I vari volti della santità. Pensiamo a Maria sposa, madre, sorella, anche lei Donna dell’impossibile che ha reso tutto possibile!
Come tu mi vuoi Eccomi Signor, vengo a te mio Re Che si compia in me la tua volontà Eccomi Signor vengo a te mio Dio Plasma il cuore mio e di te vivrò Se tu lo vuoi Signore manda me e il tuo nome annuncerò
Santa Rita nacque a Roccaporena (Cascia) verso il 1380. Secondo la tradizione era figlia unica e fin dall’adolescenza desiderò consacrarsi a Dio ma, per le insistenze dei genitori, fu data in sposa ad un giovane di buona volontà ma di carattere violento. Dopo l’assassinio del marito e la morte dei due figli, ebbe molto a soffrire per l’odio dei parenti che, con fortezza cristiana, riuscì a riappacificare. Vedova e sola, in pace con tutti, fu accolta nel monastero agostiniano di santa Maria Maddalena in Cascia. Visse per quarant’anni anni nell’umiltà e nella carità, nella preghiera e nella penitenza. Negli ultimi quindici anni della sua vita, portò sulla fronte il segno della sua profonda unione con Gesù crocifisso. Morì il 22 maggio 1457. Invocata come taumaturga di grazie, il suo corpo si venera nel santuario di Cascia, meta di continui pellegrinaggi. Beatificata da Urbano VIII nel 1627, venne canonizzata il 24 maggio 1900 da Leone XIII. E’ invocata come santa del perdono e paciera di Cristo.Patronato: Donne maritate infelicemente, Casi disperati Etimologia: Rita = accorc. di Margherita Martirologio Romano: Santa Rita, religiosa, che, sposata con un uomo violento, sopportò con pazienza i suoi maltrattamenti, riconciliandolo infine con Dio; in seguito, rimasta priva del marito e dei figli, entrò nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia in Umbria, offrendo a tutti un sublime esempio di pazienza e di compunzione.
E’ la piccola borgata di Roccaporena, in Umbria, a dare i natali, molto probabilmente nel 1371, a Margherita Lotti, chiamata col diminutivo “Rita”. I genitori, modesti contadini e pacieri, provvedono a farle avere una buona educazione scolastica e religiosa nella vicina Cascia, dove l’istruzione è curata dai frati agostiniani. Matura in tale contesto la devozione verso Sant’Agostino, San Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, che Rita sceglie come suoi santi protettori. Rita moglie e madre Intorno al 1385 sposa Paolo di Ferdinando di Mancino. Contese e rivalità politiche sono i tratti che contraddistinguono la società di allora; anche il marito di Rita ne è coinvolto. Ma la giovane sposa, con la preghiera, la sua pacatezza e con quella capacità di pacificare appresa dai genitori, lo aiuta pian piano a vivere una condotta più autenticamente cristiana. Con l’amore, la comprensione e la pazienza, quella di Rita e Paolo diviene così un’unione feconda, allietata dall’arrivo di due figli maschi: Giangiacomo e Paolo Maria. Al sereno focolare domestico si contrappone però la spirale d’odio delle fazioni dell’epoca. Lo sposo di Rita vi si trova coinvolto anche per i vincoli di parentela, e viene assassinato. Per evitare di indurre i figli alla vendetta, nasconde loro la camicia insanguinata del padre. In cuor suo Rita perdona chi ha ucciso il marito, ma la famiglia di Mancino non si rassegna, fa pressioni; ne scaturiscono rancori ed ostilità. Rita non smette di pregare perché non si sparga altro sangue e fa della preghiera la sua arma e consolazione. Eppure le tribolazioni non vengono meno. Una malattia provoca la morte di Giangiacomo e Paolo Maria: l’unico conforto è pensare le loro anime salve, non più nel pericolo della dannazione nel clima di ritorsioni suscitato dall’assassinio del coniuge.
Monaca agostiniana Rimasta sola, Rita comincia una vita di più intensa preghiera, per i suoi cari defunti, ma anche per i “di Mancino”, perché perdonino e trovino la pace. All’età di 36 anni chiede di essere accolta tra le monache agostiniane del Monastero Santa Maria Maddalena di Cascia, ma la sua richiesta viene respinta: le religiose, forse, temono con l’ingresso di Rita – vedova di un uomo assassinato – di mettere a repentaglio la sicurezza della loro comunità. Le preghiere di Rita e le intercessioni dei suoi santi protettori portano invece alla pacificazione tra le famiglie coinvolte nell’uccisione di Paolo di Mancino e dopo tanti ostacoli avviene l’ingresso in monastero. Si racconta che, durante il noviziato, la badessa, per provare l’umiltà di Rita, le abbia chiesto di innaffiare un arido legno e che la sua obbedienza sia stata premiata da Dio con una vite tutt’ora rigogliosa. Negli anni Rita si distingue come religiosa umile, zelante nella preghiera e nei lavori affidatile, capace di frequenti digiuni e penitenze. Le sue virtù divengono note anche fuori dalle mura del monastero, pure a motivo delle opere di carità cui Rita si dedica insieme alle consorelle, che alla vita di preghiera affiancano le visite agli anziani, la cura degli ammalati, l’assistenza ai poveri.
La santa delle rose Sempre più immersa nella contemplazione di Cristo, Rita chiede di poter partecipare alla sua Passione e nel 1432, assorta in preghiera, si ritrova sulla fronte la ferita di una spina della corona del Crocifisso che persiste fino alla morte, per 15 anni. Nell’inverno che precede la sua morte Rita, malata e costretta a letto, chiede a una cugina, venuta in visita da Roccaporena, di portarle due fichi e una rosa dall’orto della casa paterna. É il mese di gennaio, la donna l’asseconda, pensandola nel delirio della malattia. Rientrata, trova, stupefatta, la rosa e i fichi e li porta a Cascia. Per Rita sono segno della bontà di Dio che ha accolto in cielo i suoi due figli e il marito. Rita spira nella notte tra il 21 e il 22 maggio dell’anno 1447. Per il grande culto fiorito immediatamente dopo, il suo corpo non è mai stato sepolto. Oggi lo custodisce un’urna in vetro. Rita ha saputo fiorire nonostante le spine che la vita le ha riservato, donando il buon profumo di Cristo e sciogliendo il gelido inverno di tanti cuori. Per tale ragione, e a ricordo del prodigio di Roccaporena, il simbolo ritiano per eccellenza è la rosa.
Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n’è uno in particolare che riguarda santa Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte. Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena. Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti. Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza. La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità. Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione. Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante. E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio. Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo. Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente. Frequentava anche la chiesa di s. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento. Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto. Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie. I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta. E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite. Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita. Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fa’ di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre. A questo punto inserisco una riflessione personale, sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc. Al contrario di santa Rita che pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio. Santa Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente. Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia. Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero. Secondo la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso: si narra che una notte, Rita, come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al di sopra del villaggio di Roccaporena) e che qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori sopra citati, i quali la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero; era l’anno 1407. Quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro. Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni. La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere. Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione. La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente. Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio. E in questa fase finale della sua vita avvenne un altro prodigio: essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente la quale, nel congedarsi, le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena; Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto; la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile. Ma Rita insistè. Tornata a Roccaporena, la parente si recò nell’orticello e, in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata. Stupita, la colse e la portò da Rita a Cascia la quale, ringraziando, la consegnò alle meravigliate consorelle. Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli. Il 22 maggio 1447 (o 1457, come viene spesso ritenuto) Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì: sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura. Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa. Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di santa Rita a Cascia. Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di santa Rita. Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte. Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente. Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di santa Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino. Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra.
Santa Rita da Cascia, modello di donna, di sposa, di mamma e di religiosa, io ricorro alla tua intercessione nei momenti difficili della mia vita. Tu sai che spesso la tristezza mi opprime perché non so trovare la via d’uscita in tante situazioni dolorose. Ottienimi dal Signore le grazie di cui ho bisogno, specialmente la serena fiducia in Lui e la tranquillità interiore. Fa’ che io imiti la tua dolce mitezza, la tua forza nelle prove e la tua eroica carità e chiedi al Signore che sappia sopportare le mie sofferenze perché possano giovare a tutti i miei cari e che tutti possano camminare sereni verso la Patria eterna, dove tu ci attendi nella gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre
Ideazione Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it
Riflessioni mese mariano- Impariamo da S. Bernardino da Siena una tenera e filiale devozione alla Madonna, cercando di conoscerla, amarla, imitarla, per andare a Gesù per mezzo suo, poichè « il devoto di Maria certamente si salva».
Cantiamo a Maria con Marilena
Maria piccola Maria
Questo illustre e degno discepolo di S. Francesco d’Assisi nacque dalla nobile famiglia degli Albizzeschi nei pressi di Siena nel 1380. Non aveva ancora tre anni quando rimase orfano di madre, e a sei, anche di padre. Ma un fanciullo come lui che già dava segni di predestinazione, non doveva essere trascurato, e non doveva imbrattarsi di fango mondano: possiamo dire che venne allevato ed educato alla scuola di Maria SS.ma.
Il grazioso Bernardino, delicato, modesto e cortese con tutti, cresceva, sotto la tutela delle pie zie e della cugina Tobia, in sapienza e in grazia come il fanciullo Gesù. Era talmente delicato, che avendo una volta uno zio paterno invitato amici un po’ volgari in casa sua, egli disgustato disse allo zio: « O si correggono nel parlare, o vado via di casa io ».
Degna di menzione è la scena che si svolse un giorno tra il santo fanciullo e la cugina.
“Sapete” le disse tutto raggiante in volto “che io sono tanto innamorato di una nobilissima Signora che darei volentieri la mia vita per godere della sua presenza e che se passassi un giorno senza vederla non potrei chiudere occhio nella notte?!!… “
La cugina dapprima rimase stupita di questo parlare, ma poi si rasserenò quando egli le narrò che, ogni giorno si recava a pregare e venerare un’immagine della Vergine, che si trovava a porta Camollia.
Compiuto felicemente il corso di filosofia, si dedicò allo studio del diritto ecclesiastico e civile, ma più di tutto della Sacra Scrittura.
Nella peste del 1400 che per quattro mesi infestò Siena, il Santo, ventenne, fu tra i generosi fedeli che si dedicarono con eroica carità a curare gli appestati rimanendo, per disposizione divina, illeso da tale morbo.
Nel 1402 si unì ai figli del Poverello d’Assisi, tra i quali un anno dopo emetteva la sua professione religiosa e nel 1404 celebrava la sua prima Messa. Da quel momento si manifestò in lui il grande ministro del Signore, incominciando dalla riforma dei costumi.
Il primo anno di sacerdozio lo passò nel convento del monte Amiata, ove si dedicò ad un maggior studio e ad una più intensa pietà. Nel 1417 lo troviamo guardiano del convento di Fiesole e predicatore insigne.
Reliquia del Trigramma di Cristo San Bernardino da Siena anno 1424
Tre argomenti trattava con predilezione: la carità, la devozione alla SS. Vergine, ed il SS. Nome di Gesù, di cui fu uno dei primi strenui propagatori e di cui parlava sempre con trasporto. L’eloquenza sua piegava il popolo e lo trascinava ove voleva. D’altra parte il Signore ne rafforzava la parola con miracoli. Finalmente, ricco di meriti se ne volò al cielo a ricevere il premio nel 1444.
Morì il 20 maggio a L’Aquila dove si recò per tentare di riconciliare due fazioni che in città si affrontavano apertamente. In seguito il suo corpo fu sepolto nella basilica di San Bernardino dell’Aquila, fatta costruire dal confratello Giovanni da Capestrano, all’interno del omonimo mausoleo.
MARTIROLOGIO ROMANO. Ad Aquila, nell’Abruzzo, san Bernardino da Siéna, Sacerdote dell’Ordine dei Minori e Confessore, che illustrò l’Italia colla parola e coll’esempio.
ICONOGRAFIA
Nell’iconografia San Bernardino da Siena è quasi sempre raffigurato come un uomo anziano con un saio francescano assieme al suo monogramma a volte sorretto da lui stesso o a volte sorretto da qualche angelo come nella seguente tela di qualche artista marchigiano risalente al XVII sec.
San Bernardino da Siena scuola marchigiana anno 1617
La tela del Bellini, noto artista veneziano, è invece un primissimo piano del santo, sempre col simbolo del Nome di Gesù e sempre con saio francescano.
San Bernardino da Siena Jacopo Bellini anno 1470-1471
Ma il grande santo non è raffigurato solo mentre diffonde il Nome di Gesù ma anche durante le sue grandi azioni di evangelizzazione come nel caso della tela di Ludovico Carracci dove viene immortalata la scena dove il santo difende il popolo di Carpi dai nemici. Secondo la tradizione popolare San Bernardino da Siena giunse a Carpi nel 1427 sostando presso i Conventuali di San Francesco e famiglia dei nobili Bellentani. Il Santo compì quindi dei prodigi tra i quali la difesa della città dall’aggressione di un esercito nemico.
Il dipinto si trovava all’interno della cattedrale di Notre-Dame di Parigi durante il tragico incendio scoppiato il 15 aprile 2019 ma miracolosamente non subì nessun danno.
San Bernardino da Siena che salva Carpi da un esercito nemico Ludovico Carracci anno 1619
Il grande artista Mattia Preti dopo la bellissima tela dove raffigura il santo risanare gli infermi col Nome di Gesù, esegue un ulteriore capolavoro per il duomo di Siena: Predica di San Bernardino da Siena. Nella tela il Preti isola il Santo a mezza altezza al di sopra di un pulpito, mentre infiamma con la sua oratoria un pubblico di uditori: donne piangenti, uomini pensosi, giovani che si aggrappano alle cornici del pergamo, soldati attenti costituiscono un campione di varia umanità che dà occasione al pittore di dare sfoggio della sua capacità di varietà narrativa. Sullo sfondo, una quinta architettonica a tre fornici chiude lo spazio della rappresentazione, secondo un modulo compositivo già usato in passato da Preti, mentre in alto una cerchia angelica fa da corona al consueto monogramma cristologico fiammato.
Predica di San Bernardino da Siena Mattia Preti anno 1673 – 1674
Il bellissimo affresco nella Cappella Bufalini nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli è opera del Pinturicchio, noto artista perugino, dove raffigura San Bernardino in gloria, con il Santo poggiato su una roccia e ai lati i santi Ludovico Di Tolosa e Sant’Antonio di Padova, mentre al di sopra dello stesso due angeli gli porgono una corona sul capo.
Gloria di san Bernardino da Siena Pinturicchio anno 1500
Sempre nella cappella Bufalini è possibile ammirare un affresco con le esequie di San Bernardino con il santo disteso su una bara circondato da persone di qualsiasi ceto sociale, in specie persone che hanno avuto una guarigione, e un personaggio riccamente abbigliato che viene indicato come un membro della famiglia Bufalini, tutti intenti a venerare la salma. In prospettiva si scorge una serie di portici ordinati in un elegante complesso architettonico e nella parte alta compare la figura del santo mentre viene trasportata in cielo dagli angeli.
Funerali di san Bernardino Pinturicchio anno 1484-1486
Tra i Santi appassionati della Madonna si distingue il dolcissimo San Bernardino da Siena. Sin dall’infanzia aveva mostrato n amore assai grande a Maria Santissima, tanto da ripetere: “Io sono innamorato della Vergine, a Lei sempre penso, Lei teneramente amo e non posso passare alcun giorno senza visitarla”. Col crescere degli anni, egli crebbe ancora in questo santo amore, e fu la devozione alla Vergine che lo portò ad amare tanto la verginità. Per questo, fattosi più grande, volle consacrarsi a Dio nell’Ordine francescano. Da religioso, si innamorò ancora di più di Maria Santissima, la quale era il soggetto preferito dei suoi discorsi in tutte le ricreazioni, distinguendosi come predicatore e scrittore esimo della Vergine. Così, dopo una vita santa, oggi lo veneriamo sugli altare e la Chiesa lo propone a nostro modello per l’innocenza della sua vita e per l’amore alla Madonna. Se ameremo di gran cuore la Vergine Maria e la serviremo fedelmente in vita, otterremo anche noi la grazia di essere per sempre con Lei nel santo Paradiso.
Viaggio nella devozione mariana francescana
Citato come “testimone” dell’Assunzione della Vergine Maria nella Costituzione apostolica Munificentissimus Deus (1950) di Papa Pio XII, tra i santi più innamorati di Maria, San Bernardino da Siena, sin dall’infanzia aveva mostrato questo amore del tutto speciale per la Madonna. Diceva: “Io sono innamorato della Vergine, a Lei sempre penso, Lei teneramente amo e non posso passare alcun giorno senza visitarla”.
San Bernardino da Siena fu uno dei più grandi studiosi della Vergine: così ci dicono numerosi teologi dal ‘500 in poi che riferendo e sviluppando i suoi pensieri, hanno prodotto una vasta produzione di testi mariologici. Basterebbe pensare anche ai pontefici che – nel corso della storia della Chiesa – lo hanno citato: Leone XIII (Iucunda semper, 1894), o ad esempio, Pio X (Ad diem illum, 1904). Bernardino, infatti, scrisse ben undici sermoni specificamente mariani, in lingua latina. Questi sermoni costituiscono il corpus del Tractatus de Beata Virgine. Inoltre, ci sono rimaste anche otto prediche mariane in lingua volgare, che sono state riportate da chi lo ha ascoltato.
Riflessioni, meditazioni che avevano al centro Lei, la Vergine Maria sempre. San Bernardino illustra positivamente la convenienza della predestinazione stessa di Maria collocandola accanto a Cristo, al vertice della perfezione creata. È stata proprio Maria che ha cooperato all’opera salvifica di Cristo. Il nesso tra la maternità divina di Maria e la sua funzione salvifica è strettissimo, ed è colto sempre alla luce del libero consenso. Nel pensiero di San Bernardino, Maria non fu semplice soggetto passivo della Redenzione, ma vi partecipò attivamente.
Parlando della santificazione di Maria nella sua concezione, san Bernardino cita Hugone, il quale affermava che la stessa santificazione “removit culpam originalem, confert gratiam et removet pronitatem ad peccandum tam venialiter quam mortaliter. Et haec fuit in Virgine”. Nel pensiero del santo, troveremo, inoltre un riferimento al particolare privilegio dell’Immacolata Concezione: “La Vergine Maria fo senza omni peccato mortale, veniale et originale, secondo la comune nostra opinione. Et benché santo Thoma et alcun altro Dottore dicano che Ella contrahesse el peccato originale, […] et che per brevissimo poncto stete cum esso, ma l’Ordine nostro et multi altri Sancti et Doctori, non meno autentici [=autorevoli] di quelli, tengono ch’ella non contrahesse mai peccato originale”.
Estremo amore per la Madonna, questo sarà il carattere principale del suo pensiero teologico. Una devozione che passa dalle sue prediche, dai suoi scritti e che arriva fino ai giorni d’oggi. Non è un caso che proprio nella festività del Cuore Immacolato di Maria venga scelta una lettura dai Sermoni del santo. È il nono, denominato “De visitatione”: “Sarà possibile che un uomo, con la sua bocca empia o addirittura abominevole, abbia la presunzione di parlare poco o tanto, della vera Madre dell’Uomo Dio, se non sulla scia della Rivelazione? Tanto più se si pensa che il Padre l’ha predestinata ad essere vergine, il Figlio la elesse come madre e lo Spirito Santo predispose che fosse dimora di ogni grazia. E io, piccolo uomo, con quali parole potrò esprimere i sentimenti di questo cuore di Vergine, già espressi dalla bocca di Dio, se non basta neppure la lingua di un angelo per descriverli?”.
È la grandezza degli umili. E non poteva essere altrimenti visto che San Bernardino ha imitato nella sua vita la Vergine, modello per lui e per tutto l’Ordine francescano.
Idea Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it
La Madre di Dio affascina da sempre e anche il teatro si è ispirato alla sua figura. Nel XV secolo fiorirono dei filoni di rappresentazioni sacre, noti con il nome di “Miracoli” e “Misteri”, aventi appunto a tema i miracoli della Vergine o fatti centrali nella storia della salvezza come la Passione. Questo interesse è vivo anche ai giorni nostri, come mostra il dramma “Processo a Gesù” di Fabbri
Maria affascina, non c’è che dire. Maria parla. Maria agisce. Maria dovunque si trovi crea attorno a sé una forza, una carica di parole e gesti che rapiscono noi “spettatori”, così come ha rapito – nel corso dei secoli – l’immaginazione di tanti poeti, cineasti, scrittori, drammaturghi che hanno scritto su di lei pagine e pagine di letteratura. Maria vista, scritta, riletta dal Teatro. Cerchiamo di percorrere un viaggio attraverso le pagine più belle della scena drammaturgica che hanno visto la Madre di Dio come protagonista.
Il XV secolo vede fiorire nel panorama scenico i “drammi liturgici” o “drammi religiosi”, derivati proprio dalla liturgia dell’epoca, e non poteva certo mancare Maria. Il suo nome è stato legato a una speciale tipologia di rappresentazione, chiamata “Miracoli”. L’oggetto di questa scrittura teatrale furono proprio i miracoli che la Beata Vergine aveva compiuto in quell’epoca. Ci sono pervenuti 42 esempi di questi componimenti drammatici, in cui la Madonna salva o consola – attraverso interventi soprannaturali – gli innocenti e i provati dal dolore o da ogni sorta di sofferenza. Storie di peccatori che trovano in Maria la via di redenzione o, ancora, di quando la misericordia della Vergine risparmia dalla pena capitale – ad esempio, nel dramma “Frau Jetten” del 1480 – una donna ambiziosa che voleva ricoprire alte cariche ecclesiastiche e che, una volta scoperta per i suoi intrighi, era stata condannata a morte.
Ma non solo “Miracoli”. Il XV secolo – periodo fiorente per il teatro a carattere sacro – è stato anche il secolo dei “Misteri”, altro filone di rappresentazioni sacre. I dialoghi erano scritti per un pubblico molto vasto e raccontavano storie e leggende che avevano nutrito la credenza popolare. Le rappresentazioni prevedevano soggetti dove il reale e il sovrannaturale si mischiavano, temi tratti soprattutto dalla Bibbia. Il più noto? La Passione di Cristo. Una testimonianza importante la troviamo nella cosiddetta Passione di Valenciennes, in cui Maria occupa un ruolo importante: in questa rappresentazione, infatti, coesistono la casa della Madonna per l’Annunciazione, il Tempio della Presentazione, il Palazzo di Erode, il Paradiso e l’Inferno. Un testo, potremmo dire, diverso dagli altri: “al posto” della canonica Passione dei Vangeli, ci troviamo di fronte a una sequela originale di episodi. Certamente da evidenziare quello “spazio scenico” della Casa di Nazareth, dichiaratamente simbolica! In Spagna abbiamo i Misteri d’Elx: una rappresentazione teatrale lirico-religiosa, divisa in due atti, riguardante l’assunzione e incoronazione della Vergine Maria.
Un capitolo a parte merita la Donna de Paradiso di Jacopone da Todi, religioso e poeta italiano del Medioevo. Il genere letterario è la lauda – lode, canzone sacra in lingua volgare – che in Jacopone diventa qualcosa di più. Diviene un vero e proprio dialogo teatrale. La situazione “scenica” di Donna de Paradiso è quella del Golgota. Ecco i personaggi: Cristo in croce; Maria ai Suoi piedi; il popolo e il nunzio fedele (san Giovanni apostolo). Guardiamo Maria. Eccola in tutta la sua umanità. Non è lontana, ma è vicina ad ogni madre che disperatamente assiste alla morte del figlio, sapendo della sua innocenza. Quanta drammaticità racchiude la ripetizione di quel “Figlio”. Siamo al punto estremo dell’esistenza terrena dei due protagonisti, Maria e Gesù: “Figlio, l’alma t’è ‘scita,/ figlio de la smarrita,/ figlio de la sparita,/ figlio attossecato!/ Figlio bianco e vermiglio,/ figlio senza simiglio,/ figlio, a chi m’apiglio?”.
Riecheggiano in questi versi le lagrime dello Stabat Mater dolorosa che si ascolta nella Liturgia quaresimale. È tutta la vicenda umana a prendere il personaggio di Maria. Qualsiasi donna può ritrovarsi nel suo dolore. Questa, la grande novità di Jacopone.
Facciamo un salto di qualche secolo. Entra in scena una ragazza, Violaine, una giovane di fede profonda e gioiosa. Abbraccia, con impeto, Pierre de Craon, costruttore di cattedrali. A coglierla di sorpresa è la sorella, Mara. Pierre è lebbroso e il suo bacio contamina la giovane che è costretta a cedere il fidanzato Giacomo a Mara e ad allontanarsi da casa. Mara e Giacomo hanno una figlia che muore e nel momento del dolore Mara torna da Violaine, ormai cieca e ridotta allo stremo. Sa che può domandare tutto a Dio. Il piccolo cadavere nelle braccia di Violaine rivive e Mara, gelosa, spinge sotto un carro la sorella che muore. Storia interessante, ben scritta. Non c’è che dire! Ma Maria? Dov’è Maria in tutto questo? Questa vicenda, a una prima lettura, potrebbe sembrare poco inerente alla Madre di Gesù, è vero. Invece – e non è un caso che questo testo del poeta Paul Claudel, abbia per titolo L’annuncio a Maria (1912) – condensa, per metafora, la missione della Madonna. Ogni essere umano vive nel mondo per volontà di Dio, che ha affidato ad ognuno un compito specifico che concorre all’armonia del Creato.
Negli anni Cinquanta compare nel panorama teatrale italiano un testo particolare, divenuto ora un “classico”: è Processo a Gesù (1955) di Diego Fabbri, scrittore assai prolifico nelle tematiche religiose. Prendendo spunto da un incontro tenutosi a Gerusalemme (1933) tra alcuni giuristi anglosassoni, riunitisi per un “neoprocesso” a Cristo, Fabbri volle soffermarsi drammaturgicamente sulle “carte processuali” dell’Imputato, con tanto di testimoni. Fra quest’ultimi non poteva mancare Maria di Nazareth che viene chiamata a testimoniare, ovviamente, a favore del Figlio. Lo scrittore emiliano, illustrando il personaggio, evidenzia la sua doppia natura: umana e divina. Questa viene analizzata – con sottigliezza psicologica – in un nodo fondamentale della vita di Maria in relazione a Gesù, un nodo che rientra in quel Mistero su cui i testi evangelici ci lasciano poche, pochissime parole: “E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52).
Fabbri, in un breve monologo dell’attrice che impersona Maria, dice tutto: “Perché, vedete, quel che forse si stenta a capire, a credere è che nonostante quei segni meravigliosi (…), lui, per me, continuava ad essere un figlio vero, reale, proprio come può essere l’unico figlio di una madre qualunque. Io ve lo voglio proprio confidare: nonostante quei segni eccezionali, ci fu un momento in cui pensai che Gesù fosse un figlio come tutti. Ero in questo stato di materna soddisfazione, quando Gesù, un giorno, interrompendo un lavoro, mi dice: «Mamma, tessi una tunica nuova per me. Presto dovrò partire, e mi piace fare il viaggio con una nuova tunica rossa». Il tremore che mi diedero quelle poche, semplici parole fu più forte di quello che provai – fanciulla – alle parole e alla vista dell’Angelo Annunciatore. Non ebbi fiato per rispondere. Perché avevo capito. Capito tutto. Partiva. E quel giorno, quando si chiuse alle spalle la porta di casa, e sparì sotto, nel sentiero che scendeva, io piansi”.
È l’inizio della missione di Gesù Cristo nel mondo. E non parliamo, in questo caso, di finzione teatrale, bensì di realtà storica.
Una mamma è una carezza che riempie il mondo di amore
La parola più bella sulle labbra del genere umano è “Madre”, la più bella invocazione è “Madre mia”. È la fonte dell’amore, della misericordia, della comprensione, del perdono. Ogni cosa in natura parla della madre.
Festa della mamma: storia e curiosità su un giorno amatissimo
Lo sapevi? La giornata ha radici antiche e si celebra in modo diverso ne Paesi del mondo
LE ORIGINI DELLA FESTA – La mamma è protagonista di una festa a lei dedicata fin da tempi molto antichi. In epoca greca e romana le divinità legare alla fertilità femminile erano spesso associate all’agricoltura e, in epoche ancora più antiche, al culto della madre Terra. La primavera, momento di rinascita della natura era la stagione privilegiata in cui celebrare la maternità e la fecondità, e quindi la mamma.
MOTHER’S DAY – In tempi moderni, la Giornata della mamma è stata celebrata per la prima volta il 24 dicembre 1933, data della Giornata nazionale della Madre e del Fanciullo. Non fu istituita una vera ricorrenza, ma fu piuttosto un evento unico, non più ripetuto negli anni successivi: in quell’occasione furono premiate le madri più prolifiche, come voleva la politica della famiglia e la retorica propugnata dal governo fascista. Lo spirito odierno della Festa della mamma è, naturalmente, molto differente e, nel nostro Paese, risale al 1956, quando il senatore Raul Zaccari, sindaco di Bordighera, dedicò una giornata alle mamme della sua città; due anni dopo, presentò al Senato della Repubblica un disegno di legge per ottenerne l’istituzione nazionale della festa, che, dopo qualche mese di dibattito, fu ufficialmente istituita. In un primo tempo si celebrava l’8 maggio, ma dal 2000 è stata spostata alla domenica immediatamente successiva.
DAGLI STATI UNITI IL SIMBOLO DELLA FESTA Negli Stati Uniti d’America la stessa idea era in circolazione fin dal 1873, anno in cui due donne giunsero per strade diverse alla medesima intuizione. Una era la pacifista e femminista Julia Ward Howe, seguita a ruota da Anna M. Jarvis. In particolare, Anna era profondamente legata a sua madre: dopo la sua morte tempestò di lettere gli uomini politici del governo affinché venisse istituita una festa per celebrare tutte le mamme del mondo. Alla fine riuscì a spuntarla e il primo Mother’s Day fu celebrato a Grafton il 10 maggio 1909. Anna scelse anche come simbolo della festa il garofano bianco, il fiore più amato dalla sua mamma.
UN FRANCOBOLLO PER LA MAMMA – Oltre Oceano la Festa della mamma ha sempre ricevuto una certa attenzione dei politici, forse legate al consenso politico o a ragioni affettive. Ad esempio il presidente Roosevelt nel 1934 disegnò personalmente un francobollo ufficiale per la ricorrenza, con tanto di annullo dedicato. Nel nostro Paese le Poste hanno dedicato vari annulli filatelici alla Festa della mamma e una speciale cartolina postale, oggi oggetto da collezione.
NEI PAESI DEL MONDO – Non tutti i Paesi festeggiano la mamma nello stesso giorno. La seconda domenica di maggio è la data scelta dalla gran parte degli Stati europei, tra cui l’Italia, da Stati Uniti, Giappone, Australia. In Norvegia, invece, la festa cade la seconda domenica di febbraio, mentre in molti Paesi si celebra in coincidenza con la Giornata della Donna, ovvero l’8 marzo. Abbastanza gettonata è anche l’ultima domenica di maggio, scelta da Paesi tra cui Francia, Algeria, Camerun Haiti, Madagascar, Mali, Marocco, Mauritius, Niger, Senegal, Svezia, Rep. Dominicana e Tunisia.
La Festa della mamma è la ricorrenza in cui stringerci idealmente a tutte le mamme del mondo, in particolare alla nostra. Perché di mamma ce n’è una sola (anche se qualcuno dice: “per fortuna”), ed è giusto ricordarla con un pensiero e un gesto di affetto.
Maria madre per eccellenza
Maria madre di tutti e sorella
Giacché Dio è l’Amore, Ella appare come una “spiegazione” di Dio, un libro aperto che spiega Dio.
Una delle immagini più “umane”, e quindi più “divine”, è certamente quella della “madre” in cui è impressa la relazione più profonda che portiamo in noi. Per Chiara Lubich, che ci invita a scoprire nell’amore il cuore pulsante di tutto il Vangelo, questa immagine è l’esempio più eloquente di ciò che Gesù ci chiede come suo comandamento: ama il tuo prossimo come te stesso. Maria, madre di Gesù e madre nostra, per scelta di Dio e sua, è la donna che meglio l’ha vissuto.
«Una madre non cessa di amare il figlio se cattivo, non cessa d’aspettarlo se lontano, non desidera altro che ritrovarlo, perdonarlo, riabbracciarlo: perché l’amore d’una madre profuma tutto di misericordia. L’amore di una madre è qualcosa che è sempre al di sopra di qualsiasi situazione dolorosa o condizione penosa in cui si trovi suo figlio.
È un amore che non viene mai meno di fronte a qualsiasi burrasca morale, ideologica o d’altro genere, che possa travolgere il figlio. Il suo è un amore che, perché sta sopra a tutto, è desideroso di tutto coprire, nascondere.
Se una madre vede il proprio figlio in pericolo, non esita a rischiare ogni cosa, a buttarsi sulle rotaie d’un treno se minaccia di esserne travolto o nelle onde del mare se è in pericolo d’annegare. Perché l’amore d’una madre è naturalmente più forte della morte. Ho sentito dire che recentemente una madre si è gettata dal proprio poggiolo nel tentativo di salvare il bimbo che le era sfuggito dal braccio: un atto inutile e di disperazione, ma che dimostra quanto è grande l’amore d’una madre.
Ebbene, se così è delle madri normali, si può ben immaginare cos’è di Maria, Madre umano-divina del bimbo che era Dio, e Madre spirituale di tutti noi!
Maria è la Madre per eccellenza, il prototipo della maternità, quindi dell’amore. Ma giacché Dio è l’Amore, Ella appare come una “spiegazione” di Dio, un libro aperto che spiega Dio. L’amore in Dio è stato così grande da farlo morire per noi della morte più atroce. E ciò per salvarci: appunto come il motivo dell’amore d’una madre è il bene del figlio.
Maria, perché Madre divina, è la creatura che più copia Dio e più ce lo mostra. Noi dobbiamo ravvivare la fede nell’amore di Maria per noi, dobbiamo credere che ci vuol bene così. E imitarla, perché è il modello di ogni cristiano e la via diretta che porta a Dio».
Chiara Lubich, L’essenziale di oggi. Scritti Spirituali/2, Città Nuova, Roma 1997, pp. 164-165.
Idea Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it
Santa Maria Vergine, nel mondo tra le donne non è nata alcuna simile a te, figlia e ancella dell’altissimo sommo Re, il Padre celeste, madre del santissimo Signore nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo; prega per noi con san Michele arcangelo e con tutte le potenze angeliche dei cieli e con tutti i santi, presso il tuo santissimo diletto Figlio, Signore e maestro. Amen
Sebbene abbia lasciato pochissimi testi riguardanti Maria, negli scritti di S Francesco di Assisi è evidente la testimonianza della devozione verso la Madonna. Tra i suoi scritti pervenuti fino ad oggi, ne troviamo soltanto due riguardanti Maria: il Saluto alla beata Vergine Maria e l’antifona mariana composta per l’Ufficio della Passione del Signore. Inoltre troviamo altre tracce di devozione mariana da parte di Francesco nella Regola non bollata e in alcune fonti agiografiche.
Un vero e proprio “Saluto alla Beata vergine Maria” (FF259-260). E’ questa una lode in onore della Vergine
Fratello Sole Sorella Luna
La Porziuncola in Santa Maria degli Angeli Assisi
Marilena Canta Dolce Sentire ( Fratello sole Sorella Luna)
PREGHIERA Ave Signore, santa regina,santa genitrice di Dio, Maria,che sei vergine fatta Chiesa
ed eletta dal santissimo Padre celeste,che ti ha consacrata
insieme con il santissimo suo Figlio dilettoe con lo Spirito Santo Paraclito;
tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene.Ave, suo palazzo,ave, suo tabernacolo,ave, sua casa
Ave, suo vestimento,ave, sua ancella,ave, sua Madre.
E saluto voi tutte, sante virtù,che per grazia e illuminazione dello Spirito Santo
venite infuse nei cuori dei fedeli,perché da infedeli
fedeli a Dio li rendiate .Gloria.
Che Gran Dono La Porziuncola
Un Perdono che riconcilia con la parte più profonda di ogni uomo
Nella Porziuncola
Si vive ogni giorno questa esperienza intensa che trasformala vita
La Porziuncola viene anche definita una porta sempre aperta
Francesco sentiva anche una forte affinità con Maria, perché come lei aveva scelto di vivere nella povertà e nell’umiltà. Egli si sentiva figlio suo prediletto e le affidava la sua vita e quella dei suoi frati. Francesco amava particolarmente il luogo dove era stata costruita una chiesetta, la Porziuncola. Qui egli ebbe l’inizio della sua vocazione francescana e qui ricevette una grazia speciale da parte della Vergine: il sogno del perdono.
In questo cuore pulsante di bellezza e devozione santuario il fraticello di Assisi chiese al Signore il Paradiso per tutti, e così come nelle altre chiese francescane, qui si può chiedere l’indulgenza plenaria per riconciliarsi nel cuore e nello Spirito.
Il cuore pulsante-la porta della Porziuncola
Maria nella vita e nella devozione di san Francesco
Maria-Madonna Cimabue
San Francesco di Assisi è stato uno dei più grandi santi della storia della Chiesa, fondatore dell’Ordine dei Frati Minori e modello di vita evangelica. Tra le caratteristiche della sua spiritualità, spicca la sua profonda devozione per la Vergine Maria, che egli considerava sua madre, avvocata e regina. In questo Mese di Maggio particolarmente dedicato alla Madonna, vogliamo descrivere lo sguardo del Poverello di Assisi con cui la guardava e omaggiava.
Francesco, infatti, aveva una grande venerazione per il ruolo di Maria nel mistero dell’incarnazione e della redenzione. Egli la salutava con titoli di gloria e grandezza, come “vergine fatta Chiesa”, “santa genitrice di Dio”, “sposa dello Spirito Santo”. In lei riponeva tutta la sua fiducia e le chiedeva di intercedere per lui e per i suoi frati presso il suo santissimo Figlio.
La considerava la sua avvocata e protettrice. Egli le attribuiva molti titoli di gloria e grandezza, come si può leggere nel suo bellissimo “Saluto alla Beata Vergine Maria”, una preghiera che sintetizza tutto il suo amore per lei: “Ave Signora, santa Regina, santa genitrice di Dio, Maria, che sei vergine fatta Chiesa (…) tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene”. Francesco riconosceva in Maria il ruolo fondamentale che ha avuto nel mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Egli contemplava con ammirazione come Maria abbia detto il suo “sì” a Dio con piena disponibilità e fiducia. Per questo motivo Francesco la chiamava anche “vergine fatta Chiesa”, perché in lei si realizza la perfetta adesione alla volontà divina.Ebbe una grande gratitudine nei suoi confronti, perché grazie a lei abbiamo ricevuto il dono più grande: Gesù Cristo nostro fratello e salvatore. Francesco vedeva in Maria la madre dell’umanità redenta dal sangue del suo Figlio. Per questo motivo egli digiunava con devozione dal 29 giugno al 15 agosto, dalla festa degli apostoli Pietro e Paolo fino alla festa dell’Assunzione di Maria in cielo.
La devozione mariana di Francesco si manifestò anche nella scelta dei luoghi dove fondare le sue comunità. Egli prediligeva le chiese dedicate alla Madonna, come quella citata della Porziuncola, Santa Maria degli Angeli, dove ebbe inizio la sua missione francescana. Questo luogo era il più caro al suo cuore, tanto che lo raccomandò ai frati come il luogo più caro alla Vergine.
San Francesco ci invita a seguire il suo esempio di devozione verso Maria, madre nostra celeste che ci ottiene il perdono dei nostri peccati e ci accompagna nel cammino verso il suo Figlio Gesù.
Ideazione Progetto a cura di Marilena Marino Vocedivina.it
Al quarto paragrafo del decreto del Concilio Vaticano II sull’Apostolato dei Laici c’è scritto testualmente: «Maria viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro».
Antonella Ruggiero -"Ave Maria" di Gounod
Santa Maria, donna elegante
Donaci un ritaglio del tuo velo di sposa
Santa Maria, donna elegante, dal momento che vestivi così bene, regalaci, ti preghiamo, un po’ dei tuoi abiti! Aprici il guardaroba. Abituaci ai tuoi gusti! Lo sai bene, ci riferiamo a quei capi di abbigliamento interiore che adornarono la tua esistenza terrena: la gratitudine, la semplicità, la misura delle parole, la trasparenza, la tenerezza, lo stupore. Ti assicuriamo: sono abiti che non sono ancora passati di moda. Anche se sono troppo grandi per le nostre misure, faremo di tutto per adattarli alla nostra taglia. Svelaci, ti preghiamo, il segreto della tua linea! Innamoraci del tuo esprit de finesse. Preservaci da quelle cadute di stile che mettono così spesso a nudo la nostra volgarità. Donaci un ritaglio del tuo velo di sposa. E facci scoprire nello splendore della natura e dell’ arte i segni dell’ eleganza di Dio. Santa Maria, donna elegante, liberaci da quello spirito rozzo che ci portiamo dentro, nonostante i vestiti raffinati che ci portiamo addosso, e che esplode tante volte in termini di violenza verbale nei confronti del prossimo. Come siamo lontani dalla tua eleganza spirituale! Indossiamo abiti con la firma di Trussardi, ma i gesti del rapporto umano rimangono sgraziati. Ci spalmiamo la pelle con i profumi di Versace, ma il volto trasuda ambiguità. Ci mettiamo in bocca i più ricercati dentifrici, ma il linguaggio che ne esce è da trivio. Il vocabolario si è fatto greve. L’insulto è divenuto costume. Le buone creanze sono in ribasso. Anzi, se in certi spettacoli televisivi mancano gli ingredienti del turpiloquio, sembra che cali perfino l’indice di ascolto. Donaci, perciò, un soprassalto di grazia che compensi le nostre intemperanze. E facci capire che, finché non vedremo in colui che ci sta accanto un volto da scoprire, da contemplare e da accarezzare, le più sofisticate raffinatezze rimarranno sempre formali, e i più costosi abbigliamenti non riusciranno a mascherare la nostra anima di straccioni. Santa Maria, donna elegante, tu che hai colto con tanta attenzione il passaggio di Dio nella tua vita, fa’ che anche noi possiamo captare la sua brezza. Anche lui è molto elegante, e difficilmente irrompe nella nostra storia con la potenza del fuoco o dell’uragano o del terremoto; ma, come sul monte Oreb, si fa sentire nello stormire leggerissimo delle fronde. Occorrono antenne delicate per registrare la sua presenza. C’è bisogno di un orecchio sensibile per percepire il frusciare dei suoi passi quando, al meriggio, come faceva con Adamo, scende ancora nel nostro giardino. Aiutaci a intuire tutta la delicatezza di Dio in quella espressione biblica con la quale egli, il Signore, esprime quasi il pudore di disturbarci (forse a Giovanni, mentre scriveva l’Apocalisse, quelle parole gliele hai dettate tu): «Ecco, io sto alla porta e busso. Se uno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui, ed egli con me». Rendici pronti a rispondere, con la tua stessa finezza di stile, al suo discreto bussare. Così che possiamo aprirgli subito la porta, e fargli festa, e condurlo a tavola con noi. Anzi, visto che lui si ferma, perché non rimani a cena anche tu?
Santa Maria, Vergine della notte, noi t’imploriamo di starci vicino quando incombe il dolore, e irrompe la prova, e sibila il vento della disperazione, e sovrastano sulla nostra esistenza il cielo nero degli affanni o il freddo delle delusioni, o l’ala severa della morte. Liberaci dai brividi delle tenebre. Nell’ora del nostro Calvario, tu, che hai sperimentato l’eclisse del sole, stendi il tuo manto su di noi, sicché, fasciati dal tuo respiro, ci sia più sopportabile la lunga attesa della libertà. Alleggerisci con carezze di madre la sofferenza dei malati. Riempi di presenze amiche e discrete il tempo amaro di chi è solo. Spegni i focolai di nostalgia nel cuore dei naviganti, e offri loro la spalla perché vi poggino il capo. Preserva da ogni male i nostri cari che faticano in terre lontane e conforta, col baleno struggente degli occhi, chi ha perso la fiducia nella vita. Ripeti ancora oggi la canzone del Magnifìcat, e annuncia straripamenti di giustizia a tutti gli oppressi della terra. Non ci lasciare soli nella notte a salmodiare le nostre paure. Anzi, se nei momenti dell’oscurità ti metterai vicino a noi e ci sussurrerai che anche tu, Vergine dell’avvento, stai aspettando la luce, le sorgenti del pianto si disseccheranno sul nostro volto. E sveglieremo insieme l’aurora. Così sia.
Tratto dal Libro di (don Tonino Bello)
Idea Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it