Vangelo di Giovanni: «Rimanete nella mia Parola» (Gv 8,31).
Il motto per la Domenica della Parola di Dio 2024
Per la prossima edizione della Domenica della Parola di Dio, che si celebrerà nella Basilica di San Pietro alla presenza di Papa Francesco Domenica 21 gennaio 2024, il motto scelto è ripreso dal Vangelo di Giovanni: «Rimanete nella mia Parola» (Gv 8,31).
La “Domenica della Parola di Dio” e la sua dimensione liturgica
Nella terza domenica del tempo ordinario la Chiesa celebra la “Domenica della Parola di Dio”. Papa Francesco l’ha istituita per “far crescere nel popolo di Dio la familiarità religiosa e assidua con la Sacra Scrittura”. Questo articolo chiarisce il rapporto esistente tra la Parola di Dio e la liturgia.
LA PAROLA DI DIO È DINAMICA, ATTIVA, CI METTE IN MOVIMENTO
La Parola di Dio, che “penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito” (Eb 4, 12), è dinamica, attiva, ci mette in movimento. Nel corso dei secoli la vita dei santi dimostra che esiste un ambito privilegiato in cui la Parola di Dio esercita la sua potenza. Questo ambito è la liturgia. Infatti, «considerando la Chiesa come “casa della Parola”, si deve innanzitutto porre attenzione alla sacra liturgia. È questo, infatti, l’ambito privilegiato in cui Dio parla a noi nel presente della nostra vita, parla oggi al suo popolo, che ascolta e risponde» (Verbum Domini, 52).
Perché è un ambito privilegiato?
Con la sua Parola il Signore può toccare le profondità della nostra anima in qualunque momento o circostanza. Tuttavia, coloro che osservano la storia della salvezza scopriranno situazioni e contesti particolari che costituiscono una sorta di grammatica con la quale Dio articola il suo dialogo con noi. Se pensiamo al Sinai, vedremo un’assemblea riunita per ascoltare la Parola e suggellare l’Alleanza. Dopo aver ascoltato, attraverso Mosè, le parole del Signore, tutto il popolo rispose ad una voce: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!” (Es 19, 8; 24, 3-8). Uno schema rituale simile noi lo troviamo nel Secondo Libro dei Re (2 Re 23, 1-3) e nel Libro di Neemia (Nee 10, 30).
Quando la Chiesa, il nuovo Israele, si rivelerà al mondo, insegnerà agli uomini la stessa grammatica che aveva imparato dai suoi padri. Perciò il giorno di Pentecoste “quelli che accolsero la parola di Pietro furono battezzati” (At 2, 41). La sequenza “proclamazione della Parola – obbedienza alla Parola” definisce il DNA delle azioni liturgiche. Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, “rito e parola sono intimamente connessi” (Sacrosanctum Concilium, 35). E ancora, nel caso paradigmatico dell’Eucaristia, “la liturgia della parola e la liturgia eucaristica sono congiunte tra loro così strettamente da formare un solo atto di culto” (Sacrosanctum Concilium, 56).
L’iniziazione cristiana ha un dinamismo che rivitalizza la Chiesa dall’interno. I catecumeni che volevano diventare cristiani ricevevano per prima cosa l’annuncio della fede, poi dovevano interiorizzare la Parola, e alla fine erano inviati a una missione evangelizzatrice di scala universale. In questa sequenza la proclamazione liturgica della Parola si colloca nel secondo momento, quello della interiorizzazione. Condivide con il primo la dimensione dell’annuncio, poiché nella liturgia la Chiesa stessa si mette all’ascolto delle parole di Cristo, vero esegeta del Padre. Condivide con il terzo momento la dimensione della missione, perché la Parola non si interiorizza né individualmente né soltanto per la salvezza personale, ma rivela i suoi segreti quando è accolta nella comunione ecclesiale (cfr. Dei Verbum, 12; Verbum Domini, 29-30) ed è capace di aprire nei nostri cuori la via della condivisione e della solidarietà (cfr. Aperuit illis, 13).
La parola viva nella liturgia, la proclamazione della Parola Trinitaria
L’assemblea liturgica è il contesto per eccellenza in cui la Scrittura diventa Parola viva. Il cristianesimo non è la religione del libro, ma la religione della Parola di Dio, di una Parola che “non è una parola scritta e muta, ma Parola incarnata e viva” (San Bernardo di Chiaravalle, Omelia super Missus est, 4, 11). Questo fatto spiega perché la parola di Dio non si trova principalmente in un papiro o in una edizione a stampa. Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, “la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali” (CCC, 113).
L’ASSEMBLEA LITURGICA È IL CONTESTO PER ECCELLENZA IN CUI LA SCRITTURA DIVENTA PAROLA VIVA
Nello stesso tempo, la Chiesa non ha ricevuto la parola per tenerla nascosta nel suo cuore. Grazie alla mediazione umana ed ecclesiale, la Parola risuona nell’aula liturgica come un evento che può cambiare i nostri cuori. Nella proclamazione del Vangelo da parte del vescovo e poi nell’omelia liturgica abbiamo sia la mediazione di un corpo, di una bocca, di un respiro rigenerati nel Battesimo, sia la mediazione qualificata di chi ha ricevuto la pienezza del sacramento dell’Ordine e che, dunque, può essere garante qui e ora della presenza di Cristo che parla con la sua Sposa.
In questo senso, notiamo la coerenza della logica secondo la quale Dio ha rivelato il suo progetto di salvezza. Nel corso della storia Dio ha parlato “per mezzo di uomini alla maniera umana” (Dei Verbum, 12). Questa stessa logica conduce all’incarnazione del Verbo e più ancora al prolungamento della sua presenza tra gli uomini attraverso la mediazione di altri esseri umani. L’adattamento di Dio al nostro linguaggio, alla nostra piccolezza, la misericordia incredibile che dona la Parola della vita attraverso creature limitate e limitanti, è l’evento che contempliamo ogni volta che risuona il “Lode a Te, o Cristo”. Non diciamo: “Grazie diacono, grazie signor vescovo per averci letto un testo così illuminante”. Acclamare “Lode a Te, o Cristo” significa, invece, che crediamo, confessiamo e annunciamo che Cristo è qui presente e che, attraverso le labbra della Chiesa, ci rivela il vero volto di suo Padre.
D’altra parte, l’acclamazione “Rendiamo grazie a Dio” dopo le letture ci può ricordare che il nostro interlocutore non è soltanto Gesù, ma anche Dio Padre, perché attraverso l’annuncio liturgico “il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro” (Dei Verbum, 21). Imparare ad ascoltare la “Parola del Signore” guardando al Padre ci mette nelle condizioni di capire che Egli non smette di parlarci del suo Figlio amato, perché, attraverso tutte le parole della Sacra Scrittura, il Padre “non dice che una sola Parola, il suo unico Verbo, nel quale dice se stesso interamente” (CCC, 102).
È LO SPIRITO CHE RENDE PRESENTE IL VERBO DI DIO NELLE PAROLE UMANE
Perché questo dialogo avvenga, tuttavia, è necessaria l’azione dello Spirito Santo (cfr. Aperuit illis, 10.12). Questa azione prosegue la logica della Rivelazione. Come nel caso dei profeti, a ancor più nel caso dell’Incarnazione, è lo Spirito che rende presente il Verbo di Dio nelle parole umane: Egli “rende presente” la Parola. Dato che lo Spirito è la memoria viva della Chiesa (cfr. Gv 14, 26), egli è l’unico capace di dare a coloro che annunciano la Parola e a coloro che l’ascoltano, la capacità di diventare una risonanza vive dell’evento salvifico. In questo senso, l’invito “il Signore sia con voi” che precede il Vangelo, o la ricca varietà di preghiere con le quali i ministri della Parola si sono preparati nel corso della storia, costituiscono una chiamata ad attualizzare la presenza dello Spirito in ognuno di noi, sia come frutto del nostro Battesimo, sia come frutto del sacramento dell’Ordine. Senza l’azione dello Spirito, quindi, non è possibile né la mediazione umana della Parola di Dio nella liturgia, né l’atto di fede che l’accoglie, né la sua intelligenza spirituale durante l’omelia.
È stato detto che la Parola di Dio compie un viaggio all’interno di noi. Durante la liturgia la Parola risuona nello spazio celebrativo, incontra i nostri corpi e attraverso le orecchie passa nei nostri cuori. Se il nostro cuore si apre allo Spirito e accoglie la Parola con fede, allora essa pulisce, illumina, ordina e comincia ad abitare in noi: passa nel nostro corpo, nelle nostre mani, nei nostri occhi. Questo è il processo che la Domenica della Parola vuole che ricordiamo perché, come nel caso di Maria, il Verbo di Dio sta desiderando di “farsi carne” in ciascuno di noi.
“Oltre le passioni tristi. Credenti che contagiano speranza (Ez 37,1-14)”.
Le parole che Dio rivolge al profeta Ezechiele – Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere? – danno il titolo al sussidio che l’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso propone per l’azione pastorale in vista del 17 gennaio 2024, la XXXV Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Il suo scopo è fornire alle comunità cristiane (dalle parrocchie alle scuole, gruppi, associazioni, movimenti, comunità, istituti religiosi, circoli culturali, federazioni…) degli strumenti per avviare e sostenere, nei differenti contesti, processi di dialogo con le realtà ebraiche e di riscoperta delle radici ebraiche della e nella fede cristiana. Il sussidio si apre con il brano in ebraico di Ez 37, 1-14 seguito dalla traduzione italiana; ospita quindi il messaggio dei Vescovi, a firma della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo, e il messaggio dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, firmato dal suo Presidente, Rav Alfonso Arbib; prosegue con gli spunti di riflessione sul testo, le indicazioni per la celebrazione della Parola, le intenzioni per le preghiere dei fedeli e la presentazione di Elia Benamozegh quale testimone del dialogo. Conclude il sussidio la sezione dedicata a proposte e strumenti per alimentare la conoscenza del mondo ebraico, con suggerimenti di materiali e le indicazioni sulle amicizie ebraico-cristiane e sulle attività dei musei ebraici in Italia.
Sussidio per la XXXV Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei 17 Gennaio 2024:
Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere? (Ez 37,1-14)
Pubblichiamo il Messaggio per la 35ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (17 gennaio 2024), dal titolo: “Oltre le passioni tristi. Credenti che contagiano speranza (Ez 37,1-14)”.
“Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti” (Ez 37,11). La situazione descritta dal profeta appare disperata. Le “ossa inaridite” richiamano l’immagine della sconfitta dopo la battaglia; la “speranza svanita” dice la sfiducia nel futuro e la paura. Su tutto domina un senso di morte e di pessimismo. Trionfano le “passioni tristi”: impotenza, delusione, inutilità, paura… Sentimenti che spesso affiorano anche nelle nostre riunioni ecclesiali: “Ormai non c’è più nulla da fare”; “Siamo sempre meno”; “Ormai le abbiamo provate tutte”; “È troppo tardi per recuperare”. Rimestiamo in questo pessimismo e viviamo da vittime impotenti. Lo stesso pessimismo, a volte unito a rabbia e rassegnazione, aleggia anche nella nostra società, spesso ripiegata sul presente, aggrappata al presente, incapace di fiducia nel futuro.
1. Un annuncio di rinascita In questo contesto il profeta annuncia vita, parla di una rinascita. I profeti prima dell’esilio avevano più volte richiamato il popolo alla conversione per impedire che avvenisse la catastrofe, ma adesso che il peggio è già successo, Ezechiele annuncia l’impossibile o, meglio, annuncia ciò che sembra impossibile: la rinascita dalla morte. Ecco una bella missione del credente nel nostro mondo: annunciare possibilità che vanno oltre l’esistente, possibilità che emergono dall’esistente e aprono prospettive inaspettate e che sono tutte collegate esclusivamente all’azione di Dio.
2.Un futuro abitato L’immagine di Dio che traspare dal testo è quella del Creatore, come quella del racconto della creazione dove dona l’alito che fa vivere (cfr Gen 2). Forte di questa certezza il profeta può guardare al futuro: Dio ha creato e Dio creerà di nuovo. Emerge la presenza dello spirito di Dio capace di far rinascere, di far “ripartire”, di creare vita là dove c’era solo caos e morte. Il profeta attesta una fede che va oltre l’esperienza concreta e che si radica nel momento delle origini, completamente indisponibile all’uomo, ma comunque abitato dalla presenza efficace di Dio che interviene grazie al suo Spirito.
3.L’icona di Emmaus Ci viene alla mente l’icona di Emmaus che accompagna il Cammino sinodale delle Chiese in Italia. Lì il Risorto fa ardere il cuore dei discepoli carichi di “passioni tristi”. Non avevano più fiducia nel futuro, non avevano più fiducia nella vita. Si sentivano delusi e impotenti. Gesù Risorto si accosta e li “risveglia alla vita”, li aiuta a credere nuovamente nella vita. Rigenera in loro la speranza. Ci auguriamo che il Signore, attraverso il Cammino sinodale, rigeneri fiducia e coraggio nella nostra Chiesa e, soprattutto, aiuti tutti i credenti ad essere capaci di contagiare di fiducia e coraggio i nostri contemporanei.
4.Una continua conversione Ma perché la nostra speranza non sia irenica e disincarnata, va anche ricordato che la situazione drammatica a partire dalla quale il profeta Ezechiele parla di un futuro promettente non è casuale, imputabile al fato, ma è invece la conseguenza del peccato del popolo, più volte invitato alla conversione, ma incapace di attuarla in modo sincero. La nostra speranza in un futuro migliore deve appoggiarsi su una continua conversione: nel rapporto con Dio, nel rapporto fra persone, nel rapporto tra stati, nel rapporto con la terra. Solo così possiamo sperare in un mondo in pace, riconciliato, giusto, rispettoso del creato.
5.Rinnovati da Dio La nuova creazione cui il profeta allude nella visione del capitolo 37 è ancora più sorprendente della prima creazione perché si fonda sul perdono di Dio e non sui meriti inesistenti dell’uomo. La speranza dell’uomo poggia innanzitutto su Dio che è fedele alle sue promesse, sul Dio Creatore che ha fatto alleanza con l’uomo e con il popolo.
6.In armonia con le aspirazioni umane In questa luce ricordiamo le parole del Concilio: “La Chiesa sa perfettamente che il suo messaggio è in armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano quando essa difende la dignità della vocazione umana, e così ridona la speranza a quanti ormai non osano più credere alla grandezza del loro destino. Il suo messaggio non toglie alcunché all’uomo, infonde invece luce, vita e libertà per il suo progresso” (GS 21). Siamo destinati ad un compimento. Come credenti desideriamo collaborare con tutti coloro che, seguendo le “aspirazioni più segrete”, contribuiscono a far nascere un mondo nuovo. Come credenti desideriamo offrire il nostro servizio a tutti per far sbocciare il Regno, rigenerando speranza, fiducia e coraggio.
7.Contagiamo speranza insieme Nella Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei desideriamo confermare l’importanza del rapporto tra le nostre comunità in Italia. Soprattutto auspichiamo una rinnovata passione per la Scrittura, certi che proprio le sue pagine possono rigenerare in noi “passioni felici”, aiutarci a sostenere l’umano che è comune, contagiare speranza.
La catechesi introduce alla fede, la approfondisce e la fortifica. Si tratta di un percorso che riguarda situazioni ed esperienze concrete, cosí come tutti gli aspetti dell’essere cristiano: la catechesi promuove i contenuti della fede e la partecipazione alla vita della Chiesa (liturgia, spiritualità, annuncio, responsabilità cristiana, missione).
Luoghi della catechesi:
I luoghi nei quali si può fare esperienza di fede sono molteplici:
La famiglia è il luogo privilegiato per il bambino per venire a contatto e prendere confidenza con la fede; in quest’ottica la famiglia deve essere sostenuta e rinforzata.
Anche l’insegnamento della religione cattolica da un contributo importante nella trasmissione della fede poichè fa parte come disciplina scolastica del sistema educativo e si concentra maggiormente sulla trasmissione dei contenuti della fede.
Il luogo primario della catechesi è la comunitá cioè la parrocchia, nella quale si fa esperienza di fede vissuta e testimoniata. Perciò la parrocchia svolge un ruolo essenziale nella trasmissione della fede, e la catechesi dei sacramenti è solo una parte della catechesi intesa in senso più ampio. In quest’ottica anche la catechesi per gli adulti ha un suo spazio di attenzione.
Chi sono i responsabili della catechesi?
Grazie al battesimo e alla confermazione tutti i cristiani sono chiamati a collaborare nella Chiesa, in modo che i talenti e le doti di tutti siano valorizzati per il bene della comunità. La catechesi è dunque un cammino che si svolge con il sostegno di tutti.
Aspetti e forme della catechesi:
La catechesi si rivolge a vari gruppi e fasce d’età. Per questo motivo nel corso del tempo si sono sviluppate varie forme di catechesi, come ad esempio:
Nella catechesi dellasettimana il pontefice ricorda che «non bisogna piegare il brano biblico per sostenere i nostri pensieri e la nostra filosofia, ripetere a pappagallo i versetti, ma entrare in dialogo con il Signore e conformarci al suo volere»
«La Parola di Dio va al cuore», ma bisogna ascoltare con «obbedienza e creatività». Papa Francesco dedica la catechesi alla preghiera che si può fare partendo da un brano della Bibbia. E avverte: non bisogna piegare il testo a quello che noi pensiamo. «Le parole della Sacra Scrittura non sono state scritte per restare imprigionate sul papiro, sulla pergamena o sulla carta, ma per essere accolte da una persona che prega, facendole germogliare nel proprio cuore», spiega il Papa. La Bibbia non si può leggere come un romanzo ma in dialogo costante con il Signore. Perché «quel versetto della Bibbia è stato scritto anche per me, secoli e secoli fa, per portarmi una parola di Dio. A tutti i credenti capita questa esperienza: un passo della Scrittura, ascoltato già tante volte, un giorno improvvisamente mi parla e illumina una situazione che sto vivendo». Ma quel giorno bisogna essere all’appuntamento. Perché Dio passa, passa sempre. Francesco ricorda Sant’Agostino che parlava del «timore del Signore quando passa». Il timore di non riuscire ad ascoltarlo, di non essere lì. «all’appuntamento con quella Parola». Dio, sottolinea il Pontefice, passa tutti i giorni «e getta un seme nel terreno della nostra vita. Non sappiamo se oggi troverà un suolo arido, dei rovi, oppure una terra buona, che farà crescere quel germoglio». Questo «dipende da noi, dalla nostra preghiera, dal cuore aperto con cui ci accostiamo alle Scritture perché diventino per noi Parola vivente di Dio».
Francesco ricorda che i custodi, i «tabernacoli» della Scrittura siamo noi, ma bisogna «accostarsi alla Bibbia senza secondi fini, senza strumentalizzarla. Il credente non cerca nelle Sacre Scritture l’appoggio per la propria visione filosofica e morale», al contrario, «spera in un incontro; sa che esse sono state scritte nello Spirito Santo, e che pertanto in quello stesso Spirito vanno accolte e comprese, perché l’incontro si realizzi». Il Papa confessa che prova «fastidio quando sento cristiani che recitano versetti della Bibbia come pappagalli. Ma tu ti sei incontrato con il Signore? Con quel versetto? Non è questione di memoria, ma di memoria del cuore e quella Parola, quel versetto ti porta all’incontro con il Signore».
E allora, con il metodo della lectio divina, dobbiamo leggere «le Scritture perché esse “leggano noi”. Ed è una grazia potersi riconoscere in questo o quel personaggio, in questa o quella situazione. La Bibbia non è scritta per un’umanità generica, ma per noi, per me, per te, per uomini e donne in carne e ossa, ma uomini e donne che hanno nome e cognome, come io, come te». La lectio, nata in ambienti monastici «ma ormai praticato anche dai cristiani che frequentano le parrocchie», ci chiede innanzitutto di leggere il brano con attenzione, «direi di più: leggere con “obbedienza” al testo, per comprendere ciò che significa in sé stesso». Solo dopo si « si entra in dialogo con la Scrittura, così che quelle parole diventino motivo di meditazione e di orazione: sempre rimanendo aderente al testo». In questa fase «comincio a interrogarmi su che cosa “dice a me”. È un passaggio delicato: non bisogna scivolare in interpretazioni soggettivistiche ma inserirsi nel solco vivente della Tradizione, che unisce ciascuno di noi alla Sacra Scrittura». E, infine, la contemplazione: «Qui le parole e i pensieri lasciano il posto all’amore, come tra innamorati ai quali a volte basta guardarsi in silenzio. Il testo biblico rimane, ma come uno specchio, come un’icona da contemplare. Così si ha il dialogo», spiega Francesco. Aggiungendo: «Attraverso la preghiera, la Parola di Dio viene ad abitare in noi e noi abitiamo in essa. La Parola ispira buoni propositi e sostiene l’azione; ci dà forza, ci dà serenità, e anche quando ci mette in crisi ci dà pace. Nelle giornate “storte” e confuse, assicura al cuore un nucleo di fiducia e di amore che lo protegge dagli attacchi del maligno».
Ed è così che la Parola di fa carne al punto che, dice il Papa, ricordando qualche antico testo, «i cristiani si identificano talmente con la Parola che, se anche bruciassero tutte le Bibbie del mondo, se ne potrebbe ancora salvare il “calco” attraverso l’impronta che ha lasciato nella vita dei santi. Una bella espressione questa».
La Parola di Dio non ci lascia immobili, non ci lascia fermi. «La vita cristiana è opera, nello stesso tempo, di obbedienza e di creatività», insiste il Papa. «Il buon cristiano deve essere obbediente perché ascolta la Parola di Dio, ma creativo perché ha lo Spirito Santo che lo spinge avanti». Ricorda le parole di Gesù «Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche», perché le Scritture sono un tesoro inesauribile. Il Signore ci conceda a tutti noi di attingervi sempre più, mediante la preghiera».
12.10.2022 – Papa Francesco – Catechesi sul discernimento. 5. Gli elementi del discernimento. Il desiderio
…………………..Ma cosa è il DISCERNIMENTO
“Facoltà di formulare un giudizio o di scegliere un determinato comportamento, in conformità con le esigenze della situazione: manca totalmente di d. nelle sue decisioni; criterio di valutazione, sul piano morale o intellettuale.”
"il discernimento è un processo di conoscenza, che avviene grazie ad un ascolto e uno sguardo attento, e ci consente di orientarci nel cammino dell’esistenza. Valutare la realtà nella luce della fede: è un dono spirituale, che rende sensibili alle richieste interiori dello Spirito, che ci mettono a contatto con l’agire di Dio nella nostra vita."
"Il discernimento vocazionale permette di superare uno stato di dubbio e smarrimento che spesso caratterizza chi sente di essere chiamato ad altro, chi si interroga su quale sia la giusta strada da intraprendere. Si tratta di uno strumento per conoscere l’opera e la volontà di Dio nella vita di ciascuno."
La rappresentazione della natività di Gesù Cristo è una pratica antichissima, iniziata da semplici disegni stilizzati per poi evolversi, nel corso dei secoli, fino a una vera e propria espressione artistica, ammaliando la fantasia di pittori e scultori che hanno contribuito in modo determinante alla sua conquista di un posto sotto i riflettori di chiese, musei e salotti. Vediamo allora di approfondire questo cammino, scoprendo come nacque e si diffuse il presepe nel corso della storia.
Riassunto della storia del presepe
L’origine del presepe
Le prime testimonianze storiche del presepe risalgono al III-IV secolo, quando i cristiani raffiguravano nei loro luoghi di ritrovo, come ad esempio le catacombe, le immagini di Maria con il piccolo Gesù in grembo. Non si trattava quindi di scene complesse, come quelle a cui siamo oggi abituati, ma di semplici iscrizioni simboliche, al pari ad esempio del disegno del pesce, che simboleggiava Gesù Cristo.
Le rappresentazioni pittoriche medievali
Dal Quattrocento e per tutto il Medioevo, esempi di presepe possono essere considerate le numerose raffigurazioni sulla natività di Cristo, eseguite da pittori come Botticelli, Giotto, Piero della Francesca e il Correggio, molte delle quali esposte nelle chiese per mostrare alla popolazione analfabeta le scene della vita di Gesù
ll primo presepe nel senso moderno del termine, però, si fa comunemente risalire a quello inscenato da San Francesco d’Assisi durante il giorno di Natale del 1223, nel piccolo paese di Greccio (vicino Rieti). Nel 1220 San Francesco aveva compiuto un pellegrinaggio in Terra Santa (Palestina) per visitare i luoghi della nascita di Gesù Cristo, ed era rimasto talmente colpito da Betlemme che, tornato in Italia, chiese a Papa Onorio III di poter uscire dal convento di Greccio per inscenare la rappresentazione della natività.
Il primo presepe della storia venne allestito nei pressi del bosco vicino al paese, in una grotta. Francesco portò in una grotta la mangiatoia con la paglia e vi condusse il bue e l’asino (non c’erano la Vergine Maria, Giuseppe e il bambinello). La popolazione accorse numerosa e così il santo poté narrare a tutti i presenti, che non sapevano leggere, la storia della nascita di Gesù.
La particolarità di questo presepe, oltre a quella di essere stato il primo nella storia, risiede nel fatto di essere stato anche il primo presepe vivente del mondo, sebbene non ancora rappresentato nella forma completa.
Come si diffuse il presepe dal Trecento al Seicento
Furono la grandezza di San Francesco e l’interesse per le sue gesta a costituire lo sponsor ideale per la diffusione del presepe. Seguendo il suo esempio, le prime rappresentazioni della natività con tanto di scenografia e statuine scolpite fecero la loro comparsa nelle chiese, al fianco dei dipinti che trattavano lo stesso argomento. Partendo da Greccio, il presepe divenne così una tradizione popolare che si allargò in maniera capillare in tutta l’Italia centrale e in Emilia. Nel corso del XV secolo il presepe raggiunse la città di Napoli e nelle decadi successive, soprattutto in seguito all’invito che Papa Paolo III rivolse ai fedeli attraverso il Concilio di Trento (1545-1563), conquistò un posto anche nelle case nobiliari, sotto forma di soprammobile o nelle vesti di cappella in miniatura.
Il Settecento e il Presepe Napoletano
Fu però il Settecento il periodo più fiorente per il presepe, che ormai aveva raggiunto gran parte d’Italia e veniva già declinato nelle differenti tradizioni popolari (napoletano, genovese, bolognese, etc).
L’arte presepiale si diffuse nelle case delle famiglie più insigni delle città. In particolar modo a Napoli, il presepe raggiunse livelli espressivi originali e ricercatissimi, divenendo motivo di vanto per le famiglie che facevano a gara per avere il presepe più sfarzoso. A questo scopo, i nobili non badavano a spese e commissionavano ai loro scultori di fiducia lavori imponenti, realizzati con materiali sempre più preziosi, e ai presepi dedicavano intere stanze delle loro residenze per farne sfoggio durante i ricevimenti e le feste private.
Fu in questo periodo che venne istituita a Bologna la fiera di Santa Lucia, un mercato annuale (che ancora oggi richiama migliaia di appassionati da tutto il mondo) dove venivano esposte le statuine realizzate dagli artigiani locali.
Il presepe popolare
Per ironia della sorte il presepe, nato come strumento di comunicazione con la popolazione, entrò nelle case popolari solo dopo aver trovato posto nelle chiese e nelle residenze nobiliari. Nel corso del XVIII e del XIX secolo, infatti, la tradizione del presepe guadagnò nelle abitazioni delle persone comuni il posto centrale che ancora oggi occupa nelle festività natalizie.
Oggi, grazie alla tecnologia, il presepe tradizionale si è arricchito di nuove funzionalità (le luci, i ruscelli d’acqua che scorre, etc) e soprattutto di nuovi materiali. Sebbene infatti siano ancora molti i presepi che vengono realizzati con materiali tradizionali (terracotta, legno, gesso e cartapesta), molti di quelli disponibili nei negozi sono in materiale plastico, che è più economico e durevole nel tempo.
Non solo, perché oggi i presepi si trovano anche all’aperto, esposti nelle piazze di tantissime città d’Italia e non solo, dove diventano parte integrante delle decorazioni natalizie del centro abitato, offrendosi a un pubblico vasto fatto non solo di residenti, ma sotto il periodo natalizio anche di numerosi turisti che con le loro foto e i loro video, nell’era dei social network, contribuiscono direttamente a promuovere l’immagine e la tradizione del presepe in tutto il mondo.