Le poesie di William Butler Yeats, premio Nobel per la Letteratura nel 1923, sono poesie autunnali, che si adattano perfettamente alla sottile malinconia che pervade questa stagione. Sembrano essere il preludio di qualcosa, proprio come il vento d’autunno porta con sé un presagio d’inverno soffiando tra le foglie ormai fragili degli alberi.
C’è una poesia in particolare che pare incarnare l’essenza più pura della malinconia: parla della vecchiaia, dunque della vita che lentamente sfiorisce, ma anche di un amore immortale. Si intitola When You Are Old, traducibile in italiano come Quando sarai vecchia e nel testo originale è lenta come una ballata, sembra essere suonata dalle corde struggenti di un violino. Procede per immagini folgoranti: c’è un camino acceso e una donna seduta in poltrona con un libro in mano; la donna è ormai anziana, le sue mani sono solcate da rughe, gli occhi hanno perso la luce di un tempo; in seguito la poesia si eleva a un livello spirituale, metafisico sino a chiudersi dinnanzi all’immensità indefinibile di un cielo stellato, “uno sciame di stelle” eternamente luccicante come una passione che sempre brucia nel cuore e non lo consuma.
La lirica fu pubblicata nella seconda raccolta poetica di William Butler Yeats, The Rose (1893). Nel testo l’autore si rivolge direttamente alla donna amata e la invita a proiettare la sua mente nel futuro, a quando non sarà più bella e affascinante, solo in quel momento capirà chi l’ha amata veramente senza affidarsi al valore effimero e transitorio della bellezza. When You Are Old è tuttora considerata una delle più belle poesie d’amore perché intreccia temi importanti quali la passione amorosa, il rifiuto, la giovinezza, al sentimento ineffabile del tempo che scorre.
Scopriamo testo, analisi e commento della poesia di Yeats. Riportiamo anche il testo originale per mantenere intatta la cadenza musicale della lirica del poeta irlandese che, purtroppo, nella traduzione perde le sue melodiose assonanze.
Quando sarai vecchia di William Butler Yeats: testo
Quando sarai vecchia e grigia e dal sonno onusta, e sonnecchierai col capo tentennante accanto al fuoco, prendi questo libro e lenta leggi, e sogna il dolce sguardo che avevano un tempo i tuoi occhi, e la loro ombra profonda.
In molti amarono i tuoi attimi di felice grazia e amarono la tua bellezza con amore falso o vero, ma un uomo solo amò la tua anima pellegrina, e amò le pene del tuo viso mentre incessante mutava.
Piegati ora accanto all’ardente griglia del camino e sussurra, con tristezza, come l’amore scomparve, e vagò alto sopra le montagne, e nascose il suo viso in uno sciame di stelle.
Quando sarai vecchia di William Butler Yeats: testo originale
When you are old and grey and full of sleep, And nodding by the fire, take down this book, And slowly read, and dream of the soft look Your eyes had once, and of their shadows deep;
How many loved your moments of glad grace, And loved your beauty with love false or true, But one man loved the pilgrim soul in you, And loved the sorrows of your changing face;
And bending down beside the glowing bars, Murmur, a little sadly, how Love fled And paced upon the mountains overhead And hid his face amid a crowd of stars.
Quando sarai vecchia di William Butler Yeats: analisi e commento
Fondamentalmente Quando sarai vecchia può essere letta come una poesia sul rimpianto. Yeats in questi versi parla di un amore perduto. La lirica si apre con un’esortazione: il poeta invita la donna amata a figurarsi la sua vecchiaia, quando la sua bellezza giovanile sarà in parte sfiorita e i suoi occhi avranno uno sguardo più severo, meno sognante. In quel momento, dice, rimpiangerà l’amore che lui gli aveva offerto un tempo che ormai è volato via, andando oltre le cime delle alte montagne, si è dissolto nel cielo in uno scintillio di stelle.
L’intero componimento è strutturato nel modo di far percepire al lettore la scena con tutti e cinque i sensi: ci sono le fiamme del camino che emanano calore, poi l’impatto visivo della donna che è “grigia” – con un colore per metonimia rimanda all’anzianità del corpo – e “sonnolenta”, attributo fisico che allude alla stanchezza della vecchiaia. La seconda strofa presenta un potente flashback: il poeta ricorda la donna com’era in gioventù, bella, luminosa e affascinante, circondata da amici e spasimanti. Tutti amavano il suo volto giovane e il suo sorriso; ma uno solo amava lo smarrimento della sua anima “pellegrina” e indomabile. Quell’anima tenace è tutto ciò che ora sopravvive nella vecchiaia, quel che identifica la donna ben oltre la chioma di capelli grigi e lo sguardo opaco.
Il verso più bello di Yeats è quello in cui il poeta dice:
And loved the sorrows of your changing face.
L’amore del poeta per la donna era così assoluto che non amava soltanto il suo viso animato dal momento gioioso del sorriso, ma persino nelle pene, nelle sofferenze che talvolta lo sfiguravano conducendolo al pianto. In poche ma evocative parole Yeats disse alla donna di averla amata più intensamente nei suoi momenti di tristezza; pensiero che ricorda la dedica di Umberto Saba alla moglie Lina “per le altezze l’amai del suo dolore”.
Nella terza strofa si ritorna al momento presente/futuro in cui la donna è anziana e si piega sulla grata ardente del camino, sopraffatta da una malinconia indefinibile. In questa atmosfera Yeats inserisce la figura retorica più potente, la personificazione dell’amore “When love fled”, immagina che l’amore sia volato via come se fosse dotato di un proprio corpo e di un proprio spirito. C’è questo concetto del lento mutare di tutte le cose che è uno dei temi fondanti della poesia: il volto della donna si trasfigura dalla giovinezza alla vecchiaia, la bellezza appassisce e, infine, c’è l’amore non corrisposto che vola lontano eppure non muore, anzi, continua a splendere. In pochi versi William Butler Yeats riesce a racchiudere il malinconico fluire del tempo, fotografandolo nei suoi mutamenti: prima che come una poesia d’amore, dunque, When You Are Old può essere letta come una poesia sul tempo.
L’amore dunque se n’è andato, ma non è svanito del tutto. Il poeta immagina che abbia superato le cime delle montagne sino a raggiungere il cielo brillando in alto, tra le stelle, dove sopravvivono le cose che i mortali hanno perduto e che sono condannati a rimpiangere ogni giorno della loro vita.
Nella data odierna festeggiamo la festa della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. La liturgia della Parola ci offre diversi spunti per riflettere su una delle realtà cardini per ciascuno di noi: la famiglia. Il Vangelo di Luca ci propone il momento nel quale Gesù, restando a Gerusalemme, rimane a parlare con i dottori del tempio che lo udivano «pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte».
Il primo dettaglio sul quale è bene soffermarsi è che i genitori di Gesù rispettavano le tradizioni legate alla loro fede in relazione alla festa di Pasqua. La Sacra Famiglia, quindi, ci insegna innanzitutto l’importanza dei genitori nell’introduzione alla pratica religiosa per i propri figli. Un aspetto che potrebbe sembrare scontato ma che è sempre più difficile si realizzi oggi, mentre viviamo un momento nel quale vi è la tentazione di demandare l’educazione alla fede ai catechisti, agli animatori o, nel migliore dei casi, ai nonni. Maria e Giuseppe ci mostrano l’importanza di non tirarsi indietro, di vivere la fede prima ancora che annunciarla, perché non vi è testimonianza credibile senza un reale coinvolgimento personale. La famiglia è quindi la piccola Chiesa domestica nella quale muoviamo i primi passi nella fede, nella quale scopriamo di avere un Padre che ci accomuna tutti nella figliolanza, nella quale si cammina assieme, sostenendosi ed educandosi a pregare uno per l’altro.
Nella Sacra Famiglia, come in ognuna delle nostre famiglie, trova spazio l’incomprensione: neppure Maria e Giuseppe riescono fin da subito a comprendere l’atteggiamento di Gesù, è necessario compiere un cammino, lasciarsi illuminare da Dio per riconoscere il Suo progetto e accoglierlo. Non è però l’incomprensione ad allontanare, quando ognuno conosce il proprio ruolo e lo rispetta. Volgiamo lo sguardo verso la seconda lettura di san Paolo che può illuminarci riguardo a questo aspetto: «Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino». C’è un’armonia che è possibile custodire all’interno della famiglia, se e solo se il modello d’amore che la abita e la orienta è l’Amore mostrato da Gesù per l’uomo: cioè la carità. Ogni tanto dovremmo rileggere con calma l’inizio di questo passo tratto dalla lettera ai Colossesi e verificare quanto il nostro essere si accorda ai sentimenti indicati da san Paolo e quanto si distanzia. Custodiamo questa check-list per scorgere i cambiamenti da attuare nella nostra vita, così da seguire i cartelli che, svolta dopo svolta, ci permettono di avvicinare il nostro stile a quello testimoniato da Gesù.
Chiediamo alla Sacra Famiglia di educarci all’amore rispettoso, alla cura disinteressata, all’ascolto gratuito, alla presenza costante, alla fede vissuta, perché non tutti saremo madri e padri, ma tutti rimarremo sempre figli, amati e desiderati dal Padre, riuniti tutti nell’unica famiglia che è la Chiesa.
Pietro Guzzetti
La festa della Sacra Famiglia fu introdotta nella liturgia cattolica solo localmente nel XVII secolo. Nel 1895 la data fissata per tale festa fu la terza domenica dopo l’Epifania, fu soltanto nel 1921 che grazie a papa Benedetto XV la celebrazione fu estesa a tutta la Chiesa. Giovanni XXIII modificò ulteriormente la data spostandola alla prima domenica dopo l’epifania. La riforma liturgica del Concilio Vaticano II infine la festa la Sacra Famiglia la prima domenica dopo Natale e quando il Natale cade di domenica, viene spostata al 30 dicembre.
Il suo significato è molto importante in quanto dopo aver visto la Sacra Famiglia dare alla luce e accudire il neonato Gesù a Nazareth, in questa festività la si può ammirare e ricordare nella vita di tutti i giorni, mentre vede crescere il Cristo. L’eccezionalità di tale famiglia risiede soprattutto nel fatto che i gesti quotidiani che in qualsiasi focolare domestico erano e sono ancora oggi svolti, coincidono allo stesso tempo con il pregare, amare, adorare il proprio Dio, comunicando con suo figlio incarnato in terra. Accudendo Gesù, lavandolo e giocando insieme a lui la Madonna e San Giuseppe mettevano in pratica i dovuti atti di culto, rappresentando il punto d’inizio per ogni famiglia cristiana, del tempo e odierna, che viveva ogni istante della giornata come un sacramento.
autore: Bartolomé Esteban Murillo anno: 1675-1682 titolo: Due Trinità luogo: National Gallery, Londra
La festa della Sacra Famiglia fu introdotta nella liturgia cattolica solo localmente nel XVII secolo. Nel 1895 la data fissata per tale festa fu la terza domenica dopo l’Epifania, fu soltanto nel 1921 che grazie a papa Benedetto XV la celebrazione fu estesa a tutta la Chiesa. Giovanni XXIII modificò ulteriormente la data spostandola alla prima domenica dopo l’epifania. La riforma liturgica del Concilio Vaticano II infine la festa la Sacra Famiglia la prima domenica dopo Natale e quando il Natale cade di domenica, viene spostata al 30 dicembre.
Il suo significato è molto importante in quanto dopo aver visto la Sacra Famiglia dare alla luce e accudire il neonato Gesù a Nazareth, in questa festività la si può ammirare e ricordare nella vita di tutti i giorni, mentre vede crescere il Cristo. L’eccezionalità di tale famiglia risiede soprattutto nel fatto che i gesti quotidiani che in qualsiasi focolare domestico erano e sono ancora oggi svolti, coincidono allo stesso tempo con il pregare, amare, adorare il proprio Dio, comunicando con suo figlio incarnato in terra. Accudendo Gesù, lavandolo e giocando insieme a lui la Madonna e San Giuseppe mettevano in pratica i dovuti atti di culto, rappresentando il punto d’inizio per ogni famiglia cristiana, del tempo e odierna, che viveva ogni istante della giornata come un sacramento.
La festa ha come obiettivo quello di conferire un esempio a tutte le famiglie cristiane, che avrebbero potuto guardare con orgoglio al nucleo familiare che fu di Cristo il quale, nonostante le particolari condizioni note, era caratterizzato da tutte le normali problematiche che chiunque si trova ad affrontare. Maria seguì lo sposalizio con Giuseppe, seguendo la legge ebraica, ma soprattutto il grande piano del suo Dio, conservando però la propria verginità. In seguito alla Visitazione a Sant’Elisabetta iniziò a sentire i chiari segni di una gravidanza, giungendo infine a dare alla luce il Figlio del Signore. Prima dell’età adulta raggiunta da Gesù, la Madonna viene citata in alcuni Vangeli per un episodio accaduto durante l’adolescenza di Cristo (al tempo dodicenne), che si intrattenne al tempio con i dottori, mentre i suoi genitori penavano ormai da tre giorni nel cercarlo senza sosta.
Il Natale si avvicina. Ognuno si prepara a suo modo per questa festa importante e preziosa per ogni cristiano. Scopriamo le più belle frasi di Papa Francesco dedicate al Natale e ispiriamoci ad esse.
Perché abbiamo voluto raccogliere le più belle frasi di Papa Francesco in vista del Natale? Come ogni anno l’atmosfera natalizia inizia a farsi sentire molto prima dell’arrivo delle Feste. Soprattutto per i credenti, è importante cominciare presto a rivolgere la mente e il cuore a questa celebrazione che ci ricorda la nascita di Gesù Cristo, e con essa il rinnovarsi dell’Alleanza tra Cielo e Terra. Il tempo dell’Avvento serve proprio a questo, a prepararsi al Natale. La prima domenica di Avvento (quest’anno cade il 1 dicembre) coincide con l’inizio del nuovo Anno liturgico, e ad essa ne seguono altre quattro, caratterizzate da celebrazioni e preghiere particolari.
L’Avvento è un tempo di attesa della venuta di Dio, di conversione, perché con il rinnovarsi della nascita di Gesù il Regno dei Cieli è più vicino, e di speranza nella salvezza eterna promessa.
Dio dunque viene verso di noi, e a noi sta andare verso di lui, con un cammino spirituale fatto di preghiera, misericordia e predisposizione verso il prossimo.
Papa Francesco ci invita a ricordare proprio questo, ricordando l’importanza dell’impegno personale in preparazione al Natale e alla necessità della misericordia per testimoniare questo impegno.
Per il Santo Pontefice pochi momenti dell’anno liturgico sono significativi per un cristiano come il Natale. Esso rappresenta un’occasione di avvicinamento e incontro con Dio, e come tale va vissuto con gioia, ma anche consapevolezza.
Ogni anno, il Papa pronuncia una speciale omelia durante la Messa della Notte di Natale. Il tema cambia di anno in anno, e il Pontefice si sofferma sulla solidarietà verso i meno fortunati, sulla speranza, sull’accoglienza a chi viene da lontano, ma lo spirito generale resta quello di rimarcare la gioia che la venuta di Gesù Bambino rappresenta per tutti noi.
Da tutti questi discorsi sono state estrapolate delle frasi, che sono divenute veri e proprio slogan d’amore e speranza. Abbiamo voluto raccoglierne alcuni, per voi e perché possiate riportarli ai vostri parenti e amici, magari come auguri di Natale, o solo per prepararsi insieme all’atmosfera di questa festa preziosa e unica.
Sulla nascita o sacrificio di Gesù
Abbiamo voluto suddividere le più belle frasi di Papa Francesco sul Natale in diversi gruppi. Il protagonista delle affermazioni del Pontefice è molto spesso Gesù, Bambino santo che nasce in questa notte magica per riportare la speranza a tutti gli uomini, Salvatore che raccoglie i peccati del mondo per liberare l’umanità, Dio che dona se stesso per la nostra salvezza eterna.
Il Papa ci invita a camminare verso Dio, mentre Lui avanza verso di noi, in modo che l’attesa del Natale non sia solo un restare fermi passivamente aspettando di essere salvati, ma un vero cammino di fede e di impegno personale. Non basta poi assistere al Natale, ma bisogna entrarvi, divenirne parte integrante, comprendendo il vero significato, che può insegnarci a essere uomini migliori e a rendere migliore in nostro mondo. Il Papa condanna la guerra, l’egoismo, perfino l’eccessiva mondanità, che rischia di farci perdere di vista ciò che davvero conta in questo periodo dell’anno e in ogni giorno. Rivendica anche l’importanza dell’umiltà: Maria e Giuseppe erano persone umili, e così lo erano i pastori che per primi adorarono e riconobbero Gesù. La Natività diventa in questo senso l’emblema di una riconoscimento nato dall’amore di persone semplici, e proprio per questo più disposte ad amare e credere, ma anche un invito a permette a Gesù di rinascere dentro di noi, per renderci strumenti di misericordia e veicoli del suo amore.
Ecco le più belle frasi di Papa Francesco sulla venuta di Gesù e sul suo sacrificio:
In Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio.
A Natale Dio ci dona tutto Sé stesso donando il suo Figlio, l’Unico, che è tutta la sua gioia.
l mondo ha bisogno di tenerezza, bontà e mansuetudine.
Il Natale è la sorpresa di un Dio bambino, di un Dio povero, di un Dio debole, di un Dio che abbandona la sua grandezza per farsi vicino a ognuno di noi.
Avviciniamoci a Dio che si fa vicino, fermiamoci a guardare il presepe, immaginiamo la nascita di Gesù: la luce e la pace, la somma povertà e il rifiuto. Entriamo nel vero Natale con i pastori, portiamo a Gesù quello che siamo, le nostre emarginazioni, le nostre ferite non guarite, i nostri peccati.
Che lo Spirito Santo illumini oggi i nostri cuori, perché possiamo riconoscere nel Bambino Gesù, nato a Betlemme dalla Vergine Maria, la salvezza donata da Dio a ognuno di noi, a ogni uomo e a tutti i popoli della terra.
Come i pastori, accorsi per primi alla grotta, restiamo stupiti davanti al segno che Dio ci ha dato: «Un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). In silenzio, ci inginocchiamo, e adoriamo.
Con la nascita di Gesù è nata una promessa nuova, è nato un mondo nuovo, ma anche un mondo che può essere sempre rinnovato.
Dove nasce Dio, nasce la speranza: Lui porta la speranza. Dove nasce Dio, nasce la pace. E dove nasce la pace, non c’è più posto per l’odio e per la guerra.
Il dono prezioso del Natale è la pace, e Cristo è la nostra vera pace. E Cristo bussa ai nostri cuori per donarci la pace, la pace dell’anima. Apriamo le porte a Cristo!
Liberiamo il Natale dalla mondanità che l’ha preso in ostaggio! Lo spirito vero del Natale è la bellezza di essere amati da Dio.
Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi, in mezzo ai nostri limiti e ai nostri peccati, per donarci l’amore della Santissima Trinità. E come uomo ci ha mostrato la «via» dell’amore, cioè il servizio, fatto con umiltà, fino a dare la vita.
Guardando il Bambino nel presepe, Bambino di pace, pensiamo ai bambini che sono le vittime più fragili delle guerre, ma pensiamo anche agli anziani, alle donne maltrattate, ai malati… Le guerre spezzano e feriscono tante vite!
Il Divino Bambino, Re della pace, faccia tacere le armi e sorgere un’alba nuova di fraternità, benedicendo gli sforzi di quanti si adoperano per favorire percorsi di riconciliazione a livello politico e sociale.
Gesù, il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo, è nato per noi. È nato a Betlemme da una vergine, realizzando le antiche profezie. La vergine si chiama Maria, il suo sposo Giuseppe. Sono le persone umili, piene di speranza nella bontà di Dio, che accolgono Gesù e lo riconoscono. Così lo Spirito Santo ha illuminato i pastori di Betlemme, che sono accorsi alla grotta e hanno adorato il Bambino.
Gesù viene a nascere ancora nella vita di ciascuno di noi e, attraverso di noi, continua ad essere dono di salvezza per i piccoli e gli esclusi.
In questo Bambino, Dio ci invita a farci carico della speranza. Ci invita a farci sentinelle per molti che hanno ceduto sotto il peso della desolazione che nasce dal trovare tante porte chiuse. In questo Bambino, Dio ci rende protagonisti della sua ospitalità.
Sull’amore di una madre
Papa Francesco dimostra da sempre grande considerazione per le donne e le madri, per la loro volontà, per il loro coraggio, per il loro amore. Quale occasione migliore del Natale per rivendicare la purezza e la forza di questo amore? Il Papa cita spesso Maria Vergine, madre di Gesù, che da sempre si pone come ‘ambasciatrice’ tra Terra e Cielo, proprio in virtù di quel legame indissolubile e speciale che la unisce a Dio attraverso Suo Figlio. Maria che ha donato se stessa solo per amore, per fede, che ha creduto e atteso, e sofferto in nome di un bene ineffabile. Ecco allora che Maria diventa un tramite, ma anche e soprattutto un modello cristiano di donna e madre, una fonte di ispirazione inestimabile a cui guardare. Il Papa ricorda anche sempre come la Chiesa sia madre amorevole e attenta per tutti i suoi fedeli.
Nel mistero del Natale, accanto a Maria c’è la silenziosa presenza di san Giuseppe, come viene raffigurata in ogni presepe. L’esempio di Maria e di Giuseppe è per tutti noi un invito ad accogliere con totale apertura d’animo Gesù, che per amore si è fatto nostro fratello. Egli viene a portare al mondo il dono della pace.
Ci affidiamo all’intercessione della nostra Madre e di san Giuseppe, per vivere un Natale veramente cristiano, liberi da ogni mondanità, pronti ad accogliere il Salvatore, il Dio-con-noi.
Una mamma genera alla vita, porta nel suo grembo per nove mesi il proprio figlio e poi lo apre alla vita, generandolo. Così è la Chiesa: ci genera nella fede, per opera dello Spirito Santo che la rende feconda, come la Vergine Maria.
Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito» (Lc 2,7). Maria ci ha dato la Luce. Tutto, in quella notte, diventava fonte di speranza.
Le madri sono l’antidoto più forte al dilagare dell’individualismo egoistico. “Individuo” vuol dire “che non si può dividere”. Le madri invece si “dividono”, a partire da quando ospitano un figlio per darlo al mondo e farlo crescere.
La Vergine Maria è la “via” che Dio stesso si è preparato per venire nel mondo. Affidiamo a Lei l’attesa di salvezza e di pace di tutti gli uomini e le donne del nostro tempo. “La Madonna vuole portare anche a noi, a noi tutti, il grande dono che è Gesù; e con Lui ci porta il suo amore, la sua pace, la sua gioia.
La Vergine Maria è il modello della donna secondo il Vangelo e secondo il cuore di Dio, di cui la Chiesa e le nostre società hanno bisogno. Ella sia per voi sorgente di incoraggiamento e di ispirazione.
Per crescere nella tenerezza, nella carità rispettosa e delicata, noi abbiamo un modello cristiano a cui dirigere con sicurezza lo sguardo. È la Madre di Gesù e Madre nostra, attenta alla voce di Dio e ai bisogni e difficoltà dei suoi figli.
La Madonna vuole portare anche a noi, a noi tutti, il grande dono che è Gesù; e con Lui ci porta il suo amore, la sua pace, la sua gioia. Così la Chiesa è come Maria: la Chiesa non è un negozio, non è un’agenzia umanitaria, la Chiesa non è una ONG, la Chiesa è mandata a portare a tutti Cristo e il suo Vangelo.
Immacolata Concezione (8 dicembre): Il dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato da Papa Pio IX nell’Ottocento attraverso la bolla “Ineffabilis Deus”.
Il dogma indica che la Vergine “è stata preservata immune da ogni macchia di colpa originaria nel primo momento del suo concepimento”.
La festa in realtà veniva già celebrata in Palestina alla fine del VII secolo ed era conosciuta come la festa della Concezione di Sant’Anna (mamma di Maria). Il documento più antico che si riferisce a tale festa è il canone della festa, composto da Sant’Andrea di Creta, che ha scritto il suo inno liturgico nella II metà del VII secolo.
Il dogma tra devozione popolare e teologia
La parola “dogma” non gode di buona reputazione nel nostro contesto culturale occidentale. Il pensiero critico della modernità compiuta, con Immanuel Kant, si è assunto il compito di svegliare l’umanità dal “sonno dogmatico”. Il pensiero liquido della post-modernità o tarda modernità non ama i punti fermi e si delinea come post-veritativo, garantendo cittadinanza esclusivamente alle opinioni. Eppure, un grande pensatore russo come Pavel A. Florenskij, evocando la dimensione paradossale e antinomica del dogma, ammoniva: «Se la verità non fosse antinomica, il raziocinio, muovendosi in cerchio nel proprio campo, non avrebbe un punto d’appoggio, non vedrebbe l’oggetto extra-razionale, e quindi non avrebbe lo stimolo ad abbracciare l’eroismo della fede. Questo punto d’appoggio è il dogma. Proprio con il dogma incomincia la nostra salvezza, perché il dogma, essendo antinomico non costringe la nostra libertà e dischiude tutta l’estensione della fede volontaria o della maligna incredulità» (La colonna e il fondamento della verità).
Trovarsi di fronte a ciò che sovrasta di gran lunga la nostra povera ragione, come nel caso della fede nell’Immacolata Concezione della Vergine Madre, che siamo chiamati a celebrare, non significa, tuttavia, aver a che fare con una formula irrazionale. Piuttosto questo dogma, come tutti gli altri, nasce certamente dalla devozione popolare, ma è stato preceduto, accompagnato e deve essere seguito da una rigorosa riflessione, perché, come afferma Antonio Rosmini: «badisi bene, che quando un dogma è reso un assurdo, egli è bello ed annullato in tutte le intelligenze umane; e quand’esso è ridotto ad una parola, basta un frego sulla carta per cancellarlo. No, i dogmi della Chiesa non consistono in meri vocaboli; sono ciò che i vocaboli significano, e costituiscono l’oggetto della nostra credenza: la Chiesa colle sue parole non cerca di illudere gli uomini» (Razionalismo teologico).
Come noto la devozione popolare all’Immacolata è stata contrastata e messa in discussione da illustri teologi e pensatori, quali ad esempio Bernardo di Chiaravalle (cui Dante affiderà la preghiera a Maria nell’ultimo canto della Commedia) e Tommaso d’Aquino con al suo seguito i domenicani di Parigi. Ad Oxford, dove invece prevaleva la teologia francescana, la formula venne accolta e difesa fino ad una famosa disputa parigina del 1307 da Giovanni Duns Scoto. Il film Scotus (2010, regia di Fernando Muraca) rappresenta in maniera decisamente attendibile tale disputa, riportando le motivazioni del dottore sottile con l’efficacia che compete alle immagini in movimento, spesso prevalente rispetto ai libri. Le obiezioni di quanti erano contrari all’immunità di Maria dal peccato originale fin dal suo concepimento vanno prese, come fa Scoto, in seria considerazione, non solo allora, ma anche oggi. La preoccupazione che animava questi teologi consisteva nel fatto che una tale formula avrebbe potuto intaccare l’universalità della redenzione operata da Cristo, che quindi non avrebbe riguardato tutto il genere umano, non avendone la madre bisogno in quanto scevra dal peccato. In tale prospettiva si poteva pensare che Maria fosse stata concepita col peccato d’origine e che prima della sua nascita ne sarebbe stata liberata, in vista della sua maternità divina (dogma di Efeso, anno 431 della nostra era). Tale impostazione sembrava meglio garantire l’universalità della redenzione e al tempo stesso maggiormente coerente con la ragione.
Il dottore francescano e la scuola che lo ha sostenuto e seguito ha trovato in età moderna il significativo sostegno della Compagnia di Gesù, facendo leva, con ragioni profondamente teologiche, sulle seguenti argomentazioni. In primo luogo, la devozione (lex orandi) che si andava diffondendo in Europa non poteva essere sostenuta da una semplice opinione teologica. Il popolo di Dio, che pure ha bisogno di riflettere su ciò che prega, non si lascia ammaliare dal razionalismo dei teologi. Lex orandi è lex credendi (ciò che si prega si crede). In secondo luogo, il riferimento alla potenza assoluta (come dirà il confratello Guglielmo da Ockham) per cui «potuit, decuit ergo fecit: ciò conveniva, era possibile, e dunque Dio lo fece», secondo il dettato di Scoto, ma anche di altri teologi: se Dio poteva liberare la Vergine dal peccato originale (potuit); era conveniente che colei che doveva essere Madre di Dio fosse concepita senza il peccato originale (decuit), quindi se Dio lo poteva compiere (potuit) e, se era conveniente che Dio lo facesse (decuit), allora Dio lo fece (fecit). Infine, con la formula dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre non viene affatto intaccata l’universalità della redenzione operata da Cristo, perché è in vista dell’incarnazione del Verbo che ciò accade. Questo in quanto, nella visione scotista, «chi vuole ordinatamente, vuole prima il fine, poi ciò che immediatamente raggiunge in fine, e il terzo luogo tutto ciò che è ordinato remotamente al raggiungimento del fine. Così anche Dio, che è ordinatissimo, vuole prima il fine e poi ciò che è ordinato immediatamente al fine; in secondo luogo, vuole altri amanti attorno a sé; in terzo luogo, vuole anche ciò che è necessario per raggiungere questo fine, ossia i beni della grazia; e in quarto luogo infine vuole altri beni più remoti come mezzi per raggiungere i primi (beni della grazia)». Insomma: l’Immacolata ci consente di leggere la storia della salvezza a partire dal fine che è la redenzione, di cui in Lei risplende non solo l’universalità, ma il profondo realismo e la radicalità. E il redentore è sempre e comunque il Cristo Signore.
Nel 1848 al beato Antonio Rosmini veniva chiesto di esprimere il proprio voto-parere sull’opportunità di proclamare da parte del romano pontefice il dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre. La risposta del Roveretano è molto interessante e la si può leggere nell’edizione critica degli Scritti teologici minori (2019, Città Nuova, dove si trova anche una riflessione dell’Autore sulle testimonianze del Corano alla Vergine Maria). Rosmini ritiene che non si tratta di mettere in dubbio questa verità presente nella fede e nella devozione di tanti credenti, bensì dell’opportunità di proclamarla come verità dogmatica, ovvero salvifica, per cui è richiesta l’adesione di fede. A tal proposito chiede che si proceda con grande prudenza, interpellando tutti i vescovi, in modo che l’eventuale promulgazione non susciti divisioni nella comunità ecclesiale, consiglia inoltre di non entrare in troppi particolari come quello della generazione attiva e passiva. La consultazione avverrà l’anno seguente con l’enciclica Ubi Primum. Dei 603 vescovi consultati 546 approveranno l’iniziativa e il dogma verrà solennemente promulgato nel 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, che venne limata attraverso ben otto redazioni successive.
Nella Summa Theologiae (II/II, q. I, art. 2, ad II) san Tommaso avverte che l’atto di fede non termina, ossia non è rivolto, all’enunziato, ma alla cosa stessa, ovvero alla realtà che nella formula viene espressa. E di qui la necessità di pensare e vivere il mistero dell’Immacolata, anche alla luce delle obiezioni che i maestri soprattutto medievali rivolgevano alla tesi dogmatica e con attenzione alle loro preoccupazioni. Quale è la res che siamo chiamati a venerare e celebrare? Alla luce delle argomentazioni del dottore sottile, si tratta innanzitutto del primato assoluto di Dio che si esprime nella sua onnipotenza (polo teologico), quindi del carattere reale e radicale della redenzione operata da Cristo (polo cristologico), infine della precedenza della grazia sui meriti (polo antropologico e soteriologico). Se saranno chiare queste dimensioni del dogma, nella nostra predicazione e nella nostra catechesi, eviteremo il rischio di idolatrare Maria e assumeremo la sua profonda umiltà, espressa nel Magnificat e sottolineata con decisione da Martin Lutero nel suo commento (1521) al testo di Luca. Infine, all’obiezione che il dogma non avrebbe un suo fondamento nel dettato della Scrittura, mi sembra si possa tranquillamente rispondere con l’annotazione, suggerita da Paolo VI, e contenuta nella Dei Verbum del Concilio Vaticano II, secondo cui «la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura» (n. 9).
Immacolata Concezione, il dogma tra devozione popolare e teologia (avvenire.it)
Il canto del Tota Pulchra
Tota pulchra es Maria - inno mariano
Per la festa dell’Immacolata Concezione e per tutta la Novena abbiamo cantato o canteremo il canto in latino del Tota Pulchra. Ma cosa è? Il Tota Pulchra, una delle più antiche tradizioni francescane, è una composizione che nasce dall’unione di alcune antifone dei Primi Vespri della festa dell’Immacolata Concezione, tratte dal Cantico dei Cantici e dal libro di Giuditta: la prima antifona Tota pulchra es Maria et originalis macula non est in te (Cantico dei Cantici, 4,7), e la terza Tu gloria Jerusalem, tu letitia Israel, tu honorificentia populi nostri (Giuditta, 15,10), usata anche per la Natività. «Tutta bella sei, o Maria, e non vi è in Te alcuna macchia. Tu gloria di Gerusalemme, Tu letizia di Israele, Tu onore del nostro popolo». A queste antifone la tradizione francescana ha aggiunto l’invocazione «Tu avvocata dei peccatori. O Maria! Prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo». Cantato dai frati francescani, in semplice melodia gregoriana, il canto mariano si è diffuso tra i fedeli, ininterrottamente, eseguito nelle Chiese e Cattedrali per la novena all’Immacolata.
Tota pulchra
Tota pulchra es, Maria. Tota pulchra es, Maria.
Et macula originalis non est in Te. Et macula originalis non est in Te.
Tu gloria Ierusalem. Tu laetitia Israel.
Tu honorificentia populi nostri. Tu advocata peccatorum.
O Maria, o Maria. Virgo prudentissima.
Mater clementissima. Ora pro nobis.
Intercede pro nobis. Ad Dominum Iesum Christum. Traduzione : Tutta bella sei, Maria, e il peccato originale non è in te. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu letizia d’Israele, tu onore del nostro popolo, tu avvocata dei peccatori.
O Maria! O Maria! Vergine prudentissima, Madre clementissima, prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo.
Secondo la Bibbia, i gentili originariamente erano persone non legate al popolo ebraico.
Leggendo la Bibbia, specialmente il Nuovo Testamento, ti imbatterai spesso nella parola Gentile.
Cosa significa?
Parola di origine latina e solitamente impiegata al plurale. Nelle versioni inglesi di entrambi i Testamenti designa collettivamente le nazioni distinte dal popolo ebraico.
Il motivo principale per cui i gentili vengono menzionati nella Bibbia è che “come discendenti di Abramo, gli ebrei si consideravano, ed erano infatti, prima della venuta di Cristo, il popolo eletto di Dio. Poiché le nazioni non ebraiche non adoravano il vero Dio e generalmente indulgevano in pratiche immorali, il termine Gôyîm “Gentili” ha spesso nelle Sacre Scritture, nel Talmud, ecc., un significato denigratorio”.
Inizialmente ci fu molta discussione tra gli apostoli sull’opportunità o meno di predicare ai gentili il Vangelo di Gesù Cristo.
Per fortuna San Paolo divenne l ‘” Apostolo dei Gentili ” e si incaricò di evangelizzare tutte le persone, sia ebrei che gentili, assicurandosi che tutti conoscessero l’opera salvifica di Gesù Cristo.
IL DONO DELLA SALVEZZA AI GIUDEI E AI GENTILI (Mc 6,1-8,26).
GIUDEI E GENTILI NELLA CHIESA PRIMITIVA I primi cristiani dovettero ben presto affrontare un problema che a noi oggi può sembrare estraneo al discorso religioso, quello cioè che riguarda gli alimenti di cui un credente può nutrirsi e quelli ai quali deve rinunciare. A sua volta questo era solo un aspetto di una questione più grande: quale atteggiamento i credenti in Cristo devono assumere nei confronti della legge mosaica? Avendo ricevuto il vangelo di salvezza che si incarna nella persona di Gesù, come devono regolarsi nei confronti della venerabile tradizione del popolo giudaico? In altre parole, per essere tali i cristiani devono rimanere o diventare giudei a tutti gli effetti, oppure la fede in Cristo è sufficiente per la salvezza? Questo dilemma non si poneva per un pio ebreo, il quale, una volta diventato cristiano, non riteneva che questo fosse un motivo sufficiente per abbandonare la pratica della legge mosaica, che precedentemente aveva regolato tutta la sua vita. La questione si poneva, invece, all’interno della missione, proprio perché molti gentili erano disposti a convertirsi; ma non a entrare in una comunità religiosa che si identificava con un gruppo etnico isolato all’interno dell’impero romano. Se si fosse imposta l’osservanza della legge mosaica, il cristianesimo, che potenzialmente è universale, sarebbe diventato nella migliore delle ipotesi la religione di un piccolo gruppo all’interno del mondo giudaico, che a sua volta già era una piccola entità nella società di allora. Proprio la necessità di annunziare il vangelo ai gentili mise ben presto in crisi l’osservanza della legge mosaica anche se la maggior parte dei primi cristiani era di provenienza ebraica. Nella chiesa primitiva ci furono forti scontri su questo tema. Dai dati presenti negli scritti cristiani delle origini emergono sostanzialmente quattro orientamenti diversi. Anzitutto vi erano i giudaizzanti, che rappresentavano l’ala più conservatrice del cristianesimo primitivo: essi sostenevano che tutti i cristiani, provenissero essi dall’ebraismo o dal paganesimo, dovevano osservare la legge. Altri invece, come Giacomo, fratello del Signore, affermavano che, mentre i convertiti dall’ebraismo dovevano continuare ad osservare la legge, ai gentili era richiesta soltanto l’osservanza di alcune norme (le cosiddette «clausole di Giacomo»: cfr. Atti 15,19-20). Vi erano poi coloro che, come Paolo, sostenevano che i gentili convertiti non erano tenuti all’osservanza della legge mosaica, mentre i giudeo-cristiani potevano regolarsi come meglio preferivano, in quanto la legge di Mosè non era più essenziale neppure per loro. Infine gli ellenisti (dei quali il rappresentante più illustre era Stefano, il protomartire) sostenevano che
2 – nessun credente in Cristo fosse tenuto ad osservare la legge poiché questa aveva perso ogni significato (sembra questo il tema del discorso di Stefano in At 7). Il solco tra i rappresentanti di questi diversi orientamenti era molto profondo in quanto riguardava non solo la prassi, ma anche la fede delle prime comunità. In fondo si trattava di stabilire se la persona di Gesù e la fede in lui erano sufficienti per la salvezza, oppure se era necessario qualcos’altro, cioè la pratica di quelle norme venerande sulle quali si era fondata per secoli la vita del popolo che aveva dato i natali allo stesso Gesù.
MARCO, UN VANGELO DI FRONTIERA Oggi si suppone che Marco sia il più antico dei primi tre vangeli, così simili e così diversi da essere chiamati «sinottici», cioè in gran parte paralleli. Di fatto i vangeli di Matteo e Luca possono essere considerati come due nuove edizioni, rivedute e ampliate, di Marco. Se infatti confrontiamo tra loro i tre sinottici, notiamo che Matteo e Luca hanno in comune molto materiale, costituito specialmente da detti di Gesù, che non si trova in Marco. Siccome utilizzano questo materiale in modi e luoghi diversi del loro scritto, si può ritenere che essi non si conoscessero l’un l’altro, ma abbiano ricavato questi detti da una fonte sconosciuta a Marco, andata poi perduta, che viene designata oggi con la sigla Q (dal tedesco Quelle, «fonte»). Si può dunque concludere che Matteo e Luca hanno fatto uso sostanzialmente di due fonti, Marco e Q. Insieme ad esse poi ciascuno di loro ha usato alcune tradizioni a lui solo note. Pur dipendendo da Marco, è possibile però che Matteo e Luca fossero ancora a contatto con la forma orale delle tradizioni da lui raccolte, o magari con una edizione precedente del suo vangelo. Solo così si spiega il fatto che a volte contengono dettagli che sembrano più arcaici rispetto a quelli che si trovano nel secondo vangelo. Marco è dunque l’evangelista che per primo ha fatto una grande raccolta delle tradizioni orali riguardanti Gesù di Nazaret, dando così origine a quel genere letterario che chiamiamo «vangelo». Probabilmente già prima esistevano collezioni di brani, usate dai catechisti per la formazione religiosa dei convertiti, di cui la più antica, e quindi anche la più profondamente rielaborata, era quella riguardante la Passione di Gesù. Marco ha unito questo materiale, che era ancora in gran parte allo stato fluido, in modo tale che tutto quanto gravitasse sul racconto della Passione. Questa constatazione ha fatto sì che un autore definisse il vangelo di Marco come il racconto della Passione di Gesù preceduto da una lunga introduzione. Lo studio dei rapporti che intercorrono tra i vangeli sinottici mostra chiaramente che né Matteo né Luca si sono sentiti liberi di manipolare le tradizioni a loro piacimento. Bisogna supporre che anche Marco, sebbene le sue fonti non siano note, sia stato molto legato alla tradizione. Malgrado ciò egli ha impresso la sua impronta sul materiale di cui disponeva, soprattutto disponendolo secondo un ordine che gli sembrava riflettesse meglio i diversi momenti e aspetti della predicazione di Gesù. Naturalmente per fare ciò ha dovuto operare alcuni ritocchi, fare collegamenti, armonizzare frammenti diversi. Questo lavoro «redazionale» appare chiaramente dagli studi sulla forma letteraria della sua opera. Lo scopo fondamentale di Marco è quello di presentare Gesù come il Messia, il Figlio di Dio che annunzia e inaugura il «regno di Dio» (cfr. 1,14-15). Egli però è preoccupato non tanto di affermare questa sua dignità trascendente, quanto piuttosto di precisare le modalità con cui lo ha interpretato il suo ruolo. In altre parole egli intende mostrare al lettore che la gloria di Gesù non si manifesta nelle grandi opere da lui compiute, specialmente nei suoi miracoli, ma piuttosto nella sua passione e morte. A tale scopo egli fa ricorso a un espediente letterario chiamato «segreto messianico»: in altre parole egli ha rielaborato il materiale a sua disposizione in modo da far apparire che durante tutto il periodo del suo ministero Gesù ha
3 – rifiutato non solo l’appellativo di Messia e di Figlio di Dio, ma ha tenuto nascosto tutto ciò che poteva far pensare a queste prerogative, come per esempio i suoi miracoli; solo alla fine, nel contesto della sua passione, quando ormai non vi era più alcuna possibilità di malinteso, avrebbe svelato la sua dignità (14,62). Nel vangelo di Marco il fatto che Gesù non abbia voluto presentarsi con le prerogative del Messia atteso dai giudei ha anche un altro significato: secondo lui è vero che Gesù ha annunziato la venuta del regno di Dio ai giudei, ma ben presto ha rivolto lo stesso annunzio ai gentili, negando così in qualche modo le attese nazionalistiche legate alla figura del Messia. Inoltre sempre secondo Marco Gesù sarebbe passato sopra proprio tutte quelle norme della legge mosaica, riguardanti circoncisione, riti, alimenti, nelle quali i giudei trovavano la loro identità e quindi il motivo di separazione dai gentili. Questo punto di vista è piuttosto isolato nel cristianesimo primitivo: infatti secondo Matteo e Luca solo dopo la sua morte e risurrezione Gesù avrebbe comandato ai discepoli di rivolgersi ai gentili. Si può dunque supporre che Marco, per affermare la sua tesi, abbia ritoccato le tradizioni che gli sono pervenute; soprattutto accentuando lo scontro di Gesù con i rappresentanti ufficiali del giudaismo e descrivendo una sua attività al di fuori dei territori abitati prevalentemente dai giudei (Giudea e Galilea). Marco vuole così dimostrare che la missione ai gentili non ha avuto inizio dopo la risurrezione di Gesù, ma è stata inaugurata «direttamente» da lui; essa non rappresenta quindi uno sviluppo successivo del suo messaggio, ma ne costituisce un aspetto primario e qualificante. In altre parole Marco vuole dimostrare che Gesù stesso ha già indicato in partenza l’atteggiamento che i cristiani avrebbero dovuto assumere nei confronti della legge mosaica: dal non aver saputo accettare questo insegnamento del Maestro proverrebbero quindi le difficoltà sorte in seguito nella comunità cristiana, già anticipate nel comportamento dei discepoli.
LA SEZIONE DEI PANI Affrontiamo ora la sezione che abbiamo scelto come tema di questa ricerca. La chiamiamo per intenderci «sezione dei pani», perché in essa il termine «pane» ritorna ben sedici volte a partire da 6,8 fino a 8,20; però diciamo subito che si tratta di una indicazione di comodo, spesso utilizzata ma molto discutibile, in quanto non è sufficiente per metterne in luce tutti gli aspetti. Il primo passo da fare è quello di delimitare la sezione stessa e poi di identificarne le articolazioni interne. Ovviamente non si tratta di una questione secondaria, perché è necessario conoscere l’estensione di un insieme di testi e il modo in cui essi sono collegati per capire che tipo di discorso l’autore intende fare. Anzitutto è chiaro che la sezione termina con la guarigione del cieco di Betsaida (8,22- 26): subito dopo questo episodio infatti è riportata la confessione di Pietro, seguita dal primo annunzio della passione, che rappresenta chiaramente l’inizio di una nuova sezione. Gli esegeti sono invece incerti circa il punto di inizio della sezione. Secondo molti di loro, esso coincide con la prima moltiplicazione dei pani (6,30), secondo altri con il racconto dell’esecuzione di Giovanni Battista da parte di Erode (6,14-29), secondo altri ancora con la missione dei Dodici (6,7). In ogni caso la visita di Gesù a Nazaret (6,1-6) apparterrebbe ancora alla sezione precedente. A mio avviso, invece, la sezione inizia prima, con la visita di Gesù a Nazaret e con il suo rifiuto da parte dei nazaretani (6,1-6a): infatti apparirà soprattutto che, in base alla logica interna che presiede a tutta la sezione, questo episodio non si può staccare da quello seguente, l’invio dei discepoli (vv. 6b-13) che termina con il loro ritorno presso Gesù (cfr. 6,30).
4 – Le articolazioni interne della sezione sono abbastanza chiare. Una prima arco narrativo è quello appunto che va dall’episodio di Nazaret fino al ritorno dei discepoli (6,1-30): in esso è inclusa una lunga parentesi sulla morte di Giovanni Battista (vv. 14-29). Dopo il ritorno dei discepoli da Gesù ha inizio un secondo blocco narrativo caratterizzato da due moltiplicazioni dei pani, una in Galilea (6,30-44) e l’altra nella Decapoli (8,1-10). Dopo il primo di questi due miracoli si situano l’episodio di Gesù che cammina sulle acque (6,45-52), un sommario circa la sua attività in Galilea (6,53-56) e infine una discussione con gli scribi e i farisei circa il puro e l’impuro (7,1-23). Al termine di quest’ultimo episodio Gesù si reca nel territorio di Tiro e Sidone, dove opera la guarigione della figlia di una donna sirofenicia (7,24-30) e poi di un sordomuto (7,31-37). Dopo la seconda moltiplicazione dei pani è riportata la richiesta di un segno da parte dei farisei (8,11-13). Conclude il tutto una discussione di Gesù con i discepoli circa il lievito dei farisei e di Erode (8,14-21) e infine la guarigione del cieco di Betsaida (8,22-26). Nello sviluppo della sezione è importante soprattutto la discussione con gli scribi e i farisei circa il puro e l’impuro (7,1-23). La presenza di questo lungo brano sorprende il lettore perché il vangelo di Marco contiene solo due raccolte un po’ estese di detti, il discorso parabolico (c. 4) e il discorso escatologico (c. 13). Dunque se Marco ha riportato proprio qui questa raccolta, ciò significa che gli serviva ai fini della composizione di questa sezione. Subito dopo questa discussione (7,24) Gesù esce dal territorio di Israele e si reca in terra pagana, nel territorio di Tiro e Sidone (Fenicia). Già in precedenza aveva compiuto una veloce sortita fuori di Israele, quando si era recato sull’altra sponda del lago di Galilea e aveva guarito l’indemoniato geraseno (5,1-20), ma era subito rientrato. Invece, da questo momento in poi Gesù si trova sostanzialmente «all’estero», come appare all’inizio della sezione successiva, quando si trova solo con i suoi discepoli nei pressi di Cesarea di Filippo e chiede loro: «Voi chi dite che io sia?» (cfr. 8,27-33). È vero che in singole occasioni Gesù appare ancora, sebbene in modo fugace, in Galilea o in Giudea, tuttavia è probabile che in questi casi l’indicazione di luogo non sia dovuta dall’evangelista, ma facesse parte delle tradizioni da lui utilizzate. Quindi, secondo Marco, Gesù resta fuori dal territorio di Israele finché riappare a Gerico, per procedere poi verso Gerusalemme, dove avrà luogo la sua passione e morte. Il miracolo compiuto da Gesù nel territorio di Tiro e Sidone in favore di una donna sirofenicia (7,24-30), rappresenta, a parer mio, la chiave interpretativa di questa sezione. Ad esso quindi rivolgiamo anzitutto la nostra attenzione, per poter poi studiare, alla sua luce, le due parti che la compongono.
GUARIGIONE DELLA FIGLIA DI UNA SIRO-FENICIA (7,24-30) Il miracolo narrato in questo brano ha luogo mentre Gesù si trova dalle parti di Tiro e Sidone, in un territorio abitato quasi esclusivamente da gentili. Egli vi si trova quasi in incognito, perché non vuole che alcuno lo sappia. Ma subito si reca da lui una donna che ha una figlioletta posseduta da uno «spirito immondo» e, gettandosi ai suoi piedi, gli chiede di guarirla. Nel corso del suo vangelo Marco dà grande importanza alla liberazione degli indemoniati perché in queste persone vede il focalizzarsi di una potenza avversa a Dio. È vero che per lui, come per Gesù e per tutto il mondo giudaico, il male risiede nel cuore degli uomini e di lì esce e si propaga (cfr. 7,21-23). Tuttavia questo male era visto come qualcosa di oggettivo che contamina i rapporti fra le persone e veniva facilmente identificato con un’entità personale di carattere mitologico, il demonio, l’angelo decaduto, che si oppone a Dio. Esso poi veniva visto all’opera specialmente in persone che avevano gravi disagi di carattere psichico, la cui
5 – origine era altrimenti incomprensibile. In realtà, secondo la percezione moderna, l’alienazione mentale dipende in gran parte proprio da quelle strutture ingiuste che regolano negativamente i rapporti sociali. L’evangelista non esplicita questo ragionamento, ma considera la liberazione di un indemoniato come il segno per eccellenza che attesta la venuta del regno di Dio: tant’è vero che il primo miracolo compiuto da Gesù nel secondo vangelo è proprio la guarigione di un ossesso (1,21-28). Perciò la donna che chiede a Gesù la guarigione della figlioletta posseduta da uno spirito immondo, esige senza saperlo un segno di quella salvezza piena e definitiva che coincide con la venuta del Regno. L’evangelista sottolinea di proposito che «quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia». Per lui è importante che il lettore si renda ben conto che si tratta di una donna non ebrea a tutti gli effetti. Ella cerca dunque di forzare il principio secondo cui la salvezza è per i giudei. Perciò Gesù le dice: «Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Per i giudei i cani erano i gentili; il pane dei figli simboleggiava la salvezza che, essendo destinata al popolo ebraico, non poteva essere data ai gentili. La durezza di questa affermazione è appena attenuta dal diminutivo «cagnolini» con cui i gentili vengono designati. Ma la donna replica: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli». Con queste parole ella riconosce che effettivamente non avrebbe diritto a tale miracolo, perché è fuori discussione che la salvezza appartiene ai giudei, ma gli chiede semplicemente di fare un’eccezione. Allora egli le dice: «Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia». E ciò si attua puntualmente. Per capire il discorso di Marco è utile confrontare il suo racconto con quello di Matteo (15,21-28). Anche secondo questo vangelo Gesù si è recato dalle parti di Sidone e Tiro, dove gli viene incontro la donna cananea; questa si mette a gridare verso di lui, «ma egli non le rivolse neppure una parola». Allora i discepoli gli chiedono di esaudirla, se non altro per evitare che li segua gridando. Ma Gesù risponde: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Questa frase, così dura, si trova solo in Matteo, il quale prosegue narrando che ella viene, si prostra dinanzi a lui chiedendo di essere aiutata. Allora Gesù le dice: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». Questa risposta è la stessa che si trova in Marco, ma manca la prima parte della frase: «Lascia prima che si sfamino i figli». La conclusione, poi, è uguale: la donna ribatte che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Allora Gesù, dopo aver lodato la sua fede, le concede la grazia richiesta. Secondo la versione di Matteo Gesù, pur essendo venuto solo per gli israeliti, fa un miracolo per questa donna pagana per il semplice motivo che ella ha fede, cioè crede che Gesù è stato effettivamente mandato al popolo giudaico, ma ha il potere, se vuole, di fare qualche dono di grazia anche agli altri. Quindi Gesù accetta la richiesta della donna pagana, ma lo fa in via eccezionale; in altre parole si tratta dell’eccezione che conferma la regola. Questa interpretazione è confermata, sempre nel vangelo di Matteo, da un altro racconto, quello del centurione che aveva il servo ammalato (8,5-13): egli chiede a Gesù di guarire un suo servo, ma quando Gesù dice «Io verrò e lo curerò», si profonde in scuse, dicendo di non essere degno di riceverlo in casa sua e chiedendogli di curarlo da lontano. Gesù allora afferma di non aver trovato tanta fede in Israele e guarisce il servo. La reazione del centurione si spiega solo supponendo che Gesù non ha detto che sarebbe andato a casa sua, ma piuttosto ha fatto una domanda: «Dovrò forse venire a curarlo?». A questa domanda si attende una risposta negativa: in quanto ebreo Gesù non può entrare in casa di gentili, e quindi non può andare a guarire il servo del centurione. Per questo egli allora ribatte che Gesù non ha bisogno di andare da lui, ma può guarire il servo a distanza. Anche questa volta la guarigione avviene in via eccezionale, restando ferma la regola che la salvezza è per i giudei. Secondo Matteo Gesù invierà i discepoli ai gentili solo dopo la sua risurrezione (Mt 28,19).
6 – Ritornando ora a Marco, bisogna ammettere che, stando al senso del discorso, la frase che non si trova in Matteo («Lascia prima che si sfamino i figli») non sia stata omessa da questo evangelista, ma sia chiaramente un’aggiunta di Marco stesso. Infatti l’accenno a un «prima» lascia chiaramente supporre l’esistenza di un «dopo»: ora, se Gesù ha limitato la sua attività al mondo ebraico, non si vede in che senso si può parlare di un «dopo», almeno durante la sua vita terrena. Pur dipendendo da Marco, su questo punto ha ragione Matteo che omette questa frase ispirandosi forse a una tradizione più antica di cui era a conoscenza. Ma proprio questa dialettica tra «prima» e «poi» che Marco introduce nella risposta di Gesù manifesta il modo in cui egli leggeva l’episodio: è vero che il pane della salvezza appartiene ai figli, ma dopo di loro esso è donato anche agli altri. E questo «dopo» sta iniziando già ora con la guarigione della figlia della donna siro-fenicia. Marco dunque non vede in ciò che Gesù sta per fare una semplice eccezione alla regola, ma l’inizio di una nuova fase della sua attività in cui la salvezza è offerta ai gentili.
GLI INIZI DELLA MISSIONE AI GENTILI Il susseguirsi di un «prima» e di un «poi» appare anzitutto nella prima parte della sezione, quella cioè del rifiuto opposto a Gesù dai nazaretani, seguito dal conferimento ai discepoli di un compito missionario. 5.1. L’episodio di Nazaret (6,1-6a) La visita a Nazaret si inserisce bene nell’ambito del ministero di Gesù in Galilea. È comprensibile che, per parlare ai suoi compaesani, Gesù approfitti del giorno di sabato, quando tutti sono radunati nella sinagoga. Marco non dice il tema della predicazione, ma mostra lo stupore dei presenti e i loro commenti. Essi trovano difficoltà ad accettare il suo insegnamento, nel quale essi riconoscono una manifestazione di sapienza, cioè una grande autorevolezza, a causa delle sua origine umile, e soprattutto ben nota a tutti. Ma proprio questo è molto strano: non avrebbero dovuto piuttosto essere contenti ed orgogliosi di lui, un loro compaesano divenuto famoso? Per capire che cosa effettivamente è accaduto a Nazaret dobbiamo soffermarci sulla frase finale: «E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità» (vv. 5-6). Questa constatazione si spiega più chiaramente alla luce di quanto riporta Luca nella sua versione di questo episodio (Lc 4,14- 30). Secondo il terzo evangelista Gesù commenta la diffidenza dei suoi compaesani con queste parole: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria!» (v. 23). Questa frase lascia capire che i nazaretani reagiscono con freddezza all’insegnamento di Gesù in quanto ritengono che questo personaggio, diventato famoso proprio per i suoi miracoli, dovrebbe cominciare a farli proprio nel suo paese, tra i suoi parenti e famigliari. A queste attese interessate Gesù risponde portando l’esempio di due profeti: Elia durante la carestia non si rivolge a tutte le vedove bisognose di Israele, ma sfama miracolosamente una donna straniera, la vedova di Sarepta (v. 26); trascurando tutti i lebbrosi presenti in Israele, Eliseo va a guarire proprio uno straniero, Naaman il siro (v. 27). I miracoli di Gesù sono segni del regno di Dio, e non un servizio sanitario offerto da Dio ai soliti privilegiati. Essi vengono offerti a chi è disposto a credere, non a chi li pretende come un diritto acquisito. Torniamo a Marco. Anch’egli lascia intendere che il punto di attrito tra Gesù e i nazaretani sta nella loro pretesa, delusa da lui, di essere i principali destinatari dei suoi miracoli. L’evangelista ha rimanipolato il racconto (o l’ha già trovato così trasformato) in chiave cristologica: i nazaretani rifiutano Gesù perché sono delusi nella loro aspettativa di un
7 – Messia trascendente, la cui origine è sconosciuta (cfr. Gv 7,27). Ma soprattutto egli mette sulla bocca di Gesù questa frase: «Nessun profeta è accetto in casa sua». Il rifiuto dei nazaretani appare così come espressione non tanto dell’egoismo di un gruppetto di contadini, ma del peccato di tutto Israele, che rifiuta Gesù come ha sempre rifiutato coloro che gli erano stati inviati da Dio. Il loro comportamento diventa simbolo e anticipazione di quello che sarà il rifiuto che tutto il popolo ebraico opporrà al suo Messia (anche se Marco farà poi capire che responsabili sono soprattutto i capi del popolo). 5.2. L’invio dei discepoli (6,6b-13) Alla scena del rifiuto di Gesù a Nazaret fa seguito immediatamente la missione dei Dodici: «Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando. Allora chiamò i Dodici, e incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi» (vv. 6b-7). Il potere sugli «spiriti immondi» è il segno per eccellenza del Regno di Dio: l’annunzio della sua venuta costituisce dunque il motivo dell’invio dei discepoli (cfr. Lc 10,9). Queste potenze che si oppongono a Dio sono le uniche veramente «impure», mentre in seguito Gesù dichiarerà puri tutti gli alimenti (7,19), e di conseguenza anche i gentili, come già precedentemente aveva reso puri i lebbrosi (1,44). Alla notizia dell’invio fa seguito immediatamente la descrizione dell’equipaggiamento degli inviati: «E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane (ecco che appare per la prima volta questo termine), né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche» (vv. 8-9). Secondo Marco Gesù permette il bastone, che serviva per facilitare il cammino e per un minimo di difesa, e un paio di sandali, che proteggevano i piedi dai sassi e dal calore eccessivo del terreno. Nei passi paralleli di Matteo (10,10) e di Luca (9,3; 10,4) invece Gesù è stato molto più radicale nelle sue direttive di viaggio, in quanto proibisce, insieme al resto, anche bastone e sandali. Senza neppure questi due strumenti essenziali a ogni viandante, i discepoli erano costretti a correre e a portare a termine in fretta la loro missione: si ha quindi l’impressione che si tratti di una missione ristretta a un piccolo territorio (la Galilea), e a un tempo breve (il regno di Dio è vicino). Ciò è sottolineato da Matteo, secondo il quale Gesù ha detto ai discepoli: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (10,5b-6). Anche in questo caso si deve supporre che la versione di Matteo e di Luca sia più arcaica di quella di Marco: essa infatti si rifà alla fonte Q e per di più è in sintonia con l’esigenza di rinuncia totale prospettata da Gesù; inoltre è evidente che la missione dei discepoli è circoscritta alla Galilea per la brevità del tempo che secondo Gesù separa dalla venuta del Regno. Perché dunque Marco ha cambiato le parole del Signore? Per rispondere a questo interrogativo bisogna notare che la finale canonica del secondo vangelo (16,9-20) è ritenuta oggi quasi universalmente come un’aggiunta: così come è uscito dalla penna di Marco il vangelo finiva con l’episodio delle donne che, dopo aver ricevuto al sepolcro l’annunzio della risurrezione di Gesù, fuggono spaventate e «non dissero niente a nessuno perché avevano paura» (16,8). Nell’aggiunta successiva si dice che Gesù risorto dà ai suoi discepoli il mandato di annunziare il vangelo a tutto il mondo. Ma nel vangelo «autentico» di Marco l’invio ai gentili è assente. Marco si è forse dimenticato di un dettaglio di tale importanza, lui che è «l’evangelista dei gentili»? Certamente no: al contrario per lui l’invio ai gentili ha già avuto luogo quando Gesù si trova in Galilea. Per questa ragione egli ritocca la tradizione a sua disposizione: dovendo coprire lunghe distanze in territori lontani, i discepoli devono essere meglio «equipaggiati», cioè devono indossare almeno un paio di sandali e portare con sé un bastone. E in funzione di ciò egli non riporta alcuna limitazione territoriale, come invece aveva fatto Matteo. Se le cose stanno così, allora vuol dire che per Marco Gesù, dopo aver offerto la
8 – salvezza a Israele (simboleggiato nei suoi compaesani di Nazaret) ed essere stato rifiutato, per mezzo dei discepoli estende la sua opera ai gentili. Egli dunque vuole mostrare, in conformità al principio emerso nell’episodio della donna siro-fenicia, che il vangelo è stato offerto da Gesù «prima» ai giudei, ai quali era stato promesso da Dio mediante i profeti, ma «poi», dopo che essi l’hanno rifiutato, è stato messo da lui stesso, già durante la sua vita terrena, a disposizione dei gentili, cioè di tutti. Il rifiuto di Gesù da parte dei nazaretani e l’invio dei discepoli ai gentili sono dunque in Marco due episodi sono strettamente collegati. Non è quindi consigliabile spezzare questa unità, come fanno invece Matteo e Luca, nonché quei commentatori che fanno iniziare una nuova sezione con Mc 6,6b.
LE DUE MOLTIPLICAZIONI DEI PANI La stessa dialettica del «prima» e del «poi» appare anche nella seconda parte della sezione, che è caratterizzata da due moltiplicazioni dei pani, separate da alcuni brani, tra spicca soprattutto quello in cui è riportata una lunga discussione con gli scribi e i farisei circa la questione dei cibi. 6.1. Prima moltiplicazione dei pani (6,30-44) Questo episodio si situa nel territorio della Galilea e viene descritto dall’evangelista mediante numerosi simboli tipici del mondo biblico. Gesù sente compassione per la folla, «perché erano come pecore senza pastore». La «compassione» esprime la misericordia di Dio verso il popolo peccatore (cfr. Es 34,6). Il gregge è un simbolo per eccellenza di Israele (cfr. Nm 27,16-17). Il «pane» come dono divino ricorda la manna (Es 16; Nm 11,5), quindi l’esodo e la salvezza. I pani sono «cinque», numero che ricorda i libri della Torah (nutrimento spirituale di Israele) ed è la metà di dieci, che è il numero dei Comandamenti. I pesci alludono alle quaglie date insieme alla manna. Ci sono le dodici «ceste», che erano uno strumento usato a Roma prevalentemente dagli ebrei; le ceste nei quali sono messi i resti sono «dodici», ricordo delle dodici tribù di Israele. Poi c’è il fatto che coloro che avevano mangiato erano «cinquemila» (ripresa di «cinque»); la divisione della folla in gruppi è un richiamo all’organizzazione di Israele nel deserto (cfr. Es 18,21.25); Gesù compie una specie di rituale ebraico: leva gli occhi al cielo, pronunzia la benedizione, spezza i pani, li dà ai discepoli. Dunque l’evangelista usa un simbolismo che riporta ad una folla giudaica. I presenti sono giudei e ciò che Gesù dona loro è «il pane dei figli», cioè la salvezza che Dio aveva promesso al suo popolo. In questo episodio appare con chiarezza il tipo di salvezza portata da Gesù: essa consiste nella riaggregazione del popolo di Dio, che ritrova la sua coesione medianti i rapporti nuovi che si stabiliscono tra i suoi membri in forza della fede in JHWH, di cui Gesù è l’inviato. Successivamente l’evangelista riporta l’episodio di Gesù che cammina sulle acque (6,45-52): anche qui è chiaro il collegamento con l’esodo, dove si racconta che Dio passa attraverso il mare dei Giunchi alla testa del suo popolo. Seguono numerose guarigioni (6,53-56), che approfondiscono ulteriormente il tema della salvezza portata da Gesù. 6.2. Discussione con gli scribi e i farisei (7,1-23) Contrariamente alla sua abitudine di dare la preferenza ai racconti, l’evangelista riporta qui una serie di detti riguardanti il problema degli alimenti puri e impuri che a prima vista non hanno nulla a che vedere con la tematica della sezione. Il collegamento si coglie a partire da questa affermazione di Gesù, che rappresenta il culmine di tutta la raccolta: «Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore
9 – ma nel ventre e va a finire nella fogna?» (vv. 18-19a). Ma soprattutto è significativo il commento che ne dà l’evangelista: «Dichiarava così mondi tutti gli alimenti» (v. 19b). Gli usi alimentari dei giudei rappresentavano infatti la barriera più forte che separava i giudei dai gentili, i quali erano considerati impuri soprattutto perché mangiavano cibi proibiti dalla legge mosaica. La connessione tra l’osservanza delle norme alimentari e i contatti con i gentili appare soprattutto nell’episodio del centurione Cornelio, dal quale Pietro accetta di recarsi solo dopo che una rivelazione celeste gli ha fatto capire che tutti gli alimenti sono puri (At 10,9-16.28-29). Proprio l’episodio di Cornelio fa capire che il superamento delle prescrizioni alimentari giudaiche si è attuato dopo la morte e risurrezione di Gesù ed è stato accettato solo in parte e con difficoltà dagli ambienti giudeo-cristiani di Gerusalemme. Lo stesso Matteo, che riflette una comunità moderatamente giudaizzante, pur facendo uso di Mc 7,1-23, non si sente di accogliere nel suo vangelo il principio affermato da Marco nel v. 19b. Per Marco invece è importante sottolineare che Gesù ha dichiarato puri tutti gli alimenti, perché questa frase gli serve per dimostrare che Gesù ha demolito proprio la barriera che divide i gentili dai giudei. Ciò significa che egli ha ormai portato a termine la prima parte della sua opera, cioè il conferimento della salvezza al popolo eletto. Subito dopo Gesù lascia la Galilea e compie due miracoli in territorio pagano, la guarigione della figlia della donna siro-fenicia e la guarigione di un sordomuto, che attestano la venuta del regno di Dio anche per i gentili. Per lui il dono della salvezza ai gentili non ha avuto inizio con la visione di Pietro e il successivo incontro con Cornelio, ma è già stato attuato dallo stesso Gesù, che ha dimostrato così la destinazione universale del suo messaggio. 6.3. Seconda moltiplicazione dei pani (8,1-10) A questo punto l’evangelista riporta un altro racconto nel quale Gesù distribuisce il pane alla folla. Questa volta però, a differenza di quanto era avvenuto nel primo episodio, il fatto avviene nella Decapoli (cfr. 7,31), in territorio abitato da gentili. Di nuovo i discepoli sono presi di sorpresa e neppure immaginano che Gesù possa fare qualcosa di simile. Diversi dettagli di questo racconto però sono diversi da quelli del precedente. Riguardo ai presenti si dice che alcuni di loro venivano «da lontano» (8,3): nella terminologia del Nuovo Testamento i «lontani» sono i gentili (cfr. Ef 2,13). I pani non sono più cinque, ma sette, come sette (e non più dodici) sono le sporte dei pezzi avanzati: il numero «sette» era facilmente applicato ai gentili, come appare dal fatto che settanta (7×10) sono le nazioni del mondo (Gen 10), sette sono i precetti che, secondo la tradizione rabbinica, Noè avrebbe promulgato dopo il diluvio per i suoi figli e per l’intera umanità, settanta sono i traduttori della Bibbia in greco (la Bibbia del mondo gentile). Inoltre il termine «sporta» indica un contenitore usato da tutti e non prevalentemente dai giudei, come erano le ceste. Infine il fatto che i presenti fossero «quattromila» ricorda i quattro venti da cui saranno radunati gli eletti (cfr. Mc 13,27). In vari modi dunque il simbolismo di questo racconto rimanda ai gentili. Probabilmente l’evangelista conosceva due versioni di un unico racconto in cui si narrava il dono del pane da parte di Gesù alla folla, la prima appartenente a una chiesa di origine giudaica e la seconda che rispecchiava la sensibilità di una chiesa di origine gentile: ciò è confermato dal fatto che il vangelo di Giovanni e quello di Luca hanno una sola moltiplicazione dei pani. Riportando i due racconti nella stessa sezione Marco vuole far vedere in modo plastico che la salvezza, donata «prima» ai giudei, è stata «poi» messa da Gesù stesso a disposizione dei gentili, cioè di tutti. Le due moltiplicazioni dei pani vengono strettamente collegate tra loro mediante un dibattito tra Gesù e i suoi discepoli, che viene situato durante la successiva traversata del lago (8,14-21). Gesù si rammarica perché, pur avendo assistito due volte a un miracolo così strepitoso, essi si preoccupano ancora del pane materiale, e li rimprovera di avere il cuore
10 – indurito e di non saper vedere con i loro occhi. Subito dopo viene narrata la guarigione di un cieco che avviene in due momenti (8,22-26). Ciò significa che anche i discepoli saranno guariti dalla loro cecità. Ma la loro guarigione, come quella del cieco, avverrà in modo progressivo, in quanto Gesù nella sezione successiva li istruirà per ben tre volte sulla sua imminente passione, morte e risurrezione. Alla fine della sezione il compimento di questa opera di illuminazione verrà significato mediante la guarigione di un altro cieco, Bartimeo (10,46-52).
CONCLUSIONE La sezione del vangelo di Marco che abbiamo esaminato è molto importante perché in essa l’evangelista mette a fuoco alcuni temi che gli stanno particolarmente a cuore. Anzitutto egli vuole mostrare come la predicazione di Gesù in Galilea rappresenti l’inaugurazione del Regno in favore di tutto Israele. Dio non è dunque venuto meno alle promesse fatte al suo popolo e gli ha inviato un profeta pieno di sapienza (6,2.4). Per mezzo suo Dio ha fatto veramente i segni della salvezza già prefigurati nel periodo dell’esodo e in quello del ritorno dall’esilio: raduno del popolo di Dio (gregge e pastore), conferimento della legge (l’insegnamento di Gesù), dono della manna, passaggio del mare, guarigione delle malattie e delle sofferenze del popolo. Soprattutto Marco ha voluto sottolineare come proprio in questa aggregazione del popolo intorno a Gesù si manifesta il tipo di salvezza voluto da Dio, che consiste nell’abbattimento di tutte le barriere che separano i suoi figli gli uni dagli altri; tra questi fattori disgreganti Gesù indica soprattutto la legge mosaica, la cui pratica era diventata un criterio di discriminazione all’interno del popolo. La salvezza donata a Israele, proprio perché implica l’eliminazione di tutte le discriminazioni, tende a superare la barriera per eccellenza, quella che separa il popolo eletto dai gentili e raggiunge necessariamente tutta l’umanità. Ma purtroppo Israele, ancora arroccato nei propri privilegi, non è disposto a seguire Gesù su questa strada. Si apre quindi una profonda frattura tra il popolo e il suo messia, che appare come il culmine dell’infedeltà al suo Dio. Ma proprio questo rifiuto, simboleggiato nel comportamento degli abitanti di Nazaret, accelera i tempi e provoca l’invio missionario dei discepoli, aperto ormai a tutta l’umanità, e soprattutto spinge Gesù a rivolgersi egli stesso ai gentili. L’interesse che, secondo Marco, Gesù stesso ha manifestato durante il suo ministero pubblico nei confronti dei gentili implica il superamento del concetto stesso di «popolo di Dio» così caro ai suoi connazionali. Se la salvezza è offerta a tutti, non può più esistere un popolo eletto (né Israele né la chiesa) a cui i gentili si aggregano; il concetto stesso di alleanza viene superato nel senso che in Gesù Dio conferisce ormai a tutti la possibilità di godere la comunione con Dio (cfr. 14,24). In questa prospettiva è chiaro che i discepoli hanno ragione di esistere solo se annunziano a tutti la venuta del regno, che in modi e tempi diversi deve appunto coinvolgere tutta l’umanità. Secondo una terminologia moderna si può dire che la teologia di Marco non è né cristocentrica né ecclesiocentrica, ma “regnocentrica”. Si spiega allora perché più volte in questa sezione i discepoli stessi sono criticati da Gesù, del quale non comprendono le parole e i gesti. Anch’essi come il popolo di Israele sono privi di intelletto (7,18), hanno il cuore indurito (6,52; 8,17-18), perché non sanno seguire il Maestro su un punto così importante delicato quale l’annunzio universale della salvezza. Presentando i discepoli in un modo così impietoso Marco vuole forse criticare non tanto il loro atteggiamento prima della morte e risurrezione del Maestro, quanto piuttosto quello della comunità a cui è indirizzato il suo vangelo. Essa infatti si è ripiegata su se stessa, sui propri problemi e sul suo sviluppo numerico, mettendo in secondo piano l’impegno di annunziare la venuta del Regno a tutta l’umanità. La sezione successiva metterà in luce l’opera compiuta da
11 – Gesù per guarire insieme ai discepoli anche la comunità che rappresentano. Ma l’evangelista sa che si tratta di un’illuminazione parziale e provvisoria, perché nel momento della passione tutti i discepoli lo abbandoneranno (14,50)
Come gli italiani festeggiano Ognissanti e i Defunti
Conosciuta come La Festa di Ognissanti – non è solo una solennità cattolica (un giorno di festa di altissimo rango) è anche un giorno festivo pubblico per il quale le scuole, gli uffici governativi e le imprese chiudono.
Oggi, 2 novembre, la Chiesa celebra la Commemorazione dei defunti, un giorno dopo la celebrazione della sua festa gemella, quella di Ognissanti.
L’origine di Ognissanti risale al VII e VIII secolo d.C. come modo per onorare tutti i santi, conosciuti e sconosciuti, che sono in paradiso. Anche la Festa dei Defunti, celebrata il giorno successivo, è una festa antica. È stata istituita per favorire l’offerta di preghiere e messe per le anime dei fedeli defunti del Purgatorio.
Come tende ad accadere nei paesi cattolici, le feste e le usanze secolari tendono ad accompagnare, e in alcuni casi a sostituire, la festa religiosa. Mentre i fedeli cattolici assistono alla Messa nel giorno di precetto, altri usano il tempo per diversivi più secolari.
Rispecchiando la diversità culturale di un paese che si è unito fino alla fine del XIX secolo, diverse regioni d’Italia celebrano Ognissanti in modo diverso. Come tanti altri eventi in Italia, le festività coinvolgono invariabilmente il cibo.
In Puglia, si ricorda una tradizione locale in cui i vicini lasciavano del cibo sul tavolo della cucina durante la notte tra l’1 e il 2 novembre per l’anima dei loro cari. Conosciuta come Tavola dei Morti , su ogni tavola veniva posto un cartoncino con l’immagine del defunto e una preghiera sul retro.
La Fiera dei Morti . Risalente a 750 anni fa, la fiera di Perugia era una delle fiere più importanti d’Europa. Nell’Alto Medioevo durava fino a un mese e offriva a persone di diversa estrazione l’opportunità di incontrarsi per commerciare oltre a mescolarsi culturalmente e socialmente. In questi giorni si svolge durante la festa di Ognissanti ed è un’occasione per assaggiare piatti a base di cibi appena raccolti o raccolti come castagne, tartufo bianco, olive e olio d’oliva, funghi e uva.
Nelle Marche, la gente del posto prepara un tipo di biscotti noto come Fave dei Morti . Fatto di mandorle e nocciole, con il legume ha a che fare solo con la sua forma. Altri sostengono che risalga all’epoca romana quando le fave simboleggiavano le anime dei defunti.
Una tradizione affascinante è quella con cui gli italiani mandano gli auguri alle persone nel loro giorno onomastico , o omonimo. Ad esempio, il 4 ottobre, chiunque si chiami Francesco può aspettarsi di ricevere telefonate e messaggi con gli auguri . Le donne di nome Francesca, la forma femminile di Francis, possono aspettarsi lo stesso. Il 1° novembre è il giorno in cui tutti ricevono una chiamata del genere.
Il Giorno dei Morti è formalmente conosciuto come il Giorno dei Morti, spesso abbreviato semplicemente in i Morti . In questo giorno gli italiani visitano i cimiteri dove trascorrono del tempo con i propri cari: il crisantemo colorato, luminoso e allegro è il fiore preferito lasciato sulle tombe italiane.
In questa occasione, sopra l’ingresso, appena sotto la croce, si trova spessissimo la parola RESURRECTURIS. Significato: “A coloro che risorgeranno”, ci ricorda la nostra speranza. Nonostante le tradizioni e i costumi che vanno e vengono – così come anche i ricordi umani dei defunti – Dio non dimenticherà mai l’anima di ogni persona anima che ha creato.
Questo è il messaggio delle Feste di Tutti i Santi e di Tutti i Defunti: che i corpi di coloro che sono morti in Cristo dormono, aspettando di risorgere e noi li vedremo di nuovo!