Giornata della Memoria

Giornata della Memoria

Auschwitz, la ferita inguaribile dell’umanità

La risposta che non c’è: teologi e filosofi si interrogano sulla Shoah

Giornata della Memoria. Auschwitz, la ferita inguaribile dell’umanità

Ansa

Giornata della Memoria. L’insegna del campo di concentramento di AuschwitzCondividi

27 gennaio 1945. I soldati dell’Armata Rossa sovietica liberarono il campo di concentramento tedesco di Auschwitz, ad ovest di Cracovia, nel sud della Polonia. Mentre si avvicinavano, le SS iniziarono l’evacuazione. Circa 60 mila prigionieri furono costretti a marciare verso ovest, la maggior parte, per lo più ebrei, verso la città di Wodzislaw nella parte occidentale dell’Alta Slesia. Migliaia di persone furono uccise in fretta nei giorni precedenti, il più possibile. Durante la marcia della morte le SS spararono a quelli che, stremati, non potevano continuare a camminare. Gennaio, gelo, fame. Morirono in più di 15 mila. Quando entrò, settantotto anni fa, l’esercito sovietico trovò e liberò oltre 7 mila sopravvissuti, malati e moribondi. Si stima che circa 1,3 milioni di persone siano state deportate ad Auschwitz tra il 1940 e il 1945. Di queste, almeno 1,1 milioni sono state assassinate.

Dal 1933, con la creazione del primo campo di concentramento di Dachau, al 1945, 6 milioni di ebrei vengono sterminati dall’orrore demoniaco del nazismo (senza dimenticare le altre vittime: omosessuali, disabili, rom, sinti, oppositori politici, testimoni di Geova, clochard, ecc.). La Shoah è il “cuore di Tenebra” dell’Occidente, nasce all’interno del brodo di coltura dell’antigiudaismo e antisemitismo che ha attraversato nei secoli l’Occidente. Certo, la follia criminale nazista aggiungeva il razzismo e la cultura del sangue “ariano”.

L’infernale “macchina” del lager serviva non solo allo sterminio ma anche alla creazione, alla mutazione cioè, dell’essenza della natura umana: ovvero la creazione del sub-uomo (esseri inferiori e tali erano considerati gli ebrei) cui i “superuomini” nazisti potevano esercitare ogni sopruso e umiliazione. Quelli, dunque, che non erano “ariani” erano solo “larve umane”, manichini inermi.

Questo era lo scopo dell’ordine del terrore nazista, centrato sul lager. La Shoah quindi svela alla radice di quale crudeltà è capace l’uomo, a che livello di abiezione può spingersi: ridurre il suo simile a bestia.

L’”ordine” sociale del lager era un “ordine” gerarchizzato al massimo. Era un “ordine” del tutto rovesciato rispetto alla normalità: in cima alla gerarchia c’erano i più malvagi.

La Shoah, quindi, pone interrogativi enormi sulla natura dell’uomo e della cultura dell’Occidente.

Ora “La banalità del Male” di Auschwitz, per dirla con Hanna Arendt, pone interrogativi abissali , in particolar modo, ai credenti nel Dio, di Abramo, Isacco, Giacobbe e di Gesù di Nazareth. Tutta la “teodicea” è messa in discussione. Voltaire, nel suo cinismo filosofico contro Leibniz, con sarcasmo poteva affermare che “Lisbona è affondata e a Parigi si balla”. Ma come scrive Theodor Adorno: se Lisbona rappresenta i disastri che la natura compie ai danni dell’uomo, ed oggi sappiamo quanto questi disastri dipendano anche dal comportamento umano, Auschwitz, che “prepara l’inferno reale sulla terra”, pone interrogativi così radicali da sconvolgere sia il teologo che il filosofo: “Dov’era Dio mentre milioni di innocenti ebrei venivano sterminati?

E’ l’interrogativo che si pone Elie Wiesel, nel suo libro La Notte:

Dietro di me sentii lo stesso uomo chiedere: Dov’è Dio adesso?

E udii una voce dentro di me rispondergli: Egli è qui – Egli è appeso qui su questa forca.

Questo è l’evento centrale del libro: la morte letterale di Dio. Altre domande sorgono in questo libro:

Sia benedetto il nome di Dio? Perché, ma perché io avrei dovuto benedirlo? Ogni fibra di me si ribellava. Perché Egli aveva condannato migliaia di bambini a bruciare nelle Sue fosse comuni? Perché aveva continuato a far funzionare sei forni crematori giorno e notte, inclusi lo Shabbat e i giorni santi? Perché con la sua forza aveva creato Auschwitz, Birkenau, Buna e tante altre fabbriche di morte? Come potevo dirgli: Benedetto sei tu, onnipotente, Signore dell’Universo, che ci hai scelti fra tutte le nazioni ad essere torturati giorno e notte, per vedere come i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli finiscono nei forni? […] Ma ora, non ho più supplicato per nulla. Non ero più in grado di emettere un lamento. Al contrario, mi sentivo molto forte. Io ero l’accusatore, Dio l’imputato!”

Sono domande radicali, angoscianti, che pongono al limite la riflessione umana di un credente.

Tra i più importanti pensatori tedeschi, il teologo Jurgen Moltmann, è stato quello che più ha riflettuto su Auschwitz (senza dimenticare il filosofo Hans Jonas): La nozione tradizionale di un “motore immobile” impassibile, era morto in quei campi e non era più sostenibile. Moltmann propone invece un “Dio crocifisso”, che è un Dio “sofferente” e anche “protestante“. Vale a dire, Dio non si distacca dalla sofferenza, ma entra volontariamente nella sofferenza umana con compassione.

Dio in Auschwitz e Auschwitz nel Dio crocifisso” .

Ciò è in contrasto sia con l’iniziativa del teismo che giustifica le azioni di Dio, e sia con l’iniziativa dell’ateismo che accusa Dio. La “teologia trinitaria della croce” di Moltmann afferma invece che Dio è un Dio che protesta e si oppone agli “dei di questo mondo” di potere e di dominio, entrando nel dolore umano e soffrendo sulla croce e sul patibolo di Auschwitz.

Un Dio “sovversivo” che chiede al credente di battersi radicalmente contro gli inferni di quaggiù, in questa opera noi, come ci insegna Etty Hillesum, la giovane donna ebrea che insieme a Edith Stein, Simone Weil rappresentano le luminose figure della mistica femminile di radice ebraica e cristiana contemporanee, “aiutiamo Dio” ad essere ospitato nel cuore dell’uomo.

Ma Auschwitz, come scrive un altro pensatore tedesco Johnann Baptist Metz (anche lui teologo), pone ancora altre domande: “La domanda teologica dopo Auschwitz non è solamente: dove era Dio ad Auschwitz? Ma è anche: dove era ad Auschwitz l’uomo? Come si potrebbe credere nell’uomo, o perfino nell’umanità, quando si dovette sperimentare ad Auschwitz di che cosa «l’uomo» è capace? Come continuare a vivere tra gli uomini? Che cosa sappiamo noi della minaccia all’umanità dell’uomo, noi che abbiamo vissuto voltando le spalle a questa catastrofe o che siamo nati dopo di essa? Auschwitz ha ridotto profondamente il limite di pudore metafisico tra uomo e uomo. A questo sopravvivono solo coloro che hanno poca memoria o coloro che sono riusciti bene a dimenticare che hanno dimenticato qualcosa. Ma nemmeno questi restano illesi. Non si può peccare quanto si vuole contro il nome dell’uomo. Non solo l’uomo singolo, anche l’idea dell’uomo e dell’umanità è profondamente vulnerabile. Solo pochi collegano ad Auschwitz l’attuale crisi d’umanità: l’insensibilità crescente di fronte a diritti e valori universali e grandi, il declino della solidarietà, la furba sollecitudine nel farsi piccoli pur di adattarsi a ogni situazione, il rifiuto crescente di offrire all’io dell’uomo una prospettiva morale, eccetera. Non sono tutte scelte di sfiducia contro l’uomo? La catastrofe che è stata Auschwitz costituisce forse una ferita inguaribile?“ 

«E se anche l’attuale crisi d’umanità – conclude Metz-fosse figlia della ferita inguaribile del lager?» 

Conversione S Paolo

Conversione S Paolo

Frasi Celebri di Paolo di Tarso

La vita di San Paolo di Tarso, noto anche come San Paolo Apostolo, è un racconto straordinario di trasformazione e dedizione alla diffusione del cristianesimo. Ecco una panoramica della sua vita e della sua conversione:

  1. Origini e Formazione: Paolo, originariamente chiamato Saulo, nacque a Tarso in Cilicia (l’attuale Turchia) intorno al 5-10 d.C. Era di origine ebraica e cresciuto in una famiglia farisea. Ricevette una formazione religiosa rigorosa e acquisì competenze come fabbricante di tende.
  2. Fase Persecutoria: Inizialmente, Saulo fu noto per la sua opposizione al nascente movimento cristiano. Era un fervente persecutore dei cristiani, partecipando attivamente all’arresto e alla persecuzione dei seguaci di Gesù.
  3. La Conversione sulla Via di Damasco: La svolta nella vita di Saulo avvenne durante un viaggio a Damasco. Mentre si dirigeva verso la città con l’intenzione di perseguitare i cristiani, ebbe un incontro straordinario con Gesù Cristo risorto. Una luce accecante lo avvolse, e Saulo udì la voce di Gesù che gli chiedeva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” Dopo questa esperienza, Saulo rimase cieco per tre giorni.
  4. La Rinascita e la Missione Apostolica: Durante quei giorni di cecità, Anania, un seguace di Gesù, lo guarì e lo battezzò. Da quel momento, Saulo sperimentò una conversione radicale e cambiò il suo nome in Paolo. Iniziò a predicare appassionatamente il cristianesimo, diventando uno degli apostoli più influenti e prolifici nella diffusione del Vangelo.
  5. Le Missioni Apostoliche: Paolo intraprese numerose missioni apostoliche, viaggiando per vasti territori dell’Impero Romano. Fondò numerose comunità cristiane e scrisse diverse epistole (lettere) che costituiscono una parte significativa del Nuovo Testamento.
  6. Imprigionamento e Morte: Paolo affrontò diversi arresti durante la sua missione apostolica, e infine fu imprigionato a Roma. Tradizionalmente si ritiene che sia stato martirizzato, essendo stato giustiziato sotto l’imperatore romano Nerone, intorno al 67 d.C.

La conversione di San Paolo è uno degli eventi più notevoli nella storia cristiana, e la sua trasformazione da persecutore a fervente apostolo ha avuto un impatto duraturo sulla diffusione del cristianesimo nel mondo antico. Le sue lettere, presenti nel Nuovo Testamento, sono ancora oggi fonte di insegnamento e ispirazione per i cristiani.

Dopo la sua conversione miracolosa sulla Via di Damasco, Paolo si ritrovò in una condizione di cecità, sia fisica che spirituale. Gli occhi, una volta aperti solo per cercare e perseguitare i seguaci di Gesù, ora erano chiusi, incapaci di vedere il mondo esterno. Ma nel buio della sua cecità fisica, qualcosa di straordinario stava accadendo dentro di lui.

Durante quei tre giorni di oscurità, Paolo fu attraversato da una profonda riflessione e preghiera. Riconsiderò le sue azioni passate, confrontando il suo zelo per la legge con la luce divina che aveva sperimentato sulla strada per Damasco. In quel silenzio oscuro, Paolo fu visitato da Anania, un seguace di Gesù, che gli impose le mani, restituendogli la vista e il senso spirituale.

La trasformazione di Saulo in Paolo fu radicale. L’uomo che una volta era un accanito persecutore dei cristiani divenne un ardente apostolo di Cristo. Non solo cambiò il suo nome, ma cambiò completamente il corso della sua vita. La luce divina che lo aveva accecato fisicamente lo illuminò interiormente, aprendo gli occhi del suo cuore alla verità del Vangelo.

Da quel momento in poi, Paolo si dedicò instancabilmente a diffondere la buona notizia di Gesù Cristo. Viaggiò per terre lontane, affrontò persecuzioni, incarcerazioni e sofferenze, ma nulla poteva fermare la fiamma della sua fede. Le città, i villaggi e le comunità incontrate nel corso delle sue missioni furono testimoni della sua passione e dedizione.

Le sue lettere, scritte in momenti di prigionia o durante le sue peregrinazioni, diventarono una testimonianza duratura della sua teologia profonda e della sua saggezza spirituale. Attraverso la sua scrittura appassionata, Paolo continuò a guidare e nutrire le comunità cristiane, esortandole all’amore, alla fede e alla speranza.

Il suo cammino apostolico lo portò infine a Roma, la capitale dell’Impero, dove subì il martirio per la sua fede. Paolo, l’ex persecutore diventato apostolo, affrontò la sua fine con la stessa determinazione e fede che aveva guidato la sua vita.

La conversione di Paolo è un racconto di trasformazione straordinaria, un esempio di come la grazia divina può cambiare radicalmente una vita e trasformare un cuore ostile in uno devoto. La storia di Paolo è intrisa di avventure, prove e, soprattutto, della potenza trasformatrice dell’amore di Dio.

Il viaggio di Paolo, dall’oscurità alla luce, è una narrazione che va al di là delle circostanze terrene. La sua vita diventò una testimonianza vivente della grazia redentrice di Cristo, un racconto di speranza che risuona attraverso i secoli.

Mentre Paolo si trovava in prigione a Roma, le sue lettere continuarono a fluire, portando conforto e insegnamento alle comunità cristiane sparse in tutto l’impero. Nelle sue parole, traspariva la consapevolezza profonda della grazia di Dio, della sua misericordia e dell’amore che travalicava le barriere etniche e culturali.

La sua epistola ai Filippesi, scritta in una situazione di apparente difficoltà, riflette la sua prospettiva straordinaria sulla gioia e sull’importanza di concentrarsi su Cristo. “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi!” sono parole che risuonano con un tono di fiducia radicata in una fede salda.

Paolo, l’apostolo delle nazioni, non solo trasformò la sua vita, ma contribuì in modo significativo allo sviluppo teologico del cristianesimo. Le sue lettere, considerate parte integrante del Nuovo Testamento, trattano questioni fondamentali sulla grazia, la fede, la giustificazione e l’amore di Dio.

La sua eredità vive ancora attraverso le comunità cristiane in tutto il mondo, che attingono ispirazione dalle sue parole e dal suo esempio. La conversione di Paolo è un richiamo potente a tutti coloro che si sentono lontani da Dio o intrappolati nel buio delle proprie scelte sbagliate. Essa ci ricorda che, attraverso la grazia, ogni cuore può essere trasformato, e ogni vita può diventare un testimonio vivente della potenza redentrice di Cristo.

La storia di Paolo di Tarso è una testimonianza di come la grazia divina può raggiungere anche il più duro dei cuori e trasformare un persecutore in un apostolo, un testimone ardente della verità che ha incontrato sulla strada di Damasco. La sua vita ci invita a riflettere sulla nostra risposta alla chiamata di Dio e a credere nella possibilità di una trasformazione radicale attraverso l’amore e la grazia divina.

Cosa ci lascia S Paolo e la sua fede in Cristo

San Paolo, attraverso la sua vita, le esperienze e le lettere, lascia alla fede cristiana un ricco patrimonio teologico e spirituale. Alcuni degli insegnamenti chiave che Paolo offre alla fede includono:

  1. Grazia e Giustificazione: Paolo sottolinea la centralità della grazia divina nella salvezza. In molte delle sue lettere, espone il concetto che la salvezza non è ottenuta attraverso le opere, ma è un dono gratuito di Dio. La giustificazione, secondo Paolo, deriva dalla fede in Gesù Cristo.
  2. Fede e Opera: Nonostante l’importanza attribuita alla grazia, Paolo enfatizza anche l’importanza della fede viva che si manifesta attraverso le opere di amore. La fede, per lui, è dinamica e si esprime nell’impegno pratico verso Dio e il prossimo.
  3. Corpo di Cristo: Paolo usa l’immagine del corpo per descrivere la Chiesa come il Corpo di Cristo. Ogni membro, anche se diverso, contribuisce al bene comune. Questo insegnamento promuove l’unità, la diversità e la responsabilità reciproca all’interno della comunità cristiana.
  4. Amore e Libertà: Nel celebre capitolo sulla carità (1 Corinzi 13), Paolo dipinge un ritratto dell’amore cristiano. L’amore, secondo lui, è la forza motrice di tutte le azioni cristiane. Nel contempo, sottolinea la libertà cristiana, ma avverte contro un uso egoistico della libertà che potrebbe danneggiare gli altri.
  5. Sofferenza e Consolazione: Paolo affronta la realtà della sofferenza, sia fisica che spirituale. Nel suo insegnamento, la sofferenza può essere vista come una partecipazione alla sofferenza di Cristo e può portare a una profonda consolazione. La sua stessa vita, segnata da prove e difficoltà, testimonia la potenza della grazia di Dio nel mezzo delle avversità.
  6. Risurrezione e Vita Eterna: Paolo dedica parte significativa delle sue lettere a trattare della risurrezione. In particolare, nella sua prima lettera ai Corinzi, spiega la centralità della risurrezione di Cristo per la fede cristiana e la speranza nella vita eterna.

Il contributo di San Paolo alla fede cristiana è di una portata eccezionale. Le sue lettere, ispirate dallo Spirito Santo, forniscono una guida profonda e pratica per la vita cristiana. Paolo ci lascia una eredità che ci invita a vivere con fede e amore, a riconoscere la potenza trasformatrice della grazia di Dio e a impegna rci nella costruzione del Regno di Dio sulla terra.

  1. La Lotta Spirituale: Paolo parla della realtà della lotta spirituale e della necessità di indossare l’armatura di Dio (Efesini 6:10-18). Ci insegna a essere pronti ad affrontare le sfide spirituali con fede, preghiera e resistenza, consapevoli della presenza di forze spirituali in conflitto.
  2. La Comunione Eucaristica: Nelle sue lettere, Paolo spiega il significato e la profondità della Cena del Signore. Nel suo insegnamento sulla Cena del Signore (1 Corinzi 11:23-26), sottolinea la comunione con Cristo e con i membri del Corpo di Cristo attraverso questo sacramento.
  3. La Forza nella Debolezza: Paolo condivide la sua esperienza di “spina nella carne” (2 Corinzi 12:7-10), rivelando come Dio usi la debolezza umana per manifestare la sua potenza. Questo ci insegna a trovare la forza in Dio anche nelle nostre limitazioni.
  4. Il Cammino della Fede: Paolo stesso è un esempio di perseveranza nella fede nonostante le avversità. Nei momenti di prigione, persecuzione e sofferenza, mantiene la sua fiducia in Dio e continua a diffondere il Vangelo. Il suo coraggio e la sua dedizione ci ispirano a perseverare nella fede anche di fronte alle sfide.
  5. La Gentilezza e l’Amabilità: Anche nelle sue correzioni e ammonizioni, Paolo esprime la gentilezza e l’amabilità. Nel suo insegnamento sulla correzione fraterna, ci invita a correggerci a vicenda con amore e rispetto, cercando la crescita spirituale degli altri (Galati 6:1).
  6. L’Attesa della Parusia: Paolo parla dell’attesa della seconda venuta di Cristo (Parusia) e dell’importanza di vivere in modo vigilante e preparato per l’incontro con il Signore (1 Tessalonicesi 4:16-18). Questa attesa forma la base della speranza cristiana e ci orienta verso il futuro glorioso che Dio ha preparato per coloro che lo amano.

Il contributo di Paolo alla fede cristiana va ben oltre le sue parole. La sua vita e il suo ministero incarnano la trasformazione che la grazia di Dio può operare in un individuo. Ciò che ci lascia è un invito a vivere con fede, speranza e amore, a essere testimoni del Vangelo in ogni aspetto della nostra vita quotidiana.

  1. L’Unità nella Diversità: Paolo si sforza di promuovere l’unità all’interno della Chiesa, anche in mezzo alle differenze culturali e etniche. In molte delle sue lettere, enfatizza che tutti sono uno in Cristo Gesù, indipendentemente dalla loro origine o status sociale (Galati 3:28). Questa visione dell’unità nella diversità rimane un insegnamento essenziale per le comunità cristiane.
  2. Il Ministero della Consolazione: Paolo, il “Dio della consolazione” (2 Corinzi 1:3), incoraggia la Chiesa a condividere consolazione con gli altri. Egli stesso, attraverso le sue prove, imparò a consolare gli altri con la consolazione che aveva ricevuto da Dio.
  3. Il Ruolo delle Donne nella Chiesa: Mentre alcuni passaggi delle sue lettere sono stati interpretati in modi diversi, Paolo riconosce il contributo significativo delle donne nella Chiesa. Nella sua lettera ai Romani, menziona Febe come diacono e Prisca (o Priscilla) come sua collaboratrice nella diffusione del Vangelo.
  4. La Generosità e la Colletta per i Poveri: Paolo è coinvolto nell’organizzazione di raccolte di fondi per i poveri tra le comunità cristiane (2 Corinzi 8-9). Questa pratica riflette la sua preoccupazione per la giustizia sociale e l’attenzione ai bisogni materiali dei membri della Chiesa.
  5. La Disciplina nella Chiesa: Paolo affronta anche la questione della disciplina nella Chiesa. Nel suo insegnamento, sottolinea la necessità di correggere il comportamento errato all’interno della comunità, mantenendo un bilanciamento tra amore e disciplina per il bene comune.
  6. Il Combattimento del Buon Combattimento della Fede: Nelle sue ultime lettere, Paolo usa immagini guerresche per descrivere la sua corsa nella fede. Parla di aver combattuto il buon combattimento, completato la corsa e conservato la fede (2 Timoteo 4:7). Questa immagine esorta i credenti a perseverare nella fede nonostante le sfide.

San Paolo, attraverso la sua vita e le sue lettere, ci offre un ampio spettro di insegnamenti che abbracciano aspetti teologici, etici e pratici della vita cristiana. Il suo lascito è un richiamo costante a vivere secondo i principi del Vangelo, a crescere nella fede, nella speranza e nell’amore, e a perseguire la santità in ogni aspetto della vita. La sua eredità continua a guidare e ispirare milioni di credenti nel loro cammino di fede.

  1. La Priorità della Preghiera: Paolo sottolinea l’importanza della preghiera in diverse occasioni. Invita i credenti a pregare senza cessare (1 Tessalonicesi 5:17) e a presentare le loro richieste a Dio con gratitudine (Filippesi 4:6). La preghiera, per Paolo, è un mezzo vitale di comunicazione con Dio e un’opportunità per trovare consolazione e forza.
  2. La Parola di Dio come Spada dello Spirito: Nell’armatura spirituale descritta in Efesini 6, Paolo colloca l’importanza della Parola di Dio come la “spada dello Spirito”. Questo sottolinea la potenza della Scrittura nel combattere le tentazioni spirituali e nel rivelare la volontà di Dio.
  3. La Comunione Fraterna: Paolo promuove la comunione fraterna e l’attenzione agli altri. In 1 Corinzi 12, utilizza l’immagine del corpo per spiegare l’importanza di ciascun membro nella Chiesa. Questo insegna la responsabilità reciproca e la condivisione delle gioie e delle sofferenze all’interno della comunità cristiana.
  4. La Fiducia nella Provvidenza Divina: Anche di fronte alle difficoltà e alle avversità, Paolo insegna la fiducia nella provvidenza divina. La sua affermazione “Tutto posso in colui che mi dà forza” (Filippesi 4:13) riflette la sua convinzione che la forza di affrontare le sfide proviene da Cristo.
  5. La Predicazione del Vangelo: Paolo considera la predicazione del Vangelo come una missione centrale nella vita del cristiano. Nella sua lettera ai Romani, chiede: “Come invocheranno colui in cui non hanno creduto? E come crederanno in colui di cui non hanno udito parlare? E come ne udranno parlare se non vi sarà chi predichi?” (Romani 10:14). Questo sottolinea l’importanza di condividere attivamente la buona notizia con gli altri.
  6. L’Umiltà e l’Esaltazione di Cristo: Paolo esorta i credenti a coltivare l’umiltà, seguendo l’esempio di Cristo (Filippesi 2:5-11). Questo insegnamento ci ricorda di servire gli altri con umiltà e di riconoscere la grandezza di Dio nella nostra vita.
  7. La Speranza Resa Sicura in Cristo: Paolo insegna che la speranza cristiana non delude perché è fondata sulla fede in Gesù Cristo. Scrivendo ai Romani, afferma che la speranza non delude “perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5:5). La speranza cristiana è radicata nell’amore di Dio e nella presenza dello Spirito Santo nelle nostre vite.

Questi insegnamenti di San Paolo formano un ricco tesoro per la fede cristiana, offrendo orientamenti pratici, etici e teologici. Paolo ci sfida a vivere in modo coerente con la nostra fede, ad abbracciare la grazia di Dio e a essere testimoni del Vangelo in ogni aspetto della nostra vita. La sua eredità continua a illuminare il cammino di coloro che cercano di seguire Cristo oggi.

  1. La Virtù della Pazienza: Paolo, affrontando le difficoltà e le avversità nella sua vita e nel suo ministero, esemplifica la virtù della pazienza. Incoraggia i credenti a perseverare nelle tribolazioni, sapendo che la pazienza produce carattere e speranza (Romani 5:3-4).
  2. La Responsabilità Individuale e Collettiva: Paolo insegna sia la responsabilità individuale che quella collettiva nella vita cristiana. Mentre sottolinea l’importanza della fede personale e della relazione individuale con Cristo, riconosce anche la responsabilità dei credenti di sostenersi a vicenda e di costruire insieme il corpo di Cristo.
  3. Il Combattimento Contro le Tenebre Spirituali: Paolo riconosce la presenza delle tenebre spirituali e invita i credenti a combattere il buon combattimento della fede. Nel suo insegnamento sulla guerra spirituale, ci esorta a indossare l’armatura di Dio per resistere alle insidie del nemico (Efesini 6:10-18).
  4. L’Ammonimento Fraterno: Paolo, nella sua lettera ai Galati, incoraggia il confronto fraterno e l’ammonimento quando un credente si allontana dalla verità. Questo insegnamento riafferma l’importanza della cura e dell’accountability all’interno della comunità cristiana.
  5. Il Culto della Vita Consacrata: Paolo dedica una parte significativa delle sue lettere a spiegare il significato e la pratica del culto cristiano. Nell’insegnamento sulla consacrazione del nostro corpo come un “sacrificio vivente” (Romani 12:1), sottolinea l’importanza di vivere ogni aspetto della nostra vita in adorazione a Dio.
  6. La Lotta Contro la Tentazione: Paolo riconosce la realtà delle tentazioni e invita i credenti a resistere con fermezza. Nel suo insegnamento sulla tentazione, sottolinea che Dio fornirà una via d’uscita e che possiamo affrontare le sfide con la forza che ci viene da Cristo (1 Corinzi 10:13).
  7. Il Ruolo dello Spirito Santo nella Vita del Credente: Paolo insegna l’importanza dello Spirito Santo nella vita del credente. Nei suoi scritti, evidenzia il ruolo dello Spirito Santo nell’illuminare, consolare, guidare e santificare i credenti, rendendoli capaci di vivere una vita in conformità con la volontà di Dio.
  8. La Promessa della Vita Eterna: Paolo offre la sicurezza della vita eterna a coloro che confidano in Cristo. Nel suo insegnamento sulla risurrezione dei morti (1 Corinzi 15), proclama la vittoria su morte e peccato attraverso Cristo, offrendo la speranza della vita eterna con Dio.

La ricchezza degli insegnamenti di Paolo continua a offrire guida e ispirazione alla comunità cristiana. La sua eredità si riflette nella profondità teologica, nella praticità etica e nella saggezza spirituale che permea le sue lettere. Paolo ci incoraggia a vivere con fede, a lottare per la verità e a crescere nell’amore di Dio, invitandoci a una vita di consacrazione e speranza nella promessa della vita eterna.

La disperazione delle madri dei migranti

La disperazione delle madri dei migranti

Se Michelangelo fosse vissuto ai nostri giorni, forse La pietà l’avrebbe raffigurata così: con i volti straziati dalla disperazione delle madri che piangono i loro figli. Figli migranti, saliti a bordo di barche di fortuna in cerca di un futuro migliore lontano da casa e finiti, invece, inghiottiti dalle acque del mare, a causa di tragici naufragi.

Le madri ritratte in questa fotografia vivono nella città settentrionale siriana di Manbij, al confine con la Turchia. Le lacrime che rigano i loro volti sono quelle per nove migranti curdi, i loro figli che non torneranno mai più indietro, perché annegati, ad ottobre, al largo delle coste dell’Algeria.

Ma il pianto di queste donne siriane non è diverso da quello della madre del piccolo Hudaifa, di soli due anni, partito a settembre su un “barcone della speranza” da Antalya, in Turchia, e morto di sete in mare aperto, a circa 71 miglia dalla Libia. È stata la mamma ad accorgersi che il piccolo non respirava più. Ed è stata lei a lavarlo e a rivestirlo con abiti puliti, custoditi accuratamente in una busta e pensati per l’arrivo sulla terra ferma. Ed è stata sempre lei ad affidarlo alle acque del mare, che lo hanno travolto per sempre.

Lo stesso dolore e le stesse lacrime le immaginiamo sul volto e nel cuore della giovane mamma di 19 anni che, pochi giorni fa, è stata soccorsa al largo di Lampedusa insieme ad altri migranti e che ha visto morire suo figlio, un neonato di soli venti giorni. E a nulla serve dire che il piccolo soffriva di problemi respiratori, perché ciò non allevia lo strazio della madre.

Quel medesimo strazio accompagna da tempo le donne che partecipano al “Movimiento Migrante Mesoamericano”, organizzazione che, dal 2004, attraversa il Messico con una carovana. A comporla sono le madri di migranti scomparsi durante il loro viaggio dall’America Latina verso la frontiera settentrionale con gli Stati Uniti. Le statistiche diffuse dal Registro nacional de personas desaparecidas y no localizadas (Rnpdno) rivelano che le persone migranti delle quali non si ha più traccia sono quasi 3.000, a cui si aggiungono oltre 20.000 di nazionalità non identificata, per un totale di quasi 100.000 desaparecidos in tutto il Messico. Erano partiti in cerca di fortuna, ma hanno incontrato la morte. Pietà per loro, pietà per le loro madri.

di ISABELLA PIRO

Poesia “Quando sarai vecchia”

Poesia “Quando sarai vecchia”

“Quando sarai vecchia” di William Butler Yeats: la poesia dell'amore perduto

Le poesie di William Butler Yeatspremio Nobel per la Letteratura nel 1923, sono poesie autunnali, che si adattano perfettamente alla sottile malinconia che pervade questa stagione. Sembrano essere il preludio di qualcosa, proprio come il vento d’autunno porta con sé un presagio d’inverno soffiando tra le foglie ormai fragili degli alberi.

C’è una poesia in particolare che pare incarnare l’essenza più pura della malinconia: parla della vecchiaia, dunque della vita che lentamente sfiorisce, ma anche di un amore immortale. Si intitola When You Are Old, traducibile in italiano come Quando sarai vecchia e nel testo originale è lenta come una ballata, sembra essere suonata dalle corde struggenti di un violino.
Procede per immagini folgoranti: c’è un camino acceso e una donna seduta in poltrona con un libro in mano; la donna è ormai anziana, le sue mani sono solcate da rughe, gli occhi hanno perso la luce di un tempo; in seguito la poesia si eleva a un livello spirituale, metafisico sino a chiudersi dinnanzi all’immensità indefinibile di un cielo stellato, “uno sciame di stelle” eternamente luccicante come una passione che sempre brucia nel cuore e non lo consuma.

La lirica fu pubblicata nella seconda raccolta poetica di William Butler Yeats, The Rose (1893). Nel testo l’autore si rivolge direttamente alla donna amata e la invita a proiettare la sua mente nel futuro, a quando non sarà più bella e affascinante, solo in quel momento capirà chi l’ha amata veramente senza affidarsi al valore effimero e transitorio della bellezza.
When You Are Old è tuttora considerata una delle più belle poesie d’amore perché intreccia temi importanti quali la passione amorosa, il rifiuto, la giovinezza, al sentimento ineffabile del tempo che scorre.

Scopriamo testoanalisi e commento della poesia di Yeats.
Riportiamo anche il testo originale per mantenere intatta la cadenza musicale della lirica del poeta irlandese che, purtroppo, nella traduzione perde le sue melodiose assonanze.

Quando sarai vecchia di William Butler Yeats: testo

Quando sarai vecchia e grigia e dal sonno onusta,
e sonnecchierai col capo tentennante accanto al fuoco,
prendi questo libro e lenta leggi,
e sogna il dolce sguardo
che avevano un tempo i tuoi occhi, e la loro ombra profonda.

In molti amarono i tuoi attimi di felice grazia
e amarono la tua bellezza con amore falso o vero,
ma un uomo solo amò la tua anima pellegrina,
e amò le pene del tuo viso mentre incessante mutava.

Piegati ora accanto all’ardente griglia del camino
e sussurra, con tristezza, come l’amore scomparve,
e vagò alto sopra le montagne,
e nascose il suo viso in uno sciame di stelle.

Quando sarai vecchia di William Butler Yeats: testo originale

When you are old and grey and full of sleep,
And nodding by the fire, take down this book,
And slowly read, and dream of the soft look
Your eyes had once, and of their shadows deep;

How many loved your moments of glad grace,
And loved your beauty with love false or true,
But one man loved the pilgrim soul in you,
And loved the sorrows of your changing face;

And bending down beside the glowing bars,
Murmur, a little sadly, how Love fled
And paced upon the mountains overhead
And hid his face amid a crowd of stars.

Quando sarai vecchia di William Butler Yeats: analisi e commento

Fondamentalmente Quando sarai vecchia può essere letta come una poesia sul rimpianto. Yeats in questi versi parla di un amore perduto.
La lirica si apre con un’esortazione: il poeta invita la donna amata a figurarsi la sua vecchiaia, quando la sua bellezza giovanile sarà in parte sfiorita e i suoi occhi avranno uno sguardo più severo, meno sognante. In quel momento, dice, rimpiangerà l’amore che lui gli aveva offerto un tempo che ormai è volato via, andando oltre le cime delle alte montagne, si è dissolto nel cielo in uno scintillio di stelle.

L’intero componimento è strutturato nel modo di far percepire al lettore la scena con tutti e cinque i sensi: ci sono le fiamme del camino che emanano calore, poi l’impatto visivo della donna che è “grigia” – con un colore per metonimia rimanda all’anzianità del corpo – e “sonnolenta”, attributo fisico che allude alla stanchezza della vecchiaia.
La seconda strofa presenta un potente flashback: il poeta ricorda la donna com’era in gioventù, bella, luminosa e affascinante, circondata da amici e spasimanti. Tutti amavano il suo volto giovane e il suo sorriso; ma uno solo amava lo smarrimento della sua anima “pellegrina” e indomabile. Quell’anima tenace è tutto ciò che ora sopravvive nella vecchiaia, quel che identifica la donna ben oltre la chioma di capelli grigi e lo sguardo opaco.

Il verso più bello di Yeats è quello in cui il poeta dice:

And loved the sorrows of your changing face.

L’amore del poeta per la donna era così assoluto che non amava soltanto il suo viso animato dal momento gioioso del sorriso, ma persino nelle pene, nelle sofferenze che talvolta lo sfiguravano conducendolo al pianto. In poche ma evocative parole Yeats disse alla donna di averla amata più intensamente nei suoi momenti di tristezza; pensiero che ricorda la dedica di Umberto Saba alla moglie Lina “per le altezze l’amai del suo dolore”.

Nella terza strofa si ritorna al momento presente/futuro in cui la donna è anziana e si piega sulla grata ardente del camino, sopraffatta da una malinconia indefinibile. In questa atmosfera Yeats inserisce la figura retorica più potente, la personificazione dell’amore “When love fled”, immagina che l’amore sia volato via come se fosse dotato di un proprio corpo e di un proprio spirito.
C’è questo concetto del lento mutare di tutte le cose che è uno dei temi fondanti della poesia: il volto della donna si trasfigura dalla giovinezza alla vecchiaia, la bellezza appassisce e, infine, c’è l’amore non corrisposto che vola lontano eppure non muore, anzi, continua a splendere.
In pochi versi William Butler Yeats riesce a racchiudere il malinconico fluire del tempo, fotografandolo nei suoi mutamenti: prima che come una poesia d’amore, dunque, When You Are Old può essere letta come una poesia sul tempo.

L’amore dunque se n’è andato, ma non è svanito del tutto. Il poeta immagina che abbia superato le cime delle montagne sino a raggiungere il cielo brillando in alto, tra le stelle, dove sopravvivono le cose che i mortali hanno perduto e che sono condannati a rimpiangere ogni giorno della loro vita.

Storia del Presepe

Storia del Presepe

Dall’origine al nostro salotto

La rappresentazione della natività di Gesù Cristo è una pratica antichissima, iniziata da semplici disegni stilizzati per poi evolversi, nel corso dei secoli, fino a una vera e propria espressione artistica, ammaliando la fantasia di pittori e scultori che hanno contribuito in modo determinante alla sua conquista di un posto sotto i riflettori di chiese, musei e salotti. Vediamo allora di approfondire questo cammino, scoprendo come nacque e si diffuse il presepe nel corso della storia.

Riassunto della storia del presepe

L’origine del presepe

Le prime testimonianze storiche del presepe risalgono al III-IV secolo, quando i cristiani raffiguravano nei loro luoghi di ritrovo, come ad esempio le catacombe, le immagini di Maria con il piccolo Gesù in grembo. Non si trattava quindi di scene complesse, come quelle a cui siamo oggi abituati, ma di semplici iscrizioni simboliche, al pari ad esempio del disegno del pesce, che simboleggiava Gesù Cristo.

Le rappresentazioni pittoriche medievali

Dal Quattrocento e per tutto il Medioevo, esempi di presepe possono essere considerate le numerose raffigurazioni sulla natività di Cristo, eseguite da pittori come Botticelli, Giotto, Piero della Francesca e il Correggio, molte delle quali esposte nelle chiese per mostrare alla popolazione analfabeta le scene della vita di Gesù

ll primo presepe nel senso moderno del termine, però, si fa comunemente risalire a quello inscenato da San Francesco d’Assisi durante il giorno di Natale del 1223, nel piccolo paese di Greccio (vicino Rieti). Nel 1220 San Francesco aveva compiuto un pellegrinaggio in Terra Santa (Palestina) per visitare i luoghi della nascita di Gesù Cristo, ed era rimasto talmente colpito da Betlemme che, tornato in Italia, chiese a Papa Onorio III di poter uscire dal convento di Greccio per inscenare la rappresentazione della natività.

Il primo presepe della storia venne allestito nei pressi del bosco vicino al paese, in una grotta. Francesco portò in una grotta la mangiatoia con la paglia e vi condusse il bue e l’asino (non c’erano la Vergine Maria, Giuseppe e il bambinello). La popolazione accorse numerosa e così il santo poté narrare a tutti i presenti, che non sapevano leggere, la storia della nascita di Gesù.

La particolarità di questo presepe, oltre a quella di essere stato il primo nella storia, risiede nel fatto di essere stato anche il primo presepe vivente del mondo, sebbene non ancora rappresentato nella forma completa.

Come si diffuse il presepe dal Trecento al Seicento

Furono la grandezza di San Francesco e l’interesse per le sue gesta a costituire lo sponsor ideale per la diffusione del presepe. Seguendo il suo esempio, le prime rappresentazioni della natività con tanto di scenografia e statuine scolpite fecero la loro comparsa nelle chiese, al fianco dei dipinti che trattavano lo stesso argomento. Partendo da Greccio, il presepe divenne così una tradizione popolare che si allargò in maniera capillare in tutta l’Italia centrale e in Emilia. Nel corso del XV secolo il presepe raggiunse la città di Napoli e nelle decadi successive, soprattutto in seguito all’invito che Papa Paolo III rivolse ai fedeli attraverso il Concilio di Trento (1545-1563), conquistò un posto anche nelle case nobiliari, sotto forma di soprammobile o nelle vesti di cappella in miniatura.

Il Settecento e il Presepe Napoletano

Fu però il Settecento il periodo più fiorente per il presepe, che ormai aveva raggiunto gran parte d’Italia e veniva già declinato nelle differenti tradizioni popolari (napoletano, genovese, bolognese, etc).

L’arte presepiale si diffuse nelle case delle famiglie più insigni delle città. In particolar modo a Napoli, il presepe raggiunse livelli espressivi originali e ricercatissimi, divenendo motivo di vanto per le famiglie che facevano a gara per avere il presepe più sfarzoso. A questo scopo, i nobili non badavano a spese e commissionavano ai loro scultori di fiducia lavori imponenti, realizzati con materiali sempre più preziosi, e ai presepi dedicavano intere stanze delle loro residenze per farne sfoggio durante i ricevimenti e le feste private.

Fu in questo periodo che venne istituita a Bologna la fiera di Santa Lucia, un mercato annuale (che ancora oggi richiama migliaia di appassionati da tutto il mondo) dove venivano esposte le statuine realizzate dagli artigiani locali.

Il presepe popolare

Per ironia della sorte il presepe, nato come strumento di comunicazione con la popolazione, entrò nelle case popolari solo dopo aver trovato posto nelle chiese e nelle residenze nobiliari. Nel corso del XVIII e del XIX secolo, infatti, la tradizione del presepe guadagnò nelle abitazioni delle persone comuni il posto centrale che ancora oggi occupa nelle festività natalizie.

Oggi, grazie alla tecnologia, il presepe tradizionale si è arricchito di nuove funzionalità (le luci, i ruscelli d’acqua che scorre, etc) e soprattutto di nuovi materiali. Sebbene infatti siano ancora molti i presepi che vengono realizzati con materiali tradizionali (terracotta, legno, gesso e cartapesta), molti di quelli disponibili nei negozi sono in materiale plastico, che è più economico e durevole nel tempo.

Non solo, perché oggi i presepi si trovano anche all’aperto, esposti nelle piazze di tantissime città d’Italia e non solo, dove diventano parte integrante delle decorazioni natalizie del centro abitato, offrendosi a un pubblico vasto fatto non solo di residenti, ma sotto il periodo natalizio anche di numerosi turisti che con le loro foto e i loro video, nell’era dei social network, contribuiscono direttamente a promuovere l’immagine e la tradizione del presepe in tutto il mondo.

Cosa fa Dio in Vacanza?

Cosa fa Dio in Vacanza?

Ciò che Dio ha fatto durante le mie vacanze estive e probabilmente anche le tue( Tratto da un racconto)

parco nazionale delle montagne

Il peccato riporta le sue piccole vittorie, ma il Dio dell’amore è molto più grande..

Non sono riuscito a dormire l’ultima notte del nostro soggiorno di agosto al campeggio KOA fuori dal Glacier National Park, dove la nostra famiglia stava festeggiando una riunione. È stata una settimana da capogiro. Seguendo il consiglio di amici, avevamo guidato dal Kansas attraverso il Wyoming fino al Montana e avevamo alloggiato nei campeggi dei parchi nazionali Grand Tetons e Yellowstone.

Così sono andato a fare una passeggiata alle 4 del mattino e ho pensato a cosa Dio ha fatto durante le mie vacanze estive. 

Innanzitutto, ho visto l’amore di Dio nel mondo naturale. 

La vacanza è arrivata dopo che ho registrato l’episodio del mio podcast Extraordinary Story incentrato sulle parole di Gesù sui gigli del campo, che un autore chiama “una passeggiata attraverso il Giardino dell’Eden al fianco del meraviglioso Creatore, una passeggiata curativa intesa a apri i nostri occhi e cura l’inquietudine del nostro cuore attraverso la contemplazione del mondo naturale che ci circonda”.

Quel giorno, ho capito cosa intendeva sulla Going-to-the-Sun Road del Montana, con scogliere a strapiombo che torreggiano su di noi da un lato e precipitano in un abisso dall’altro. Le nebbie si muovevano al rallentatore oltre i sempreverdi e l’acqua bianca scendeva a cascata lungo scogliere frastagliate. Continuava a venirmi in mente una frase, così l’ho detta ad alta voce nel furgone: “Dio ha creato tutto questo pensando a noi”. 

Questo è innegabilmente vero. 

Dio ha dato agli esseri umani la capacità unica di apprezzare la bellezza – e poi ha reso la terra straordinariamente bella perché ci ama. O meglio, poiché Egli è fuori dal tempo, ciò a cui assistiamo in ogni momento è il suo atto creativo originale, che travolge noi e tutti nella storia con la verità della sua bellezza e bontà.

In secondo luogo, ho visto l’amore di Dio nella mia famiglia.

In realtà, Dio non solo ci benedice con il suo atto creativo, ma ci invita a farlo. Insieme alla bellezza della natura nel Giardino dell’Eden, Dio ha donato al suo popolo l’amore sponsale che doveva “essere fecondo e moltiplicarsi”.

Per me, ciò significava che mentre camminavo per il campeggio di notte, passavo davanti a figli, figlie, nipoti, zii, cugini e suoceri addormentati. 

Alla cena di riunione di famiglia di quel giorno, avevo visto parenti in magliette Harley-Davidson chiacchierare con gli amministratori della scuola Montessori, guardalinee chiacchierare con dirigenti aziendali e adolescenti giocare con entusiasmo al “mostro di lava” nel parco giochi con nipoti e nipoti.

La famiglia passa in secondo piano per gran parte dell’anno, ma durante le vacanze si vede quanto sia potente.

Terzo: ho visto quanto è fragile tutto ciò.

Bisogna ammettere che mentre assistevo alla maestosità della bellezza della montagna, la vedevo attraverso i finestrini sporchi di un furgone disseminato di involucri di snack alla frutta, bottiglie d’acqua, tovaglioli e il contenuto di borse per pannolini rovesciate. I boschi erano disseminati di una raccolta meno concentrata dello stesso tipo di cose, incluso almeno un involucro di snack che è esploso fuori dalla mia porta e in aria, più velocemente di quanto potessi correre.

E, a parte il mio unico commento su Dio, la nostra conversazione familiare era per lo più fatta di forti lamentele per i piedi puzzolenti, valutazioni rabbiose dell’egoismo degli altri e discussioni su ciò che qualcuno diceva e su come lo diceva .

Per quanto il nostro viaggio abbia evocato il Giardino dell’Eden, ha anche reso molto chiaro che il Giardino dell’Eden è scomparso, scambiato con il peccato.

Quarto: ho visto il cielo.

A nord, dove eravamo noi, il sole resta alto fino a molto tardi in agosto. Durante la mia passeggiata alle 4 del mattino, mi sono reso conto che era la prima volta che ero uscito nel buio più totale, ho alzato lo sguardo e ho visto il vasto cielo pieno di stelle.

Aristotele guardò queste stelle e decise di voler vivere la sua vita in armonia con il logos, l’ordine dell’universo, la logica al centro delle cose. Ma voleva farlo attraverso il miglioramento personale, non il dono di sé.

San Giovanni guardò questo cielo e scrisse “il Verbo si fece carne” – il Logos si fece uomo. Dopo che abbiamo distrutto il Giardino che ci ha donato, Gesù ha fatto per noi la via del ritorno riversandosi sulla croce e nei sacramenti. Ora, unendo la nostra donazione alla sua, possiamo risorgere dai nostri peccati e unirci all’Amore che è alla radice di tutto.

Dante guardò le stesse stelle al termine del suo lungo viaggio e disse: “Qui la mia visione esaltata perdette la sua potenza e il mio desiderio fu trascinato dall’Amore che muove le stelle”.

Il peccato ottiene le sue piccole vittorie, ma il Dio dell’amore è molto più grande e combatte al nostro fianco per la bellezza, la verità e la bontà in ogni passo del cammino. Questo è ciò che Dio ha fatto durante le mie vacanze estive.