Secondo la Bibbia, i gentili originariamente erano persone non legate al popolo ebraico.
Leggendo la Bibbia, specialmente il Nuovo Testamento, ti imbatterai spesso nella parola Gentile.
Cosa significa?
Parola di origine latina e solitamente impiegata al plurale. Nelle versioni inglesi di entrambi i Testamenti designa collettivamente le nazioni distinte dal popolo ebraico.
Il motivo principale per cui i gentili vengono menzionati nella Bibbia è che “come discendenti di Abramo, gli ebrei si consideravano, ed erano infatti, prima della venuta di Cristo, il popolo eletto di Dio. Poiché le nazioni non ebraiche non adoravano il vero Dio e generalmente indulgevano in pratiche immorali, il termine Gôyîm “Gentili” ha spesso nelle Sacre Scritture, nel Talmud, ecc., un significato denigratorio”.
Inizialmente ci fu molta discussione tra gli apostoli sull’opportunità o meno di predicare ai gentili il Vangelo di Gesù Cristo.
Per fortuna San Paolo divenne l ‘” Apostolo dei Gentili ” e si incaricò di evangelizzare tutte le persone, sia ebrei che gentili, assicurandosi che tutti conoscessero l’opera salvifica di Gesù Cristo.
IL DONO DELLA SALVEZZA AI GIUDEI E AI GENTILI (Mc 6,1-8,26).
GIUDEI E GENTILI NELLA CHIESA PRIMITIVA I primi cristiani dovettero ben presto affrontare un problema che a noi oggi può sembrare estraneo al discorso religioso, quello cioè che riguarda gli alimenti di cui un credente può nutrirsi e quelli ai quali deve rinunciare. A sua volta questo era solo un aspetto di una questione più grande: quale atteggiamento i credenti in Cristo devono assumere nei confronti della legge mosaica? Avendo ricevuto il vangelo di salvezza che si incarna nella persona di Gesù, come devono regolarsi nei confronti della venerabile tradizione del popolo giudaico? In altre parole, per essere tali i cristiani devono rimanere o diventare giudei a tutti gli effetti, oppure la fede in Cristo è sufficiente per la salvezza? Questo dilemma non si poneva per un pio ebreo, il quale, una volta diventato cristiano, non riteneva che questo fosse un motivo sufficiente per abbandonare la pratica della legge mosaica, che precedentemente aveva regolato tutta la sua vita. La questione si poneva, invece, all’interno della missione, proprio perché molti gentili erano disposti a convertirsi; ma non a entrare in una comunità religiosa che si identificava con un gruppo etnico isolato all’interno dell’impero romano. Se si fosse imposta l’osservanza della legge mosaica, il cristianesimo, che potenzialmente è universale, sarebbe diventato nella migliore delle ipotesi la religione di un piccolo gruppo all’interno del mondo giudaico, che a sua volta già era una piccola entità nella società di allora. Proprio la necessità di annunziare il vangelo ai gentili mise ben presto in crisi l’osservanza della legge mosaica anche se la maggior parte dei primi cristiani era di provenienza ebraica. Nella chiesa primitiva ci furono forti scontri su questo tema. Dai dati presenti negli scritti cristiani delle origini emergono sostanzialmente quattro orientamenti diversi. Anzitutto vi erano i giudaizzanti, che rappresentavano l’ala più conservatrice del cristianesimo primitivo: essi sostenevano che tutti i cristiani, provenissero essi dall’ebraismo o dal paganesimo, dovevano osservare la legge. Altri invece, come Giacomo, fratello del Signore, affermavano che, mentre i convertiti dall’ebraismo dovevano continuare ad osservare la legge, ai gentili era richiesta soltanto l’osservanza di alcune norme (le cosiddette «clausole di Giacomo»: cfr. Atti 15,19-20). Vi erano poi coloro che, come Paolo, sostenevano che i gentili convertiti non erano tenuti all’osservanza della legge mosaica, mentre i giudeo-cristiani potevano regolarsi come meglio preferivano, in quanto la legge di Mosè non era più essenziale neppure per loro. Infine gli ellenisti (dei quali il rappresentante più illustre era Stefano, il protomartire) sostenevano che
2 – nessun credente in Cristo fosse tenuto ad osservare la legge poiché questa aveva perso ogni significato (sembra questo il tema del discorso di Stefano in At 7). Il solco tra i rappresentanti di questi diversi orientamenti era molto profondo in quanto riguardava non solo la prassi, ma anche la fede delle prime comunità. In fondo si trattava di stabilire se la persona di Gesù e la fede in lui erano sufficienti per la salvezza, oppure se era necessario qualcos’altro, cioè la pratica di quelle norme venerande sulle quali si era fondata per secoli la vita del popolo che aveva dato i natali allo stesso Gesù.
MARCO, UN VANGELO DI FRONTIERA Oggi si suppone che Marco sia il più antico dei primi tre vangeli, così simili e così diversi da essere chiamati «sinottici», cioè in gran parte paralleli. Di fatto i vangeli di Matteo e Luca possono essere considerati come due nuove edizioni, rivedute e ampliate, di Marco. Se infatti confrontiamo tra loro i tre sinottici, notiamo che Matteo e Luca hanno in comune molto materiale, costituito specialmente da detti di Gesù, che non si trova in Marco. Siccome utilizzano questo materiale in modi e luoghi diversi del loro scritto, si può ritenere che essi non si conoscessero l’un l’altro, ma abbiano ricavato questi detti da una fonte sconosciuta a Marco, andata poi perduta, che viene designata oggi con la sigla Q (dal tedesco Quelle, «fonte»). Si può dunque concludere che Matteo e Luca hanno fatto uso sostanzialmente di due fonti, Marco e Q. Insieme ad esse poi ciascuno di loro ha usato alcune tradizioni a lui solo note. Pur dipendendo da Marco, è possibile però che Matteo e Luca fossero ancora a contatto con la forma orale delle tradizioni da lui raccolte, o magari con una edizione precedente del suo vangelo. Solo così si spiega il fatto che a volte contengono dettagli che sembrano più arcaici rispetto a quelli che si trovano nel secondo vangelo. Marco è dunque l’evangelista che per primo ha fatto una grande raccolta delle tradizioni orali riguardanti Gesù di Nazaret, dando così origine a quel genere letterario che chiamiamo «vangelo». Probabilmente già prima esistevano collezioni di brani, usate dai catechisti per la formazione religiosa dei convertiti, di cui la più antica, e quindi anche la più profondamente rielaborata, era quella riguardante la Passione di Gesù. Marco ha unito questo materiale, che era ancora in gran parte allo stato fluido, in modo tale che tutto quanto gravitasse sul racconto della Passione. Questa constatazione ha fatto sì che un autore definisse il vangelo di Marco come il racconto della Passione di Gesù preceduto da una lunga introduzione. Lo studio dei rapporti che intercorrono tra i vangeli sinottici mostra chiaramente che né Matteo né Luca si sono sentiti liberi di manipolare le tradizioni a loro piacimento. Bisogna supporre che anche Marco, sebbene le sue fonti non siano note, sia stato molto legato alla tradizione. Malgrado ciò egli ha impresso la sua impronta sul materiale di cui disponeva, soprattutto disponendolo secondo un ordine che gli sembrava riflettesse meglio i diversi momenti e aspetti della predicazione di Gesù. Naturalmente per fare ciò ha dovuto operare alcuni ritocchi, fare collegamenti, armonizzare frammenti diversi. Questo lavoro «redazionale» appare chiaramente dagli studi sulla forma letteraria della sua opera. Lo scopo fondamentale di Marco è quello di presentare Gesù come il Messia, il Figlio di Dio che annunzia e inaugura il «regno di Dio» (cfr. 1,14-15). Egli però è preoccupato non tanto di affermare questa sua dignità trascendente, quanto piuttosto di precisare le modalità con cui lo ha interpretato il suo ruolo. In altre parole egli intende mostrare al lettore che la gloria di Gesù non si manifesta nelle grandi opere da lui compiute, specialmente nei suoi miracoli, ma piuttosto nella sua passione e morte. A tale scopo egli fa ricorso a un espediente letterario chiamato «segreto messianico»: in altre parole egli ha rielaborato il materiale a sua disposizione in modo da far apparire che durante tutto il periodo del suo ministero Gesù ha
3 – rifiutato non solo l’appellativo di Messia e di Figlio di Dio, ma ha tenuto nascosto tutto ciò che poteva far pensare a queste prerogative, come per esempio i suoi miracoli; solo alla fine, nel contesto della sua passione, quando ormai non vi era più alcuna possibilità di malinteso, avrebbe svelato la sua dignità (14,62). Nel vangelo di Marco il fatto che Gesù non abbia voluto presentarsi con le prerogative del Messia atteso dai giudei ha anche un altro significato: secondo lui è vero che Gesù ha annunziato la venuta del regno di Dio ai giudei, ma ben presto ha rivolto lo stesso annunzio ai gentili, negando così in qualche modo le attese nazionalistiche legate alla figura del Messia. Inoltre sempre secondo Marco Gesù sarebbe passato sopra proprio tutte quelle norme della legge mosaica, riguardanti circoncisione, riti, alimenti, nelle quali i giudei trovavano la loro identità e quindi il motivo di separazione dai gentili. Questo punto di vista è piuttosto isolato nel cristianesimo primitivo: infatti secondo Matteo e Luca solo dopo la sua morte e risurrezione Gesù avrebbe comandato ai discepoli di rivolgersi ai gentili. Si può dunque supporre che Marco, per affermare la sua tesi, abbia ritoccato le tradizioni che gli sono pervenute; soprattutto accentuando lo scontro di Gesù con i rappresentanti ufficiali del giudaismo e descrivendo una sua attività al di fuori dei territori abitati prevalentemente dai giudei (Giudea e Galilea). Marco vuole così dimostrare che la missione ai gentili non ha avuto inizio dopo la risurrezione di Gesù, ma è stata inaugurata «direttamente» da lui; essa non rappresenta quindi uno sviluppo successivo del suo messaggio, ma ne costituisce un aspetto primario e qualificante. In altre parole Marco vuole dimostrare che Gesù stesso ha già indicato in partenza l’atteggiamento che i cristiani avrebbero dovuto assumere nei confronti della legge mosaica: dal non aver saputo accettare questo insegnamento del Maestro proverrebbero quindi le difficoltà sorte in seguito nella comunità cristiana, già anticipate nel comportamento dei discepoli.
LA SEZIONE DEI PANI Affrontiamo ora la sezione che abbiamo scelto come tema di questa ricerca. La chiamiamo per intenderci «sezione dei pani», perché in essa il termine «pane» ritorna ben sedici volte a partire da 6,8 fino a 8,20; però diciamo subito che si tratta di una indicazione di comodo, spesso utilizzata ma molto discutibile, in quanto non è sufficiente per metterne in luce tutti gli aspetti. Il primo passo da fare è quello di delimitare la sezione stessa e poi di identificarne le articolazioni interne. Ovviamente non si tratta di una questione secondaria, perché è necessario conoscere l’estensione di un insieme di testi e il modo in cui essi sono collegati per capire che tipo di discorso l’autore intende fare. Anzitutto è chiaro che la sezione termina con la guarigione del cieco di Betsaida (8,22- 26): subito dopo questo episodio infatti è riportata la confessione di Pietro, seguita dal primo annunzio della passione, che rappresenta chiaramente l’inizio di una nuova sezione. Gli esegeti sono invece incerti circa il punto di inizio della sezione. Secondo molti di loro, esso coincide con la prima moltiplicazione dei pani (6,30), secondo altri con il racconto dell’esecuzione di Giovanni Battista da parte di Erode (6,14-29), secondo altri ancora con la missione dei Dodici (6,7). In ogni caso la visita di Gesù a Nazaret (6,1-6) apparterrebbe ancora alla sezione precedente. A mio avviso, invece, la sezione inizia prima, con la visita di Gesù a Nazaret e con il suo rifiuto da parte dei nazaretani (6,1-6a): infatti apparirà soprattutto che, in base alla logica interna che presiede a tutta la sezione, questo episodio non si può staccare da quello seguente, l’invio dei discepoli (vv. 6b-13) che termina con il loro ritorno presso Gesù (cfr. 6,30).
4 – Le articolazioni interne della sezione sono abbastanza chiare. Una prima arco narrativo è quello appunto che va dall’episodio di Nazaret fino al ritorno dei discepoli (6,1-30): in esso è inclusa una lunga parentesi sulla morte di Giovanni Battista (vv. 14-29). Dopo il ritorno dei discepoli da Gesù ha inizio un secondo blocco narrativo caratterizzato da due moltiplicazioni dei pani, una in Galilea (6,30-44) e l’altra nella Decapoli (8,1-10). Dopo il primo di questi due miracoli si situano l’episodio di Gesù che cammina sulle acque (6,45-52), un sommario circa la sua attività in Galilea (6,53-56) e infine una discussione con gli scribi e i farisei circa il puro e l’impuro (7,1-23). Al termine di quest’ultimo episodio Gesù si reca nel territorio di Tiro e Sidone, dove opera la guarigione della figlia di una donna sirofenicia (7,24-30) e poi di un sordomuto (7,31-37). Dopo la seconda moltiplicazione dei pani è riportata la richiesta di un segno da parte dei farisei (8,11-13). Conclude il tutto una discussione di Gesù con i discepoli circa il lievito dei farisei e di Erode (8,14-21) e infine la guarigione del cieco di Betsaida (8,22-26). Nello sviluppo della sezione è importante soprattutto la discussione con gli scribi e i farisei circa il puro e l’impuro (7,1-23). La presenza di questo lungo brano sorprende il lettore perché il vangelo di Marco contiene solo due raccolte un po’ estese di detti, il discorso parabolico (c. 4) e il discorso escatologico (c. 13). Dunque se Marco ha riportato proprio qui questa raccolta, ciò significa che gli serviva ai fini della composizione di questa sezione. Subito dopo questa discussione (7,24) Gesù esce dal territorio di Israele e si reca in terra pagana, nel territorio di Tiro e Sidone (Fenicia). Già in precedenza aveva compiuto una veloce sortita fuori di Israele, quando si era recato sull’altra sponda del lago di Galilea e aveva guarito l’indemoniato geraseno (5,1-20), ma era subito rientrato. Invece, da questo momento in poi Gesù si trova sostanzialmente «all’estero», come appare all’inizio della sezione successiva, quando si trova solo con i suoi discepoli nei pressi di Cesarea di Filippo e chiede loro: «Voi chi dite che io sia?» (cfr. 8,27-33). È vero che in singole occasioni Gesù appare ancora, sebbene in modo fugace, in Galilea o in Giudea, tuttavia è probabile che in questi casi l’indicazione di luogo non sia dovuta dall’evangelista, ma facesse parte delle tradizioni da lui utilizzate. Quindi, secondo Marco, Gesù resta fuori dal territorio di Israele finché riappare a Gerico, per procedere poi verso Gerusalemme, dove avrà luogo la sua passione e morte. Il miracolo compiuto da Gesù nel territorio di Tiro e Sidone in favore di una donna sirofenicia (7,24-30), rappresenta, a parer mio, la chiave interpretativa di questa sezione. Ad esso quindi rivolgiamo anzitutto la nostra attenzione, per poter poi studiare, alla sua luce, le due parti che la compongono.
GUARIGIONE DELLA FIGLIA DI UNA SIRO-FENICIA (7,24-30) Il miracolo narrato in questo brano ha luogo mentre Gesù si trova dalle parti di Tiro e Sidone, in un territorio abitato quasi esclusivamente da gentili. Egli vi si trova quasi in incognito, perché non vuole che alcuno lo sappia. Ma subito si reca da lui una donna che ha una figlioletta posseduta da uno «spirito immondo» e, gettandosi ai suoi piedi, gli chiede di guarirla. Nel corso del suo vangelo Marco dà grande importanza alla liberazione degli indemoniati perché in queste persone vede il focalizzarsi di una potenza avversa a Dio. È vero che per lui, come per Gesù e per tutto il mondo giudaico, il male risiede nel cuore degli uomini e di lì esce e si propaga (cfr. 7,21-23). Tuttavia questo male era visto come qualcosa di oggettivo che contamina i rapporti fra le persone e veniva facilmente identificato con un’entità personale di carattere mitologico, il demonio, l’angelo decaduto, che si oppone a Dio. Esso poi veniva visto all’opera specialmente in persone che avevano gravi disagi di carattere psichico, la cui
5 – origine era altrimenti incomprensibile. In realtà, secondo la percezione moderna, l’alienazione mentale dipende in gran parte proprio da quelle strutture ingiuste che regolano negativamente i rapporti sociali. L’evangelista non esplicita questo ragionamento, ma considera la liberazione di un indemoniato come il segno per eccellenza che attesta la venuta del regno di Dio: tant’è vero che il primo miracolo compiuto da Gesù nel secondo vangelo è proprio la guarigione di un ossesso (1,21-28). Perciò la donna che chiede a Gesù la guarigione della figlioletta posseduta da uno spirito immondo, esige senza saperlo un segno di quella salvezza piena e definitiva che coincide con la venuta del Regno. L’evangelista sottolinea di proposito che «quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia». Per lui è importante che il lettore si renda ben conto che si tratta di una donna non ebrea a tutti gli effetti. Ella cerca dunque di forzare il principio secondo cui la salvezza è per i giudei. Perciò Gesù le dice: «Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Per i giudei i cani erano i gentili; il pane dei figli simboleggiava la salvezza che, essendo destinata al popolo ebraico, non poteva essere data ai gentili. La durezza di questa affermazione è appena attenuta dal diminutivo «cagnolini» con cui i gentili vengono designati. Ma la donna replica: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli». Con queste parole ella riconosce che effettivamente non avrebbe diritto a tale miracolo, perché è fuori discussione che la salvezza appartiene ai giudei, ma gli chiede semplicemente di fare un’eccezione. Allora egli le dice: «Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia». E ciò si attua puntualmente. Per capire il discorso di Marco è utile confrontare il suo racconto con quello di Matteo (15,21-28). Anche secondo questo vangelo Gesù si è recato dalle parti di Sidone e Tiro, dove gli viene incontro la donna cananea; questa si mette a gridare verso di lui, «ma egli non le rivolse neppure una parola». Allora i discepoli gli chiedono di esaudirla, se non altro per evitare che li segua gridando. Ma Gesù risponde: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Questa frase, così dura, si trova solo in Matteo, il quale prosegue narrando che ella viene, si prostra dinanzi a lui chiedendo di essere aiutata. Allora Gesù le dice: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». Questa risposta è la stessa che si trova in Marco, ma manca la prima parte della frase: «Lascia prima che si sfamino i figli». La conclusione, poi, è uguale: la donna ribatte che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Allora Gesù, dopo aver lodato la sua fede, le concede la grazia richiesta. Secondo la versione di Matteo Gesù, pur essendo venuto solo per gli israeliti, fa un miracolo per questa donna pagana per il semplice motivo che ella ha fede, cioè crede che Gesù è stato effettivamente mandato al popolo giudaico, ma ha il potere, se vuole, di fare qualche dono di grazia anche agli altri. Quindi Gesù accetta la richiesta della donna pagana, ma lo fa in via eccezionale; in altre parole si tratta dell’eccezione che conferma la regola. Questa interpretazione è confermata, sempre nel vangelo di Matteo, da un altro racconto, quello del centurione che aveva il servo ammalato (8,5-13): egli chiede a Gesù di guarire un suo servo, ma quando Gesù dice «Io verrò e lo curerò», si profonde in scuse, dicendo di non essere degno di riceverlo in casa sua e chiedendogli di curarlo da lontano. Gesù allora afferma di non aver trovato tanta fede in Israele e guarisce il servo. La reazione del centurione si spiega solo supponendo che Gesù non ha detto che sarebbe andato a casa sua, ma piuttosto ha fatto una domanda: «Dovrò forse venire a curarlo?». A questa domanda si attende una risposta negativa: in quanto ebreo Gesù non può entrare in casa di gentili, e quindi non può andare a guarire il servo del centurione. Per questo egli allora ribatte che Gesù non ha bisogno di andare da lui, ma può guarire il servo a distanza. Anche questa volta la guarigione avviene in via eccezionale, restando ferma la regola che la salvezza è per i giudei. Secondo Matteo Gesù invierà i discepoli ai gentili solo dopo la sua risurrezione (Mt 28,19).
6 – Ritornando ora a Marco, bisogna ammettere che, stando al senso del discorso, la frase che non si trova in Matteo («Lascia prima che si sfamino i figli») non sia stata omessa da questo evangelista, ma sia chiaramente un’aggiunta di Marco stesso. Infatti l’accenno a un «prima» lascia chiaramente supporre l’esistenza di un «dopo»: ora, se Gesù ha limitato la sua attività al mondo ebraico, non si vede in che senso si può parlare di un «dopo», almeno durante la sua vita terrena. Pur dipendendo da Marco, su questo punto ha ragione Matteo che omette questa frase ispirandosi forse a una tradizione più antica di cui era a conoscenza. Ma proprio questa dialettica tra «prima» e «poi» che Marco introduce nella risposta di Gesù manifesta il modo in cui egli leggeva l’episodio: è vero che il pane della salvezza appartiene ai figli, ma dopo di loro esso è donato anche agli altri. E questo «dopo» sta iniziando già ora con la guarigione della figlia della donna siro-fenicia. Marco dunque non vede in ciò che Gesù sta per fare una semplice eccezione alla regola, ma l’inizio di una nuova fase della sua attività in cui la salvezza è offerta ai gentili.
GLI INIZI DELLA MISSIONE AI GENTILI Il susseguirsi di un «prima» e di un «poi» appare anzitutto nella prima parte della sezione, quella cioè del rifiuto opposto a Gesù dai nazaretani, seguito dal conferimento ai discepoli di un compito missionario. 5.1. L’episodio di Nazaret (6,1-6a) La visita a Nazaret si inserisce bene nell’ambito del ministero di Gesù in Galilea. È comprensibile che, per parlare ai suoi compaesani, Gesù approfitti del giorno di sabato, quando tutti sono radunati nella sinagoga. Marco non dice il tema della predicazione, ma mostra lo stupore dei presenti e i loro commenti. Essi trovano difficoltà ad accettare il suo insegnamento, nel quale essi riconoscono una manifestazione di sapienza, cioè una grande autorevolezza, a causa delle sua origine umile, e soprattutto ben nota a tutti. Ma proprio questo è molto strano: non avrebbero dovuto piuttosto essere contenti ed orgogliosi di lui, un loro compaesano divenuto famoso? Per capire che cosa effettivamente è accaduto a Nazaret dobbiamo soffermarci sulla frase finale: «E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità» (vv. 5-6). Questa constatazione si spiega più chiaramente alla luce di quanto riporta Luca nella sua versione di questo episodio (Lc 4,14- 30). Secondo il terzo evangelista Gesù commenta la diffidenza dei suoi compaesani con queste parole: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria!» (v. 23). Questa frase lascia capire che i nazaretani reagiscono con freddezza all’insegnamento di Gesù in quanto ritengono che questo personaggio, diventato famoso proprio per i suoi miracoli, dovrebbe cominciare a farli proprio nel suo paese, tra i suoi parenti e famigliari. A queste attese interessate Gesù risponde portando l’esempio di due profeti: Elia durante la carestia non si rivolge a tutte le vedove bisognose di Israele, ma sfama miracolosamente una donna straniera, la vedova di Sarepta (v. 26); trascurando tutti i lebbrosi presenti in Israele, Eliseo va a guarire proprio uno straniero, Naaman il siro (v. 27). I miracoli di Gesù sono segni del regno di Dio, e non un servizio sanitario offerto da Dio ai soliti privilegiati. Essi vengono offerti a chi è disposto a credere, non a chi li pretende come un diritto acquisito. Torniamo a Marco. Anch’egli lascia intendere che il punto di attrito tra Gesù e i nazaretani sta nella loro pretesa, delusa da lui, di essere i principali destinatari dei suoi miracoli. L’evangelista ha rimanipolato il racconto (o l’ha già trovato così trasformato) in chiave cristologica: i nazaretani rifiutano Gesù perché sono delusi nella loro aspettativa di un
7 – Messia trascendente, la cui origine è sconosciuta (cfr. Gv 7,27). Ma soprattutto egli mette sulla bocca di Gesù questa frase: «Nessun profeta è accetto in casa sua». Il rifiuto dei nazaretani appare così come espressione non tanto dell’egoismo di un gruppetto di contadini, ma del peccato di tutto Israele, che rifiuta Gesù come ha sempre rifiutato coloro che gli erano stati inviati da Dio. Il loro comportamento diventa simbolo e anticipazione di quello che sarà il rifiuto che tutto il popolo ebraico opporrà al suo Messia (anche se Marco farà poi capire che responsabili sono soprattutto i capi del popolo). 5.2. L’invio dei discepoli (6,6b-13) Alla scena del rifiuto di Gesù a Nazaret fa seguito immediatamente la missione dei Dodici: «Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando. Allora chiamò i Dodici, e incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi» (vv. 6b-7). Il potere sugli «spiriti immondi» è il segno per eccellenza del Regno di Dio: l’annunzio della sua venuta costituisce dunque il motivo dell’invio dei discepoli (cfr. Lc 10,9). Queste potenze che si oppongono a Dio sono le uniche veramente «impure», mentre in seguito Gesù dichiarerà puri tutti gli alimenti (7,19), e di conseguenza anche i gentili, come già precedentemente aveva reso puri i lebbrosi (1,44). Alla notizia dell’invio fa seguito immediatamente la descrizione dell’equipaggiamento degli inviati: «E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane (ecco che appare per la prima volta questo termine), né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche» (vv. 8-9). Secondo Marco Gesù permette il bastone, che serviva per facilitare il cammino e per un minimo di difesa, e un paio di sandali, che proteggevano i piedi dai sassi e dal calore eccessivo del terreno. Nei passi paralleli di Matteo (10,10) e di Luca (9,3; 10,4) invece Gesù è stato molto più radicale nelle sue direttive di viaggio, in quanto proibisce, insieme al resto, anche bastone e sandali. Senza neppure questi due strumenti essenziali a ogni viandante, i discepoli erano costretti a correre e a portare a termine in fretta la loro missione: si ha quindi l’impressione che si tratti di una missione ristretta a un piccolo territorio (la Galilea), e a un tempo breve (il regno di Dio è vicino). Ciò è sottolineato da Matteo, secondo il quale Gesù ha detto ai discepoli: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (10,5b-6). Anche in questo caso si deve supporre che la versione di Matteo e di Luca sia più arcaica di quella di Marco: essa infatti si rifà alla fonte Q e per di più è in sintonia con l’esigenza di rinuncia totale prospettata da Gesù; inoltre è evidente che la missione dei discepoli è circoscritta alla Galilea per la brevità del tempo che secondo Gesù separa dalla venuta del Regno. Perché dunque Marco ha cambiato le parole del Signore? Per rispondere a questo interrogativo bisogna notare che la finale canonica del secondo vangelo (16,9-20) è ritenuta oggi quasi universalmente come un’aggiunta: così come è uscito dalla penna di Marco il vangelo finiva con l’episodio delle donne che, dopo aver ricevuto al sepolcro l’annunzio della risurrezione di Gesù, fuggono spaventate e «non dissero niente a nessuno perché avevano paura» (16,8). Nell’aggiunta successiva si dice che Gesù risorto dà ai suoi discepoli il mandato di annunziare il vangelo a tutto il mondo. Ma nel vangelo «autentico» di Marco l’invio ai gentili è assente. Marco si è forse dimenticato di un dettaglio di tale importanza, lui che è «l’evangelista dei gentili»? Certamente no: al contrario per lui l’invio ai gentili ha già avuto luogo quando Gesù si trova in Galilea. Per questa ragione egli ritocca la tradizione a sua disposizione: dovendo coprire lunghe distanze in territori lontani, i discepoli devono essere meglio «equipaggiati», cioè devono indossare almeno un paio di sandali e portare con sé un bastone. E in funzione di ciò egli non riporta alcuna limitazione territoriale, come invece aveva fatto Matteo. Se le cose stanno così, allora vuol dire che per Marco Gesù, dopo aver offerto la
8 – salvezza a Israele (simboleggiato nei suoi compaesani di Nazaret) ed essere stato rifiutato, per mezzo dei discepoli estende la sua opera ai gentili. Egli dunque vuole mostrare, in conformità al principio emerso nell’episodio della donna siro-fenicia, che il vangelo è stato offerto da Gesù «prima» ai giudei, ai quali era stato promesso da Dio mediante i profeti, ma «poi», dopo che essi l’hanno rifiutato, è stato messo da lui stesso, già durante la sua vita terrena, a disposizione dei gentili, cioè di tutti. Il rifiuto di Gesù da parte dei nazaretani e l’invio dei discepoli ai gentili sono dunque in Marco due episodi sono strettamente collegati. Non è quindi consigliabile spezzare questa unità, come fanno invece Matteo e Luca, nonché quei commentatori che fanno iniziare una nuova sezione con Mc 6,6b.
LE DUE MOLTIPLICAZIONI DEI PANI La stessa dialettica del «prima» e del «poi» appare anche nella seconda parte della sezione, che è caratterizzata da due moltiplicazioni dei pani, separate da alcuni brani, tra spicca soprattutto quello in cui è riportata una lunga discussione con gli scribi e i farisei circa la questione dei cibi. 6.1. Prima moltiplicazione dei pani (6,30-44) Questo episodio si situa nel territorio della Galilea e viene descritto dall’evangelista mediante numerosi simboli tipici del mondo biblico. Gesù sente compassione per la folla, «perché erano come pecore senza pastore». La «compassione» esprime la misericordia di Dio verso il popolo peccatore (cfr. Es 34,6). Il gregge è un simbolo per eccellenza di Israele (cfr. Nm 27,16-17). Il «pane» come dono divino ricorda la manna (Es 16; Nm 11,5), quindi l’esodo e la salvezza. I pani sono «cinque», numero che ricorda i libri della Torah (nutrimento spirituale di Israele) ed è la metà di dieci, che è il numero dei Comandamenti. I pesci alludono alle quaglie date insieme alla manna. Ci sono le dodici «ceste», che erano uno strumento usato a Roma prevalentemente dagli ebrei; le ceste nei quali sono messi i resti sono «dodici», ricordo delle dodici tribù di Israele. Poi c’è il fatto che coloro che avevano mangiato erano «cinquemila» (ripresa di «cinque»); la divisione della folla in gruppi è un richiamo all’organizzazione di Israele nel deserto (cfr. Es 18,21.25); Gesù compie una specie di rituale ebraico: leva gli occhi al cielo, pronunzia la benedizione, spezza i pani, li dà ai discepoli. Dunque l’evangelista usa un simbolismo che riporta ad una folla giudaica. I presenti sono giudei e ciò che Gesù dona loro è «il pane dei figli», cioè la salvezza che Dio aveva promesso al suo popolo. In questo episodio appare con chiarezza il tipo di salvezza portata da Gesù: essa consiste nella riaggregazione del popolo di Dio, che ritrova la sua coesione medianti i rapporti nuovi che si stabiliscono tra i suoi membri in forza della fede in JHWH, di cui Gesù è l’inviato. Successivamente l’evangelista riporta l’episodio di Gesù che cammina sulle acque (6,45-52): anche qui è chiaro il collegamento con l’esodo, dove si racconta che Dio passa attraverso il mare dei Giunchi alla testa del suo popolo. Seguono numerose guarigioni (6,53-56), che approfondiscono ulteriormente il tema della salvezza portata da Gesù. 6.2. Discussione con gli scribi e i farisei (7,1-23) Contrariamente alla sua abitudine di dare la preferenza ai racconti, l’evangelista riporta qui una serie di detti riguardanti il problema degli alimenti puri e impuri che a prima vista non hanno nulla a che vedere con la tematica della sezione. Il collegamento si coglie a partire da questa affermazione di Gesù, che rappresenta il culmine di tutta la raccolta: «Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore
9 – ma nel ventre e va a finire nella fogna?» (vv. 18-19a). Ma soprattutto è significativo il commento che ne dà l’evangelista: «Dichiarava così mondi tutti gli alimenti» (v. 19b). Gli usi alimentari dei giudei rappresentavano infatti la barriera più forte che separava i giudei dai gentili, i quali erano considerati impuri soprattutto perché mangiavano cibi proibiti dalla legge mosaica. La connessione tra l’osservanza delle norme alimentari e i contatti con i gentili appare soprattutto nell’episodio del centurione Cornelio, dal quale Pietro accetta di recarsi solo dopo che una rivelazione celeste gli ha fatto capire che tutti gli alimenti sono puri (At 10,9-16.28-29). Proprio l’episodio di Cornelio fa capire che il superamento delle prescrizioni alimentari giudaiche si è attuato dopo la morte e risurrezione di Gesù ed è stato accettato solo in parte e con difficoltà dagli ambienti giudeo-cristiani di Gerusalemme. Lo stesso Matteo, che riflette una comunità moderatamente giudaizzante, pur facendo uso di Mc 7,1-23, non si sente di accogliere nel suo vangelo il principio affermato da Marco nel v. 19b. Per Marco invece è importante sottolineare che Gesù ha dichiarato puri tutti gli alimenti, perché questa frase gli serve per dimostrare che Gesù ha demolito proprio la barriera che divide i gentili dai giudei. Ciò significa che egli ha ormai portato a termine la prima parte della sua opera, cioè il conferimento della salvezza al popolo eletto. Subito dopo Gesù lascia la Galilea e compie due miracoli in territorio pagano, la guarigione della figlia della donna siro-fenicia e la guarigione di un sordomuto, che attestano la venuta del regno di Dio anche per i gentili. Per lui il dono della salvezza ai gentili non ha avuto inizio con la visione di Pietro e il successivo incontro con Cornelio, ma è già stato attuato dallo stesso Gesù, che ha dimostrato così la destinazione universale del suo messaggio. 6.3. Seconda moltiplicazione dei pani (8,1-10) A questo punto l’evangelista riporta un altro racconto nel quale Gesù distribuisce il pane alla folla. Questa volta però, a differenza di quanto era avvenuto nel primo episodio, il fatto avviene nella Decapoli (cfr. 7,31), in territorio abitato da gentili. Di nuovo i discepoli sono presi di sorpresa e neppure immaginano che Gesù possa fare qualcosa di simile. Diversi dettagli di questo racconto però sono diversi da quelli del precedente. Riguardo ai presenti si dice che alcuni di loro venivano «da lontano» (8,3): nella terminologia del Nuovo Testamento i «lontani» sono i gentili (cfr. Ef 2,13). I pani non sono più cinque, ma sette, come sette (e non più dodici) sono le sporte dei pezzi avanzati: il numero «sette» era facilmente applicato ai gentili, come appare dal fatto che settanta (7×10) sono le nazioni del mondo (Gen 10), sette sono i precetti che, secondo la tradizione rabbinica, Noè avrebbe promulgato dopo il diluvio per i suoi figli e per l’intera umanità, settanta sono i traduttori della Bibbia in greco (la Bibbia del mondo gentile). Inoltre il termine «sporta» indica un contenitore usato da tutti e non prevalentemente dai giudei, come erano le ceste. Infine il fatto che i presenti fossero «quattromila» ricorda i quattro venti da cui saranno radunati gli eletti (cfr. Mc 13,27). In vari modi dunque il simbolismo di questo racconto rimanda ai gentili. Probabilmente l’evangelista conosceva due versioni di un unico racconto in cui si narrava il dono del pane da parte di Gesù alla folla, la prima appartenente a una chiesa di origine giudaica e la seconda che rispecchiava la sensibilità di una chiesa di origine gentile: ciò è confermato dal fatto che il vangelo di Giovanni e quello di Luca hanno una sola moltiplicazione dei pani. Riportando i due racconti nella stessa sezione Marco vuole far vedere in modo plastico che la salvezza, donata «prima» ai giudei, è stata «poi» messa da Gesù stesso a disposizione dei gentili, cioè di tutti. Le due moltiplicazioni dei pani vengono strettamente collegate tra loro mediante un dibattito tra Gesù e i suoi discepoli, che viene situato durante la successiva traversata del lago (8,14-21). Gesù si rammarica perché, pur avendo assistito due volte a un miracolo così strepitoso, essi si preoccupano ancora del pane materiale, e li rimprovera di avere il cuore
10 – indurito e di non saper vedere con i loro occhi. Subito dopo viene narrata la guarigione di un cieco che avviene in due momenti (8,22-26). Ciò significa che anche i discepoli saranno guariti dalla loro cecità. Ma la loro guarigione, come quella del cieco, avverrà in modo progressivo, in quanto Gesù nella sezione successiva li istruirà per ben tre volte sulla sua imminente passione, morte e risurrezione. Alla fine della sezione il compimento di questa opera di illuminazione verrà significato mediante la guarigione di un altro cieco, Bartimeo (10,46-52).
CONCLUSIONE La sezione del vangelo di Marco che abbiamo esaminato è molto importante perché in essa l’evangelista mette a fuoco alcuni temi che gli stanno particolarmente a cuore. Anzitutto egli vuole mostrare come la predicazione di Gesù in Galilea rappresenti l’inaugurazione del Regno in favore di tutto Israele. Dio non è dunque venuto meno alle promesse fatte al suo popolo e gli ha inviato un profeta pieno di sapienza (6,2.4). Per mezzo suo Dio ha fatto veramente i segni della salvezza già prefigurati nel periodo dell’esodo e in quello del ritorno dall’esilio: raduno del popolo di Dio (gregge e pastore), conferimento della legge (l’insegnamento di Gesù), dono della manna, passaggio del mare, guarigione delle malattie e delle sofferenze del popolo. Soprattutto Marco ha voluto sottolineare come proprio in questa aggregazione del popolo intorno a Gesù si manifesta il tipo di salvezza voluto da Dio, che consiste nell’abbattimento di tutte le barriere che separano i suoi figli gli uni dagli altri; tra questi fattori disgreganti Gesù indica soprattutto la legge mosaica, la cui pratica era diventata un criterio di discriminazione all’interno del popolo. La salvezza donata a Israele, proprio perché implica l’eliminazione di tutte le discriminazioni, tende a superare la barriera per eccellenza, quella che separa il popolo eletto dai gentili e raggiunge necessariamente tutta l’umanità. Ma purtroppo Israele, ancora arroccato nei propri privilegi, non è disposto a seguire Gesù su questa strada. Si apre quindi una profonda frattura tra il popolo e il suo messia, che appare come il culmine dell’infedeltà al suo Dio. Ma proprio questo rifiuto, simboleggiato nel comportamento degli abitanti di Nazaret, accelera i tempi e provoca l’invio missionario dei discepoli, aperto ormai a tutta l’umanità, e soprattutto spinge Gesù a rivolgersi egli stesso ai gentili. L’interesse che, secondo Marco, Gesù stesso ha manifestato durante il suo ministero pubblico nei confronti dei gentili implica il superamento del concetto stesso di «popolo di Dio» così caro ai suoi connazionali. Se la salvezza è offerta a tutti, non può più esistere un popolo eletto (né Israele né la chiesa) a cui i gentili si aggregano; il concetto stesso di alleanza viene superato nel senso che in Gesù Dio conferisce ormai a tutti la possibilità di godere la comunione con Dio (cfr. 14,24). In questa prospettiva è chiaro che i discepoli hanno ragione di esistere solo se annunziano a tutti la venuta del regno, che in modi e tempi diversi deve appunto coinvolgere tutta l’umanità. Secondo una terminologia moderna si può dire che la teologia di Marco non è né cristocentrica né ecclesiocentrica, ma “regnocentrica”. Si spiega allora perché più volte in questa sezione i discepoli stessi sono criticati da Gesù, del quale non comprendono le parole e i gesti. Anch’essi come il popolo di Israele sono privi di intelletto (7,18), hanno il cuore indurito (6,52; 8,17-18), perché non sanno seguire il Maestro su un punto così importante delicato quale l’annunzio universale della salvezza. Presentando i discepoli in un modo così impietoso Marco vuole forse criticare non tanto il loro atteggiamento prima della morte e risurrezione del Maestro, quanto piuttosto quello della comunità a cui è indirizzato il suo vangelo. Essa infatti si è ripiegata su se stessa, sui propri problemi e sul suo sviluppo numerico, mettendo in secondo piano l’impegno di annunziare la venuta del Regno a tutta l’umanità. La sezione successiva metterà in luce l’opera compiuta da
11 – Gesù per guarire insieme ai discepoli anche la comunità che rappresentano. Ma l’evangelista sa che si tratta di un’illuminazione parziale e provvisoria, perché nel momento della passione tutti i discepoli lo abbandoneranno (14,50)
“CUORI ARDENTI, PIEDI IN CAMMINO” SPUNTI DI RIFLESSIONE PER L’ANNO PASTORALE 2023/2024 LO STILE DI EMMAUS COME STILE DI DISCERNIMENTO E ACCOMPAGNAMENTO di Rosalba Manes Consacrata dell’ordo virginum e biblista (Pontificia Università Gregoriana) La Bibbia ebraica si conclude con questo invito al viaggio: «Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!» (2Cr 36,23). Qual è la meta del salire di ogni membro del popolo di Dio? È detto poco prima nello stesso versetto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda”». Il Signore vuole che Gerusalemme sia la meta di attrazione di tutto il suo popolo. A partire da questa conclusione, si può affermare davvero che «la Bibbia ebraica si pone interamente sotto il segno del pellegrinaggio»1. E siccome la Bibbia ebraica confluisce negli scritti cristiani, anche il Nuovo Testamento è posto sotto questo segno. I cristiani sono pellegrini, senza fissa dimora. Essi, come ricorda la Lettera a Diogneto, «vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera»2. I cristiani di ogni tempo e di ogni età sono pellegrini muniti di una ricca collezione di parole, la Bibbia, che si offre sempre come casa “portatile”. I giovani e la vita come viaggio Anche la pericope evangelica di Luca relativa al viaggio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) offre lo spunto per pensare la vita umana come un pellegrinaggio3. Le vite dei due discepoli, come di tutti i personaggi che la Bibbia ci consegna, più che essere modelli, sono «vite in evoluzione»4, investite in un pellegrinaggio che può essere percorso in modo spento oppure dinamico, a seconda della compagnia e della meta. E questo ci fa pensare soprattutto alle vite dei giovani che sono così tanto in evoluzione a motivo della crescita, della loro curiosità e del desiderio di mettersi alla prova coinvolgendosi nelle esperienze più disparate. Luca invita i suoi lettori a immedesimarsi con i suoi due pellegrini5, quasi ad offrire una sintesi del suo vangelo6. Si tratta, però, di due pellegrini coinvolti in un viaggio drammatico, che si 1 J.-P. SONNET, Il canto del viaggio, Qiqajon, Magnano (Bi) 2009, 12. 2 A Diogneto, Città nuova, Roma 2008, V,5, 83. 3 «Con ogni probabilità, questo insistente richiamo al tema del cammino ha la sua spiegazione nel fatto che il cammino di cui parla l’evangelista altro non è se non la vita del cristiano recepita a mo’ di pellegrinaggio e che esso ha bisogno della presenza del Risorto per non diventare alienante e triste» (V. PASQUETTO, «L’apparizione del Risorto ai discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35)», in M. LACONI E COLLABORATORI, Vangeli sinottici e Atti degli apostoli, Elle di ci, Leumann (To) 1994, 438). 4 G. BONIFACIO, «Emmaus e il secondo annuncio», Esperienza e teologia 30 (2014), 26. 5 «Leggere la Bibbia sino in fondo è diventare pellegrini; diventare pellegrini biblici è accogliere il libro della Scritture come guida delle nostre strade, divine e umane, da percorrere sino alla Gerusalemme di Dio» (J.-P. SONNET, Il canto del viaggio, 12). “CUORI ARDENTI, PIEDI IN CAMMINO” SPUNTI DI RIFLESSIONE PER L’ANNO PASTORALE 2023/2024 muove, cioè, in direzione opposta a Gerusalemme. Essi, infatti, dopo aver smarrito l’entusiasmo durante i tristi eventi della Passione, decidono di lasciarsi la città santa alle spalle, di dimenticare il cammino fatto fino a quel momento, di tornare indietro, al punto di partenza, quando una parola “altra” li aveva affascinati, interpellati e mossi a salire a Gerusalemme. Vogliono riabbracciare la vita di un tempo, prima che la precarietà della sequela venisse a ritmare il cammino, prima di investirsi in un percorso che ha condotto ad un vicolo cieco. I due partono risoluti verso Emmaus, ma non è mai piacevole ritornare a casa senza premi o trofei e un senso di sconfitta fa capolino interiormente: il cuore è gonfio di tristezza e il passo si fa pesante, lento. Solo alla fine dell’intreccio narrativo, che ha un Sitz im Leben7 squisitamente liturgico, dopo un incontro illuminante attraverso il quale il cuore si riaccende e gli occhi sono in grado di riconoscere il Risorto e di vedere la novità, essi potranno riprendere lieti la marcia, consapevoli di accogliere una chiamata e una missione rinnovate che hanno ancora una volta a che fare con Gerusalemme, luogo dove germoglia la chiesa madre8. Luca ci ricorda così che tutta la vita è un cammino di uscita incontro agli altri, un esodo dalla tirannia dei bisogni, che porta a concentrarsi su di sé, alla ricerca appassionata della libertà da sé per scoprire la forza del desiderio che allarga gli orizzonti, rende cercatori di senso e permette di gustare la piena fioritura dei propri doni personali. La vita è un viaggio verso di sé, a contatto con la propria vocazione più profonda, alla scoperta di un volto che interpella con la sua parola e con la sua presenza, in un graduale apprendistato delle relazioni che porta chi non teme le salite e i sentieri impervi alla scoperta della storia di alleanza e di salvezza di cui fa parte. La vita è un viaggio meraviglioso che contempla, tuttavia, deragliamenti e battute d’arresto, prima di diventare un «cammino di giustizia» (Sal 23,3) o «sentiero della vita» che è «gioia piena» e «dolcezza senza fine» (Sal 16,11) Chiamati a mettere «ali come aquile» L’evangelista Luca offre ai destinatari della sua diḗghēsis («resoconto ordinato»)9 l’occasione di riflettere sulla vita come occasione di incontro con un Dio pellegrino che non aspetta che la creatura umana gli vada incontro, ma che si mette sulle sue tracce, la intercetta, l’accompagna dispiegando la forza del suo eterno Io-con-te (cfr. Es 3,12; Sal 23,4) e si fa suo commensale (cf Gen 18,1-15). 6 «Lc 24 contiene… la storia biblica: leggendo questo capitolo, si attraversano tutte le promesse, tutte le Scritture. Capitolo enciclopedico, gravido di tutto il passato: di Gesù e della storia che lo precedeva. […] Inizio e fine del vangelo si corrispondono… In Lc 1, il narratore e l’angelo avevano invitato a rileggere la storia dei patriarchi e dei profeti. In Lc 24, l’invito è lo stesso, esplicito stavolta; d’altronde non si tratta più di allusioni sparse qua e là, ma di una rassegna completa: “E incominciando da Mosè e tutti i profeti, interpretò loro in tutte le Scritture ciò che lo riguardava” (v. 27; cfr. anche v. 44)» (J.-N. ALETTI, L’arte di raccontare Gesù Cristo. La scrittura narrativa del vangelo di Luca, Queriniana, Brescia 1991, 153). 7 Espressione tedesca che indica il «contesto vitale», cioè la situazione storica, sociale e culturale della comunità primitiva. 8 I due discepoli di Emmaus «“descrivono” un cammino plausibile con cui confrontarsi, aprendo una possibilità di incontro con il Risorto, che resta a disposizione di chi si lascia intrigare dal racconto» (G. BONIFACIO, «Emmaus e il secondo annuncio», 27). 9 Si tratta del termine con cui l’evangelista in Lc 1,1, all’inizio del prologo, designa il suo vangelo. “CUORI ARDENTI, PIEDI IN CAMMINO” SPUNTI DI RIFLESSIONE PER L’ANNO PASTORALE 2023/2024 Dalla carenza di energia sperimentata da chi cammina con le sue sole forze il Dio pellegrino dà a chi cammina in sua compagnia la possibilità di acquisire misteriosamente «ali come aquile», com’è descritto all’inizio del Libro della Consolazione di Isaia10. Questa forza supplementare, queste «ali di aquile» (Es 19,4), la Sacra Scrittura desidera offrirle ai suoi lettori e in modo speciale ai giovani perché diventino atleti dello Spirito del Risorto, pieni dell’energia che viene dalla Parola, dall’Eucaristia e dalla comunione con gli altri. Per questo il Sinodo dei giovani ha privilegiato l’icona biblica dei discepoli di Emmaus e l’ha letta alla luce del cammino di accompagnamento dei giovani11. Il racconto evangelico che ne parla non è tanto un racconto di apparizione ma piuttosto il «racconto della trasformazione di due discepoli a partire dal riconoscimento del Risorto»12. Non il vedere qualcosa è al cuore del racconto di Luca, ma il riconoscere qualcuno. Non sono, infatti, le cose che trasformano il cuore di un giovane che si apre alla vita, ma un incontro con una Persona che si incide per sempre nella memoria del cuore, creando un prima e un dopo. Si tratta di un’esperienza simile all’innamoramento che aiuta a distinguere la vita da tutto ciò che è una sua copia sbiadita13 e mette le ali ai piedi… La delusione del vivere: i giovani in cerca di senso Lc 24,13Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme. Il racconto di Luca parte da due discepoli increduli e delusi che si stanno separando da Gerusalemme e dalla comunità. Si potrebbe parlare di un cammino di «de-vocazione»14. Gli eventi della Pasqua hanno scandalizzato i seguaci di Gesù, al punto che alcuni di loro decidono di mettere una pietra sopra alla loro esperienza di discepolato per ritornare alla vita di un tempo. È il sopravvento dello scoramento che prende quanti si sentono feriti da un’esperienza sulla quale avevano proiettato tante attese, ma che poi ha lasciato l’amaro in bocca. L’evangelista Luca ci parla, in particolare, di due discepoli che lasciano Gerusalemme per riprendere la strada di casa, compiendo il viaggio inverso a quello che domina l’intero Vangelo di Luca. Sono diretti ad Emmaus, città non molto lontana (forse 7 km), ancora oggi di difficile identificazione15. Attratti dalla parola di Gesù ed estratti dal loro ambiente, avevano intrapreso il cammino della sequela, riponendo nel maestro di Nazareth le loro attese e soprattutto le loro 10 «Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,29-31). 11 FRANCESCO, Christus vivit, Esortazione Apostolica Postsinodale ai giovani e a tutto il Popolo di Dio, LEV, Città del Vaticano 2019, nn. 156; 236; 292; 296. 12 L. MANICARDI, Raccontami una storia. Narrazione come luogo narrativo, Messaggero, Padova 2012, 189. 13 «Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza» (C. YANNARÁS, Variazioni sul Cantico dei cantici, Servitium, Milano 1997, 25). 14 Così viene chiamato il cammino dei due discepoli di Emmaus in L. MANICARDI, Raccontami una storia, 192. 15 Questo cammino da Gerusalemme a Emmaus appare anche simbolico: Emmaus è la cittadina dove Giuda Maccabeo nel 167 a.C. aveva sconfitto Gorgia, generale di Antioco IV Epifane (cfr. 1Mac 3,40.57; 4,3), quindi luogo della vittoria contro un nemico di Israele. Dalla città della Pasqua i due discepoli scelgono di dirigersi alla città della vittoria e della prospettiva messianica. “CUORI ARDENTI, PIEDI IN CAMMINO” SPUNTI DI RIFLESSIONE PER L’ANNO PASTORALE 2023/2024 speranze messianiche. Dopo gli eventi della Pasqua, però, non restano in loro che delusione e tristezza per un’operazione non andata a buon fine, per un piano naufragato nel peggiore dei modi. Non resta che dimenticare, rimuovere il dolore per il fallimento e tornare alle sicurezze di un tempo, quando il senso del vivere era dettato dal bisogno di procurarsi i mezzi di sussistenza e prepararsi un futuro di benessere. Vi è un regresso che porta il cuore all’oblio dell’esperienza fallimentare per cercare sostegno nel “mondo conosciuto”. La delusione, infatti, è nemica della memoria e quando la memoria sbiadisce si perde il senso della propria chiamata, si azzera anche tutto il bene che si è potuto sperimentare e ci si sente attratti a vivere «soltanto di pane» (Dt 8,3; cfr. Lc 4,4). Questo è lo sconforto che porta molti giovani a passare frettolosamente da un’esperienza all’altra, senza il coraggio e la pazienza di rileggere ogni evento per «distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile» (Ger 15,19). La grazia del condividere: superare il mutismo dei giovani Lc 24,14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Inizia il viaggio di ritorno. I due se ne vanno da Gerusalemme, quella città che avrebbe dovuto profumare di pace – come dice il suo nome, che contiene la parola shalom – e che invece è satura di odio. Imboccano la strada del ritorno, ma il silenzio fa paura e iniziano a conversare, accendono il dialogo che libera la forza della compagnia che sola tiene a bada le angosce del cuore umano. È la vittoria della relazione sul silenzio della solitudine, il trionfo della parola che sfida la morte, che vuole aggrapparsi alla vita, nonostante la tristezza abbia preso il sopravvento nel cuore. Parlano i due discepoli e parlano di tutto ciò che è accaduto nella città santa. Hanno voglia di parlare, forse perché il silenzio li mette in un contatto troppo ravvicinato con la propria interiorità o forse perché, pur volendosi sganciare al più presto dall’esperienza che li ha delusi, si sentono ancora intimamente connessi ad essa. La situazione iniziale del brano si caratterizza per un viaggio di ritorno scandito dalle parole di una conversazione tra amici. Il parlare dei due discepoli presenta dei tratti particolari: Luca usa il verbo omiléo, «discorrere», che proviene dal contesto liturgico (cfr. At 20,11), e il verbo syzetéo, «cercare insieme», che evidenzia un conversare orientato a trovare una soluzione comune (cfr. At 15,7). Questo conversare manifesta la grazia di condividere, tenendo i cuori connessi l’uno all’altro. Parlano i due amici, praticano l’arte salutare e salvifica del racconto16 e testimoniano che c’è ancora un soffio di vita nel loro cuore indolenzito per via della grande delusione. 16 «la magia fondamentale della narrazione sta nella sua capacità di dare senso. Non è la cronaca dei fatti o la mera registrazione di ciò che accade, ma solo la loro narrazione che produce senso e quindi rende vivibile e sopportabile il mondo. Nel racconto i fatti divengono umani, cioè una trama di eventi significativi. Il racconto umanizza il tempo. […] Così la vita si fa somigliante a un testo, a un tessuto, a un tappeto, per esempio, che è costituito da una trama infinita di segni ciascuno dei quali, preso in se stesso, è privo di senso, ma che insieme agli altri forma un disegno misterioso e affascinante. Il racconto crea ordine nel caos, crea unità fra le dimensioni del passato, del presente e del futuro […] strappa l’uomo alla tirannia del presente…» (L. MANICARDI, Raccontami una storia, 25-26.27). “CUORI ARDENTI, PIEDI IN CAMMINO” SPUNTI DI RIFLESSIONE PER L’ANNO PASTORALE 2023/2024 Anche qui si coglie il bisogno impellente che i giovani hanno di raccontarsi esperienze, problemi, paure, ignari a volte di non disporre tra coetanei di tutti i mezzi utili ad avanzare. Parlano i due pellegrini che lasciano la città santa e gli altri amici, ma non come chi parla al vento. Questa parola è suono che qualcuno riesce ad ascoltare… La grazia del camminare insieme: vincere la solitudine e lo smarrimento dei giovani Lc 24,15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Il racconto lucano presenta una complicazione per via dell’apparizione di un terzo personaggio, Gesù, che innesca la tensione drammatica del processo di riconoscimento. Mentre il lettore ne conosce l’identità, i due discepoli la ignorano. Il Risorto, che è lo straniero per eccellenza, il pellegrino che si lascia trovare mentre è vicino (cfr. Is 55,6) ed itinera lungo i nostri sentieri, in cerca della pecora (cfr. Lc 15,4-7), della dracma (cfr. Lc 15,8-10) e dei figli (cfr. Lc 15,11-32) smarriti, si fa loro compagno di viaggio, anche se “in borghese”. I loro occhi, però, non vedono o meglio non sanno riconoscere e senza riconoscenza, si smarrisce anche la conoscenza del Maestro e non è possibile il suo riconoscimento. Gli occhi dei discepoli sono chiusi alla fede, «incapaci di leggere la storia alla luce della fede»17. La pedagogia del Risorto sarà allora proprio quella di aiutarli a riconoscerlo, riaccendendo gradualmente la memoria del cuore. Egli si accosta invitandoli a raccontarsi perché possano tirare fuori il loro dolore e consegnarlo. Li stimola ulteriormente all’arte del racconto che permette di dire, di dirsi e di dare senso. La narrazione, infatti, implica, per ogni persona e soprattutto per i giovani, il coinvolgimento di tutte le facoltà personali alla ricerca dell’unità, della forma e del senso, che spesso si nascondono nei dettagli della storia o nello sguardo di chi accoglie il racconto, offrendo il suo tempo, donando se stesso. Essere attesi dallo sguardo di un altro è proprio per ogni giovane la base per approdare a una comprensione nuova del proprio esistere e della propria chiamata nella storia. La grazia di raccontare e raccontarsi: intercettare gioie e dolori dei giovani Lc24,17Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Cleopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano 17 L. MANICARDI, Raccontami una storia, 192. “CUORI ARDENTI, PIEDI IN CAMMINO” SPUNTI DI RIFLESSIONE PER L’ANNO PASTORALE 2023/2024 che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Il pellegrino viene scambiato per uno straniero18 ignaro dei fatti. Egli allora sta al gioco e chiede delucidazioni. Finge non per mentire, ma per guarire. Non vuole giocare con loro, ma aiutarli ad esternare l’amarezza e riaccendere la memoria. Allora per liberarli dal senso di delusione, libera la domanda: «Che cosa è successo?» e i due si fermano e mostrano la loro tristezza19 che incontra finalmente un “luogo” dove poter essere depositata, consegnata: l’orecchio, il cuore, il tempo di quel pellegrino. La Christus vivit sottolinea la qualità dell’ascolto del Risorto e offre questo esempio come prototipo a chiunque si accosti ai giovani per accompagnarli: La prima sensibilità o attenzione è alla persona. Si tratta di ascoltare l’altro che ci sta dando sé stesso nelle sue parole. Il segno di questo ascolto è il tempo che dedico all’altro. Non è una questione di quantità, ma che l’altro senta che il mio tempo è suo: il tempo di cui ha bisogno per esprimermi ciò che vuole. Deve sentire che lo ascolto incondizionatamente, senza offendermi, senza scandalizzarmi, senza irritarmi, senza stancarmi. Questo ascolto è quello che il Signore esercita quando si mette a camminare accanto ai discepoli di Emmaus e li accompagna per un bel pezzo lungo una strada che andava in direzione opposta a quella giusta (cfr Lc 24,13-35)20. Alla domanda del pellegrino uno dei due, l’unico di cui si conosca il nome, Cleopa, imbastisce un racconto sintetico del ministero di Gesù e della loro sequela, segnata dal ritmo della speranza, una speranza che però la crocifissione ha spento del tutto e che i racconti della tomba vuota non sono riusciti ad alimentare. Parla di Gesù di Nazaret, senza sapere che egli è suo compagno di viaggio. Riprende le grandi tappe della sua vita: nome, luogo di origine, ministero, passione, identità dei suoi avversari, tipo di morte. Identifica Gesù a «un profeta potente», solidarizza con i sommi sacerdoti che chiama «nostri», parla di una pasqua priva di risurrezione cui fa cenno solo rimandando a delle ipotesi (che i due non hanno voluto verificare) e termina con una speranza naufragata nell’assenza di colui che era stato riconosciuto come un potenziale liberatore. Cleopa allude a una storia ben precisa, senza però collegarla alla storia sacra. Richiama alla mente, ma non risveglia la memoria. Sa parlare di Gesù, ma senza evangelizzare. Narra un vangelo senza gioia e coinvolgimento emotivo, un resoconto cronachistico che lascia indifferenti21. Cleopa somiglia a molti giovani di oggi che conoscono Cristo solo “per sentito dire”, che lo nominano solo perché parte di una narrazione familiare trasmessa per via di «carne e sangue» e non «per la potenza dello Spirito», che lo sentono morto o troppo lontano dalla loro esistenza così 18 Il verbo che Luca mette sulle labbra di Cleopa è paroikéō che indica la situazione di provvisorietà e di estraneità del suo interlocutore, il fatto di dimorare in una terra straniera, come Abramo che «soggiornò (cioè si stabilì come straniero) nella terra promessa come in una regione straniera» (Eb 11,9). 19 «Lo stato della loro “salute spirituale” traspare dai riflessi somatici: “scuri in volto”, “occhi impediti”. Sono simbolicamente in una situazione di morte. Il loro stesso racconto riguardante Gesù appare come un necrologio, una triste cronaca» (L. MANICARDI, Raccontami una storia, 192-193). 20 FRANCESCO, Christus vivit n. 292. 21 Dopo il primo momento in cui si mostra alquanto evasivo, Cleopa si lancia nel racconto e «dà il via alla sua esposizione, che non è un semplice resoconto dei fatti, ma un’evidente presa di posizione circa Gesù, il suo operato e la sua sorte: riferisce di un passato ormai finito (vv. 19-20), denuncia un futuro disatteso (v. 21), approda su un presente segnato dallo sconcerto e dal dubbio (vv. 22-24). Quello che manca non è la ricchezza del vissuto, ma un criterio che gli dia senso, come dimostra il brusco intervento del Risorto» (G. BONIFACIO, «Emmaus e il secondo annuncio, 34). “CUORI ARDENTI, PIEDI IN CAMMINO” SPUNTI DI RIFLESSIONE PER L’ANNO PASTORALE 2023/2024 lontana dal gergo con cui comunemente si narra la fede, un gergo che rigettano perché moralistico, volto più a castigare che ad animare e a vivificare. La grazia della comprensione della Pasqua: appassionare i giovani alle Scritture Lc 24,25Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Solo dopo che i due di Emmaus hanno fatto l’autodiagnosi della loro perdita di speranza il forestiero interviene e prende la parola. Dopo aver ascoltato e aver permesso loro di estrarre tutta l’amarezza e il non senso, rimprovera i due di mancare di intelligenza e di sentimenti per aver creduto alla parola dei profeti. I profeti avevano parlato della prova come costante della vita umana e del Dio che salva non dalle prove, ma all’interno delle prove e inizia a leggere le Scritture profetiche, mostrando l’intima connessione tra queste e la sua vita. Lo sconosciuto denuncia la loro fatica di cogliere il filo rosso della storia della salvezza e inaugura un’esposizione cristologica delle Scritture: il Messia annunciato dai profeti ama gli asini e non i cavalli, elimina i carri e l’arco di guerra (cfr. Zc 9,9), è compassionevole verso il dolore e la sofferenza umana (cfr. Is 53,4). Formando i discepoli alla sequela, il Maestro aveva parlato della sua passione come via per accedere alla gloria. Perciò il forestiero li scuote perché dall’essere ripiegati sulla fine di una storia si aprano al germogliare di una creazione nuova. È una narrazione ossigenata la sua che va oltre la lettera per coglierne lo Spirito e che illumina gli occhi del cuore. La Pasqua si può comprendere solo alla luce delle Scritture d’Israele che contengono una pedagogia dell’umano che si realizza pienamente in Cristo: «la parola del comando orienta, la parola profetica interviene per cambiare, la parola sapienziale legge la storia. Gesù non è nella tomba, dietro una pietra che chiude il passato, ma nelle Scritture gravide di speranza e portatrici di futuro che egli solo è venuto a compiere (cfr. Lc 4,21)»22. Gesù conferma le parole della Scrittura, mettendone in luce il loro sensus plenior23: l’eventoCristo, cioè tutti gli eventi connessi alla sua persona, conferma l’agire salvifico del Dio di Israele nel passato, segno che la sua morte di Croce è la consegna piena di Dio all’uomo e combacia con l’intenzionalità originaria di Dio di donare all’uomo tutto se stesso in un amore che va fino alla fine. Il Risorto insegna ad ogni educatore ed educatrice, ad ogni padre e madre spirituale, l’arte di comunicare con larghezza la Parola che nutre il cuore e di aiutare la persona a loro affidata «a decifrare il linguaggio che Dio usa verso di lei e a scoprire negli eventi della vita la parola di Dio per lei»24. I giovani in tal modo si sentono adottati da qualcuno che li ama e sa donare loro il suo tempo, che sa consegnare loro parole di senso, che li fa volgere verso un Altro, il Padre, e li aiuta a vedersi nell’unità e non più nella dispersione, a vedersi con gli occhi di Dio e a tessere la propria storia con il tessuto della Chiesa, per non rimanere individui ma un organismo vivo, comunitario. 22 R. MANES, «Il cielo si aprì». Il Dio misericordioso e tenero di Luca, Cittadella, Assisi 2015, 149. 23 «è importante rilevare la costante connessione fra la comprensione delle Scritture e la croce… La Croce non è predetta dalla Scritture ma è “conforme” ad esse. V’è una circolarità ermeneutica: le Scritture rinviano a Cristo e Cristo rinvia alle Scritture. Nel prisma della Pasqua i discepoli comprendono Gesù alla luce delle Scritture, ma anche le Scritture alla luce di Gesù» (M. CRIMELLA, Luca. Introduzione, traduzione e commento, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2015, 371). 24 M.I. RUPNIK, Nel fuoco del roveto ardente. Iniziazione alla vita spirituale, Lipa, Roma 1996, 62012, 97. “CUORI ARDENTI, PIEDI IN CAMMINO” SPUNTI DI RIFLESSIONE PER L’ANNO PASTORALE 2023/2024 La grazia di riconoscere il Vivente: insegnare ai giovani l’arte del discernimento Lc 24,28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. L’ermeneutica di Gesù esercita un tale fascino sui due discepoli di Emmaus che, pur essendo giunti a destinazione, non possono più staccarsi dallo straniero. Egli fa come per andarsene e i due reagiscono e lo invitano a restare: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). Lo invitano così a restare e a condividere il pasto con loro, momento sacro per la cultura orientale per rifare le forze e consolidare il vincolo di amicizia. La Christus vivit ricorda la potenza della convivialità o ospitalità che il Nuovo Testamento chiama filoxenía (cfr. Rm 12,13; Eb 13,2): «Quando Gesù fa come se dovesse proseguire perché quei due sono arrivati a casa, allora capiscono che aveva donato loro il suo tempo, e a quel punto gli regalano il proprio, offrendogli ospitalità. Questo ascolto attento e disinteressato indica il valore che l’altra persona ha per noi, al di là delle sue idee e delle sue scelte di vita»25. Dopo aver ricevuto in dono il tempo di quello straniero, i due discepoli desiderano donare il proprio: resta con noi è, al tempo stesso, una richiesta e un’offerta. È chiedere aiuto e, contemporaneamente, dimenticarsi di sé per mettere al centro l’altro. È incominciare a sentire il sapore del dono e il senso del proprio stare al mondo. Il pellegrino accetta e la sua presenza, le sue parole e i suoi gesti provocano un forte impatto. Gli occhi si aprono e lo riconoscono: «dinanzi a loro non vi è più un ospite sconosciuto, ma quel crocifisso che la tomba non è riuscita a trattenere e che per restare con i suoi si è fatto parola e pane»26. La fractio panis libera tutta la fragranza del dono di Cristo che scompare ma accende nei due il fuoco della fede, con il quale possono scaldare il gelo della vita ed infiammare il mondo. Alla luce della Parola di Dio letta in chiave cristologica27 inizia l’arte del discernimento, la capacità di fiutare la presenza del Risorto nella storia e nella propria vicenda esistenziale e di sperimentarla, in comunione con i fratelli, all’interno della celebrazione liturgica che permette di accedere sin d’ora alla vita del Regno, alla gloria destinata ai figli. La grazia del cuore ardente: formare i giovani all’annuncio gioioso Lc 24,31Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». 35Ed essi i 25 FRANCESCO, Christus vivit, n. 292. 26 R. MANES, «Il cielo si aprì», 150. 27 Nelle Scritture spiegate da Cristo che ne è la chiave si trova «il modo di trarre le fila delle diversissime esperienze umane, nel campo del bene e della verità, per riunificarle in un quadro coerente in cui l’annuncio della Risurrezione appaia come il sigillo di Dio su un disegno di salvezza e non come un evento strano e inaspettato» (C.M. MARTINI, L’evangelizzatore in san Luca, Ancora, Milano 2000, 153). “CUORI ARDENTI, PIEDI IN CAMMINO” SPUNTI DI RIFLESSIONE PER L’ANNO PASTORALE 2023/2024 narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Prima ancora che si aprissero gli occhi, il cuore aveva già iniziato a scaldarsi e a risvegliarsi, alimentando quel fuoco che il Cristo è venuto a gettare sulla terra (cfr. Lc 12,49) e la cui fiamma si propagherà a partire dall’evento dell’effusione dello Spirito a Pentecoste (cfr. At 2,3) come potenza di Dio che divampa nella predicazione della Parola. Il fuoco ha sempre nelle Scritture una coloritura teofanica, è cioè un elemento che nel racconto biblico dice l’irruzione di Dio (cfr. Es 3,2) e la natura del suo amore (cfr. Ct 8,6). Il Risorto appicca un fuoco nel cuore dei suoi, ma lui non è più visibile, perché egli non è quel viandante: è il Risorto che vive e si fa sperimentare vivo nella vita stessa di chi crede in lui. Egli è assente perché «non è più legato all’orizzonte terreno, non è più palpabile, visibile in maniera fisica; eppure è ancora realmente presente e sperimentabile»28. Inoltre c’è un’importante pedagogia che il Risorto dispiega come afferma la Christus vivit che ci ricorda che chi accompagna i giovani deve «scomparire come scompare il Signore dalla vista dei suoi discepoli, lasciandoli soli con l’ardore del cuore, che si trasforma in impulso irresistibile a mettersi in cammino»29. È il segno sacramentale che permette di riconoscere il Signore non come uno di fuori che si può vedere, ma come uno che abita dentro e scalda il cuore. Il riconoscimento del Risorto trascende l’empiria superficiale: è un’esperienza di fede! Luca gioca sul contrasto tra gli occhi “impediti” (v. 16) e gli occhi “spalancati” (v. 31). Tra le due situazioni irrompe la fede: «la presenza del Signore è accessibile tramite la Parola ascoltata, tramite il pane spezzato e, più in generale, per mezzo della fede»30. Ed è proprio a partire dalla fede che si compie la trasformazione interiore dei discepoli che non sono più prigionieri di segni miracolosi. Il gesto del pane spezzato, infatti, «allontana definitivamente l’attesa idolatrica dei segni e permette ai discepoli di dire l’essenziale – la loro trasformazione interiore all’ascolto della sua parola sulle Scritture – senza rattristarsi per la sua scomparsa»31. Il binomio Parola-Pane eucaristico trasfigura il senso della sequela vissuta e permette di riprendere la strada per tornare dai compagni e annunciare loro che il Maestro è vivo e a farsi pane per loro32. I discepoli passano così dall’abbattimento allo slancio, dal bisogno di vedere i segni al desiderio di ascoltare e annunciare la parola, dall’attesa di un messia foriero di rivoluzione politica o sociale e capace di spazzare via da Israele ogni presenza ostile all’accoglienza del dono d’amore di Cristo che spinge a tornare a Gerusalemme, in mezzo agli altri, alla nuova famiglia dei credenti in Cristo, nel clima fecondo e gioioso della lode e della comunione. La Scrittura rimane sigillata senza la luce che promana dall’evento della morte e risurrezione di Cristo e senza narratori, testimoni capaci cioè di attraversare la storia “sacramentalmente”, 28 G. RAVASI, I Vangeli, EDB, Bologna 2016, 431. 29 FRANCESCO, Christus vivit, n. 296. 30 M. CRIMELLA, Luca, 367. 31 J.-N. ALETTI, L’arte di raccontare Gesù Cristo, 162. 32 «Perché il Risorto sia veramente presente, non basta la partecipazione al rito. Questo diventa portatore di vita se riesce a trasformare anche i commensali in pane che si spezza per i fratelli» (V. PASQUETTO, «L’apparizione del Risorto ai discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35)», 439). “CUORI ARDENTI, PIEDI IN CAMMINO” SPUNTI DI RIFLESSIONE PER L’ANNO PASTORALE 2023/2024 aprendola a Dio e vivificandola attraverso il loro pellegrinaggio pieno di zelo e dedizione e la loro parola incisiva e gravida di Spirito Santo. Il Maestro è vivo e chiede ai giovani, che sono “la promessa del Padre”, di seguirlo lungo le vie del mondo, non come individui che rifuggono nelle proprie sicurezze o nel benessere personale, ma come comunione di fratelli e sorelle che sanno nutrire la memoria dell’incontro con Cristo e ravvivarla mediante la preghiera, la testimonianza, la forza dei sacramenti e degli affetti e che sanno accogliere «ali come aquile» per collaborare alla corsa di una Parola (cfr. 2Ts 3,1) che non subisce mai battute d’arresto perché eterna. Lc 24,13-35, capolavoro catechetico e didattico, invita noi formatori e accompagnatori a lasciarci lavorare dallo Spirito per generare i giovani alla vita filiale di Cristo che si compie nel dono di sé. Invita inoltre i giovani a scoprire la bella esperienza di affrontare il pellegrinaggio della vita sapendosi sempre accompagnati33 in una pastorale feconda perché intesa come un processo rispettoso, paziente, fiducioso e compassionevole34 e a sentirsi destinatari di una grande attenzione e di un ascolto profondo35 che li renda capaci di udire il battito del Padre che, nel cuore del Figlio, palpita per loro di amore eterno. SOMMARIO L’articolo propone una lettura narrativa del racconto di Emmaus (Lc 24,13-35) che privilegia il tema del «viaggio» come metafora della vita e offre una serie di indicazioni preziose per ripensare la necessità e l’urgenza di avviare i giovani all’arte del discernimento. Attraverso la prossimità tipica di un accompagnamento che si realizza come un processo graduale e che contempla la possibilità di una reale esperienza di generazione spirituale, il contatto con la Parola contenuta nelle Scritture e rivelatrice di senso e l’esperienza sacramentale all’interno di un contesto ecclesiale che testimoni un’alta qualità dei rapporti e di comunione, è offerta ai giovani l’opportunità di coltivare sogni e desideri grandi e di aprirsi serenamente al futuro, sentendosi depositari di una chiamata al dono di sé, a cui dare carne giorno per giorno.
Angelo di Dio, che sei il mio custode illumina, custodisci, reggi e governa me che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen
La memoria dei Santi Angeli fu fissata al 2 ottobre da papa Clemente X nel 1670. La loro esistenza è un dogma di fede, definito più volte in maniera solenne dalla Chiesa. Il nome “anghelos” deriva dal greco e vuol dire “messaggero”. In questo ruolo appaiono nella Bibbia. Nella storia della salvezza, Dio affida agli Angeli l’incarico di proteggere i patriarchi, i suoi servi e tutto il popolo eletto
La memoria dei Santi Angeli, oggi espressamente citati nel “Martirologio Romano” della Chiesa Cattolica, come Angeli Custodi, si celebra dal 1670 il 2 ottobre, data fissata da papa Clemente X (1670-1676); la Chiesa Ortodossa li celebra l’11 gennaio. Ma chi sono gli Angeli e che rapporto hanno nella storia del genere umano? Prima di tutto l’esistenza degli Angeli è un dogma di fede, definito più volte dalla Chiesa (Simbolo Niceno, Simbolo Costantinopolitano, IV Concilio Lateranense (1215), Concilio Vaticano I (1869-70)). Tutto ciò che riguarda gli Angeli, ha costituito una scienza propria detta “angelologia”; e tutti i Padri della Chiesa e i teologi, hanno nelle loro argomentazioni, espresso ed elaborato varie interpretazioni e concetti, riguardanti la loro esistenza, creazione, spiritualità, intelligenza, volontà, compiti, elevazione e caduta.
Specifici episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, indicano la presenza degli Angeli: la lotta con l’angelo di Giacobbe (Genesi 32, 25-29); la scala percorsa dagli angeli, sognata da Giacobbe (Genesi, 28, 12); i tre angeli ospiti di Abramo (Genesi, 18); l’intervento dell’angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco; l’angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto. L’annuncio ai pastori della nascita di Cristo; l’angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino; gli angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto; l’angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la resurrezione di Cristo; la liberazione di s. Pietro, dal carcere e dalle catene a Roma; senza dimenticare la cosmica e celeste simbologia angelica dell’Apocalisse di s. Giovanni Evangelista.
Qual è il fondamento evangelico della figura dell’angelo custode?
L’Angelo Custode indica l’esistenza di un angelo per ogni uomo, che lo guida, lo protegge, dalla nascita fino alla morte, è citata nel Libro di Giobbe, ma anche dallo stesso Gesù, nel Vangelo di Matteo, quando indicante dei fanciulli dice: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”. La Sacra Scrittura parla di altri compiti esercitati dagli angeli, come quello di offrire a Dio le nostre preghiere e sacrifici, oltre quello di accompagnare l’uomo nella via del bene.
Il termine angelo significa «messaggero» e in questo senso è colui (o colei) che porta i messaggi dei Dio (o degli dei) agli uomini. Gli angeli servono Dio, ma anche l’essere umano.
Nella tradizione cristiana abbiamo la figura degli angeli custodi, ma anche degli arcangeli come Michele, Gabriele e Raffaele.
La figura degli angeli nel corso degli anni si è svincolata dal discorso religioso in senso stretto e ha pervaso diversi contesti: si pensi, per esempio, ai libri fantasy con gli angeli. Ma non solo: il 2 ottobre, per esempio, memoria degli angeli custodi, si celebra la festa dei nonni, che sono visti come degli angeli quotidiani.
La tradizione cristiana afferma che ognuno di noi, alla nascita, riceve un angelo custode pronto ad offrire il proprio aiuto e a fare da guida nelle difficoltà. A parlarne sono stati anche diversi uomini di Chiesa fra cui dei Papi. Ad esempio Papa Pio X degli angeli custodi disse: “Si dicono custodi gli angeli che Dio ha destinato per custodirci e guidarci nella strada della salute […] ci assiste con buone ispirazioni, e, col ricordarci i nostri doveri, ci guida nel cammino del bene; offre a Dio le nostre preghiere e ci ottiene le sue grazie”.
Non ha mai avuto alcun dubbio anche Benedetto XVI: “Cari amici, il Signore è sempre vicino e operante nella storia dell’umanità, e ci accompagna anche con la singolare presenza dei suoi Angeli, che oggi la Chiesa venera quali “custodi”, cioè ministri della divina premura per ogni uomo. Dall’inizio fino all’ora della morte, la vita umana è circondata dalla loro incessante protezione. E gli angeli fanno corona”
Nell’intera Bibbia per 221 volte ricorre la parola «angelo» e 96 vole la parola «angeli». Per l’esattezza, nell’Antico Testamento, in 119 versetti, ci sono 122 ricorrenze del singolare «angelo», mentre in altri 12 versetti ci sono altrettante ricorrenze del plurale «angeli». Nel Nuovo Testamento, in 97 versetti, si trovano 99 ricorrenze di «angelo», mentre in altri 82 versetti ci sono 84 ricorrenze di «angeli». In ebraico l’angelo si chiamava mal’ak (che il greco tradurrà con aggelos e il latino con angelus). Originata dal cananeo laaka (inviare), questa parola designava l’ambasciatore o il corriere che il re utilizzava per far conoscere i propri desideri e ordini.
Nella Sacra Scrittura l’angelo è inviato da Dio per manifestare la sua concreta presenza nel mondo e il suo intervento nella storia umana. Addirittura, in numerosi testi il soggetto dell’azione o della parola riportata è indifferentemente Dio o l’angelo di Dio. Per esempio nella Genesi: «La [Agar] trovò l’angelo del Signore presso una sorgente d’acqua nel deserto» (16,7ss.) e «Poi il Signore apparve a lui [Abramo] alle querce di Mamre» (18,1ss.); oppure nell’Esodo: «L’angelo del Signore gli apparve [Mosè] in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto» (3,2).
Nell’Antico Testamento si evidenzia la progressiva consapevolezza del monoteismo ebraico, successivamente condivisa dal cristianesimo e dall’islamismo, riguardo all’esistenza di creature puramente spirituali e appartenenti al mondo celeste, mediatrici fra il Dio unico, trascendente e inaccessibile, e gli uomini. Il numero complessivo degli angeli non è indicato in alcun luogo della Sacra Scrittura, ma comunque viene considerato molto grande: «Un fiume di fuoco scorreva e usciva dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano» (Daniele 7,10).
Nel Nuovo Testamento, i brani che parlano degli angeli si possono classificare in due ambiti: il primo narra gli interventi angelici nella storia di Gesù o della Chiesa primitiva, l’altro sottolinea il posto che la credenza negli angeli riveste all’interno della fede cristiana. In particolare, Luca parla di un angelo che rivela a Zaccaria la nascita di Giovanni (1,11-20) e dell’arcangelo Gabriele che comunica a Maria l’incarnazione di Gesù (1,26-38), per poi descrivere gli angeli che proclamano la nascita del Bambino (1,26-38). Gli angeli tornano in forze nel giorno di Pasqua per annunciare la risurrezione di Gesù (Matteo 28,1-8), e in seguito sono testimoni privilegiati dell’ascensione di Gesù al cielo (Atti 1,10).
|| IL CANTO DEGLI ANGELI || (Paoline)
Cos’è l’esercito celeste e come è composto?
La figura dell’Angelo come simbolo delle gerarchie celesti, in genere appare fin dai primi tempi del cristianesimo, collocandosi in prosecuzione della tradizione ebraica e come trasformazione dei tipi precristiani delle Vittorie e dei Geni alati, che avevano anche la funzione mediatrice, tra le supreme divinità e il mondo terrestre. Attraverso l’insegnamento del “De celesti hierarchia” dello pseudo Dionigi l’Areopagita, essi sono distribuiti in tre gerarchie, ognuna delle quali si divide in tre cori. La prima gerarchia comprende i serafini, i cherubini e i troni; la seconda le dominazioni, le virtù, le potestà; la terza i principati, gli arcangeli e gli angeli. I cori si distinguono fra loro per compiti, colori, ali e altri segni identificativi, sempre secondo lo pseudo Areopagita, i più vicini a Dio sono i serafini, di colore rosso, segno di amore ardente, con tre paia di ali; poi vengono i cherubini con sei ali cosparse di occhi come quelle del pavone; le potestà hanno due ali dai colori dell’arcobaleno; i principati sono angeli armati rivolti verso Dio e così via. Più distinti per la loro specifica citazione nella Bibbia, sono gli Arcangeli, i celesti messaggeri, presenti nei momenti più importanti della Storia della Salvezza; Michele presente sin dai primordi a capo dell’esercito del cielo contro gli angeli ribelli, apparve anche a papa s. Gregorio Magno sul Castel S. Angelo a Roma, lasciò il segno della sua presenza nel Santuario di Monte S. Angelo nel Gargano; Gabriele il messaggero di Dio, apparve al profeta Daniele; a Zaccaria annunciante la nascita di s. Giovanni Battista, ma soprattutto portò l’annuncio della nascita di Cristo alla Vergine Maria; Raffaele è citato nel Libro di Tobia, fu guida e salvatore dai pericoli del giovane Tobia, poi non citato nella Bibbia, c’è Uriele, nominato due volte nel quarto libro apocrifo di Ezra, il suo nome ricorre con frequenza nelle liturgie orientali, s. Ambrogio lo poneva fra gli arcangeli, accompagnò il piccolo s. Giovanni Battista nel deserto, portò l’alchimia sulla terra.
Lucifero era un angelo?
Sì. Il Concilio Lateranense IV, definì come verità di fede che molti Angeli, abusando della propria libertà caddero in peccato e diventarono cattivi. San Tommaso affermò che l’Angelo poté commettere solo un peccato d’orgoglio, lo spirito celeste deviò dall’ordine stabilito da Dio e non accettandolo, non riconobbe al disopra della sua perfezione, la supremazia divina, quindi peccato d’orgoglio cui conseguì immediatamente un peccato di disobbedienza e d’invidia per l’eccellenza altrui. Altri peccati non poté commetterli, perché essi suppongono le passioni della carne, ad esempio l’odio, la disperazione. Ancora s. Tommaso d’Aquino specifica, che il peccato dell’Angelo è consistito nel volersi rendere simile a Dio. La tradizione cristiana ha dato il nome di Lucifero al più bello e splendente degli angeli e loro capo, ribellatosi a Dio e precipitato dal cielo nell’inferno; l’orgoglio di Lucifero per la propria bellezza e potenza, lo portò al grande atto di superbia con il quale si oppose a Dio, traendo dalla sua parte un certo numero di angeli. Contro di lui si schierarono altri angeli dell’esercito celeste capeggiati da Michele, ingaggiando una grande e primordiale lotta nella quale Lucifero con tutti i suoi, soccombette e fu precipitato dal cielo; egli divenne capo dei demoni o diavoli nell’inferno e simbolo della più sfrenata superbia. Il nome Lucifero e la sua identificazione con il capo ribelle degli angeli, derivò da un testo del profeta Isaia (14, 12-15) in cui una satira sulla caduta di un tiranno babilonese, venne interpretata da molti scrittori ecclesiastici e dallo stesso Dante (Inferno XXIV), come la descrizione in forma poetica della ribellione celeste e della caduta del capo degli angeli. “Come sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora! Come sei stato precipitato a terra, tu che aggredivi tutte le nazioni! Eppure tu pensavi in cuor tuo: Salirò in cielo, al di sopra delle stelle di Dio innalzerò il mio trono… salirò sulle nubi più alte, sarò simile all’Altissimo. E invece sei stato precipitato nell’abisso, nel fondo del baratro!”
Cosa fanno gli angeli?
La Sacra Scrittura suggerisce più volte che gli Angeli godono della visione del volto di Dio, perché la felicità alla quale furono destinati gli spiriti celesti, sorpassa le esigenze della natura ed è soprannaturale. E nel Nuovo Testamento frequentemente viene stabilito un paragone fra uomini, santi e angeli, come se la meta cui sono destinati i primi, altro non sia che una partecipazione al fine già conseguito dagli angeli buoni, i quali vengono indicati come ‘santi’, ‘figli di Dio’, ‘angeli di luce’ e che sono ‘innanzi a Dio’, ‘al cospetto di Dio o del suo trono’; tutte espressioni che indicano il loro stato di beatitudine; essi furono santificati nell’istante stesso della loro creazione.
Quali sono gli attributi degli angeli?
Intelligenza e volontà. L’Angelo in quanto essere spirituale non può essere sprovvisto di queste due facoltà; anzi in lui debbono essere molto più potenti, in quanto egli è puro di spirito; sulla prontezza e infallibilità dell’intelligenza angelica, come pure sull’energia, la tenace volontà, la libertà superiore, il grande Dottore Angelico, s. Tommaso d’Aquino, ha scritto ampiamente nella sua “Summa Theologica”, alla quale si rimanda per un approfondimento.
San Tommaso era un appassionato studioso delle attività degli angeli, tanto da essere soprannominato ‘Doctor Angelicus’. A suo avviso gli angeli custodi hanno il compito di illuminare le nostre immagini, aiutando la nostra intelligenza a farci comprendere la verità.
Approfondì l’opera di Dionigi, scrivendo nella Summa Teologica che la distinzione delle gerarchie angeliche si fonda sulle diverse nature intellettuali degli angeli, sui diversi modi in cui essi sono illuminati dall’Essenza di Dio. Per questo gli angeli superiori hanno una visione delle cose più universale rispetto agli angeli minori, perché apprendono la verità delle cose da Dio stesso, mentre gli angeli della seconda gerarchia le comprendono attraverso le cause universali e quelli della terza dall’applicazione delle cause sugli effetti particolari. In pratica, la prima gerarchia è composta da angeli più vicini e più somiglianti a Dio, in quanto tali capaci di conoscere tutte le cose in un’unica “forma”. Gli angeli della seconda gerarchia conoscono gli effetti divini dal modo in cui essi scaturiscono dalle cause universali e vengono illuminati dalla prima gerarchia. Gli angeli della terza gerarchia ricevono una conoscenza di effetti divini.
Sempre secondo Tommaso, la prima gerarchia (Serafini, Cherubini e Troni) ha un rapporto diretto con Dio grazie al quale può considerare il Fine; la seconda (Dominazioni, Virtù e Potestà) il mezzo, ovvero la disposizione universale delle cose da farsi, l’ordinamento e il governamento del mondo; la terza (Principati, Arcangeli e Angeli) applica le disposizioni agli effetti, cioè esegue l’opera.
Chi lo vede come un segno di riverenza, chi come un elemento della tradizione che non deve essere abbandonato. Ma qual è il vero motivo per cui le donne lo indossano?
Una domanda che in tanti si pongono e a cui attraverso un piccolo excursus anche storico, cerchiamo di rispondere.
Le donne portano il velo alla Messa?
Ci sono donne che ancora oggi rimangono fedeli al velo intesta. Ma se guardiamo indietro, alle nostre nonne, ci accorgiamo che, poi, non è passato così tanto tempo da quando era uso diffuso. La domanda frequente è.
Perché la donna, in chiesa, copre il capo e gli uomini no?
Sotto il tuo manto (Frisina)
Non si tratta solo del velo. Anche in inverno, ad esempio, ci accorgiamo che alla donna è permesso indossare il cappello in testa, mentre agli uomini no. Un’usanza? Una tradizione prettamente cristiana? O c’è altro? In effetti ci sono delle spiegazioni ben precise per rispondere a questi interrogativi.
La moda, potrebbe dirci, ad esempio, che si tratta di qualcosa di obsoleto. Ma se guardiamo con occhi diversi, con il nostro essere cristiani, ci accorgiamo che, effettivamente, indossare il velo fa parte della tradizione cattolica. Pensiamo al velo solo per le spose, ma non a chi, invece, partecipa alla Messa.
Partiamo dal presupposto che, dovremmo ricordarci che stiamo entrando nella Casa di Dio, in un luogo sacro, dove di lì a poco, sarà celebrata la Messa e Gesù si offrirà nel suo corpo e nel suo sangue.
Non solo vestirci in modo rispettoso (e questo, lo troviamo già ovvio, specialmente durante il periodo estivo, quasi in tutte le chiese, troviamo affissi cartelli dove si richiede il rispetto, anche, nell’abbigliamento, del luogo sacro), e il velo diventa un segno di coerente dignità al luogo, quasi al doverci sentire preparati ancor di più, non solo internamente, ma anche all’esterno, a ciò che sta per avvenire.
Ciò che in chiesa si vela è sacro
Il velo non deve, però, essere indicato come “qualcosa che faccia capire che quello è il modo di vestire della donna”, non deve esser visto come qualcosa di denigratorio. Nel caso delle suore, il velo è segno della loro piena consacrazione a Dio. Ma ogni donna è sacra e quando in chiesa di vela qualcosa, vuol dire che questa è sacra.
Il velo che la donna è invitata ad indossare in chiesa è segno di un valore che lei ha, di un qualcosa di ancora più sacro agli occhi di Dio.
Se, invece, volessimo affiancarci alla tradizione vera e propria, il velo rappresenta la riverenza, il rispetto verso Dio nel suo luogo sacro. Il velo è un segno di devozione, di umiltà.
Come quando entriamo in chiesa e ci segniamo con il segno di croce, abbassiamo la voce in rispetto al luogo e a chi è lì a pregare, dove gli uomini si tolgono il cappello, il velo della donna rappresenta la sua devozione e il suo rispetto davanti al grande Mistero lì presente.
Il velo: nero o bianco?
Ma c’è un altro quesito: perché alcune donne indossano il velo nero ed altre quello bianco? Anche qui, la tradizione è ancora più radicata, specie nelle zone del Sud Italia. Tradizione vuole che il “velo nero” sia usato soltanto in caso di lutto o di Messa funebre, quasi come fosse un segno di sofferenza che vela il viso della donna al mondo esterno e non faccia scoprire, ad esempio, le lacrime agli occhi.
Dall’altro lato, invece, il velo bianco. No, non quello della sposa, ma come quello nero, ci sono alcune donne che si coprono il capo con il velo bianco. Anche qui tradizione vuole che quello bianco lo indossino “le donne che non sono sposate” e, come ci raccontano le nostre nonne, indossare il velo bianco serviva anche ai ragazzi per capire quali erano le donne da marito.
Oggi, ovviamente, c’è chi rispetta questa tradizione ancora e chi no. Anzi: ai nostri giorni, facendo un pò più d’attenzione, è possibile anche vedere in chiesa donne che indossano veli di colore azzurro, beige, marrone, verde o anche rosso. Non c’è più questa differenza così netta e, anche dopo il Concilio Vaticano II, non c’è più neanche “l’obbligo” per le donne dell’uso del velo in chiesa.
Chi lo indossa lo fa per tradizione: sì, proprio quella che descrivevamo poco fa. Insomma: un gesto di rispetto sì, che ci porta anche indietro nel tempo.
Rosalia Gigliano
Quando si pensa a una donna con il velo si pensa generalmente a una donna di religione islamica. Sembrerà strano, ma il velo non è un simbolo originario dell’Islam. Scopriamo da dove viene e in quali culture esistono o sono esistite “donne velate”.
Quando compare per la prima volta il velo?
Assiri, i Sumeri e gli Egiziani, e la gran parte delle popolazioni che abitavano l’odierno Medio Oriente, usavano il velo. Inizialmente, in queste civiltà, il velo non era riservato alle donne: coprirsi il capo era un segno di potere, cioè indicava l’appartenenza a un settore privilegiato della società. È nel codice di Hammurabi (1760-1750 a.C. circa), un’antica raccolta di leggi conservata oggi al Louvre di Parigi, che troviamo i primi riferimenti all’obbligo di usare il velo da parte delle donne, che cominciano ad essere confinate nell’ambito della casa.
Nel codice di Hammurabi si legge che le donne devono coprirsi il capo in segno di umiltà e di sottomissione alla divinità. L’usanza si diffonde anche presso i Greci e i Romani: per loro, una donna con il capo scoperto era una donna che aveva rinunciato alla sua “modestia”, cioè all’obbedienza all’uomo della famiglia. Per cui non poteva essere una donna rispettabile.
Il velo nella Bibbia
Anche le donne ebree avevano l’usanza di coprirsi il capo, lo raccontano vari episodi che troviamo nella Bibbia. Il velo ebraico è un simbolo dal valore religioso e sociale, che rappresenta per la donna sottomissione ai voleri di Dio e dell’uomo.
Secondo la tradizione tramandata da vari testi sacri dell’ebraismo, come la Torah e il Talmud, le donne ebree hassidimite (o chassidimite) il giorno del matrimonio avevano l’obbligo di tagliarsi i capelli e dal quel momento portare un velo colorato per coprirsi. Per gli ebrei di oggi, l’obbligo di usare un copricapo per le donne si ritrova solo in piccole comunità legate alle tradizioni. Per gli uomini invece è rimasto, possiamo vederlo entrando in qualsiasi sinagoga: lo chiamano Kippah.
La “velatio”cristiana: come nasce il velo da sposa
Dall’ebraismo il simbolo del velo si trasferisce al cristianesimo: i riti nuziali dei primi cristiani prevedevano infatti la cerimonia della “velatio”(velazione). Un velo veniva posto sul capo di entrambi gli sposi in origine, a simboleggiare la loro comunione con lo Spirito, e dal quel momento la donna doveva velarsi.
Il velo cristiano aggiunge però al velo ebraico un significato di “purezza”: non a caso anche la Madonna è sempre raffigurata velata. Molti riferimenti al valore del velo si trovano negli scritti di San Paolo, che lo descrive come “vestimento di devozione a Dio”.
Questo significato simbolico si ritrova ancora oggi nell’abbigliamento di suore e monache, le donne che, appunto, si sono consacrate a Dio. O, semplicemente, entrando in chiesa, possiamo intravederlo nelle donne anziane che tuttora mantengono l’usanza.
by Linda Monticelli
Conosci la storia del velo indossato da Maria quando diede alla luce Gesù?
Scopriamo la storia del velo indossato dalla Madonna quando diede alla luce Gesù.
Sebbene la maggior parte sia andata persa nella storia, alcune delle prime reliquie della Chiesa sopravvivono ancora oggi. Le reliquie che rimangono sono conservate in modo sicuro e conservate in tutto il mondo nelle chiese e nelle cattedrali per essere viste e venerate dai Fedeli.
Tuttavia, dell’ Assunzione in Cielo di Maria non rimangono reliquie corporee. Una delle rare reliquie esistenti è quella detta la sancta camisia, il velo che indossava mentre dava alla luce Gesù Cristo e anche mentre stava ai piedi della Croce.
La tradizione racconta che sancta camisia, in italiano santa camicia, è il velo che venne indossato dalla Vergine Maria durante la Nascita di Cristo. Il velo è lungo più di sei metri e fatto di seta.
Dopo l’Assunzione di Maria, si dice che il velo fu spostato da Gerusalemme a Costantinopoli, dove l’imperatrice bizantina Irene lo presentò all’ Imperatore Carlo Magno. Nell’ 876, suo nipote Carlo il Calvo lo donò alla cattedrale di Chartres in Francia, dove è rimasto per oltre 1100 anni.
Il Velo della Madonna è conservato in un reliquiario d’oro accanto all’altare maggiore e ha sviluppato come centro di molte tradizioni nel corso dei secoli.
Miracoli o eventi per grazia del velo
Per esempio, nel 911, quando il bandito Rollo e i suoi scagnozzi assediarono Chartres, la gente del posto prese il velo dalla chiesa e la sfilò come una bandiera di guerra. Rollo e i suoi uomini furono sconfitti e l’assedio fu revocato.
Nel 1145, il velo fu quasi distrutto quando la chiesa che lo ospitava prese fuoco. Alcuni membri del clero attraversarono le fiamme nella cripta delle chiese, con il velo in mano. Si dice che tre giorni dopo siano riemersi completamente illesi per l’intercessione di Maria. Il fenomeno fu considerato un miracolo e come segno che dalle ceneri della vecchia chiesa dovesse risorgerne una nuova. La cattedrale di Chartres fu costruita al suo posto.
Le prove scientifiche sul velo lo hanno datato al I secolo d. C., di origine siriana, dando credito alla tradizione secondo cui il velo fu indossato da Maria stessa. Oggi è custodito in modo sicuro in un reliquiario d’oro accanto all’altare della cattedrale di Chartres. Ogni anno il 15 agosto, festa dell’Assunzione di Maria, il velo viene portato in processione a Chartres.
Francesco Frigida
Idea Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it
Ddl Anziani verso l’entrata in vigore a marzo, con attuazione da aprile: Assegno Unico per non autosufficienti al posto dell’indennità di accompagnamento. Decreto Anziani in vigore entro marzo: cosa cambia
Approvato in Senato il Ddl Anziani, che in base alle previsioni del Ministero del Lavoro approderà in Gazzetta Ufficiale nei tempi previsti dal PNRR, ossia entro fine marzo. Da aprile si lavorerà poi alla stesura dei decreti attuativi.
Si tratta del disegno di legge n. 205 recante “Deleghe al Governo in materia di politiche in favore delle persone anziane “Una misura straordinaria per adeguare il sistema di welfare italiano ai nuovi bisogni sociali, promuovere il benessere delle persone anziane e mettere le famiglie in condizione di affrontare con maggiore serenità il carico assistenziale durante la terza età della propria vita e gli inevitabili costi correlati, in particolare nel caso di non autosufficienza.
Ddl anziani: mons. Paglia (Comm. governativa), approvazione Senato è traguardo storico, speriamo in consenso unanime alla Camera
“È un traguardo storico, per una norma che rivede radicalmente tutto l’assetto assistenziale, e non solo, rivolto agli over 65, che in Italia sono 14 milioni. Lo aspettavamo da 40 anni e riguarda la tanto attesa integrazione fra sociale, sanitario e assistenziale, la realizzazione di un vero continuum assistenziale per la presa in carico delle persone anziane sul territorio ed in particolare presso la loro abitazione”. Così mons. Vincenzo Paglia, presidente della Commissione governativa per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana, commenta l’approvazione da parte del Senato del ddl anziani, che dovrà passare ora all’esame della Camera. “La continuità di vita e di cure presso il proprio domicilio è certamente l’aspetto più rilevante del provvedimento – osserva -. Le norme rafforzano anche il diritto di accesso ai servizi di cure palliative, creano finalmente un sistema di governance integrato, introducono accanto alla gestione della disabilità e non autosufficienza la nozione di fragilità e le attività preventive connesse. Si tratta dunque di una legge molto ambiziosa negli obiettivi da raggiungere e che modifica in profondità gli attuali assetti organizzativi”. Di qui l’auspicio che “nel passaggio alla Camera sia possibile ottenere quel consenso unanime per una delega che era stata introdotta in prima battuta dal governo Draghi e dunque avrebbe dovuto avere un sostegno totale. Avevo sognato che per i 75 anni della Costituzione avremmo potuto esprimere un accordo completo e comune, per una legge che difende i nostri anziani. Ora si dovrà procedere speditamente con tutte le forze politiche, delle Regioni, dei sindacati, del mondo del Terzo settore e del volontariato per implementare le sperimentazioni in grado di esprimere il potenziale della legge”. “Mi sembra molto bello – conclude Paglia -, molto espressivo di una nuova politica questa partecipazione larga nel segno di una immaginazione alternativa per creare – insieme – il nuovo modello e restituire al Paese e a tutti noi una vecchiaia serena e bene assistita”.