Il Papa: la Parola di Dio è per tutti

Il Papa: la Parola di Dio è per tutti

Nella Domenica della Parola di Dio, Francesco ricorda l’urgenza dell’annuncio, la necessità di professare “un Dio dal cuore largo”

Il Papa: la Parola di Dio è per tutti, la Chiesa non abbia il cuore stretto

“Gesù sconfina” per dirci che la misericordia di Dio è per tutti. Non dimentichiamo questo: la misericordia di Dio è per tutti e per ognuno di noi. ‘La misericordia di Dio è per me’, ognuno può dire questo”. Così il Papa, a braccio, ha spiegato che “la Parola di Dio è per tutti”: “È un dono rivolto a ciascuno e che perciò non possiamo mai restringerne il campo di azione perché essa, al di là di tutti i nostri calcoli, germoglia in modo spontaneo, imprevisto e imprevedibile, nei modi e nei tempi che lo Spirito Santo conosce”.


Nella Domenica della Parola di Dio, Francesco ricorda l’urgenza dell’annuncio, la necessità di professare “un Dio dal cuore largo”, di far salire sulla barca di Pietro chi si incontra perché questa è la Parola di Dio, “non è proselitismo”


“E se la salvezza è destinata a tutti, anche ai più lontani e perduti – ha spiegato Francesco nell’omelia della Messa celebrata domenica, nella basilica di San Pietro, per la quarta Domenica della Parola di Dio – allora l’annuncio della Parola deve diventare la principale urgenza della comunità ecclesiale, come fu per Gesù. Non ci succeda di professare un Dio dal cuore largo ed essere una Chiesa dal cuore stretto – questa sarebbe, mi permetto di dire, una maledizione –; non ci succeda di predicare la salvezza per tutti e rendere impraticabile la strada per accoglierla; non ci succeda di saperci chiamati a portare l’annuncio del Regno e trascurare la Parola, disperdendoci in tante attività secondarie, o tante discussioni secondarie”.

Impariamo da Gesù a mettere la Parola al centro, ad allargare i confini, ad aprirci alla gente”, l’invito: “Metti la tua vita sotto la Parola di Dio. Questa è la strada che ci indica la Chiesa: tutti, anche i Pastori della Chiesa, siamo sotto l’autorità della Parola di Dio. Non sotto i nostri gusti, le nostre tendenze o preferenze, ma sotto l’unica Parola di Dio che ci plasma, ci converte, ci chiede di essere uniti nell’unica Chiesa di Cristo”.

I cristiani, ha spiegato il Papa, sull’esempio di Gesù sono “esperti nel cercare gli altri”: “E questo non è proselitismo, perché quella che chiama è la Parola di Dio, non la nostra parola”, ha precisato. “Questa è la nostra missione”, ha concluso Francesco: “Diventare cercatori di chi è perduto, di chi è oppresso e sfiduciato, per portare loro non noi stessi, ma la consolazione della Parola, l’annuncio dirompente di Dio che trasforma la vita”.

https://www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-la-parola-di-dio-e-per-tutti-la-chiesa-non-abbia-il-cuore-stretto

La Scuola della Parola

La Scuola della Parola


Il 24 gennaio del 2023 si è celebrata la Domenica della Parola, voluta da papa Francesco per sottolineare l’importanza delle Scritture nella vita della Chiesa. «Tra chi, già prima del Concilio, mise al centro la Bibbia fu il beato Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina che in quest’anno ha celebra uno speciale Anno Biblico», dice suor Piera Moretti

Suor Piera Moretti, 59 anni

Suor Piera Moretti, 59 anni

Siamo tutti come i discepoli di Emmaus, impauriti e smarriti. È apparendo loro, dopo la Risurrezione, che Gesù, come racconta il Vangelo di Luca, «aprì la mente all’intelligenza delle Scritture». La Parola come antidoto alla paura. E quindi «sorgente di vita e cammino di approfondimento dell’identità cristiana, della nostra appartenenza a Cristo», dice suor Piera Moretti, Pia Discepola del Divin Maestro (una Congregazione religiosa della Famiglia Paolina fondata dal Beato Giacomo Alberione il 10 Febbraio 1924) nonché liturgista.

Il tema scelto per la Domenica della Parola del 2023 fu una frase tratta dalla Lettera che Paolo, in prigione, scrive ai Filippesi: «Tenendo alta la Parola di vita» (Fil 2,16). Più di un invito, un programma di vita: «Tenendo alta la parola di vita», scrive mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, «i discepoli di Cristo “brillano come astri nell’universo”. È una bella immagine quella che l’apostolo offre oggi anche a tutti noi. Viviamo un momento drammatico. L’umanità pensava di avere raggiunto le più solide certezze della scienza e le soluzioni di un’economia per garantire sicurezza di vita. Oggi è costretta a verificare che nessuna delle due le garantisce il futuro. Emerge in maniera forte il disorientamento e la sfiducia a causa dell’incertezza sopraggiunta in maniera inaspettata. I discepoli di Cristo hanno la responsabilità anche in questo frangente di pronunciare una parola di speranza. Lo possono realizzare nella misura in cui rimangono saldamente ancorati alla Parola di Dio che genera vita e si presenta come carica di senso per l’esistenza personale».

La sensibilità del popolo di Dio verso la Parola ha attraversato diverse fasi storiche ma è indubbio che l’impulso maggiore arriva dal Concilio Vaticano II con la Costituzione dogmatica Dei Verbum per arrivare fino a Benedetto XVI che nel 2008 convoca un Sinodo ad hoc sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” e poi scrive l’Esortazione Apostolica Verbum Domini. Fino a papa Francesco che nel 2019 con la Lettera apostolica Aperuit illis stabilisce che «la III Domenica del Tempo ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio».

In questo cammino l’apporto della Famiglia Paolina, che quest’anno celebra uno speciale Anno Biblico, è stato decisivo e, con il beato Giacomo Alberione, del quale quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte, persino profetico: «Don Alberione», ricorda suor Moretti, «ha celebrato l’Anno Biblico più volte nel corso della sua vita e anche prima del Concilio. In questo è stato un precursore. Ha indicato la strada, invitando a mettere al centro la Parola senza la quale non possiamo vivere. Per questo dobbiamo interpretare la nostra storia alla luce della Parola e solo così troveremo risposta e significato anche in quelle situazioni di male, dolore e sofferenza che in un primo momento e a uno sguardo superficiale sembrano non abbiano risposta».

Perché papa Bergoglio ha voluto collocare la Domenica della Parola nella terza domenica del tempo ordinario? «Perché», risponde suor Moretti, «è quella successiva alla Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani che si svolge dal 18 al 25 gennaio. La Parola, che è Cristo stesso, deve condurci alla comunione. Francesco ha sottolineato più volte che questa Giornata ha una valenza fortemente ecumenica, volta ad approfondire l’identità di ogni battezzato che se non attinge alla Parola di Dio perde la sua identità cristiana, ed è un richiamo a conoscere la Scrittura».

C’è chi afferma che questa venerazione del Libro sia qualcosa che appartiene più alla tradizione protestante che al cattolicesimo: «Ci stiamo avvicinando ai protestanti? Per me è un segno positivo», risponde la religiosa, «loro ci hanno insegnato tanto e noi dobbiamo imparare di più, è un avvicinamento reciproco, un cammino che facciamo insieme nella conoscenza del Signore. Tenere alta la parola di vita significa offrire una testimonianza autentica della Parola: la Torah è qualcosa ma di vivo, è lo Spirito esce dalla bocca di Dio e noi dobbiamo renderne testimonianza».

La Domenica della Parola, in comunione con tutta la Chiesa, è solo la prima tappa dell’Anno Biblico Paolino: «Ci saranno altri eventi», spiega suor Moretti, «approfondimenti, incontri, come il webinar del 12 gennaio scorso. A novembre, a cinquant’anni esatti dalla morte del beato Alberione, la chiusura solenne. San Paolo e il suo impegno instancabile ad annunciare la Parola non sono solo “patrimonio” della Famiglia Paolina. Noi abbiamo il compito di far brillare e risplendere la sua missione che seppe oltrepassare i confini della Palestina coinvolgendo migliaia di persone e interi popoli. Oggi c’è tanto bisogno di persone che tengano alta la Parola e che non siano altisonanti nel proclamarla ma gareggino nel darle testimonianza».

Quando si parla di “carismi” nella Chiesa?

Quando si parla di “carismi” nella Chiesa?

Che cosa si intende

 Spesso si sente parlare nella Chiesa di “carismi” pur non avendo una precisa consapevolezza d questo termine, che si distanzia dall’uso che ne viene fatto comunemente. Dal punto di vista spirituale, infatti, c’è solo una prospettiva in cui se ne può parlare. 

Spesso si sente parlare di “carisma” di un gruppo, di un fondatore, di un’istituzione: ma cosa si intende davvero?

persona che prega
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I carismi sono infatti dei doni dello Spirito ed è solo all’interno di questa cornice, quella della vita nello Spirito, che si possono capire. La loro natura è quella di contribuire all’edificazione della Chiesa, e per questo si tratta di doni che vanno messi a disposizione del prossimo.

Qual è la definizione di carisma nella Chiesa

Se si volesse dare una definizione di carisma, lo si descriverebbe come l’azione dello Spirito Santo nelle coscienze e nei cuori dei fedeli, che opera e agisce per portare frutti all’intera umanità. Tuttavia, per accogliere l’azione dello Spirito nel proprio cuore bisogna farsi docili ad Esso.

Ci sono perciò due livelli in cui i carismi agiscono, dall’alto e dal basso. Il carisma non si esprime infatti in dati oggettivi ma si esplicita nel vissuto delle persone. Il carisma è il dono che lo Spirito fa di sè stesso ad ogni credente, affinché Cristo sia conosciuto e amato da tutti e in ogni tempo o epoca storica. Questo fa sì che il carisma si dispieghi in modalità sempre nuove e al tempo stesso antiche.

Nel carisma c’è la forza con cui Gesù attrae a sé i suoi figli. Potremmo perciò dire che il carisma è una forza, una “energia”, che porta alla continua unità del popolo di Dio che si trasforma così nel corpo di Cristo. A tutti i battezzati sono infatti conferiti doni carismatici, e fin già dentro la vocazione battesimale i cristiani sono chiamati ad essere un unico corpo.

Già dal Battesimo si ricevono i doni dello Spirito Santo

Lo Spirito si dona infatti anche per fare in modo che ogni cristiano trovi e scopra nella proprio comunità di fede un luogo in cui trovare il proprio volto, superando così quella solitudine dell’individualismo narcisistico troppo spesso presente oggi per approdare a una comunità in cui l’io viene accolto dal noi. Nel dono di sé emerge il senso della fraternità cristiana che permette anche ai singoli di ritrovarsi.

Spesso i cristiani non sono del tutto consapevoli dei tanti doni che ricevono da Dio in maniera gratuita. Già dal Battesimo, così come anche in tutti gli altri Sacramenti, i cristiani ricevono i “doni dello Spirito Santo”, che sono sette, ognuno con determinate caratteristiche.

Il Timor di Dio fa vivere alla Sua presenza, l’Intelletto fa conoscere la Sua verità, la Sapienza fa vedere il senso delle cose, la Scienza fa scoprire la retta via, il Consiglio fa cercare la rettitudine, la Fortezza dona il coraggio di realizzare i propri intenti, e la Pietà fa sì che tutto si mantenga al proprio posto, rispettando così l’ordine di Dio.

Da questi doni dello Spirito discendono molti carismi

Da questi doni ne discendono molti carismi, legati ad esempio all’istruzione dei fedeli, al loro alleviamento oppure al governo della comunità. San Paolo ne ha enumerati una serie nella Prima lettera ai Corinzi (1Cor 12, 4-12). Si va nel primo caso dal carisma di apostolo, profeta, dottore, evangelista o esortatore, all’uso delle parole di saggezza o sapienza, al discernimento dello spirito, al dono delle lingue o al dono di interpretare le lingue.

Poi si passa al carisma dell’elemosina, dell’ospitalità, dell’assistenza, della fede, delle guarigioni, fino al potere dei miracoli. Infine ci sono i carismi di pastore, di ministero e di governo. Fino ad arrivare ai carismi della vita religiosa oppure all’infallibilità del Sommo Pontefice.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica li descrive come “straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello Spirito Santo che, direttamente o indirettamente, hanno un’utilità ecclesiale, ordinati come sono all’edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo”. E afferma che ci sono persone concrete che ricevono carismi, che permettono loro di agire in aspetti o circostanze determinate.

I carismi sono concessi dallo Spirito per il bene della Chiesa

Tuttavia, bisogna anche specificare che i carismi non sono requisiti per la salvezza personale. Chi ha carismi maggiori non è più santo degli altri. Dio infatti concede i carismi all’interno della Chiesa per i meriti di Cristo e per il bene della Chiesa. Il dono rivelato dallo Spirito con i carismi agisce sempre in funzione di un servizio all’interno della Chiesa.

Come infatti spiega sempre il Catechismo, i carismi “sono una meravigliosa ricchezza di grazia per la vitalità apostolica e per la santità di tutto il corpo di Cristo, purché si tratti di doni che provengono veramente dallo Spirito Santo e siano esercitati in modo pienamente conforme agli autentici impulsi dello stesso Spirito”.

“Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti”, scrive l’Apostolo Paolo. “Tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole. Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo”.

 Giovanni Bernardi

C’é una storia di una Chiesa tutta al Femminile

C’é una storia di una Chiesa tutta al Femminile

 Nella Chiesa c’è  una storia tutta femminile  DCM-002

Con Teresa Forcades – monaca benedettina, femminista, teologa queer, mistica, indipendentista catalana, laureata in medicina, attivista per i diritti degli omosessuali, scrittrice di libri sulla fede, sul corpo, sostenitrice di tesi audaci e controverse dentro e fuori la Chiesa, ci sono davvero molti argomenti di conversazione e di intervista. E quando l’incontro avviene in un monastero benedettino, conficcato su quelle montagne del Montserrat che sono il simbolo della Catalogna indomita, luogo potente e magico in cui il profumo della fede si mischia a quello della libertà, la tentazione di lasciarsi andare al fascino dell’ascolto e del confronto è tanta. E poi Teresa Forcades con la sua allegria, il pensiero audace, le parole amabili sa affascinare. Il suo buonumore è contagioso. La sua capacità di andare senza remore al fondo delle questioni, di ”sparigliare”, di distruggere luoghi comuni e stereotipi è indiscutibile. Ma non lo facciamo. Non cediamo alla tentazione di parlare di tutto. Preferisco – glielo dico subito – affrontare con lei una sola questione, quella del rapporto fra le donne e la Chiesa, del patriarcato nell’istituzione ecclesiastica, delle donne che sono ancora ai margini quando non apertamente discriminate, delle lotte che si tentano per cambiare. «Certo, parliamone – mi dice – ma a partire da un punto cui tengo molto, che voglio sottolineare, che è importante e non detto. Perché che il patriarcato sia forte è evidente, così evidente che non vale neppure la pena di sottolinearlo. Chi non l’ha capito?»

Invece da che cosa, che finora non è stato detto, vale la pena di cominciare?

La chiesa cattolica, in cui appunto il patriarcato è forte, è, tuttavia, l’istituzione che più di ogni altra ha preservato la presenza, la storia e la memoria delle donne. Se questa è viva, se oggi sappiamo che cosa tante donne in luoghi e tempi diversi hanno fatto, sentito, pensato lo dobbiamo al cattolicesimo che ogni giorno e in ogni parte del mondo celebra il nome e ricorda le opere di una di loro. Dico Chiara, Ildegarda, Teresa, potrei fare centinaia di altri nomi. Le donne ci sono state e ci sono. Non senza conflitto, ovviamente. Ma è avvenuto e va detto subito. Con enfasi, con convinzione, con forza. Aggiungo che non solo ci sono state e hanno agito ma hanno creato comunità e queste sono vive ancora oggi. Insomma hanno costruito nella Chiesa una storia propria, una storia femminile. E questo è difficile, sappiamo che è difficile, difficilissimo non solo in una istituzione cattolica. È così nel mondo. Quando nel 1990 mi sono laureata in medicina ho studiato che due uomini, James Watson e Francis Crick avevano scoperto la struttura del Dna, una rivelazione scientifica enorme che ha posto le basi della moderna biologia molecolare. Solo pochi anni fa ho imparato che la prima a scoprire la struttura del Dna era stata una donna, Rosalind Franklin. La sua figura si era dissolta, si era cancellata. La storia non la comprendeva.

Mi sta dicendo che la Chiesa cattolica ha costruito, ha preservato una presenza e una cultura femminile più di altre religioni?

Non faccio polemiche. Può darsi che la mia sia ignoranza ma le chiedo: in quale cultura, in quale paese, in quale religione, dove troviamo scritti e opere femminili come nella Chiesa cattolica?

Oggi però per molti il cambiamento nella Chiesa è più lento, le resistenze più forti rispetto a altre istituzioni. Perché?

Si dice che la Chiesa non sia preparata… che debba ancora lavorare. Forse è vero. Credo, però, che se una cosa è giusta si debba fare. Bene, con ponderatezza e con diplomazia, se è necessario, ma si debba fare.

Lei è nota anche per essere una sostenitrice dell’ordinazione sacerdotale femminile. La Santa Sede dice che il sacerdozio è riservato agli uomini.

Viene considerata oggi la questione delle questioni. Se ne è discusso anche in passato, e si è opposto un rifiuto. Il mio parere è che non vi siano ostacoli teologici nella Scrittura.

Con Francesco qualcosa si muove per le donne nella Chiesa? E cosa?

Francesco per prima volta ha dato alle donne posti di responsabilità nella curia romana. Per la prima volta, in alcuni casi, sono nell’organigramma della curia vaticana in posizioni superiori ad alcuni vescovi. Mi pare un dato nuovo e importante.

Eppure pare che la parola “femminismo” provochi ancora l’orticaria non solo a uomini ma anche a donne della Chiesa. Mi sa spiegare perché?

La Chiesa cattolica è formata da donne, la maggioranza è femminile. Quindi viviamo una situazione davvero strana. Un’istituzione, una realtà in grandissima parte, al settanta, l’ottanta per cento, nella quale le donne contano poco o niente. Non mi stupisce che una situazione così strana, così singolare provochi ansia, inquietudine, incertezza, paura. Gli uomini della Chiesa sanno bene che se le donne la abbandonassero semplicemente cesserebbe di esistere.

Voglio raccontarle un episodio. Elisabeth Schüssler Fiorenza, la teologa, biblista e femminista statunitense, un giorno durante una funzione religiosa ha chiesto alle donne di andare via e di riunirsi fuori dalla Chiesa. Con un gesto simbolico voleva dimostrare che senza di loro il sacerdote rimaneva solo. Esattamente quello che avvenne e che avverrebbe in qualunque chiesa, in qualunque funzione religiosa.

Quindi il femminismo è riuscito a introdursi e a scalfire il patriarcato della Chiesa?

Non solo questo. Oggi possiamo parlare di una teologia femminista nella storia. Di un femminismo che non si definisce tale ma che c’è stato, c’è e fa delle scelte anche in una società, una istituzione, un pensiero dominante che esclude le donne. Glielo dimostro con semplicità. Noi denunciamo come sistema patriarcale quello in cui le donne – anche una sola di loro – vengano escluse o discriminate. E possiamo definire femminista qualunque azione – di una donna o di un uomo – denunci questa esclusione.

Gregorio di Nazianzo, teologo del IV secolo osservò, a proposito dell’adulterio, che se questo era commesso da una donna su di lei si scaricava tutto il peso della legge che la puniva fino alla morte, se commesso dall’uomo non c’era punizione. Non è giusto, fece notare, perché le scritture, il comandamento dicono “onora il padre e la madre”. Chiedono lo stesso comportamento per l’uomo e per la donna. Quindi le leggi applicate per punire l’adulterio – ne dedusse- non sono le leggi di Dio. È una critica al patriarcato, non le pare? Ma Gregorio di Nazianzo andò oltre. Si chiese perché questo avvenisse, perché fosse possibile. Il motivo stava nel fatto – spiegò – che la legge era stata scritta dagli uomini, non dalle donne. Come vede la posizione di un teologo del IV secolo è già critica nei confronti del patriarcato. Possiamo già parlare di teologia femminista nella storia.

Ma il femminismo per lei, Teresa Forcades, che cosa è?

Anche questo è semplice. Non ci vuole molto per definirlo. Sono tre o quattro punti. Primo: il femminismo è individuare la discriminazione. Non tutti la vedono. Gregorio nel IV secolo l’ha vista, altri neppure oggi, lo fanno. Secondo: prendere coscienza della ingiustizia di questa discriminazione. Insomma assumere con chiarezza una posizione contraria. Neanche questo però basta: contro la discriminazione bisogna agire, lottare per eliminarla. Per fare teologia femminista c’è un quarto punto. Deve esserci chiaro che la discriminazione non viene dalla natura, non viene da Dio, non viene dai sacri testi. Quindi va criticata e respinta la teologia che teorizza la discriminazione perché la ritiene voluta da Dio.

Esiste nella Chiesa e nel cristianesimo la forza per abbattere discriminazioni così profonde come quelle che lo stesso Francesco quotidianamente denuncia?

Credo di sì. Altre volte è avvenuto. Pensi a che cosa era il matrimonio prima del cristianesimo. Una questione economica che riguardava la proprietà: di chi era, a chi doveva essere lasciata. E quindi di chi era il figlio. Questo presupponeva il controllo e la subordinazione della donna. Nel mondo antico il matrimonio era un contratto fra due uomini, il padre e il marito. Per la chiesa cattolica il matrimonio è l’incontro d’amore fra un uomo e una donna che si scelgono e si uniscono. Un cambiamento radicale rispetto alla cultura allora dominante. Anche nella tradizione giudaica, del resto, la donna non è la madre del figlio dell’uomo ma “carne della sua carne”.

Se dovesse dare un suggerimento alle donne che sono a disagio nella Chiesa e vogliono superare una situazione di stallo, che cosa direbbe?

Non farei discorsi generali. Non ho un programma da suggerire. So però, per esperienza diretta, che le donne devono porsi sempre una domanda che non sono – non siamo – abituate a farci: io, proprio io, che cosa penso? Qual è il mio desiderio più profondo, che cosa voglio davvero? Che cosa è giusto? La Chiesa ha una storia straordinaria di forza e di resistenza femminile. Dobbiamo studiarla, valorizzarla, raccontarla. Ci sono donne che queste domande se le pongono ogni giorno, tante che se le sono poste nel passato. Nel mio monastero le monache sono entrate in conflitto, ci sono state le barricate quando dopo il concilio di Trento la chiesa chiedeva una clausura più rigida per le donne.

Posso concludere questa conversazione dicendo che lei è ottimista e fiduciosa nella possibilità che le donne cambino la Chiesa e che la Chiesa cambi grazie alle donne.

Si dice che il femminismo cominci agli inizi del secolo, con la rivendicazione dei diritti politici. C’è poi una seconda ondata negli anni Settanta. L’inizio vero a mio parere è con la convenzione di Seneca Falls nel 1848 sui diritti delle donne negli Usa. Donne come Elizabeth Cady Stanton non solo hanno ripetuto che la Bibbia era stata fino ad allora interpretata in modo patriarcale e che questa non era la vera lettura dei testi sacri, ma ne hanno tratto le conseguenze politiche. È già successo per gli schiavi afroamericani. Gli schiavi hanno appreso il cristianesimo dai loro padroni ma poi, quando hanno imparato a leggere, hanno capito che il messaggio vero delle Scritture non era quello che veniva inviato dai loro oppressori, che la Bibbia non giustificava schiavitù e diseguaglianza. È avvenuto allora qualcosa di straordinario. In genere – sappiamo – l’oppresso rifiuta la religione dell’oppressore, invece tanti schiavi afroamericani sono rimasti fedeli al cristianesimo ma con una lettura diversa delle Scritture e hanno accusato i loro padroni di non aver letto correttamente la Bibbia. Per le donne sta avvenendo la stessa cosa. Nella fede e nelle Scritture c’è tutta la forza per combattere il patriarcato della Chiesa.

di Ritanna Armeni


TERESA FORCADES I VILA
, monaca benedettina nel Monastero di Montserrat, nata a Barcellona 56 anni fa, è medico con specializzazione in Medicina interna conseguita a Buffalo (Usa), teologa con un master  a Harvard, femminista e attivista politica. Cresciuta in una famiglia non credente, scopre la fede alla scuola  della suore dove i suoi genitori l’avevano iscritta. Legge il Vangelo per la prima volta a 15 anni. Nel 1995, prima di tornare negli Stati Uniti, decide di trascorrere alcune settimane presso il monastero di  Montserrat per preparare un importante esame di medicina. È lì che capisce di volersi fare suora: in  quel  monastero costruito sulla montagna  di Monistrol de Montserrat, piccolo centro della comunità autonoma della Catalogna, di cui rappresenta un simbolo, e che è  anche un importante sito di pellegrinaggio. È  monaca di clausura dal 1997. Nel 2012  fonda il movimento politico Procés Constituent  insieme a Arcadi Oliveres, economista, accademico e attivista sociale spagnolo, presidente di “Justícia i Pau”, un gruppo pacifista cristiano. Propongono di ottenere l’indipendenza della Catalogna attraverso un nuovo modello politico e sociale basato sull’auto-organizzazione e la mobilitazione sociale. Nel 2015, mentre si avvicinano le elezioni regionali della Catalogna, riceve  il permesso dal suo superiore e dalla Santa Sede di lasciare la clausura per tre anni,  e poter entrare così in campagna elettorale candidandosi alla presidenza della regione. Nel 2018 torna in monastero per riprendere la sua vita come contemplativa (foto Alchetron). 

L’Osservatore Romano

Catechesi sul discernimento nr 5

Catechesi sul discernimento nr 5

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catechesi

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Papa Francesco

12.10.2022 – Papa Francesco – Catechesi sul discernimento. 5. Gli elementi del discernimento. Il desiderio

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      …………………..Ma cosa è il DISCERNIMENTO

“Facoltà di formulare un giudizio o di scegliere un determinato comportamento, in conformità con le esigenze della situazione: manca totalmente di d. nelle sue decisioni; criterio di valutazione, sul piano morale o intellettuale.”

"il discernimento è un processo di conoscenza, che avviene grazie ad un ascolto e uno sguardo attento, e ci consente di orientarci nel cammino dell’esistenza. Valutare la realtà nella luce della fede: è un dono spirituale, che rende sensibili alle richieste interiori dello Spirito, che ci mettono a contatto con l’agire di Dio nella nostra vita."

"Il discernimento vocazionale permette di superare uno stato di dubbio e smarrimento che spesso caratterizza chi sente di essere chiamato ad altro, chi si interroga su quale sia la giusta strada da intraprendere. Si tratta di uno strumento per conoscere l’opera e la volontà di Dio nella vita di ciascuno."

Dimitri Vegas

La Gran Madre di Dio Maria

La Gran Madre di Dio Maria

1° Gennaio - Maria Santissima Madre di Dio

Il primo gennaio è tradizionalmente dedicato alla Solennità di Maria, Madre di Dio, nel contesto della liturgia cattolica. Questo giorno celebra la maternità divina di Maria e il suo ruolo unico come Madre di Gesù, il Figlio di Dio. È un momento per riflettere sulla sacralità della vita e sull’amore materno di Maria, che ha portato alla nascita di Gesù, il Redentore.

In questo giorno, la Chiesa cattolica onora la figura di Maria come colei che ha accettato con fede la chiamata divina di essere la Madre di Gesù Cristo. Si riconosce il suo ruolo centrale nella storia della salvezza e la sua cooperazione con il piano divino di redenzione. La festa sottolinea l’importanza della maternità di Maria nel contesto della divina economia della salvezza.

Attraverso la contemplazione di Maria come Madre di Dio, siamo invitati a riflettere sulla grazia divina, sull’umiltà e sull’obbedienza. La sua figura rappresenta un esempio di fiducia totale in Dio e di consacrazione alla volontà divina. La festa del primo gennaio ci offre l’opportunità di rinnovare la nostra devozione a Maria e di cercare la sua intercessione materna nelle nostre vite.

È un giorno per ringraziare e onorare la Madre di Dio, chiedendo la sua protezione e il suo sostegno nel nostro cammino di fede. In modo teologico, possiamo contemplare la profondità del mistero della maternità di Maria e riconoscere il suo ruolo unico nella storia della redenzione.

Nel contesto teologico della festa della Madre di Dio, possiamo riflettere anche sulla connessione tra Maria e la Chiesa. Maria è spesso considerata come la Madre della Chiesa, poiché la sua maternità si estende oltre la persona di Gesù Cristo. La Chiesa, come corpo mistico di Cristo, è arricchita dalla presenza e dalla maternità di Maria.

La sua disponibilità a essere la Madre di Dio rappresenta un modello di risposta alla chiamata divina per tutta la Chiesa. Attraverso la sua intercessione, ci rivolgiamo a lei come nostra Madre spirituale, chiedendo il suo aiuto e la sua protezione nei nostri sforzi per seguire Cristo.

Inoltre, il primo gennaio segna anche l’inizio di un nuovo anno civile, offrendoci l’opportunità di iniziare con uno sguardo alla nostra vita spirituale e al nostro rapporto con Dio. La festa ci invita a porre Maria al centro delle nostre preoccupazioni e delle nostre preghiere, cercando la sua guida e il suo esempio mentre intraprendiamo il percorso dell’anno nuovo.

In sintesi, la Solennità di Maria, Madre di Dio, è un momento significativo nella liturgia cattolica che ci invita a contemplare la bellezza del mistero della maternità divina, a cercare l’intercessione di Maria e a iniziare il nuovo anno con uno sguardo rivolto a Dio, guidati dalla presenza materna di Maria nella nostra vita spirituale.

In questo contesto possiamo anche riflettere sulla dimensione della “Theotokos”, un termine che significa “Madre di Dio”. Questa espressione sottolinea la verità fondamentale della fede cristiana che afferma che Maria ha portato nel suo grembo il Verbo incarnato, il Figlio di Dio. La sua maternità è quindi divina, poiché Gesù è sia vero Dio che vero uomo.

La festa del primo gennaio ci invita a contemplare il mistero dell’Incarnazione, il momento in cui il divino ha abbracciato l’umano. Maria diventa il canale attraverso il quale questa unione avviene, e il suo “sì” all’annuncio dell’Arcangelo Gabriele è fondamentale per il compimento del piano di salvezza.

Nella teologia cristiana, Maria è spesso considerata come la Nuova Eva, che con il suo “sì” in contrasto con il “no” di Eva, contribuisce al riscatto dell’umanità. La sua obbedienza e la sua cooperazione con il piano di Dio ci insegnano la importanza di sottometterci alla volontà divina nella nostra vita.

Questa festa, dunque, ci offre un momento di profonda riflessione sulla grandezza di Maria come Madre di Dio e sulla sua influenza nella nostra vita spirituale. Ci invita a rinnovare la nostra fiducia in Dio, a imitarne l’umiltà e a affidarci alla materna intercessione di Maria mentre intraprendiamo il viaggio spirituale nel nuovo anno.