Mite e umile di cuore, esaltato sulla croce, è divenuto fonte di vita e di amore, a cui tutti i popoli attingeranno
Nella città di Paray-le-Monial, in un monastero della Visitazione, verso l’anno 1670, trovandosi in un giorno dell’ottava del Corpus Domini, Santa Margherita Maria Alacoque, prostrata innanzi al Santissimo Sacramento esposto alla pubblica adorazione, le apparve Gesù, e le diede a vedere il suo SS. Cuore.
Era questo tutto investito da fiamme, circondato da una corona di spine, squarciato da una ferita, e con una croce piantatavi sopra. « Vedi, disse Gesù alla sua adoratrice, vedi questo Cuore che si strugge d’amore per gli uomini, ciò nonostante non riceve che ingratitudine e oltraggi. Questo Cuore è sempre disposto a versare grazie e benedizioni sopra di tutti; ma gli oltraggi continui che mi fanno, ne impediscono la diffusione.
Pensa tu adunque a riparare un sì lagrimevole disordine, e fa che il venerdì successivo all’ottava consacrata all’onore del mio Divin Corpo, sia specialmente consacrato all’onore del mio Divin Cuore, riparando con onorevole ammenda e devota comunione le offese che ricevo nella divina Eucaristia. Io spargerò abbondanti benedizioni su quanti mi presteranno questo culto; e a te affido l’incarico di far conoscere ed eseguire il mio volere ». Margherita, si accinse all’adempimento della volontà di Gesù.
La grande devozione di Santa Margherita al Sacro Cuore è testimoniata fedelmente nelle sue lettere tramandate negli anni: “«Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e che nulla ha risparmiato fino ad esaurirsi e a consumarsi per testimoniare loro il suo Amore”
Il Pontefice Clemente X approvò solennemente la devozione al Sacro Cuore e l’arricchì di molte indulgenze. Pio IX ne estese la festa a tutta la Chiesa e Pio XI innalzò la festa a rito doppio di prima classe con ottava.
MASSIMA. Imparate da me che sano mansueto umile di Cuore.
PRATICA. Rinnovate la vostra consacrazione al Sacro Cuore di Gesù.
MARTIROLOGIO ROMANO. Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, il quale, mite e umile di cuore, esaltato sulla croce, è divenuto fonte di vita e di amore, a cui tutti i popoli attingeranno.
CONSACRAZIONE AL SACRO CUORE DI GESÙ
O Gesù dolcissimo, Redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente protesi al vostro Altare. Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a Voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi spontaneamente si consacra al vostro Santissimo Cuore.
Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti disprezzando i vostri comandamenti, Vi ripudiarono. O benignissìmo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore Santissimo.
O Signore, siate il Re non solo dei fedeli, che non si allontanarono mai da Voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame.
Siate il Re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore, e sono separati da Voi per discordia; richiamateli al porto della verità e all’unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile e un solo pastore.
Siate il Re di tutti coloro che sono avvolti nelle tenebre dell’idolatria e dell’Islamismo; e non ricusate di trarli tutti al lume e al regno vostro.
Riguardate finalmente con occhio di misericordia i figli di quel popolo che un giorno fu il prediletto; scenda anche sopra di loro, un lavacro di redenzione e di vita, il Sangue già sopra di essi invocato.
Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra Chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine; fate che da un capo all’altro della terra risuoni questa unica voce: Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute; a Lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia.
ICONOGRAFIA
Nell’iconografia del Sacro Cuore ci torna certamente a memoria la Passione di Cristo per mezzo dei suoi simboli: la croce, la corona di spine, le fiamme, la luce e la ferita sanguinante.
Sacro Cuore di Gesù con Sant’Ingazio di Loyola e San Luigi Gonzaga autore José de Páez anno circa 1770
La croce: la croce è letteralmente “piantata” dentro al cuore, a significare che tutta la realtà della crocifissione trae il suo significato dal cuore di Gesù. Ci ricorda anche come la croce debba essere sempre ancorata nel nostro cuore in quanto eleva il nostro sguardo verso l’alto unendoci con il divino.
Le fiamme: anch’esse simbolo del sacrificio, come testimoniato nel Vecchio Testamento in cui sono offerti sacrifici a Dio con il fuoco, come il sacrificio di Isacco da parte di Abramo. Il fuoco è anche elemento importante quando Dio comparve nel roveto ardente parlando a Mosè. Le fiamme sono però anche associate all’amore di Gesù per noi: “Sacro Cuore di Gesù, che ardi d’amore per noi, infiamma il nostro cuore d’amore per Te”.
Dagli scritti di Santa Margherita: “Da ogni parte di quella sacra Umanità si sprigionavano fiamme, ma soprattutto dal suo adorabile petto, che somigliava a una fornace ardente. Dopo averlo scoperto, mi mostrò il suo amante e amabilissimo Cuore, sorgente viva di quelle fiamme“
I raggi di luce: Oltre alle fiamme e alla croce il Sacro Cuore è circondato da una luce sgargiante. Nel Nuovo Testamento la luce è spesso associata a Gesù: “«Io sono la luce del mondo”. Gesù non solo è la luce del mondo ma è anche colui che ci illumina, rivelandoci Dio. Nella Conversione di San Paolo l’apostolo fu avvolto da una luce dal cielo.
La corona di spine: solitamente posta sul capo di Gesù in segno di scherno, qui invece circonda completamente il Sacro Cuore a ricordare il dolore che Gesù provò nel giorno della crocifissione. Santa Margherita Alacoque descrive le spine come i peccati degli uomini che trafiggono il cuore di Gesù.
La ferita laterale: Sul lato sinistro del cuore da una ferita sgorgano gocce di sangue. Nel Vangelo di Giovanni è scritto: „Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv, 19:33-34). Una volta morto il corpo di Gesù è sottoposto a ulteriore dolore, dolore che in una delle rivelazioni fatte a Santa Margherita Gesù descrive come provenire dalle azioni degli uomini: “non ricevo dalla maggior parte di essi che ingratitudini per le loro tante irriverenze, i loro sacrilegi e per le freddezze e i disprezzi che essi mi usano in questo Sacramento d’Amore. Ma ciò che più mi amareggia è che ci siano anche dei cuori a me consacrati che mi trattano così”. Questa ferita da cui sgorga sangue simboleggia i peccati più grandi degli uomini.
Papa Benedetto XVI scrisse “l’Adorazione dell’Amore di Dio, che ha trovato nel simbolo del ‘Cuore trafitto’ la sua espressione storico – devozionale, rimane imprescindibile per un rapporto vivo con Dio”.
Se da una parte l’immagine del Sacro Cuore e gli scritti della mistica mettono in risalto il dolore e la delusione di Gesù verso gli uomini che peccando lo feriscono, dall’altra ancora una volta Gesù vuole esprimere il suo amore smisurato verso l’umanità. Come scrisse Papa Francesco per celebrare la festa “Gesù ci guarda, ci ama e ci rispetta. È tutto cuore e tutta misericordia. Andiamo con fiducia a Gesù, Lui ci perdona sempre”.
Cristo è il nostro futuro è il motto di questo viaggio apostolico di Papa Francesco
Nel logo, l’elemento centrale è il Ponte delle Catene di Budapest, il più antico ponte ungherese che attraversa il Danubio. Simbolo della capitale e del Paese, in origine costruito per collegare le città di Buda e Pest, vuole rievocare il pensiero, più volte richiamato dal Papa, dell’importanza di costruire ponti tra gli uomini.
«Accogliendo l’invito delle autorità civili ed ecclesiali, Papa Francesco compirà un viaggio apostolico in Ungheria dal 28 al 30 aprile 2023, visitando la città di Budapest». Lo ha reso noto stamane una dichiarazione del direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni.
Per il Pontefice si tratta di un ritorno nella capitale ungherese, dove si era già recato il 12 settembre 2021 per celebrare, nella piazza degli Eroi, la messa conclusiva del 52° Congresso eucaristico internazionale. Ma si era trattato di una sosta di poche ore — durante le quali aveva anche incontrato presso il museo delle Belle arti il presidente della Repubblica e il primo ministro, poi i vescovi e infine i rappresentanti del Consiglio ecumenico delle Chiese e alcune comunità ebraiche del Paese — prima di ripartire alla volta di Bratislava, in Slovacchia.
Stavolta invece è stato organizzato un programma — anch’esso reso noto oggi — con le caratteristiche di un viaggio internazionale, il 41° del pontificato, secondo di questo 2023.
Il cuore del viaggio sarà poi il 29 aprile quando incontrerà i profughi nella chiesa di Santa Elisabetta d’Ungheria
Nei tre giorni che trascorrerà a Budapest, il Papa pronuncerà cinque discorsi e un’omelia, seguita dalla recita del Regina Caeli.
La partenza è prevista venerdì 28 dall’aeroporto di Fiumicino, con arrivo verso le 10 nello scalo internazionale della capitale ungherese, dove avrà luogo l’accoglienza ufficiale. Successivamente presso il Palazzo Sándor si svolgeranno, nel piazzale, la cerimonia di benvenuto e, all’interno, la visita di cortesia alla presidente della Repubblica. Seguiranno gli incontri con il primo ministro e, nell’ex monastero carmelitano, con le autorità, i rappresentanti della società civile e il corpo diplomatico. In quest’ultima circostanza è previsto il primo discorso del viaggio. Nel pomeriggio l’appuntamento con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le consacrate, i seminaristi e gli operatori pastorali ungheresi nella concattedrale di Santo Stefano.
La giornata di sabato 29 inizierà con una visita privata ai bambini dell’istituto Beato László Batthyány-Strattmann. Dopodiché Francesco incontrerà poveri e rifugiati presso la chiesa di Santa Elisabetta d’Ungheria e, nel pomeriggio, dapprima i giovani presso la Papp László Budapest Sportaréna, quindi, in privato, i membri della compagnia di Gesù nella nunziatura apostolica.
Infine domenica 30 il Papa al mattino celebrerà la messa nella piazza Lajos Kossuth e nel pomeriggio incontrerà il mondo accademico e della cultura presso la facoltà di Informatica e Scienze bioniche dell’Università cattolica Péter Pázmány. Al termine, verso le 17.30, raggiungerà l’aeroporto per la cerimonia di congedo dall’Ungheria.
Idea Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it
«L’ascesi quaresimale è un impegno, sempre animato dalla Grazia, per superare le nostre mancanze di fede e le resistenze a seguire Gesù sul cammino della croce.»
Cari fratelli e sorelle!
I vangeli di Matteo, Marco e Luca sono concordi nel raccontare l’episodio della Trasfigurazione di Gesù. In questo avvenimento vediamo la risposta del Signore all’incomprensione che i suoi discepoli avevano manifestato nei suoi confronti. Poco prima, infatti, c’era stato un vero e proprio scontro tra il Maestro e Simon Pietro, il quale, dopo aver professato la sua fede in Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, aveva respinto il suo annuncio della passione e della croce. Gesù lo aveva rimproverato con forza: «Va’ dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mt 16,23). Ed ecco che «sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte» (Mt 17,1).
Il Vangelo della Trasfigurazione viene proclamato ogni anno nella seconda Domenica di Quaresima. In effetti, in questo tempo liturgico il Signore ci prende con sé e ci conduce in disparte. Anche se i nostri impegni ordinari ci chiedono di rimanere nei luoghi di sempre, vivendo un quotidiano spesso ripetitivo e a volte noioso, in Quaresima siamo invitati a “salire su un alto monte” insieme a Gesù, per vivere con il Popolo santo di Dio una particolare esperienza di ascesi.
L’ascesi quaresimale è un impegno, sempre animato dalla Grazia, per superare le nostre mancanze di fede e le resistenze a seguire Gesù sul cammino della croce. Proprio come ciò di cui aveva bisogno Pietro e gli altri discepoli. Per approfondire la nostra conoscenza del Maestro, per comprendere e accogliere fino in fondo il mistero della salvezza divina, realizzata nel dono totale di sé per amore, bisogna lasciarsi condurre da Lui in disparte e in alto, distaccandosi dalle mediocrità e dalle vanità. Bisogna mettersi in cammino, un cammino in salita, che richiede sforzo, sacrificio e concentrazione, come una escursione in montagna. Questi requisiti sono importanti anche per il cammino sinodale che, come Chiesa, ci siamo impegnati a realizzare. Ci farà bene riflettere su questa relazione che esiste tra l’ascesi quaresimale e l’esperienza sinodale.
Nel “ritiro” sul monte Tabor, Gesù porta con sé tre discepoli, scelti per essere testimoni di un avvenimento unico. Vuole che quella esperienza di grazia non sia solitaria, ma condivisa, come lo è, del resto, tutta la nostra vita di fede. Gesù lo si segue insieme. E insieme, come Chiesa pellegrina nel tempo, si vive l’anno liturgico e, in esso, la Quaresima, camminando con coloro che il Signore ci ha posto accanto come compagni di viaggio. Analogamente all’ascesa di Gesù e dei discepoli al Monte Tabor, possiamo dire che il nostro cammino quaresimale è “sinodale”, perché lo compiamo insieme sulla stessa via, discepoli dell’unico Maestro. Sappiamo, anzi, che Lui stesso è la Via, e dunque, sia nell’itinerario liturgico sia in quello del Sinodo, la Chiesa altro non fa che entrare sempre più profondamente e pienamente nel mistero di Cristo Salvatore.
E arriviamo al momento culminante. Narra il Vangelo che Gesù «fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2). Ecco la “cima”, la meta del cammino. Al termine della salita, mentre stanno sull’alto monte con Gesù, ai tre discepoli è data la grazia di vederlo nella sua gloria, splendente di luce soprannaturale, che non veniva da fuori, ma si irradiava da Lui stesso. La divina bellezza di questa visione fu incomparabilmente superiore a qualsiasi fatica che i discepoli potessero aver fatto nel salire sul Tabor. Come in ogni impegnativa escursione in montagna: salendo bisogna tenere lo sguardo ben fisso al sentiero; ma il panorama che si spalanca alla fine sorprende e ripaga per la sua meraviglia. Anche il processo sinodale appare spesso arduo e a volte ci potremmo scoraggiare. Ma quello che ci attende al termine è senz’altro qualcosa di meraviglioso e sorprendente, che ci aiuterà a comprendere meglio la volontà di Dio e la nostra missione al servizio del suo Regno.
L’esperienza dei discepoli sul Monte Tabor si arricchisce ulteriormente quando, accanto a Gesù trasfigurato, appaiono Mosè ed Elia, che impersonano rispettivamente la Legge e i Profeti (cfr Mt 17,3). La novità del Cristo è compimento dell’antica Alleanza e delle promesse; è inseparabile dalla storia di Dio con il suo popolo e ne rivela il senso profondo. Analogamente, il percorso sinodale è radicato nella tradizione della Chiesa e al tempo stesso aperto verso la novità. La tradizione è fonte di ispirazione per cercare strade nuove, evitando le opposte tentazioni dell’immobilismo e della sperimentazione improvvisata.
Il cammino ascetico quaresimale e, similmente, quello sinodale, hanno entrambi come meta una trasfigurazione, personale ed ecclesiale. Una trasformazione che, in ambedue i casi, trova il suo modello in quella di Gesù e si opera per la grazia del suo mistero pasquale. Affinché tale trasfigurazione si possa realizzare in noi quest’anno, vorrei proporre due “sentieri” da seguire per salire insieme a Gesù e giungere con Lui alla meta.
Il primo fa riferimento all’imperativo che Dio Padre rivolge ai discepoli sul Tabor, mentre contemplano Gesù trasfigurato. La voce dalla nube dice: «Ascoltatelo» (Mt 17,5). Dunque la prima indicazione è molto chiara: ascoltare Gesù. La Quaresima è tempo di grazia nella misura in cui ci mettiamo in ascolto di Lui che ci parla. E come ci parla? Anzitutto nella Parola di Dio, che la Chiesa ci offre nella Liturgia: non lasciamola cadere nel vuoto; se non possiamo partecipare sempre alla Messa, leggiamo le Letture bibliche giorno per giorno, anche con l’aiuto di internet. Oltre che nelle Scritture, il Signore ci parla nei fratelli, soprattutto nei volti e nelle storie di coloro che hanno bisogno di aiuto. Ma vorrei aggiungere anche un altro aspetto, molto importante nel processo sinodale: l’ascolto di Cristo passa anche attraverso l’ascolto dei fratelli e delle sorelle nella Chiesa, quell’ascolto reciproco che in alcune fasi è l’obiettivo principale ma che comunque rimane sempre indispensabile nel metodo e nello stile di una Chiesa sinodale.
All’udire la voce del Padre, «i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo» (Mt 17,6-8). Ecco la seconda indicazione per questa Quaresima: non rifugiarsi in una religiosità fatta di eventi straordinari, di esperienze suggestive, per paura di affrontare la realtà con le sue fatiche quotidiane, le sue durezze e le sue contraddizioni. La luce che Gesù mostra ai discepoli è un anticipo della gloria pasquale, e verso quella bisogna andare, seguendo “Lui solo”. La Quaresima è orientata alla Pasqua: il “ritiro” non è fine a sé stesso, ma ci prepara a vivere con fede, speranza e amore la passione e la croce, per giungere alla risurrezione. Anche il percorso sinodale non deve illuderci di essere arrivati quando Dio ci dona la grazia di alcune esperienze forti di comunione. Anche lì il Signore ci ripete: «Alzatevi e non temete». Scendiamo nella pianura, e la grazia sperimentata ci sostenga nell’essere artigiani di sinodalità nella vita ordinaria delle nostre comunità.
Cari fratelli e sorelle, lo Spirito Santo ci animi in questa Quaresima nell’ascesa con Gesù, per fare esperienza del suo splendore divino e così, rafforzati nella fede, proseguire insieme il cammino con Lui, gloria del suo popolo e luce delle genti.
Sussidio proposto dall’Ufficio Liturgico Nazionale, in collaborazione con il Settore Biblico dell’Ufficio Catechistico Nazionale, il Servizio Nazionale per la Pastorale delle persone con disabilità e la Caritas Italiana.
«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Le parole indirizzate dall’apostolo Paolo alla comunità cristiana di Corinto aprono il cammino della Quaresima, tempo di grazia che il Signore Gesù ci dona per ritornare a lui con tutto il cuore e ricominciare una vita nuova, al di là di tutti i nostri fallimenti.
I gesti di carità, le parole della preghiera, i frutti del digiuno di questo tempo di guarigione dell’anima ci aiuteranno a celebrare le festività pasquali «non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1Cor 5,8).
Se la Quaresima è il tempo della conversione, i cinquanta giorni di Pasqua sono un «laetissimum spatium» per uscire dall’oscurità della notte e vivere l’incontro con il Risorto, gustare la gioia e alimentare la speranza, crescere nella comunione e raccontare le meraviglie da Dio compiute.
Seguendo la suggestiva immagine dei “Cantieri”, che accompagna il cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, il sussidio, proposto dall’Ufficio Liturgico Nazionale, in collaborazione con il Settore Biblico dell’Ufficio Catechistico Nazionale, il Servizio Nazionale per la Pastorale delle persone con disabilità e la Caritas Italiana, potrà risultare utile per i presbiteri, chiamati a crescere nell’arte del celebrare, e per le nostre assemblee, desiderose di vivere con verità la purificazione quaresimale e la gioia della Pasqua.
Musica: Matteo Lattarulo Testo ispirato a Is 58 Forma: Canzone Uso liturgico: Comunione e Presentazione dei doni Voci: Antonio Di Marco e Francesca Pillon Organo: Carlo Paniccià
La visita si svolgerà dal 31 gennaio al 3 febbraio. Con Francesco, in Paesi segnati dalla crisi economica e politica, il primate anglicano e il moderatore della Chiesa di Scozia
Un viaggio all’insegna della pace in terre di sfruttamento e di conflitti endemici, profondamente segnate dalle crisi. Un viaggio fortemente ecumenico. È il quarantesimo di papa Francesco, il quarto in Africa, quello che lo porterà nella Repubblica Democratica del Congo e nel giovane stato del Sud Sudan che ha raggiunto dopo decenni di guerre civili l’autonomia nel 2005 ed è stato riconosciuto Stato indipendente nel 2011.
Già previsto nello scorso luglio e poi rimandato per ragioni di salute la vista del Papa in questi due paesi africani è voluta da tempo: «Non vedo l’ora di fare questo viaggio il prima possibile» ha ripetuto papa Francesco più volte. «Il Sud Sudan è una comunità sofferente. Il Congo sta soffrendo in questo momento di guerriglia» ha detto in una recente intervista.
In Sud Sudan la visita si svolgerà a tre: il Papa, l’arcivescovo anglicano di Canterbury e il moderatore della Chiesa di Scozia. La volontà di recarsi in Sud Sudan era già stata espressa dal Papa cinque anni fa nel corso della sua visita alla chiesa anglicana di All Saints a Roma nel quale disse che l’invito di visitare il Paese gli era stato rivolto da tre pastori di diverse confessioni cristiane molto presenti in Sud Sudan: «Non venga da solo, venga con l’arcivescovo di Canterbury» riferì il Papa. Poi nell’aprile 2019 l’incontro in Vaticano con il presidente del Sud Sudan, i leader dell’opposizione e i vertici delle diverse Chiese cristiane per segnare un passo nuovo nel martoriato Paese, sfigurato dalla guerra civile e dalla fame.
Non sarebbe questo il primo viaggio del Papa in un Paese africano nel quale il segno ecumenico e interreligioso ha dato l’impronta, come è stato quello nel novembre 2015 in Centrafrica. E diversi sono già i viaggi interamente ecumenici decisi e compiuti da Francesco come quello nel febbraio 2016 nell’isola greca di Lesbo, punto d’approdo per migliaia di rifugiati e migranti in fuga da guerre, persecuzione e fame. Ma questo in Sud Sudan, che si prospetta con il primate della Chiesa anglicana e il moderatore della Chiesa di Scozia, è un fatto che sottolinea e amplifica nuovamente le prospettive di un percorso indispensabile e irreversibile tra Chiese cristiane urgentemente richiesto dai segni dei tempi, nei quali l’impegno e il servizio comune delle Chiese cristiane e dei loro responsabili esigono di offrirsi testimoni come lievito per favorire la giustizia, la fratellanza e la pace dei popoli.
Il programma del viaggio è stato presentato ieri dal direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni che ne ha assicurato la sicurezza.
Nella Repubblica Democratica del Congo papa Francesco pronuncerà sette discorsi, tutti in lingua italiana. Saranno invece cinque quelli pronunciati, sempre in lingua italiana, in Sud Sudan.
All’arrivo a Kinshasa, il 31 gennaio, sarà accolto dal premier Jean-Michel Sama Lukonde, in carica dal 2021. Poi, al Palais de Nation, il saluto al presidente Fexlix Tshisekedi, che era stato in visita alla Santa Sede nel 2020 e a seguire l’incontro con la società civile e con il corpo diplomatico a cui Francesco rivolgerà il primo discorso.
I momenti principali del secondo giorno nella capitale del Congo saranno la Messa secondo la liturgia inculturata del Messale Romano per le diocesi dello Zaire, alla quale si attende un milione e mezzo di persone, mentre nel pomeriggio è programmato l’incontro con le vittime delle violenza nell’Est del Paese del corso del quale sono previste diverse testimonianze, un discorso del Papa e un impegno di perdono da parte delle vittime. Al termine un appuntamento con i malati e i rappresentanti di opere caritative.
Il 2 febbraio nello Stadio dei martiri il Papa si riunirà con i giovani, poi in Cattedrale con le comunità religiose. L’incontro con i vescovi invece sarà il mattino seguente prima della partenza per il Sud Sudan. All’arrivo a Juba, capitale del Sud Sudan, abitata da tribù minoritarie del Paese, papa Francesco verrà accolto dal presidente Salva Kiir Mayardit, che è venuto in visita al Vaticano nel marzo 2019 e poi nell’aprile dello stesso anno per il ritiro spirituale per la pace nel Paese convocato dal Papa. Saliranno a bordo dell’aereo, per poi scendere insieme nel piazzale dell’aeroporto anche l’arcivescovo di Canterbury e primate anglicano Justin Welby e il moderatore della Chiesa di Scozia lord Jim Wallace, che insieme compiranno le tappe del viaggio in Sud Sudan. All’’incontro con le autorità civili oltre al Papa, prenderanno la parola anche l’arcivescovo di Canterbury e il moderatore della Chiesa di Scozia.
Il 4 febbraio l’incontro con i religiosi nella Cattedrale, poi con i gesuiti e infine con gli sfollati interni, attualmente più di 3 milioni, 33mila solo nella regione di Juba. Lasceranno la loro testimonianza i rappresentanti di diversi campi di sfollati. Anche questo sarà un momento ecumenico. Nel mausoleo John Garang, la celebrazione ecumenica prevede un’allocuzione dell’arcivescovo di Canterbury, del Moderatore della Chiesa di Scozia, il discorso del Papa e al termine la preghiera ecumenica. Welby e Wallace, faranno anche il viaggio di ritorno insieme a Francesco.
E per la prima volta la consueta Conferenza stampa del Papa in aereo avrà un’altra fisionomia: sarà in chiave ecumenica, congiunta con il moderatore e il primate anglicano.
“Maria si alzò e andò in fretta” (Lc 1,39): è questo il tema del Messaggio del Santo Padre ai giovani in occasione della XXXVII Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà celebrata nelle Chiese particolari il prossimo 20 novembre 2022 e a livello internazionale a Lisbona dal 1 al 6 di agosto 2023.
La città della gioia
Una nuova esperienza legata alla GMG che unirà il Parco del Perdono e la Fiera delle Vocazioni.
Una nuova esperienza legata alla GMG di Lisbona è la Città della Gioia, un luogo che unirà il Parco del Perdono e la Fiera delle Vocazioni e dove scoprire Cristo attraverso esperienze di gioia cristiana. I giovani saranno provocati attraverso incontri, eventi, conversazioni, momenti di preghiera. Un modo per mettersi in discussione e confrontarsi con l’altro, con il diverso, sperimentando l’armonia, il perdono di Dio e la sua misericordia.
Un percorso insomma, ricco di stimoli dal Parco del Perdono dove ci saranno a disposizione 150 confessionali, alla Fiera Vocazionale in ci saranno testimonianze sulla vocazione
Maria si alzò e andò in fretta (Lc 1,39) è la citazione biblica scelta da Papa Francesco come motto della Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà per la prima volta in Portogallo, nella capitale Lisbona, dall’1 al 6 agosto 2023. La frase biblica apre il racconto della Visitazione (la visita di Maria alla cugina Elisabetta), episodio successivo all’Annunciazione (l’annuncio dell’angelo a Maria che sarebbe stata madre del Figlio di Dio, tema della GMG a Panama).
Durante l’Annunciazione l’angelo dice a Maria che sua cugina, ritenuta sterile, è incinta. Dopo aver risposto all’angelo Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola (Lc 1,38), è allora che Maria parte per Ain Karim, un villaggio vicino a Gerusalemme dove Elisabetta viveva e attendeva la nascita di Giovanni, che sarebbe diventato San Giovanni Battista.
Maria di Nazaret è la grande figura del cammino cristiano: ci insegna a dire di sì a Dio. Nell’episodio biblico della Visitazione l’atto di alzarsi in piedi presenta Maria sia come donna di carità sia come missionaria. Partire in fretta rappresenta l’atteggiamento indicato da Papa Francesco per la GMG di Lisbona: «che l’evangelizzazione dei giovani sia attiva e missionaria, perché così riconosceranno e testimonieranno la presenza del Cristo vivente».
Rivolgendosi in particolare ai giovani, e sfidandoli ad essere coraggiosi missionari, il Papa nell’Esortazione apostolica Christus vivit scrive: «Dove ci invia Gesù? Non ci sono confini, non ci sono limiti: ci invia a tutti. Il Vangelo è per tutti, non per alcuni» (CV 177).