Il 2 febbraio la Chiesa Cattolica celebra la Presentazione di Gesù al Tempio (dal vangelo di Luca 2,22-39) che avvenne secondo le usanze dell’epoca previste dalla legge giudaica per i primogeniti maschi. Viene popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele ricordando il Cristo (ovvero il messia “unto” dal signore per essere luce che illumina le genti), così come il bambino Gesù venne definito dal vecchio Simeone, saggio e profeta. La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù. Celebrazioni legate alla luce in questo periodo dell’anno esistevano feste e celebrazioni in alcune tradizioni religiose precristiane. Alcuni studiosi rilevano come la Candelora cristiana possa essere stata introdotta in sostituzione di una festività preesistente; vista la coincidenza del periodo dell’anno con il periodo di 40 giorni dopo la nascita di Gesù. Nell’antica Roma era usanza nel periodo della februatio, la purificazione della città, che le donne girassero per le strade con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce. Ben presto, però, prevalsero i significati legati all’aspetto luminoso dell’imminente primavera, in corrispondenza con i riti propiziatori agresti per l’inaugurazione del nuovo anno agricolo. I Lupercali o Lupercalia si festeggiavano alle Idi di febbraio, il 15; per i Romani ultimo mese dell’anno. Servivano a purificarsi prima dell’avvento dell’anno nuovo, propiziandone la fertilità. La cerimonia era legata alla famosa Lupa che allattò Romolo e Remo. Ancora oggi si usa il detto :“Nella Festa della Candelora dall’inverno semo fora”.
Come spiegare la Candelora ai bambini del catechismo?
E’ il giorno in cui si benedicono le candele e i ceri nelle chiese, simbolo di Cristo e “luce per illuminare le genti“, come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.
Dal punto di vista simbolico, questa celebrazione indica il passaggio dall’oscurità e dal buio alla lucealla rinascita e, dunque, a una nuova stagione che coincide con la primavera.
Presentazione del Signore Nel vangelo di Luca leggiamo: «Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore..» (Lc 2,22). La festa che celebriamo quest’oggi è dunque la “presentazione del Signore”, anche se la fede popolare la chiama da tempo “candelora”.
L’episodio è inoltre talmente importante da far parte dei misteri gioiosi del Rosario, preghiera che, come sappiamo, ha riassunto in passato i momenti cruciali della vita di Gesù, offrendoli alla meditazione della gente semplice, illetterata.
Perché dovremmo festeggiare il fatto che Gesù bambino viene presentato al tempio? L’evangelista, anzitutto, mette insieme due cerimonie: la purificazione della madre, quaranta giorni dopo il parto, e la consacrazione del figlio primogenito, da offrire al Signore (o, più precisamente, da “riscattare” ad un prezzo, nel caso di Gesù, una coppia di tortore). Questa duplice motivazione è ben sottolineata dal cambio di nome che ha subito tale festività: se per lungo tempo la si è definita “Purificazione della SS. Vergine Maria”, la riforma liturgica del 1960 le ha restituito l’antico nome di “Presentazione del Signore”.
Ma quando nasce come vera e propria festa nella Chiesa? La prima testimonianza ci parla del IV secolo, a Gerusalemme. In seguito l’imperatore Giustiniano decretò il 2 febbraio come giorno festivo in tutto l’impero d’Oriente, mentre Roma adottò la festività verso la metà del VII secolo: papa Sergio I istituì la più antica processione penitenziale romana, che partiva dalla chiesa di S.Adriano al Foro, e si concludeva a S.Maria Maggiore.
Perché la gente continua tuttavia a chiamarla “candelora”? Per via del rito della benedizione delle candele, durante la processione in chiesa, rito che risale intorno all’anno Mille e che si ispira alle parole di Simeone: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Lc 2,29-32).
Già, Simeone ed Anna, qual è il ruolo dei due anziani in questa scena? Simeone, tenuto in vita dalla speranza di incontrare il Messia, corona il suo “sogno”: prende in braccio il piccolo e, sconvolto, proclama che a quel punto può morire in pace, alla sua vita non può chiedere di più! Anna, da parte sua – una profetessa rimasta vedova giovanissima e non più risposatasi – è il prototipo delle vecchiette che si incontrano nelle Messe feriali, la cui fede viene talvolta giudicata con troppa superficialità: un esempio di fede semplice e robusta, sicuramente non dominata dalle mode del tempo, di cui spesso siamo schiavi un po’ tutti..
C’è qualcosa che accomuna i due anziani, oltre all’età? Cos’hanno visto di speciale in quel bambino? Cosa cercavano? Entrambi hanno saputo cogliere l’essenziale. La legge ebraica esigeva la presenza di almeno due testimoni per instaurare una causa.. ecco che due testimoni, Simeone ed Anna, riconoscono l’inizio di un tempo nuovo. Grazie a loro due tutto ci è chiaro fin dall’inizio: Gesù è il Messia promesso da Dio e venuto ad illuminare tutti i popoli.
Peccato non avere più tra noi due personaggi così bravi ad indicarci la luce.. Nient’affatto! La Chiesa, oggi, celebra anche – e non a caso – la Giornata della vita consacrata: questo Vangelo «costituisce un’icona – dice papa Francesco – della donazione della propria vita da parte di coloro che, per un dono di Dio, assumono i tratti di Gesù vergine, povero e obbediente..». E aggiunge: «Le persone consacrate sono segno di Dio nei diversi ambiti di vita.. Ogni persona consacrata è un dono per il popolo di Dio in cammino».
Illuminati da tali guide, ringraziamo allora il Signore con le parole di San Sofronio: «Nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola.. le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo.. nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio».
2 Febbraio Festa della Giornata Mondiale della vita consacrata. In questo giorno, ricco di storia e di molteplici significati, che ricorre la Giornata mondiale della Vita Consacrata voluta da Papa Giovanni Paolo II nel 1997.
In questa occasione la Chiesa celebra il “sì” dei consacrati e delle consacrate alla chiamata di Dio. Nella “icona evangelica” della presentazione di Gesù, Simeone rende grazie a Dio perché finalmente può stringere tra le braccia il Messia atteso. Così in questa Giornata si vuole rendere grazie a Dio per la presenza della Vita Consacrata dentro la Chiesa che ricorda a tutti i battezzati la bellezza della vocazione cristiana che a ciascuno chiede di testimoniare nella vita la luce di Gesù e del Vangelo.
“Oltre le passioni tristi. Credenti che contagiano speranza (Ez 37,1-14)”.
Le parole che Dio rivolge al profeta Ezechiele – Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere? – danno il titolo al sussidio che l’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso propone per l’azione pastorale in vista del 17 gennaio 2024, la XXXV Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Il suo scopo è fornire alle comunità cristiane (dalle parrocchie alle scuole, gruppi, associazioni, movimenti, comunità, istituti religiosi, circoli culturali, federazioni…) degli strumenti per avviare e sostenere, nei differenti contesti, processi di dialogo con le realtà ebraiche e di riscoperta delle radici ebraiche della e nella fede cristiana. Il sussidio si apre con il brano in ebraico di Ez 37, 1-14 seguito dalla traduzione italiana; ospita quindi il messaggio dei Vescovi, a firma della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo, e il messaggio dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, firmato dal suo Presidente, Rav Alfonso Arbib; prosegue con gli spunti di riflessione sul testo, le indicazioni per la celebrazione della Parola, le intenzioni per le preghiere dei fedeli e la presentazione di Elia Benamozegh quale testimone del dialogo. Conclude il sussidio la sezione dedicata a proposte e strumenti per alimentare la conoscenza del mondo ebraico, con suggerimenti di materiali e le indicazioni sulle amicizie ebraico-cristiane e sulle attività dei musei ebraici in Italia.
Sussidio per la XXXV Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei 17 Gennaio 2024:
Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere? (Ez 37,1-14)
Pubblichiamo il Messaggio per la 35ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (17 gennaio 2024), dal titolo: “Oltre le passioni tristi. Credenti che contagiano speranza (Ez 37,1-14)”.
“Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti” (Ez 37,11). La situazione descritta dal profeta appare disperata. Le “ossa inaridite” richiamano l’immagine della sconfitta dopo la battaglia; la “speranza svanita” dice la sfiducia nel futuro e la paura. Su tutto domina un senso di morte e di pessimismo. Trionfano le “passioni tristi”: impotenza, delusione, inutilità, paura… Sentimenti che spesso affiorano anche nelle nostre riunioni ecclesiali: “Ormai non c’è più nulla da fare”; “Siamo sempre meno”; “Ormai le abbiamo provate tutte”; “È troppo tardi per recuperare”. Rimestiamo in questo pessimismo e viviamo da vittime impotenti. Lo stesso pessimismo, a volte unito a rabbia e rassegnazione, aleggia anche nella nostra società, spesso ripiegata sul presente, aggrappata al presente, incapace di fiducia nel futuro.
1. Un annuncio di rinascita In questo contesto il profeta annuncia vita, parla di una rinascita. I profeti prima dell’esilio avevano più volte richiamato il popolo alla conversione per impedire che avvenisse la catastrofe, ma adesso che il peggio è già successo, Ezechiele annuncia l’impossibile o, meglio, annuncia ciò che sembra impossibile: la rinascita dalla morte. Ecco una bella missione del credente nel nostro mondo: annunciare possibilità che vanno oltre l’esistente, possibilità che emergono dall’esistente e aprono prospettive inaspettate e che sono tutte collegate esclusivamente all’azione di Dio.
2.Un futuro abitato L’immagine di Dio che traspare dal testo è quella del Creatore, come quella del racconto della creazione dove dona l’alito che fa vivere (cfr Gen 2). Forte di questa certezza il profeta può guardare al futuro: Dio ha creato e Dio creerà di nuovo. Emerge la presenza dello spirito di Dio capace di far rinascere, di far “ripartire”, di creare vita là dove c’era solo caos e morte. Il profeta attesta una fede che va oltre l’esperienza concreta e che si radica nel momento delle origini, completamente indisponibile all’uomo, ma comunque abitato dalla presenza efficace di Dio che interviene grazie al suo Spirito.
3.L’icona di Emmaus Ci viene alla mente l’icona di Emmaus che accompagna il Cammino sinodale delle Chiese in Italia. Lì il Risorto fa ardere il cuore dei discepoli carichi di “passioni tristi”. Non avevano più fiducia nel futuro, non avevano più fiducia nella vita. Si sentivano delusi e impotenti. Gesù Risorto si accosta e li “risveglia alla vita”, li aiuta a credere nuovamente nella vita. Rigenera in loro la speranza. Ci auguriamo che il Signore, attraverso il Cammino sinodale, rigeneri fiducia e coraggio nella nostra Chiesa e, soprattutto, aiuti tutti i credenti ad essere capaci di contagiare di fiducia e coraggio i nostri contemporanei.
4.Una continua conversione Ma perché la nostra speranza non sia irenica e disincarnata, va anche ricordato che la situazione drammatica a partire dalla quale il profeta Ezechiele parla di un futuro promettente non è casuale, imputabile al fato, ma è invece la conseguenza del peccato del popolo, più volte invitato alla conversione, ma incapace di attuarla in modo sincero. La nostra speranza in un futuro migliore deve appoggiarsi su una continua conversione: nel rapporto con Dio, nel rapporto fra persone, nel rapporto tra stati, nel rapporto con la terra. Solo così possiamo sperare in un mondo in pace, riconciliato, giusto, rispettoso del creato.
5.Rinnovati da Dio La nuova creazione cui il profeta allude nella visione del capitolo 37 è ancora più sorprendente della prima creazione perché si fonda sul perdono di Dio e non sui meriti inesistenti dell’uomo. La speranza dell’uomo poggia innanzitutto su Dio che è fedele alle sue promesse, sul Dio Creatore che ha fatto alleanza con l’uomo e con il popolo.
6.In armonia con le aspirazioni umane In questa luce ricordiamo le parole del Concilio: “La Chiesa sa perfettamente che il suo messaggio è in armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano quando essa difende la dignità della vocazione umana, e così ridona la speranza a quanti ormai non osano più credere alla grandezza del loro destino. Il suo messaggio non toglie alcunché all’uomo, infonde invece luce, vita e libertà per il suo progresso” (GS 21). Siamo destinati ad un compimento. Come credenti desideriamo collaborare con tutti coloro che, seguendo le “aspirazioni più segrete”, contribuiscono a far nascere un mondo nuovo. Come credenti desideriamo offrire il nostro servizio a tutti per far sbocciare il Regno, rigenerando speranza, fiducia e coraggio.
7.Contagiamo speranza insieme Nella Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei desideriamo confermare l’importanza del rapporto tra le nostre comunità in Italia. Soprattutto auspichiamo una rinnovata passione per la Scrittura, certi che proprio le sue pagine possono rigenerare in noi “passioni felici”, aiutarci a sostenere l’umano che è comune, contagiare speranza.
Il Papa inizia un nuovo ciclo di catechesi sul Discernimento ed incentra la sua meditazione sul tema:“Che cosa significa discernere?”.In Aula Paolo VI il Papa commenta la sua scelta. “Discernere è un atto importante che riguarda tutti, perché le scelte sono parte essenziale della vita. Si sceglie un cibo, un vestito, un percorso di studi, un lavoro, una relazione. In tutto questo si concretizza un progetto di vita, e anche la nostra relazione con Dio”, commenta il Papa.
Per Francescoil discernimento si presenta come “un esercizio di intelligenza, di perizia e anche di volontà,per cogliere il momento favorevole: queste sono condizioni per operare una buona scelta”. Nel Vangelo, Gesù parla del discernimento “con immagini tratte dalla vita ordinaria” e esso “coinvolge gli affetti”.
“Nel giudizio finale Dio opererà un discernimento nei nostri confronti. Le immagini del contadino, del pescatore e del mercante sono esempi di ciò che accade nel Regno dei cieli, un Regno che si manifesta nelle azioni ordinarie della vita, che richiedono di prendere posizione.Conoscenza, esperienza, affetti, volontà: ecco alcuni elementi indispensabili del discernimento“, dice ancora nella sua catechesi Papa Francesco.
Francesco aggiunge: “Il discernimento comporta una fatica. Secondo la Bibbia, noi non ci troviamo davanti, già impacchettata, la vita che dobbiamo vivere. Dio ci invita a valutare e a scegliere: ci ha creato liberi e vuole che esercitiamo la nostra libertà.Per questo, discernere è impegnativo.Il discernimento è la riflessione della mente e del cuore che dobbiamo fare prima di prendere una decisione”.
“Il discernimento è faticoso ma indispensabile per vivere. Dio non impone mai il suo volere. Perché?Perché vuole essere amato e non temuto.E l’amore si può vivere solo nella libertà”, conclude il Pontefice.
La catechesi introduce alla fede, la approfondisce e la fortifica. Si tratta di un percorso che riguarda situazioni ed esperienze concrete, cosí come tutti gli aspetti dell’essere cristiano: la catechesi promuove i contenuti della fede e la partecipazione alla vita della Chiesa (liturgia, spiritualità, annuncio, responsabilità cristiana, missione).
Luoghi della catechesi:
I luoghi nei quali si può fare esperienza di fede sono molteplici:
La famiglia è il luogo privilegiato per il bambino per venire a contatto e prendere confidenza con la fede; in quest’ottica la famiglia deve essere sostenuta e rinforzata.
Anche l’insegnamento della religione cattolica da un contributo importante nella trasmissione della fede poichè fa parte come disciplina scolastica del sistema educativo e si concentra maggiormente sulla trasmissione dei contenuti della fede.
Il luogo primario della catechesi è la comunitá cioè la parrocchia, nella quale si fa esperienza di fede vissuta e testimoniata. Perciò la parrocchia svolge un ruolo essenziale nella trasmissione della fede, e la catechesi dei sacramenti è solo una parte della catechesi intesa in senso più ampio. In quest’ottica anche la catechesi per gli adulti ha un suo spazio di attenzione.
Chi sono i responsabili della catechesi?
Grazie al battesimo e alla confermazione tutti i cristiani sono chiamati a collaborare nella Chiesa, in modo che i talenti e le doti di tutti siano valorizzati per il bene della comunità. La catechesi è dunque un cammino che si svolge con il sostegno di tutti.
Aspetti e forme della catechesi:
La catechesi si rivolge a vari gruppi e fasce d’età. Per questo motivo nel corso del tempo si sono sviluppate varie forme di catechesi, come ad esempio:
Immacolata Concezione (8 dicembre): Il dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato da Papa Pio IX nell’Ottocento attraverso la bolla “Ineffabilis Deus”.
Il dogma indica che la Vergine “è stata preservata immune da ogni macchia di colpa originaria nel primo momento del suo concepimento”.
La festa in realtà veniva già celebrata in Palestina alla fine del VII secolo ed era conosciuta come la festa della Concezione di Sant’Anna (mamma di Maria). Il documento più antico che si riferisce a tale festa è il canone della festa, composto da Sant’Andrea di Creta, che ha scritto il suo inno liturgico nella II metà del VII secolo.
Il dogma tra devozione popolare e teologia
La parola “dogma” non gode di buona reputazione nel nostro contesto culturale occidentale. Il pensiero critico della modernità compiuta, con Immanuel Kant, si è assunto il compito di svegliare l’umanità dal “sonno dogmatico”. Il pensiero liquido della post-modernità o tarda modernità non ama i punti fermi e si delinea come post-veritativo, garantendo cittadinanza esclusivamente alle opinioni. Eppure, un grande pensatore russo come Pavel A. Florenskij, evocando la dimensione paradossale e antinomica del dogma, ammoniva: «Se la verità non fosse antinomica, il raziocinio, muovendosi in cerchio nel proprio campo, non avrebbe un punto d’appoggio, non vedrebbe l’oggetto extra-razionale, e quindi non avrebbe lo stimolo ad abbracciare l’eroismo della fede. Questo punto d’appoggio è il dogma. Proprio con il dogma incomincia la nostra salvezza, perché il dogma, essendo antinomico non costringe la nostra libertà e dischiude tutta l’estensione della fede volontaria o della maligna incredulità» (La colonna e il fondamento della verità).
Trovarsi di fronte a ciò che sovrasta di gran lunga la nostra povera ragione, come nel caso della fede nell’Immacolata Concezione della Vergine Madre, che siamo chiamati a celebrare, non significa, tuttavia, aver a che fare con una formula irrazionale. Piuttosto questo dogma, come tutti gli altri, nasce certamente dalla devozione popolare, ma è stato preceduto, accompagnato e deve essere seguito da una rigorosa riflessione, perché, come afferma Antonio Rosmini: «badisi bene, che quando un dogma è reso un assurdo, egli è bello ed annullato in tutte le intelligenze umane; e quand’esso è ridotto ad una parola, basta un frego sulla carta per cancellarlo. No, i dogmi della Chiesa non consistono in meri vocaboli; sono ciò che i vocaboli significano, e costituiscono l’oggetto della nostra credenza: la Chiesa colle sue parole non cerca di illudere gli uomini» (Razionalismo teologico).
Come noto la devozione popolare all’Immacolata è stata contrastata e messa in discussione da illustri teologi e pensatori, quali ad esempio Bernardo di Chiaravalle (cui Dante affiderà la preghiera a Maria nell’ultimo canto della Commedia) e Tommaso d’Aquino con al suo seguito i domenicani di Parigi. Ad Oxford, dove invece prevaleva la teologia francescana, la formula venne accolta e difesa fino ad una famosa disputa parigina del 1307 da Giovanni Duns Scoto. Il film Scotus (2010, regia di Fernando Muraca) rappresenta in maniera decisamente attendibile tale disputa, riportando le motivazioni del dottore sottile con l’efficacia che compete alle immagini in movimento, spesso prevalente rispetto ai libri. Le obiezioni di quanti erano contrari all’immunità di Maria dal peccato originale fin dal suo concepimento vanno prese, come fa Scoto, in seria considerazione, non solo allora, ma anche oggi. La preoccupazione che animava questi teologi consisteva nel fatto che una tale formula avrebbe potuto intaccare l’universalità della redenzione operata da Cristo, che quindi non avrebbe riguardato tutto il genere umano, non avendone la madre bisogno in quanto scevra dal peccato. In tale prospettiva si poteva pensare che Maria fosse stata concepita col peccato d’origine e che prima della sua nascita ne sarebbe stata liberata, in vista della sua maternità divina (dogma di Efeso, anno 431 della nostra era). Tale impostazione sembrava meglio garantire l’universalità della redenzione e al tempo stesso maggiormente coerente con la ragione.
Il dottore francescano e la scuola che lo ha sostenuto e seguito ha trovato in età moderna il significativo sostegno della Compagnia di Gesù, facendo leva, con ragioni profondamente teologiche, sulle seguenti argomentazioni. In primo luogo, la devozione (lex orandi) che si andava diffondendo in Europa non poteva essere sostenuta da una semplice opinione teologica. Il popolo di Dio, che pure ha bisogno di riflettere su ciò che prega, non si lascia ammaliare dal razionalismo dei teologi. Lex orandi è lex credendi (ciò che si prega si crede). In secondo luogo, il riferimento alla potenza assoluta (come dirà il confratello Guglielmo da Ockham) per cui «potuit, decuit ergo fecit: ciò conveniva, era possibile, e dunque Dio lo fece», secondo il dettato di Scoto, ma anche di altri teologi: se Dio poteva liberare la Vergine dal peccato originale (potuit); era conveniente che colei che doveva essere Madre di Dio fosse concepita senza il peccato originale (decuit), quindi se Dio lo poteva compiere (potuit) e, se era conveniente che Dio lo facesse (decuit), allora Dio lo fece (fecit). Infine, con la formula dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre non viene affatto intaccata l’universalità della redenzione operata da Cristo, perché è in vista dell’incarnazione del Verbo che ciò accade. Questo in quanto, nella visione scotista, «chi vuole ordinatamente, vuole prima il fine, poi ciò che immediatamente raggiunge in fine, e il terzo luogo tutto ciò che è ordinato remotamente al raggiungimento del fine. Così anche Dio, che è ordinatissimo, vuole prima il fine e poi ciò che è ordinato immediatamente al fine; in secondo luogo, vuole altri amanti attorno a sé; in terzo luogo, vuole anche ciò che è necessario per raggiungere questo fine, ossia i beni della grazia; e in quarto luogo infine vuole altri beni più remoti come mezzi per raggiungere i primi (beni della grazia)». Insomma: l’Immacolata ci consente di leggere la storia della salvezza a partire dal fine che è la redenzione, di cui in Lei risplende non solo l’universalità, ma il profondo realismo e la radicalità. E il redentore è sempre e comunque il Cristo Signore.
Nel 1848 al beato Antonio Rosmini veniva chiesto di esprimere il proprio voto-parere sull’opportunità di proclamare da parte del romano pontefice il dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre. La risposta del Roveretano è molto interessante e la si può leggere nell’edizione critica degli Scritti teologici minori (2019, Città Nuova, dove si trova anche una riflessione dell’Autore sulle testimonianze del Corano alla Vergine Maria). Rosmini ritiene che non si tratta di mettere in dubbio questa verità presente nella fede e nella devozione di tanti credenti, bensì dell’opportunità di proclamarla come verità dogmatica, ovvero salvifica, per cui è richiesta l’adesione di fede. A tal proposito chiede che si proceda con grande prudenza, interpellando tutti i vescovi, in modo che l’eventuale promulgazione non susciti divisioni nella comunità ecclesiale, consiglia inoltre di non entrare in troppi particolari come quello della generazione attiva e passiva. La consultazione avverrà l’anno seguente con l’enciclica Ubi Primum. Dei 603 vescovi consultati 546 approveranno l’iniziativa e il dogma verrà solennemente promulgato nel 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, che venne limata attraverso ben otto redazioni successive.
Nella Summa Theologiae (II/II, q. I, art. 2, ad II) san Tommaso avverte che l’atto di fede non termina, ossia non è rivolto, all’enunziato, ma alla cosa stessa, ovvero alla realtà che nella formula viene espressa. E di qui la necessità di pensare e vivere il mistero dell’Immacolata, anche alla luce delle obiezioni che i maestri soprattutto medievali rivolgevano alla tesi dogmatica e con attenzione alle loro preoccupazioni. Quale è la res che siamo chiamati a venerare e celebrare? Alla luce delle argomentazioni del dottore sottile, si tratta innanzitutto del primato assoluto di Dio che si esprime nella sua onnipotenza (polo teologico), quindi del carattere reale e radicale della redenzione operata da Cristo (polo cristologico), infine della precedenza della grazia sui meriti (polo antropologico e soteriologico). Se saranno chiare queste dimensioni del dogma, nella nostra predicazione e nella nostra catechesi, eviteremo il rischio di idolatrare Maria e assumeremo la sua profonda umiltà, espressa nel Magnificat e sottolineata con decisione da Martin Lutero nel suo commento (1521) al testo di Luca. Infine, all’obiezione che il dogma non avrebbe un suo fondamento nel dettato della Scrittura, mi sembra si possa tranquillamente rispondere con l’annotazione, suggerita da Paolo VI, e contenuta nella Dei Verbum del Concilio Vaticano II, secondo cui «la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura» (n. 9).
Immacolata Concezione, il dogma tra devozione popolare e teologia (avvenire.it)
Il canto del Tota Pulchra
Tota pulchra es Maria - inno mariano
Per la festa dell’Immacolata Concezione e per tutta la Novena abbiamo cantato o canteremo il canto in latino del Tota Pulchra. Ma cosa è? Il Tota Pulchra, una delle più antiche tradizioni francescane, è una composizione che nasce dall’unione di alcune antifone dei Primi Vespri della festa dell’Immacolata Concezione, tratte dal Cantico dei Cantici e dal libro di Giuditta: la prima antifona Tota pulchra es Maria et originalis macula non est in te (Cantico dei Cantici, 4,7), e la terza Tu gloria Jerusalem, tu letitia Israel, tu honorificentia populi nostri (Giuditta, 15,10), usata anche per la Natività. «Tutta bella sei, o Maria, e non vi è in Te alcuna macchia. Tu gloria di Gerusalemme, Tu letizia di Israele, Tu onore del nostro popolo». A queste antifone la tradizione francescana ha aggiunto l’invocazione «Tu avvocata dei peccatori. O Maria! Prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo». Cantato dai frati francescani, in semplice melodia gregoriana, il canto mariano si è diffuso tra i fedeli, ininterrottamente, eseguito nelle Chiese e Cattedrali per la novena all’Immacolata.
Tota pulchra
Tota pulchra es, Maria. Tota pulchra es, Maria.
Et macula originalis non est in Te. Et macula originalis non est in Te.
Tu gloria Ierusalem. Tu laetitia Israel.
Tu honorificentia populi nostri. Tu advocata peccatorum.
O Maria, o Maria. Virgo prudentissima.
Mater clementissima. Ora pro nobis.
Intercede pro nobis. Ad Dominum Iesum Christum. Traduzione : Tutta bella sei, Maria, e il peccato originale non è in te. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu letizia d’Israele, tu onore del nostro popolo, tu avvocata dei peccatori.
O Maria! O Maria! Vergine prudentissima, Madre clementissima, prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo.
E’ tempo di accendere le candele della Corona d’Avvento in chiesa e a casa. Siamo entrati in quel periodo dell’anno che più di tutti per i cristiani simboleggia l’attesa trepidante della venuta di Cristo, del rinnovarsi della Sua nascita miracolosa, ma anche la speranza per il Suo ritorno, alla fine dei tempi. Non si tratta solo di celebrare l’avvicinarsi del Natale. L’Avvento è più di una tradizione natalizia: è un periodo liturgico ben definito che, come tutti i tempi liturgici, richiede un atteggiamento particolare da parte di chi crede, che deve predisporre il proprio animo per vivere nel migliore dei modi questo particolare momento di fede e speranza. Vediamo brevemente tutto quello che è opportuno sapere riguardo all’Avvento e in particolare alla Corona d’Avvento in chiesa e a casa.
La Corona dell’Avvento è nello stesso tempo un addobbo natalizio che abbellisce la casa in occasione delle Feste e un oggetto di grande valore sacro per i credenti. Infatti la Corona dell’Avvento accompagna i fedeli per quattro settimane fino al Natale. È composta da molti elementi dal forte carattere simbolico: i rami verdi e le bacche richiamano alla stagione invernale, la corona è simbolo di unità, comunione e eternità e richiama il sole e la terra, mentre le quattro candele simboleggiano la luce di salvezza offerta a tutti gli uomini in occasione del Natale.
Una candela viene accesa per ogni domenica dell’Avvento, e tutte e quattro hanno un valore preciso.
La prima candela è quella “del Profeta”: ricorda le profezie sulla venuta del Messia.
La seconda candela è quella “di Betlemme”, in memoria del luogo in cui Gesù ha visto la luce.
La terza candela è quella “dei pastori”, gli umili tra gli umili, i primi a vedere e adorare il Messia.
La quarta candela è quella “degli Angeli”, che annunciarono a tutto il mondo la nascita miracolosa di Nostro Signore.
Le quattro candele rappresentano anche la progressiva vittoria della Luce contro le Tenebre, che conosce la sua apoteosi nella nascita di Gesù. In quest’ottica le candele simboleggiano Speranza, Pace, Gioia e Amore, il messaggio portato dal Bambino al mondo.
La Corona dell’Avvento nasce a metà del XIX secolo da un’idea del pastore protestante Johann Hinrich Wichern, che volle con questo addobbo rischiarare le notti dei fanciulli orfani e bisognosi di Berlino. In un primo tempo essa prese piede soprattutto negli oratori, negli orfanotrofi e nelle scuole, ma ben presto l’usanza si diffuse e si affermò anche nelle case private. Ancora oggi regalare una Corona dell’Avvento è un gesto di affetto e devozione.
Le Corone dell’Avvento sono belle, decorate oltre che con rami verdi anche con bacche, nastri, addobbi natalizi d’oro e d’argento. Possono fungere da eleganti centritavola per le Feste oltre che da oggetti liturgici, e portano luce, calore e bellezza a tutta la casa.
Cosa simboleggia l’Avvento?
L’Avvento è il periodo che precede il Natale, durante il quale i cristiani attendono (dal latino adventus, “attesa”) con penitenza, preghiera e fede la nascita di Gesù. Ogni settimana dell’Avvento è simboleggiata da una delle candele che troviamo nella Coronad’Avvento, una decorazione natalizia che non può mancare in una casa cristiana. Di solito è costituita da un cerchio di rami sempreverdi, che richiamano la stagione invernale, ma anche la vita eterna e l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, e da quattro candele, simbolo della salvezza e della luce che scaccia le tenebre e il peccato. La forma circolare della corona dell’Avvento rimanda all’eternità, all’unità del tutto. Nasce da una tradizione di origine germanica, che risale ai primi dell’Ottocento.
Qual è il colore dell’Avvento?
Il colore liturgico dell’Avvento è il viola, che richiama la penitenza, il digiuno e l’attesa, oltre che il lutto.
Come si chiamano le 4 domeniche d’Avvento?
I nomi delle domeniche di Avvento sono tratti dalle prime parole dell’introito, l’antifona che apre la celebrazione della messa nelle suddette domeniche:
Domenica d’Avvento: Ad te levavi (Ad te levavi animam meam, “A te, Signore, innalzo l’anima mia”), dal salmo 24/25;
Domenica d’Avvento: Populus Sion (Populus Sion, ecce Dominus veniet ad salvandas gentes, “Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare i popoli!”), dal salmo 79/80;
Domenica d’Avvento: Gaudete (Gaudete in Domino semper, “Rallegratevi nel Signore sempre”), dal salmo 84/85;
Domenica d’Avvento: Rorate (Rorate, coeli desuper, et nubes pluant iustum, “Stillate, cieli, dall’alto e le nubi piovano il Giusto”), dal libro di Isaia (45,8[12])
Quando inizia la prima domenica dell’Avvento?
Il tempo dell’Avvento dura quattro settimane, sei nel rito Ambrosiano: comincia con i vespri della prima domenica 3 dicembre e si conclude con i vespri di Natale, il 24 dicembre.
Quando si accendono le candele dell’Avvento?
Ogni domenica di Avvento si accende una candela, fino ad averle accese tutte e quattro alla Vigilia di Natale.
Come si accende la corona dell’Avvento?
L’ideale sarebbe che tutta la famiglia partecipasse all’accensione di ogni candela, magari accompagnandola con un momento di preghiera comune. La tradizione vuole che siano i bambini di casa ad accendere le candele della corona di Avvento. Per quanto riguarda la corona d’Avvento in chiesa essa viene posizionata in un posto ben visibile a tutti i fedeli e il sacerdote si preoccupa di coinvolgere l’intera assemblea nell’accensione di ogni singola candela, spiegandone il significato e guidando i fedeli nella preghiera comune appropriata.
Quali sono i nomi delle candele dell’Avvento?
Ogni candela ha un nome e un significato simbolico particolare:
Prima candela d’Avvento: candela del Profeta, fa riferimento alle profezie riguardo la nascita di Gesù. È la candela della Speranza;
Seconda candela d’Avvento: candela di Betlemme, ricorda la città in cui Lui è nato. È la candela della Salvezza;
Terza candela d’Avvento: candela dei Pastori, ricorda coloro i quali per primi adorarono Gesù. È la candela della Gioia;
Quarta candela d’Avvento:candela degli Angeli, celebra i messaggeri che portarono nel mondo la notizia della nascita miracolosa.
Quali sono i quattro colori delle candele dell’Avvento?
Il colore delle candele dell’Avvento può essere sempre il viola, ma sono accettati anche il bianco, simbolo di purezza e luce, e il rosso, colore natalizio per eccellenza, che esprime anche l’amore di Gesù per noi tutti.
Come si usano le candele dell’Avvento?
Le candele dell’Avvento simboleggiano Speranza, Pace, Gioia e Amore, il messaggio portato dal Bambino al mondo. Vengono accese una per volta per esprimere l’idea della luce di Gesù che diventa sempre più forte e splendente man mano che ci si avvicina al Natale.
Quando spegnere la prima candela dell’Avvento?
Le candele della corona d’Avvento devono arrivare accese alla Vigilia di Natale. Si consumeranno lentamente e in autonomia, accompagnando l’attesa della Festa.