguito facoltativamente in diverse occasioni ed è obbligatorio a Pasqua e a Pentecoste; s'inserisce fra la seconda lettura e l'acclamazione al Vangelo.
L'acclamazione al Vangelo
È un'acclamazione, un grido, un canto di gioia. Normalmente si usa l'alleluia. In Quaresima, invece, si canta un'altra acclamazione. Non deve mai essere recitato! Perché per sua natura è un'acclamazione; al massimo si può dire il versetto inframmezzato al ritornello cantato. Essendo un'acclamazione, non dev'essere troppo lunga, anzi, dev'essere breve, intensa.

Il Vangelo
È il momento culminante della liturgia della Parola, poiché è Cristo stesso che ci parla. Spetta al diacono o ad un sacerdote non celebrante o, in assenza di entrambi, al sacerdote celebrante.

L'omelia
L'omelia ha come fonte la parola di Dio e come mèta la vita, cioè ha come scopo principale l'attualizzazione della parola di Dio proclamata nelle letture. È l'anello di congiunzione tra la liturgia della Parola e la liturgia Eucaristica. È consigliabile che l'omelia venga preparata dai sacerdoti assieme agli animatori liturgici ad esempio durante le riunioni settimanali del gruppo liturgico.

La professione di fede
Si dice nelle domeniche e nelle solennità. È detta anche Credo, in quanto è il simbolo, cioè il segno di riconoscimento, del cristiano. È posta al temine della liturgia della Parola, poiché costituisce la risposta della fede dell'Assemblea alla parola di Dio proclamata nelle letture e commentata nell'omelia. È necessario curarne l'esecuzione per evitare che diventi un “minestrone”, cioè una pura formula rituale detta ad una velocità eccessiva e con poca attenzione.

La preghiera dei fedeli
È detta anche preghiera universale in quanto in essa si prega per l'intera umanità. Le intenzioni, che possono essere liberamente formulate, devono essere semplici, brevi, veramente universali. La risposta dell'Assemblea è bene che ogni tanto sia variata (evitare di usare sempre “Ascoltaci, o Signore”) e, almeno nelle feste importanti, sarebbe bene che fosse cantata.
Il silenzio
Sono troppo pochi i momenti di silenzio durante la Messa! Ve ne dovrebbero essere almeno dopo l'omelia e dopo la Comunione, ma, possibilmente, anche durante l'atto penitenziale, e dopo ogni lettura, per evitare che le nostre celebrazioni diventino un fiume di parole continue che si riversano sull'Assemblea.

Il commentatore
È un animatore liturgico che soprattutto in celebrazioni caratterizzate da assemblee vaste ed eterogenee ha il compito di guidare l'intera celebrazione, di essere di collegamento tra il rito e l'Assemblea, attraverso alcuni brevi interventi fatti in modo opportuno e al “momento” opportuno.
Oltre all'introduzione iniziale della celebrazione, vi può essere una monizione prima di ogni lettura oppure un'unica monizione all'inizio della liturgia della Parola. 
Queste monizioni sono utili per fornire all'Assemblea una chiave di lettura per entrare in sintonia con i testi che verranno proclamati.
Le introduzioni o monizioni alle letture devono essere: brevi, semplici, chiare (non anticipazioni all'omelia o mini-omelie), preparate con cura; non riassunti ma testi avvincenti che cerchino di evidenziare l'aggancio con l'attualità, con ciò che stiamo celebrando oggi, eventualmente messe sotto forma di domanda in modo da stimolare l'attenzione.
Non dovrebbero mai essere lette: sono inviti, non proclamazioni, e quindi devono essere dette con tono colloquiale.
Il commentatore dev'essere una persona diversa dai lettori; non deve salire all'ambone, ma stare in disparte perché non proclama la parola di Dio. 
Deve essere un animatore esperto e preparato, che non si limiti a leggere monizioni scritte da altri e che sappia essere sobrio e discreto, evitando ogni forma di protagonismo.

 

 

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

 

1 – Dio parla all’uomo nella vita di tutti i giorni – Seconda Parte

1 – Dio parla all’uomo nella vita di tutti i giorni – Seconda Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO di Marilena Marino

È importante, dunque, che il lettore, che è un araldo, un credente, proclami la parola di Dio facendola udire con chiarezza al popolo, attraverso un annuncio che deve manifestarsi con forza, spessore, riuscendo a far vibrare la fede di quanti ascoltano.
È una questione di capire ciò che si legge e di farlo capire con il tono della voce, la dizione, l’articolazione delle parole, i ritmi, le pause, il fraseggio, gli stacchi, soprattutto, il rispetto dei vari generi letterari. Ma questo, è richiesto dalla parola di Dio proclamata nell’atto liturgico di fronte all’Assemblea cui è rivolta, e non si può ottenere da un lettore estemporaneo né tantomeno da bambini.
È questione di verità, di dignità, di serietà, anzi di fede: è un servizio da rendere all’Assemblea, non un favore da concedere al singolo fedele.
La proclamazione presuppone un’atteggiamento di ascolto da parte dell’Assemblea.
Nelle liturgie questo “ascolto” fa riferimento all’ascolto fisico della voce del lettore che esclude una lettura personale del testo biblico sui libri o foglietti. Perché è richiesto un ascolto dalla “parola viva”, che è il mezzo di comunicazione tra due persone, e a maggior ragione il rituale tende a mettere in evidenza che Dio parla “in questo momento” al suo popolo.
C’è una comunicazione psicologica mentre risuona la parola attraverso i nostri sensi per arrivare o provocare una reazione cosciente interiore.
La Bibbia contiene una parola che è stata “detta” prima di essere “scritta” e questa viene proclamata all’Assemblea perché riviva in quel momento la sua forza di salvezza e il timbro vocale originario.
L’ascolto contiene un valore oltre che psicologico, anche teologico e comunitario per cui è necessario eliminare le difficoltà pratiche che ci distraggono con una “lettura privata” durante la proclamazione.
Questo deforma il senso della proclamazione, e svaluta la funzione del lettore, “isola” il fedele dall’Assemblea e lo estrania dal dialogo diretto che Dio invece vuole instaurare con il suo popolo.
Se nelle pagine dell’Antico Testamento sentivamo la parola di Dio in maniera sensibile, forse un pò lontana, che faceva quasi paura, descritta in modo anche sensazionale, nel Nuovo Testamento, come abbiamo detto, questa Parola si fa sempre più vicina all’uomo fino ad assumere le sembianze di Gesù Cristo che, venuto nella carne come essere umano, incarna la stessa parola del Padre, di Dio, desidera essere voce ascoltata, pronunciata, trasmessa da uomini che lui stesso sceglie.
Ma Dio parla a ciascuno ed a ogni credente; questi, rivestito di Gesù nel battesimo, è mandato ad annunciare, a proclamare la sua grazia, a dire che Dio è vicino ad ognuno, senza distinzione.
Ascoltando la parola di Dio, ogni essere umano può sentire che essa parla proprio a lui, perché il Signore parla oggi, come ha parlato ieri, ma non in un passato lontano, né in un domani troppo distante, ma ogni giorno.
Oggi Lui viene, è nella Parola delle Scritture e nei Sacramenti della Chiesa e può trasformare la nostra esistenza, tutta la nostra storia e lo fa servendosi in modo unico, con ciascuno di noi che ha eletto fin dalle origini del mondo, essendo suoi figli.
Nonostante tutto, la Bibbia rischia di restare per tanti una illustre sconosciuta, ma Dio non si stanca di parlare attraverso di essa: siamo noi che abbiamo bisogno di ascoltare, tra le tante parole di ogni giorno, quella “sola Parola”.
Papa Francesco ha istituito “La Domenica della Parola” con il motu proprio Aperuit illis il 30 settembre 2019, memoria liturgica di San Girolamo; con questa lettera apostolica Papa Francesco ha stabilito che ogni anno, la terza domenica del tempo ordinario, sia dedicata alla celebrazione, alla riflessione e alla divulgazione della parola di Dio.

“Lo spirito del Signore Dio è su di me,
perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,
a promulgare l’anno di grazia del Signore” (Is.61,1-2a).
Anche in questi tempi, Dio ha parlato e ha realizzato la sua Parola e quando un ascoltatore è pronto ad accoglierla, c’è sempre un oggi pronto a manifestarsi; la parola di Dio è qui, a portata di mano, oggi, adesso, ci interpella perché desidera farsi prossima alla nostra vita.
La missione profetica che Gesù ha inaugurato è affidata anche ai discepoli, affinché anche nel tempo presente, tutti possano ascoltare la gratuità dell’amore di Dio attraverso la voce degli annunciatori.
Proprio per volontà di Papa Francesco, dunque, la terza domenica del tempo ordinario nella seconda metà di gennaio, viene dedicata alla parola di Dio. In questo giorno si mette al centro la Sacra Scrittura, la Parola viva che il Signore ha pronunciato per il suo popolo.
La parola di Dio incarnata è Cristo, la Scrittura lo profetizza e attraverso personaggi e racconti, viene illustrata l’opera della salvezza nella storia dell’uomo.

Nella prima lettura che si proclama in questa giornata dedicata alla Parola, si legge il libro della Torah:
“Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’Assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge.
Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza, e accanto a lui stavano a destra Mattatia, Sema, Anaià, Uria, Chelkia e Maasia, e a sinistra Pedaià, Misaele, Malchia, Casum, Casbaddana, Zaccaria e Mesullàm.
Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore.
Essi leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemia, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!».
Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemia disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza»” (Neemia 8,2-10)
… Leggevano il libro della legge e ne spiegavano il senso…

Nel Salmo 18 leggiamo “Le tue parole O Signore sono Spirito e Vita”. Questo Salmo evidenzia come la Parola sia perfetta, come guidi l’uomo e tutte le sue azioni. Infatti “La parola di Dio è luce ed è lampada al cammino dell’uomo” (Salmo 118).

In 1 Corinzi 12,12-30 San Paolo manifesta ai Corinzi l’unità a cui è chiamato il popolo di Dio che rappresenta il corpo mistico di Cristo che, cioè, è la sua Chiesa (“Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte”). In Lc 1,1-4; 4,14-21 (“Oggi si è compiuta questa Scrittura”) l’evangelista descrive, come uno storico, i fatti relativi a Gesù e tramandati da testimoni oculari e da quelli che sono diventati “ministri della Parola”, “servitori della Parola”, di Gesù Cristo stesso.
Infine, il passo di Isaia dove Gesù, che si nutre per primo della legge del Signore, proclama quelle parole che risuonano nella sinagoga.

Come sottolinea il grande padre della Chiesa San Girolamo, grande innamorato della parola di Dio, “Dialogare con Dio, con la Parola, è in un certo senso presenza del cielo, presenza di Dio… Lo studio e la meditazione della Scrittura rendono l’uomo saggio e sereno….. Leggere la Scrittura è conversare con Dio… Tu parli con lo sposo… Se leggi è lui che ti parla”…
“Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me” (Gv 5,39).
“Cercate e troverete” (Mt 7,7).
“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza” (Is 52,7).
“Poi io udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò e chi andrà per noi?” (Is 6,8).

Dio manda profeti e annunciatori in ogni tempo e luoghi della storia, affinché i suoi messaggi vengano tramandati ad ogni persona: sicuramente, possono sembrare parole che nascondono frasi di un libro a volte sigillato, misterioso, rivelano persone o figure particolari che non si possono interpretare perché rivestite di una certa sacralità, ma leggiamo che Dio parla rivolgendosi a ciascun battezzato come profeta (Gal 4,6) rassicurando:
“E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!»”.

Per concludere uno stralcio dalle “Opere” di Baldovino di Canterbury…

“La parola di Dio è viva ed efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12).
Ecco quanto è grande la potenza e la Sapienza racchiusa nella parola di Dio! Il testo è altamente significativo per chi cerca Cristo, che è precisamente la Parola, la potenza e la Sapienza di Dio.
Questa Parola, fin dal principio coeterna col Padre, a suo tempo fu rivelata agli apostoli, per mezzo di essi fu annunziata ed accolta con umile fede ai popoli credenti. È dunque Parola del Padre, Parola nella predicazione, Parola nel cuore.
Questa parola di Dio è viva, e ad essa il Padre ha dato il potere di avere la vita in se stessa, né più né meno come il Padre ha la vita in se stesso. Per cui il Verbo non solo è vivo, ma è anche vita, come egli stesso dice: “Io sono la via la verità e la vita” (Giov 14,6).
È quindi vita, è vivo e può dare la vita. Infatti “come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole” (Giov 5,21) e dà la vita quando chiama il morto dal sepolcro che dice “Lazzaro, vieni fuori” (Giovanni 11,43).
“Quando questa Parola viene predicata mediante la voce del predicatore, dona alla sua voce, che si percepisce esternamente, la virtù di operare interiormente, per cui i morti riacquistano la vita e rinascono nella gioia dei figli di Abramo. Questa Parola è dunque viva nel cuore del Padre, viva sulla bocca del predicatore, viva nel cuore di chi crede e di chi ama. (Sir 1. 5.16) Sorgente di sapienza è la parola di Dio dall’alto, e sentieri di lei le leggi eterne. Ed è appunto perché questa Parola è così viva, non v’è dubbio che sia anche efficace”.
È efficace quando opera, è efficace quando viene predicata. Infatti non ritorna indietro vuota, ma produce i suoi frutti dovunque viene annunziata, creduta e amata: “Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-11).
“Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).
“Che cosa infatti è impossibile a chi crede, che cosa è impossibile a chi ama? Quando parla questa Parola, le sue parole trapassano il cuore, come gli acuti dardi, scagliati da un eroe. Entrano in profondità come chiodi battuti con forza, e penetrano tanto dentro, da raggiungere le intimità segrete dell’anima. Infatti questa Parola è più penetrante di qualunque spada a doppio taglio, perché il suo potere di incisione supera quello della lama più temprata e la sua acutezza quella di qualsiasi ingegno. Nessuna saggezza umana e nessun prodotto d’intelligenza è fine e sottile al pari di essa è più appuntita di qualunque sottigliezza della sapienza umana e dei più ingegnosi raziocini.” Tratto dalle “Opere di Baldovino di Canterbury”, vescovo (Tratt. 6; PL 204, 451-453).
La parola di Dio, dopo il Concilio Vaticano II ha ritrovato la sua centralità nella vita della Chiesa. Sono molti che confermano come la riscoperta della parola di Dio sia l’evento più fecondo vissuto da parte dei credenti che da secoli non praticavano più il contatto diretto con le Scritture per la loro vita di fede nella Chiesa e nel mondo.
La parola di Dio richiede, per essere feconda, un impegno convinto, costante, totale; infatti la pagina biblica quanto più diventa bella tanto più sembra essere difficile.
Il Card. Martini scrive al riguardo: “Col tempo, quanto più la Scrittura mi si rivela nei suoi aspetti capaci di far risplendere la luce di Cristo in mezzo a noi, tanto più mi pesano le sue durezze, le sue pagine faticose da leggere e da accettare e soprattutto difficili da inquadrare nell’orizzonte del Cristo umile e misericordioso”.

Sappiamo che la Bibbia è l’insieme di una pluralità di libri generati nell’arco di un millennio circa. La Bibbia è una biblioteca frutto di una selezione, di un discernimento.
È evidente l’appartenenza del libro al popolo, e l’appartenenza del popolo al libro.
Le Scritture sono generate nel seno della Chiesa e appaiono a loro volta generatrici della fede dei credenti: trasmettere le Scritture significa trasmettere la fede!
La Bibbia contiene la parola di Dio ed è una mediazione, una traccia, un’impronta di Dio e in questo senso noi possiamo affermare che è un segno, un sacramento. La Scrittura è il segno visibile in cui la parola di Dio si comunica all’uomo.
Potremmo definire la Scrittura come: “tabernacolo della parola di Dio”.
La lettura diviene così operazione indispensabile alla scrittura, e i lettori subentrano all’autore ridando nuova vita allo scritto divenendo, co-autori caricando di nuovi significati il testo che si apre così a una interpretazione potenzialmente infinita.
La ricezione del libro avviene nell’Assemblea liturgica: così il luogo della generazione della Scrittura è anche il luogo della sua risurrezione. C’è una mano che prende il libro e lo apre, il libro viene a contatto con gli occhi e attraverso una voce che legge, resuscita a parola vivente rivolta all’Assemblea. Ecco la resurrezione del libro!
La Scrittura in cui la comunità si riconosce ha bisogno di una voce. La voce mostra ciò che è scritto e consegna la parola di Dio. La voce si sottomette alla Scrittura, ma nello stesso tempo la fa risuscitare. Proclamare infatti non significa solo “leggere ad alta voce”, ma rivolgere la parola a qualcuno in nome del Signore. Il Libro si trasforma in Parola per una comunità.

La parola di Dio che risuona nella comunità: desta, rinnova e sostiene la fede che nasce dall’ascolto e opera anche nel cuore dei fedeli trascinandoli a una crescita in una fede operativa.
Negli Atti degli Apostoli: “La parola di Dio cresceva, e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme” (At.6,7); “la parola di Dio cresceva e si diffondeva” (At. 12,24).
Così il crescere della Parola significa anche crescita dei convertiti, crescita della comunità. La parola di Dio è la forza e la grande protagonista della vita della Chiesa, della sua missione ed evangelizzazione, della conversione da parte dei pagani che gioiscono con gioia dell’annuncio della salvezza e abbracciano la fede.
La parola di Dio cresce al crescere della comunità, e in questa edificazione è sempre accompagnata dalla consolazione nello Spirito Santo. (Come leggi al versetto: Atti 9,31).
Tra Spirito e Parola c’è un inscindibile legame e attraverso la loro sinergia avviene l’edificazione della comunità cristiana come corpo di Cristo.
L’edificazione della comunità si manifesta come edificazione da parte dei doni, dei ministeri legati alla Parola: dice S. Paolo voi siete “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti” (Ef. 2,20); è il Signore che “ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo” (Ef. 4,11-12), ma questi doni sono doni dello Spirito Santo: “Asceso in alto… ha distribuito doni agli uomini” (Ef. 4,8).

“Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza”
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore.
Non perdertelo per niente al mondo!”

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino.
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

1 – Dio parla all’uomo nella vita di tutti i giorni – Prima Parte

1 – Dio parla all’uomo nella vita di tutti i giorni – Prima Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO di Marilena Marino

Il silenzio è una condizione privilegiata per ascoltare la voce di Dio: è vero che nelle ore di tutta la nostra giornata siamo presi da mille faccende, da mille cose da fare e siamo distratti continuamente; abbiamo dentro di noi tante voci che risuonano, oltre a quelle esteriori che ci circondano. Ma se riuscissimo qualche minuto a stare davvero in silenzio da soli con noi stessi, potremmo percepire la voce di Dio che ci parla… una voce che è più forte di tutte le altre voci, inconfondibile e che si fa reale.
Certamente occorre anche “cercare” la presenza di Dio, volerla, incuriosirsi… per questo è necessario anche che la nostra voce “gridi” a Lui interiormente, affinché ci ascolti e risponda a questo grido.
La parola di Dio è importante, non solo per ricevere una risposta quando preghiamo, quando siamo soli con le nostre ricerche d’infinito, quando aneliamo a degli interrogativi, a certi bisogni spirituali che sembrano non avere senso, perché inascoltati o non soddisfatti concretamente; la Parola è necessaria, altresì, per vivere bene anche la concretezza dell’esistenza umana, dal momento che scopriremo, dopo un’attenta e accurata analisi, che Dio, invece, è molto più vicino di quanto si pensi.
Anche se l’uomo con le proprie forze e la propria intelligenza riesce a gestirsi da solo, la parola di Dio getta una luce concreta sulle sue azioni: voglia o non voglia, dorma o non dorma, vegli o non vegli, gli è sempre vicina, rispondendo inspiegabilmente al suo stesso vitale interrogativo, sul perché esiste o viene al mondo, per esempio, perché accade o non accade quel determinato fatto storico.
Non solo, la parola contenuta nelle Sacre Scritture, ha la capacità di spiegare il passato nell’uomo, di interpretarlo, attualizzando il presente e anticipando addirittura la sua azione futura, spiegandola, profetizzandola, dandogli la possibilità di contestualizzare la sua stessa vita, fornendogli una spiegazione degli avvenimenti passati e cercando di fargli capire ciò che accade al presente e perché.
Troppo spesso deleghiamo al destino, alla casualità, alla sorte, tutto ciò che ci accade o è accaduto nella vita, attribuendo le cause di alcuni episodi che ci sono venuti incontro, a persone o a fatti ben precisi, accontentando la nostra razionalità e mettendo a tacere la nostra coscienza, pacificando, per quieto vivere, persino la nostra intelligenza; ma se ci riserviamo anche la possibilità di guardare in un’altra direzione, di alzare lo sguardo verso il cielo e di affidarci alla parola di Dio visto come padre sapiente che istruisce per puro amore disinteressato il proprio figlio, potremmo delineare la nostra traiettoria di vita dandole persino un altro significato.
Certamente il raziocinio e l’intelligenza sono importanti e necessari per l’uomo, ma la sapienza Divina è un’altra cosa, esula dai conti che facciamo con noi stessi per far quadrare il tutto. Qui, è un’altra storia, dobbiamo allargare la nostra mentalità, perché, parlando di ispirazione divina, è necessario l’affidamento dell’umana creatura a un’entità superiore che è lo stesso Dio.
Dobbiamo non difenderci davanti alla possibilità che non tutto possa essere governato dal nostro io e tuffarci a braccia aperte verso un papà provvidente che si prende cura della nostra intera esistenza: dobbiamo metterci in gioco e, non solo, dunque, con il bisogno di cercare la voce di Dio in risposta ai nostri fabbisogni spirituali, ma per capire l’importanza, dopo averla anche trovata, di fare della Parola un decodificatore “urgente” della nostra stessa esistenza!
Possiamo vincere questa sfida, possiamo provare un’altra strada, rendendoci conto che Dio è nella realtà e nella concretezza di tutti i giorni! Strano, ma vero! Impossibile, a detta di alcuni, ma possibile per chi lo crede!
Riuscire a darci una chiave di lettura della propria esistenza, capire perché si vive e che senso dare alle cose che facciamo, è qualcosa di molto serio, soprattutto se l’uomo non vuole affidarsi soltanto all’umana razionalità o al caso, per vivere e inoltrarsi, al contrario, nella fitta selva del suo mistero umano, per risolverlo una volta per tutte e trovare anche una certa pace al suo turbolento e amletico dramma esistenziale: essere o non essere?

Ma intanto partiamo alla scoperta della Voce di Dio.
È interessante comprendere l’importanza che la voce ricopre innanzitutto in Dio ed esaminare come viene descritta, “usata” da Dio stesso nelle Sacre Scritture.
Noi abbiamo parlato, sì, della nostra voce, ma possiamo andare a scoprire che tipo di voce aveva Dio, la sua timbrica, che è un elemento essenziale, un arredo molto caratteristico, unico, direi, della vocalità.
Forse ci sembrerà strano già il fatto stesso di attribuire a un Dio una voce e addirittura una timbrica!
Non si tiene affatto conto, a livello personale, di quanto, invece, parlando di vocalità, di come il timbro sia un elemento davvero originale, importantissimo, dal momento che imprime un particolare sigillo alla voce, conferendole un colore, un segno inequivocabile e speciale che lo contraddistingue per sempre.
Ogni timbro, come la voce, come la persona, è diverso e potrebbe essere distinto chiaramente per l’assoluta caratteristica personale; nel mondo c’è tanta diversità, e, dunque, anche la voce e il timbro non hanno fotocopie, anzi, si diversificano per la loro specificità e unicità.
Se pensiamo che il timbro è come una carta d’identità, un marchio davvero inconfondibile per le corde vocali di ognuno, cosa pensare del timbro, allora, di Dio, a proposito della sua voce? Ve lo siete mai chiesto?
Il timbro è la qualità della voce che permette di distinguere, sul piano percettivo, un suono vocalico da un altro. L’orecchio si tara e si rapporta al tipo di voce e, su tale base, associa frequenze diverse a determinati toni.
Il timbro è quel carattere musicale che ci permette di capire da che cosa è prodotto il suono. Consente quindi all’ascoltatore di individuare la fonte sonora dalla quale il suono è prodotto.
Il timbro della voce è la qualità che corrisponde al colore della voce. Si può descrivere usando moltissimi aggettivi: dolce, secco, aspro, squillante, esile…

Se ricerchiamo storicamente l’uso delle parole per indicare alcuni termini importanti contenuti nel linguaggio biblico, possiamo scoprire interessanti aspetti che declinano la parola “voce” e il suo significato.
Nella lingua italiana la voce indica il suono articolato dell’essere umano tramite le corde vocali: parlare, ridere, cantare, piangere, urlare, ci riportano automaticamente alle variegate espressioni della voce.
Leggendo nella Bibbia le definizioni frequenti a proposito della “voce di Dio”, scopriamo che nel vocabolario ebraico, dove la parola voce è rappresentata dalla lettera “qol”, troveremo che il primo significato elencato è “rumore, strepito, fragore, chiasso, suono”.
Il libro del Profeta Ezechiele usa il termine con una certa frequenza in diversi significati: “qol” è ripetuto 5 volte, nel capitolo 1,24, definendolo in questi modi: il “rombo delle ali” simile al “rumore delle cascate”, al “tuono dell’onnipotente”, al “fragore di una tempesta” e al “tumulto di un accampamento”.

Il timbro di Dio si distingue, assume diversi suoni, fa sentire la sua voce in tanti modi, come in Esodo 19,16-19, in cui il popolo percepiva i tuoni, i lampi e il suono del corno…
“Il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni e lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di corno: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore. Allora Mosè fece uscire il popolo dall’accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del monte. Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco, e ne saliva il fumo come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono del corno diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce”.

In questo racconto grandioso dell’Esodo, leggiamo che vi furono dei tuoni, fulmini, una nube densa e un suono (qol), fortissimo del corno… il suono “qol” del corno diventava sempre più intenso e Mosè parlava e Dio gli rispondeva con un tuono (qol).
Nel libro dell’Esodo viene detto che nell’esperienza del monte Sinai il popolo udì direttamente le parole del decalogo pronunciate da Dio dal monte; così come in Deuteronomio 5,1- 22.
Sempre in Esodo 20,18-19, leggiamo: “Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante. Il popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano. Allora dissero a Mosè: “Parla tu a noi e noi ascolteremo; ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo!”.
I tuoni sono stati così trasformati in suoni articolati come parole, quasi a dire che la Bibbia stessa presenta al suo interno un tipo di ”Scrittura Divina”.

 

 

 

 

Biblicamente parlando scopriamo che Dio può parlare nella Torah sotto forma di leggi, nei libri profetici come rivelazione personale indirizzata al popolo e nei libri sapienziali come frutto di riflessione sulle varie esperienze di vita.

Nel libro di Ezechiele 1,4 leggiamo “Io guardavo, ed ecco un vento tempestoso avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di metallo incandescente”; e ancora, come avevamo già citato precedentemente, ai versetti 1,24-25 “Quando essi si muovevano, io udivo il rombo delle ali, simile al rumore di grandi acque, come il tuono dell’Onnipotente, come il fragore della tempesta, come il tumulto d’un accampamento. Quando poi si fermavano, ripiegavano le ali. Ci fu un rumore al di sopra del firmamento che era sulle loro teste”.

In Ezechiele 26,10 indica lo “strepito dei cavalieri” mentre in 26,13 diventa “tuono di YHWH”, nel salmo 29 la frase “La voce del Signore” viene ripetuta per 7 volte, nella descrizione di una violenta tempesta che si è formata nel Mediterraneo per abbattersi sulla costa occidentale, sul Libano e infine sul deserto Siriano.
Oltre allo sconquasso di una bufera, “qol” , può indicare anche un leggero fruscio di una foglia che cade, vedi Levitico 26,36: “A quelli che tra voi saranno superstiti infonderò nel cuore costernazione nei territori dei loro nemici: il fruscìo di una foglia agitata li metterà in fuga; fuggiranno come si fugge di fronte alla spada e cadranno senza che alcuno li insegua”.
Con la parola “qol” nel libro delle Lodi, il Salterio, è un tripudio di celebrazioni della parola di Dio sotto forma di canti, inni, preghiere, suppliche, che invitano a magnificare e a celebrare le opere di Dio.
I salmi, infatti, sono il timbro e la voce del dialogo tra Dio e il suo popolo (Salmo 140) “Io dico al Signore: tu sei il mio Dio; ascolta, Signore, la voce della mia supplica”. Nel Salmo 5,3-4 si legge “Sii attento alla voce del mio grido, o mio re e mio Dio, perché a te, Signore, rivolgo la mia preghiera. Al mattino ascolta la mia voce; al mattino ti espongo la mia richiesta e resto in attesa”.

In senso figurato questa parola non richiede nemmeno qualche suono sensibile: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! ” Genesi 4,10.
Il Salmo 19 afferma che tutte le creature proclamano la gloria di Dio semplicemente con la propria esistenza senza bisogno di far sentire la loro voce (Salmo 19,4-5). Nel Salmo 145 che afferma che tutte le creature proclamano la gloria di Dio semplicemente con la propria esistenza. “Canti la mia bocca la lode del Signore e benedica ogni vivente il suo santo nome, in eterno e per sempre”.

Con la voce delle colombe, Naum 2,8 ci avviciniamo alla definizione dei dizionari italiani che parlano della voce come vero e proprio “organo della fonazione”, fondamentalmente comune a tutti gli uomini e animali: “La Signora è condotta in esilio, le sue ancelle gemono con voce come di colombe, percuotendosi il petto”.
Riferendosi alle colombe, il profeta non pensava certo a uccelli parlanti, ma al verso emesso che viene interpretato, in questo caso, come un lamento, un gemito.
Nella scrittura, nel libro del profeta Geremia, si dice che quando fa udire la sua voce, Dio ha una voce, un timbro, simile a un rombo (Geremia 10,13) “Al rombo della sua voce rumoreggiano le acque nel cielo. Fa salire le nubi dall’estremità della terra, produce le folgori per la pioggia, dalle sue riserve libera il vento”.
Nel libro di Giobbe, il suono del flauto richiama la voce di chi piange, Giobbe 30,31: “La mia cetra accompagna lamenti e il mio flauto la voce di chi piange”, già espressiva da sola, senza bisogno di parole o di specifiche spiegazioni. Quando la voce è quella dell’uomo, normalmente, si presuppone che esprima sentimenti o pensieri, come nel caso di chi prega, esprimendo un profondo e intimo dialogo tra Dio e l’uomo: “A gran voce grido al Signore ed egli mi risponde dalla sua santa montagna” (Salmo 3,5).
Possiamo pensare alla preghiera che si recita ad alta voce: è normale l’uso della voce nei dialoghi tra gli uomini e nella preghiera rivolta a Dio; quindi non c’è da meravigliarsi se nella cultura ebraica si attribuisce una voce a Dio per comunicare con gli uomini, per rispondere alle loro suppliche e preghiere e per dispensare consigli per come comportarsi nella vita.
Nella Bibbia scopriamo un linguaggio che ricorre molto spesso alla figura di un Dio che ha occhi, orecchie, volti, braccia, mani, ma anche sentimenti e comportamenti umani: anche la voce, dunque, può essere considerata un elemento importante di cui Dio si serve per parlare ed esprimersi.
Generalmente, leggendo i testi, scopriamo l’uso della voce di Dio in riferimento a fenomeni uditivi, sensibili, ma anche il gusto e la capacità di raccontare è rivelata in tutta la Bibbia, dal momento che tutti i racconti sono resi vivi, non solo dalle descrizioni, ma anche dai dialoghi tra i diversi protagonisti: lo stesso Dio, che rimane il protagonista assoluto di tutte le storie narrate, adotta il suo linguaggio e non resta in silenzio dall’alto dei cieli, ma parla, interagisce e fa udire la sua voce in molti modi all’uomo.
Anche nel Nuovo Testamento, nei Vangeli, troviamo la voce di Dio nelle sue tante declinazioni espressive, ma soprattutto notiamo che è possibile scoprire una voce che viene tramandata, oggi, attraverso la sua parola incarnata e comunicata. La vera Parola, infatti, è lo stesso Gesù Cristo che, nella pienezza dei tempi, si è manifestato a noi nella carne e si è reso visibile agli uomini.
In Giovanni 1,14: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. … si spiega che Gesù è il messaggio universale, nel senso che è tutto quello che Dio vuole comunicare all’uomo. Egli preesisteva insieme al Padre, egli fu artefice della creazione di ogni cosa, egli è la luce degli uomini.
La parola, Gesù, è incarnazione di tutto ciò che è Dio. “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode” Salmo 51,17
Il messaggio d’amore che Dio diffuse per mezzo dei Profeti fu ignorato per secoli: “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno” (Matteo 23,3) e siccome per le persone era facile ignorare il messaggio di un Dio invisibile, lo stesso messaggio si fece carne, prese forma umana e venne ad abitare in mezzo a noi.
“Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne” (Romani 8,3).

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!, a gloria di Dio Padre” (Filippesi 2,5-11).

“Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi” (Matteo 1,23).
Questo attraverso i carismi istituiti nella Chiesa, ha la possibilità di essere ascoltato attraverso la voce dei lettori, degli oratori, dei catechisti, di tutti coloro che, insomma, svolgono nella Chiesa questi ministeri.
Il Signore Gesù ha sempre voluto che giunga a tutti gli uomini la sua parola di salvezza, di perdono, di consolazione di speranza e in molti casi Dio si serve degli uomini perché la sua parola venga diffusa, ricevuta e di nuovo consegnata ad altri. Da qui viene per ogni cristiano il compito di trasmettere la parola di Dio, divenendone strumento e servitore.
Proclamare, infatti, non significa solo leggere bene, ma rendere pubblico, acclamare, confessare e rivelare, venerando la parola di Dio e dichiarandone pubblicamente il valore e l’importanza:
rendere noto agli uditori quello che Dio oggi vuol far loro conoscere,
perché siano provocati a dare una risposta.

"Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
Se anche tu vuoi ricevere il libro, clicca qui:

 

0 – Prefazione + Le 4 Parti Del Libro

0 – Prefazione + Le 4 Parti Del Libro

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO di Marilena Marino

La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani (2Corinzi 3, 2-3) Di solito abbiamo una visione di Dio lontana, distante da noi. Molto spesso pensiamo che Dio sia da un’altra parte del cielo ad occuparsi di cose molto più alte ed importanti, mentre l’uomo vive sulla terra sempre assorbito dai propri problemi che lo fanno sentire un essere che deve costantemente cavarsela da solo nelle sue innumerevoli vicissitudini di vita, destinato a scontare non so quale purgatorio o pena del destino. L’essere umano, molto spesso, non riesce a comprendere o a percepire la presenza di Dio nella sua vita, lo sente lontano. Con questo libro l’autrice vorrebbe colmare questa distanza descrivendo lo sguardo di Dio, la sua bocca che dialoga con la sua creatura, la cura, la guarda, le parla, la rassicura, cercando con delicatezza di convincerla, in mille modi, che Lui non è affatto distratto o insensibile nei suoi riguardi. Attraverso la parola, Dio vorrebbe parlare, comunicare, rendersi visibile all’uomo e rassicurarlo sul fatto che è un Dio che è presente sempre nella storia, che osserva da vicino la sua quotidianità, il suo trascorrere del tempo, e che getta uno sguardo partecipe su di lui, dalle più piccole alle più grandi cose. Questo è un libro che vuole essere un getto di luce, una carezza, un dialogo non filosofico ma antropologico col lettore, uno strumento di conoscenza e di riscoperta del linguaggio divino e umano per testimoniare che Dio, attraverso le Sacre Scritture, ieri, come oggi, desidera parlare ancora con tutte le forze agli uomini e alle donne di ogni tempo. In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso. Per la tua giustizia, liberami e difendimi, tendi a me il tuo orecchio e salvami… …Della tua lode è piena la mia bocca: tutto il giorno canto il tuo splendore… …Contro di me parlano i miei nemici, coloro che mi spiano congiurano insieme e dicono: «Dio lo ha abbandonato, inseguitelo, prendetelo: nessuno lo libera!»… …Io, invece, continuo a sperare; moltiplicherò le tue lodi. La mia bocca racconterà la tua giustizia, ogni giorno la tua salvezza, che io non so misurare. Verrò a cantare le imprese del Signore Dio: farò memoria della tua giustizia, di te solo… …Venuta la vecchiaia e i capelli bianchi, o Dio, non abbandonarmi, fino a che io annunci la tua potenza, a tutte le generazioni le tue imprese… …Allora io ti renderò grazie al suono dell’arpa, per la tua fedeltà, o mio Dio, a te canterò sulla cetra, o Santo d’Israele. Cantando le tue lodi esulteranno le mie labbra e la mia vita, che tu hai riscattato. Allora la mia lingua tutto il giorno mediterà la tua giustizia… (Versetti dal Salmo 71)

 

 

Perché il PAVONE in copertina

Il pavone viene rappresentato spesso nell’arte Cristiana, e assume dei significati che simboleggiano la Risurrezione e anche l’emblema della Vita Eterna. Nelle antiche religioni pagane, si credeva che la carne del pavone anche dopo la morte non si degradava mai. E così per questo, i primi Cristiani lo adottavano come simbolo della Risurrezione, come immagine della presenza di Cristo e delle sue promesse trascendenti. Originario dell’India, in Oriente, è considerato un simbolo del Cosmo o del Sole, mentre in Occidente è il distruttore di serpenti, perché si ciba dei cobra e dei serpenti velenosi, riuscendo ad ingerire i veleni senza risentirne, e digerendoli il pavone li trasforma nei variopinti e colorati disegni delle sue penne. Per tale motivo sono talvolta associati alla capacità di trasformare in bene, il male e di cambiare in positivo gli eventi negativi. Ancora, in Tibet il pavone bianco, rappresenta la perfezione spirituale e la completa purezza mentale. L’abbinamento alla Risurrezione di Cristo, era così ancor più motivato dal momento che Cristo “divenne peccato” per noi sulla croce, ma poi risuscitò dai morti con il suo corpo glorioso trasformando la potenza-veleno del male in Risurrezione. I Romani lo chiamavano “uccello di Giunone” perché accompagnava nell’aldilà le anime delle imperatrici e simboleggiava la regalità, la bellezza e l’immortalità. Ecco spiegato il perché il pavone compare spesso nell’arte cristiana, quale simbolo della Risurrezione e della vita eterna, utilizzato dagli artisti antichi proprio per queste credenze tradizionali. Nelle catacombe di Priscilla a Roma, la stanza della Velata, prende il nome dalla figura di una donna, in atteggiamento orante, sovrastata da un magnifico pavone; al centro della volta è dipinto il Buon Pastore nel giardino paradisiaco, tra pavoni e colombe. Una considerazione che ha motivato questa scelta in copertina come nascosta dietro l’ambone della Parola è quella che osservando il pavone nella sua giornata questo vive una vita molto normale come gli altri volatili: vive, mangia, e si muove qua e là nell’aia, anche se sappiamo che contiene in sé una magnificenza nascosta. Quando poi apre le penne, esse brillano improvvisamente tra la nostra “sorpresa” con tutta la loro vera bellezza. Questo ci evoca una immagine paragonabile alla vita di un Cristiano. Per strada, non vedi nessuna differenza fra lui e qualcuno non battezzato. Sono ambedue persone normali che vivono la loro vita mangiando, lavorando, e altre cose quotidiane. Ma il Cristiano possiede uno splendore nascosto, donato dalla potenza trasformatrice della grazia di Dio. Questo splendore esplode solo in particolari momenti della vita e sarà visibile solo quando il Cristiano entrerà nella vita eterna con Gesù Cristo. In quel momento, la magnificenza nascosta dell’anima di ogni Cristiano sarà rivelata allo stupore di tutti, simile alla sorpresa che si prova quando all’improvviso il pavone manifesta nella ruota le sue magnifiche penne. Nella copertina quindi il pavone rappresenta la normalità del Cristiano quasi nascosto dietro il tronco della tradizione umana, ma un tronco che può fiorire improvvisamente e catalizzato dalla Parola di Dio far esplodere la Grazia della Risurrezione dando “vita” alle parole del Libro.

 

Le 4 Parti del Libro

 

PARTE 1 – Gli elementi fondanti, le motivazioni, le radici presenti nelle Sacre Scritture della Voce di Dio e della Proclamazione della Parola.

PARTE 2 – Metodi e suggerimenti per approfondire la Parola: sono tecniche e strumenti per aiutare il lettore ad entrare nella comprensione della Parola di Dio e cercare di assorbire la dimensione spirituale superiore dei testi per arrivare personalmente ad una comprensione “sentita dal cuore”, una comprensione profonda, personale e spirituale per riuscire a consegnare in modo sincero e veritiero la Parola di Dio all’Assemblea.

PARTE 3 – Tecniche specifiche per la consegna : qui vengono esaminate nel dettaglio ogni componente tecnica della comunicazione e della lettura espressiva. Questi capitoli fanno prendere coscienza ai lettori di come usare con sicurezza le loro capacità naturali di comunicazione in modo efficace.

PARTE 4 – Esempi pratici con vari testi della Bibbia: idee e suggerimenti su come leggere i diversi tipi di testi che troviamo nelle Sacre Scritture.

COME LEGGERE O MEGLIO STUDIARE QUESTO LIBRO:
Leggi questo libro nell’ordine in cui è stato predisposto approfondendo ogni sezione in modo spirituale ma anche pratico nella convinzione di essere un servo utile alla comprensione della Parola di Dio.
L’intento dell’autrice consiste anche nel difficile compito di responsabilizzare i lettori in maniera che il loro ministero si manifesti in modo chiaro e distinto, originale ed intelligente, potente ma comprensivo, con una interpretazione scientifica, amorevole e artistica, in modo tale che quest’arte sia presente ma anche delicatamente velata, nascosta e che la lettura risulti naturale e semplice.