La Domenica del Mare

La Domenica del Mare

Il 9 luglio si celebra la “Domenica del mare”, una giornata internazionale di preghiera per i marittimi – oltre un milione – e le loro famiglie, ma anche per coloro che nella Chiesa offrono loro supporto, come i cappellani e i volontari che si dedicano all’Apostolato del Mare, l’opera con cui si assistono spiritualmente i lavoratori del mare fin dal 1920. Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Cari fratelli e sorelle in Cristo,
sin dalla prima ora il vangelo ha raggiunto ogni angolo del mondo attraverso grandi navi. Gli Atti degli Apostoli e gli altri scritti del Nuovo Testamento ci raccontano in molti modi la vita che i messaggeri della Buona Notizia trascorrevano con i lavoratori del mare, a volte per mesi, condividendo la quotidianità e aprendo menti e cuori alla fede.
La Domenica del mare offre ogni anno alle comunità cattoliche di tutto il mondo la possibilità di non dimenticare le proprie origini e di pregare per coloro che lavorano oggi sulle navi che trasportano merci nel mondo intero. Si tratta di oltre un milione di esseri umani grazie ai quali la nostra quotidianità diviene possibile e l’economia si sostiene. Di loro, della loro fede, di come possano amare e sperare, quasi nulla sappiamo.
La domenica è il giorno dell’Eucaristia, la Pasqua settimanale: sono molti a non avervi accesso perché forzatamente lontani dai loro cari e dalla propria comunità. Per tutta la Chiesa celebrare il Risorto significa allo stesso tempo non dimenticare nessuno, far correre la salvezza dappertutto, chiedersi come chi è assente e invisibile possa sentirsi salvato e prezioso, portatore di una dignità che è quella di ogni figlio di Dio.
Gli apostoli raccontavano Gesù sulle navi, radunavano comunità in ogni città di porto: erano dunque presenti a un mondo che oggi è sempre meno conosciuto. La complessa organizzazione delle nostre società e una certa propensione a nascondere le diseguaglianze lasciano spesso in una zona d’ombra i tesori spirituali e i bisogni materiali delle persone umili. La Domenica del mare non è dunque riservata agli addetti ai lavori, ma accende l’attenzione di ogni comunità cristiana su coloro grazie ai quali ci raggiungono gran parte dei beni di cui ci nutriamo o facciamo uso ogni giorno. A chi oggi è in mare giunga allora un messaggio corale: la Chiesa vi è vicina. Ciò che vi rallegra e ciò che vi opprime ci sta a cuore. Non abbiamo solo da darvi qualcosa, ma anche da ricevere il vostro racconto, le vostre testimonianze: il punto di vista sul lavoro, sull’economia, sui rapporti fra religioni e culture diverse, sulle condizioni del mare e della terra, sulla fede, che soltanto dalla vostra esperienza può raggiungere e interrogare tutti i membri della Chiesa e, per loro tramite, le nostre società.
Siamo una Chiesa sinodale, in cui cioè si cammina insieme. Dobbiamo andare avanti insieme, navigare insieme, senza lasciare nessuno indietro, e arricchirci l’un l’altro. Nessuno pensi di non avere nulla da offrire. Se dunque c’è uno sforzo che quest’anno ci vogliamo proporre è proprio quello di verificare i modi con cui essere più vicini, in uno scambio continuo che renda il vostro lavoro meno lontano dal percorso e dalla fede di tutti.
Maria, Stella Maris, interceda per noi e sia fonte di consolazione e perseveranza.

Domenica del mare

Era il 1975 quando l’Apostolato del Mare della Chiesa Cattolica, la Mission to Seafarers degli Anglicani e la Sailors’ Society della Free Church, hanno pensato a istituire un giorno dell’anno per ricordare i marittimi, le loro famiglie e coloro che li assistono.

L’iniziativa nasce in Inghilterra ma si estende oltre Manica, espandendosi fino a diventare una “Giornata internazionale del Mare”. Si celebra abitualmente la seconda domenica di luglio, in cui viene riconosciuto l’importante contributo lavorativo dei marittimi all’economia di tutti i Paesi del mondo. Questa ricorrenza ha anche un’importanza ecumenica perché in molti porti le celebrazioni e le diverse attività di sensibilizzazione riguardo la situazione umana lavorativa dei marittimi vengono fatte congiuntamente con altre denominazioni cristiane, dando testimonianza di unità di intenti e cooperazione nel proteggere i diritti dei marittimi.

Già prima del 1900 esistevano diverse iniziative missionarie cattoliche per fornire assistenza spirituale, sociale e materiale agli equipaggi che facevano scalo nei principali porti europei e del Nord America ma l’interesse per questo tipo di apostolato ha segnato il magistero dei Papi.

https://www.chiesacattolica.it/l11-luglio-la-domenica-del-mare/

La Festa del Corpus Domini

La Festa del Corpus Domini

Le Infiorate più belle d’Italia

Il Corpus Domini viene festeggiato in molte città italiane con l’Infiorata, una serie di composizioni artistiche realizzate con i petali, i gambi e altre parti dei fiori. In alcuni luoghi la materia prima è diversa, ad esempio a Camaiore (MS) viene utilizzata la segatura colorata (chiamata “pula”), ma comunque il significato non cambia: generalmente i tappeti floreali rappresentano il mistero dell’Eucarestia, scene o personaggi religiosi e il fiore, che simboleggia la parte più pura dell’uomo, esprime l’avvicinamento al mistero del pane che diventa “corpo del Signore“.

La festa del Corpus Domini venne istituita nel 1264 dal Papa Urbano IV in seguito al miracolo di Bolsena (per approfondimenti leggi qui) ed è proprio nella cittadina viterbese che avvenne la prima processione e ancora oggi si tiene l’Infiorata su un tappeto di fiori lungo ben 3 km!
Sebbene la Solennità del Corpus Domini si celebri il giovedi successivo alla SS. Trinità (ossia due settimane dopo Pentecoste) in tutta Italia si festeggia la domenica successiva.
Le più belle e famose sono le Infiorate di Spello (PG), l’Infiorata di Bolsena (VT), l’Infiorata di Genzano (RM), l’Infiorata di Fucecchio (FI), l’Infiorata Sampietrese a San Pier Niceto (ME), la Festa dell’Infiorata a Potenzoni di Briatico (VV), l’Infiorata del Corpus Domini a San Bartolomeo in Galdo (BN) e quella di Alatri (FR), la più grande del mondo!

Tutte queste si svolgono generalmente la domenica del Corpus Domini ed il sabato precedente, ad eccezionedi  quella di Genzano che si tiene la settimana successiva.

Si svolge in un periodo diverso invece la bellissima Infiorata di Noto (SR).

Oggi si può dire con tutta tranquillità che gli appassionati Infioratori Spellani lavorano tutto l’anno al fine di preparare nel migliore dei modi la manifestazione. Le meravigliose Infiorate (tappeti e quadri) che si offrono agli sguardi ammirati dei numerosi visitatori italiani e stranieri sono il risultato di un complesso e difficile lavoro che richiede giorni, settimane e addirittura mesi di paziente e sapiente lavoro di molte persone, che a gruppi si distribuiscono i compiti e si attivano con indispensabile armonia di intenti.

Tra le fasi preliminari più importanti e impegnative dell’evento ci sono la ricerca e la raccolta di fiori e poi la mondatura, la selezione e la conservazione dei petali. In ogni stagione vengono raccolti i fiori e le erbe del Monte Subasio e dell’Appennino umbro-marchigiano; si tolgono pazientemente i petali che vengono gelosamente conservati. Naturalmente la parte più impegnativa del lavoro di raccolta e di preparazione dei fiori avviene nella stagione primaverile. Nei giorni che precedono il CORPUS DOMINI si assiste ad una vera e propria mobilitazione generale di nutrite squadre di Infioratori, i quali si disperdono lungo i pendii del Subasio, per i campi e le piane delle verdi vallate Umbre. Durante la raccolta dei fiori, altri cittadini e soprattutto le signore più anziane trascorrono le serate nei pianterreni freschi, separando i petali in base ai vari colori e tritando finemente le erbe profumate.

Questo lavoro diventa sempre più febbrile e coinvolgente man mano che si approssima la festa del CORPUS DOMINI. Alla vigilia di questa giornata, sin dal primo pomeriggio, le strade di Spello interessate al percorso della Processione vengono chiuse al traffico e letteralmente invase da gruppi di cittadini e di visitatori di ogni età. 

Per prima cosa si predispongono impianti di illuminazione adeguati e si provvede poi ad allestire collaudati sistemi di protezione (strutture antipioggia e antivento) sui tratti di strada interessati, e ciò per evitare che imprevedibili condizioni atmosferiche avverse possano disturbare o compromettere il lavoro degli Infioratori.

Dopo queste operazioni preliminari si inizia ad eseguire il disegno sul fondo stradale, utilizzando all’uopo le tecniche più disparate: dal disegno a mano libera allo spolvero, dallo stampo metallico alla forma di cartoncino. 

Eseguiti i disegni, secondo tecniche diverse, si procede infine a depositare i petali variopinti, al fine di conferire le tonalità cromatiche desiderate e ottenere gli effetti artistici voluti. Durante il pomeriggio e tutta la notte del sabato che precede la festa, gli infioratori lavorano sulle strade, chini a terra, per disegnare, deporre e disporre milioni e milioni di petali capaci di produrre quei magici capolavori che sanno di arte antica e moderna, carichi di suggestioni emotive e culturali, collegati ai temi della tradizione religiosa e anche della più viva attualità.

I lavori durano l’intera notte e soltanto alle 9,00 del mattino le strade risultano ricoperte da un unico tappeto policromo e profumato: uno spettacolo unico a vedersi. Basti pensare che in un unico percorso floreale vengono mediamente realizzati circa 70 Infiorate tra tappeti – ciascuno dai 12 ai 15 metri di lunghezza, con una superficie minima di 15 mq – e quadri di grandi dimensioni – dai 25 ai 90 mq .L’unicità del carattere della manifestazione è certamente dato dalla tecnica di esecuzione che consiste nell’uso esclusivo di elementi vegetali non trattati con agenti chimici o conservativi né con coloranti artificiali o polverizzati; in questo modo il petalo, adagiato sul suolo stradale, (non si può incollare) regna sovrano in un insieme coinvolgente di colori e profumi.L’esecuzione delle opere avviene direttamente sul fondo stradale non soggetto ad alcun trattamento: i soggetti e le decorazioni sono sempre rinnovati, si allacciano alla grande tradizione della Pittura Umbra, dal Rinascimento al 700, e a volte il discorso figurativo si apre anche alle maggiori testimonianze dell’arte moderna.

Con il passaggio del Sacro Corteo guidato dal Vescovo che porta l’ostensorio, si chiude un’esperienza di altissimo impegno artistico, di solidarietà civile, culturale e umana, di tensione etica e religiosa che si concretizza in una smagliante armonia di colori. Infatti, le diverse fasi dell’INFIORATA, che vanno dalla progettazione a tavolino fino alla pratica esecuzione dei tappeti artistici, coinvolgono attivamente circa duemila persone. 

È questa un’occasione in cui tutti possono apportare utili contributi per la migliore riuscita dell’impresa: dal bambino che raccoglie i fiori, al pensionato, all’artista che con mirabile tratto riproduce le MADONNE della SCUOLA UMBRA, gli ANGELI di GIOTTO o le dolci figure del BOTTICELLI. 

E il capolavoro infatti sta anche in questo: nel magnifico esempio di partecipazione e di coordinamento fra persone che non sono necessariamente dello stesso rione o vicinato; nella multiforme esperienza artistica delle tecniche e degli stili che destano meraviglia; nella vasta panoramica dei temi ispiratori; e infine nel clima di civile confluenza di diversi interessi, da quello religioso a quello di integrazione sociale, da quello turistico a quello artistico.

Quando la domenica sulle bellissime infiorate scorre la processione, lo scopo religioso è raggiunto. 
I preziosi tappeti di fiori – prima custoditi e vigilati con zelo – oramai possono essere calpestati da chiunque, dopo il passaggio del Vescovo. La loro effimera gloria è arrivata alla fine, al suo naturale epilogo; una magnificenza ancor più stimabile e commovente in considerazione del faticoso e gioioso impegno della preparazione e del breve splendore di cui queste opere d’arte hanno goduto.

Con la processione domenicale le splendide composizioni si dissolvono nell’aria. Di queste opere artistiche non rimane più nulla, se non nella memoria di chi le ha ammirate brevemente e nelle foto e nei filmati a colori che le hanno immortalate. In grazia di tutto ciò Spello può affermare ovunque e a pieno titolo, la sua vocazione di Città d’arte, di tradizioni e di cultura.Così descrive la “veglia” del sabato la giornalista Lorella Befani:”Quella di sabato è una notte particolarmente sofferta; oltre alla stanchezza che sopraggiunge c’è anche la preoccupazione per le condizioni del tempo che non fanno sperare nulla di buono. Un gruppo di ragazzi si affretta a costruire una struttura sormontata da grossi teloni che dovrà proteggerli e proteggere il tappeto floreale in caso di pioggia o vento; intanto c’è chi provvede, aiutato da altri del gruppo, ad allacciare l’energia elettrica per la notte. e un incredibile via vai di gente di tutte le età, un susseguirsi di ordini impartiti a destra e a sinistra; un’eccitazione che coinvolge anche í passanti, felici tuttavia di farsi trascinare in quella notte faticosa ma allegra e un po’ folle, fatta di litigi per un colore sbagliato e di risate.

La struttura protettiva è finalmente terminata, tutto è pronto per il momento più atteso: la composizione dei petali per creare il disegno prescelto. A questo punto, c’è una vera e propria divisione dei compiti: l’”artista” del gruppo esegue la parte più complessa del tappeto e cioè i soggetti religiosi, gli altri che sono di solito i più giovani, si occupano delle parti decorative che fanno da cornice ai “quadri”, altri ancora sono intenti a portare le scatole piene di petali a seconda delle richieste di ognuno. Ora l’intero paese è al lavoro. Ogni tanto qualche passante si affaccia timidamente oltre il telo di protezione per, “rubare” qualche particolare dalle mani abili di quei ragazzí. La notte è lunga, è sofferta, ma tra un caffè e l’altro che può aiutarli a restare svegli, sorgono le prime luci dell’alba. Malgrado la stanchezza, l’attività si fa più frenetica, è una gara veramente spettacolare fatta di rivalità che stimola ogni gruppo a fare meglio dell’altro, è una vera e propria corsa contro il tempo”.

Questo lavoro diventa sempre più febbrile e coinvolgente man mano che si approssima la festa del CORPUS DOMINI. Alla vigilia di questa giornata, sin dal primo pomeriggio, le strade di Spello interessate al percorso della Processione vengono chiuse al traffico e letteralmente invase da gruppi di cittadini e di visitatori di ogni età. 

Per prima cosa si predispongono impianti di illuminazione adeguati e si provvede poi ad allestire collaudati sistemi di protezione (strutture antipioggia e antivento) sui tratti di strada interessati, e ciò per evitare che imprevedibili condizioni atmosferiche avverse possano disturbare o compromettere il lavoro degli Infioratori.

Dopo queste operazioni preliminari si inizia ad eseguire il disegno sul fondo stradale, utilizzando all’uopo le tecniche più disparate: dal disegno a mano libera allo spolvero, dallo stampo metallico alla forma di cartoncino. Eseguiti i disegni, secondo tecniche diverse, si procede infine a depositare i petali variopinti, al fine di conferire le tonalità cromatiche desiderate e ottenere gli effetti artistici voluti. Durante il pomeriggio e tutta la notte del sabato che precede la festa, gli infioratori lavorano sulle strade, chini a terra, per disegnare, deporre e disporre milioni e milioni di petali capaci di produrre quei magici capolavori che sanno di arte antica e moderna, carichi di suggestioni emotive e culturali, collegati ai temi della tradizione religiosa e anche della più viva attualità.

I lavori durano l’intera notte e soltanto alle 9,00 del mattino le strade risultano ricoperte da un unico tappeto policromo e profumato: uno spettacolo unico a vedersi. 

Basti pensare che in un unico percorso floreale vengono mediamente realizzati circa 70 Infiorate tra tappeti – ciascuno dai 12 ai 15 metri di lunghezza, con una superficie minima di 15 mq – e quadri di grandi dimensioni – dai 25 ai 90 mq .

L’unicità del carattere della manifestazione è certamente dato dalla tecnica di esecuzione che consiste nell’uso esclusivo di elementi vegetali non trattati con agenti chimici o conservativi né con coloranti artificiali o polverizzati; in questo modo il petalo, adagiato sul suolo stradale, (non si può incollare) regna sovrano in un insieme coinvolgente di colori e profumi.



L’esecuzione delle opere avviene direttamente sul fondo stradale non soggetto ad alcun trattamento: i soggetti e le decorazioni sono sempre rinnovati, si allacciano alla grande tradizione della Pittura Umbra, dal Rinascimento al 700, e a volte il discorso figurativo si apre anche alle maggiori testimonianze dell’arte moderna.

Con il passaggio del Sacro Corteo guidato dal Vescovo che porta l’ostensorio, si chiude un’esperienza di altissimo impegno artistico, di solidarietà civile, culturale e umana, di tensione etica e religiosa che si concretizza in una smagliante armonia di colori. Infatti, le diverse fasi dell’INFIORATA, che vanno dalla progettazione a tavolino fino alla pratica esecuzione dei tappeti artistici, coinvolgono attivamente circa duemila persone. È questa un’occasione in cui tutti possono apportare utili contributi per la migliore riuscita dell’impresa: dal bambino che raccoglie i fiori, al pensionato, all’artista che con mirabile tratto riproduce le MADONNE della SCUOLA UMBRA, gli ANGELI di GIOTTO o le dolci figure del BOTTICELLI. E il capolavoro infatti sta anche in questo: nel magnifico esempio di partecipazione e di coordinamento fra persone che non sono necessariamente dello stesso rione o vicinato; nella multiforme esperienza artistica delle tecniche e degli stili che destano meraviglia; nella vasta panoramica dei temi ispiratori; e infine nel clima di civile confluenza di diversi interessi, da quello religioso a quello di integrazione sociale, da quello turistico a quello artistico.

Quando la domenica sulle bellissime infiorate scorre la processione, lo scopo religioso è raggiunto. 
I preziosi tappeti di fiori – prima custoditi e vigilati con zelo – oramai possono essere calpestati da chiunque, dopo il passaggio del Vescovo. La loro effimera gloria è arrivata alla fine, al suo naturale epilogo; una magnificenza ancor più stimabile e commovente in considerazione del faticoso e gioioso impegno della preparazione e del breve splendore di cui queste opere d’arte hanno goduto.

Con la processione domenicale le splendide composizioni si dissolvono nell’aria. Di queste opere artistiche non rimane più nulla, se non nella memoria di chi le ha ammirate brevemente e nelle foto e nei filmati a colori che le hanno immortalate. In grazia di tutto ciò Spello può affermare ovunque e a pieno titolo, la sua vocazione di Città d’arte, di tradizioni e di cultura.Così descrive la “veglia” del sabato la giornalista Lorella Befani:”Quella di sabato è una notte particolarmente sofferta; oltre alla stanchezza che sopraggiunge c’è anche la preoccupazione per le condizioni del tempo che non fanno sperare nulla di buono. Un gruppo di ragazzi si affretta a costruire una struttura sormontata da grossi teloni che dovrà proteggerli e proteggere il tappeto floreale in caso di pioggia o vento; intanto c’è chi provvede, aiutato da altri del gruppo, ad allacciare l’energia elettrica per la notte. e un incredibile via vai di gente di tutte le età, un susseguirsi di ordini impartiti a destra e a sinistra; un’eccitazione che coinvolge anche í passanti, felici tuttavia di farsi trascinare in quella notte faticosa ma allegra e un po’ folle, fatta di litigi per un colore sbagliato e di risate.

La struttura protettiva è finalmente terminata, tutto è pronto per il momento più atteso: la composizione dei petali per creare il disegno prescelto. A questo punto, c’è una vera e propria divisione dei compiti: l’”artista” del gruppo esegue la parte più complessa del tappeto e cioè i soggetti religiosi, gli altri che sono di solito i più giovani, si occupano delle parti decorative che fanno da cornice ai “quadri”, altri ancora sono intenti a portare le scatole piene di petali a seconda delle richieste di ognuno. Ora l’intero paese è al lavoro. Ogni tanto qualche passante si affaccia timidamente oltre il telo di protezione per, “rubare” qualche particolare dalle mani abili di quei ragazzí. La notte è lunga, è sofferta, ma tra un caffè e l’altro che può aiutarli a restare svegli, sorgono le prime luci dell’alba. Malgrado la stanchezza, l’attività si fa più frenetica, è una gara veramente spettacolare fatta di rivalità che stimola ogni gruppo a fare meglio dell’altro, è una vera e propria corsa contro il tempo”.

La solennità del Corpus Domini nacque nel 1247 nella diocesi di Liegi, in Belgio, per celebrare la reale presenza di Cristo nell’eucaristia[4] in reazione alle tesi di Berengario di Tours, secondo il quale la presenza di Cristo non era reale, ma solo simbolica.[5]

L’introduzione di questa festività nel calendario cristiano la si deve principalmente a una donna, suor Giuliana di Cornillon, una monaca agostiniana vissuta nella prima metà del tredicesimo secolo. Da giovane avrebbe avuto una visione della Chiesa con le sembianze di una luna piena, ma con una macchia scura, a indicare la mancanza di una festività. Nel 1208 ebbe un’altra visione, ma questa volta le sarebbe apparso Cristo stesso, che le chiese di adoperarsi perché venisse istituita la festa del Santissimo Sacramento, per ravvivare la fede dei fedeli e per espiare i peccati commessi contro il sacramento dell’eucaristia. Dal 1222, anno in cui era stata nominata priora del convento di Mont Cornillon, chiese consiglio ai maggiori teologi ed ecclesiastici del tempo per chiedere l’istituzione della festa. Scrisse una petizione anche a Hughes de Saint-Cher, all’arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaléon (futuro Urbano IV) e a Roberto di Thourotte, vescovo di Liegi. Furono proprio l’iniziativa e le insistenti richieste della monaca a far sì che, nel 1246, Roberto de Thourotte convocasse un concilio e ordinasse, a partire dall’anno successivo, la celebrazione della festa del Corpus Domini. All’epoca i vescovi avevano infatti la facoltà di istituire festività all’interno delle loro diocesi.

Alcuni anni dopo la morte di suor Giuliana e di Roberto de Thourotte, nel 1264 papa Urbano IV, che già aveva contribuito alla prima festa del Corpus Domini in Belgio, dopo aver riconosciuto il miracolo eucaristico di Bolsena fece promulgare la bolla Transiturus de hoc mundo, con la quale istituì la solennità del Corpus Domini come festa di precetto e la estese alla Chiesa universale, fissandola al giovedì dopo l’ottava della Pentecoste.

Durante il periodo delle guerre di religione in Francia (in verità tra il 1540 e il 1600, cioè in un arco temporale leggermente più lungo), la processione del Corpus Domini fu oggetto di ostilità da parte degli Ugonotti. Infatti i Calvinisti (noti in Francia come Ugonotti) negano la transustanziazione come leggenda priva di fondamento, e persino offensiva nei confronti della religione evangelica. Gli Ugonotti facevano la processione oggetto di numerose provocazioni, e veri e propri attacchi alle immagini e all’ostia, oppure semplicemente dimostravano la loro diversità religiosa (non stendendo alla finestra le tovaglie che, tradizionalmente, le famiglie cattoliche francesi mettevano in mostra in omaggio alla processione, lavorando ostentatamente alle finestre o davanti agli usci ecc.).

Fino alla metà del Seicento in certe zone della Francia la processione del Corpus Domini fu quindi accompagnata da massicci schieramenti di forza pubblica, e con i fedeli in genere armati e pronti a difendere l’ostia da eventuali profanazioni.

Il nome della solennità

Corpus Domini 2020: la bellezza dell'Ostensorio

Nella bolla del 1264 la festa è descritta come memorialis sacramentum in cotidianis missarum sollemnior, festum sanctissimi Corporis Domini nostri Jesu Christi[11] (…”festività del santissimo Corpo di nostro Signore Gesù Cristo) nella quale si afferma la divinità di Gesù e, in particolare, del Suo Corpo (indicato con l’iniziale maiuscola).

Il Messale successivo alla riforma liturgica ribattezzò la celebrazione col nome latino di Sollemnitas Sanctissimi Corporis et Sanguinis Christi a seguito della soppressione della festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, ritenuta un doppione, e che si celebra tuttavia ancora il 1º luglio.

La ricorrenza ha il grado liturgico di solennità ed è di precetto. Il suo giorno proprio è il giovedì della II settimana dopo la Pentecoste, il che corrisponde al giovedì dopo la solennità della Santissima Trinità. Nei Paesi, come l’Italia, in cui il giovedì non è giorno festivo nel calendario civile, la solennità si trasferisce alla seconda domenica dopo Pentecoste, in conformità con le Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario.[12]

Orvieto, dove fu istituita, la festività si svolge comunque il giovedì dopo la solennità della Santissima Trinità. Nella stessa data si celebra in quei paesi nei quali la solennità è anche festa civile: nei cantoni cattolici della Svizzera, in Spagna, in GermaniaIrlandaCroaziaPoloniaPortogalloBrasileAustriaPrincipato di Monaco e a San Marino. A Roma, la celebrazione è presieduta dal Papa e inizia con la Messa sul sagrato della basilica di San Giovanni in Laterano, cui fa seguito la processione eucaristica tradizionale fino alla basilica di Santa Maria Maggiore; si è svolta di giovedì sera fino al 2017, quando papa Francesco, per motivi pastorali, l’ha spostata alla domenica sera.

Nella riforma del rito ambrosiano, promulgata dall’arcidiocesi di Milano il 20 marzo 2008, la festività è stata riportata obbligatoriamente al giovedì della II settimana dopo Pentecoste con la possibilità, per ragioni pastorali, di celebrarla anche la domenica successiva.[13][14]

Numerose diocesi in Italia continuano a proporre ai fedeli la celebrazione e la processione eucaristica, a livello diocesano, il giovedì, lasciando la domenica per le celebrazioni e le processioni parrocchiali.

Celebrazione

Processione

In occasione della solennità del Corpus Domini si porta in processione, racchiusa in un ostensorio sottostante un baldacchino, un’ostia consacrata ed esposta alla pubblica adorazione: viene adorato Gesù vivo e vero[15], presente nel Santissimo Sacramento. Invece nelle città di Orvieto e Bolsena oltre al Santissimo Sacramento vengono portate in processione le reliquie del miracolo eucaristico occorso al sacerdote boemo Pietro Da Praga nel 1263 presso l’Altare del Miracolo situato nella basilica di Santa Cristina nella città di Bolsena e dal 6 gennaio 2013 fino al 14 novembre 2014 si è tenuto un giubileo eucaristico straordinario nelle comunità di Orvieto e di Bolsena medianti la Diocesi di Orvieto Todi.

Inni

Tantum ergo Sacramentum lyrics/ Holy Hour Hymn/Eucharistic Adoration/ Chant Catholic

Papa Urbano IV incaricò Tommaso d’Aquino di comporre l’officio della solennità e della messa del Corpus et Sanguis Domini. In quel tempo, era il 1264, San Tommaso risiedeva, come il pontefice, sull’etrusca città rupestre di Orvieto, nel convento di San Domenico (che, tra l’altro, fu il primo ad essere dedicato al santo iberico). Il Doctor Angelicus insegnava Teologia nello Studium (l’università dell’epoca) orvietano e presso S. Domenico si conserva ancora la sua cattedra e il crocifisso ligneo che gli parlò. Tradizione vuole infatti che proprio per la profondità e completezza teologica dell’officio composto per il Corpus Domini, Gesù – attraverso quel crocifisso – abbia detto: “Bene scripsisti de me, Thoma”. L’inno principale del Corpus Domini, cantato nella processione e nei Vespri, è il Pange lingua; un altro inno dedicato è il Sacris solemniis, specialmente nella sua sezione finale (che costituisce il Panis Angelicus). Esiste anche una sequenza per il Corpus Domini: il Lauda Sion Salvatorem.


Perché le donne portano il velo in testa quando sono in chiesa?

Perché le donne portano il velo in testa quando sono in chiesa?

Riflessioni Mese Mariano Donne e Maria

Chi lo vede come un segno di riverenza, chi come un elemento della tradizione che non deve essere abbandonato. Ma qual è il vero motivo per cui le donne lo indossano? 

Una domanda che in tanti si pongono e a cui attraverso un piccolo excursus anche storico, cerchiamo di rispondere.

Perché le donne portano il velo in testa quando sono in chiesa?

Le donne portano il velo alla Messa?

Ci sono donne che ancora oggi rimangono fedeli al velo intesta. Ma se guardiamo indietro, alle nostre nonne, ci accorgiamo che, poi, non è passato così tanto tempo da quando era uso diffuso. La domanda frequente è.

Perché la donna, in chiesa, copre il capo e gli uomini no?

Sotto il tuo manto (Frisina)

Non si tratta solo del velo. Anche in inverno, ad esempio, ci accorgiamo che alla donna è permesso indossare il cappello in testa, mentre agli uomini no. Un’usanza? Una tradizione prettamente cristiana? O c’è altro? In effetti ci sono delle spiegazioni ben precise per rispondere a questi interrogativi.

La moda, potrebbe dirci, ad esempio, che si tratta di qualcosa di obsoleto. Ma se guardiamo con occhi diversi, con il nostro essere cristiani, ci accorgiamo che, effettivamente, indossare il velo fa parte della tradizione cattolica. Pensiamo al velo solo per le spose, ma non a chi, invece, partecipa alla Messa.

Partiamo dal presupposto che, dovremmo ricordarci che stiamo entrando nella Casa di Dio, in un luogo sacro, dove di lì a poco, sarà celebrata la Messa e Gesù si offrirà nel suo corpo e nel suo sangue.

Non solo vestirci in modo rispettoso (e questo, lo troviamo già ovvio, specialmente durante il periodo estivo, quasi in tutte le chiese, troviamo affissi cartelli dove si richiede il rispetto, anche, nell’abbigliamento, del luogo sacro), e il velo diventa un segno di coerente dignità al luogo, quasi al doverci sentire preparati ancor di più, non solo internamente, ma anche all’esterno, a ciò che sta per avvenire.

Ciò che in chiesa si vela è sacro

Il velo non deve, però, essere indicato come “qualcosa che faccia capire che quello è il modo di vestire della donna”, non deve esser visto come qualcosa di denigratorio. Nel caso delle suore, il velo è segno della loro piena consacrazione a Dio. Ma ogni donna è sacra e quando in chiesa di vela qualcosa, vuol dire che questa è sacra.

Il velo che la donna è invitata ad indossare in chiesa è segno di un valore che lei ha, di un qualcosa di ancora più sacro agli occhi di Dio.

Se, invece, volessimo affiancarci alla tradizione vera e propria, il velo rappresenta la riverenza, il rispetto verso Dio nel suo luogo sacro. Il velo è un segno di devozione, di umiltà.

Come quando entriamo in chiesa e ci segniamo con il segno di croce, abbassiamo la voce in rispetto al luogo e a chi è lì a pregare, dove gli uomini si tolgono il cappello, il velo della donna rappresenta la sua devozione e il suo rispetto davanti al grande Mistero lì presente.

Il velo: nero o bianco?

Ma c’è un altro quesito: perché alcune donne indossano il velo nero ed altre quello bianco? Anche qui, la tradizione è ancora più radicata, specie nelle zone del Sud Italia. Tradizione vuole che il “velo nero” sia usato soltanto in caso di lutto o di Messa funebre, quasi come fosse un segno di sofferenza che vela il viso della donna al mondo esterno e non faccia scoprire, ad esempio, le lacrime agli occhi.

Dall’altro lato, invece, il velo bianco. No, non quello della sposa, ma come quello nero, ci sono alcune donne che si coprono il capo con il velo bianco. Anche qui tradizione vuole che quello bianco lo indossino “le donne che non sono sposate” e, come ci raccontano le nostre nonne, indossare il velo bianco serviva anche ai ragazzi per capire quali erano le donne da marito.

Oggi, ovviamente, c’è chi rispetta questa tradizione ancora e chi no. Anzi: ai nostri giorni, facendo un pò più d’attenzione, è possibile anche vedere in chiesa donne che indossano veli di colore azzurro, beige, marrone, verde o anche rosso. Non c’è più questa differenza così netta e, anche dopo il Concilio Vaticano II, non c’è più neanche “l’obbligo” per le donne dell’uso del velo in chiesa.

Chi lo indossa lo fa per tradizione: sì, proprio quella che descrivevamo poco fa. Insomma: un gesto di rispetto sì, che ci porta anche indietro nel tempo.

 Rosalia Gigliano

Quando si pensa a una donna con il velo si pensa generalmente a una donna di religione islamica. Sembrerà strano, ma il velo non è un simbolo originario dell’Islam. Scopriamo da dove viene e in quali culture esistono o sono esistite “donne velate”.

Quando compare per la prima volta il velo?

Assiri, i Sumeri e gli Egiziani, e la gran parte delle popolazioni che abitavano l’odierno Medio Oriente, usavano il velo. Inizialmente, in queste civiltà, il velo  non era riservato alle donne: coprirsi il capo era un segno di potere, cioè indicava l’appartenenza a un settore privilegiato della società. È nel codice di Hammurabi (1760-1750 a.C. circa), un’antica raccolta di leggi conservata oggi al Louvre di Parigi, che troviamo i primi riferimenti all’obbligo di usare il velo da parte delle donne, che cominciano ad essere confinate nell’ambito della casa.

Nel codice di Hammurabi si legge che  le donne devono coprirsi il capo in segno di umiltà e di sottomissione alla divinità. L’usanza si diffonde anche presso i Greci e i Romani: per loro, una donna con il capo scoperto era una donna che aveva rinunciato alla sua “modestia”, cioè all’obbedienza all’uomo della famiglia. Per cui non poteva essere una donna rispettabile.

Il velo nella Bibbia

Anche le donne ebree avevano l’usanza di coprirsi il capo, lo raccontano vari episodi che troviamo nella Bibbia. Il velo ebraico è un simbolo dal valore religioso e sociale, che rappresenta per la donna sottomissione ai voleri di Dio e dell’uomo.

Secondo la tradizione tramandata da vari testi sacri dell’ebraismo, come la Torah e il Talmud, le donne ebree hassidimite (o chassidimite) il giorno del matrimonio avevano l’obbligo di tagliarsi i capelli e dal quel momento portare un velo colorato per coprirsi. Per gli ebrei di oggi, l’obbligo di usare un copricapo per le donne si ritrova solo in piccole comunità legate alle tradizioni. Per gli uomini invece è rimasto, possiamo vederlo entrando in qualsiasi sinagoga: lo chiamano Kippah.

La “velatio”cristiana: come nasce il velo da sposa

Dall’ebraismo il simbolo del velo si trasferisce al cristianesimo: i riti nuziali dei primi cristiani prevedevano infatti la cerimonia della “velatio”(velazione). Un velo veniva posto sul capo di entrambi gli sposi in origine, a simboleggiare la loro comunione con lo Spirito, e dal quel momento la donna doveva velarsi.

Il velo cristiano aggiunge però al velo ebraico un significato di “purezza”: non a caso anche la Madonna è sempre raffigurata velata. Molti riferimenti al valore del velo si trovano negli scritti di San Paolo, che lo descrive come “vestimento di devozione a Dio”.

Questo significato simbolico si ritrova ancora oggi nell’abbigliamento di suore e monache, le donne che, appunto, si sono consacrate a Dio. O, semplicemente, entrando in chiesa, possiamo intravederlo nelle donne anziane che tuttora mantengono l’usanza.

by Linda Monticelli

Conosci la storia del velo indossato da Maria quando diede alla luce Gesù?

Madonna

Scopriamo la storia del velo indossato dalla Madonna quando diede alla luce Gesù.

Velo Madonna

Sebbene la maggior parte sia andata persa nella storia, alcune delle prime reliquie della Chiesa sopravvivono ancora oggi. Le reliquie che rimangono sono conservate in modo sicuro e conservate in tutto il mondo nelle chiese e nelle cattedrali per essere viste e venerate dai Fedeli.

Tuttavia, dell’ Assunzione in Cielo di Maria non rimangono reliquie corporee. Una delle rare reliquie esistenti è quella detta la sancta camisia, il velo che indossava mentre dava alla luce Gesù Cristo e anche mentre stava ai piedi della Croce.

La tradizione racconta che sancta camisia, in italiano santa camicia, è il velo che venne indossato dalla Vergine Maria durante la Nascita di Cristo. Il velo è lungo più di sei metri e fatto di seta.

Dopo l’Assunzione di Maria, si dice che il velo fu spostato da Gerusalemme a Costantinopoli, dove l’imperatrice bizantina Irene lo presentò all’ Imperatore Carlo Magno. Nell’ 876, suo nipote Carlo il Calvo lo donò alla cattedrale di Chartres in Francia, dove è rimasto per oltre 1100 anni.

Il Velo della Madonna è conservato in un reliquiario d’oro accanto all’altare maggiore e ha sviluppato come centro di molte tradizioni nel corso dei secoli.

Miracoli o eventi per grazia del velo

Per esempio, nel 911, quando il bandito Rollo e i suoi scagnozzi assediarono Chartres, la gente del posto prese il velo dalla chiesa e la sfilò come una bandiera di guerra. Rollo e i suoi uomini furono sconfitti e l’assedio fu revocato.

sancta camisia

Nel 1145, il velo fu quasi distrutto quando la chiesa che lo ospitava prese fuoco. Alcuni membri del clero attraversarono le fiamme nella cripta delle chiese, con il velo in mano. Si dice che tre giorni dopo siano riemersi completamente illesi per l’intercessione di Maria. Il fenomeno fu considerato un miracolo e come segno che dalle ceneri della vecchia chiesa dovesse risorgerne una nuova. La cattedrale di Chartres fu costruita al suo posto.

Le prove scientifiche sul velo lo hanno datato al I secolo d. C., di origine siriana, dando credito alla tradizione secondo cui il velo fu indossato da Maria stessa. Oggi è custodito in modo sicuro in un reliquiario d’oro accanto all’altare della cattedrale di Chartres. Ogni anno il 15 agosto, festa dell’Assunzione di Maria, il velo viene portato in processione a Chartres.

Francesco Frigida

Idea Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it

Festa della Mamma

Festa della Mamma

Una mamma è una carezza che riempie il mondo di amore

La parola più bella
sulle labbra del genere umano è “Madre”,
la più bella invocazione è “Madre mia”.
È la fonte dell’amore, della misericordia,
della comprensione, del perdono.
Ogni cosa in natura parla della madre.

Festa della mamma: storia e curiosità su un giorno amatissimo

Lo sapevi? La giornata ha radici antiche e si celebra in modo diverso ne Paesi del mondo

LE ORIGINI DELLA FESTA – La mamma è protagonista di una festa a lei dedicata fin da tempi molto antichi. In epoca greca e romana le divinità legare alla fertilità femminile erano spesso associate all’agricoltura e, in epoche ancora più antiche, al culto della madre Terra. La primavera, momento di rinascita della natura era la stagione privilegiata in cui celebrare la maternità e la fecondità, e quindi la mamma. 

MOTHER’S DAY – In tempi moderni, la Giornata della mamma è stata celebrata per la prima volta il 24 dicembre 1933, data della Giornata nazionale della Madre e del Fanciullo. Non fu istituita una vera ricorrenza, ma fu piuttosto un evento unico, non più ripetuto negli anni successivi: in quell’occasione furono premiate le madri più prolifiche,  come voleva la politica della famiglia e la retorica propugnata dal governo fascista. Lo spirito odierno della Festa della mamma è, naturalmente, molto differente e, nel nostro Paese, risale al 1956, quando il senatore Raul Zaccari, sindaco di Bordighera, dedicò una giornata alle mamme della sua città; due anni dopo, presentò al Senato della Repubblica un disegno di legge per ottenerne l’istituzione nazionale della festa, che, dopo qualche mese di dibattito, fu ufficialmente istituita. In un primo tempo si celebrava l’8 maggio, ma dal 2000 è stata spostata alla domenica immediatamente successiva. 

DAGLI STATI UNITI IL SIMBOLO DELLA FESTA   Negli Stati Uniti d’America la stessa idea era in circolazione fin dal 1873, anno in cui due donne giunsero per strade diverse alla medesima intuizione. Una era la pacifista e femminista Julia Ward Howe, seguita a ruota da Anna M. Jarvis. In particolare, Anna era profondamente legata a sua madre: dopo la sua morte tempestò di lettere gli uomini politici del governo affinché venisse istituita una festa per celebrare tutte le mamme del mondo. Alla fine riuscì a spuntarla e il primo Mother’s Day fu celebrato a Grafton il 10 maggio 1909. Anna scelse anche come simbolo della festa il garofano bianco, il fiore più amato dalla sua mamma. 

UN FRANCOBOLLO PER LA MAMMA – Oltre Oceano la Festa della mamma ha sempre ricevuto una certa attenzione dei politici, forse legate al consenso politico o a ragioni affettive.  Ad esempio il presidente Roosevelt nel 1934 disegnò personalmente un francobollo ufficiale per la ricorrenza, con tanto di annullo dedicato. Nel nostro Paese le Poste hanno dedicato vari annulli filatelici alla Festa della mamma e una speciale cartolina postale, oggi oggetto da collezione.  

NEI PAESI DEL MONDO – Non tutti i Paesi festeggiano la mamma nello stesso giorno. La seconda domenica di maggio è la data scelta dalla gran parte degli Stati europei, tra cui l’Italia, da Stati Uniti, Giappone, Australia. In Norvegia, invece, la festa cade la seconda domenica di febbraio, mentre in molti Paesi si celebra in coincidenza con la Giornata della Donna, ovvero l’8 marzo. Abbastanza gettonata è anche l’ultima domenica di maggio, scelta da Paesi tra cui Francia,  Algeria, Camerun Haiti, Madagascar, Mali, Marocco, Mauritius, Niger, Senegal, Svezia, Rep. Dominicana e  Tunisia.

La Festa della mamma è la ricorrenza in cui stringerci idealmente a tutte le mamme del mondo, in particolare alla nostra. Perché di mamma ce n’è una sola (anche se qualcuno dice: “per fortuna”), ed è giusto ricordarla con un pensiero e un gesto di affetto.

Maria madre per eccellenza

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Maria madre di tutti e sorella

Giacché Dio è l’Amore, Ella appare come una “spiegazione” di Dio, un libro aperto che spiega Dio.

Una delle immagini più “umane”, e quindi più “divine”, è certamente quella della “madre” in cui è impressa la relazione più profonda che portiamo in noi. Per Chiara Lubich, che ci invita a scoprire nell’amore il cuore pulsante di tutto il Vangelo, questa immagine è l’esempio più eloquente di ciò che Gesù ci chiede come suo comandamento: ama il tuo prossimo come te stesso. Maria, madre di Gesù e madre nostra, per scelta di Dio e sua, è la donna che meglio l’ha vissuto.

«Una madre non cessa di amare il figlio se cattivo, non cessa d’aspettarlo se lontano, non desidera altro che ritrovarlo, perdonarlo, riabbracciarlo: perché l’amore d’una madre profuma tutto di misericordia. L’amore di una madre è qualcosa che è sempre al di sopra di qualsiasi situazione dolorosa o condizione penosa in cui si trovi suo figlio.

È un amore che non viene mai meno di fronte a qualsiasi burrasca morale, ideologica o d’altro genere, che possa travolgere il figlio. Il suo è un amore che, perché sta sopra a tutto, è desideroso di tutto coprire, nascondere.

Se una madre vede il proprio figlio in pericolo, non esita a rischiare ogni cosa, a buttarsi sulle rotaie d’un treno se minaccia di esserne travolto o nelle onde del mare se è in pericolo d’annegare. Perché l’amore d’una madre è naturalmente più forte della morte. Ho sentito dire che recentemente una madre si è gettata dal proprio poggiolo nel tentativo di salvare il bimbo che le era sfuggito dal braccio: un atto inutile e di disperazione, ma che dimostra quanto è grande l’amore d’una madre.

Ebbene, se così è delle madri normali, si può ben immaginare cos’è di Maria, Madre umano-divina del bimbo che era Dio, e Madre spirituale di tutti noi!

Maria è la Madre per eccellenza, il prototipo della maternità, quindi dell’amore. Ma giacché Dio è l’Amore, Ella appare come una “spiegazione” di Dio, un libro aperto che spiega Dio. L’amore in Dio è stato così grande da farlo morire per noi della morte più atroce. E ciò per salvarci: appunto come il motivo dell’amore d’una madre è il bene del figlio.

Maria, perché Madre divina, è la creatura che più copia Dio e più ce lo mostra. Noi dobbiamo ravvivare la fede nell’amore di Maria per noi, dobbiamo credere che ci vuol bene così. E imitarla, perché è il modello di ogni cristiano e la via diretta che porta a Dio».

Chiara Lubich, L’essenziale di oggi. Scritti Spirituali/2, Città Nuova, Roma 1997, pp. 164-165.

Idea Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it

Ddl Anziani-Traguardo Storico

Ddl Anziani-Traguardo Storico

Ddl Anziani verso l’entrata in vigore a marzo, con attuazione da aprile: Assegno Unico per non autosufficienti al posto dell’indennità di accompagnamento. Decreto Anziani in vigore entro marzo: cosa cambia

Approvato in Senato il Ddl Anziani, che in base alle previsioni del Ministero del Lavoro approderà in Gazzetta Ufficiale nei tempi previsti dal PNRR, ossia entro fine marzo. Da aprile si lavorerà poi alla stesura dei decreti attuativi.

Si tratta del disegno di legge n. 205 recante “Deleghe al Governo in materia di politiche in favore delle persone anzianeUna misura straordinaria per adeguare il sistema di welfare italiano ai nuovi bisogni sociali, promuovere il benessere delle persone anziane e mettere le famiglie in condizione di affrontare con maggiore serenità il carico assistenziale durante la terza età della propria vita e gli inevitabili costi correlati, in particolare nel caso di non autosufficienza.

https://www.pmi.it/economia/lavoro/405996/decreto-anziani-in-vigore-entro-marzo-cosa-cambia.html

Ddl anziani: mons. Paglia (Comm. governativa), approvazione Senato è traguardo storico, speriamo in consenso unanime alla Camera

“È un traguardo storico, per una norma che rivede radicalmente tutto l’assetto assistenziale, e non solo, rivolto agli over 65, che in Italia sono 14 milioni. Lo aspettavamo da 40 anni e riguarda la tanto attesa integrazione fra sociale, sanitario e assistenziale, la realizzazione di un vero continuum assistenziale per la presa in carico delle persone anziane sul territorio ed in particolare presso la loro abitazione”. Così mons. Vincenzo Paglia, presidente della Commissione governativa per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana, commenta l’approvazione da parte del Senato del ddl anziani, che dovrà passare ora all’esame della Camera. “La continuità di vita e di cure presso il proprio domicilio è certamente l’aspetto più rilevante del provvedimento – osserva -. Le norme rafforzano anche il diritto di accesso ai servizi di cure palliative, creano finalmente un sistema di governance integrato, introducono accanto alla gestione della disabilità e non autosufficienza la nozione di fragilità e le attività preventive connesse. Si tratta dunque di una legge molto ambiziosa negli obiettivi da raggiungere e che modifica in profondità gli attuali assetti organizzativi”.
Di qui l’auspicio che “nel passaggio alla Camera sia possibile ottenere quel consenso unanime per una delega che era stata introdotta in prima battuta dal governo Draghi e dunque avrebbe dovuto avere un sostegno totale. Avevo sognato che per i 75 anni della Costituzione avremmo potuto esprimere un accordo completo e comune, per una legge che difende i nostri anziani. Ora si dovrà procedere speditamente con tutte le forze politiche, delle Regioni, dei sindacati, del mondo del Terzo settore e del volontariato per implementare le sperimentazioni in grado di esprimere il potenziale della legge”. “Mi sembra molto bello – conclude Paglia -, molto espressivo di una nuova politica questa partecipazione larga nel segno di una immaginazione alternativa per creare – insieme – il nuovo modello e restituire al Paese e a tutti noi una vecchiaia serena e bene assistita”.

Agenzia SIR