Giornata della Memoria

Giornata della Memoria

Auschwitz, la ferita inguaribile dell’umanità

La risposta che non c’è: teologi e filosofi si interrogano sulla Shoah

Giornata della Memoria. Auschwitz, la ferita inguaribile dell’umanità

Ansa

Giornata della Memoria. L’insegna del campo di concentramento di AuschwitzCondividi

27 gennaio 1945. I soldati dell’Armata Rossa sovietica liberarono il campo di concentramento tedesco di Auschwitz, ad ovest di Cracovia, nel sud della Polonia. Mentre si avvicinavano, le SS iniziarono l’evacuazione. Circa 60 mila prigionieri furono costretti a marciare verso ovest, la maggior parte, per lo più ebrei, verso la città di Wodzislaw nella parte occidentale dell’Alta Slesia. Migliaia di persone furono uccise in fretta nei giorni precedenti, il più possibile. Durante la marcia della morte le SS spararono a quelli che, stremati, non potevano continuare a camminare. Gennaio, gelo, fame. Morirono in più di 15 mila. Quando entrò, settantotto anni fa, l’esercito sovietico trovò e liberò oltre 7 mila sopravvissuti, malati e moribondi. Si stima che circa 1,3 milioni di persone siano state deportate ad Auschwitz tra il 1940 e il 1945. Di queste, almeno 1,1 milioni sono state assassinate.

Dal 1933, con la creazione del primo campo di concentramento di Dachau, al 1945, 6 milioni di ebrei vengono sterminati dall’orrore demoniaco del nazismo (senza dimenticare le altre vittime: omosessuali, disabili, rom, sinti, oppositori politici, testimoni di Geova, clochard, ecc.). La Shoah è il “cuore di Tenebra” dell’Occidente, nasce all’interno del brodo di coltura dell’antigiudaismo e antisemitismo che ha attraversato nei secoli l’Occidente. Certo, la follia criminale nazista aggiungeva il razzismo e la cultura del sangue “ariano”.

L’infernale “macchina” del lager serviva non solo allo sterminio ma anche alla creazione, alla mutazione cioè, dell’essenza della natura umana: ovvero la creazione del sub-uomo (esseri inferiori e tali erano considerati gli ebrei) cui i “superuomini” nazisti potevano esercitare ogni sopruso e umiliazione. Quelli, dunque, che non erano “ariani” erano solo “larve umane”, manichini inermi.

Questo era lo scopo dell’ordine del terrore nazista, centrato sul lager. La Shoah quindi svela alla radice di quale crudeltà è capace l’uomo, a che livello di abiezione può spingersi: ridurre il suo simile a bestia.

L’”ordine” sociale del lager era un “ordine” gerarchizzato al massimo. Era un “ordine” del tutto rovesciato rispetto alla normalità: in cima alla gerarchia c’erano i più malvagi.

La Shoah, quindi, pone interrogativi enormi sulla natura dell’uomo e della cultura dell’Occidente.

Ora “La banalità del Male” di Auschwitz, per dirla con Hanna Arendt, pone interrogativi abissali , in particolar modo, ai credenti nel Dio, di Abramo, Isacco, Giacobbe e di Gesù di Nazareth. Tutta la “teodicea” è messa in discussione. Voltaire, nel suo cinismo filosofico contro Leibniz, con sarcasmo poteva affermare che “Lisbona è affondata e a Parigi si balla”. Ma come scrive Theodor Adorno: se Lisbona rappresenta i disastri che la natura compie ai danni dell’uomo, ed oggi sappiamo quanto questi disastri dipendano anche dal comportamento umano, Auschwitz, che “prepara l’inferno reale sulla terra”, pone interrogativi così radicali da sconvolgere sia il teologo che il filosofo: “Dov’era Dio mentre milioni di innocenti ebrei venivano sterminati?

E’ l’interrogativo che si pone Elie Wiesel, nel suo libro La Notte:

Dietro di me sentii lo stesso uomo chiedere: Dov’è Dio adesso?

E udii una voce dentro di me rispondergli: Egli è qui – Egli è appeso qui su questa forca.

Questo è l’evento centrale del libro: la morte letterale di Dio. Altre domande sorgono in questo libro:

Sia benedetto il nome di Dio? Perché, ma perché io avrei dovuto benedirlo? Ogni fibra di me si ribellava. Perché Egli aveva condannato migliaia di bambini a bruciare nelle Sue fosse comuni? Perché aveva continuato a far funzionare sei forni crematori giorno e notte, inclusi lo Shabbat e i giorni santi? Perché con la sua forza aveva creato Auschwitz, Birkenau, Buna e tante altre fabbriche di morte? Come potevo dirgli: Benedetto sei tu, onnipotente, Signore dell’Universo, che ci hai scelti fra tutte le nazioni ad essere torturati giorno e notte, per vedere come i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli finiscono nei forni? […] Ma ora, non ho più supplicato per nulla. Non ero più in grado di emettere un lamento. Al contrario, mi sentivo molto forte. Io ero l’accusatore, Dio l’imputato!”

Sono domande radicali, angoscianti, che pongono al limite la riflessione umana di un credente.

Tra i più importanti pensatori tedeschi, il teologo Jurgen Moltmann, è stato quello che più ha riflettuto su Auschwitz (senza dimenticare il filosofo Hans Jonas): La nozione tradizionale di un “motore immobile” impassibile, era morto in quei campi e non era più sostenibile. Moltmann propone invece un “Dio crocifisso”, che è un Dio “sofferente” e anche “protestante“. Vale a dire, Dio non si distacca dalla sofferenza, ma entra volontariamente nella sofferenza umana con compassione.

Dio in Auschwitz e Auschwitz nel Dio crocifisso” .

Ciò è in contrasto sia con l’iniziativa del teismo che giustifica le azioni di Dio, e sia con l’iniziativa dell’ateismo che accusa Dio. La “teologia trinitaria della croce” di Moltmann afferma invece che Dio è un Dio che protesta e si oppone agli “dei di questo mondo” di potere e di dominio, entrando nel dolore umano e soffrendo sulla croce e sul patibolo di Auschwitz.

Un Dio “sovversivo” che chiede al credente di battersi radicalmente contro gli inferni di quaggiù, in questa opera noi, come ci insegna Etty Hillesum, la giovane donna ebrea che insieme a Edith Stein, Simone Weil rappresentano le luminose figure della mistica femminile di radice ebraica e cristiana contemporanee, “aiutiamo Dio” ad essere ospitato nel cuore dell’uomo.

Ma Auschwitz, come scrive un altro pensatore tedesco Johnann Baptist Metz (anche lui teologo), pone ancora altre domande: “La domanda teologica dopo Auschwitz non è solamente: dove era Dio ad Auschwitz? Ma è anche: dove era ad Auschwitz l’uomo? Come si potrebbe credere nell’uomo, o perfino nell’umanità, quando si dovette sperimentare ad Auschwitz di che cosa «l’uomo» è capace? Come continuare a vivere tra gli uomini? Che cosa sappiamo noi della minaccia all’umanità dell’uomo, noi che abbiamo vissuto voltando le spalle a questa catastrofe o che siamo nati dopo di essa? Auschwitz ha ridotto profondamente il limite di pudore metafisico tra uomo e uomo. A questo sopravvivono solo coloro che hanno poca memoria o coloro che sono riusciti bene a dimenticare che hanno dimenticato qualcosa. Ma nemmeno questi restano illesi. Non si può peccare quanto si vuole contro il nome dell’uomo. Non solo l’uomo singolo, anche l’idea dell’uomo e dell’umanità è profondamente vulnerabile. Solo pochi collegano ad Auschwitz l’attuale crisi d’umanità: l’insensibilità crescente di fronte a diritti e valori universali e grandi, il declino della solidarietà, la furba sollecitudine nel farsi piccoli pur di adattarsi a ogni situazione, il rifiuto crescente di offrire all’io dell’uomo una prospettiva morale, eccetera. Non sono tutte scelte di sfiducia contro l’uomo? La catastrofe che è stata Auschwitz costituisce forse una ferita inguaribile?“ 

«E se anche l’attuale crisi d’umanità – conclude Metz-fosse figlia della ferita inguaribile del lager?» 

ASSISI Un libro di meditazioni sulla porta di S Francesco

ASSISI Un libro di meditazioni sulla porta di S Francesco

Il volume dell’arcivescovo Sorrentino sul portale che segnò la trasformazione della vita del Poverello

Un libro meditazione sulla «Porta di san Francesco»

Tre momenti storici, tre situazioni, tre chiavi di volta. La Porta di Francesco, la meditazione scritta dal vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, Domenico Sorrentino, pubblicata dalle Edizioni francescane italiane in italiano e inglese e da lunedì prossimo in libreria, conduce innanzi tutto il lettore a conoscere alcuni accadimenti importanti, ma meno noti, nella vita di Francesco d’Assisi. Sessantaquattro pagine, tra illustrazione storica e poesia, con spunti di riflessione interessanti e foto che partono da un fatto di recente cronaca: il ritrovamento e la riapertura dell’antica porta del vescovado avvenuto il 21 maggio 2022. Alcuni scavi ipogei, a seguito di ricerche su documenti d’archivio e fonti francescane, hanno confermato che quel portale, sotto l’attuale sala della Spogliazione, era l’accesso principale al palazzo vescovile in epoca medioevale, quando lo stesso si sviluppava su un livello inferiore rispetto a quello attuale. Quella Porta è l’arco di passaggio che segna la vita di Francesco: il giovane re delle feste vi entra ricco e ne esce povero.


Nella riflessione l’antico accesso al palazzo vescovile di Assisi diventa un invito a meditare sul senso della vita, sulle scelte da prendere per realizzare l’armonia. La dedica al Papa e ai giovani di “The economy of Francesco”


È la Porta della decisione: è il 1206 quando Francesco dirà di fronte al padre, al vescovo Guido e a tutta la cittadinanza: «Non più padre mio Pietro Di Bernardone ma Padre nostro che sei nei cieli ». Nel libro questo momento fondamentale nella vita di Francesco viene attualizzato, attraverso verso poetici. «A quanti ispirerà, ora che è ridiventata visibile, l’orrore della mediocrità, la noia insopportabile di una vita priva di sogni e sempre restia ad ogni avventura? Quella porta di Francesco è una segnaletica dello spirito». Ma questo arco, che ha ancora i segni di un intonaco rosato come quello del palazzo dipinto da Giotto nel celebre affresco della Spogliazione, è anche la Porta della Riconciliazione. In pochi sanno infatti che, dopo il suo peregrinare nel mondo per annunciare il Vangelo, Francesco torna nella sua Assisi, dal “suo” vescovo, che in questo momento è un altro vescovo con lo stesso nome di Guido come il primo che lo aveva accolto e benedetto.

Il suo ritorno avviene in un momento di forte tensione tra lo stesso vescovo e il podestà. Siamo nel 1225 e il Poverello d’Assisi, che aveva composto il Cantico delle Creature fino alla strofa della terra “sora nostra Madre Terra”, ormai “stimmatizzato”, è in una condizione fisica precaria e dolorante. Ed è di fronte a questa situazione conflittuale che, secondo le memorie storiche, Francesco avrebbe composto l’ultima strofa (“Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, e sostengo infirmitate e tribulatione. Beati quelli ke ’l sosterrano in pace, ka da te, Altissimo, sirano incoronati”). All’armonia cosmica delle precedenti strofe subentra qui l’orizzonte drammatico dell’umano, con le sue disarmonie, le sue sofferenze, le sue conflittualità, che solo attraverso la misericordia possono ritrovare la via di una ricomposizione che le riporti all’armonia originaria.


Il santo trascorse i suoi ultimi giorni proprio nel vescovado che divenne meta di pellegrinaggi. Poi la morte alla Porziuncola


Un’armonia che riesce a placare anche gli animi di vescovo e podestà. Ora quella stessa Porta spinge chiunque l’attraversi a un vero esame di coscienza per liberarsi da odio, ira, rancori e aprire il cuore alla misericordia e al perdono. C’è infine un ultimo episodio legato al passaggio di Francesco attraverso quella Porta ed è quello, forse, il più importante, verso l’eterno. Francesco passa qui gli ultimi giorni prima di andare a morire alla Porziuncola e il vescovado diventa luogo di pellegrinaggio continuo da parte degli assisani che ormai lo veneravano come un santo. «La porta dell’antico vescovado è ora visibile – scrive l’autore –. Riemersa dall’oblio per essere ancora varcata, come porta delle decisioni esistenziali importanti (“conversione”), porta che apre gli spazi del perdono e della riconciliazione, porta che si spalanca verso l’eterno, per dare anche all’ultimo momento della vita non la tristezza del distacco, ma la gioia di un tuffo nel grembo di Dio». La meditazione di Sorrentino è profondamente attuale perché, attraverso la vita di san Francesco d’Assisi, porta il lettore alla riflessione interiore, alla scelta, alla conversione e all’armonia. Questo volumetto, dedicato al Papa e ai giovani di “The Economy of Francesco” che da oggi saranno in Assisi per gettare le basi per una nuova economia, rispondendo proprio all’appello del Santo Padre, è un libro-messaggio per chi cerca seriamente il senso della vita.

Avvenire,it

Contiene il segreto per imparare ad amare l’altro

Contiene il segreto per imparare ad amare l’altro

Da

 Elisa Pallotta

 –Amarsi non è sempre facile e immune da intoppi o incomprensioni. Questa bellissima lettera attribuita ad un celebre Santo spiega come amare anche nei momenti più difficili. 

Oggi sempre di più le crisi di coppia vengono viste come motivo di allontanamento: ecco come poterle risolvere.

coppia
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Qual è la strada del vero amore

Chi starà leggendo sarà con ogni probabilità qualcuno in cerca dell’amore, che ama l’amore, o che è in una situazione di coppia in cui, come tutti, potrebbe riscontrare delle difficoltà. Questa dinamica è ricorrente e Dio, anche in questo, ci aiuta indicandoci sempre la strada dell’amore vero, attraverso le sue vie infinite, e parlando al nostro cuore.

A chi non è mai capitato in tal senso di avere momenti di crisi? È Sant’Agostino in questo percorso ad insegnarci  che l’amore che ama davvero non ha bisogno di tante parole, e che l’esserci, soprattutto nelle sventure, è la dimostrazione più grande del proprio amore.

Invita l’uomo a non essere orgoglioso, né invidioso delle qualità della propria donna: spesso non lo ammettiamo ma sentimenti di questo genere, paure di essere da meno, sono frequenti anche nelle coppie che si amano!

Il Santo riesce ad arrivare fino in fondo all’animo umano e slatentizza gli angoli bui, alla luce dell’amore di Dio.

L’invito che fa all’uomo è quello di non imporsi mai, ma di far capire le sue ragioni semplicemente comportandosi in modo da fornire il giusto esempio alla sua famiglia. La donna deve essere amata, non solo perché sarà all’uomo di rifugio nel momento del bisogno, ma perché “se l’amore sarà forte ogni destino vi farà sorridere. Amala come il sole che invochi al mattino. Rispettala come un fiore che aspetta la luce dell’amore. Sii questo per lei”. 

La lettera che ci insegna come amare

“Giovane amico, se ami questo è il miracolo della vita. Entra nel sogno con occhi aperti e vivilo con amore fermo. Il sogno non vissuto è una stella da lasciare in cielo. Ama la tua donna senza chiedere altro all’infuori dell’eterna domanda che fa vivere di nostalgia i vecchi cuori. Ma ricordati che più ti amerà e meno te lo saprà dire.

Guardala negli occhi affinché le dita si vincolino con il disperato desiderio di unirsi ancora; e le mani e gli occhi dicano le sicure promesse del vostro domani. Ma ricorda ancora, che se i corpi si riflettono negli occhi, le anime si vedono nelle sventure.

Non sentirti umiliato nel riconoscere una sua qualità che non possiedi. Non crederti superiore poiché solo la vita dirà la vostra diversa sventura.

Non imporre la tua volontà a parole, ma soltanto con l’esempio. Questa sposa, tua compagna di quell’ignoto cammino che è la vita, amala e difendila, poiché domani ti potrà essere di rifugio.

E sii sincero giovane amico, se l’amore sarà forte ogni destino vi farà sorridere. Amala come il sole che invochi al mattino.

Rispettala come un fiore che aspetta la luce dell’amore. Sii questo per lei, e poiché questo deve essere lei per te, ringraziate insieme Dio, che vi ha concesso la grazia più luminosa della vita!”

(Sant’Agostino)

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La disperazione delle madri dei migranti

La disperazione delle madri dei migranti

Se Michelangelo fosse vissuto ai nostri giorni, forse La pietà l’avrebbe raffigurata così: con i volti straziati dalla disperazione delle madri che piangono i loro figli. Figli migranti, saliti a bordo di barche di fortuna in cerca di un futuro migliore lontano da casa e finiti, invece, inghiottiti dalle acque del mare, a causa di tragici naufragi.

Le madri ritratte in questa fotografia vivono nella città settentrionale siriana di Manbij, al confine con la Turchia. Le lacrime che rigano i loro volti sono quelle per nove migranti curdi, i loro figli che non torneranno mai più indietro, perché annegati, ad ottobre, al largo delle coste dell’Algeria.

Ma il pianto di queste donne siriane non è diverso da quello della madre del piccolo Hudaifa, di soli due anni, partito a settembre su un “barcone della speranza” da Antalya, in Turchia, e morto di sete in mare aperto, a circa 71 miglia dalla Libia. È stata la mamma ad accorgersi che il piccolo non respirava più. Ed è stata lei a lavarlo e a rivestirlo con abiti puliti, custoditi accuratamente in una busta e pensati per l’arrivo sulla terra ferma. Ed è stata sempre lei ad affidarlo alle acque del mare, che lo hanno travolto per sempre.

Lo stesso dolore e le stesse lacrime le immaginiamo sul volto e nel cuore della giovane mamma di 19 anni che, pochi giorni fa, è stata soccorsa al largo di Lampedusa insieme ad altri migranti e che ha visto morire suo figlio, un neonato di soli venti giorni. E a nulla serve dire che il piccolo soffriva di problemi respiratori, perché ciò non allevia lo strazio della madre.

Quel medesimo strazio accompagna da tempo le donne che partecipano al “Movimiento Migrante Mesoamericano”, organizzazione che, dal 2004, attraversa il Messico con una carovana. A comporla sono le madri di migranti scomparsi durante il loro viaggio dall’America Latina verso la frontiera settentrionale con gli Stati Uniti. Le statistiche diffuse dal Registro nacional de personas desaparecidas y no localizadas (Rnpdno) rivelano che le persone migranti delle quali non si ha più traccia sono quasi 3.000, a cui si aggiungono oltre 20.000 di nazionalità non identificata, per un totale di quasi 100.000 desaparecidos in tutto il Messico. Erano partiti in cerca di fortuna, ma hanno incontrato la morte. Pietà per loro, pietà per le loro madri.

di ISABELLA PIRO

Che cosa dice la Bibbia sul combattimento spirituale?

Che cosa dice la Bibbia sul combattimento spirituale?

Quando si affronta il tema del combattimento spirituale, si commettono due errori principali: o diamo un’importanza eccessiva a certe cose o le sottovalutiamo. Alcuni danno la colpa di ogni peccato, di ogni conflitto e di ogni problema ai demòni che devono essere scacciati. Altri ignorano completamente la dimensione spirituale e il fatto che la Bibbia c’insegni che il nostro combattimento è contro potenze spirituali. La chiave per il combattimento spirituale di successo sta nel trovare l’equilibrio biblico. Talvolta Gesù scacciò i demòni dalle persone e, talaltra, le guarì senza alcuna menzione dell’aspetto demoniaco. L’apostolo Paolo insegna ai cristiani a far guerra al peccato in se stessi (Romani 6) e a muovere guerra contro il maligno (Efesini 6:10-18).

È scritto in Efesini 6:10-12: “Del resto, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate star saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti”. Questo testo c’insegna alcune verità cruciali: (1) possiamo essere forti sono nella potenza del Signore; (2) è l’armatura di Dio che ci protegge; (3) il nostro combattimento è contro le forze spirituali della malvagità di questo mondo di tenebre.

(1) Un esempio potente di questo è quello dell’arcangelo Michele in Giuda 9. Michele, probabilmente il più potente fra tutti gli angeli di Dio, non sgridò Satana nella sua potenza, ma disse: “Ti sgridi il Signore!”. Apocalisse 12:7-8 riferisce che, negli ultimi tempi, Michele sconfiggerà Satana. Lo ripeto: quando si trovò a scontrarsi con Satana, Michele lo sgridò nel nome e nell’autorità di Dio, non nei propri. È solo mediante la nostra relazione con Gesù Cristo che noi, come cristiani, abbiamo tutta l’autorità su Satana e sui suoi demòni. È solo nel Suo Nome che il nostro rimprovero ha tutto il potere.

(2) Efesini 6:13-18 ci dà una descrizione dell’armatura spirituale che ci dona Dio. Dobbiamo stare saldi con (a) la cintura della verità, (b) la corazza della giustizia, (c) le calzature del Vangelo della pace, (d) lo scudo della fede, (e) l’elmo della salvezza, (f) la spada dello Spirito e (g) la preghiera mediante lo Spirito. Che cosa rappresentano questi pezzi dell’armatura spirituale, per noi, nel nostro combattimento spirituale? Dobbiamo dire la verità contro le menzogne di Satana. Dobbiamo riposare nel fatto che siamo dichiarati giusti a motivo del sacrificio di Cristo per noi. Dobbiamo proclamare il Vangelo a prescindere da quanta opposizione incontriamo. Non dobbiamo vacillare nella fede, per quanto forti siano gli attacchi che riceviamo. La nostra difesa fondamentale è la sicurezza che abbiamo della nostra salvezza e il fatto che le forze spirituali non possono rubarcela. La nostra arma offensiva dev’essere la Parola di Dio, non le nostre opinioni e i nostri sentimenti personali. Dobbiamo seguire l’esempio di Gesù riconoscendo che alcune vittorie spirituali sono possibili solo mediante la preghiera.

Gesù è il nostro esempio definitivo per il combattimento spirituale. Osserva come Gesù affrontò i diretti attacchi di Satana: “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: ‘Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani’. Ma egli rispose: ‘Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio’. Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: ‘Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede contro una pietra’. Gesù gli rispose: ‘È altresì scritto: Non tentare il Signore Dio tuo. Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: ‘Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori’. Allora Gesù gli disse: ‘Vattene, Satana, poiché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi il culto’. Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano” (Matteo 4:1-11). Il modo migliore per combattere Satana è quello mostratoci da Gesù e che consiste nel citare la Scrittura, perché il diavolo non può impugnare la spada dello Spirito, la Parola del Dio vivente. Riassumendo, quali sono le chiavi per avere successo nel combattimento spirituale? Primo, dobbiamo confidare nella potenza di Dio, non nella nostra. Secondo, dobbiamo sgridare nel nome di Gesù, non nel nostro. Terzo, dobbiamo proteggerci con la completa armatura di Dio. Quarto, dobbiamo muovere guerra con la spada dello Spirito — la Parola di Dio. “Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati” (Romani 8:37).

Dio ascolta la preghiera di un cuore umile e paziente

Dio ascolta la preghiera di un cuore umile e paziente

Francesco: Dio ascolta la preghiera di un cuore umile e paziente

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

All’udienza generale, il Papa parla della “contestazione radicale” di chi prega senza vedersi all’apparenza esaudito e ricorda che anche nel Vangelo molte delle invocazioni trovano risposta più avanti nel tempo: “Il Male è signore del penultimo giorno” perché l’ultimo “appartiene a Dio”

Se Dio è Padre “perché non ascolta” la preghiera di una mamma per un figlio malato o di tanti “perché cessi una guerra”? Da questa domanda parte la catechesi di Papa Francesco nell’udienza generale di questa mattina, tenuta, per la terza volta in questo mese di maggio, nel cortile di San Damaso, dedicata ancora alla preghiera cristiana. Seguendo la traccia del Catechismo della Chiesa Cattolica, il Papa affronta “una contestazione radicale alla preghiera”, che deriva da una osservazione comune: “noi preghiamo, domandiamo, eppure a volte le nostre preghiere sembrano rimanere inascoltate”.