il Papa prepara la rivoluzione digitale

il Papa prepara la rivoluzione digitale

Vaticano 2.0: il Papa prepara la rivoluzione digitale

La svolta 5G di Bergoglio in vista del Giubileo 2025

di Luigi Bisignani

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TikTok…sono Francesco!

Il Santo Padre non è ancora un TikToker, ma la sua rivoluzione digitale è già iniziata e sarà battezzata urbi et orbi al Giubileo del 2025. Aspettiamoci dunque cyberspazi con effetti speciali, a cominciare dalla Basilica di San Pietro e i Musei Vaticani, per un’esperienza immersiva nelle meraviglie vaticane. E se i fedeli non andranno alla montagna, sarà la montagna ad andare dai fedeli, con San Pietro – anziché Singapore o la Silicon Valley – che porterà direttamente nelle case dei cristiani il “metaverso”. Il Papa è convinto che l’opera di evangelizzazione della Chiesa, ormai ai minimi storici, debba avere un “upgrade”. Così, spinto anche da potenti lobby Usa che, uno ad uno, gli hanno fatto incontrare i grandi profeti del mondo digitale, da Gates, Musk a Cook, i quali, a loro volta, gli hanno vaticinato la “modernità religiosa” dei big data per stare al passo con i tempi.

Una rivoluzione copernicana per Bergoglio se si pensa che in Argentina, negli anni ‘90, non voleva saperne di avere in arcivescovado anche solo un semplice computer. Preferiva dilettarsi con “Más allá del horizonte”, più conosciuta come “Milagros”, la telenovela argentina a produzione targata Silvio Berlusconi, nei confronti del quale, forse per questo, ha nutrito sempre una particolare simpatia.

Francesco, una volta eletto e sorprendendo tutti, qualche tempo dopo affermò che “Internet era un dono di Dio e che occorreva aprire le porte delle Chiesa all’era digitale”. E da lì a poco ha scoperto i videomessaggi grazie ai quali non fa che intrattenersi a tutte le ore con gli amici, facendo impazzire i suoi collaboratori.

Il rivoluzionario passo successivo nel digitale è stato nel 2020, quando, con la sua benedizione, Microsoft, Ibm, la Fao e il Governo italiano hanno firmato la Call for an AI Ethics, un protocollo d’intesa nato per sostenere un approccio etico all’Intelligenza Artificiale, così da promuovere tra organizzazioni, governi e istituzioni un senso di responsabilità condivisa.

Tuttavia, nella Chiesa ci sono molte sacche di resistenza a questa nuova linea “Matrixiana”; tra i followers più convinti, invece, si annoverano il neocapo della Cei il Cardinale Matteo Zuppi, l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Don Paolo Benanti, teologo francescano e accademico noto al grande pubblico per la trasmissione “Codice – La vita è digitale” su Raiuno di Barbara Carfagna.

Ma anche in Segreteria di Stato risiede grande sensibilità per il digitale da parte di un folto gruppo capitanato da Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati.

Dopo l’incontro con Bill Gates, che lo ha colpito per la sua filantropia, il “Papa 5G” ha avviato la “digital revolution” conversando anche con Elon Musk (Starlink potrebbe essere il primo provider di internet gratis, come è già successo in Ucraina) e poi con Tim Cook, Ceo di Apple, il quale gli ha spiegato la direzione che prenderà l’azienda che dirige finanziando scuole dove si formeranno gli ingegneri che svilupperanno reti neurali artificiali. Quest’ultime imitano il comportamento del cervello umano, consentendo ai software di riconoscere modelli e risolvere problemi comuni nei campi dell’artificial intelligence, del machine learning e del deep learning. Ed è proprio questa, secondo il neo-pastore digitale Bergoglio, la rivoluzione che cambierà il modo di fare evangelizzazione della Chiesa e anche quello grazie al quale le finanze vaticane dovranno sostenersi.

Ai Musei Vaticani, grazie a monsignor Paolo Nicolini, vicedirettore gestionale che ne guida la trasformazione, vedremo in tutto il mondo ologrammi che riprodurranno le magnifiche opere contenute nei musei ed è già iniziata la produzione degli “nft” (digital art) di quasi tutte le principali opere. Bergoglio, citando più volte Marconi con i suoi esperimenti radio, avvenuti in Vaticano, che hanno cambiato le sorti del mondo, desidera che la Pontificia Accademia delle Scienze nata con lo scopo di promuovere il progresso della matematica, della fisica, delle scienze naturali e lo studio dei relativi problemi epistemologici, diventi, inter alia, un marchio di garanzia non solo per l’eticità delle scoperte del mondo scientifico, ma anche un laboratorio all’avanguardia del digitale, chiamando a sé grandi ingegneri digitali.

Un ambizioso progetto che necessita però di uno staff da affiancare al Cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, giudicato ancora non perfettamente in linea con questa nuova missione da “Futurama”. L’high-tech, dunque, come strumento di pace e crescita per l’uomo, con un occhio ai paletti da imporre al Transumanesimo, ovvero l’impiego della tecnologia per migliorare la condizione umana. Internet, bene comune dell’umanità e, dunque, possibilmente accessibile a tutti.

L’e-learning, infine, per scolarizzare a basso costo i bambini in tutto il mondo: in sintesi, il digitale utilizzato per abbattere ogni forma di discriminazione. È su questi temi che Bergoglio vorrebbe incentrare la sua ultima parte di pontificato, un “digilitalesimo” per superare il grande gap giovani-religione-Chiesa. È proprio vero che le vie del Signore sono infinite. A maggior ragione, se poi ci aggiungi quelle virtuali: sempre gloria nell’alto del Cloud.

2 Febbraio Presentazione di Gesù al tempio

2 Febbraio Presentazione di Gesù al tempio

Il 2 febbraio la Chiesa Cattolica celebra la Presentazione di Gesù al Tempio (dal vangelo di Luca 2,22-39) che avvenne secondo le usanze dell’epoca previste dalla legge giudaica per i primogeniti maschi. Viene popolarmente chiamata festa della  Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele ricordando il Cristo (ovvero il messia “unto” dal signore per essere luce che illumina le genti), così come il bambino Gesù venne definito dal vecchio Simeone, saggio e profeta.
La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.
Celebrazioni legate alla luce in questo periodo dell’anno esistevano feste e celebrazioni in alcune tradizioni religiose precristiane. Alcuni studiosi rilevano come la Candelora cristiana possa essere stata introdotta in sostituzione di una festività preesistente; vista la coincidenza del periodo dell’anno con il periodo di 40 giorni dopo la nascita di Gesù.
Nell’antica Roma era usanza nel periodo della februatio, la purificazione della città, che le donne girassero per le strade con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce. Ben presto, però, prevalsero i significati legati all’aspetto luminoso dell’imminente primavera, in corrispondenza con i riti propiziatori agresti per l’inaugurazione del nuovo anno agricolo. I Lupercali o Lupercalia si festeggiavano alle Idi di febbraio, il 15; per i Romani ultimo mese dell’anno. Servivano a purificarsi prima dell’avvento dell’anno nuovo, propiziandone la fertilità. La cerimonia era legata alla famosa Lupa che allattò Romolo e Remo.
Ancora oggi si usa il detto :“Nella Festa della Candelora dall’inverno semo fora”.

Come spiegare la Candelora ai bambini del catechismo?

E’ il giorno in cui si benedicono le candele e i ceri nelle chiese, simbolo di Cristo e “luce per illuminare le genti“, come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.

Dal punto di vista simbolico, questa celebrazione indica il passaggio dall’oscurità e dal buio alla luce alla rinascita e, dunque, a una nuova stagione che coincide con la primavera.

Presentazione del Signore 
Nel vangelo di Luca leggiamo: «Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore..» (Lc 2,22). La festa che celebriamo quest’oggi è dunque la “presentazione del Signore”, anche se la fede popolare la chiama da tempo “candelora”.

L’episodio è inoltre talmente importante da far parte dei misteri gioiosi del Rosario, preghiera che, come sappiamo, ha riassunto in passato i momenti cruciali della vita di Gesù, offrendoli alla meditazione della gente semplice, illetterata.

Perché dovremmo festeggiare il fatto che Gesù bambino viene presentato al tempio?
L’evangelista, anzitutto, mette insieme due cerimonie: la purificazione della madre, quaranta giorni dopo il parto, e la consacrazione del figlio primogenito, da offrire al Signore (o, più precisamente, da “riscattare” ad un prezzo, nel caso di Gesù, una coppia di tortore). Questa duplice motivazione è ben sottolineata dal cambio di nome che ha subito tale festività: se per lungo tempo la si è definita “Purificazione della SS. Vergine Maria”, la riforma liturgica del 1960 le ha restituito l’antico nome di “Presentazione del Signore”.

Ma quando nasce come vera e propria festa nella Chiesa?
La prima testimonianza ci parla del IV secolo, a Gerusalemme. In seguito l’imperatore Giustiniano decretò il 2 febbraio come giorno festivo in tutto l’impero d’Oriente, mentre Roma adottò la festività verso la metà del VII secolo: papa Sergio I istituì la più antica processione penitenziale romana, che partiva dalla chiesa di S.Adriano al Foro, e si concludeva a S.Maria Maggiore.

Perché la gente continua tuttavia a chiamarla “candelora”?
Per via del rito della benedizione delle candele, durante la processione in chiesa, rito che risale intorno all’anno Mille e che si ispira alle parole di Simeone: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Lc 2,29-32).

Già, Simeone ed Anna, qual è il ruolo dei due anziani in questa scena?
Simeone, tenuto in vita dalla speranza di incontrare il Messia, corona il suo “sogno”: prende in braccio il piccolo e, sconvolto, proclama che a quel punto può morire in pace, alla sua vita non può chiedere di più!
Anna, da parte sua – una profetessa rimasta vedova giovanissima e non più risposatasi – è il prototipo delle vecchiette che si incontrano nelle Messe feriali, la cui fede viene talvolta giudicata con troppa superficialità: un esempio di fede semplice e robusta, sicuramente non dominata dalle mode del tempo, di cui spesso siamo schiavi un po’ tutti..

C’è qualcosa che accomuna i due anziani, oltre all’età? Cos’hanno visto di speciale in quel bambino? Cosa cercavano?
Entrambi hanno saputo cogliere l’essenziale. La legge ebraica esigeva la presenza di almeno due testimoni per instaurare una causa.. ecco che due testimoni, Simeone ed Anna, riconoscono l’inizio di un tempo nuovo. Grazie a loro due tutto ci è chiaro fin dall’inizio: Gesù è il Messia promesso da Dio e venuto ad illuminare tutti i popoli.

Peccato non avere più tra noi due personaggi così bravi ad indicarci la luce..
Nient’affatto! La Chiesa, oggi, celebra anche – e non a caso – la Giornata della vita consacrata: questo Vangelo «costituisce un’icona – dice papa Francesco – della donazione della propria vita da parte di coloro che, per un dono di Dio, assumono i tratti di Gesù vergine, povero e obbediente..». E aggiunge: «Le persone consacrate sono segno di Dio nei diversi ambiti di vita.. Ogni persona consacrata è un dono per il popolo di Dio in cammino».

Illuminati da tali guide, ringraziamo allora il Signore con le parole di San Sofronio: «Nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola.. le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo.. nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio».

2 Febbraio Festa della Giornata Mondiale della vita consacrata. In questo giorno, ricco di storia e di molteplici significati, che ricorre la Giornata mondiale della Vita Consacrata voluta da Papa Giovanni Paolo II nel 1997.

In questa occasione la Chiesa celebra il “sì” dei consacrati e delle consacrate alla chiamata di Dio. Nella “icona evangelica” della presentazione di Gesù, Simeone rende grazie a Dio perché finalmente può stringere tra le braccia il Messia atteso. Così in questa Giornata si vuole rendere grazie a Dio per la presenza della Vita Consacrata dentro la Chiesa che ricorda a tutti i battezzati la bellezza della vocazione cristiana che a ciascuno chiede di testimoniare nella vita la luce di Gesù e del Vangelo.

Febbraio delle Parrocchie

Febbraio delle Parrocchie

Il Papa: preghiamo perché ogni parrocchia abbia le porte sempre aperte per tutti

Guarda alle comunità parrocchiali l’intenzione di preghiera di Francesco affidata a tutta la Chiesa per il mese di febbraio. Era il 2023, appena un anno fa ma, nel video diffuso dalla Rete mondiale di preghiera del Papa c’era l’invito sempre attuale a ripensare con coraggio lo stile delle parrocchie per farle diventare veri luoghi di comunione tra le persone e di accoglienza, senza esclusioni

Adriana Masotti – Città del Vaticano

La parrocchia non è un “club” riservato a pochi, ma un luogo dove per entrare non sono richiesti particolari requisiti e alla cui porta d’entrata si dovrebbe leggere: “ingresso libero”. E’ per questa intenzione che Francesco invita a pregare la Chiesa nel Video diffuso dalla Rete mondiale di preghiera del Papa per il mese di febbraio. Un modo per chiedere che le parrocchie siano davvero comunità, centri di ascolto e di accoglienza “con le porte sempre aperte”.

Il messaggio del Papa 

“A volte penso che dovremmo affiggere nelle parrocchie, alla porta, un cartello che dica: ‘Ingresso libero’ – afferma Papa Francesco nel Video del Papa  -. Le parrocchie devono essere comunità vicine, senza burocrazia, centrate sulle persone e in cui trovare il dono dei sacramenti. Devono tornare ad essere scuole di servizio e generosità, con le porte sempre aperte agli esclusi. E agli inclusi. A tutti”. Il messaggio di Francesco è che “le parrocchie non sono un club per pochi, che garantisce una certa appartenenza sociale”. E prosegue con l’esortazione: “Per favore, siamo audaci! Ripensiamo tutti allo stile delle nostre comunità parrocchiali”. L’intenzione di preghiera del Papa per febbraio è dunque “perché le parrocchie, mettendo la comunione – la comunione delle persone, la comunione ecclesiale – al centro, siano sempre più comunità di fede, di fraternità e di accoglienza verso i più bisognosi”.

La ricchezza della Chiesa sono le persone 

L’esterno di una parrocchia bellissima, ma vuota. Poi la stessa parrocchia, piena di persone, che diventa dunque ancora più bella. Il Video del Papa di questo mese si apre così – si legge nel comunicato stampa che lo accompagna – ricordando che la ricchezza della Chiesa non sono gli edifici, ma le persone che li abitano. Le immagini, provenienti da parrocchie di tutto il mondo, descrivono incontri conviviali, conferenze, distribuzione di aiuti ai più bisognosi, visite agli anziani e ai malati, spettacoli. È un video, dunque, pieno di vita, quella vita che scorre nelle parrocchie e le rende ancora punti di riferimento per molti, dove si impara l’arte dell’incontro.

Locandina intenzione di preghiera del Papa per il mese di febbraio

Locandina intenzione di preghiera del Papa per il mese di febbraio

La parrocchia è presenza della Chiesa tra le case

Il comunicato ricorda che già nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Papa Francesco aveva evidenziato la centralità della parrocchia: “sebbene non sia l’unica istituzione evangelizzatrice”, aveva scritto citando un’espressione di Giovanni Paolo II nella Christifideles laici, la parrocchia ha la particolare caratteristica di essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie”. Per questo deve stare “in contatto con le famiglie e con la vita del popolo” e non diventare “una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi”. Ma questo “appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie”, aggiungeva, “non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente”. Il Pontefice, dunque, insiste sull’idea che le parrocchie debbano portare avanti questo cammino di trasformazione per essere sempre aperte e a disposizione di tutti senza esclusioni, per questo parla di audacia e di ripensamento dello stile attuale delle comunità.

Le persone al centro della vita parrocchiale

Commentando l’intenzione di preghiera di febbraio, padre Frédéric Fornos S.J., direttore Internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, ha ricordato che “qualche anno fa, Francesco ha detto alla diocesi di Isernia-Venafro: ‘Ogni comunità parrocchiale è chiamata ad essere luogo privilegiato dell’ascolto e dell’annuncio del Vangelo; casa di preghiera raccolta intorno all’Eucaristia; vera scuola della comunione’. Ascolto, preghiera e comunione – prosegue padre Fornos – sono indicazioni sinodali essenziali per la vita delle parrocchie. Per far questo, però, devono essere davvero comunità, con le persone al centro, perché siamo realmente comunità quando conosciamo l’altro, conosciamo il suo nome, le sue necessità, la sua voce”.

L'intenzione di preghiera del Papa

L’intenzione di preghiera del Papa

Ripensare allo stile delle nostre comunità

Si tratta di una sfida molto grande, dice ancora il direttore della Rete, infatti “quante volte accade che la parrocchia si trasformi in un raggruppamento di persone più o meno sconosciute che si ritrova per la Messa della domenica ma senza vita comunitaria?” “Essere una comunità cristiana – sottolinea – è una grazia, nasce dalla fede condivisa, dalla fraternità vissuta e dall’accoglienza ai più bisognosi; nasce da un’esperienza spirituale comune, dall’incontro con Cristo Risorto. Come dice Francesco nel Video del Papa – conclude padre Fornos -, dobbiamo essere ‘audaci’ nell’ascolto dello Spirito Santo e ripensare tutti ‘allo stile delle nostre comunità parrocchiali’”.

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2023-01/papa-francesco-video-intenzione-preghiera-febbraio-rete-mondiale.html

Giornata della Memoria

Giornata della Memoria

Auschwitz, la ferita inguaribile dell’umanità

La risposta che non c’è: teologi e filosofi si interrogano sulla Shoah

Giornata della Memoria. Auschwitz, la ferita inguaribile dell’umanità

Ansa

Giornata della Memoria. L’insegna del campo di concentramento di AuschwitzCondividi

27 gennaio 1945. I soldati dell’Armata Rossa sovietica liberarono il campo di concentramento tedesco di Auschwitz, ad ovest di Cracovia, nel sud della Polonia. Mentre si avvicinavano, le SS iniziarono l’evacuazione. Circa 60 mila prigionieri furono costretti a marciare verso ovest, la maggior parte, per lo più ebrei, verso la città di Wodzislaw nella parte occidentale dell’Alta Slesia. Migliaia di persone furono uccise in fretta nei giorni precedenti, il più possibile. Durante la marcia della morte le SS spararono a quelli che, stremati, non potevano continuare a camminare. Gennaio, gelo, fame. Morirono in più di 15 mila. Quando entrò, settantotto anni fa, l’esercito sovietico trovò e liberò oltre 7 mila sopravvissuti, malati e moribondi. Si stima che circa 1,3 milioni di persone siano state deportate ad Auschwitz tra il 1940 e il 1945. Di queste, almeno 1,1 milioni sono state assassinate.

Dal 1933, con la creazione del primo campo di concentramento di Dachau, al 1945, 6 milioni di ebrei vengono sterminati dall’orrore demoniaco del nazismo (senza dimenticare le altre vittime: omosessuali, disabili, rom, sinti, oppositori politici, testimoni di Geova, clochard, ecc.). La Shoah è il “cuore di Tenebra” dell’Occidente, nasce all’interno del brodo di coltura dell’antigiudaismo e antisemitismo che ha attraversato nei secoli l’Occidente. Certo, la follia criminale nazista aggiungeva il razzismo e la cultura del sangue “ariano”.

L’infernale “macchina” del lager serviva non solo allo sterminio ma anche alla creazione, alla mutazione cioè, dell’essenza della natura umana: ovvero la creazione del sub-uomo (esseri inferiori e tali erano considerati gli ebrei) cui i “superuomini” nazisti potevano esercitare ogni sopruso e umiliazione. Quelli, dunque, che non erano “ariani” erano solo “larve umane”, manichini inermi.

Questo era lo scopo dell’ordine del terrore nazista, centrato sul lager. La Shoah quindi svela alla radice di quale crudeltà è capace l’uomo, a che livello di abiezione può spingersi: ridurre il suo simile a bestia.

L’”ordine” sociale del lager era un “ordine” gerarchizzato al massimo. Era un “ordine” del tutto rovesciato rispetto alla normalità: in cima alla gerarchia c’erano i più malvagi.

La Shoah, quindi, pone interrogativi enormi sulla natura dell’uomo e della cultura dell’Occidente.

Ora “La banalità del Male” di Auschwitz, per dirla con Hanna Arendt, pone interrogativi abissali , in particolar modo, ai credenti nel Dio, di Abramo, Isacco, Giacobbe e di Gesù di Nazareth. Tutta la “teodicea” è messa in discussione. Voltaire, nel suo cinismo filosofico contro Leibniz, con sarcasmo poteva affermare che “Lisbona è affondata e a Parigi si balla”. Ma come scrive Theodor Adorno: se Lisbona rappresenta i disastri che la natura compie ai danni dell’uomo, ed oggi sappiamo quanto questi disastri dipendano anche dal comportamento umano, Auschwitz, che “prepara l’inferno reale sulla terra”, pone interrogativi così radicali da sconvolgere sia il teologo che il filosofo: “Dov’era Dio mentre milioni di innocenti ebrei venivano sterminati?

E’ l’interrogativo che si pone Elie Wiesel, nel suo libro La Notte:

Dietro di me sentii lo stesso uomo chiedere: Dov’è Dio adesso?

E udii una voce dentro di me rispondergli: Egli è qui – Egli è appeso qui su questa forca.

Questo è l’evento centrale del libro: la morte letterale di Dio. Altre domande sorgono in questo libro:

Sia benedetto il nome di Dio? Perché, ma perché io avrei dovuto benedirlo? Ogni fibra di me si ribellava. Perché Egli aveva condannato migliaia di bambini a bruciare nelle Sue fosse comuni? Perché aveva continuato a far funzionare sei forni crematori giorno e notte, inclusi lo Shabbat e i giorni santi? Perché con la sua forza aveva creato Auschwitz, Birkenau, Buna e tante altre fabbriche di morte? Come potevo dirgli: Benedetto sei tu, onnipotente, Signore dell’Universo, che ci hai scelti fra tutte le nazioni ad essere torturati giorno e notte, per vedere come i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli finiscono nei forni? […] Ma ora, non ho più supplicato per nulla. Non ero più in grado di emettere un lamento. Al contrario, mi sentivo molto forte. Io ero l’accusatore, Dio l’imputato!”

Sono domande radicali, angoscianti, che pongono al limite la riflessione umana di un credente.

Tra i più importanti pensatori tedeschi, il teologo Jurgen Moltmann, è stato quello che più ha riflettuto su Auschwitz (senza dimenticare il filosofo Hans Jonas): La nozione tradizionale di un “motore immobile” impassibile, era morto in quei campi e non era più sostenibile. Moltmann propone invece un “Dio crocifisso”, che è un Dio “sofferente” e anche “protestante“. Vale a dire, Dio non si distacca dalla sofferenza, ma entra volontariamente nella sofferenza umana con compassione.

Dio in Auschwitz e Auschwitz nel Dio crocifisso” .

Ciò è in contrasto sia con l’iniziativa del teismo che giustifica le azioni di Dio, e sia con l’iniziativa dell’ateismo che accusa Dio. La “teologia trinitaria della croce” di Moltmann afferma invece che Dio è un Dio che protesta e si oppone agli “dei di questo mondo” di potere e di dominio, entrando nel dolore umano e soffrendo sulla croce e sul patibolo di Auschwitz.

Un Dio “sovversivo” che chiede al credente di battersi radicalmente contro gli inferni di quaggiù, in questa opera noi, come ci insegna Etty Hillesum, la giovane donna ebrea che insieme a Edith Stein, Simone Weil rappresentano le luminose figure della mistica femminile di radice ebraica e cristiana contemporanee, “aiutiamo Dio” ad essere ospitato nel cuore dell’uomo.

Ma Auschwitz, come scrive un altro pensatore tedesco Johnann Baptist Metz (anche lui teologo), pone ancora altre domande: “La domanda teologica dopo Auschwitz non è solamente: dove era Dio ad Auschwitz? Ma è anche: dove era ad Auschwitz l’uomo? Come si potrebbe credere nell’uomo, o perfino nell’umanità, quando si dovette sperimentare ad Auschwitz di che cosa «l’uomo» è capace? Come continuare a vivere tra gli uomini? Che cosa sappiamo noi della minaccia all’umanità dell’uomo, noi che abbiamo vissuto voltando le spalle a questa catastrofe o che siamo nati dopo di essa? Auschwitz ha ridotto profondamente il limite di pudore metafisico tra uomo e uomo. A questo sopravvivono solo coloro che hanno poca memoria o coloro che sono riusciti bene a dimenticare che hanno dimenticato qualcosa. Ma nemmeno questi restano illesi. Non si può peccare quanto si vuole contro il nome dell’uomo. Non solo l’uomo singolo, anche l’idea dell’uomo e dell’umanità è profondamente vulnerabile. Solo pochi collegano ad Auschwitz l’attuale crisi d’umanità: l’insensibilità crescente di fronte a diritti e valori universali e grandi, il declino della solidarietà, la furba sollecitudine nel farsi piccoli pur di adattarsi a ogni situazione, il rifiuto crescente di offrire all’io dell’uomo una prospettiva morale, eccetera. Non sono tutte scelte di sfiducia contro l’uomo? La catastrofe che è stata Auschwitz costituisce forse una ferita inguaribile?“ 

«E se anche l’attuale crisi d’umanità – conclude Metz-fosse figlia della ferita inguaribile del lager?» 

Treccani “architetta”, “notaia”, “medica” e “soldata”. La lingua è femmina

Treccani “architetta”, “notaia”, “medica” e “soldata”. La lingua è femmina

 

Architetta, notaia, medica, soldata: arriva per Treccani il primo «Dizionario della lingua italiana» che registra anche le forme femminili di nomi e aggettivi che tradizionalmente si trovano solo al maschile. Una rivoluzione che riflette e fissa su carta «la necessità e l’urgenza di un cambiamento che promuova l’inclusività e la parità di genere, a partire dalla lingua». Cercando il significato di un aggettivo come «bello» o «adatto» troveremo quindi lemmatizzata, ovvero registrata e quindi visualizzata in grassetto, anche la sua forma femminile, seguendo sempre l’ordine alfabetico: bella, bello; adatta, adatto. L’Istituto della Enciclopedia Italiana abbandona anche il “vocabolariese” e riconosce tra i neologismi «distanziamento sociale», «lockdown» e «smart-working». Cronaca di una lingua che, finalmente, evolve.

L’infaticabile lavoro di aggiornamento della lingua italiana a cui l’Osservatorio di Treccani si dedica senza sosta da oltre un secolo si concretizza in una nuova opera in tre volumi: Dizionario dell’Italiano Treccani, Dizionario storicoetimologico e Storia dell’Italiano per immagini, che sarà presentata in anteprima il 16 settembre alla XXIII edizione di Pordenonelegge, la Festa del Libro con gli Autori.
Diretto dai linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, «Il Vocabolario Treccani 2022» è molto più che la versione aggiornata dell’opera pubblicata nel 2018: è lo specchio del mondo che cambia e il frutto della necessità di validare e dare dignità a una nuova visione della società, che passa inevitabilmente attraverso un nuovo e diverso utilizzo delle parole.

Parole da leggere. Parole da scoprire. Parole da vedere. I tre volumi del Vocabolario raccontano la nostra lingua secondo tre approcci diversi. Nel «Dizionario dell’italiano Treccani – Parole da leggere» Treccani propone – per eliminare anche gli stereotipi di genere secondo i quali a cucinare o a stirare è immancabilmente la donna, mentre a dirigere un ufficio o a leggere un quotidiano è puntualmente l’uomo – nuovi esempi di utilizzo e contestualizzazione ed evidenzia il carattere offensivo di tutte le parole e di tutti i modi di dire che possono essere lesivi della dignità di ogni persona.

Oltre a promuovere un uso della lingua più al passo con i tempi e attento alla questione di genere, il Dizionario dell’italiano Treccani vuol essere uno strumento accessibile a tutti, rispettoso del primo diritto di chi legge, quello dell’immediata comprensione dei significati. Niente più “vocabolariese”, tecnicismi lessicografici, spiegazioni complesse e definizioni che per essere comprese hanno bisogno di altre definizioni. Gli esempi che guidano all’utilizzo delle singole voci sono riferiti all’uso reale della lingua e le definizioni sono volutamente chiare, semplici, dirette.

Particolare attenzione è stata data ai lettori più giovani e al loro mondo: non solo si è scelto di dare spazio a numerosi termini ricorrenti nei testi scolastici e universitari, ma è stato favorito l’inserimento di molti esempi presi direttamente dalla rete, dai blog o dalle reti sociali. Un’apertura nei confronti del digitale «che dimostra la fiducia dall’Istituto verso i nuovi mezzi di comunicazione e le nuove generazioni». Attenta anche la selezione dei neologismi accolti. In «Storia dell’italiano per immagini» ci sono testi e illustrazioni in grado di trasmettere un ritratto suggestivo e originale della storia della nostra lingua e nel «Dizionario storico-etimologico – Parole da scoprire», c’è una pagina per ognuna delle 521 parole analizzate che conduce il lettore attraverso un viaggio temporale alla scoperta di aneddoti, storie e particolarità.

Gazzetta del Sud

Sei schiavo delle opinioni degli altri? Ecco la soluzione per liberartene

Sei schiavo delle opinioni degli altri? Ecco la soluzione per liberartene

Da

 Elisa Pallotta

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Capita a molti di indossare delle maschere, ritenute utili a farci apprezzare dagli altri. In questo modo, però, corriamo il rischio di snaturarci, senza ottenere ciò che desideriamo: cioè che le persone a cui teniamo possano ricambiare genuinamente il nostro affetto.

Ognuno ha bisogno di essere amato, ma di esserlo per ciò che è, in maniera autentica e incondizionata. Quanto invece dipendiamo da ciò che pensano gli altri di noi?

Paura giudizio altrui
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Questo fenomeno, in termini analoghi, è detto “rispetto umano”, e si tratta di una terminologia che, nell’ambito della fede, descrive proprio ciò che subentra quando si dipende da quello che pensano gli altri di noi.

Santa Caterina da Siena (1347-1380), in una sua lettera ai sacerdoti Giovanni Sabbatini e don Taddeo dei Malavolti, affermava: “Nel nome di Gesù Cristo Crocifisso e della dolce Maria. Carissimi figli in Cristo Gesù. Io, Caterina, serva dei servi di Gesù Cristo, vi scrivo nel suo sangue prezioso, desiderosa di vedervi cavalieri forti, senza nessun rispetto umano.

Così vuole il nostro dolce Redentore, vuole cioè che noi temiamo di disobbedire a Lui e non agli uomini del mondo; come egli disse: ‘Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo; temete, piuttosto, di disobbedire a me, perché l’anima e il corpo vostro non cada nell’inferno’”.

Dobbiamo cercare di piacere a Dio, più che agli altri

L’antidoto più immediato a questo atteggiamento della mente è proprio il considerare come Dio ci chieda di piacere a Lui e non agli altri: per quanto potremo amare ed essere amati, niente ci darà la gioia di una comunione piena con Dio, e la consapevolezza del suo di amore.

Questo atteggiamento, che al giorno d’oggi viene inquadrato in un contesto psicologico di affettività e emotività in qualche modo assoggettate all’altro, può avere radici profonde anche dal punto di vista spirituale: le ferite che ci sono state causate sono spesso motivo di debolezza anche nel cammino di fede.

È indubbio che una tale condizione di subordinazione alle opinioni altrui su di sé denoti uno stato di profonda sofferenza; tuttavia questo atteggiamento interiore non va assecondato, invece va combattuto alla luce di un percorso interiore e di fede.

Come evitare di cadere nel rispetto umano

Essere impegnati, ad esempio, sul piano umano e sociale, sentirsi utili e riusciti (essere attivi in parrocchia, fare volontariato, essere padroni di sé…), sono tutti esempi di elementi che possono portare a non necessitare più di quell’”iniezione di autostima” che spesso necessitiamo dagli altri.

In questo Gesù ci dice chiaramente: “Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro, perché questa è la legge ed i profeti” (Mt 7,12).

In questo modo, avremo anche per noi la stessa gioia che doniamo, e saremo noi protagonisti attivi, non più passivi, della nostra vita.

Cos’è il rispetto umano

Riguardo al rispetto umano, il gesuita belga Cornelio a Lapide (1567-1637) scriveva: “Cosa indegna e vile è il rispetto umano, e non ve n’è altra che tanto degradi, abbassi e disonori l’uomo… Colui che ne è schiavo, non merita più il nome di uomo, ma il suo luogo è tra le banderuole che segnano la direzione dei venti; poiché non sa fare altro che questo… Una tale persona è sommamente spregevole… Che cosa è che la trattiene? Un motto, un sarcasmo, una beffa, un segno… Oh! che piccolezza di spirito, che viltà di cuore!

Ne arrossiamo noi medesimi in segreto, e non ci sentiamo l’animo di superare simili bagattelle!… Cerchiamo pure di nascondere e di orpellare con altri nomi questa fiacchezza, questa viltà, ma invano… Noi temiamo le censure del mondo, degli increduli, degli empi, degli ignoranti, degli accidiosi, dei dissoluti…

Noi temiamo di acquistarci nome di spiriti deboli e pregiudicati, se pratichiamo la religione; e non vediamo che somma debolezza è non praticarla. Qual cosa più vergognosa e più degradante, che la vergogna di comparire quello che si deve essere? Siamo canzonati; ma cosa vi è di più frivolo che le beffe? Chi è che si burla di noi? Quale ne è il merito, il credito, la scienza, la virtù? E noi osiamo vantarci coraggiosi, di animo grande, di carattere generoso?”.

Saper essere sé stessi

Ecco che questo tipo di atteggiamento non è in primis rispettoso di noi stessi, perché ci costringe a portare un pesante macigno di maschere, a costo di apparire migliori, e chi ci relazionerà con noi non vedrà come siamo ma come vogliamo apparire.

Non dobbiamo dimenticarci mai che non si può piacere a tutti, che Dio ci ama così come siamo e che la libertà è forse il dono più grande che ci ha dato, perché ci consente di essere felici. Quindi, senza dimenticarci ciò che ci ha indicato Gesù, abbiamo tutto il diritto di esprimerci per quello che siamo. “Ama”, direbbe Sant’Agostino, “e fa’ ciò che vuoi”.