Ad un anno dal suo avvio, Francesco dedica il videomessaggio con le intenzioni di preghiera per il mese di ottobre al percorso sinodale, che ora inizia la fase continentale: “Non si tratta di raccogliere opinioni o di creare un parlamento, si tratta di ascoltare e di pregare. Senza preghiera non ci sarà sinodo”
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
Non un sondaggio, né una raccolta di opinioni, tantomeno un parlamento, ma un’occasione per pregare insieme, per camminare tutti “nella stessa direzione” e, soprattutto, per “aprire la porta a chi è fuori della Chiesa”. Un anno dopo – era il 9 ottobre 2021 – dal suo avvio “dal basso”, cioè dalle chiese locali, Papa Francesco mette al centro del suo videomessaggio per le intenzioni di preghiera di ottobre il percorso sinodale. Percorso che, dopo la fase diocesana, cioè quella consultazione tra le Diocesi, le Conferenze episcopali e in tutto il popolo di Dio, si avvia verso la fase continentale, seconda tappa prima della grande assise che si celebrerà nell’ottobre 2023 in Vaticano.
Che cosa significa “fare Sinodo”? Significa camminare insieme: si-no-do. In greco vuol dire questo, “camminare insieme” e camminare nella stessa direzione.
Questo, dice il Papa in spagnolo nei circa 2 minuti del video, tradotto in 23 lingue e con una copertura stampa in 114 Paesi, è ciò “che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio. Che recuperi la consapevolezza di essere un popolo in cammino e di doverlo fare insieme”.
Ascoltare, più di sentire
Una Chiesa con questo stile sinodale diventa “una Chiesa dell’ascolto, che sa che ascoltare è più di sentire”, afferma ancora il Pontefice, mentre scorrono immagini di donne, uomini, giovani, anziani, religiosi, suore, famiglie che camminano in diversi luoghi del mondo.
L’ascolto che il Papa auspica è un sentirsi a vicenda “nella nostra diversità”, in modo da “aprire la porta a chi è fuori della Chiesa”.
Non si tratta di raccogliere opinioni, né di creare un parlamento. Il Sinodo non è un sondaggio; si tratta di ascoltare il protagonista, che è lo Spirito Santo, si tratta di pregare. Senza preghiera non ci sarà Sinodo.
Allora approfittiamo di questa opportunità per “essere una Chiesa della vicinanza, che è lo stile di Dio: la vicinanza”. Il Papa ringrazia, negli ultimi minuti del videomessaggio, “il popolo di Dio che, con il suo ascolto attento, sta percorrendo un cammino sinodale”.
Preghiamo affinché la Chiesa, fedele al Vangelo e coraggiosa nel suo annuncio, viva sempre più la sinodalità e sia un luogo di solidarietà, di fraternità e di accoglienza.
Fornos: servono ascolto, dialogo e discernimento
“Perché il cammino sinodale in corso sia un vero processo spirituale servono ascolto, dialogo, preghiera e discernimento. Non c’è discernimento senza preghiera”, commenta padre Frédéric Fornos S.J., direttore Internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, ricordando che Francesco, peraltro, ha avviato nell’udienza generale del mercoledì un ciclo di catechesi sul discernimento. “Senza preghiera – sottolinea il gesuita – si possono condividere belle riflessioni ed esperienze, ma difficilmente si può stare in ascolto dello Spirito Santo, attore principale del Sinodo”.
L’intenzione di preghiera di Papa Francesco arriva in un momento importante del cammino sinodale, che – come detto – è iniziato nel 2021 e si concluderà nel 2023: conclusa la tappa iniziale, in cui le Chiese particolari, le Conferenze Episcopali e altre realtà ecclesiali hanno riflettuto sulla base del Documento preparatorio inviato da Roma, si inaugura infatti la tappa continentale, che pone l’accento su ascolto, discernimento e dialogo a livello regionale, partendo dagli apporti delle Chiese particolari. Nei giorni scorsi a Frascati si è riunito il gruppo di esperti che ha esaminato i diversi rapporti provenienti da questa grande consultazione del “popolo di Dio” e che ha elaborato il Documento per la fase continentale. Ieri, domenica 2 ottobre, il Documento è stato consegnato al Papa in un’udienza privata con una c
Prendendo spunto dalla figura del Poverello di Assisi, che ordini, congregazioni e famiglie francescane celebreranno con una serie di iniziative dal 2023 al 2026, ad 800 anni dalla morte, Francesco lo indica come esempio di “uomo della pace e della povertà, che ama e celebra il creato”. Ed invita a mettersi alla sua scuola: “Nella sua vita evangelica la via per seguire le orme di Gesù: questo significa ascoltare, camminare e annunciare fino alle periferie”
Tiziana Campisi – Città del Vaticano
Ciò di cui tutti hanno bisogno è giustizia, ma anche fiducia. Solo la fede restituisce a un mondo chiuso e individualista il soffio dello Spirito. Con questo supplemento di respiro le grandi sfide presenti, come la pace, la cura della casa comune e un nuovo modello di sviluppo potranno essere affrontate, senza arrendersi ai dati di fatto che sembrano insuperabili.
Il Papa lo sottolinea parlando al Coordinamento ecclesiale per l’VIII Centenario Francescano, ricevuto in udienza nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico. Costituito circa un anno fa a Greccio, dalle diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, di Rieti e di Arezzo, con rappresentanti di tutte le famiglie francescane del primo e secondo ordine, dell’ordine francescano secolare e delle congregazioni francescane, l’organismo sta curando l’organizzazione di una serie di eventi, dal 2023 al 2026, per celebrare gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi.
Proprio guardando al patrono d’Italia, il Pontefice evidenzia che il centenario deve tendere a “declinare insieme l’imitazione di Cristo e l’amore per i poveri”. Perché “Francesco ha vissuto l’imitazione di Cristo povero e l’amore per i poveri in modo inscindibile, come le due facce di una stessa medaglia”. I frutti delle celebrazioni matureranno “anche grazie all’atmosfera che si sprigiona dai diversi ‘luoghi’ francescani”, fa notare il Pontefice, perché ciascuno di questi “possiede un carattere peculiare, un dono fecondo che contribuisce a rinnovare il volto della Chiesa”.
La fede sorgente dell’esperienza di San Francesco
Ai membri del Coordinamento ecclesiale del Centenario francescano, che darà vita a un pellegrinaggio dalla valle reatina, passando per La Verna, “fino ad Assisi, dove tutto ha avuto inizio”, il Papa ha confidato di essere stato consapevole, scegliendo di chiamarsi Francesco “di far riferimento a un santo tanto popolare, ma anche tanto incompreso”.
Francesco è l’uomo della pace, l’uomo della povertà e l’uomo che ama e celebra il creato; ma qual è la radice di tutto questo, qual è la fonte? Gesù Cristo; innamorato di Gesù Cristo che per seguirlo non ha paura di fare il ridicolo ma va avanti. La sorgente di tutta la sua esperienza è la fede. Francesco la riceve in dono davanti al Crocifisso, e il Signore Crocifisso e Risorto gli svela il senso della vita e della sofferenza umana.
Il Papa in preghiera alla tomba di San Francesco nel 2020
Le tappe dell’VIII Centenario francescano
L’itinerario pensato per l’ottavo Centenario Francescano, che si protrarrà dal 2023 al 2026, avrà come prima tappa Fonte Colombo, nei pressi di Rieti, perché qui Francesco scrisse la regola, poi approvata da Papa Onorio III nel 1223, ma anche per ricordare il luogo del primo presepe della storia, aggiunge Papa Francesco.
Si tratta di un invito potente a riscoprire nell’incarnazione di Gesù Cristo la “via” di Dio. Tale scelta fondamentale dice che l’uomo è la “via” di Dio e, di conseguenza, l’unica “via” della Chiesa.
Il Papa saluta fra Massimo Fusarelli, ministro generale dei frati minori
Altra tappa sarà La Verna, luogo in cui, nel 1224, Francesco ricevette le stigmate. Il luogo, spiega il Papa, “rappresenta ‘l’ultimo sigillo’ – come dice Dante (Paradiso, XI, 107) – che rende il santo assimilato al Cristo crocifisso e capace di penetrare dentro la vicenda umana, radicalmente segnata dal dolore e dalla sofferenza”. Infine, nel 2026 si giungerà ad Assisi per ricordare il Transito di Francesco, nel 1226, alla Porziuncola: evento che svela l’essenziale del cristianesimo, chiarisce il Pontefice, ossia “la speranza della vita eterna”. E non a caso, osserva Francesco, la tomba del Santo, collocata nella Basilica Inferiore, è divenuta nel tempo “la calamita, il cuore pulsante di Assisi”.
La Basilica di San Francesco ad Assisi
Ascoltare, camminare, annunciare
Ma San Francesco “resta comunque un mistero”, rimarca il Papa. Per comprenderlo occorre mettersi alla sua scuola, “ritrovando nella sua vita evangelica la via per seguire le orme di Gesù”. E per fare questo bisogna “ascoltare, camminare e annunciare fino alle periferie”, indica il Pontefice. L’ascolto è quello di Francesco che davanti al Crocifisso, sente la voce di Gesù dirgli: “Va’ e ripara la mia casa”. Il giovane “risponde con prontezza e generosità a questa chiamata del Signore”, racconta il Papa, ma piano piano, si rende conto che non si trattava “di riparare un edificio fatto di pietre, ma di dare il suo contributo per la vita della Chiesa”, “di mettersi a servizio della Chiesa, amandola e lavorando perché in essa si riflettesse sempre più il Volto di Cristo”. Quanto al camminare “Francesco è stato un viandante mai fermo” evidenzia il Pontefice “che ha attraversato a piedi innumerevoli borghi e villaggi d’Italia, non facendo mancare la sua vicinanza alla gente e azzerando la distanza tra la Chiesa e il popolo”.
Questa medesima capacità di “andare incontro”, piuttosto che di “attendere al varco”, è lo stile di una comunità cristiana che sente l’urgenza di farsi prossima piuttosto che ripiegarsi su sé stessa. Questo ci insegna che chi segue san Francesco deve imparare a essere fermo e camminante: fermo nella contemplazione, nella preghiera e poi andare avanti, camminare nella testimonianza, testimonianza di Cristo.
E poi c’è l’annuncio, quello che il Papa chiede continuamente di portare nei luoghi più lontani o trascurati: le periferie.
Le celebrazioni francescane e il Giubileo del 2025
Infine,concludendo il suo discorso, Papa Francesco incoraggia il Coordinamento “a vivere in pienezza” i tre anni di celebrazioni per l’VIII Centenario francescano, auspicando che “tale percorso spirituale e culturale possa coniugarsi con il Giubileo del 2025, nella convinzione che San Francesco d’Assisi spinge ancora oggi la Chiesa a vivere la sua fedeltà a Cristo e la sua missione nel nostro tempo”.
Ciò che Dio ha fatto durante le mie vacanze estive e probabilmente anche le tue( Tratto da un racconto)
Il peccato riporta le sue piccole vittorie, ma il Dio dell’amore è molto più grande..
Non sono riuscito a dormire l’ultima notte del nostro soggiorno di agosto al campeggio KOA fuori dal Glacier National Park, dove la nostra famiglia stava festeggiando una riunione. È stata una settimana da capogiro. Seguendo il consiglio di amici, avevamo guidato dal Kansas attraverso il Wyoming fino al Montana e avevamo alloggiato nei campeggi dei parchi nazionali Grand Tetons e Yellowstone.
Così sono andato a fare una passeggiata alle 4 del mattino e ho pensato a cosa Dio ha fatto durante le mie vacanze estive.
Innanzitutto, ho visto l’amore di Dio nel mondo naturale.
La vacanza è arrivata dopo che ho registrato l’episodio del mio podcast Extraordinary Story incentrato sulle parole di Gesù sui gigli del campo, che un autore chiama “una passeggiata attraverso il Giardino dell’Eden al fianco del meraviglioso Creatore, una passeggiata curativa intesa a apri i nostri occhi e cura l’inquietudine del nostro cuore attraverso la contemplazione del mondo naturale che ci circonda”.
Quel giorno, ho capito cosa intendeva sulla Going-to-the-Sun Road del Montana, con scogliere a strapiombo che torreggiano su di noi da un lato e precipitano in un abisso dall’altro. Le nebbie si muovevano al rallentatore oltre i sempreverdi e l’acqua bianca scendeva a cascata lungo scogliere frastagliate. Continuava a venirmi in mente una frase, così l’ho detta ad alta voce nel furgone: “Dio ha creato tutto questo pensando a noi”.
Questo è innegabilmente vero.
Dio ha dato agli esseri umani la capacità unica di apprezzare la bellezza – e poi ha reso la terra straordinariamente bella perché ci ama. O meglio, poiché Egli è fuori dal tempo, ciò a cui assistiamo in ogni momento è il suo atto creativo originale, che travolge noi e tutti nella storia con la verità della sua bellezza e bontà.
In secondo luogo, ho visto l’amore di Dio nella mia famiglia.
In realtà, Dio non solo ci benedice con il suo atto creativo, ma ci invita a farlo. Insieme alla bellezza della natura nel Giardino dell’Eden, Dio ha donato al suo popolo l’amore sponsale che doveva “essere fecondo e moltiplicarsi”.
Per me, ciò significava che mentre camminavo per il campeggio di notte, passavo davanti a figli, figlie, nipoti, zii, cugini e suoceri addormentati.
Alla cena di riunione di famiglia di quel giorno, avevo visto parenti in magliette Harley-Davidson chiacchierare con gli amministratori della scuola Montessori, guardalinee chiacchierare con dirigenti aziendali e adolescenti giocare con entusiasmo al “mostro di lava” nel parco giochi con nipoti e nipoti.
La famiglia passa in secondo piano per gran parte dell’anno, ma durante le vacanze si vede quanto sia potente.
Terzo: ho visto quanto è fragile tutto ciò.
Bisogna ammettere che mentre assistevo alla maestosità della bellezza della montagna, la vedevo attraverso i finestrini sporchi di un furgone disseminato di involucri di snack alla frutta, bottiglie d’acqua, tovaglioli e il contenuto di borse per pannolini rovesciate. I boschi erano disseminati di una raccolta meno concentrata dello stesso tipo di cose, incluso almeno un involucro di snack che è esploso fuori dalla mia porta e in aria, più velocemente di quanto potessi correre.
E, a parte il mio unico commento su Dio, la nostra conversazione familiare era per lo più fatta di forti lamentele per i piedi puzzolenti, valutazioni rabbiose dell’egoismo degli altri e discussioni su ciò che qualcuno diceva e su come lo diceva .
Per quanto il nostro viaggio abbia evocato il Giardino dell’Eden, ha anche reso molto chiaro che il Giardino dell’Eden è scomparso, scambiato con il peccato.
Quarto: ho visto il cielo.
A nord, dove eravamo noi, il sole resta alto fino a molto tardi in agosto. Durante la mia passeggiata alle 4 del mattino, mi sono reso conto che era la prima volta che ero uscito nel buio più totale, ho alzato lo sguardo e ho visto il vasto cielo pieno di stelle.
Aristotele guardò queste stelle e decise di voler vivere la sua vita in armonia con il logos, l’ordine dell’universo, la logica al centro delle cose. Ma voleva farlo attraverso il miglioramento personale, non il dono di sé.
San Giovanni guardò questo cielo e scrisse “il Verbo si fece carne” – il Logos si fece uomo. Dopo che abbiamo distrutto il Giardino che ci ha donato, Gesù ha fatto per noi la via del ritorno riversandosi sulla croce e nei sacramenti. Ora, unendo la nostra donazione alla sua, possiamo risorgere dai nostri peccati e unirci all’Amore che è alla radice di tutto.
Dante guardò le stesse stelle al termine del suo lungo viaggio e disse: “Qui la mia visione esaltata perdette la sua potenza e il mio desiderio fu trascinato dall’Amore che muove le stelle”.
Il peccato ottiene le sue piccole vittorie, ma il Dio dell’amore è molto più grande e combatte al nostro fianco per la bellezza, la verità e la bontà in ogni passo del cammino. Questo è ciò che Dio ha fatto durante le mie vacanze estive.
In Scena il riadattamento della famosa parabola del Vangelo (Lc. 15,11-32)
I ragazzi della Parrocchia di San Giovanni Battista in Ferro di Cavallo- Perugia, hanno portato in scena la famosa Parabola del Figliol Prodigo tratto dal Vangelo di Luca. Attraverso il teatro, questo gruppo di ragazzi, desiderano lanciare un messaggio d’amore e di speranza rivolto a tutti. L’amore, si sa, è la molla che fa girare il mondo, da sempre, ma c’è un amore più grande di tutti che è l’amore di un padre con la P maiuscola: Dio. Inarrestabile, invincibile, sempre pronto a cercare ovunque e comunque i propri figli e, in generale, l’uomo, il sentimento viscerale tra Dio e la sua creatura, non si arrende davanti a nessun ostacolo, non si scandalizza, spera sempre in una possibilità. In questo caso il Figliol Prodigo, che rappresenta anche ciascun uomo che va per i suoi sentieri e cerca ostinatamente di cavarsela solo con le proprie forze, ritrova poi, tornando indietro sui suoi passi, un accesso privilegiato nel cuore del Padre che lo accoglie a braccia spalancate; infatti Dio, che attende alla porta la sua creatura, spiando in lontananza il suo ritorno verso casa, è sempre misericordia, dolcezza, illimitato perdono e disarmante amore!
Non resta altro che andare a vedere questo coinvolgente Musical che i ragazzi della compagnia di Perugia stanno in questo tempo portando in giro un po’ ovunque: sarà senz’altro una riuscita rappresentazione che seminerà nel cuore del pubblico grandi sentimenti di speranza ricolmi di gratuita testimonianza evangelica.
Rembrandt, il ritorno del figliol prodigo
Esiste anche un famoso dipinto ispirato a una di queste parabole. Si tratta di un quadro a olio su tela del celebre pittore olandese Rembrandt: Ritorno del Figliol Prodigo. Il quadro venne dipinto nel 1668 ed è oggi conservato nel Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.
Siamo alla fine della parabola, quando il figlio ingrato torna a casa. È vestito di stracci, spezzato nel corpo e nell’anima dai propri vizi e dalle conseguenze dei propri errori. Sta in ginocchio davanti al padre, pentito, consapevole del proprio fallimento e della propria mediocrità, resa ancora più bruciante dalla presenza di quello che con ogni probabilità è suo fratello maggiore, sulla destra della scena, che lo guarda e lo giudica. Il padre no. Non c’è giudizio nei suoi gesti, non c’è condanna nel suo sguardo che avvolge il figlio più giovane. Solo amore e perdono. I suoi occhi sono quelli di un cieco, come se li avesse consumati per guardare i propri figli, per seguire con apprensione le loro vicissitudini. Un altro dettaglio importante sono le sue mani, posate sulle spalle del figlio inginocchiato: una mano maschile, una femminile, come se nell’amore egli diventasse padre e madre nello stesso tempo. Ancora, il cranio del figlio è rasato, come si conviene a un penitente, ma anche come quello di un neonato. Nell’amore del padre misericordioso, nel suo perdono che va oltre ogni colpa, il giovane rinasce a nuova vita. La luce, che avvolge le due figure centrali, i colori, tutto concorre per esprimere la solennità del momento, la trascendenza quasi mistica che l’amore opera su padre e figlio. Rembrandt, profondamente religioso, trascorse tutta la propria vita tra vizio e redenzione, e forse questo quadro ha voluto essere il suo testamento spirituale e il suo atto di contrizione.
Papa Francesco, che ha raccontato la parabola in diverse occasioni, ha ribattezzato il figliol prodigo come il giovane furbo. In effetti a volte si perde di vista il significato del termine prodigo, che non significa ritrovato, come alcuni credono, ma spendaccione! Il Sommo Pontefice ha saputo rendere quanto mai attuale la parabola, portando il giovane figlio ribelle come esempio di tutti i ragazzi che credono di poter prendere la propria strada, ignorando le regole e i consigli dei genitori, salvo poi dover tornare sui propri passi quando le cose si mettono male. E a questo punto interviene il Padre, Dio, che non solo non accusa il figlio ingrato del suo fallimento, ma anzi lo riaccoglie con una grande festa. “Dio è molto buono, approfitta dei nostri fallimenti per parlarci al cuore” ha affermato il Papa, mostrando come anche un fallimento, un errore diventa un’occasione di perdono e amore.
E’celebrato in molte località italiane, tra le quali San Giuliano di Lecce (dove si svolgono esibizioni musicali, spettacoli pirotecnici, processione e degustazione di prodotti tipici locali) e Asola, di cui il santo è patrono e dove viene però festeggiato il 27 gennaio. Nella chiesa di Sant’Andrea di Asola è conservato il busto del santo che, secondo la tradizione, se il giorno delle celebrazioni si rivela lucido allora i raccolti saranno buoni, altrimenti se risulterà opaco l’annata sarà piuttosto scarsa. Nella stessa chiesa è poi conservata anche la mandibola dello stesso S. Giovanni Crisostomo.
San Giovanni Crisostomo, noto anche come Giovanni di Antiochia, è stato un vescovo e teologo cristiano del IV secolo. Nato ad Antiochia nel 349, è considerato uno dei più importanti padri della Chiesa e uno dei più grandi predicatori della sua epoca. La sua eloquenza e la sua profonda conoscenza delle Scritture gli hanno valso il soprannome di “Crisostomo”, che significa “bocca d’oro” in greco. Durante il suo ministero, Giovanni si distinse per la sua predicazione incisiva e per la sua difesa della fede cristiana. Le sue omelie e i suoi scritti teologici hanno avuto un impatto duraturo sulla Chiesa e continuano ad essere studiati e apprezzati ancora oggi. San Giovanni Crisostomo è considerato un santo sia dalla Chiesa cattolica che dalla Chiesa ortodossa.
La vita e l’opera di San Giovanni Crisostomo
San Giovanni Crisostomo è stato uno dei più importanti teologi e predicatori del cristianesimo primitivo. Nato a Antiochia nel 347 d.C., Giovanni Crisostomo ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della Chiesa con la sua vita e le sue opere.
Fin da giovane dimostrò una grande intelligenza e una profonda devozione religiosa. Studiò filosofia e retorica ad Antiochia, dove ebbe modo di approfondire la sua conoscenza delle Sacre Scritture e di sviluppare le sue abilità oratorie. La sua eloquenza e la sua capacità di comunicare con chiarezza e persuasione gli valsero il soprannome di “Crisostomo”, che significa “bocca d’oro”.
Dopo aver completato gli studi decise di abbracciare la vita monastica e si ritirò in solitudine per dedicarsi alla preghiera e alla meditazione. Tuttavia, la sua fama di predicatore straordinario si diffuse rapidamente e attirò l’attenzione dell’imperatore Arcadio, che lo nominò vescovo di Costantinopoli nel 398 d.C.
Come vescovo, Giovanni Crisostomo si distinse per la sua dedizione al servizio della Chiesa e del popolo. Combatté strenuamente contro la corruzione e l’immoralità che avevano infestato la città di Costantinopoli e si adoperò per promuovere la giustizia sociale e la carità verso i più bisognosi. Le sue omelie, ricche di saggezza e di profonda spiritualità, ispirarono e guidarono molti fedeli nella loro vita di fede.
Tuttavia, la sua franchezza e la sua critica aperta verso l’élite politica ed ecclesiastica gli attirarono numerosi nemici: fu infatti deposto e esiliato due volte, prima nel 403 d.C. e poi nel 407 d.C. Nonostante le persecuzioni e le sofferenze, il suo spirito indomito e la sua fede in Dio non vacillarono mai.
Durante il suo esilio continuò a scrivere e a predicare, lasciando un’eredità di opere teologiche e spirituali di inestimabile valore. Le sue omelie, in particolare, sono considerate dei capolavori di eloquenza e di profondità teologica. Attraverso le sue parole, Giovanni Crisostomo cercò di trasmettere la verità del Vangelo e di guidare i fedeli verso una vita di santità e di amore verso Dio e il prossimo.
La sua opera più famosa è senza dubbio l’omelia sul Vangelo di Matteo, in cui esamina in modo approfondito i principi etici e morali insegnati da Gesù. In questa omelia, Giovanni Crisostomo affronta temi come la povertà, la giustizia, la misericordia e l’amore verso il prossimo, offrendo una guida pratica per vivere una vita cristiana autentica. La sua eredità continua a vivere attraverso le opere e il suo insegnamento ci ricorda l’importanza di vivere una vita di fede e di amore verso Dio e il prossimo, con coraggio e dedizione nel servizio agli altri.
In conclusione, San Giovanni Crisostomo è stato un grande teologo e predicatore che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della Chiesa. La sua eloquenza e saggezza rimangono un esempio per tutti coloro che cercano la verità e la santità nella loro vita.
L’influenza di San Giovanni Crisostomo sulla teologia cristiana
San Giovanni Crisostomo è stato uno dei più influenti teologi cristiani della storia. Le sue opere e i suoi insegnamenti hanno avuto un impatto duraturo sulla teologia cristiana e hanno contribuito a plasmare la dottrina della Chiesa. In questo articolo, esploreremo l’influenza di San Giovanni Crisostomo sulla teologia cristiana e l’eredità che ha lasciato.
San Giovanni Crisostomo nacque ad Antiochia nel IV secolo e divenne vescovo di Costantinopoli. Durante il suo ministero, si distinse per la sua eloquenza e la sua profonda conoscenza delle Scritture. Le sue omelie e i suoi scritti teologici sono considerati tra i più importanti della tradizione cristiana.
Una delle principali influenze di San Giovanni Crisostomo sulla teologia cristiana è stata la sua enfasi sulla predicazione e l’interpretazione delle Scritture. Egli credeva che la Parola di Dio dovesse essere il fondamento della fede e che i cristiani dovessero studiare e comprendere le Scritture per crescere spiritualmente. Le sue omelie erano famose per la loro chiarezza e profondità, e molti fedeli venivano ispirati e incoraggiati dalle sue parole.
Egli sottolineava l’importanza della vita morale e della pratica della virtù, credeva che la fede cristiana dovesse essere vissuta con coerenza e che i cristiani dovessero impegnarsi nella lotta contro il peccato e la corruzione morale. La sua enfasi sulla santità di vita ha influenzato la teologia morale della Chiesa e ha ispirato molti a vivere una vita di integrità e devozione.
Un’altra importante influenza di San Giovanni Crisostomo sulla teologia cristiana è stata la sua visione della Chiesa come comunità di fedeli. Egli credeva che la Chiesa dovesse essere un luogo di amore, solidarietà e condivisione, in cui i cristiani si sostengono a vicenda e si impegnano per il bene comune. La sua visione della Chiesa come corpo di Cristo ha influenzato la teologia ecclesiologica e ha sottolineato l’importanza della comunione tra i credenti.
San Giovanni Crisostomo ha anche contribuito alla teologia della Trinità. Egli ha sottolineato l’unità e la diversità delle persone della Trinità e ha cercato di spiegare il mistero della Trinità in modo comprensibile. La sua teologia trinitaria ha influenzato la dottrina della Chiesa sulla natura di Dio e ha contribuito a sviluppare una comprensione più profonda della Trinità.
La sua influenza sulla teologia cristiana si estende anche alla liturgia, specie la liturgia bizantina. Ha composto numerosi inni e preghiere liturgiche. La sua enfasi sulla bellezza e la dignità del culto ha influenzato la liturgia della Chiesa e ha contribuito a creare un ambiente di adorazione e devozione.
In conclusione, San Giovanni Crisostomo è stato un teologo di grande importanza nella storia del cristianesimo. La sua enfasi sulla predicazione e l’interpretazione delle Scritture, la vita morale e la pratica della virtù, la visione della Chiesa come comunità di fedeli, la teologia della Trinità e la liturgia hanno avuto un impatto duraturo sulla teologia cristiana. La sua eredità continua ad influenzare la Chiesa oggi e la sua saggezza e il suo insegnamento sono ancora fonte di ispirazione per molti fedeli.
I sermoni di San Giovanni Crisostomo e il loro impatto sulla predicazione
San Giovanni Crisostomo è stato uno dei più influenti predicatori della Chiesa cristiana nel IV secolo. I suoi sermoni hanno avuto un impatto significativo sulla predicazione e hanno contribuito a plasmare la teologia e la pratica della Chiesa. In questo articolo, esploreremo l’importanza dei sermoni di San Giovanni Crisostomo e il loro impatto duraturo sulla predicazione.
I sermoni di San Giovanni Crisostomo sono stati ampiamente apprezzati per la loro profondità teologica e la loro abilità di comunicare in modo chiaro e coinvolgente. Crisostomo era noto per la sua eloquenza e la sua capacità di coinvolgere il pubblico con il suo stile di predicazione vivace e appassionato; erano basati su una solida comprensione delle Scritture e spesso affrontavano temi come la moralità, la giustizia sociale e la vita spirituale.
Uno degli aspetti distintivi dei sermoni di San Giovanni Crisostomo era la sua attenzione per l’applicazione pratica della fede nella vita quotidiana. Egli credeva che la predicazione dovesse essere rilevante per le persone comuni e che i predicatori dovessero essere in grado di connettersi con il loro pubblico in modo significativo. I suoi contenuti i erano pieni di esempi e storie che illustravano i principi spirituali in modo tangibile e concreto.
Un altro aspetto importante dei sermoni di San Giovanni Crisostomo era la sua enfasi sulla moralità e l’etica cristiana. Egli riteneva che i cristiani dovessero vivere una vita di integrità e che la predicazione dovesse incoraggiare e sfidare i credenti a vivere secondo gli insegnamenti di Cristo. I suoi discorsi spesso affrontavano questioni come la corruzione, l’avarizia e l’ipocrisia, invitando i credenti a vivere una vita di umiltà, generosità e amore verso il prossimo.
Oltre alla sua attenzione per l’applicazione pratica della fede e l’etica cristiana, i sermoni di San Giovanni Crisostomo erano anche caratterizzati da una profonda riflessione teologica. Egli era un teologo dotato e le sue predicazioni riflettevano la sua profonda comprensione delle Scritture e della tradizione cristiana. si esploravano temi come la Trinità, la redenzione e la grazia divina, offrendo una prospettiva teologica approfondita e stimolante.
L’importanza dei sermoni di San Giovanni Crisostomo non può essere sottovalutata. La sua influenza sulla predicazione si estende ben oltre il suo tempo e il suo impatto può ancora essere visto oggi. I predicatori moderni spesso si ispirano al suo stile di predicazione coinvolgente e alla sua attenzione per l’applicazione pratica della fede. I suoi sermoni continuano ad essere letti e studiati da teologi e predicatori di tutto il mondo, offrendo una fonte di ispirazione e saggezza per coloro che cercano di comunicare la Parola di Dio in modo efficace.
In conclusione, i sermoni di San Giovanni Crisostomo hanno avuto un impatto duraturo sulla predicazione.
L’eloquenza, l’attenzione per l’applicazione pratica della fede, l’enfasi sulla moralità e l’etica cristiana, la profonda riflessione teologica hanno reso i suoi sermoni una fonte di ispirazione e saggezza per i predicatori di tutte le epoche e Il suo contributo alla predicazione continua ad essere riconosciuto e apprezzato, dimostrando il suo status come uno dei più grandi predicatori della storia della Chiesa.
L’eredità di San Giovanni Crisostomo nella Chiesa ortodossa orientale
San Giovanni Crisostomo è una figura di grande importanza nella Chiesa ortodossa orientale. Il suo impatto e la sua eredità si estendono ancora oggi, influenzando la teologia, la liturgia e la spiritualità di questa tradizione religiosa.
La sua capacità di comunicare e la sua profonda conoscenza delle Scritture gli valsero il soprannome di “Crisostomo”, che significa “bocca d’oro”. Le sue omelie, ricche di saggezza e di profonda spiritualità, sono ancora lette e studiate dai fedeli ortodossi oggi.
Una delle principali eredità di San Giovanni Crisostomo nella Chiesa ortodossa orientale è l’amore e la cura per la liturgia. Egli credeva che la liturgia fosse un momento sacro in cui i fedeli si uniscono a Cristo e partecipano al suo sacrificio redentore. La sua visione della liturgia come un’esperienza mistica e sacramentale ha influenzato profondamente la liturgia ortodossa orientale, che è caratterizzata da una grande enfasi sulla preghiera, sul canto e sulla partecipazione attiva dei fedeli.
Inoltre, San Giovanni Crisostomo ha sottolineato l’importanza della carità e della giustizia sociale. Egli credeva che i cristiani dovessero essere impegnati nel servizio agli altri e nella lotta per la giustizia. Parlava della responsabilità dei ricchi di condividere le loro ricchezze con i poveri: molte opere di carità e di assistenza sociale all’interno della Chiesa ortodossa orientale sono state ispirate da lui.
La teologia di San Giovanni Crisostomo è ancora oggi una fonte di ispirazione per i teologi ortodossi orientali. Egli ha sviluppato una visione della Trinità come una comunità d’amore, in cui il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono uniti in un’unica sostanza divina. Questa visione della Trinità come una comunità d’amore ha influenzato la teologia ortodossa orientale, che sottolinea l’importanza dell’amore e della comunione nella vita cristiana.
Condannava l’immoralità e l’ingiustizia sociale del suo tempo, e ha esortato i fedeli a vivere una vita di virtù e di santità. La sua predicazione sulla necessità di una conversione interiore e di una vita di rettitudine morale ha avuto un impatto duraturo sulla spiritualità ortodossa orientale.
E’ stato un grande sostenitore dell’educazione teologica. Egli credeva che i sacerdoti e i teologi dovessero essere ben formati e preparati per il loro ministero. La sua insistenza sull’importanza dell’educazione teologica ha portato alla fondazione di scuole teologiche e all’istituzione di programmi di formazione per i futuri sacerdoti nella Chiesa ortodossa orientale
il libro dei Salmi è un esorcismo potente, poiché onora i giorni e le notti, le estati e gli inverni dell’anima. C’è spazio per la speranza e l’angoscia, per la gioia e la delusione, per l’entusiasmo e la demoralizzazione, il trasporto e la prostrazione, l’energia e l’affaticamento, il forte desiderio di riconciliazione e l’altrettanto pungente voglia di vendetta, comunione e solitudine. La porta è aperta a tutte le età della vita, vecchiaia compresa. Vi trovano casa tutti i legami: moglie, marito, genitori, figli, amici, nipoti, vicini… e anche i nemici. Nel Salterio sta la città e la campagna, la terra fertile e la polvere, il torrente pieno d’acqua e la siccità. Reagendo alle concrete, diversissime situazioni della vita reale, l’anima chiede, esige, supplica, loda, insiste, si arrende, si ostina e si abbandona, ringrazia e si lamenta. E ciò che più meraviglia e consola è che al termine di ciascuno di questi riverberi si possa esclamare: “Parola di Dio”.
salmo 23
Lo spiega bene, con affettuosa sapienza, monsignor Vincenzo Paglia nell’introduzione al suo commento al Salterio: L’arte della preghiera. La compagnia dei salmi nei momenti difficili (Milano, Terra Santa, 2020, euro 19). Il testo, scritto durante la pandemia causata dal Covid 19, intende, tra l’altro, esprimere la convinzione che, appunto, perfino dentro la bassa marea dell’anima lo Spirito può parlare. L’efficace introduzione è seguita dal commento a ciascun salmo; conciso, vitale, esigente e consolante. Nell’esposizione spicca la capacità dell’Autore di restituire non solo il senso delle parole dei salmi, ma anche la loro voce. È più facile intendere le parole rispetto alla voce. Le parole possono essere bugiarde, difficilmente lo è la voce, poiché è la prima decantazione dell’anima. Imparare a coglierla significa sfiorare il mistero di una persona. È agevole ripetere le parole di qualcuno; arduo echeggiarne la voce. Eppure è questa la sfida lanciata dal Buon Pastore. Altrimenti le pecore, ascoltando le parole di Cristo, ma non sentendone la voce, vanno da un’altra parte. Paglia commenta i salmi facendone risuonare la voce, come un’educazione alla voce di Cristo che, «gridando», recitò il salmo: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?».
Nel titolo del libro si trova la parola magica “arte”. La necessaria originalità di un’opera d’arte è sorprendente, ma mai eccentrica, poiché è anche risultato di disciplina, termine vicino a quello di “discepolo”. Diventa artista solo chi accetta di imparare, andando a bottega. Il lettore di questo libro si troverà simpaticamente in questa condizione.
di Giovanni Cesare Pagazzi
La compagnia dei salmi nei momenti difficili
Un invito a chi crede e chi no a superare l’afasia del nostro tempo incerto, per ritrovare nei salmi le parole più intime e appassionate di un dialogo con l’Eterno.
«L’arte della preghiera non richiede l’apprendimento di regole astratte. A pregare si impara pregando». In sintonia con questa convinzione, mons. Paglia invita chi crede e chi non crede a superare l’afasia del nostro tempo incerto, per ritrovare nei salmi le parole più intime e appassionate di un dialogo con l’Eterno.
Il Salterio è un preziosissimo scrigno di sapienza per cominciare – o ricominciare – a pregare. I salmi sono parole di carne. Nei salmi c’è l’intera vita: dal seno materno alla nascita, dalla giovinezza alla vecchiaia. Nei salmi c’è il lavoro, il riposo, i sensi di colpa, le grida nella malattia e nel dolore, ma anche la gratitudine, la gioia, la meraviglia.
I salmi mostrano le profondità nascoste del cuore umano, e insegnano a pregare non solo per se stessi, ma per l’intera creazione, accogliendo Dio per riversarlo sul mondo. Certo, è un rapporto asimmetrico, che porta la creatura a salire in alto, e il Signore a chinarsi premurosamente su di lei, ma la relazione è calda, intensa: talvolta, è una discussione a suon di imprecazioni e gelosie; talaltra, è una supplica struggente; altre volte ancora, è lode universale. Mai sono monologhi, i salmi. Sono sempre un dialogo tra un Tu che risponde e un io che chiede.