Triduo Pasquale-Venerdì Santo

Triduo Pasquale-Venerdì Santo

Il Venerdì Santo è il giorno in cui si celebra la crocifissione e morte di Gesù, è il giorno dei grandi interrogativi: perché il male, perché il dolore innocente, perché la sofferenza? Domande che trovano risposta nella Croce solo se la si guarda nella prospettiva della Risurrezione e già illuminato dalla Pasqua

La Passione di Maria - "...e una spada trafiggerà la tua anima"

Alla ‘Passione’ di Gesù è associata l’immagine della Vergine Addolorata, che i più grandi artisti hanno rappresentato insieme alla Crocifissione, ai piedi della Croce, o con Cristo adagiato fra le sue braccia dopo la deposizione, come la celebre ‘Pietà’ di Michelangelo, il ‘Compianto sul Cristo morto’ di Giotto, la ‘Crocifissione’ di Masaccio, per citarne alcuni

In questo giorno non si celebra l’Eucaristia. La Chiesa celebra solamente l’Azione liturgica della Passione del Signore, composta dalla Liturgia della Parola, dall’Adorazione della croce e dai Riti di Comunione.

È giorno di digiuno e astinenza dalle carni. E’ la seconda celebrazione del Triduo Pasquale.

Il Venerdì Santo è il giorno della morte di Gesù Cristo. È il giorno più doloroso della Settimana Santa.

Tutti i riti religiosi del Venerdì Santo sono dedicati a questo. La Chiesa celebra la Passione in tre diversi momenti con altrettanti riti religiosi: si inizia con la liturgia della Parola, con la lettura del quarto canto del servo del Signore di Isaia (52,13-53,12), dell’Inno cristologico della lettera ai Filippesi (2,6-11) e della Passione secondo Giovanni. Si prosegue con l’adorazione della croce, a cui viene così tolto il velo, e si conclude con la santa comunione con i presantificati, cioè con le specie consacrate la sera del Giovedì Santo. Nella sera del Venerdì Santo, il rito religioso cattolico prevede anche la via Crucis, il ricordo cioè del percorso di Cristo verso la crocifissione sul monte Golgota. Durante il Venerdì Santo non si fanno altre consacrazioni e non si celebra altra messa.

Sotto l’aspetto delle celebrazioni religiose è una giornata particolare: infatti gli altari sono spogli, la custodia del sacramento è vuota, le  campane tacciono, non si canta.

La funzione religiosa si svolge nel ricordo della passione e morte di Gesu’, seguita dalla preghiera universale, dall’adorazione della croce e dal sacramento della comunione.

Terminata la celebrazione si tiene, come di tradizione, la via crucis per le strade del paese.

Il sacro corteo è arricchito da preghiere e considerazioni spirituali, nonchè’ da vecchi canti tradizionali riscoperti meritoriamente per l’occasione.

Il Triduo pasquale è un tempo liturgico e non un giorno liturgico, non essendo un singolo giorno; non è pertanto una solennità, dato che la qualifica di solennità è un grado del giorno liturgico e non del tempo liturgico. Però, come nelle solennità, si inizia con una celebrazione serale: “Il giorno liturgico decorre da una mezzanotte all’altra. La celebrazione, però, della domenica e delle solennità inizia dai vespri del giorno precedente”.

Il Triduo pasquale ha una durata temporale equivalente a tre giorni liturgici, ma non corrisponde esattamente a tre giorni civili poiché si dispiega in quattro giorni civili, ossia:

nel giovedì Santo, ma solo la sera;

nel venerdì della Passione del Signore detto anche e più comunemente venerdì Santo, in cui ricorre la Giornata per i luoghi santi conosciuta anche con la denominazione di Giornata mondiale per la Terra santa;

nel sabato Santo;

nella domenica di Pasqua.

Di questi quattro giorni, dal punto di vista del calendario civile, solo il venerdì, il sabato santo e la domenica fanno parte interamente del triduo: “Il Triduo pasquale della passione e risurrezione del Signore inizia dalla messa vespertina in Cena Domini, ha il suo fulcro nella Veglia pasquale, e termina con i vespri della domenica di risurrezione”.

La ragione per cui questo tempo liturgico venne chiamato Triduo risiede, però, nel diverso computo del giorno come effettuato dai cristiani dei primi secoli in continuazione della tradizione biblica per la quale il giorno veniva computato non dalla mezzanotte alla mezzanotte successiva ma dal calar del sole al successivo calar del sole, ossia dal momento vespertino al successivo momento vespertino: in quest’ottica il triduo corrispondeva esattamente a tre giorni anche se la durata dello stesso era identica sia complessivamente sia nei termini di inizio e fine con quella del triduo attuale per cui, essendo stata la durata del triduo sempre la stessa, è cambiato solo il modo di computare l’inizio e la fine del giorno, e tale cambio di computo ha fatto sì che il triduo un tempo corrispondesse a tre giorni mentre ora si dispiega in quattro giorni.

Nell’antichità cristiana, infatti, il fatto che il triduo corrispondesse esattamente a tre giorni significa che esso era l’insieme del Venerdì Santo, del Sabato santo e della Domenica di Pasqua. L’identità dell’inizio e della fine della durata del triduo primitivo con quello attuale è dovuta al fatto che il primitivo iniziava con l’inizio del venerdì santo, cioè il calar della sera dell’attuale giovedì santo, e terminava con la fine della domenica di pasqua, ossia il calar della sera dell’attuale domenica di pasqua.

Le celebrazioni principali del Triduo sono:

la Celebrazione vespertina del Giovedì santo che normalmente consiste nella messa vespertina nella Cena del Signore o, eccezionalmente e solo per coloro che non vi partecipano, nella recita dei Vespri del Giovedì santo;

la Celebrazione della Passione del Signore del Venerdì Santo che solo da coloro che non vi partecipano è sostituita con la celebrazione dei Vespri del Venerdì Santo;

la Veglia Pasquale, centro del Triduo, officiata dopo il tramonto del sabato, e che sostituisce la Compieta del Sabato Santo e l’Ufficio delle Letture della domenica di Pasqua, recitati separatamente solo da coloro che non partecipano alla Veglia;

la Messa del giorno della Domenica di Pasqua, e la celebrazione della Liturgia della Ore (da Lodi a Vespri alle ore convenienti).

La triste e dolorosa vicenda della ‘Passione’, ha ispirato da sempre la pietà popolare a partecipare ai riti del Venerdì Santo, con manifestazioni di grande suggestione e penitenza, con le processioni dei ‘Misteri’, grandi e piccole raffigurazioni, con statue per lo più di cartapesta, dei vari episodi della ‘Via Crucis’, in particolare l’incontro di Gesù che trasporta la croce con sua madre e le pie donne; oppure con Gesù morto, condotto al sepolcro, seguito dall’effige della Vergine Addolorata.
In tutte le chiese, a partire dal Colosseo con il papa, si svolgono le ‘Vie Crucis’, anche per le strade dei Paesi e nei rioni delle città; in alcuni casi per secolare tradizione esse sono svolte da fedeli con i costumi dell’epoca e giungono fino ad una finta crocifissione; in altri casi da secoli si svolgono cortei penitenziali di Confraternite con persone incappucciate o no, che si flagellano o si pungono con oggetti acuminati e così insanguinati proseguono nella processione penitenziale, come nella celebre penitenza di Guardia Sanframondi.
Ci vorrebbe un libro per descriverle tutte, ma non si può dimenticare di citare i riti barocchi del Venerdì Santo di Siviglia.
Il soggetto della ‘Passione’, ha continuato ad essere rappresentato anche con le moderne tecnologie, le quali utilizzando attori capaci, scenografie naturali e drammaticità delle espressioni dolorose; ha portato ad un più vasto pubblico nazionale ed internazionale l’intera vicenda terrena di Gesù.
È il caso soprattutto del cinema, con tanti filmati di indubbio valore emotivo, come “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini; il “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli, la serie di quelli storici e colossali, come “Il Re dei re”, “La tunica”, ecc. fino all’ultimo grandioso per la sua drammaticità “La Passione di Cristo” di Mel Gibson.

La passione di Cristo di Mel Gibson

E’ come fosse l’ora zero della fede. Non la disperazione ma la preghiera rivolta al vuoto, a quella che sembra un’assenza insuperabile. David Maria Turoldo ci offre più che una poesia una meditazione sul modo di pensare Cristo, la speranza, la trascendenza. Non c’è un aggettivo sprecato, né una sillaba che sfiori la retorica. Solo la parola ruvida, nuda ma robusta a reclamare il diritto a una risposta anche davanti all’abisso di quello che pare il Nulla

No, credere a Pasqua non e’
giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera
e’ al Venerdi’ Santo
quando Tu non c’eri
lassu’.
Quando non una eco
risponde
al suo grido
e a stento il Nulla
da’ forma
alla Tua assenza

David Maria Turoldo

Mettere in fuga la morte

Matthias Grunewald, “Crocifissione”

Proprio la croce è il luogo in cui si manifesta in modo più tragicamente chiaro l’amore di Dio per l’uomo. Cristo infatti è venuto nel mondo per vincere la morte. 

«Tu sei venuto tra noi
per mettere in fuga la morte
per snidare e uccidere la morte.
Anche a Te la morte fa male
per questo sei amico
di ognuno segnato dal male
e ogni male
Tu vuoi condividere».

Idea progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it

GIOVEDÌ SANTO- LA LAVANDA DEI PIEDI

GIOVEDÌ SANTO- LA LAVANDA DEI PIEDI

Il Triduo pasquale

Il gesto che compie Gesù nei confronti dei discepoli durante

l’Ultima Cena, prima di essere condannato a morte, è

raccontato dal Vangelo di Giovanni ed era una caratteristica

dell’ospitalità nel mondo antico.

Ultima Cena - Capolavori

Con il Giovedì Santo si conclude la Quaresima, iniziata con il Mercoledì delle Ceneri, e con essa finisce anche il digiuno penitenziale. Con la messa vespertina “in Coena Domini” inizia il Triduo pasquale, ossia i tre giorni nei quali si commemora la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, che ha il suo fulcro nella solenne Veglia pasquale e si conclude con i secondi vespri della Domenica di Pasqua.

Dal punto di vista liturgico quella del Triduo è un unica celebrazione.

Nella Messa “in Coena Domini” non c’è congedo, ma l’assemblea si scioglie in silenzio;

il Venerdì Santo la celebrazione inizia nel silenzio, senza riti di introduzione, e termina senza benedizione e senza congedo, nel silenzio;

 La Veglia Pasquale inizia con il lucernario, senza segno di croce e senza saluto; solo alla fine della Veglia si trova la benedizione finale e il congedo.

LA MESSA MATTUTINA DEL CRISMA

Il giorno del Giovedì Santo è riservato a due distinte celebrazioni liturgiche, al mattino nelle Cattedrali, il vescovo con una solenne cerimonia consacra il sacro crisma, cioè l’olio benedetto da utilizzare per tutto l’anno successivo per i Sacramenti del Battesimo, Cresima e Ordine Sacro e gli altri tre oli usati per il Battesimo, Unzione degli Infermi e per ungere i Catecumeni. A tale cerimonia partecipano i sacerdoti e i diaconi, che si radunano attorno al loro vescovo, quale visibile conferma della Chiesa e del sacerdozio fondato da Cristo; accingendosi a partecipare poi nelle singole chiese e parrocchie, con la liturgia propria, alla celebrazione delle ultime fasi della vita di Gesù con la Passione, Morte e Resurrezione.

LA MESSA VESPERTINA “IN COENA DOMINI”

Nel tardo pomeriggio in tutte le chiese c’è la celebrazione della Messa in “Coena Domini”, cioè la “Cena del Signore”. Si tratta dell’Ultima Cena – raffigurata da intere generazioni di artisti – che Gesù tenne insieme ai suoi apostoli prima dell’arresto e della condanna a morte.

Tutti e quattro i Vangeli riferiscono che Gesù, avvicinandosi la festa “degli Azzimi”, ossia la Pasqua ebraica, mandò alcuni discepoli a preparare la tavola per la rituale cena, in casa di un loro seguace. La Pasqua è la più solenne festa ebraica e viene celebrata con un preciso rituale, che rievoca le meraviglie compiute da Dio nella liberazione degli Ebrei dalla schiavitù egiziana (Esodo 12); e la sua celebrazione si protrae dal 14 al 21 del mese di Nisan (marzo-aprile).

In quella notte si consuma l’agnello, precedentemente sgozzato, durante un pasto (la cena pasquale) di cui è stabilito ogni gesto; in tale periodo è permesso mangiare solo pane senza lievito (in greco, “azymos”), da cui il termine “Azzimi”. Gesù con gli Apostoli non mangiarono solo secondo le tradizioni, ma il Maestro per l’ultima volta aveva con sé tutti i dodici discepoli da lui scelti e a loro fece un discorso dove s’intrecciano commiato, promessa e consacrazione.

LA LAVANDA DEI PIEDI SIMBOLO DI OSPITALITÀ

Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 13, racconta l’episodio della lavanda dei piedi. Gesù «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine», e mentre il diavolo già aveva messo nel cuore di Giuda Iscariota, il proposito di tradirlo, Gesù si alzò da tavola, depose le vesti e preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita, versò dell’acqua nel catino e con un gesto inaudito, perché riservato agli schiavi ed ai servi, si mise a lavare i piedi degli Apostoli, asciugandoli poi con l’asciugatoio di cui era cinto.

Bisogna sottolineare che a quell’epoca si camminava a piedi su strade polverose e fangose, magari sporche di escrementi di animali, che rendevano i piedi, calzati da soli sandali, in condizioni immaginabili a fine giornata. La lavanda dei piedi era una caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, era un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre e veniva effettuata con un catino apposito e con un “lention” (asciugatoio) che alla fine era divenuto una specie di divisa di chi serviva a tavola.

Quando fu il turno di Simon Pietro, questi si oppose al gesto di Gesù: “Signore tu lavi i piedi a me?” e Gesù rispose: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”; allora Pietro che non comprendeva il simbolismo e l’esempio di tale atto, insisté: “Non mi laverai mai i piedi”. Allora Gesù rispose di nuovo: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” e allora Pietro con la sua solita impulsività rispose: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”. Questa lavanda è una delle più grandi lezioni che Gesù dà ai suoi discepoli, perché dovranno seguirlo sulla via della generosità totale nel donarsi, non solo verso le abituali figure, fino allora preminenti del padrone, del marito, del padre, ma anche verso tutti i fratelli nell’umanità, anche se considerati inferiori nei propri confronti.

L’ANNUNCIO DEL TRADIMENTO DA PARTE DI GIUDA

Dopo la lavanda Gesù si rivestì e tornò a sedere fra i dodici apostoli e instaurò con loro un colloquio di alta suggestione, accennando varie volte al tradimento che avverrà da parte di uno di loro, facendo scendere un velo di tristezza e incredulità in quel rituale convivio. “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”, dice Gesù. Parole alle quali gli apostoli reagiscono sgomenti e in varie tonalità gli domandano chi fosse, lo stesso Giovanni il discepolo prediletto, poggiandosi con il capo sul suo petto, in un gesto di confidenza, domandò: “Signore, chi è?”. E Gesù commosso rispose: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò” e intinto un boccone lo porse a Giuda Iscariota, dicendogli: “Quello che devi fare, fallo al più presto”; fra lo stupore dei presenti che continuarono a non capire, mentre Giuda, preso il boccone si alzò, ed uscì nell’oscurità della notte.

LA REPOSIZIONE DELL’EUCARISTIA E L’INIZIO DELLA PASSIONE

I riti liturgici del Giovedì Santo, giorno in cui la Chiesa celebra oltre l’istituzione dell’Eucaristia, anche quella dell’Ordine Sacro, ossia del sacerdozio cristiano, si concludono dopo la messa della Cena con la reposizione dell’Eucaristia in un cappella laterale delle chiese, addobbata a festa per ricordare l’istituzione del Sacramento; cappella che sarà meta di devozione e adorazione, per la rimanente sera e per tutto il giorno dopo, finché non iniziano i riti del pomeriggio del Venerdì Santo. Tutto il resto del tempio viene oscurato, in segno di dolore perché è iniziata la Passione di Gesù; le campane tacciono, l’altare diventa disadorno, il tabernacolo vuoto con la porticina aperta, i Crocifissi coperti.

https://www.famigliacristiana.it/articolo/giovedi-santo-cosa-significa-la-lavanda-dei-piedi.aspx

IDEA progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it

Il Mistero dell’Annunciazione

Il Mistero dell’Annunciazione

Perché si festeggia il 25 marzo

 La kecharitoméne -la piena di grazia

Annunciazione Leonardo
Salve Regina (video testo)

La Salve Regina qui proposta è la versione estratta da “Missa de Angelis

La Missa De Angelis, o Missa VIII, è forse la più conosciuta anche fra le assemblee che non hanno spesso a che fare con il Canto Gregoriano. Riporta normalmente l’indicazione In festis duplicibus (in latino: Feste doppie), viene eseguita generalmente nelle Solennità

Il 25 marzo si celebra l’Annunciazione del Signore, una festa dedicata a Gesù, ma in ugual misura a Sua madre Maria, a Lui legata indissolubilmente. Scopriamo perché

Poche festività cristiane possono vantare l’importanza religiosa dell’Annunciazione del Signore. Essa si pone infatti al centro della storia della salvezza, in quanto rappresenta l’inizio dei tempi nuovi, della nuova alleanza tra Dio e l’uomo. È con l’Annunciazione che si mette in moto quel piano divino che culminerà con la nascita di Gesù, e soprattutto con la sua morte e resurrezione.

Ma di cosa si tratta?

Col termine “Annunciazione” si descrive l’incontro tra Maria e l’arcangelo Gabriele nel piccolo borgo di Nazareth. Un incontro destinato a cambiare completamente le sorti dell’umanità, in quanto fu in quell’occasione che l’Arcangelo, messaggero di Dio, annunciò appunto alla fanciulla l’imminente nascita del Messia.

È del mistero dell’Incarnazione del Verbo che stiamo parlando, ovvero la credenza che Gesù Cristo si sia incarnato nel grembo di Maria Vergine. Per questo l’Annunciazione del Signore era chiamata anticamente festa della Divina Incarnazione. Un concetto imprescindibile per i cristiani, che tuttavia generò molti disaccordi nell’antichità. Alla fine, dopo le proposte e le dissertazioni riguardo l’Incarnazione e la natura di Gesù che vennero discusse nel Primo Concilio di Nicea nel 325, nel Concilio di Efeso nel 431 e nel Concilio di Calcedonia nel 451, venne dichiarato che Gesù era sia pienamente Dio, e come tale incarnazione della seconda persona della Santissima Trinità, generato e non creato dal Padre, sia pienamente uomo, nato da Maria Vergine, fattosi carne. Tutto ciò che divergeva da questo pensiero venne definito eresia. La Festa dell’Annunciazione del Signore viene celebrata il 25 marzo per una serie di motivi. Antiche teorie già dibattute nel VI e VII secolo sostenevano infatti che in concomitanza con l’equinozio di primavera, che cade intorno a questa data, avessero avuto luogo sia l’Incarnazione del Verbo, sia la creazione del mondo. Molto più semplicemente, se calcoliamo il 25 dicembre come data di nascita di Gesù, ci basta andare indietro di 9 mesi per individuare la data indicativa del suo miracoloso concepimento.

Un aspetto fondamentale che dobbiamo considerare parlando dell’Annunciazione del Signore è la sua duplice natura di festa dedicata a Gesù, ma anche di festa mariana. L’Annunciazione rappresenta forse il più alto e importante momento di incontro tra l’umano e il divino, e per questo entrambi i protagonisti hanno uguale valore. Maria simboleggia l’attesa di Israele che trova finalmente compimento nell’arrivo del Salvatore. La sua accettazione del destino voluto per lei da Dio, l’obbedienza con cui si affida alla Sua volontà, e soprattutto l’immenso amore che la contraddistingue da questo momento in poi, sono indissolubilmente legati all’opera salvifica di Suo Figlio. In Maria la Salvezza è già una realtà, nell’istante stesso in cui la sua promessa viene pronunciata: “Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine.” (Luca 1, 31-33). Ecco come secondo Luca l’angelo annuncia a Maria la venuta di Cristo Re, Re di Israele, Re dei re, Re della Terra, Re delle nazioni, come scritto nelle antiche profezie in merito al Messia atteso dagli Ebrei.

Annunciazione del Signore, dunque, ma anche Annunciazione della Beata Vergine Maria, com’era conosciuta la festa in passato.
L’Annunciazione della Beata Vergine Maria è sicuramente uno dei momenti più alti ed evocativi della religione cristiana cattolica…Ma vediamo più nel dettaglio cosa raccontò Luca riguardo l’Annunciazione del Signore.

Annunciazione nel Vangelo di Luca

L’Annunciazione di Maria viene raccontata in modo molto diverso nel Vangelo secondo Matteo e nel Vangelo secondo Luca. Ci soffermeremo soprattutto sulla versione di Luca, quella in cui l’Arcangelo si reca da Maria per portarle l’annuncio della sua prossima gravidanza. Nel Vangelo secondo Matteo, invece, è da Giuseppe che si reca un angelo, per intimargli in sogno di non ripudiare la moglie resa incinta per opera dello Spirito Santo.

Ecco cosa scrive Luca:

26 Nel sesto mese, l’arcangelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34 Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». 35 Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.  (Luca 1, 26-38)

Basta leggere questo passo del Vangelo per comprendere l’importanza che l’Annunciazione ha per tutti i cristiani. Infiniti studi sono stati compiuti su ogni singola frase, ogni singolo passaggio di questo brano. Non pretendiamo certo di esaurire in un solo articolo tutte le infinite implicazioni, da quelle linguistiche a quelle teologiche.

Noi ci accostiamo ad esso con semplicità e umiltà, proprio come fece Maria, una vergine promessa sposa a un uomo, Giuseppe, che al cospetto di Gabriele, uno degli arcangeli appartenenti alla terza gerarchia della corte celeste, un angelo che ha nel suo stesso nome la potenza di Dio, perché il suo nome significa “Dio si manifesta forte potente e onnipotente”, dapprima è turbata, solo per il saluto altisonante con cui lui le si rivolge. Quel piena di grazia che conosciamo così bene grazie alla preghiera Ave Maria, e che viene dal greco kecharitòmene, un termine che esprime il massimo della grazia che qualcuno può incarnare. Ma il nome stesso di Maria esprime un significato che va al di là del nome stesso, in quanto in aramaico significa “principessa, signora, regina”, in ebraico “colei che vede e che fa vedere (ciò che non si può vedere)”, e in egizio “colei che è amata da Dio”.

Poi lei si tranquillizza, quando l’angelo le dice che non deve temere, perché è nella grazia di Dio, e quando le viene annunciato che dal suo grembo nascerà il Re che tutti stanno aspettando, si stupisce nella sua semplicità, perché lei non ha ancora conosciuto l’uomo.

L’angelo la rassicura e per darle un segno della veridicità delle sue parole le dice che anche la sua parente Elisabetta è incinta, nonostante l’età avanzata, e presto partorirà, perché nulla è impossibile a Dio.

E a questo punto Maria non ha più dubbi, non ha esitazioni: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.

Parole di umiltà e obbedienza, e allo stesso tempo di incredibile potenza. Nell’istante in cui si affida completamente alla volontà di Dio Maria rappresenta tutto il meglio che l’umanità può incarnare e offrire, e Dio stesso la eleva al di sopra di tutto e tutti.

È così che anche noi dovremmo vivere questa festa, come un invito all’umiltà, al coraggio di affidarci completamente a Dio, senza remore, senza domande. Se è vero che è sempre meglio ponderare e affrontare con razionalità le scelte importanti, è altrettanto vero che, in certi casi, bisogna affidarsi solo alla fede, senza pensare alle conseguenze. Accettando la volontà di Dio Maria sapeva di rischiare di venire rinnegata dal suo promesso sposo, eppure non ha esitato, non ha chiesto rassicurazioni. Si è fidata di Dio.

Questo fa di lei la piena di grazia, e in suo figlio Gesù ogni uomo può sperare di ottenere un poco di quella grazia così preziosa.

Prima ancora della nascita del Salvatore, Sua madre si fa tramite tra Lui e tutti gli uomini. Se Gesù è al centro della nostra visione del cielo, Maria è al suo fianco, a supplicare grazie per noi tutti. Lei che ha creduto in Suo Figlio prima ancora che nascesse.

Notizie sull’autore del canto Salve Regina

«Salve, Regina, madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A Te ricorriamo, noi esuli figli di Eva; a Te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime». È la preghiera che ancora si canta nelle chiese, alla fine, quando restano i vecchi a trascinare le vocali come a trattenere chi già corre a riaccendere il telefonino. Chi l’ha scritta, quasi mille anni fa, sapeva che cos’è una valle di lacrime. La Salve Regina fu infatti, quasi sicuramente, composta da Ermanno di Reichenau, meglio conosciuto come Ermanno lo storpio. Lo chiamavano anche “il contratto”. I documenti che ne danno notizia parlano di un uomo deforme, con gli arti come attorcigliati a impedirgli non solo di camminare normalmente ma anche di trovare pace disteso o seduto nella sedia costruita apposta per lui. Ermanno, che nella vita non è mai stato comodo se non, probabilmente, quando è sopraggiunta la morte, fu monaco e fine studioso. La preghiera alla Madonna entrata nella storia liturgica della Chiesa è solo uno degli aspetti del suo studio e della sua fede poderosamente intrecciati.

 Salve, Regina, mater misericordiae, vita, dulcedo et spes nostra, salve – Salve, Regina, Madre di misericordia; vita, dolcezza e speranza nostra, salve. Infine, l’antifona Regina caelorum la chiama regina e signora: Ave, Regina caelorum /Ave, Domina angelorum – Ave, Regina dei cieli, ave, Signora degli Angeli,

Al Beato Ermanno il Contratto Monaco tedesco vissuto tra il 1013 e il 1054 , vengono attribuite, oltre al la Salve Regina, l’Alma Redemporis Mater, anche se questa preghiera mariana sembra strutturata più sulla sequenza Ave Maris Stella, l’Ufficio di alcuni santi (Gregorio, Afra, Wolfgango, ecc.) e le Sequenze della Croce e della Pasqua (Grates, honos, hierarchia e Rex regun, Dei agne); alla liturgia si riferiscono anche i trattati De musica e De monochordo e opere di indole matematica, tutte di interesse liturgico.

La biografia parla di un uomo «piacevole, amichevole, conversevole; sempre ridente; tollerante; gaio; sforzandosi in ogni occasione di essere galantuomo con tutti». Misteriosamente in Ermanno la malattia non genera cinismo bensì un’umanità ricca, rigogliosa, coinvolgente.

“Ermanno, l’infimo dei poveretti di Cristo e dei filosofi dilettanti, il seguace più lento di un ciuco, anzi, di una lumaca”. “

Tra gli amici è ricordato un certo Bertoldo, incaricato di aiutarlo nelle incombenze quotidiane e testimone dei momenti cruciali della sua vita. È a lui che Ermanno affida i suoi pensieri nei giorni della pleurite che lo condurrà alla morte. E l’amico si commuove e si tura le orecchie quando il piccolo monaco, già assaporando la pace della liberazione dal corpo, si dice stanco di vivere.
«La Vita, come la scrisse Bertoldo, è così piena di vita pulsante, Ermanno ne esce veramente vivo! Non perché sapesse scrivere sulla teoria della musica e della matematica, né perché seppe compilare minuziose cronache storiche e leggere tante lingue diverse, ma per il suo coraggio, la bellezza dell’anima sua, la sua serenità nel dolore, la sua prontezza a scherzare e a fare a botta e risposta, la dolcezza dei suoi modi che lo resero “amato da tutti”. (…) Ermanno ci dà la prova che il dolore non significa infelicità, né il piacere la felicità».

Idea Progettazione Marilena Marino Vocedivina.it

LA VIA CRUCIS – Devozione e Storia

LA VIA CRUCIS – Devozione e Storia

La Via Crucis affonda le sue origini nella pietà popolare verso il Cristo sofferente sviluppatasi fra il XII e il XV secolo. Questa devozione intende evocare il pellegrinaggio lungo la Via dolorosa a Gerusalemme. Originariamente questa pia pratica non aveva un numero preciso e definito di quadri, soste o “stazioni”. Queste erano lasciate alle tradizioni della pietà locale, la quale attingeva anche da testi devoti non scritturistici.

Così è per l’incontro di Gesù con la madre, per il numero delle cadute, per l’incontro con Veronica. Il numero delle “stazioni” e il loro contenuto furono precisati dall’autorità ecclesiastica nel 1731, accogliendo la prassi allora più diffusa che comprendeva anche questi momenti non presenti nei Vangeli. Dal 1975 è possibile sostituire le stazioni tradizionali con altri momenti della Passione desunti dai Vangeli e concludere sempre con la Risurrezione di Gesù.

VIA CRUCIS, UNA STORIA LUNGA SECOLI

14/04/2017  Le prime tracce a Gerusalemme, alla fine del IV secolo. Come la conosciamo noi risale al Medio Evo inoltrato. San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), san Francesco d’Assisi (1182-1226) e san Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274), prepararono il terreno su cui nacque la pratica di pietà. Le 14 stazioni.

Il passaggio di una pesante croce lungo la Via Dolorosa a Gerusalemme. Foto Ansa, 29 marzo 2013.

Il passaggio di una pesante croce lungo la Via Dolorosa a Gerusalemme. Foto Ansa, 29 marzo 2013.

Ha radici profonde. E attraversa il tempo. La Via Crucis è un rito che intreccia Parola di Dio, storia e preghiera. Richiama l’ultimo tratto del cammino percorso da Gesù durante la sua vita terrena: da quando egli e i suoi discepoli, « dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli ulivi » (Mc 14, 26), fino a quando il Signore fu condotto al « luogo del Golgota » (Mc 15, 26), fu crocifisso e sepolto in un sepolcro nuovo, scavato nella roccia di un giardino vicino.

La Chiesa di Gerusalemme manifestò molto presto la sua attenzione per i «luoghi santi». Reperti archeologici attestano l’esistenza di espressioni di culto cristiano già nel secondo secolo dopo Cristo, nell’area cimiteriale dove era stato scavato il sepolcro di Gesù. Alla fine del IV secolo, la pellegrina Eteria ci dà notizia di tre edifici sacri eretti sulla cima del Golgota. E ci informa della processione che in certi giorni si snodava d due di esse, più precisamente dall’Anastasis al Martyrium. Non si trattava, per la verità, di una Via Crucis o di una Via Dolorosa. Come non lo era quella sorta di cammino attraverso i santuari di Gerusalemme, che si desume dalle varie « cronache di viaggio » dei pellegrini dei secoli V e VI. Ma quella processione, con i suoi canti e il suo stretto legame con i luoghi della passione, è ritenuta da alcuni studiosi una forma embrionale della futura Via Crucis.

Gerusalemme è la città della Via Crucis storica. Essa sola ha questo grande tragico privilegio. Lungo il Medio Evo il fascino dei « luoghi santi » suscita il desiderio di riprodurli nella propria terra: alcuni pellegrini, al ritorno da Gerusalemme, li “ricostruiscono” nelle loro città. Il complesso delle sette chiese di Santo Stefano a Bologna è ritenuto l’esempio più notevole di tali « riproduzioni ». Ma cf’è anche Kalwaria Zebrzydowska, in Polonia, a circa 40 chilometri da Cracovia e a 15 chilometri da Wadowice, paese natale di Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II.

La Via Crucis, nel senso attuale del termine, risale al Medio Evo inoltrato. San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), san Francesco d’Assisi (1182-1226) e san Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274) prepararono il terreno su cui sorgerà il pio esercizio. Al clima di pietà compassionevole verso il mistero della Passione si deve aggiungere l’entusiasmo sollevato dalle Crociate che proponevano di ricuperare il Santo Sepolcro, il rifiorire dei pellegrinaggi a partire dal secolo XII e la presenza stabile, dal 1233, dei Frati minori francescani nei «luoghi santi».

Donne ortodosse pregano durante la Via Crucis  a Gerusalemme. Foto Reuters, 29 aprile 2016.

Donne ortodosse pregano durante la Via Crucis a Gerusalemme. Foto Reuters, 29 aprile 2016.

Verso la fine del tredicesimo secolo, ci ricorda l’apposito sito della Santa Sede in cui monsignor Piero Marini, Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie ne ricostruisce la storia con rigore scientifico, la Via Crucis è già menzionata, non ancora come pio esercizio, ma come cammino percorso da Gesù nella salita al Monte Calvario e segnato da una successione di «stazioni». Intorno al 1294 un frate domenicano, Rinaldo di Monte Crucis, nel suo Liber peregrinationis afferma di essere salito al Santo Sepolcro «per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem», e ne descrive le varie stationes: il palazzo di Erode, il Litostrato, dove Gesù fu condannato a morte, il luogo dove Egli incontrò le donne di Gerusalemme, il punto in cui Simone di Cirene prese su di sé la croce del Signore. E così via.

Sullo sfondo della devozione alla passione di Cristo e con riferimento al cammino percorso da Gesù nella salita al Monte Calvario, la Via Crucis, come pio esercizio, nasce direttamente da una sorta di fusione di tre devozioni che si diffusero, a partire dal XV° secolo, soprattutto in Germania e nei Paesi Bassi: – la devozione alle «cadute di Cristo » sotto la croce; se ne enumerano fino a sette; – la devozione ai « cammini dolorosi di Cristo», che consiste nell’incedere processionale da una chiesa all’altra in memoria dei percorsi di dolore – sette, nove e anche di più -, compiuti da Cristo durante la sua passione: dal Getsemani alla casa di Anna (cf. Gv 18, 13), da questa alla casa di Caifa (cf. Gv 18, 24; Mt 26, 56), quindi al pretorio di Pilato (cf. Gv 18, 28; Mt 27, 2), al palazzo del re Erode (cf. Lc 23, 7); e la devozione alle «stazioni di Cristo», ai momenti in cui Gesù si ferma lungo il cammino verso il Calvario o perché costretto dai carnefici, o perché stremato dalla fatica, o perché, mosso dall’amore, cerca ancora di stabilire un dialogo con gli uomini e le donne che partecipano alla sua passione spesso.

Nel lungo processo di formazione della Via Crucis sono da segnalare due elementi: la fluttuazione della «prima stazione» della Via Crucis e la varietà delle stazioni stesse. Per quanto concerne l’inizio della Via Crucis, gli storici segnalano almeno quattro episodi differenti, scelti quale «prima stazione»: 1) l’addio di Gesù a sua Madre; si tratta di una «prima stazione» che non sembra aver avuto una larga diffusione, probabilmente a causa del problematico fondamento biblico; 2) la lavanda dei piedi; questa «prima stazione», che si situa nell’ambito dell’Ultima Cena e dell’istituzione dell’Eucaristia, è attestata in alcune Via Crucis della seconda metà del secolo XVII, che ebbero larga fortuna; 3) l’agonia del Getsemani; il giardino degli ulivi, dove Gesù, in estrema e amorosa obbedienza al Padre, decise di bere fino all’ultima goccia il calice della passione, costituisce l’inizio di una Via Crucis del secolo XVII, breve – comprende solo sette stazioni -, notevole per il suo rigore biblico, diffusa ad opera soprattutto dei religiosi della Compagnia di Gesù; 4) la condanna di Gesù nel pretorio di Pilato, «prima stazione» assai antica, che segna efficacemente l’inizio dell’ultimo tratto del cammino di dolore di Gesù: dal pretorio al Calvario.

Anche il soggetto delle stazioni era vario. Nel XV° secolo regnava ancora la più grande diversità nella scelta del loro numero e ordine. Nei vari schemi di Via Crucis si trovano stazioni quali la cattura di Gesù, il rinnegamento di Pietro, la flagellazione, le accuse diffamatorie in casa di Caifa, lo scherno della veste bianca nel palazzo di Erode, che non figurano in quello che diverrà la traccia definitiva.  La Via Crucis, nella sua forma attuale, con le stesse quattordici stazioni disposte nello stesso ordine, è attestata in Spagna nella prima metà del diciassettesimo secolo, soprattutto in ambienti francescani. Dalla penisola iberica essa passò prima in Sardegna, allora sotto il dominio della corona spagnola, e poi nella penisola italica. Qui incontrò un convinto ed efficace propagatore in San Leonardo da Porto Maurizio (+ 1751), frate minore, instancabile missionario; egli eresse personalmente oltre 572 Via Crucis, delle quali è rimasta famosa quella eretta nel Colosseo, su richiesta di Benedetto XIV, il 27 dicembre 1750, a ricordo di quell’Anno Santo.

Una Via Crucis a Gerusalemme, lungo la Via Dolorosa. Foto Reuters, 3 aprile 2015

Una Via Crucis a Gerusalemme, lungo la Via Dolorosa. Foto Reuters, 3 aprile 2015

Le 14 stazioni della Via Crucis, nella forma definitiva arrivata a noi, sono le seguenti: 1) Gesù è condannato a morte 2) Gesù è caricato della croce 3) Gesù cade per la prima volta 4) Gesù incontra sua Madre 5) Simone di Cirene aiuta Gesù a portare la croce 6) la Veronica asciuga il volto di Gesù 7) Gesù cade per la seconda volta 8) Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme 9) Gesù cade per la terza volta 10) Gesù è spogliato delle vesti 11) Gesù è inchiodato sulla croce 12) Gesù muore in croce 13) Gesù è deposto dalla croce 14) il corpo di Gesù è collocato nel sepolcro

https://www.famigliacristiana.it/articolo/storia-della-via-crucis-una-pratica-religiosa-che-attraversa-i-secoli.aspx

Jesus Christ Superstar (1973) - The Last Supper
Parliamo di S Giuseppe

Parliamo di S Giuseppe

SAN GIUSEPPE, IL FALEGNAME SIMBOLO DELLA DIGNITÀ DEL LAVORO

È il patrono dei papà ma anche di falegnami, ebanisti e carpentieri. Si festeggia il 19 marzo ma Pio XII nel 1955 volle ricordare il patrono di artigiani e operai nel giorno della festa dei lavoratori. Nel Vangelo Gesù è chiamato “il figlio del carpentiere” e ricordare il Santo in questo giorno significa per la Chiesa riconoscere la dignità del lavoro umano come dovere dell’uomo e prolungamento dell’opera del Creatore

San Giuseppe con il Bambino Gesù. Foto Ansa. In alto e in copertina: san Giuseppe lavoratore, di Modesto Faustini (1839-91), Cappella Spagnola, Loreto dal sito santuarioloreto.va

È il patrono dei papà ma anche di falegnami, ebanisti, carpentieri, senzatetto e persino dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. L’8 dicembre 1870, papa Pio IX lo ha proclamato Patrono della Chiesa universale. La festa solenne di San Giuseppe è il 19 marzo ma è molto festeggiato in campo liturgico e sociale anche il 1° maggio, festa del lavoro, quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII. Giovanni XXIII gli affidò il Concilio Vaticano II mentre è uno dei Santi preferiti da papa Francesco che ha voluto inserire il suo nome nel Canone della messa.

Il suo culto ha raggiunto grande popolarità come dimostrano  anche le dichiarazioni di moltissime chiese relative alla presenza di sue reliquie. Nella chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della chiesa di S. Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone.

Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che l’inizio sia avvenuto col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli. la sua popolarità è dovuto al fatto di essere stato il padre putativo di Gesù. Venerato in Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani. Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa nell’Ottocento e nel Novecento.

UN MODELLO DI PATERNITÀ ESEMPLARE

San Giuseppe fu lo sposo di Maria, il capo della “Sacra famiglia” nella quale nacque per opera dello Spirito Santo, Gesù. E orientando la propria vita sulla traccia di alcuni sogni, nei quali gli angeli gli recavano i messaggi del Signore, incarnò un modello di paternità esemplare. Certamente non fu un assente. È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figlio con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel tempio, lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”.

Giuseppe era, come Maria, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori nonché umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega.

FIGURA DI GENEROSA UMILTÀ

Nel documento della Congregazione per il Culto Divino, che ha inserito la sua menzione nel canone della Messa, si legge: «Mediante la cura paterna di Gesù, San Giuseppe di Nazareth, posto a capo della Famiglia del Signore, adempì copiosamente la missione ricevuta dalla grazia nell’economia della salvezza». 

La sua accettazione di Maria, incinta, come sposa; anche se era ben consapevole di non aver avuto rapporti con lei, e l’accettazione degli «inizi dei misteri dell’umana salvezza» aderendo alla notizia del concepimento da parte dello Spirito Santo ne fa un personaggio di primo piano nella vita cristiana. Inoltre, rileva il documento, San Giuseppe è «divenuto modello esemplare di quella generosa umiltà che il cristianesimo solleva a grandi destini e testimone di quelle virtù comuni, umane e semplici, necessarie perche gli uomini siano onesti e autentici seguaci di Cristo».  

LE FONTI DELLA SUA VITA SONO I VANGELI DI MATTEO E LUCA

Di lui non si sanno molte cose sicure, non più di quello che canonicamente hanno riferito gli evangelisti Matteo Luca. Intorno alla sua figura si sbizzarrirono invece i cosiddetti vangeli apocrifi. Da molte loro leggendarie notizie presero però le distanze personalità autorevoli quali San Girolamo (347 ca.-420), Sant’Agostino (354-430) e San Tommaso d’Aquino (1225-1274).

Vale la pena di riportare soltanto una leggenda che circolò intorno al suo matrimonio con Maria. In quella occasione vi sarebbe stata una gara tra gli aspiranti alla mano della giovane. Quella gara sarebbe stata vinta da Giuseppe, in quanto il bastone secco che lo rappresentava, come da regolamento, sarebbe improvvisamente e prodigiosamente fiorito. Si voleva ovviamente con ciò significare come dal ceppo inaridito del Vecchio Testamento fosse rifiorita la grazia della Redenzione.  

https://www.famigliacristiana.it/articolo/san-giuseppe-il-falegname-simbolo-della-dignita-del-lavoro.aspx

All’inizio della Scrittura è scritto: “In principio Iddio creò il cielo e la terra” (Gn 1,1); e il catechismo spiega: “li creò ex nihilo, cioè dal nulla”.  Si affermano due cose importanti: da un lato, la contraddittorietà del divenire e l’inesistenza del nulla; e, dall’altro, la immobilità e l’eternità dell’Essere Divino. Una delle difficoltà del versetto sembra costituita dall’interpretazione dell’espressione “In principio”.
Qualsiasi spiegazione letterale o temporale, – come “prima del tempo” o “al principio o all’inizio del tempo” e simili, – risulta semplicemente falsa, perché razionalmente non si può né pensare né immaginare che anteriormente alla creazione ci fosse qualcosa. Il tempo, infatti, nasce con la stessa creazione. Prima della creazione, quindi, non c’è nulla, ossia non c’è nessun elemento, nessuna energia, nessuna immagine, nessun motivo, neppure un impulso arcano verso l’esistenza, ma esclusivamente il nulla! Per definizione, il nulla è inimmaginabile e impensabile! Questo, il significato negativo del creare dal nulla.
Positivamente, invece, si afferma l’esistenza dell’Essere Creatore, nella sua intrinseca beatitudine di amore, che, in seguito, si rivelerà come stupenda realtà misterica di Unità e Trinità insieme: Padre Figlio e Spirito Santo. Di conseguenza, ad extra Dei, cioè al di fuori di Dio, non esiste nulla. E tutto ciò che altrimenti è, deriva unicamente dalla esclusiva libertà e dalla potenza onnipotente di Dio. Ora, Dio, nella sua Unicità di Natura e nella Trinità delle Persone, che si amano perfettamente di amore infinito, non ha bisogno di niente, perché in sé è semplicemente semplice e perfetto assolutamente; e ancora, poiché ciò che Dio fa è Divino, come dice anche Platone nel Timeo (41c 3-5), allora razionalmente la creazione non può essere opera diretta e immediata di Dio, ma solo indiretta e mediata, ossia di un Dio Umanizzato, che, liberamente, “prima” crea e sublima la materia con l’assunzione della “natura umana”, e, poi, orienta la sua azione creatrice dell’universo mondo per la sua venuta storica sulla terra. La materia, per sé, è sede della necessità, della contingenza, della finitudine, del movimento, dell’imperfezione, del limite, della corruzione; mentre Dio, della libertà necessaria e della necessità libera, dell’immobilità perfetta, della incorruttibilità eterna, della perfezione semplice assoluta e infinita.
Come spiegare, allora, la creazione?
Per mezzo dell’unica opera ad extra di Dio, ossia dell’Incarnazione del Verbo, il Summum Opus Dei, come la chiama Duns Scoto (Reportata Parisiensia, III, d. 7, q. 4, n. 4), e tradotto nella lingua italica con il Capolavoro di Dio, (Duns Scoto, Antologia, a cura di G. Lauriola, Ed. AGA – Alberobello 2007, 2 ed., p. 187). Cristo Venturo, quindi, in quanto vero Dio e vero Uomo, crea tutto ciò che esiste sia nell’ordine soprannaturale sia nell’ordine naturale; e, “nella pienezza del tempo, nasce [storicamente] da donna” (Gal 4, 4), per compiere liberamente e volontariamente il disegno divino e rivelare con amore il mistero di Dio, Uno e Trino: “Cristo è l’immagine [sostanziale] del Dio invisibile…” (Col 1, 15-17). Allora, l’espressione “In principio” non significa altro che “In Cristo”, come viene interpretato anche dai Padri; e il versetto genesiaco, quindi, afferma, nel suo significato più profondo, la preesistenza di Cristo, che si espande in tutta la Scrittura, dalla preistoria ontologica alla metastoria escatologica attraverso la storia esistenziale della sua avventura divino-umana: “In principio [In Cristo], Dio creò il cielo e la terra” (Gn 1,1); “Alfa e Omega, Principio e Fine, il Primo e l’Ultimo” (Ap 1, 8; 22, 13); “In principio [In Cristo] era il Verbo…” (Gv 1,1).

Disegno di Dio
Il disegno della salvezza, rivelato nella massima libertà dal mistero di Dio, manifesta ad extra la pienezza di vita e d’amore che Dio contiene in sé e per sé, rendendo Parola Incarnata il suo Silenzio Trinitario. Tutto ciò che esiste fuori-di Dio e diverso-da Dio è opera della Parola Incarnata. Ora, tra l’azione efficace della Parola e ciò che è prodotto si costituisce un legame di dipendenza originale che tiene unita ogni creatura al suo Creatore, perché nell’effetto riluce sempre qualcosa della sua causa: hanno la stessa natura o origine (cf Eb 2, 11).
La perfezione dell’effetto creato dipende dal grado di partecipazione dello stesso alla causa creatrice: quanto più è vicino o simile alla causa, tanto più è perfetto. Tra le creature razionali, l’uomo, per la sua autoconsapevolezza e libertà, possiede la capacità di riconoscere la sua dipendenza dalla causa originante e di modellare la sua vita su di essa: la sua perfezione, quindi, è direttamente proporzionale alla sua vicinanza e somiglianza alla causa.
In questo modo, la Parola Incarnata, che rende “visibile il mistero di Dio invisibile” (Col 1, 15), si auto-rivela come causa efficiente, come causa formale e anche come causa finale dell’universo mondo e di ogni singolo essere, specialmente dell’uomo, creato a immagine di Cristo e chiamato alla partecipazione massima con il suo Creatore. E la stessa Parola Incarnata si propone come norma e regola dell’essere in qualsiasi modalità esistenziale esso si realizzi. Difatti, una realtà è quella che è, non in quanto è in sé stessa, ma in quanto è più o meno vicino alla Parola Incarnata, che l’ha causata. La “vicinanza alla Parola Incarnata” diventa, perciò, principio di perfezione e di santità per l’uomo.

Principio di vicinanza a Cristo
Ogni essere, presente come idea nel disegno d’amore infinito di Dio, viene chiamato all’esistenza da un atto libero e gratuito della Volontà divina, che lo fa esistere concretamente nel mondo storico, secondo il principio della vicinanza a Cristo, che Duns Scoto ha formulato nel momento in cui ha considerato il Cristo nella sua triplice causalità. Di conseguenza, dell’essere si possono avere diversi gradi di partecipazione: come immagine, come vestigio e come ombra. La sua importanza, allora, non dipende dalla semplice natura d’essere, ma dal grado di vicinanza a Cristo, perché Cristo è regola e norma di perfezione dell’essere sia universale che singolare.
Principio che si applica anche ai personaggi chiamati a compiere una missione particolare alla realizzazione storica del disegno divino. Dal Silenzio Trinitario si concretizza la Parola, che, per rivelarsi fuori di sé, necessita della materia, ossia di un corpo visibile; onde, il dono libero dell’Incarnazione. Per questo, dalla Parola viene sublimata prima la materia, che per sé è contingente, e, assumendola in sé, apre la possibilità alla stessa creazione dell’universo mondo spirituale e materiale.
L’essere più vicino a Cristo Venturo è certamente la Madre, Colei che gli parteciperà direttamente e concretamente il corpo umano, visibile e perfetto, secondo le modalità che Lui stesso organizzerà nell’arco storico fino alla “pienezza del tempo” (Gal 4, 4). E insieme alla Madre, è logico supporre anche la figura del “padre” storico, che garantisse l’attuazione dell’avventura umana del Nascituro nel rispetto delle leggi esistenziali del tempo. Così, anche se in momenti logici differenti e con diverse modalità funzionali, nel mistero dell’Incarnazione della Parola sono presenti, a vario titolo, sia la “madre” Maria sia il “padre” Giuseppe.
Ora, nell’esecuzione storica del disegno divino, secondo la felice intuizione di Duns Scoto, è presente da sempre e contemporaneamente a Cristo anche la Madre, uniti nel medesimo e identico decreto di predestinazione da parte di Dio. Idea che, nell’evoluzione storica del mistero dell’Immacolata Concezione, troverà conferma con Pio IX nel 1854, con la definizione dogmatica Ineffabilis Deus, che proclama Immacolata la Madre di Cristo, fondandosi sia sull’unico e medesimo atto di predestinazione, e sia sulla redenzione anticipata o preservativa di Maria, ugualmente proposta da Duns Scoto, come “prima redenta” nella previsione dei meriti futuri di Cristo.
Così, nel disegno divino è già presente la costituzione della “coppia” originale e originante, da cui ogni essere, soprannaturale e naturale, riceverà vita esistenza e grazia. È una coppia tutta speciale, perché formata dal Figlio e dalla Madre, da Cristo e da Maria. La funzione di Cristo è di natura, quella di Maria è di grazia. L’azione del Figlio è diretta, quella della Madre è mediata. Si apre così il corso dell’avventura umana di questa coppia, che dal Genesi abbraccia tutto l’arco storico fino ad arrivare all’Apocalisse, attraverso le due precisazioni storiche del profetismo, con Isaia (7, 13-14) e Micheia (5, 1-3), e del vangelo dell’infanzia con Luca (2, 1-52) e Matteo (1, 1-25; 2, 1-23). E proprio “nella pienezza del tempo” (Gal 4, 4), quando Cristo deve iniziare la sua avventura umana, “emerge” tutta la grandezza della personalità storica di Giuseppe, “sposo” di Maria e “padre” putativo di Gesù.

Significato del nome “Giuseppe”
Come Cristo è il cuore del Silenzio-di-Dio e Maria il cuore del Silenzio-Parola-di-Cristo, così Giuseppe, che etimologicamente significa “aggiunto (da Dio)” alla coppia originale, viene a gravitare totalmente nella sfera di questo silenzio sponsale e particolarmente del silenzio della sua dolce Sposa, alla cui ombra esprime e realizza tutta la sua forte e delicata personalità sia come “custode” delle origini esistenziali di Cristo e sia come “protettore” della verginità della sua Sposa.

Le due annunciazioni
Alla luce del principio scotista della vicinanza a Cristo, piace leggere sia l’annunciazione lucana della Vergine (Lc 1, 26-27) sia quella matteana di Giuseppe (Mt 1, 16-25), così da cogliere più da vicino alcuni aspetti della volontà di Dio, espressa nel suo disegno di salvezza. Lasciando per ovvie ragioni la prima, si fermi l’attenzione sulla seconda annunciazione, per evidenziare la estrema sensibilità di Giuseppe alle cose divine, che si sono manifestate apertamente nella configurazione della speciale ed esclusiva coppia del Figlio-Madre, nella cui orbita viene a gravitare chiaramente la sua personalità di “uomo giusto”, perché più vicino di tutti a Cristo e a Maria. La storica vicinanza di Giuseppe a tale “coppia” dà origine anche alla sua particolare missione di custodire il nascituro Bambino e di garantire anche la scelta della verginità della Madre, come segno della stessa divinità del Figlio.
Per analogia a quella lucana, l’annunciazione giuseppina di Matteo  si svolge in due tempi: uno, anteriore alle spiegazioni angeliche, è costituita dai segni della maternità di Maria, di fronte ai quali Giuseppe “tace e pensa” nel tentativo di discernere sulla decisione da prendere circa la promessa Sposa, e alla fine decide di lasciarla in segreto; l’altra, invece, è il chiarimento angelico che assicura sul fatto meraviglioso, che si sta compiendo in Maria, per opera dello Spirito Santo, cui fa seguito l’immediata proposta di “prendere con sé la sua Sposa”.

Il silenzio di Maria
Davvero sconcertante il comportamento di Maria!
Perché non disse nulla a Giuseppe?
La risposta ancora una volta riposa nel silenzio!
Maria tace. Difatti, chi avrebbe creduto alla sua parola? Maria si rifugia nel silenzio e costringe il suo promesso sposo a progettare la mossa del libello di ripudio (Mt 1, 16-25), perché egli non poteva credere ai suoi occhi: la dolce fanciulla di Nazaret, la sua promessa Sposa, è incinta! E nel mistero, Maria si chiude nel silenzio adorante del suo Frutto verginale.
Nel suo sconcertante tacere, Maria, come catturata dall’enorme mistero che si sta compiendo in lei, trascina anche Giuseppe nell’arcano silenzio, accettato da lui solo per divina proposta: “e la prese con sé”. E così dalla coppia originale e originante di Cristo-Maria, Figlio-Madre, scaturisce ugualmente un matrimonio sui generis, Giuseppe-Maria. Tutto si svolge lontano da ogni ingerenza della sfera umana: Maria rispetta il silenzio di Dio, e Giuseppe i corrispondenti silenzi di Maria.
Ciò che viene messo in luce in questa seconda annunciazione è la fede di Giuseppe, che accetta con amore, con serenità e con gioia tutto il mistero che si sta realizzando nella sua Sposa, per custodirlo. Ecco, il senso del termine biblico a lui riferito di “uomo giusto”. Bisogna interpretare come duplice l’intervento divino provocato dal silenzio di Maria. Da un lato, il Signore viene in aiuto alla sua “serva”, che si era dichiarata fedele fino in fondo: “avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38). Come a dire: di fronte alla scelta del voto di verginità perpetua di Maria e alla voluta maternità divina, il Signore doveva trovare una via di uscita all’intrica situazione venuta a crearsi.
Dall’altro, deve intervenire anche su Giuseppe, assicurandolo in modo inequivocabile circa la natura dell’evento nella sua Sposa, e lo fece attraverso il sogno: “Giuseppe, non temere di prendere con te Maria tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” (Mt 1, 20). In questo modo a Giuseppe è affidata la custodia, la protezione e la memoria del grande mistero che si compie in Maria, sua sposa. E così il Signore si manifesta ben superiore alla legge da lui stesso data alla natura! Per logica conseguenza, è da supporre che, come a Giuseppe fu chiesto di “non temere di prendere Maria come sposa”, così anche Maria fu assicurata di non temere di prendere Giuseppe come suo sposo. In questo modo, commenta Duns Scoto, rivolgendosi a Maria: “Lo Spirito ti dona Giuseppe come custode e testimone della tua verginità, perché come te è impegnato nel voto di continenza” (Ordinatio, IV, d. 30, q. 2, n. 5).

Matrimonio con Maria
Certo, il matrimonio tra Giuseppe e Maria ha del singolare. Ci si potrebbe chiedere: è valido un matrimonio in cui uno dei coniugi fa voto assoluto di castità? La questione è di natura sia teologica che giuridica: l’una, perché implica l’azione dello Spirito Santo che pone Maria in una condizione privilegiata di verginità assoluta; e l’altra, perché comporta dei chiarimenti circa un matrimonio valido, rato ma non consumato. Molte le ipotesi e le conclusioni che si sono avvicendate nello spiegare la delicata e complessa situazione. Si possono raccogliere a tre principali: 1) chi accetta la validità del matrimonio e rende il voto “condizionato”, se piace a Dio; 2) chi accentua il voto e ridimensiona il consenso matrimoniale, considerandolo come una relazione amicale; 3) chi riesce a conciliare le due tesi, della validità del matrimonio e del voto assoluto di Maria. Questa terza possibilità è proposta da Duns Scoto.
Secondo questa terza ipotesi, contratto matrimoniale e voto di castità possono stare insieme. Nel contratto matrimoniale è inclusa la mutua donazione dei corpi, che, però, è sottoposta a un’implicita condizione, cioè ‘se viene richiesta’. Difatti, i contraenti, se, dopo la cerimonia matrimoniale, volessero fare voto di castità, il loro matrimonio è valido a tutti gli effetti, a meno che quella condizione ‘se venga richiesto’, non venga posta in atto. Perché la condizione ‘se venga richiesto’ possa salvare il contratto nei confronti del voto, è necessario che i contraenti sappiano con certezza che essa non sarà mai posta in atto. Ora, che Maria e Giuseppe abbiano avuto tale certezza, è sicuro.
Difatti, così si esprime il Cantore dell’Immacolata: “Se vi è assoluta certezza che la detta condizione, non verrà esercitata, il contratto matrimoniale non pregiudica in nessun modo il voto di castità. Nel nostro caso vi fu tale certezza. Si legge che l’angelo informò Giuseppe ‘Non temere di prendere Maria in moglie’ (Mt 1, 30). A maggior ragione e senza ombra di dubbio alcuno, si può dire che anche Maria, prima di promettersi a Giuseppe, fu resa sicura dall’Angelo o da Dio stesso: ‘Non temere Maria di prendere Giuseppe, uomo giusto, come tuo marito’. Anzi egli ti viene dato dallo Spirito Santo come Custode e Testimone della [tua] verginità, essendosi legato anche lui con pari voto” (Ordinatio, IV, d. 30, q. 2, n. 5).
Alla questione: il contratto di matrimonio è avvenuto prima o dopo l’Incarnazione storica? Il voto di castità di Maria – risponde sempre Duns Scoto – precede l’Annunciazione, come questa precede il matrimonio. E così continua: Maria ha ricevuto da Dio un mandato speciale di contrarre il matrimonio con Giuseppe, e ne enumera i motivi: per la salvaguardia della Madre e per la tutela del Bambino. In questa interpretazione, sembra più facile comprendere come Maria, già illuminata su tutto il mistero dell’Incarnazione, abbia potuto dare il suo assenso al matrimonio, senza includervi alcuna clausola di consumarlo. Per cui, il suo matrimonio è valido a tutti gli effetti. I fini principali del matrimonio vengono rispettati: procreazione educazione della prole e amore reciproco.

Importanza della decisione di Giuseppe
Al di là delle singole interpretazioni, che sottendono sempre e comunque un mistero, sembra utile riflettere alquanto sulla decisione di Giuseppe di sposare ugualmente Maria, pur essendo incinta, in relazione non solo a Lei, ma soprattutto al Nascituro e alla sua missione. Secondo le leggi vigenti dell’epoca, non solo Maria non avrebbe avuto vita facile, perché rischiava addirittura la “lapidazione”; mentre al Bambino non si assicurava una evoluzione serena e dignitosa né alla sua crescita personale né al suo ministero di portare la buona novella agli uomini.
La decisione coraggiosa di Giuseppe, quindi, salva Madre e Figlio da situazioni critiche in un piccolo paese, quale era Nazaret, in cui ogni cosa passava di bocca in bocca: una ragazza madre e un figlio senza padre! Invece, Giuseppe, con l’aiuto dell’intervento divino nel sogno, manifesta ferma decisione e delicata fermezza, da essere confermato nella sua “giustizia”, secondo l’agire proprio della fede che non lascia mai in pace il cuore, pur lasciando la pace nel cuore. Prima che i segni della gravidanza fossero evidenti, Giuseppe, sempre su indicazione “dell’angelo del Signore, prese con sé la sua sposa…” (Mt 1, 24), e si affrettò alla celebrazione del matrimonio.

La nascita del Bambino
La personalità di Giuseppe si rivela non solo nella delicatissima decisione di custodire e garantire la verginità perpetua di Maria, ma soprattutto nell’assicurare un futuro dignitoso e sicuro al Bambino, che doveva nascere, secondo il disegno di Dio, proprio a Betlemme, dalla radice di Iesse, da cui lui discendeva (Mt 1, 20; Lc 1, 27). Con quali sentimenti dovette condurre la sua Sposa incinta dalla Galilea in Giudea, per adempiere al dovere del censimento, dove si realizzerà la profezia di Michea: “E tu Betlemme, così piccola per essere un capoluogo di Giuda, da te uscirà colui che che dev’essere il dominatore d’Israele” (5, 1). Le circostanze della nascita dovettero consolidare nella fede la decisione voluta fortemente da Giuseppe. E come Maria serbava nel suo cuore ogni evento e circostanza, così anche Giuseppe pensava e rifletteva su ogni particolare che attorniava l’evento del Nascituro e lo meditava con gioia nel suo cuore.

Una gioia sofferta
Gioia, però, messa a dura prova da tante altre circostanze profetiche ed esterne che si manifestarono attorno al Bambino. Dalla “presentazione al tempio”, in cui sentì quelle strane profezie del vecchio Simeone, quando elevando al cielo il Bambino in segno di offerta e di consacrazione insieme, lo chiamò “segno di contraddizione” (Lc 2, 34); e alla Madre venne profetizzata “una spada trafiggerà la sua anima” (Lc 2, 35). Il cuore di “padre” si sentì profondamente scosso dalle fondamenta, eppure Giuseppe conservò padronanza e serenità per sé e per la Sposa, che, come dondolava il Bambino per addormentarlo, così nel suo cuore sentimenti contrastanti bollivano in continuazione. La presenza matura e adulta sia umana che di fede di Giuseppe costituiva un punto di sicuro riferimento per Maria, anche se le ansie e le preoccupazioni per il Bambino non cessavano mai di pulsare nel suo cuore, immerso nel profondo silenzio arcano del volere divino.
Non è difficile indovinare i pensieri e i contrastanti sentimenti che travagliavano sia Giuseppe che Maria alla notizia, circa la necessità di mettere al sicuro il Bambino, ricercato da Erode per ucciderlo, che da “buon politico” vuole eliminare il “rivale”, appena spuntato alla luce del sole. Il potere politico, quando è totalitario, non si smentisce mai. Essere avvertiti, notte tempo, del pericolo che il Bambino correva, è il massimo della sofferenza umana per i due cuori semplici e pieni di fede e di amore. E così la via dell’esilio egiziano si apre. Quale prova umana e di fede insieme abbiano vissuto Giuseppe e Maria, non lo può descrivere se non chi l’ha provato. Il Signore, in questo modo, ha voluto forgiare nel crogiuolo della sofferenza più profonda e amara anche il cuore di Giuseppe, nel portare il peso della famiglia e nell’assicurarle il necessario in terra straniera, senza lavoro sicuro né stabile dimora. Unica certezza, la fiducia nella Parola dell’angelo.
Difficoltà d’ogni genere, disagi oltre misura, incertezze fuori ogni immaginazione dovettero essere compagni stretti di Giuseppe in quei pochi anni trascorsi nell’antica e nobile terra egizia, da dove ha origine il popolo eletto con Mosé. Sembra una coincidenza fortuita, eppure, forse, dietro c’è un segreto disegno divino. Per analogia, si può paragonare – mutatis mutandis – Giuseppe a Mosé, chiamato a ricondurre il perfezionatore e dominatore del Popolo, Gesù, in terra sicura e nella sua terra. Difatti, il messaggero divino non si fece attendere, non appena le circostanze storiche mutarono con la morte di Erode (Mt 1, 19-23). In questo passo evangelico, ancora una volta, è palese tutta la portata della maturità di fede di Giuseppe, che si abbandona sempre e completamente alla volontà celeste, nonostante tutte le contrarietà della vita.

Rientro a Nazaret e ansia per il Bambino
Sembrava essere tornato il sereno dopo il rientro nella Galilea, dove la vita finalmente scorreva nella normalità più assoluta: lavoro famiglia e religiosità. E proprio in un momento di sentita religiosità partecipata per la Pasqua a Gerusalemme, Giuseppe condusse la Sposa e il Dodicenne con sé. L’immensa gioia pasquale ben presto però si tramutò in tragica situazione, molto angosciosa con l’inspiegabile smarrimento di Gesù. Cosa prova un cuore di padre e di madre alla constatazione che il loro Bambino non è con loro! Tre giorni veramente angoscianti e struggenti, anche per un cuore addestrato al soffrire e a vivere nell’incognito. La percezione fisica della mancanza del Bambino è la massima fonte di profondi turbamenti interiori e non solo. La ricerca affannosa e senza esiti positivi poteva lanciare lontano i pensieri di Giuseppe e di Maria, al fallito tentativo di Erode.
Qualche reminiscenza del timore erodiano si sarà risvegliata, e avrà reso ancora più tragica l’affannosa ricerca del Bambino tra le file della carovana del ritorno. Ma invano. E più cupo diventava la sera senza del Bambino. Preghiere, ansie e silenzi prolungati dovettero riempire tutto il tempo dei tre giorni sia di Giuseppe che di Maria.  L’avventura come era nata nel silenzio, così sembrava terminare nel silenzio. La speranza è dura a morire. E venne premiata quando trovarono Gesù a discutere nel tempio tra i dottori della legge. Finalmente, il silenzio della mancanza venne riempito e ritornò la calma. E Gesù si comportò “con più riguardo” verso i suoi genitori terreni.

Il sipario su Giuseppe
Con questo episodio, cessano le notizie rivelate su Giuseppe. La sua vita si apre con il silenzio e termina nel silenzio. La chiave di lettura sembra essere proprio questa: dal silenzio di Dio in Cristo al silenzio in Dio con Cristo.  Giuseppe è fedele a Cristo in Maria e in Cristo con Maria.

Autore: Padre Giovanni Lauriola, ofm


Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che l’inizio sia avvenuto col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli. Ma è sicuramente dal padre putativo, cioè ritenuto tale, di Gesù e considerato anche come l’ultimo dei patriarchi, che il nome Giuseppe andò diventando nel tempo sempre più popolare. In Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani. Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa dopo che nell’Ottocento e nel Novecento molti personaggi della storia e della cultura lo portarono laicamente, nel bene e nel male: da Francesco Giuseppe d’Asburgo a Garibaldi, da Verdi a Stalin, da Garibaldi ad Ungaretti e molti altri ancora.
San Giuseppe fu lo sposo di Maria, il capo della “sacra famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente. È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel tempio, lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”. Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte.
  Giuseppe era, come Maria, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori nonché umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega, tutti costruiti dall’abilità di quelle mani ruvide e callose.
  Di lui non si sanno molte cose sicure, non più di quello che canonicamente hanno riferito gli evangelisti Matteo e Luca. Intorno alla sua figura si sbizzarrirono invece i cosiddetti vangeli apocrifi. Da molte loro leggendarie notizie presero però le distanze personalità autorevoli quali San Girolamo (347 ca.-420), Sant’Agostino (354-430) e San Tommaso d’Aquino (1225-1274). Vale la pena di riportare soltanto una leggenda che circolò intorno al suo matrimonio con Maria. In quella occasione vi sarebbe stata una gara tra gli aspiranti alla mano della giovane. Quella gara sarebbe stata vinta da Giuseppe, in quanto il bastone secco che lo rappresentava, come da regolamento, sarebbe improvvisamente e prodigiosamente fiorito. Si voleva ovviamente con ciò significare come dal ceppo inaridito del Vecchio Testamento fosse rifiorita la grazia della Redenzione.
  San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo. Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II. Vuole tuttavia la tradizione che egli sia protettore in maniera specifica di falegnami, di ebanisti e di carpentieri, ma anche di pionieri, dei senzatetto, dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. Viene addirittura pregato, forse più in passato che oggi, contro le tentazioni carnali.
  Che il culto di San Giuseppe abbia raggiunto in passato vette di popolarità lo dimostrano anche le dichiarazioni di moltissime chiese relative alla presenza di sue reliquie. Per fare qualche esempio particolarmente significativo: nella chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della chiesa di S. Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone. È sicuramente un bel “aggiunto” di fede.

Autore: Mario Benatti
 


Giuseppe rappresenta il padre, non per discendenza biologica, ma nel significato più vero. Il padre è colui che custodisce i figli, li ama, li protegge, se ne prende cura seguendoli nel loro cammino. Le virtù conosciute di San Giuseppe sono la pazienza, l’equilibrio, la dignità, l’ascolto, la bontà, l’ubbidienza. E per ubbidienza accetta la Parola di Dio, assumendo il ruolo di capo famiglia con tutte le responsabilità verso chi gli viene affidato.
Giuseppe, uomo giusto, umile, silenzioso (i Vangeli non riportano nessuna sua parola), pronto ad agire, ma piuttosto schivo, vive a Nazareth in Galilea ed è il fidanzato di Maria. È un artigiano falegname discendente della stirpe di Davide.
Giuseppe è un grande lavoratore ed educa Gesù insegnandogli il mestiere di falegname. La figura di Giuseppe a fianco di Maria è importante per le sue azioni di uomo proteso alla ricerca della legge di Dio, dedito alla custodia della sua famiglia. Un uomo che non vuole essere il detentore del comando, ma l’esempio del padre saggio e amorevole. Non si hanno notizie sulla data della sua morte, ma si presume che si sia spento quando Gesù aveva circa trent’anni. Sulla croce Gesù non avrebbe, infatti, affidato sua madre al suo discepolo Giovanni se Giuseppe fosse stato ancora in vita.
Il suo simbolo è il bastone fiorito di gigli, segno di purezza. È protettore della famiglia, dei papà, delle ragazze da marito, dei lavoratori in genere tra i quali, in particolare, artigiani, operai, falegnami, carpentieri, decoratori. Protegge pure i senzatetto, gli esiliati, i viaggiatori e i Monti di Pietà. Dichiarato patrono della Chiesa cattolica, viene invocato per ottenere un buon matrimonio. San Giuseppe si celebra il 19 marzo, giorno in cui si festeggiano i papà, ma anche il Primo Maggio, festa dei lavoratori.

https://www.santiebeati.it/dettaglio/20200

Il Seder di Pesach: dal vino all’agnello

Il Seder di Pesach: dal vino all’agnello

L’origine delle tradizioni di Pasqua

La Cena Pasquale in ebraico si chiama Seder di Pesach. Seder significa “ordine” in quanto si consuma secondo un ben preciso ordine rituale, che – in estrema sintesi – è il seguente: Kadesh – la Benedizione sul Vino, Karpas – “l’Antipasto”, Yachatz: si spezza la matzà. Si intingono le erbe, si prende l’uovo, si usa l’acqua salata e poi l’agnello: tutto ha un significato.

La Pasqua Ebraica si celebra al tramonto del 14^ giorno del mese di Nissan del calendario ebraico (luni-solare)

Pesach, la memoria della Pasqua ebraica tramandata a tavola

Ci dice il Vangelo“Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua ebraica, i discepoli dissero a Gesù: dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?”. Tutti noi, quando si parla della cena pasquale, abbiamo in mente le bellissime opere d’arte che nei secoli l’hanno rappresentata, prima fra tutte l’Ultima Cena di Leonardo.

Gesù fece l’ultima cena non come viene comunemente raffigurata, tutti seduti attorno ad una tavola imbandita, con una tovaglia ben stirata, bicchieri e bottiglie di vetro e così via. Dobbiamo tenere presente infatti che Gesù ed i suoi discepoli erano dei girovaghi, l’equivalente di senza fissa dimora di oggi, che transitando a piedi nel deserto, si presentavano sporchi, polverosi ed accaldati. Venivano allora messi dei tappeti per terra ove si sedevano distesi sulla sinistra.

Secondo il rito ebraico infatti i commensali si adagiavano sul lato sinistro, per evidenziare il fatto che erano uomini liberi. Nei tempi antichi infatti, soltanto le persone libere potevano adagiarsi mentre mangiavano. Ma andiamo avanti con il Vangelo: “Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua. Seguitelo. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta: là preparate per noi”. I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro il Maestro e prepararono per la Pasqua”. Gesù viene così a trovarsi in mezzo alla fiera del bestiame, condotto a Gerusalemme dalle colline circostanti ed alle spezie portate dalle carovane fin dalla Mesopotamia.

I pellegrini che venivano ospitati da famiglie del luogo, consumavano nelle case la cena. Tutti gli altri per strada, nelle piazze od in campagna. Quando scendeva la sera, migliaia di agnelli venivano arrostiti nei cortili delle case, nelle vie, intorno alle tende. E mangiavano tutti insieme, ricchi e poveri, uomini e donne, servi e padroni. La Pasqua ebraica si chiama “Pesach”, che significa “passaggio” ed in Israele dura 7 giorni. Si celebra la notte in cui l’Angelo Sterminatore passò sull’Egitto, uccidendo tutti i suoi primogeniti, uomini e animali. Era la decima piaga, quella che dette il colpo di grazia all’ottusa chiusura del faraone e lo costrinse a lasciar andare gli ebrei per la loro strada. Era l’inizio della loro liberazione.

Scrive Renzo Infante (esperto in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico, con dottorato alla Pontificia Università Gregoriana) “Nei testi sulla Pasqua, Giuseppe Flavio sottolinea la dimensione di grande festa popolare, che radunava folle immense in Gerusalemme. Egli stimò che il numero dei giudei saliti a Gerusalemme per l’ultima Pasqua al tempo di Nerone fosse di circa 2.500.000”. La Pasqua ebraica non va però confusa con la Festa degli Azzimi (si festeggia infatti il giorno dopo), vuol essere un ricordo della fuga dall’Egitto, quando gli Ebrei furono costretti a scappare con urgenza e non ebbero così il tempo per lasciare lievitare il pane per il viaggio. Il pane azzimo infatti è un pane che non è stato fermentato ed al quale non è stato aggiunto lievito.

La Pasqua Ebraica si celebra al tramonto del 14^ giorno del mese di Nissan del calendario ebraico (luni-solare), dunque con l’arrivo del 15 di Nissan, come stabilito dalla Torah: “Nel primo mese, il giorno quattordici del mese, alla sera, voi mangerete azzimi“. Ma qual’è il Mese di Nissan? Ce lo dice la Bibbia: “Sarà per voi il capo dei mesi, sarà il primo fra i mesi dell’anno”. La parola Nissan ha un’origine dal termine “Nes”, Miracolo, in quanto in tutto il mese si celebra l’evento più miracoloso della storia del popolo d’Israele: l’uscita dall’Egitto con la conseguente acquisizione della libertà assoluta. Il mese di Nissan è definito dalla tradizione talmudica il mese della redenzione, in quanto, come il popolo di Israele è stato redento dalla schiavitù in Egitto al tempo di Mosè, così sarà redenta l’intera Umanità durante questo mese. Comunemente cade nei mesi di marzo-aprile ed è a data variabile.

La Cena Pasquale in ebraico si chiama Seder di Pesach. Seder significa “ordine” in quanto si consuma secondo un ben preciso ordine rituale, che – in estrema sintesi – è il seguente:

Si inizia con Kadesh – la Benedizione sul Vino. I quattro bicchieri di vino che si bevono durante il Seder, secondo il Talmud, sono il simbolo delle seguenti quattro promesse di riscatto date da Yahvè (Dio) a Mosèvehotzetì – vi sottrarrò dalle tribolazioni dell’Egitto; vehitzaltì – vi salverò dal loro servaggio; vegaaltì – vi libererò con braccio disteso; velakachtì – vi prenderò quale Popolo, a Me. Si usa il vino perché è simbolo di gioia e di felicità. Dopo Kadesh vi è Urchatz, il Lavaggio Rituale delle mani. Si lavano le mani, versando acqua tre volte sulla mano destra e poi tre volte sulla mano sinistra. Questo è uno dei primi atti che vengono compiuti, anche allo scopo di attirare la curiosità dei bambini presenti.

Segue Karpas: “l’Antipasto”. Si intinge un piccolo pezzo di cipolla, patata o sedano nell’acqua salata e prima di mangiarlo si recita la benedizione sulle verdure. L’acqua salata rappresenta le lacrime amare degli antenati ebrei in Egitto.

C’è poi Yachatz: si spezza la matzà (il pane azzimo) in due, in ricordo di quando Yahvè divise in due il Mar Rosso, per consentire ai Figli di Israele di attraversarlo all’asciutto. A questo punto, venivano invitati i poveri ad unirsi al Seder.

Durante il pasto Pasquale si prendono le erbe amare e si intingono nel charoset, pasta di colore scuro fatto di frutta e noci, che ricorda l’argilla fatta dagli ebrei in Egitto, per la fabbricazione di mattoni. Le erbe amare ricordano l’amarezza della schiavitù in Egitto. E si mangia, a seguire, un uovo sodo intinto nell’acqua salataL’uovo sodo, non avendo spigoli, evidenzia che non c’è né un inizio, né una fine. E’ quindi il simbolo dell’eternità della vita. E poi c’e’ l’agnello pasquale, che va mangiato in ricordo di quanto avvenne alla vigilia della fuga dall’Egitto: “Ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne”.

Ci sono poi le benedizioni, gli inni e le lodi , nella certezza che il Seder sia ben accetto dall’Onnipotente. Il seder finisce, per gli ebrei della diaspora, in esilio, dicendo: “Leshanà habaà biYrushalayim” tradotto: “L’anno prossimo a Gerusalemme!”

Benedizione del pasto

Benedetto Colui dei cui beni abbiamo mangiato e per la cui grande bontà viviamo!

Adattamento della traduzione di Dante Lattes

realizzata da David Pacifici

testo ebraico

(chi benedice)

Maestri! Signori! Benediciamo Colui dei cui beni abbiamo mangiato!

(i presenti)

Benedetto Colui dei cui beni abbiamo mangiato e per la cui grande bontà viviamo!

(chi benedice)

Benedetto sii Tu, Eterno, Dio nostro, Re del mondo, Colui che alimenta tutto l’universo: con la Sua bontà, con grazia, con pietà e con misericordia dà cibo ad ogni creatura, poiché la Sua pietà è infinita. Per la Sua grande bontà non ci mancò mai né mai ci mancherà alimento, per virtù del Suo Nome grande, poiché Egli alimenta, nutre e benefica tutti e procura il cibo per tutte le Sue creature che Egli creò. Benedetto sii Tu, o Eterno, che dai alimento a tutto il creato.

Ti ringraziamo, o Eterno Dio nostro, perché concedesti ai nostri padri una terra attraente, feconda e spaziosa, perché ci traesti, o Eterno, dalla terra d’Egitto e ci liberasti dal luogo della schiavitù; per il Tuo patto che suggellasti nella nostra carne, per la tua Torà che ci insegnasti, per le Tue norme che ci rendesti note, per la vita, per l’amore, per la pietà che ci accordasti, per il cibo con cui Tu ci alimenti e ci nutri, di continuo, ogni giorno, in ogni stagione, in ogni ora.

Per tutte queste cose, o Eterno, Dio nostro, noi Ti rendiamo grazie e Ti benediciamo, sia benedetto il Nome Tuo dalla bocca di ogni essere vivente, ogni giorno, in perpetuo, come è scritto nella Torà: “Mangerai e ti sazierai e benedirai l’Eterno tuo Dio per il bel paese che ti ha dato”. Benedetto sii Tu, o Eterno, per la terra e per il cibo.

Abbi pietà, o Eterno, Dio nostro, d’Israel tuo popolo, di Jerushalaim tua città, del monte Sion che è sede della Tua maestà, del regno del casato di David Tuo Mashiah, della grande e sacra Casa dedicata al Tuo Nome! Dio nostro, Padre nostro, sii Tu il nostro pastore, sii Tu a darci il cibo, a porgerci il nutrimento, a fornirci l’alimento, a provvedere ai nostri bisogni. Liberaci presto, o Eterno, Dio nostro, da tutte le nostre ansie. Fa che non abbiamo bisogno, o Eterno, Dio nostro, né dei doni degli esseri mortali né dei loro prestiti, ma soltanto della Tua mano piena, aperta, santa e generosa sì che non abbiamo mai a vergognarci né a rimanere mortificati.

Se è sabato si dice: Fa, o Eterno, Dio nostro, che attingiamo un senso di vigore e di pace dall’adempimento dei Tuoi precetti e dall’osservanza del settimo giorno, di questo Sabato grande e sacro, poiché esso è per Te giorno grande e sacro, destinato alla cessazione del lavoro ed al riposo, con sentimento di amore, secondo il comandamento della Tua volontà. Concedi noi, o Eterno, Dio nostro, il sereno riposo che Tu desideri in modo che la sventura, il dolore e l’ansia non turbino il nostro giorno di pace. Concedi a noi di vedere Sion, la Tua città, riconfortata, e Jerushalaim, Tua santa città, ricostruita poiché Tu sei il Signore della salvezza, il Signore della consolazione.

Ricostruisci Jerushalaim, città santa, presto ai giorni nostri.

Benedetto sii Tu, o Eterno, che con un atto di pietà ricostruisci Jerushalaim. Così sia.

Benedetto sii Tu, o Eterno, Dio nostro, Re del mondo; Tu che sei l’unico Dio, il padre nostro, il nostro Re, il nostro onnipotente Signore, il nostro creatore, il nostro redentore, il nostro autore, il nostro santo, il santo di Giacobbe, il nostro pastore, il pastore di Israel, il Re buono e benefico verso ogni essere, Colui che quotidianamente ci ha dimostrato, ci dimostra e ci dimostrerà la Sua benevolenza, che ci ha colmato, ci colma e ci colmerà sempre di grazia, di amore, di pietà, di sollievo, di salvezza, di prosperità, di benedizione, di salute, di conforto, di nutrimento, di alimento, di pietà, di vita, di pace e di ogni bene. Egli non ci privi d’alcun bene.

Il Misericordioso regni sopra di noi in perpetuo.

Il Misericordioso Sia benedetto in cielo ed in terra.

Il Misericordioso

Altra Benedizione cibo testo ebraico

Ti ringraziamo, o Eterno Dio nostro, perché concedesti ai nostri padri una terra attraente, feconda e spaziosa, perché ci traesti, o Eterno, dalla terra d’Egitto e ci liberasti dal luogo della schiavitù; per il Tuo patto che suggellasti nella nostra carne, per la tua Torà che ci insegnasti, per le Tue norme che ci rendesti note, per la vita, per l’amore, per la pietà che ci accordasti, per il cibo con cui Tu ci alimenti e ci nutri, di continuo, ogni giorno, in ogni stagione, in ogni ora.

Per tutte queste cose, o Eterno, Dio nostro, noi Ti rendiamo grazie e Ti benediciamo, sia benedetto il Nome Tuo dalla bocca di ogni essere vivente, ogni giorno, in perpetuo, come è scritto nella Torà: “Mangerai e ti sazierai e benedirai l’Eterno tuo Dio per il bel paese che ti ha dato”. Benedetto sii Tu, o Eterno, per la terra e per il cibo.

Abbi pietà, o Eterno, Dio nostro, d’Israel tuo popolo, di Jerushalaim tua città, del monte Sion che è sede della Tua maestà, del regno del casato di David Tuo Mashiah, della grande e sacra Casa dedicata al Tuo Nome! Dio nostro, Padre nostro, sii Tu il nostro pastore, sii Tu a darci il cibo, a porgerci il nutrimento, a fornirci l’alimento, a provvedere ai nostri bisogni. Liberaci presto, o Eterno, Dio nostro, da tutte le nostre ansie. Fa che non abbiamo bisogno, o Eterno, Dio nostro, né dei doni degli esseri mortali né dei loro prestiti, ma soltanto della Tua mano piena, aperta, santa e generosa sì che non abbiamo mai a vergognarci né a rimanere mortificati.

Fa, o Eterno, Dio nostro, che attingiamo un senso di vigore e di pace dall’adempimento dei Tuoi precetti e dall’osservanza del settimo giorno, di questo Sabato grande e sacro, poiché esso è per Te giorno grande e sacro, destinato alla cessazione del lavoro ed al riposo, con sentimento di amore, secondo il comandamento della Tua volontà. Concedi noi, o Eterno, Dio nostro, il sereno riposo che Tu desideri in modo che la sventura, il dolore e l’ansia non turbino il nostro giorno di pace. Concedi a noi di vedere Sion, la Tua città, riconfortata, e Jerushalaim, Tua santa città, ricostruita poiché Tu sei il Signore della salvezza, il Signore della consolazione.

Ricostruisci Jerushalaim, città santa, presto ai giorni nostri.

Benedetto sii Tu, o Eterno, che con un atto di pietà ricostruisci Jerushalaim. Così sia.

Benedetto sii Tu, o Eterno, Dio nostro, Re del mondo; Tu che sei l’unico Dio, il padre nostro, il nostro Re, il nostro onnipotente Signore, il nostro creatore, il nostro redentore, il nostro autore, il nostro santo, il santo di Giacobbe, il nostro pastore, il pastore di Israel, il Re buono e benefico verso ogni essere, Colui che quotidianamente ci ha dimostrato, ci dimostra e ci dimostrerà la Sua benevolenza, che ci ha colmato, ci colma e ci colmerà sempre di grazia, di amore, di pietà, di sollievo, di salvezza, di prosperità, di benedizione, di salute, di conforto, di nutrimento, di alimento, di pietà, di vita, di pace e di ogni bene. Egli non ci privi d’alcun bene.

Il Misericordioso regni sopra di noi in perpetuo.  

Il Misericordioso Sia benedetto in cielo ed in terra.

Il Misericordioso sia lodato in tutte le generazioni e sia glorificato in noi per l’eternità e sia esaltato in noi, sempre, in perpetuo.

Il Misericordioso ci alimenti con decoro.

Il Misericordioso spezzi il giogo che ci sta sul collo e ci riconduca a fronte alta, alla nostra terra.

Il Misericordioso mandi una copiosa benedizione in questa casa e su questa mensa, alla quale abbiamo mangiato.

Il Misericordioso ci mandi il profeta Elia, ricordato in bene, ad annunciarci con gioia redenzioni e consolazioni.

Il Misericordioso benedica il (mio padre e mio maestro) padrone di questa casa e la (mia madre e mia maestra) padrona di questa casa; li benedica insieme con la loro famiglia, con i loro figli e con tutto ciò che essi hanno; benedica noi e tutto ciò che abbiamo; nello stesso modo in cui furono benedetti i nostri padri Abramo, Isacco e Giacobbe, in ogni loro opera, da ogni parte

Per concludere ricordiamo che Il rito del pane e del vino è di antichissima tradizione ebraica ed è interessante evidenziare che si seguiva in particolare tutti i giorni nella Comunità degli Esseni di Qumran. Era infatti previsto che in ogni gruppo di 10 uomini vi fosse almeno un Sacerdote fra di loro e che quando si riunivano a cena si disponessero a tavola secondo la scala gerarchica.

A tavola veniva servito sia del pane che del vino. Il primo a toccarli doveva essere il Sacerdote, che li benediceva. E così si legge nei rotoli trovati nel Mar Morto“E allorché disporranno la tavola per mangiare il pane o il vino per bere, il sacerdote stenderà per primo la sua mano, per benedirli”. Scrive a questo proposito David Flusser: “C’è qualche influenza essena sulla Messa cristiana e sull’Eucaristia, se si guarda alla somiglianza di ordine e significato tra il pasto esseno e l’Eucaristia cristiana, con successione di pane e vino”.

David Flusser (1917 – 2000) è stato professore di Cristianesimo Primitivo e Giudaismo del Secondo Tempio, alla Hebrew University di Gerusalemme. E’ unanimamente considerato il massimo esperto mondiale in materia. Ma va sottolineato, infine, che anche Melchisedec, re di Salem (si ritiene Gerusalemme), offrì “pane e vino”, come fece Gesù nell’ultima cena. Recitano infatti così le Sacre Scritture: “Quando Abramo fu di ritorno, dopo la vittoria su Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sodoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re. Intanto Melchisedec, Re di Salem offrì pane e vino”.

https://www.ildolomiti.it/blog/riccardo-petroni/gesu-e-il-seder-di-pesach-dal-vino-allagnello-ecco-lorigine-delle-tradizioni-di-pasqua

Piatto del Seder di Pesach

La tipica composizione del Seder di Pesach

Il piatto del Seder di Pesach (in ebraico: קערה‎? , ke’ara) è un piatto di specifica fattura contenente cibi simbolici che vengono consumati o solamente mostrati durante questa celebrazione. Lo scopo del piatto è quello di tramandare e valorizzare le tradizioni del popolo ebraico attraverso il cibo. Il piatto è progettato per esprimere l’unicità della celebrazione pasquale. Un altro possibile scopo è quello di tenere gli ingredienti vicini tra loro, pronti per la notte del Seder di Pesach.

I cibi simbolici

Ciascuno dei sei elementi disposti sul piatto ha un significato specifico allo scopo di ripercorrere, attraverso il pasto rituale, la storia della Pasqua ebraica e dell’esodo dall’Egitto. I tre matzos, corrispondenti al settimo elemento simbolico, non sono considerati una vera e propria parte del piatto del Seder di Pesach. I sei elementi tradizionali del piatto del Seder di Pesach sono:

Maror e Chazeret

Maror e Chazeret – Questi termini ebraici si riferiscono a erbe amare, che simboleggiano appunto la durezza e l’amarezza della schiavitù sofferta dagli ebrei in Egitto. Nella tradizione ebraica ashkenazita l’indivia, la lattuga romana fresca (entrambe rappresentanti la durezza delle invasioni romane) o il rafano possono essere consumate come Maror, per obbedire al comandamento di mangiare erbe amare durante il Seder di Pesach. Il termine Chazeret corrisponde ad altre erbe amare, tra le quali di solito figura sempre la lattuga romana, utilizzata nella preparazione del korech, un “panino” pasquale .

Charoset

Charoset – Una miscela dolce di colore marrone che rappresenta la malta e i mattoni usati dagli schiavi ebrei per costruire i granai o le piramidi d’Egitto. Nelle case degli ebrei ashkenaziti, il Charoset viene tradizionalmente preparato con noci tritate, mele grattugiate, cannella e vino rosso dolce.

Karpas

Karpas – Il termine si riferisce a tipi di verdure diverse dalle erbe amare. Queste hanno lo scopo di rappresentare speranza e rinnovamento. La verdura scelta viene immersa in acqua salata all’inizio della celebrazione. Di solito vengono utilizzati prezzemolo o altre verdure di colore verde.[1] Alcuni sostituiscono il prezzemolo con cipollotto tritato (a rappresentare l’amarezza della schiavitù in Egitto) o con patate (che rappresentano la dura condizione patita dagli ebrei nei ghetti nella Germania nazista e in altri paesi europei). Le gocce che cadono dopo aver immerso le verdure nell’acqua salata sono una rappresentazione visiva delle lacrime, un ricordo simbolico del dolore provato dagli schiavi ebrei in Egitto. Di solito, in uno Shabbat o un pasto festivo, durante la celebrazione del kiddush, la prima cosa da mangiare dopo aver bevuto il vino è il pane. Durante il Seder di Pesach, invece, la prima cosa consumata dopo il kiddush è una verdura. Segue immediatamente la famosa domanda, Ma Nishtana: “Perché questa notte è diversa da tutte le altre?”

L’elemento del Karpas simboleggia anche la primavera, dato che gli ebrei celebrano la Pasqua in questa stagione.

Zeroah

Zeroah – (traslitterato Z’roa) solitamente uno stinco d’agnello arrostito. È un pezzo particolare, in quanto unico elemento di carne del piatto. Rappresenta il “Korban Pesach” (o sacrificio pasquale) di un agnello il cui sangue fu “spruzzato” dagli israeliti schiavi in Egitto sulle porte delle proprie case, in modo che Dio “passasse oltre” quelle abitazioni durante la decima piaga.[2]

Beitzah

Beitzah – Un uovo bollito, a simboleggiare il korban chagigah (il sacrificio festivo) che veniva offerto al tempio di Gerusalemme, viene poi arrostito al forno e consumato come parte del pasto del Seder. Sebbene sia il sacrificio di Pesach che quello del chagigah fossero in origine di carne, oggi per il chagigah si utilizza un uovo, simbolo del lutto (le uova sono tradizionalmente la prima pietanza servita dopo un funerale ebraico), richiamando il sentimento di dolore per la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la conseguente impossibilità di offrire proprio lì i sacrifici ordinati nei testi sacri in occasione della Pasqua. L’uso dell’uovo nel Seder di Pesach viene attestato per la prima volta in un commento del rabbino Moses Isserles riportato nel Shulchan Aruch, testo normativo ebraico del XVI secolo, ma il periodo preciso in cui iniziò tale usanza è sconosciuto.[3] L’uovo non viene comunque utilizzato durante la parte cerimoniale “ufficiale” del Seder. Alcuni ne mangiano uno sodo immerso in acqua salata o aceto come antipasto. L’uovo è anche il simbolo del cerchio della vita: nascita, riproduzione e morte.

Piatto del Seder di Pesach

Molti dei piatti decorativi e artistici del Seder di Pesach, venduti nei negozi d’arte cerimoniale ebraica, possiedono già gli spazi separati per la suddivisione delle varie pietanze simboliche.

Tavola apparecchiata per il Seder con sopra: il tipico piatto del Seder di Pesach, acqua salata; matza; del vino kosher e una copia del testo Haggadah per ciascuno degli ospiti.

I Tre Matzot

Il sesto elemento simbolico sul tavolo Seder di Pesach è un altro piatto contenente tre matzot interi, impilati e separati l’uno dall’altro da tovaglioli. Il matzah centrale viene spezzato e una metà viene messa da parte per essere consumato successivamente come afikoman. La parte superiore e l’altra metà del matzot centrale vengono poi utilizzate per l’hamotzi (la benedizione del pane), e il matzah inferiore viene successivamente utilizzato per la preparazione del korech (“panino” di Hillel).

Acqua salata

L’acqua salata non fa tradizionalmente parte del Piatto del Seder, ma viene comunque posta sul tavolo in un recipiente a sé. Tuttavia, viene a volte utilizzata come uno dei sei elementi tradizionali al posto del chazeret. L’acqua salata sta a rappresentare le lacrime degli israeliti ridotti in schiavitù.

Varianti

Piatto del Seder con un’arancia.

Aceto – Gli ebrei tedeschi e persiani includono tradizionalmente l’aceto per il piatto del Seder, accanto all’elemento fondamentale del karpas . Il karpas viene dunque immerso in aceto e non in acqua salata.

Olive – Ad alcuni piatti seder viene aggiunta un’oliva per esprimere solidarietà ai palestinesi. Nel 2008, il Jewish Voice for Peace lanciò un appello per aggiungere un’oliva in ricordo delle piante d’ulivo sradicate in Palestina. L’aggiunta di questo elemento al piatto come appello alla pace tra Israele e Palestina è ben vista da alcuni ebrei.

Arancio – Alcuni ebrei includono nel piatto un’arancia. L’arancia è simbolo di fertilità e fruttuosità. La sua presenza nel piatto sta a rappresentare il concetto che tutti gli ebrei, incluse alcune categorie particolarmente emarginate.

La colazione di Pasqua: origini, tradizioni e pietanze

La tradizione della colazione di Pasqua nella cultura italiana

La tradizionalissima “colazione di Pasqua”. Si tratta, infatti, di una ricchissima colazione che vede l’unione di dolce e salato. Questa ha origini antiche ed è una tradizione ancora rispettata.

La colazione di Pasqua

La colazione di Pasqua è una tradizione antica che assume caratteristiche e forme diverse in base al territorio in cui ci troviamo. Nelle tradizioni locali ogni colazione possiede le sue peculiarità

Alcuni prodotti hanno un alto valore simbolico, sono un segno che si lega alla tradizione cristiana. La Pasqua nel calendario liturgico cade sempre a Primavera, quando la natura si sta risvegliando in tutto il suo vigore, diventando segno di rinascita. L’Uovo è l’ingrediente per eccellenza.

Fin dall’antichità aveva un forte valore simbolico (l’uovo cosmico, legato ai miti della creazione del mondo e dell’Universo), nella tradizione cristiana è il segno della Resurrezione. Il suo guscio rappresenta il sepolcro, da cui Cristo resusciterà, l’interno dell’uovo è segno di forza, di potenza, della nuova vita. Nel Medioevo nasce la tradizione di regalarsi le uova (vere), mentre la tradizione golosa dell’uovo di cioccolato è molto recente, a partire dal XIX secolo.

Poi abbiamo il Pane, Il chicco di grano se non muore non genera frutto. Evidente quindi il richiamo alla morte e resurrezioneE’ il simbolo dell’Eucaristia, il pane spezzato dell’Ultima Cena. Per il pane abbiamo molte varianti sia per cottura, sia per eventuali ingredienti aggiunti nella lievitazione o nella forma. Così da avere prodotti unici nel gusto e nell’aspetto, da essere tramandati fino ai giorni nostri.

La grande varietà di ricette locali ci porta a trovare lo stesso prodotto realizzato dolce o salato, alto o basso, con ingredienti in più o in meno, e questa diversità la si può riscontrare anche tra località limitrofe.

Nelle tradizioni locali, riscopriamo la storia, i simboli e la passione tramandata da famiglia a famiglia. Un identità unica, tutta da scoprire attraverso i luoghi e i sapori.

Il tavolo è apparecchiato e decorato a tema pasquale, con posate e piatti utilizzati per l’occasione. Su questo le portate sono miste: si passa dal dolce al salato e dal salato al dolce. Ma perché si fa la colazione e non il pranzo? La motivazione, molto antica, deriva dalla necessità di mangiare molto per celebrare la fine del digiuno compiuto durante la quaresima. E cosa si mangia esattamente? I piatti che si possono trovare sulla tavola di una colazione di pasqua variano da un tipico salame denominato corallina, le uova sode , i formaggi, le torte salate, ma anche quelle dolci. E ancora la frittata con asparagi selvatici, il latte, il the e il caffe. Per i più tradizionalisti non può mancare la coratella, ovvero interiora di abbacchio, accompagnata dai carciofi, e l’agnello. E per concludere non può non esserci la colomba e l’uovo di cioccolato.

Idea Progettazione Articolo di Marilena Marino Vocedivina.it