Imitazione di Cristo

Imitazione di Cristo

Prendendo spunto dalla figura del Poverello di Assisi, che ordini, congregazioni e famiglie francescane celebreranno con una serie di iniziative dal 2023 al 2026, ad 800 anni dalla morte, Francesco lo indica come esempio di “uomo della pace e della povertà, che ama e celebra il creato”. Ed invita a mettersi alla sua scuola: “Nella sua vita evangelica la via per seguire le orme di Gesù: questo significa ascoltare, camminare e annunciare fino alle periferie”

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Ciò di cui tutti hanno bisogno è giustizia, ma anche fiducia. Solo la fede restituisce a un mondo chiuso e individualista il soffio dello Spirito. Con questo supplemento di respiro le grandi sfide presenti, come la pace, la cura della casa comune e un nuovo modello di sviluppo potranno essere affrontate, senza arrendersi ai dati di fatto che sembrano insuperabili.

Il Papa lo sottolinea parlando al Coordinamento ecclesiale per l’VIII Centenario Francescano, ricevuto in udienza nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico. Costituito circa un anno fa a Greccio, dalle diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, di Rieti e di Arezzo, con rappresentanti di tutte le famiglie francescane del primo e secondo ordine, dell’ordine francescano secolare e delle congregazioni francescane, l’organismo sta curando l’organizzazione di una serie di eventi, dal 2023 al 2026, per celebrare gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi.

Dal Papa il coordinamento per l’VIII centenario francescano, che si apre nel 2023

Proprio guardando al patrono d’Italia, il Pontefice evidenzia che il centenario deve tendere a “declinare insieme l’imitazione di Cristo e l’amore per i poveri”. Perché “Francesco ha vissuto l’imitazione di Cristo povero e l’amore per i poveri in modo inscindibile, come le due facce di una stessa medaglia”. I frutti delle celebrazioni matureranno “anche grazie all’atmosfera che si sprigiona dai diversi ‘luoghi’ francescani”, fa notare il Pontefice, perché ciascuno di questi “possiede un carattere peculiare, un dono fecondo che contribuisce a rinnovare il volto della Chiesa”.

La fede sorgente dell’esperienza di San Francesco

Ai membri del Coordinamento ecclesiale del Centenario francescano, che darà vita a un pellegrinaggio dalla valle reatina, passando per La Verna, “fino ad Assisi, dove tutto ha avuto inizio”, il Papa ha confidato di essere stato consapevole, scegliendo di chiamarsi Francesco “di far riferimento a un santo tanto popolare, ma anche tanto incompreso”.

Francesco è l’uomo della pace, l’uomo della povertà e l’uomo che ama e celebra il creato; ma qual è la radice di tutto questo, qual è la fonte? Gesù Cristo; innamorato di Gesù Cristo che per seguirlo non ha paura di fare il ridicolo ma va avanti. La sorgente di tutta la sua esperienza è la fede. Francesco la riceve in dono davanti al Crocifisso, e il Signore Crocifisso e Risorto gli svela il senso della vita e della sofferenza umana.

Il Papa in preghiera alla tomba di San Francesco nel 2020

Il Papa in preghiera alla tomba di San Francesco nel 2020

Le tappe dell’VIII Centenario francescano

L’itinerario pensato per l’ottavo Centenario Francescano, che si protrarrà dal 2023 al 2026, avrà come prima tappa Fonte Colombo, nei pressi di Rieti, perché qui Francesco scrisse la regola, poi approvata da Papa Onorio III nel 1223, ma anche per ricordare il luogo del primo presepe della storia, aggiunge Papa Francesco.

Si tratta di un invito potente a riscoprire nell’incarnazione di Gesù Cristo la “via” di Dio. Tale scelta fondamentale dice che l’uomo è la “via” di Dio e, di conseguenza, l’unica “via” della Chiesa.

Il Papa saluta fra Massimo Fusarelli, ministro generale dei frati minori

Il Papa saluta fra Massimo Fusarelli, ministro generale dei frati minori

Altra tappa sarà La Verna, luogo in cui, nel 1224, Francesco ricevette le stigmate. Il luogo, spiega il Papa, “rappresenta ‘l’ultimo sigillo’ – come dice Dante (Paradiso, XI, 107) – che rende il santo assimilato al Cristo crocifisso e capace di penetrare dentro la vicenda umana, radicalmente segnata dal dolore e dalla sofferenza”. Infine, nel 2026 si giungerà ad Assisi per ricordare il Transito di Francesco, nel 1226, alla Porziuncola: evento che svela l’essenziale del cristianesimo, chiarisce il Pontefice, ossia “la speranza della vita eterna”. E non a caso, osserva Francesco, la tomba del Santo, collocata nella Basilica Inferiore, è divenuta nel tempo “la calamita, il cuore pulsante di Assisi”.

La Basilica di San Francesco ad Assisi

La Basilica di San Francesco ad Assisi

Ascoltare, camminare, annunciare

Ma San Francesco “resta comunque un mistero”, rimarca il Papa. Per comprenderlo occorre mettersi alla sua scuola, “ritrovando nella sua vita evangelica la via per seguire le orme di Gesù”. E per fare questo bisogna “ascoltare, camminare e annunciare fino alle periferie”, indica il Pontefice. L’ascolto è quello di Francesco che davanti al Crocifisso, sente la voce di Gesù dirgli: “Va’ e ripara la mia casa”. Il giovane “risponde con prontezza e generosità a questa chiamata del Signore”, racconta il Papa, ma piano piano, si rende conto che non si trattava “di riparare un edificio fatto di pietre, ma di dare il suo contributo per la vita della Chiesa”, “di mettersi a servizio della Chiesa, amandola e lavorando perché in essa si riflettesse sempre più il Volto di Cristo”. Quanto al camminare “Francesco è stato un viandante mai fermo” evidenzia il Pontefice “che ha attraversato a piedi innumerevoli borghi e villaggi d’Italia, non facendo mancare la sua vicinanza alla gente e azzerando la distanza tra la Chiesa e il popolo”.

Questa medesima capacità di “andare incontro”, piuttosto che di “attendere al varco”, è lo stile di una comunità cristiana che sente l’urgenza di farsi prossima piuttosto che ripiegarsi su sé stessa. Questo ci insegna che chi segue san Francesco deve imparare a essere fermo e camminante: fermo nella contemplazione, nella preghiera e poi andare avanti, camminare nella testimonianza, testimonianza di Cristo.

E poi c’è l’annuncio, quello che il Papa chiede continuamente di portare nei luoghi più lontani o trascurati: le periferie.

Le celebrazioni francescane e il Giubileo del 2025

Infine,concludendo il suo discorso, Papa Francesco incoraggia il Coordinamento “a vivere in pienezza” i tre anni di celebrazioni per l’VIII Centenario francescano, auspicando che “tale percorso spirituale e culturale possa coniugarsi con il Giubileo del 2025, nella convinzione che San Francesco d’Assisi spinge ancora oggi la Chiesa a vivere la sua fedeltà a Cristo e la sua missione nel nostro tempo”.

La Gran Madre di Dio Maria

La Gran Madre di Dio Maria

1° Gennaio - Maria Santissima Madre di Dio

Il primo gennaio è tradizionalmente dedicato alla Solennità di Maria, Madre di Dio, nel contesto della liturgia cattolica. Questo giorno celebra la maternità divina di Maria e il suo ruolo unico come Madre di Gesù, il Figlio di Dio. È un momento per riflettere sulla sacralità della vita e sull’amore materno di Maria, che ha portato alla nascita di Gesù, il Redentore.

In questo giorno, la Chiesa cattolica onora la figura di Maria come colei che ha accettato con fede la chiamata divina di essere la Madre di Gesù Cristo. Si riconosce il suo ruolo centrale nella storia della salvezza e la sua cooperazione con il piano divino di redenzione. La festa sottolinea l’importanza della maternità di Maria nel contesto della divina economia della salvezza.

Attraverso la contemplazione di Maria come Madre di Dio, siamo invitati a riflettere sulla grazia divina, sull’umiltà e sull’obbedienza. La sua figura rappresenta un esempio di fiducia totale in Dio e di consacrazione alla volontà divina. La festa del primo gennaio ci offre l’opportunità di rinnovare la nostra devozione a Maria e di cercare la sua intercessione materna nelle nostre vite.

È un giorno per ringraziare e onorare la Madre di Dio, chiedendo la sua protezione e il suo sostegno nel nostro cammino di fede. In modo teologico, possiamo contemplare la profondità del mistero della maternità di Maria e riconoscere il suo ruolo unico nella storia della redenzione.

Nel contesto teologico della festa della Madre di Dio, possiamo riflettere anche sulla connessione tra Maria e la Chiesa. Maria è spesso considerata come la Madre della Chiesa, poiché la sua maternità si estende oltre la persona di Gesù Cristo. La Chiesa, come corpo mistico di Cristo, è arricchita dalla presenza e dalla maternità di Maria.

La sua disponibilità a essere la Madre di Dio rappresenta un modello di risposta alla chiamata divina per tutta la Chiesa. Attraverso la sua intercessione, ci rivolgiamo a lei come nostra Madre spirituale, chiedendo il suo aiuto e la sua protezione nei nostri sforzi per seguire Cristo.

Inoltre, il primo gennaio segna anche l’inizio di un nuovo anno civile, offrendoci l’opportunità di iniziare con uno sguardo alla nostra vita spirituale e al nostro rapporto con Dio. La festa ci invita a porre Maria al centro delle nostre preoccupazioni e delle nostre preghiere, cercando la sua guida e il suo esempio mentre intraprendiamo il percorso dell’anno nuovo.

In sintesi, la Solennità di Maria, Madre di Dio, è un momento significativo nella liturgia cattolica che ci invita a contemplare la bellezza del mistero della maternità divina, a cercare l’intercessione di Maria e a iniziare il nuovo anno con uno sguardo rivolto a Dio, guidati dalla presenza materna di Maria nella nostra vita spirituale.

In questo contesto possiamo anche riflettere sulla dimensione della “Theotokos”, un termine che significa “Madre di Dio”. Questa espressione sottolinea la verità fondamentale della fede cristiana che afferma che Maria ha portato nel suo grembo il Verbo incarnato, il Figlio di Dio. La sua maternità è quindi divina, poiché Gesù è sia vero Dio che vero uomo.

La festa del primo gennaio ci invita a contemplare il mistero dell’Incarnazione, il momento in cui il divino ha abbracciato l’umano. Maria diventa il canale attraverso il quale questa unione avviene, e il suo “sì” all’annuncio dell’Arcangelo Gabriele è fondamentale per il compimento del piano di salvezza.

Nella teologia cristiana, Maria è spesso considerata come la Nuova Eva, che con il suo “sì” in contrasto con il “no” di Eva, contribuisce al riscatto dell’umanità. La sua obbedienza e la sua cooperazione con il piano di Dio ci insegnano la importanza di sottometterci alla volontà divina nella nostra vita.

Questa festa, dunque, ci offre un momento di profonda riflessione sulla grandezza di Maria come Madre di Dio e sulla sua influenza nella nostra vita spirituale. Ci invita a rinnovare la nostra fiducia in Dio, a imitarne l’umiltà e a affidarci alla materna intercessione di Maria mentre intraprendiamo il viaggio spirituale nel nuovo anno.

In cammino verso il Giubileo

In cammino verso il Giubileo

La Gregoriana presenta un nuovo Diploma

Per l’Anno accademico 2023-2024 l’Università Pontificia offre un nuovo corso di studi presso la Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa, dedicato a ‘Storia e Arte dei Giubilei’

La Pontificia Università Gregoriana intende contribuire alla preparazione del prossimo Giubileo ordinario 2025 con il nuovo Diploma in Storia e Arte dei Giubilei, percorso annuale che sarà attivo a partire dall’Anno accademico 2023-2024 presso la Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa. “Le risorse della Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa ci forniscono strumenti unici per contribuire a questo importante momento della vita della Chiesa – spiega il Rettore, padre Mark Lewis – e la Chiesa di Roma è depositaria di un tesoro storico-artistico unico, destinato ad attirare le persone per una riflessione sempre più profonda sulla loro fede attraverso l’esperienza della bellezza”.

Un percorso formativo per conoscere Roma

Il Diploma in Storia e Arte dei Giubilei è rivolto a coloro che desiderano ricevere una formazione adeguata sulle tematiche legate agli aspetti storici, artistici e religiosi del giubileo e a quanti saranno impegnati ad accogliere e guidare i pellegrini che giungeranno a Roma in occasione dell’Anno Santo 2025. Si tratta di un percorso formativo dedicato alla conoscenza di Roma, sede del Successore di Pietro, come meta del pellegrinaggio: dalla visita alla tomba di san Pietro e alle tombe dei martiri, sino ad arrivare all’istituzione del Giubileo del 1300, evento universale che convoca, dal medioevo sino ad oggi, fedeli da ogni parte del mondo cristiano.

I fondamenti del Giubileo

Il Diploma in Storia e Arte dei Giubilei gode del patrocinio del Dicastero per l’Evangelizzazione (Sezione per le questioni fondamentali per l’evangelizzazione nel mondo) e della Fabbrica di San Pietro in Vaticano ed è inoltre riconosciuto come titolo di accreditamento ai fini dell’abilitazione al servizio di guida nella Basilica Papale di San Pietro, secondo le modalità previste dalla Fabbrica di San Pietro. “Gli studenti, dopo essere stati introdotti ai fondamenti teologici e spirituali del Giubileo, affronteranno la storia degli Anni Santi, con particolare attenzione all’importanza dell’Urbe come meta di pellegrinaggio fin dai primi secoli della cristianità”, illustra il professor Ottavio Bucarelli, moderatore del Diploma. “Sarà approfondito il tema delle committenze papali in occasione degli eventi giubilari, che interessarono principalmente la città di Roma: realizzazioni ex novo, restauri, abbellimenti, cura del decoro urbano e infrastrutture, realizzazione di opere caritative. Saranno trattati gli aspetti devozionali e le pratiche religiose connessi al giubileo”.

Il Laboratorio “Sacra loca circuire”

Oltre alle lezioni frontali in aula, il Diploma comprenderà visite didattiche a monumenti e siti della Roma cristiana. Il percorso annuale troverà il suo completamento nel Laboratorio “Sacra loca circuire”, dove si daranno gli strumenti e saranno indicate le modalità per svolgere correttamente una visita in un luogo di culto o a valenza religiosa, sapendo coniugare i temi della fede, del culto e della devozione con quelli storico artistici e architettonici.

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2023-05/cammino-giubileo-gregoriana-nuovo-diploma.html

DICASTERO PER L’EVANGELIZZAZIONE

Giubileo 2025: mons. Fisichella, “attesi a Roma 32 milioni di pellegrini”

9 Maggio 2023M.Michela Nicolais

Presentati in Vaticano gli obiettivi raggiunti e i progetti in cantiere per il prossimo Giubileo. Mons. Fisichella: “Iniziati rapporti con il Governo, la Regione e il Comune. A luglio inizieranno i cantieri. Fiduciosa certezza che i lavori più grandi saranno conclusi per l’8 dicembre del 2024”. Diffuso il calendario dei grandi eventi.

“Sono iniziati i rapporti con il Governo Italiano, con la Regione Lazio e il Comune di Roma”. Lo ha detto mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione del mondo, presentando in sala stampa vaticana le iniziative in cantiere per il Giubileo ordinario del 2025. “Le previsioni sono quelle che abbiamo condiviso con il governo italiano”, ha affermato Fisichella confermando, rispondendo alle domande dei giornalisti, la cifra di 32 milioni di pellegrini, stimata per l’afflusso al prossimo grande evento che coinvolgerà la città di Roma. “Da come ho letto anche io su alcune testate – ha confermato inoltre Fisichella – è vero che

a luglio inizieranno i cantieri, soprattutto quelli più immediati, che per quanto ci riguarda sono i grandi lavori di Piazza Pia, dove sarà creato un sottovia che si collegherà con quello già esistente, in modo da consentire che il tratto da Castel Sant’Angelo a tutta via della Conciliazione sarà pedonalizzato, eccetto via Traspontina ma solo per l’accesso all’ospedale di Santo Spirito e le emergenze. Così per San Giovanni in Laterano, e stiamo verificando anche per piazza Risorgimento. Per alcuni cantieri sono previsti lavori 24 ore su 24. Abbiamo la fiduciosa certezza che l’8 dicembre del 2024 i lavori più grandi siano conclusi”.

In preparazione all’anno giubilare, oltre agli appuntamenti spirituali sono in programma eventi culturali di rilievo, a partire dalla mostra, visitabile dal 1° settembre all’8 ottobre 2023 nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, con opere del grande artista rinascimentale spagnolo, El Greco: opere “che non hanno mai lasciato la Spagna e che sono messe a disposizione proprio per questa circostanza, quasi a dare l’inizio ufficiale alle iniziative culturali”. Nella mostra si potrà ammirare un trittico teologico, costituito dai tre capolavori di El Greco, come Il Battesimo, Il Cristo abbracciato alla Croce e Il Salvatore Benedicente. Durante la conferenza stampa odierna è stato diffuso il calendario dei grandi eventi giubilari ed annunciato il nome del vincitore del Concorso internazionale per l’Inno ufficiale del Giubileo: si tratta del Maestro Francesco Mereghello, di Mantova. Il testo dell’inno, di cui la Cappella Sistina ha già effettuato una prima registrazione, è mons. Pierangelo Sequeri.

“Una finestra sul Giubileo agile e facilmente utilizzabile da tutti, ragazzi, giovani e adulti”.

Così mons. Graham Bell, sottosegretario del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha definito il sito del Giubileo che sarà attivo al pubblico da domani, in nove lingue, e ospita nella home page della versione italiana un video di presentazione preparato da Rai Vaticano. A partire da settembre, cliccando sul pulsante “Partecipa” sarà già possibile iscriversi agli eventi e al pellegrinaggio verso la Porta Santa. “Fino a quando non sarà attiva la piattaforma d’iscrizione nella home si troverà il video di presentazione”, ha precisato mons. Bell a proposito del motto dell’anno giubilare ordinario, “Pellegrini di speranza”. Scorrendo in basso si trovano le informazioni sulla Porta Santa di San Pietro e le altre Basiliche, come pure i segni del Giubileo e tutte le notizie in corso di aggiornamento quotidiano. Accanto alle notizie, la sezione con gli eventi, dove saranno messe sempre in evidenza le iniziative più immediate in modo da rendere il servizio sempre attuale. Tornando al menù in alto, si trovano le ultime notizie sulla fase preparatoria del Giubileo, con i lavori delle Commissioni e la possibilità di consultare i nomi dei delegati del Giubileo per le diocesi d’Italia e le Conferenze episcopali internazionali. Viene offerta anche la possibilità di organizzare il proprio pellegrinaggio all’interno della città, con tre pellegrinaggi proposti: quello tradizionale di San Filippo Neri con le Sette chiese; il pellegrinaggio sulle chiese dedicate alle Donne dottori della Chiesa e patrone d’Europa; l’Iter Europaeum, cioè le 28 Chiese che richiamano a 27 Paesi europei, più la chiesa che intende rappresentare l’Unione europea. Da settembre sarà attiva l’Area del pellegrino, la pagina personale a cui si accede dopo aver effettuato l’iscrizione. All’atto dell’iscrizione, il pellegrino, dopo aver inserito i dati richiesti, riceverà la “Carta del pellegrino”, in versione digitale, con un Qr code personale necessario per avere accesso agli eventi giubilari e per organizzare il pellegrinaggio verso la Porta Santa. Con una piccola offerta, inoltre, il pellegrino potrà acquistare la Carta del pellegrino che offrirà alcuni servizi, permettendo di usufruire di particolari sconti per il periodo del pellegrinaggio. Da settembre saranno ufficialmente attive e disponibili anche le pagine social e la nuova App del Giubileo 2025, iubilaeum2025.va, che consentirà al pellegrino una più rapida acquisizione delle informazioni sul Giubileo, faciliterà il procedimento dell’iscrizione e renderà più veloce l’organizzazione dei pellegrinaggi interni alla città. A partire dal prossimo primo giugno, intanto, nei locali di via della Conciliazione 7, sarà inaugurato il Centro Pellegrini – Info Point, aperto a quanti desiderano essere informati sull’Anno giubilare, le modalità di partecipazione, come pure avere notizie su come diventare volontari o organizzare il proprio pellegrinaggio. Giornalisti, artisti, malati, detenuti, giovani, volontari. Sono alcuni destinatari dei grandi eventi giubilari, contenuti nel primo calendario dell’evento che si snoderà lungo tutto il 2025, dall’apertura della Porta Santa, a dicembre 2024, fino alla sua chiusura, nello stesso mese dell’anno successivo. Si comincia il 24 gennaio del 2025, con il mondo della comunicazione, per finire a novembre, dal 21 al 23, con l’appuntamento rivolto ai Cori e alle Corali.

“Pellegrini di Speranza” è il motto dell’Anno Santo. Il logo rappresenta quattro figure stilizzate, una abbracciata all’altra, per indicare l’umanità proveniente dai quattro angoli della terra. Il progetto finale è stata scelto fra 294 proposte

Quattro figure stilizzate che indicano l’umanità proveniente dai quattro angoli della terra, una abbracciata all’altra per indicare la solidarietà e fratellanza che deve accomunare i popoli. Il motto è “Pellegrini di Speranza”, presente anche in latino (Peregrinantes in Spem) e in altre 12 lingue. Il logo del Giubileo 2025 è stato svelato presso la Sala Regia del Palazzo Apostolico vaticano. E’ stato scelto con un concorso internazionale al quale hanno preso parte 294 proposte da 213 città e da 48 Paesi diversi. La fascia d’età dei partecipanti è stata dai 6 agli 83 anni, con molti disegni fatti a mano da bambini. La scelta finale è stata di Papa Francesco, che ha scelto fra i tre progetti giudicati più meritevoli dopo una selezione della Commissione giudicante composta da iconografi, grafici, esperti d’arte, di brand, architetti e alcuni parroci. “Nell’Udienza a me concessa lo scorso 11 giugno – ha detto l’arcivescovo Rino Fisichella – ho sottoposto a Papa Francesco i tre progetti finali perché scegliesse quello che maggiormente lo colpiva. La scelta non è stata facile neppure per lui: dopo avere più volte osservato i progetti ed espresso il suo compiacimento, la scelta è caduta sulla proposta di Giacomo Travisani”.

“Ogni Anno Santo nella storia della Chiesa assume il suo pieno significato quando è inserito nel contesto storico che l’umanità vive e soprattutto quando riesce a leggere i segni delle ansie e angosce unite alle aspettative che le persone percepiscono. La fragilità sperimentata in questi ultimi anni, insieme alla paura della violenza delle guerre, non fa che rendere paradossale la condizione umana: da una parte sente forte la potenza della tecnica che determina le giornate in maniera preponderante; dall’altra si ritrova spesso incerta e confusa sul proprio futuro. È da qui che è sorta immediata l’urgenza di vivere il prossimo Giubileo alla luce della speranza”, ha osservato.   “Pellegrini di speranza” è “il motto scelto per l’occasione per esprimere l’esigenza di dare senso al presente perché possa essere propedeutico per una spinta reale verso il futuro così da recepire e dare risposta alle diverse sfide che di volta involta si pongono”.

https://www.rainews.it/tgr/lazio/articoli/2022/06/giubileo-2025-ecco-il-logo-a78aed04-f840-4163-a912-a3a2d992ff3e.html

Messaggio Giornata Mondiale dei Poveri

Messaggio Giornata Mondiale dei Poveri

«Ognuno è nostro prossimo» sottolinea Papa Francesco nel parlare della VII Giornata Mondiale dei Poveri in programma domenica 19 novembre 2023.

«I poveri, non immagini per commuoversi ma persone che chiedono dignità»: nel messaggio per la settima Giornata mondiale dei poveri di domenica 19 novembre 2023 Papa Francesco esorta a non distogliere lo sguardo da chi è in difficoltà come i bambini che vivono in zone di guerra – Medio Oriente, Ucraina, Sud Sudan, America latina -; su chi non riesce ad arrivare a fine mese; su chi è sfruttato sul lavoro: «Ognuno è nostro prossimo» e per battere la povertà non basta un decreto ma serve un serio ed efficace impegno politico, legislativo, sociale.

SEGUIRE LO SGUARDO DEL POVERO

Il messaggio esordisce con un pensiero penetrante: lo sguardo di un povero cambia direzione alla vita di chi lo incrocia «ma bisogna avere il coraggio di restare su quegli occhi e poi agire aiutando in base a quello che serve all’altro»: è il concetto base del messaggio sul tema «Non distogliere lo sguardo dal povero» come richiama il libro di Tobia 4,7. Nel povero si riflette il fragile «volto del Signore Gesù», al di là del colore della pelle, della condizione sociale e della provenienza. Una lettura che nasce dal «fiume di povertà che attraversa le nostre città e diventa sempre più grande fino a straripare. Quel fiume sembra travolgerci, tanto il grido dei fratelli e delle sorelle che chiedono aiuto, sostegno e solidarietà si alza sempre più forte e ampio».

SOCIETÀ DEL BENESSERE E POVERTÀ

Un’altra immagine bergogliana possente: la realtà è segnata «dal volume troppo alto del richiamo al benessere che silenzia le voci dei poveri. Si trascura tutto ciò che non rientra nei modelli di vita destinati soprattutto ai più giovani, che sono i più fragili davanti al cambiamento culturale». E tra parentesi si mette ciò che fa soffrire; si esalta la fisicità; si confonde la realtà virtuale con la vita reale. E così i poveri «diventano immagini che possono commuovere per qualche istante, ma quando si incontrano in carne e ossa per la strada allora subentrano il fastidio e l’emarginazione». La parabola del buon samaritano interpella il presente. Il Pontefice argentino richiama la «Pacem in terris» emanata da Giovanni XXIII 60 anni fa, l’11 aprile 1963: c’è ancora tanto lavoro da fare per assicurare una vita dignitosa a molti, «anche attraverso un serio ed efficace impegno politico e legislativo!».

I NUOVI POVERI

Lo sguardo si allarga ai nuovi poveri: bambini che vivono nell’orrore e terrore della guerra – «Manteniamo vivo ogni tentativo perché la pace si affermi come dono del Signore e frutto dell’impegno per la giustizia e il dialogo» -; coloro che, a causa del «drammatico aumento dei costi» sono costretti a scegliere tra cibo e medicine; lavoratori sottoposti a un trattamento disumano – paga misera, peso della precarietà, troppe vittime di incidenti sul lavoro perché si preferisce il profitto immediato alla sicurezza -; giovani «frustrati e suicidi, illusi da una cultura che li porta a sentirsi “inconcludenti e falliti”. Aiutiamoli a reagire a queste istigazioni nefaste, perché ciascuno acquisisca un’identità forte e generosa».

TUTTI HANNO DIRITTO A ESSERE ILLUMINATI DALLA CARITÀ

Francesco esorta a condividere con i poveri la mensa della propria casa nel segno della fraternità; a dedicarsi ai «vicini di casa che non sono superuomini ma persone».  In conclusione, citando Santa Teresa di Gesù Bambino a 150 anni dalla nascita, Bergoglio ricorda: «Tutti hanno diritto a essere illuminati dalla carità» e chiede di mantenere lo sguardo fisso «sul volto umano e divino di Gesù».

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Ricordiamo il messaggio della Domenica XXXIII del Tempo Ordinario in data del Novembre 2022 ma sempre attuale per ogni tempo e per ogni situazione in cui si vive questa grande indigenza.

Gesù Cristo si è fatto povero per voi (cfr 2 Cor 8,9)
 

1. «Gesù Cristo […] si è fatto povero per voi» (cfr 2 Cor 8,9). Con queste parole l’apostolo Paolo si rivolge ai primi cristiani di Corinto, per dare fondamento al loro impegno di solidarietà con i fratelli bisognosi. La Giornata Mondiale dei Poveri torna anche quest’anno come sana provocazione per aiutarci a riflettere sul nostro stile di vita e sulle tante povertà del momento presente.

Qualche mese fa, il mondo stava uscendo dalla tempesta della pandemia, mostrando segni di recupero economico che avrebbe restituito sollievo a milioni di persone impoverite dalla perdita del lavoro. Si apriva uno squarcio di sereno che, senza far dimenticare il dolore per la perdita dei propri cari, prometteva di poter tornare finalmente alle relazioni interpersonali dirette, a incontrarsi di nuovo senza più vincoli o restrizioni. Ed ecco che una nuova sciagura si è affacciata all’orizzonte, destinata ad imporre al mondo un scenario diverso.

La guerra in Ucraina è venuta ad aggiungersi alle guerre regionali che in questi anni stanno mietendo morte e distruzione. Ma qui il quadro si presenta più complesso per il diretto intervento di una “superpotenza”, che intende imporre la sua volontà contro il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Si ripetono scene di tragica memoria e ancora una volta i ricatti reciproci di alcuni potenti coprono la voce dell’umanità che invoca la pace.

2. Quanti poveri genera l’insensatezza della guerra! Dovunque si volga lo sguardo, si constata come la violenza colpisca le persone indifese e più deboli. Deportazione di migliaia di persone, soprattutto bambini e bambine, per sradicarle e imporre loro un’altra identità. Ritornano attuali le parole del Salmista di fronte alla distruzione di Gerusalemme e all’esilio dei giovani ebrei: «Lungo i fiumi di Babilonia / là sedevamo e piangevamo / ricordandoci di Sion. / Ai salici di quella terra / appendemmo le nostre cetre, / perché là ci chiedevano parole di canto, / coloro che ci avevano deportato, / allegre canzoni i nostri oppressori. / […] Come cantare i canti del Signore / in terra straniera?» (Sal 137,1-4).

Sono milioni le donne, i bambini, gli anziani costretti a sfidare il pericolo delle bombe pur di mettersi in salvo cercando rifugio come profughi nei Paesi confinanti. Quanti poi rimangono nelle zone di conflitto, ogni giorno convivono con la paura e la mancanza di cibo, acqua, cure mediche e soprattutto degli affetti. In questi frangenti la ragione si oscura e chi ne subisce le conseguenze sono tante persone comuni, che vengono ad aggiungersi al già elevato numero di indigenti. Come dare una risposta adeguata che porti sollievo e pace a tanta gente, lasciata in balia dell’incertezza e della precarietà?

3. In questo contesto così contraddittorio viene a porsi la VI Giornata Mondiale dei Poveri, con l’invito – ripreso dall’apostolo Paolo – a tenere lo sguardo fisso su Gesù, il quale «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Nella sua visita a Gerusalemme, Paolo aveva incontrato Pietro, Giacomo e Giovanni i quali gli avevano chiesto di non dimenticare i poveri. La comunità di Gerusalemme, in effetti, si trovava in gravi difficoltà per la carestia che aveva colpito il Paese. E l’Apostolo si era subito preoccupato di organizzare una grande colletta a favore di quei poveri. I cristiani di Corinto si mostrarono molto sensibili e disponibili. Su indicazione di Paolo, ogni primo giorno della settimana raccolsero quanto erano riusciti a risparmiare e tutti furono molto generosi.

Come se il tempo non fosse mai trascorso da quel momento, anche noi ogni domenica, durante la celebrazione della santa Eucaristia, compiamo il medesimo gesto, mettendo in comune le nostre offerte perché la comunità possa provvedere alle esigenze dei più poveri. È un segno che i cristiani hanno sempre compiuto con gioia e senso di responsabilità, perché nessun fratello e sorella debba mancare del necessario. Lo attestava già il resoconto di San Giustino, che, nel secondo secolo, descrivendo all’imperatore Antonino Pio la celebrazione domenicale dei cristiani, scriveva così: «Nel giorno chiamato “del Sole” ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne e si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei profeti finché il tempo lo consente. […] Si fa quindi la spartizione e la distribuzione a ciascuno degli elementi consacrati e attraverso i diaconi se ne manda agli assenti. I facoltosi e quelli che lo desiderano danno liberamente, ciascuno quello che vuole, e ciò che si raccoglie viene depositato presso il sacerdote. Questi soccorre gli orfani, le vedove, e chi è indigente per malattia o per qualche altra causa, i carcerati, gli stranieri che si trovano presso di noi: insomma, si prende cura di chiunque sia nel bisogno» (Prima Apologia, LXVII, 1-6).

4. Tornando alla comunità di Corinto, dopo l’entusiasmo iniziale il loro impegno cominciò a venire meno e l’iniziativa proposta dall’Apostolo perse di slancio. È questo il motivo che spinge Paolo a scrivere in maniera appassionata rilanciando la colletta, «perché, come vi fu la prontezza del volere, così vi sia anche il compimento, secondo i vostri mezzi» (2 Cor 8,11).

Penso in questo momento alla disponibilità che, negli ultimi anni, ha mosso intere popolazioni ad aprire le porte per accogliere milioni di profughi delle guerre in Medio Oriente, in Africa centrale e ora in Ucraina. Le famiglie hanno spalancato le loro case per fare spazio ad altre famiglie, e le comunità hanno accolto con generosità tante donne e bambini per offrire loro la dovuta dignità. Tuttavia, più si protrae il conflitto, più si aggravano le sue conseguenze. I popoli che accolgono fanno sempre più fatica a dare continuità al soccorso; le famiglie e le comunità iniziano a sentire il peso di una situazione che va oltre l’emergenza. È questo il momento di non cedere e di rinnovare la motivazione iniziale. Ciò che abbiamo iniziato ha bisogno di essere portato a compimento con la stessa responsabilità.

5. La solidarietà, in effetti, è proprio questo: condividere il poco che abbiamo con quanti non hanno nulla, perché nessuno soffra. Più cresce il senso della comunità e della comunione come stile di vita e maggiormente si sviluppa la solidarietà. D’altronde, bisogna considerare che ci sono Paesi dove, in questi decenni, si è attuata una crescita di benessere significativo per tante famiglie, che hanno raggiunto uno stato di vita sicuro. Si tratta di un frutto positivo dell’iniziativa privata e di leggi che hanno sostenuto la crescita economica congiunta a un concreto incentivo alle politiche familiari e alla responsabilità sociale. Il patrimonio di sicurezza e stabilità raggiunto possa ora essere condiviso con quanti sono stati costretti a lasciare le loro case e il loro Paese per salvarsi e sopravvivere. Come membri della società civile, manteniamo vivo il richiamo ai valori di libertà, responsabilità, fratellanza e solidarietà. E come cristiani, ritroviamo sempre nella carità, nella fede e nella speranza il fondamento del nostro essere e del nostro agire.

6. È interessante osservare che l’Apostolo non vuole obbligare i cristiani costringendoli a un’opera di carità. Scrive infatti: «Non dico questo per darvi un comando» (2 Cor 8,8); piuttosto, egli intende «mettere alla prova la sincerità» del loro amore nell’attenzione e premura verso i poveri (cfr ibid.). A fondamento della richiesta di Paolo sta certamente la necessità di aiuto concreto, tuttavia la sua intenzione va oltre. Egli invita a realizzare la colletta perché sia segno dell’amore così come è stato testimoniato da Gesù stesso. Insomma, la generosità nei confronti dei poveri trova la sua motivazione più forte nella scelta del Figlio di Dio che ha voluto farsi povero Lui stesso.

L’Apostolo, infatti, non teme di affermare che questa scelta di Cristo, questa sua “spogliazione”, è una «grazia», anzi, «la grazia del Signore nostro Gesù Cristo» (2 Cor 8,9), e solo accogliendola noi possiamo dare espressione concreta e coerente alla nostra fede. L’insegnamento di tutto il Nuovo Testamento ha una sua unità intorno a questo tema, che trova riscontro anche nelle parole dell’apostolo Giacomo: «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla» (Gc 1,22-25).

7. Davanti ai poveri non si fa retorica, ma ci si rimbocca le maniche e si mette in pratica la fede attraverso il coinvolgimento diretto, che non può essere delegato a nessuno. A volte, invece, può subentrare una forma di rilassatezza, che porta ad assumere comportamenti non coerenti, quale è l’indifferenza nei confronti dei poveri. Succede inoltre che alcuni cristiani, per un eccessivo attaccamento al denaro, restino impantanati nel cattivo uso dei beni e del patrimonio. Sono situazioni che manifestano una fede debole e una speranza fiacca e miope.

Sappiamo che il problema non è il denaro in sé, perché esso fa parte della vita quotidiana delle persone e dei rapporti sociali. Ciò su cui dobbiamo riflettere è, piuttosto, il valore che il denaro possiede per noi: non può diventare un assoluto, come se fosse lo scopo principale. Un simile attaccamento impedisce di guardare con realismo alla vita di tutti i giorni e offusca lo sguardo, impedendo di vedere le esigenze degli altri. Nulla di più nocivo potrebbe accadere a un cristiano e a una comunità dell’essere abbagliati dall’idolo della ricchezza, che finisce per incatenare a una visione della vita effimera e fallimentare.

Non si tratta, quindi, di avere verso i poveri un comportamento assistenzialistico, come spesso accade; è necessario invece impegnarsi perché nessuno manchi del necessario. Non è l’attivismo che salva, ma l’attenzione sincera e generosa che permette di avvicinarsi a un povero come a un fratello che tende la mano perché io mi riscuota dal torpore in cui sono caduto. Pertanto, «nessuno dovrebbe dire che si mantiene lontano dai poveri perché le sue scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze. Questa è una scusa frequente negli ambienti accademici, imprenditoriali o professionali, e persino ecclesiali. […] Nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 201). È urgente trovare nuove strade che possano andare oltre l’impostazione di quelle politiche sociali «concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che unisca i popoli» (Enc. Fratelli tutti, 169). Bisogna tendere invece ad assumere l’atteggiamento dell’Apostolo che poteva scrivere ai Corinzi: «Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza» (2 Cor 8,13).         

8. C’è un paradosso che oggi come nel passato è difficile da accettare, perché si scontra con la logica umana: c’è una povertà che rende ricchi. Richiamando la “grazia” di Gesù Cristo, Paolo vuole confermare quello che Lui stesso ha predicato, cioè che la vera ricchezza non consiste nell’accumulare «tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano» (Mt 6,19), ma piuttosto nell’amore vicendevole che ci fa portare i pesi gli uni degli altri così che nessuno sia abbandonato o escluso. L’esperienza di debolezza e del limite che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, e ora la tragedia di una guerra con ripercussioni globali, devono insegnare qualcosa di decisivo: non siamo al mondo per sopravvivere, ma perché a tutti sia consentita una vita degna e felice. Il messaggio di Gesù ci mostra la via e ci fa scoprire che c’è una povertà che umilia e uccide, e c’è un’altra povertà, la sua, che libera e rende sereni.

La povertà che uccide è la miseria, figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita. È la miseria che, mentre costringe nella condizione di indigenza estrema, intacca anche la dimensione spirituale, che, anche se spesso è trascurata, non per questo non esiste o non conta. Quando l’unica legge diventa il calcolo del guadagno a fine giornata, allora non si hanno più freni ad adottare la logica dello sfruttamento delle persone: gli altri sono solo dei mezzi. Non esistono più giusto salario, giusto orario lavorativo, e si creano nuove forme di schiavitù, subite da persone che non hanno alternativa e devono accettare questa velenosa ingiustizia pur di racimolare il minimo per il sostentamento.

La povertà che libera, al contrario, è quella che si pone dinanzi a noi come una scelta responsabile per alleggerirsi della zavorra e puntare sull’essenziale. In effetti, si può facilmente riscontrare quel senso di insoddisfazione che molti sperimentano, perché sentono che manca loro qualcosa di importante e ne vanno alla ricerca come erranti senza meta. Desiderosi di trovare ciò che possa appagarli, hanno bisogno di essere indirizzati verso i piccoli, i deboli, i poveri per comprendere finalmente quello di cui avevano veramente necessità. Incontrare i poveri permette di mettere fine a tante ansie e paure inconsistenti, per approdare a ciò che veramente conta nella vita e che nessuno può rubarci: l’amore vero e gratuito. I poveri, in realtà, prima di essere oggetto della nostra elemosina, sono soggetti che aiutano a liberarci dai lacci dell’inquietudine e della superficialità.

Un padre e dottore della Chiesa, San Giovanni Crisostomo, nei cui scritti si incontrano forti denunce contro il comportamento dei cristiani verso i più poveri, scriveva: «Se non puoi credere che la povertà ti faccia diventare ricco, pensa al Signore tuo e smetti di dubitare di questo. Se egli non fosse stato povero, tu non saresti ricco; questo è straordinario, che dalla povertà derivò abbondante ricchezza. Paolo intende qui con “ricchezze” la conoscenza della pietà, la purificazione dai peccati, la giustizia, la santificazione e altre mille cose buone che ci sono state date ora e sempre. Tutto ciò lo abbiamo grazie alla povertà» (Omelie sulla II Lettera ai Corinzi, 17,1).

9. Il testo dell’Apostolo a cui si riferisce questa VI Giornata Mondiale dei Poveri presenta il grande paradosso della vita di fede: la povertà di Cristo ci rende ricchi. Se Paolo ha potuto dare questo insegnamento – e la Chiesa diffonderlo e testimoniarlo nei secoli – è perché Dio, nel suo Figlio Gesù, ha scelto e percorso questa strada. Se Lui si è fatto povero per noi, allora la nostra stessa vita viene illuminata e trasformata, e acquista un valore che il mondo non conosce e non può dare. La ricchezza di Gesù è il suo amore, che non si chiude a nessuno e a tutti va incontro, soprattutto a quanti sono emarginati e privi del necessario. Per amore ha spogliato sé stesso e ha assunto la condizione umana. Per amore si è fatto servo obbediente, fino a morire e a morire in croce (cfr Fil 2,6-8). Per amore si è fatto «pane di vita» (Gv 6,35), perché nessuno manchi del necessario e possa trovare il cibo che nutre per la vita eterna. Anche ai nostri giorni sembra difficile, come lo fu allora per i discepoli del Signore, accettare questo insegnamento (cfr Gv 6,60); ma la parola di Gesù è netta. Se vogliamo che la vita vinca sulla morte e la dignità sia riscattata dall’ingiustizia, la strada è la sua: è seguire la povertà di Gesù Cristo, condividendo la vita per amore, spezzando il pane della propria esistenza con i fratelli e le sorelle, a partire dagli ultimi, da quanti mancano del necessario, perché sia fatta uguaglianza, i poveri siano liberati dalla miseria e i ricchi dalla vanità, entrambe senza speranza.

10. Il 15 maggio scorso ho canonizzato Fratel Charles de Foucauld, un uomo che, nato ricco, rinunciò a tutto per seguire Gesù e diventare con Lui povero e fratello di tutti. La sua vita eremitica, prima a Nazaret e poi nel deserto sahariano, fatta di silenzio, preghiera e condivisione, è una testimonianza esemplare di povertà cristiana. Ci farà bene meditare su queste sue parole: «Non disprezziamo i poveri, i piccoli, gli operai; non solo essi sono i nostri fratelli in Dio, ma sono anche quelli che nel modo più perfetto imitano Gesù nella sua vita esteriore. Essi ci rappresentano perfettamente Gesù, l’Operaio di Nazaret. Sono primogeniti tra gli eletti, i primi chiamati alla culla del Salvatore. Furono la compagnia abituale di Gesù, dalla sua nascita alla sua morte […]. Onoriamoli, onoriamo in essi le immagini di Gesù e dei suoi santi genitori […]. Prendiamo per noi [la condizione] che egli ha preso per sé […]. Non cessiamo mai di essere in tutto poveri, fratelli dei poveri, compagni dei poveri, siamo i più poveri dei poveri come Gesù, e come lui amiamo i poveri e circondiamoci di loro» ( Commenti al Vangelo di Luca, Meditazione 263). [1] Per Fratel Charles queste non furono solo parole, ma stile concreto di vita, che lo portò a condividere con Gesù il dono della vita stessa.

Questa VI Giornata Mondiale dei Poveri diventi un’opportunità di grazia, per fare un esame di coscienza personale e comunitario e domandarci se la povertà di Gesù Cristo è la nostra fedele compagna di vita.

Roma, San Giovanni in Laterano, 13 giugno 2022, Memoria di Sant’Antonio di Padova.
 

FRANCESCO

Perche’ i francescani vestono di marrone

Perche’ i francescani vestono di marrone

All’inizio avevano solo il marrone: la stoffa non tinta era la più economica disponibile.

Vivere semplicemente

I frati francescani vivono la loro vita in solidarietà con i poveri, prendendo voti di povertà e vivendo con pochi beni. La Regola di San Francesco non prescrive alcun colore particolare all’ordine, ma invita i suoi membri a “indossare abiti umili”, a “vestirsi con abiti scadenti”. I francescani servono i poveri al loro livello e non aiuterebbe la loro missione essere ricoperti di abiti eleganti mentre servono gli indigenti.

I toni della terra riflettono il corpo terreno

Ogni ordine che fa voto di povertà lo fa per dimostrare che i beni non sono ciò che ci definisce e per seguire le parole di Cristo in Matteo 19:21:

Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo. Allora vieni e seguimi.”

Si menziona l’ammirazione del santo per l’allodola, suggerendo che il marrone riflette la vita terrena e le opere dell’ordine per alleviare la sofferenza terrena:

“Il suo piumaggio è terroso. Dà l’esempio alle religiose e ai religiosi affinché non debbano avere abiti eleganti e raffinati, ma piuttosto indossare colori spenti, come quelli della terra”.

Per saperne di più:
Cappuccino è stato ispirato dai frati cattolici del XVI secolo 

All’inizio il marrone era tutto ciò che avevano

San Francesco iniziò il suo ordine circa 809 anni fa, nel 1209. All’epoca le vesti dei confratelli venivano fornite dai contadini, che spesso non erano molto più ricchi dei francescani. Il colore più comune indossato dalla classe contadina dei secoli bui erano varie tonalità di grigio e marrone, a seconda della fonte di lana utilizzata. Il tessuto non tinto era il più economico disponibile. La veste indossata da San Francesco conservata presso la Basilica di Nostra Signora degli Angeli è grigia. I francescani, il cui abbigliamento doveva essere utile e duraturo, non si preoccupavano del colore, ma man mano che la loro influenza cresceva, il marrone divenne semplicemente “il loro colore”.

Il colore serviva anche ad un altro scopo. Quando iniziò l’ordine, i fratelli vivevano nel lebbrosario di Rivo Torto vicino ad Assisi e trascorrevano gran parte del loro tempo scalando la regione montuosa dell’Umbria per portare soccorso ai bisognosi. I frati dormivano spesso nella terra e il colore marrone era utile per aiutarli a sembrare ancora relativamente puliti.

I Frati Francescani del Rinnovamento, ramo più recente dei seguaci di Francesco, sono noti per il loro abito grigio.
MONACI TRAPPISTI

La cintura

Un altro tratto distintivo del loro abbigliamento francescano è il cingolo, una lunga corda con tre nodi legati che viene indossata intorno alla vita. Mentre il cingolo aiuta a tenere chiuse le vesti del sacco nelle giornate ventose, i tre nodi rappresentano Povertà, Castità e Obbedienza , i tre capisaldi dell’Ordine francescano.

La foresta

Mentre la maggior parte degli abiti francescani hanno un cappuccio attaccato, un ramo si distingue per i suoi lunghi cappucci, noti come capuches. I Francescani Cappuccini prendono il nome da questo tratto distintivo, e hanno a loro volta dato il nome alla scimmia cappuccina (che sembra indossare un cappuccio) e al cappuccino, la bevanda al caffè che riprende la colorazione dell’abito francescano.

Festa di San Francesco d’Assisi

Festa di San Francesco d’Assisi

Commento di Papa Francesco

Testo del Vangelo
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Meditazione
Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ti attira a Lui. Francesco ha fatto questa esperienza in modo particolare nella chiesetta di san Damiano, pregando davanti al Crocifisso che io oggi potrò venerare. In quel crocifisso Gesù non appare morto, ma vivo! Il sangue scende dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato, ma quel sangue esprime vita. Gesù non ha gli occhi chiusi, ma aperti, spalancati: uno sguardo che parla al cuore. E il Crocifisso non ci parla di sconfitta, di fallimento; paradossalmente ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte. Chi si lascia guardare da Gesù crocifisso viene ri-creato, diventa una «nuova creatura». Da qui parte tutto: è l’esperienza della Grazia che trasforma, l’essere amati senza merito, pur essendo peccatori. Per questo Francesco può dire, come san Paolo: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14).
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci a rimanere davanti al Crocifisso, a lasciarci guardare da Lui, a lasciarci perdonare…

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria 
e l’honore et onne benedizione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfane,
e nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato si’…

Francesco inizia il Cantico così: “Altissimo, onnipotente, bon Signore… Laudato sì… cun tutte le tue creature” (FF, 1820). L’amore per tutta la creazione, per la sua armonia! Il Santo d’Assisi testimonia il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato e come Lui lo ha creato, senza sperimentare sul creato per distruggerlo; aiutarlo a crescere, a essere più bello e più simile a quello che Dio ha creato. E soprattutto san Francesco testimonia il rispetto per tutto, testimonia che l’uomo è chiamato a custodire l’uomo, che l’uomo sia al centro della creazione, al posto dove Dio – il Creatore – lo ha voluto. Non strumento degli idoli che noi creiamo! L’armonia e la pace! Francesco è stato uomo di armonia, uomo di pace…da questa città della pace, ripeto con la forza e la mitezza dell’Amore: rispettiamo la creazione! Non siamo strumenti di distruzione! Rispettiamo ogni essere umano: cessino i conflitti armati che insanguinano la terra, tacciano le armi e dovunque l’odio ceda il posto all’amore, l’offesa al perdono e la discordia all’unione. 

Recita
Sabrina Boschetti

Musica di sottofondo
Arrangiamento musicale con chitarra di Gabriele Fabbri

Meditazione
Papa Francesco, brano tratto dall’omelia tenuta in Piazza San Francesco in Assisi il 4 ottobre 2013