C ––Fratelli e sorelle, il servizio della carità comprende anche la nostra preghiera per quanti condividono con noi le fatiche e le speranze della vita quotidiana. Prestiamo la nostra voce alle suppliche di tutta la Chiesa.
Lettore – Preghiamo insieme dicendo:
A – Ascolta, Signore, la nostra preghiera.
1.Per tutti i battezzati in Cristo, perché siano sempre e in ogni luogo testimonianza credibile di quell’amore che è più forte dell’odio e di ogni divisione, preghiamo.
2.Per quanti occupano posti di responsabilità, perché non lascino inquinare il proprio cuore dalla corruzione, ma agiscano sempre a servizio del prossimo nel segno della verità e della giustizia, preghiamo.
3.Per i giovani, perché non si lascino condizionare da stili egoisti di vita, ma aprano il loro cuore all’impegno generoso per rendere migliore la nostra convivenza su questa terra, preghiamo.
4.Per le nostre famiglie, perché restino salde nell’amore e siano per i figli la prima scuola di vita secondo il Vangelo, preghiamo. Intenzioni della comunità locale.
Intenzioni della comunità locale
C – Signore Dio, che in Cristo hai manifestato la tua attenzione per i piccoli e i poveri, fa’ che nel reciproco servizio della carità diventiamo strumenti della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore.
Francesco: Dio ascolta la preghiera di un cuore umile e paziente
Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano
All’udienza generale, il Papa parla della “contestazione radicale” di chi prega senza vedersi all’apparenza esaudito e ricorda che anche nel Vangelo molte delle invocazioni trovano risposta più avanti nel tempo: “Il Male è signore del penultimo giorno” perché l’ultimo “appartiene a Dio”
Se Dio è Padre “perché non ascolta” la preghiera di una mamma per un figlio malato o di tanti “perché cessi una guerra”? Da questa domanda parte la catechesi di Papa Francesco nell’udienza generale di questa mattina, tenuta, per la terza volta in questo mese di maggio, nel cortile di San Damaso, dedicata ancora alla preghiera cristiana. Seguendo la traccia del Catechismo della Chiesa Cattolica, il Papa affronta “una contestazione radicale alla preghiera”, che deriva da una osservazione comune: “noi preghiamo, domandiamo, eppure a volte le nostre preghiere sembrano rimanere inascoltate”.
Immacolata Concezione (8 dicembre): Il dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato da Papa Pio IX nell’Ottocento attraverso la bolla “Ineffabilis Deus”.
Il dogma indica che la Vergine “è stata preservata immune da ogni macchia di colpa originaria nel primo momento del suo concepimento”.
La festa in realtà veniva già celebrata in Palestina alla fine del VII secolo ed era conosciuta come la festa della Concezione di Sant’Anna (mamma di Maria). Il documento più antico che si riferisce a tale festa è il canone della festa, composto da Sant’Andrea di Creta, che ha scritto il suo inno liturgico nella II metà del VII secolo.
Il dogma tra devozione popolare e teologia
La parola “dogma” non gode di buona reputazione nel nostro contesto culturale occidentale. Il pensiero critico della modernità compiuta, con Immanuel Kant, si è assunto il compito di svegliare l’umanità dal “sonno dogmatico”. Il pensiero liquido della post-modernità o tarda modernità non ama i punti fermi e si delinea come post-veritativo, garantendo cittadinanza esclusivamente alle opinioni. Eppure, un grande pensatore russo come Pavel A. Florenskij, evocando la dimensione paradossale e antinomica del dogma, ammoniva: «Se la verità non fosse antinomica, il raziocinio, muovendosi in cerchio nel proprio campo, non avrebbe un punto d’appoggio, non vedrebbe l’oggetto extra-razionale, e quindi non avrebbe lo stimolo ad abbracciare l’eroismo della fede. Questo punto d’appoggio è il dogma. Proprio con il dogma incomincia la nostra salvezza, perché il dogma, essendo antinomico non costringe la nostra libertà e dischiude tutta l’estensione della fede volontaria o della maligna incredulità» (La colonna e il fondamento della verità).
Trovarsi di fronte a ciò che sovrasta di gran lunga la nostra povera ragione, come nel caso della fede nell’Immacolata Concezione della Vergine Madre, che siamo chiamati a celebrare, non significa, tuttavia, aver a che fare con una formula irrazionale. Piuttosto questo dogma, come tutti gli altri, nasce certamente dalla devozione popolare, ma è stato preceduto, accompagnato e deve essere seguito da una rigorosa riflessione, perché, come afferma Antonio Rosmini: «badisi bene, che quando un dogma è reso un assurdo, egli è bello ed annullato in tutte le intelligenze umane; e quand’esso è ridotto ad una parola, basta un frego sulla carta per cancellarlo. No, i dogmi della Chiesa non consistono in meri vocaboli; sono ciò che i vocaboli significano, e costituiscono l’oggetto della nostra credenza: la Chiesa colle sue parole non cerca di illudere gli uomini» (Razionalismo teologico).
Come noto la devozione popolare all’Immacolata è stata contrastata e messa in discussione da illustri teologi e pensatori, quali ad esempio Bernardo di Chiaravalle (cui Dante affiderà la preghiera a Maria nell’ultimo canto della Commedia) e Tommaso d’Aquino con al suo seguito i domenicani di Parigi. Ad Oxford, dove invece prevaleva la teologia francescana, la formula venne accolta e difesa fino ad una famosa disputa parigina del 1307 da Giovanni Duns Scoto. Il film Scotus (2010, regia di Fernando Muraca) rappresenta in maniera decisamente attendibile tale disputa, riportando le motivazioni del dottore sottile con l’efficacia che compete alle immagini in movimento, spesso prevalente rispetto ai libri. Le obiezioni di quanti erano contrari all’immunità di Maria dal peccato originale fin dal suo concepimento vanno prese, come fa Scoto, in seria considerazione, non solo allora, ma anche oggi. La preoccupazione che animava questi teologi consisteva nel fatto che una tale formula avrebbe potuto intaccare l’universalità della redenzione operata da Cristo, che quindi non avrebbe riguardato tutto il genere umano, non avendone la madre bisogno in quanto scevra dal peccato. In tale prospettiva si poteva pensare che Maria fosse stata concepita col peccato d’origine e che prima della sua nascita ne sarebbe stata liberata, in vista della sua maternità divina (dogma di Efeso, anno 431 della nostra era). Tale impostazione sembrava meglio garantire l’universalità della redenzione e al tempo stesso maggiormente coerente con la ragione.
Il dottore francescano e la scuola che lo ha sostenuto e seguito ha trovato in età moderna il significativo sostegno della Compagnia di Gesù, facendo leva, con ragioni profondamente teologiche, sulle seguenti argomentazioni. In primo luogo, la devozione (lex orandi) che si andava diffondendo in Europa non poteva essere sostenuta da una semplice opinione teologica. Il popolo di Dio, che pure ha bisogno di riflettere su ciò che prega, non si lascia ammaliare dal razionalismo dei teologi. Lex orandi è lex credendi (ciò che si prega si crede). In secondo luogo, il riferimento alla potenza assoluta (come dirà il confratello Guglielmo da Ockham) per cui «potuit, decuit ergo fecit: ciò conveniva, era possibile, e dunque Dio lo fece», secondo il dettato di Scoto, ma anche di altri teologi: se Dio poteva liberare la Vergine dal peccato originale (potuit); era conveniente che colei che doveva essere Madre di Dio fosse concepita senza il peccato originale (decuit), quindi se Dio lo poteva compiere (potuit) e, se era conveniente che Dio lo facesse (decuit), allora Dio lo fece (fecit). Infine, con la formula dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre non viene affatto intaccata l’universalità della redenzione operata da Cristo, perché è in vista dell’incarnazione del Verbo che ciò accade. Questo in quanto, nella visione scotista, «chi vuole ordinatamente, vuole prima il fine, poi ciò che immediatamente raggiunge in fine, e il terzo luogo tutto ciò che è ordinato remotamente al raggiungimento del fine. Così anche Dio, che è ordinatissimo, vuole prima il fine e poi ciò che è ordinato immediatamente al fine; in secondo luogo, vuole altri amanti attorno a sé; in terzo luogo, vuole anche ciò che è necessario per raggiungere questo fine, ossia i beni della grazia; e in quarto luogo infine vuole altri beni più remoti come mezzi per raggiungere i primi (beni della grazia)». Insomma: l’Immacolata ci consente di leggere la storia della salvezza a partire dal fine che è la redenzione, di cui in Lei risplende non solo l’universalità, ma il profondo realismo e la radicalità. E il redentore è sempre e comunque il Cristo Signore.
Nel 1848 al beato Antonio Rosmini veniva chiesto di esprimere il proprio voto-parere sull’opportunità di proclamare da parte del romano pontefice il dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre. La risposta del Roveretano è molto interessante e la si può leggere nell’edizione critica degli Scritti teologici minori (2019, Città Nuova, dove si trova anche una riflessione dell’Autore sulle testimonianze del Corano alla Vergine Maria). Rosmini ritiene che non si tratta di mettere in dubbio questa verità presente nella fede e nella devozione di tanti credenti, bensì dell’opportunità di proclamarla come verità dogmatica, ovvero salvifica, per cui è richiesta l’adesione di fede. A tal proposito chiede che si proceda con grande prudenza, interpellando tutti i vescovi, in modo che l’eventuale promulgazione non susciti divisioni nella comunità ecclesiale, consiglia inoltre di non entrare in troppi particolari come quello della generazione attiva e passiva. La consultazione avverrà l’anno seguente con l’enciclica Ubi Primum. Dei 603 vescovi consultati 546 approveranno l’iniziativa e il dogma verrà solennemente promulgato nel 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, che venne limata attraverso ben otto redazioni successive.
Nella Summa Theologiae (II/II, q. I, art. 2, ad II) san Tommaso avverte che l’atto di fede non termina, ossia non è rivolto, all’enunziato, ma alla cosa stessa, ovvero alla realtà che nella formula viene espressa. E di qui la necessità di pensare e vivere il mistero dell’Immacolata, anche alla luce delle obiezioni che i maestri soprattutto medievali rivolgevano alla tesi dogmatica e con attenzione alle loro preoccupazioni. Quale è la res che siamo chiamati a venerare e celebrare? Alla luce delle argomentazioni del dottore sottile, si tratta innanzitutto del primato assoluto di Dio che si esprime nella sua onnipotenza (polo teologico), quindi del carattere reale e radicale della redenzione operata da Cristo (polo cristologico), infine della precedenza della grazia sui meriti (polo antropologico e soteriologico). Se saranno chiare queste dimensioni del dogma, nella nostra predicazione e nella nostra catechesi, eviteremo il rischio di idolatrare Maria e assumeremo la sua profonda umiltà, espressa nel Magnificat e sottolineata con decisione da Martin Lutero nel suo commento (1521) al testo di Luca. Infine, all’obiezione che il dogma non avrebbe un suo fondamento nel dettato della Scrittura, mi sembra si possa tranquillamente rispondere con l’annotazione, suggerita da Paolo VI, e contenuta nella Dei Verbum del Concilio Vaticano II, secondo cui «la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura» (n. 9).
Immacolata Concezione, il dogma tra devozione popolare e teologia (avvenire.it)
Il canto del Tota Pulchra
Tota pulchra es Maria - inno mariano
Per la festa dell’Immacolata Concezione e per tutta la Novena abbiamo cantato o canteremo il canto in latino del Tota Pulchra. Ma cosa è? Il Tota Pulchra, una delle più antiche tradizioni francescane, è una composizione che nasce dall’unione di alcune antifone dei Primi Vespri della festa dell’Immacolata Concezione, tratte dal Cantico dei Cantici e dal libro di Giuditta: la prima antifona Tota pulchra es Maria et originalis macula non est in te (Cantico dei Cantici, 4,7), e la terza Tu gloria Jerusalem, tu letitia Israel, tu honorificentia populi nostri (Giuditta, 15,10), usata anche per la Natività. «Tutta bella sei, o Maria, e non vi è in Te alcuna macchia. Tu gloria di Gerusalemme, Tu letizia di Israele, Tu onore del nostro popolo». A queste antifone la tradizione francescana ha aggiunto l’invocazione «Tu avvocata dei peccatori. O Maria! Prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo». Cantato dai frati francescani, in semplice melodia gregoriana, il canto mariano si è diffuso tra i fedeli, ininterrottamente, eseguito nelle Chiese e Cattedrali per la novena all’Immacolata.
Tota pulchra
Tota pulchra es, Maria. Tota pulchra es, Maria.
Et macula originalis non est in Te. Et macula originalis non est in Te.
Tu gloria Ierusalem. Tu laetitia Israel.
Tu honorificentia populi nostri. Tu advocata peccatorum.
O Maria, o Maria. Virgo prudentissima.
Mater clementissima. Ora pro nobis.
Intercede pro nobis. Ad Dominum Iesum Christum. Traduzione : Tutta bella sei, Maria, e il peccato originale non è in te. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu letizia d’Israele, tu onore del nostro popolo, tu avvocata dei peccatori.
O Maria! O Maria! Vergine prudentissima, Madre clementissima, prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo.
E’ tempo di accendere le candele della Corona d’Avvento in chiesa e a casa. Siamo entrati in quel periodo dell’anno che più di tutti per i cristiani simboleggia l’attesa trepidante della venuta di Cristo, del rinnovarsi della Sua nascita miracolosa, ma anche la speranza per il Suo ritorno, alla fine dei tempi. Non si tratta solo di celebrare l’avvicinarsi del Natale. L’Avvento è più di una tradizione natalizia: è un periodo liturgico ben definito che, come tutti i tempi liturgici, richiede un atteggiamento particolare da parte di chi crede, che deve predisporre il proprio animo per vivere nel migliore dei modi questo particolare momento di fede e speranza. Vediamo brevemente tutto quello che è opportuno sapere riguardo all’Avvento e in particolare alla Corona d’Avvento in chiesa e a casa.
La Corona dell’Avvento è nello stesso tempo un addobbo natalizio che abbellisce la casa in occasione delle Feste e un oggetto di grande valore sacro per i credenti. Infatti la Corona dell’Avvento accompagna i fedeli per quattro settimane fino al Natale. È composta da molti elementi dal forte carattere simbolico: i rami verdi e le bacche richiamano alla stagione invernale, la corona è simbolo di unità, comunione e eternità e richiama il sole e la terra, mentre le quattro candele simboleggiano la luce di salvezza offerta a tutti gli uomini in occasione del Natale.
Una candela viene accesa per ogni domenica dell’Avvento, e tutte e quattro hanno un valore preciso.
La prima candela è quella “del Profeta”: ricorda le profezie sulla venuta del Messia.
La seconda candela è quella “di Betlemme”, in memoria del luogo in cui Gesù ha visto la luce.
La terza candela è quella “dei pastori”, gli umili tra gli umili, i primi a vedere e adorare il Messia.
La quarta candela è quella “degli Angeli”, che annunciarono a tutto il mondo la nascita miracolosa di Nostro Signore.
Le quattro candele rappresentano anche la progressiva vittoria della Luce contro le Tenebre, che conosce la sua apoteosi nella nascita di Gesù. In quest’ottica le candele simboleggiano Speranza, Pace, Gioia e Amore, il messaggio portato dal Bambino al mondo.
La Corona dell’Avvento nasce a metà del XIX secolo da un’idea del pastore protestante Johann Hinrich Wichern, che volle con questo addobbo rischiarare le notti dei fanciulli orfani e bisognosi di Berlino. In un primo tempo essa prese piede soprattutto negli oratori, negli orfanotrofi e nelle scuole, ma ben presto l’usanza si diffuse e si affermò anche nelle case private. Ancora oggi regalare una Corona dell’Avvento è un gesto di affetto e devozione.
Le Corone dell’Avvento sono belle, decorate oltre che con rami verdi anche con bacche, nastri, addobbi natalizi d’oro e d’argento. Possono fungere da eleganti centritavola per le Feste oltre che da oggetti liturgici, e portano luce, calore e bellezza a tutta la casa.
Cosa simboleggia l’Avvento?
L’Avvento è il periodo che precede il Natale, durante il quale i cristiani attendono (dal latino adventus, “attesa”) con penitenza, preghiera e fede la nascita di Gesù. Ogni settimana dell’Avvento è simboleggiata da una delle candele che troviamo nella Coronad’Avvento, una decorazione natalizia che non può mancare in una casa cristiana. Di solito è costituita da un cerchio di rami sempreverdi, che richiamano la stagione invernale, ma anche la vita eterna e l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, e da quattro candele, simbolo della salvezza e della luce che scaccia le tenebre e il peccato. La forma circolare della corona dell’Avvento rimanda all’eternità, all’unità del tutto. Nasce da una tradizione di origine germanica, che risale ai primi dell’Ottocento.
Qual è il colore dell’Avvento?
Il colore liturgico dell’Avvento è il viola, che richiama la penitenza, il digiuno e l’attesa, oltre che il lutto.
Come si chiamano le 4 domeniche d’Avvento?
I nomi delle domeniche di Avvento sono tratti dalle prime parole dell’introito, l’antifona che apre la celebrazione della messa nelle suddette domeniche:
Domenica d’Avvento: Ad te levavi (Ad te levavi animam meam, “A te, Signore, innalzo l’anima mia”), dal salmo 24/25;
Domenica d’Avvento: Populus Sion (Populus Sion, ecce Dominus veniet ad salvandas gentes, “Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare i popoli!”), dal salmo 79/80;
Domenica d’Avvento: Gaudete (Gaudete in Domino semper, “Rallegratevi nel Signore sempre”), dal salmo 84/85;
Domenica d’Avvento: Rorate (Rorate, coeli desuper, et nubes pluant iustum, “Stillate, cieli, dall’alto e le nubi piovano il Giusto”), dal libro di Isaia (45,8[12])
Quando inizia la prima domenica dell’Avvento?
Il tempo dell’Avvento dura quattro settimane, sei nel rito Ambrosiano: comincia con i vespri della prima domenica 3 dicembre e si conclude con i vespri di Natale, il 24 dicembre.
Quando si accendono le candele dell’Avvento?
Ogni domenica di Avvento si accende una candela, fino ad averle accese tutte e quattro alla Vigilia di Natale.
Come si accende la corona dell’Avvento?
L’ideale sarebbe che tutta la famiglia partecipasse all’accensione di ogni candela, magari accompagnandola con un momento di preghiera comune. La tradizione vuole che siano i bambini di casa ad accendere le candele della corona di Avvento. Per quanto riguarda la corona d’Avvento in chiesa essa viene posizionata in un posto ben visibile a tutti i fedeli e il sacerdote si preoccupa di coinvolgere l’intera assemblea nell’accensione di ogni singola candela, spiegandone il significato e guidando i fedeli nella preghiera comune appropriata.
Quali sono i nomi delle candele dell’Avvento?
Ogni candela ha un nome e un significato simbolico particolare:
Prima candela d’Avvento: candela del Profeta, fa riferimento alle profezie riguardo la nascita di Gesù. È la candela della Speranza;
Seconda candela d’Avvento: candela di Betlemme, ricorda la città in cui Lui è nato. È la candela della Salvezza;
Terza candela d’Avvento: candela dei Pastori, ricorda coloro i quali per primi adorarono Gesù. È la candela della Gioia;
Quarta candela d’Avvento:candela degli Angeli, celebra i messaggeri che portarono nel mondo la notizia della nascita miracolosa.
Quali sono i quattro colori delle candele dell’Avvento?
Il colore delle candele dell’Avvento può essere sempre il viola, ma sono accettati anche il bianco, simbolo di purezza e luce, e il rosso, colore natalizio per eccellenza, che esprime anche l’amore di Gesù per noi tutti.
Come si usano le candele dell’Avvento?
Le candele dell’Avvento simboleggiano Speranza, Pace, Gioia e Amore, il messaggio portato dal Bambino al mondo. Vengono accese una per volta per esprimere l’idea della luce di Gesù che diventa sempre più forte e splendente man mano che ci si avvicina al Natale.
Quando spegnere la prima candela dell’Avvento?
Le candele della corona d’Avvento devono arrivare accese alla Vigilia di Natale. Si consumeranno lentamente e in autonomia, accompagnando l’attesa della Festa.
5. Un bambino è nato per noi - Natale del Signore [A te Signore - Canti di Introito Avvento-Natale]
Nel Messia, nell’Emmanuele – il “Dio con noi” – lo shalom, la pace come pienezza di vita in assoluto, come felicità e salvezza, si realizza personalmente tra di noi ed è effusa attraverso lo Spirito santo su tutti gli esseri.
Questo Bambino, l’Emmanuele, è nato a beneficio di noi uomini, di noi peccatori, di tutti i credenti, dall’inizio alla fine del mondo. Giustamente è chiamato Meraviglioso, perché è insieme Dio e uomo. Il suo amore è la meraviglia degli angeli e dei santi glorificati. È il Consigliere, perché conosceva i consigli di Dio fin dall’eternità; e dà consigli agli uomini, nei quali consulta il nostro benessere. È il Consigliere meraviglioso; nessuno insegna come lui. È Dio, il potente. L’opera del Mediatore è tale che nessun potere inferiore a quello del Dio potente potrebbe realizzarla. È Dio, uno con il Padre. Come Principe della Pace, ci riconcilia con Dio; è il Datore della pace nel cuore e nella coscienza; e quando il suo regno sarà pienamente stabilito, gli uomini non impareranno più la guerra. Il governo sarà su di lui; egli ne porterà il peso. Del governo di Cristo si parla in modo glorioso. Non c’è fine all’aumento della sua pace, perché la felicità dei suoi sudditi durerà in eterno. L’esatto accordo di questa profezia con la dottrina del Nuovo Testamento dimostra che i profeti ebrei e i maestri cristiani avevano la stessa visione della persona e della salvezza del Messia. A quale re o regno terreno si possono applicare queste parole? Dona dunque, o Signore, al tuo popolo di conoscerti con ogni nome accattivante e in ogni carattere glorioso. Accresci la grazia in ogni cuore dei tuoi redenti sulla terra.
Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce
La pace, dice Isaia, è una presenza divina, un bambino che è nato per noi, un figlio che ci è stato donato, il cui nome sarà “Consigliere ammirabile, Dio forte, Padre eterno, Principe della pace” (cf. Is 9,5-6). Qui siamo certamente lontani dal nostro modo abituale di pensare la pace, ma la contemplazione, l’assiduità con la Parola ci svela che la pace è un dono che entra nella nostra storia, è una realtà che tocca tutti i rapporti, ma è innanzitutto una persona: il Messia, Gesù Cristo. C’è pace per l’umanità quando questa accede al piano storico della salvezza, cioè a Cristo, quando accoglie lo Spirito di Cristo e adotta i mezzi e i metodi di Cristo, che sono contrassegnati dalla mitezza, dalla debolezza, dall’umiltà; nel ripudio della violenza, della prevaricazione, dell’autoaffermazione, dell’orgoglio. La pace viene con chi ha i tratti descritti nella profezia di Zaccaria: chi “è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”, in colui che viene a far sparire i carri da guerra, i cavalli degli eserciti, l’arco e tutte le armi (cf. Zc 9,9-10).
Il dono più grande che abbiamo ricevuto da Dio, la consegna del Figlio agli esseri umani, è nient’altro che Il Vangelo della pace per mezzo di Gesù Cristo (cf. At 10,36; Ef 6,15).
Il vangelo di Matteo è organizzato attorno al principio per cui Dio è con noi.
Questo è l’inizio, e in Gesù si compie ciò che è stato promesso, perché il figlio che nasce da una vergine «sarà chiamato Emmanuele, cioè Dio con noi» (Mt 1,23).
Questo è il cuore che pulsa nei suoi discepoli e fa scorrere la vita nella loro comunità per quanto piccola possa essere: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Questa è l’assicurazione che sorregge in modo stabile il percorso sul quale Gesù lancia quelli che credono in lui e lo annunciano: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Sono le ultime parole del primo vangelo, parole che chiudono e insieme aprono, un arrivo che è dunque una partenza, una fine che è un inizio, che funziona come un propellente che lancia negli spazi dell’umanità di tutti i tempi, per portare a tutti, e ovunque, la grande notizia di un Dio che si fa uomo per stare con noi.
Ha senso pregare per la pace?
Forse nutriamo una certa diffidenza verso la preghiera come mezzo per ristabilire la pace. Temiamo l’evasione dalla realtà, lo spiritualismo, e qualche volta siamo portati a pensare che il problema della pace lo si debba risolvere con la lotta, non con la contemplazione. Qui non si tratta di eliminare o attenuare l’impegno storico, la prassi della pace: al contrario, si tratterà di potenziarla e renderla efficace ricorrendo alla sorgente della preghiera, della contemplazione. Se la pace è conosciuta nella sua verità attraverso la Parola, se ci è donata nell’assiduità con la Parola, può allora anche scaturire dalla preghiera come azione e prassi. Nessuna evasione, nessun privaticismo, nessun intimismo della pace.
La preghiera inoltre è sorgente di pace non solo a livello individuale – perché ci restituisce la pace con Dio e la pace del cuore – ma anche a livello collettivo, perché immette nella storia una forza efficace: è infatti una componente della storia in quanto attività che fa storia, che crea eventi.
È significativo che nel linguaggio biblico il termine “preghiera” derivi da “decidere”, “decidere con Dio”. Quando Abramo prega e intercede presso Dio per la salvezza del giusto a Sodoma e Gomorra, egli decide con Dio la pace del giusto che sarà salvato. Quando Mosè prega tenendo le braccia in alto – in quella battaglia più escatologica che storica contro l’avversario Amalek – egli prega e decide con Dio la pace del popolo eletto che minaccia di trovare la morte quando Mosè cessa di pregare.
Pregare nella nostra fede non è operazione arrogante, non è rito magico per garantirsi ciò che si desidera, ma è fare discernimento e decidere con Dio, con il Signore che lascia aperto davanti a sé uno spazio da varcarsi con la preghiera. La preghiera ha una funzione dunque nella storia, s’innalza dalla storia come grido di oppressi, di curvati, di poveri, di sfruttati, di prigionieri, di torturati, e spinge Dio alla liberazione, a intervenire; ma può anche essere l’intercessione del credente che chiede la pace dove questa è calpestata e inculcata. Tutte le vittime della storia sono preghiera efficace, ma anche gli eletti che gridano a Dio notte e giorno vedono Dio che interviene rapidamente (cf. Lc 18,7).
Occorre dunque pregare per la pace e questa è un’operazione di primaria importanza per il credente che è operatore di pace, uomo di pace, solo se questa pace la riceve nella preghiera, solo se nell’assiduità della Parola è trasformato da essere umano che coltiva in sé ribellione e violenza in essere umano obbediente a Dio e pacifico. Infatti, se la preghiera è entrare nei pensieri del Dio della pace, se è condividere la sua volontà di pace, allora pregando, contemplando, si viene plasmati esseri di pace. Non a caso nel Cantico dei cantici, celebrazione dello Shalom, il Messia è Shalom, il Pacifico, e la Sposa popolo di Dio è Shulamit, la pacifica. Diventare uomo di pace e donna di pace nella contemplazione è possibile perché la preghiera allarga il cuore, infonde il fuoco dell’amore nel cuore, apre il cuore all’amore per il cosmo intero.
Dio è con noi, sempre presente, pronto a decidere la pace con chi lo prega, pronto a donarla a tutti gli umani.
L’estate è finita, il sole a mezzogiorno è ancora caldo ma l’aria si fa già frizzante. Ottobre segna l’arrivo dell’autunno, sebbene alcune zone abbiano temperature ancora miti, le piogge e il freddo sono ormai arrivati.
Questo è il momento per ripulire per bene l’orto da tutte le coltivazioni estive ormai finite. Estirpare le piante, vangare il terreno, concimarlo con un buon compost e procedere con la semina delle nuove piantine.
Siamo in tempo di semina: bisogna preparare la vigna, dissodare la terra, stare attenti alla manutenzione del vigneto e prepararlo all’anno successivo. Ottobre infatti sarà il mese giusto per pianificare lo spazio per le semine d’autunno.
Insomma, è un bell’impegno! C’è da ripulire per bene da tutte le coltivazioni estive ormai finite, estirpare le piante, vangare il terreno, concimare.
C’è tanto da fare in questo mese di Ottobre! Anche nella vigna del Signore bisogna preparare, concimare, dissodare il terreno per preparare il cuore a d accogliere questo seme della Parola di Dio che viene a fare nuove tutte le cose!
Per questo anche il campo di Dio è pronto per ricevere il seme della speranza che potrà germogliare a suo tempo, dando frutti abbondanti!
Nella vigna del Signore ci sono tutti questi preparativi da fare: prepararsi all’Annuncio della Buona Notizia per tutti!
Ottobre è il mese missionario per eccellenza, per questo si è pensato di seminare in abbondanza la Parola di Dio, attraverso un ciclo di catechesi che inizieranno il 16 Ottobre 2023 presso la Parrocchia d Santa Maria degli Angeli in Assisi.
Si parla di ” un ristoro” in questo passo del Vangelo di Matteo 11,28 che sembra proprio come un vero e proprio seme concimato nelle zolle di un cuore: pare tacere ma poi, piano piano, timidamente, è già pronto per venire alla luce.
Progressivamente, spunta fuori.
Occorre preparare, però, bene la terra, predisporsi, affinchè questo semino, che è l’Annuncio della Parola di Dio si depositi nelle persone. Crescendo, piano piano, questi germoglia, fino a dare “ristoro”, sollievo, speranza..”
Venite a me”, dice il Signore, venite, cioè, ad ascoltare questo Annuncio, prepara il tuo cuore, estirpa quelle piante che ti impediscono di dissodare la tua anima, per accogliere questo piccolo, grande, seme di speranza, questa Parola di Dio, attraverso dei testimoni che ti annuncino come e dove puoi, nella vita, trovare questo ” ristoro” che tanto cerchi nella vita ma che forse ancora non hai ancora trovato!
Lo Stile Evangelico
Non si tratta di un annunzio generico a grande diffusione, ma è tremendamente incarnato: ci si espone personalmente, si incontrano delle persone, si porta una parola di pace, perché “il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito santo” (Rm 14,17). E chi annuncia non vanta meriti, non avanza pretese ma gioisce nel vedere all’opera la grazia di Dio.
“Il Regno di Dio si è avvicinato a voi”: questo si compie in Gesù, il Veniente ora e sempre. Il Dio che salva, il Dio che porta vita, speranza dove non c’è più futuro.
Questo annuncio non è neutrale, non lascia tutto come prima. Accoglierlo vuol dire porsi su una via di vita!
Dal 16 Ottobre 2023 Catechesi per giovani e adulti
Ogni Lunedì e Giovedì A Santa Maria degli Angeli in Assisi alla ore 20.45
Centro Pastorale Parrocchiale, via Capitolo delle stuoie