10 – La parola di Dio che guarisce – L’importanza di usare bene la voce

10 – La parola di Dio che guarisce – L’importanza di usare bene la voce

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

 

Come leggiamo nei Vangeli, Gesù ha operato diverse guarigioni nella sua vita, ha guarito paralitici sordomuti, giovani posseduti da uno spirito muto, restituendoli così alla relazione vera con suo Padre.

In Marco 9,25 leggiamo:

Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più”.

In Marco 7, 31-37:

Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!»”.

È interessante notare come in tutte queste narrazioni sono coinvolti tutti i sensi e diverse parti del corpo: orecchie, lingua, bocca, il senso del tatto, del gusto, dell’udito, una voce che emette un sospiro, quasi un flebile grido verso il cielo, ma così potente ed efficace da operare guarigioni e ristabilire dalla malattia tutto l’essere umano.

Ciò ci deve far riflettere seriamente di quanto la voce, nella proclamazione di Dio, della sua Parola, per opera dello Spirito Santo che conferisce forza, possa essere anche strumento di riabilitazione umana e sociale.

Pensiamo anche al linguaggio dei segni, operato nei confronti di quelle persone che hanno forti disabilità fisiche: consideriamo quanto potente sia il linguaggio espressivo, il beneficio del suono e l’utilizzo della vocalità per parlar loro, oltre il linguaggio delle mani, del corpo, delle espressioni facciali, e dell’intenzionalità di trasmettere un messaggio che porti vita, che sia dialogo, anche con persone che hanno seri handicap nel proprio corpo!

A proposito di una persona che nasce sorda, per esempio, sarebbe interessante considerare che tipo di linguaggio arriva o adotta nei propri pensieri: pur nascendo con questo handicap, la persona sorda ha comunque una voce nella propria testa, che non è basata solo sul suono.

Si parla di essere visivo, perché essa vede dentro immagini, segni, talvolta parole stampate.

La sua voce interiore ha parole, concetti e pensieri, la sua testa non è vuota, né silenziosa, dal momento che può elaborare informazioni attraverso il suo cervello, i suoi occhi, il suo naso, la sua lingua e il suo tocco.

Il suono non fa parte del suo processo di pensiero ma ciò non significa che non abbia una voce interiore.

Tutta questa importante riflessione per dire che la voce come canale di comunicazione, non può essere definita soltanto un accessorio, nella persona, tanto più in persone che comunicano normalmente e non hanno problematiche particolari.

Ragione ulteriore per rivalutare alla grande il personale percorso vocale e riconsiderare gli effetti che la propria voce può produrre nei vari contesti in cui si trova.

Non è un suono indistinto: che c’è o non c’è, che suona o non suona, che vibra o non vibra!

Abbiamo già detto che la voce rappresenta la tua essenza, quindi, dobbiamo fare questo sforzo a priori di rimpossessarsi di questa vocalità che rappresenta la nostra persona; oltre che pensare ai vari contenuti delle varie catechesi, dell’omelia che deve essere certo preparata bene e con devozione profonda, o al salmo che va salmodiato con amore, o alla catechesi che viene proposta al livello anche intellettivo.

La voce non è un suono che esce più o meno forte, ma la voce ti identifica, esprime la tua essenza, è la nostra coscienza; quindi “dare voce” ad un brano della Sacra Scrittura, è qualcosa di unico ed importante!

In quel preciso momento le parole che escono dalla tua bocca rivestono una carne, un’identità, qualcosa che si concretizza mentre si parla, la Parola ha il potere veramente di trasformare chi ascolta, ha un potere kerigmatico intrinseco che ha un qualcosa di straordinariamente forte, divino, perché ha la facoltà di trasformare le persone, è un’azione dello Spirito Santo che ha la facoltà di agire nelle persone disponibili all’ascolto e in tutti i battezzati.

È possibile e doveroso passare dal suono alla parola: questa parola che noi vogliamo annunciare, proclamare, leggere e con la quale vogliamo istruire gli altri per vocazione, è una missione bellissima , eccezionale che Dio ha dato a ciascun battezzato; deve essere valorizzata bene, usata bene e fatta risplendere, perché è un canale di comunicazione unico, come uniche sono le voci.

Gli animali, le piante, il mondo acquatico con tutti i pesci, la natura stessa producono suoni ma non hanno la possibilità di veicolare parole formulate come accade con la voce umana; per questo abbiamo il dovere di valorizzare la nostra vocalità ed esprimere tutte le potenzialità umane per lanciare al mondo il messaggio di Dio Padre Creatore dell’universo, del Cielo e della Terra.

Ognuno di noi ha una voce bellissima; anche se a molti non piace la propria voce e la ritengono difettosa, il più delle volte. Ogni voce è diversa dall’altra, irripetibile, e dalla tua voce ci si può fare un’idea di chi sei, di quello che vuoi dire.

Certo poi entrano in campo tanti processi quando parliamo: l’aspetto cognitivo, intellettivo, emozionale, l’aspetto anche scientifico che serve per migliorare la pronuncia, ma come può risuonare fuori perfetta, se dentro non siamo riconciliati un pò con il passato, con la vita, con le nostre ombre, con le nostre barriere?

Affinché possiamo parlare di una voce libera e liberante è indispensabile rimuovere questi personali ostacoli e barriere createsi nel tempo.

Torniamo ancora alla parola di Dio, alla Lettera agli Ebrei 4,12 dove si dice che la parola di Dio è viva ed efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio.

Come la voce diventa Parola incarnata?

Come la voce assume questa sacralità, questa valenza, questo potere? Affinché diventi questa spada tagliente a doppio taglio, è davvero importante che essa coinvolga con quello che dice chi ascolta? Si pensa mai di attribuire una consistenza ed una importanza così determinante alla voce in questo senso?

Eppure Dio ha dato all’uomo, annunciatore della Buona Notizia del Vangelo, questa grande possibilità, quella di rendere possibile che si dia un Avvenimento, un Avvenimento con la A maiuscola.

L’Avvenimento che la Parola, uscita dal seno del Padre, plana sull’umanità dispersa, la raccoglie dai quattro venti e la riunisce nell’unità, facendola risuonare viva, ancora oggi, nella vita di tutte le persone!

Per questo “la voce che grida nel deserto dell’esistenza umana” deve risuonare nei nostri tempi non come qualcosa che è passato, o che si è udita tantissimi anni fa, e che non ha valore, ma come un’entità davvero significativa, attuale e contemporanea, che continua a far udire questo grido intenso d’amore per l’uomo e per ogni tipo di deserto che attraversa oggi.

Se riusciamo a conferirle questo senso di sacro, facciamo senz’altro un enorme passo avanti; infatti, non basta essere pieni di contenuti da dire, bisogna avere una forma di esposizione idonea quando ci si presenta davanti all’Assemblea: è poco ammissibile presentarsi ad annunciare questo avvenimento, questa Parola, con difetti gravi di pronuncia, con un’estetica inappropriata, come abbiamo già detto, con mancanza di autorevolezza, per non sottolineare le dinamiche che occorre studiare per fare della vocalità un canale di trasmissione che vuole incarnarsi seriamente attraverso i predicatori e gli araldi del Vangelo.

Non ultimo, ritorno a dire, l’estetica, la cura dell’aspetto esteriore che, in questi tempi dove è diffuso l’uso dei media e dei social, è rilevante per testimoniare la bellezza di un popolo risorto che deve far presente Gesù Cristo.

Certamente il compito dell’evangelizzatore è immenso, è difficile, ma San Paolo lo ha definito come il dovere più grande di ogni Cristiano, dal momento che la predicazione è il cuore dell’evangelizzazione, è un dovere che la Chiesa e i Cristiani possono e devono compiere in modi differenti.

Evangelizzare, nella sua accezione, ha un ricco significato, molto ampio, ma sicuramente riassume l’intera missione della Chiesa nel realizzare la “Traditio Evangelii”, l’annuncio e la trasmissione del Vangelo.

Annunciare, predicare, significa anche lodare, celebrare, rendere il messaggio vivo ed efficace con tutte le proprie forze, realizzare lo “Shemà” in pienezza.

Sei convincente nel trasmettere la giusta autorevolezza a questa Parola?

O ti tornano in mente i suggerimenti disfattisti che avevamo elencato nei capitoli precedenti e pensi che, essendo una persona con tanti difetti, ti concedi uno sconto sul pronunciare male certi termini, certe frasi della lettura, tanto fa lo stesso, dal momento che i primi discepoli erano semplici uomini e non andavano a scuola di dizione? Fa lo stesso, se non cerco di stare attento ai miei atteggiamenti esteriori, alla mia postura, al mio modo di vestire con dignità, perché tanto, l’importante è che la Parola sia al primo posto e il resto conta poco!

È poco importante se non cerco di curarmi anche in certi dettagli? Tanto l’importante è quello che si comunica, è Dio che opera e non sei tu il protagonista!

 

man kneeling in front of wooden cross

Sicuramente Dio viene al primo posto, ma si serve di te per raggiungere gli altri, quindi, non trascurarsi vale quanto l’impegno che metti nello svolgere il compito che ti è stato assegnato!

Devi sempre cercare di specchiarti, di riflettere il meglio di te, di progredire e di migliorarti: non si può essere uno strumento stonato che intona una melodia che non rispecchia la sinfonia meravigliosa che Dio ha creato e vuole continuare a far ascoltare agli uomini.

Bisogna essere all’altezza del compito e migliorare… Sì, migliorare si può, si deve, proprio per avvalorare il grande compito che qualsiasi annunciatore della Parola si trova a svolgere!

Essere perfetti come perfetto è il Padre che è nei cieli!

Dice il Salmo 105,1-2:

Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere. A lui cantate, a lui inneggiate, meditate tutte le sue meraviglie”.

La sua Parola, dunque, è davvero efficace quando opera e non ritorna indietro vuota, ma produce i suoi frutti dovunque viene annunciata: che cosa infatti è impossibile a chi crede, che cosa è impossibile a chi ama?

Quando parla, questa Parola, le sue parole trapassano il cuore come gli acuti dardi scagliati da un eroe che penetrano tanto dentro da raggiungere le intimità segrete dell’anima.

Più sei spoglio e vuoto interiormente, più ti fai contenitore ricco di Dio, più Lui riempie tutto il tuo essere, le tue viscere e ti fa essere bocca del suo messaggio.

Nel libro dei Salmi c’è scritto (Salmo 29,3-9):

La voce del Signore è sopra le acque,

tuona il Dio della gloria,

il Signore sulle grandi acque.

La voce del Signore è forza,

la voce del Signore è potenza.

La voce del Signore schianta i cedri,

schianta il Signore i cedri del Libano.

Fa balzare come un vitello il Libano,

e il monte Sirion come un giovane bufalo.

La voce del Signore saetta fiamme di fuoco,

la voce del Signore scuote il deserto,

scuote il Signore il deserto di Kades.

La voce del Signore provoca le doglie alle cerve

e affretta il parto delle capre.

Nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!»”.

Queste parole del salmista, confermano le parole di Geremia ed Ezechiele e fanno intendere cosa accade quando Dio si presenta e parla con la sua voce grandiosa, autorevole!

Anche il profeta Isaia al capitolo 33,3 dice: “Alla voce del tuo fragore fuggono i popoli, quando t’innalzi si disperdono le nazioni”.

Quindi viene descritta la voce di Dio come una voce che tuona, la voce di Dio si distingue per un timbro tuonante.

Dunque, c’è coerenza tra l’Antico e il Nuovo Testamento che Dio ha un timbro di voce maestoso e questo viene descritto diverse volte in termini molto chiari.

San Gregorio di Nissa commenta la vocazione di Mosè in Esodo 3,2-22:

Fu nel tempo in cui si trovava nel deserto che, secondo la testimonianza della storia, Dio gli si manifestò in modo miracoloso. Un giorno, in pieno pomeriggio, fu colpito da una luce così intensa che superava quella del sole è quasi lo accecò. L’insolito fenomeno, pur avendolo sbalordito, non gli impedì di levare gli occhi verso la cima del monte, dove vide un chiarore di fuoco attorno a un cespuglio, i cui rami però continuavano a restare verdi anche in mezzo alle fiamme, come se fossero coperti di rugiada. A quella vista Mosè esclamò: “Andrò a vedere questa grande visione” (Esodo 3,3) e mentre pronunciava queste parole avvertì che il chiarore del fuoco raggiungeva contemporaneamente e incredibilmente tanto i suoi occhi come il suo udito. Da quelle fiamme avvampanti vennero infatti a lui come due grazie diverse: l’una, attraverso la luce, dava vigore agli occhi, l’altra, faceva risuonare alle orecchie ordini santi. La voce proveniente dal chiarore ingiunse a Mosè di levare i calzari e salire a piedi nudi verso il luogo in cui splendeva la luce divina.

La voce proveniente dal chiarore, comandò a Mosè, dunque, di non accedere al monte appesantito dai calzari fatti di pelle morta, come a dire che al mistero ci si deve accostare non con pelle morta i calzari, ma con pelle viva. Siamo chiamati ad entrare nella terra santa delle relazioni a piedi nudi: occorre nudità di piedi e di anima, delicatezza e massimo rispetto per ascoltare l’altro nella sua diversità e unicità, occorre entrare a piedi nudi e come su carboni ardenti nel mondo interiore del ministero di cura personale” (Tratto dai Percorsi biblici del “prendersi cura” edizioni La Cittadella).

 

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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Primo Maggio-Festa del Lavoro

Primo Maggio-Festa del Lavoro

PRIMO MAGGIO: SANT’ESCRIVÀ E IL LAVORO DA SANTIFICARE

Un’occasione per rileggere le parole del santo Josemaría Escrivá, de Balaguer fondatore dell’Opus Dei, canonizzato nel 2002 da Papa Giovanni Paolo II.

Come santificare il lavoro quotidiano.

“Se mi dicono che Tizio è un buon cristiano,  ma un cattivo calzolaio, che me ne faccio? Se non si sforza di imparare bene il suo mestiere, o di esercitarlo con cura, non potrà santificarlo né offrirlo al Signore; perché la santificazione del lavoro quotidiano è il cardine della vera spiritualità per tutti noi che — immersi nelle realtà terrene — siamo decisi a coltivare un intimo rapporto con Dio”.

 Raccontava così Josemaría Escrivá, de Balaguer fondatore dell’Opus Dei  canonizzato nel 2002 da papa Giovanni Paolo II. A molti il primo maggio festa del lavoro viene in mente tutta la sua predicazione sul lavoro e la santificazione del lavoro. Non a caso l’Opus Dei contribuisce affinchè “persone di tutte le razze e condizioni, cerchino di amare e servire Dio e gli altri attraverso il loro lavoro”. Sono numerosissimi gli insegnamenti sul lavoro del santo che affermava “Chi pensasse che la vita soprannaturale si edifica volgendo le spalle al lavoro, non comprenderebbe la nostra vocazione; per noi infatti il lavoro è il mezzo specifico di santificazione” .
Scegliere tra le sue parole sull’impegno quotidiano di uomini e donne è un percorso difficile ma al contempo entusiasmante per lo sguardo nuovo e vivificante  che regalano sulle fatiche, le ripetitività, i fallimenti che ognuno vive nelle proprie giornata lavorative.   “Noi vediamo nel lavoro, nella nobile fatica creatrice degli uomini”, diceva, “non solo uno dei valori umani più elevati, lo strumento indispensabile per il progresso della società e il più equo assetto dei rapporti degli uomini, ma anche un segno dell’amore di Dio per le sue creature e dell’amore degli uomini fra di loro e per Dio: un mezzo di perfezione, un cammino di santità.”

Ma vi proponiamo altri pensieri per imparare ad  alzare lo sguardo dal livello orizzontale della vita di tutti i giorni e coniugarla con il Bene che aiuta ad impegnarsi con occhi nuovi. Un compito difficile, forse irraggiungibile, ma che dà nuovo senso alla vita:

È tempo che i cristiani dicano ben forte che il lavoro è un dono di Dio e che non ha alcun senso dividere gli uomini in categorie diverse secondo il tipo di lavoro; è testimonianza della dignità dell’uomo. (E’ Gesù che passa n.47). 

 • Davanti a Dio, nessuna occupazione è di per sé grande o piccola. Ogni cosa acquista il valore dell’Amore con cui viene realizzata. (Solco, n.487).

    Siamo venuti a richiamare di nuovo l’attenzione sull’esempio di Gesù che visse trent’anni a Nazaret lavorando, svolgendo un mestiere. Nelle mani di Gesù il lavoro, un lavoro professionale simile a quello di milioni di uomini in tutto il mondo, si converte in impresa divina, in attività redentrice, in cammino di salvezza. (Colloqui con Monsignor Josemaría Escrivà de Balaguer, n.55). 

 Lì dove sono gli uomini vostri fratelli, lì dove sono le vostre aspirazioni, il vostro lavoro, lì dove si riversa il vostro amore, quello è il posto del vostro quotidiano incontro con Cristo. Dio vi chiama per servirlo nei compiti e attraverso i compiti civili, materiali, temporali della vita umana: in un laboratorio, nella sala operatoria di un ospedale, in caserma, dalla cattedra di un’università, in fabbrica, in officina, sui campi, nel focolare domestico e in tutto lo sconfinato panorama del lavoro. (Omelia: Amare il mondo appassionatamente).

 Fate tutto per Amore. – Così non ci sono cose piccole: tutto è grande. – La perseveranza nelle piccole cose, per Amore, è eroismo. (Cammino, n.813).

  Insisto: nella semplicità del tuo lavoro ordinario, nei particolari monotoni di ogni giorno, devi scoprire il segreto – nascosto per tanti – della grandezza e della novità: l’Amore. (Solco, n.489).

    Non possiamo offrire al Signore cose che, pur con le povere limitazioni umane, non siano perfette, senza macchia, compiute con attenzione anche nei minimi particolari: Dio non accetta le raffazzonature. Non offrirete nulla con qualche difetto, ammonisce la Sacra Scrittura, perché non sarebbe gradito [Lv 22, 20], Pertanto, il lavoro di ciascuno, il lavoro che impiega le nostre giornate e le nostre energie, dev’essere un’offerta degna per il Creatore, operatio Dei, lavoro di Dio e per Dio: in una parola, dov’essere un’opera completa, impeccabile. (Amici di Dio n.55)

Vivi la tua vita ordinaria, lavora dove già sei, adempi i doveri del tuo stato, e compi fino in fondo gli obblighi corrispondenti alla tua professione o al tuo mestiere, maturando, migliorando ogni giorno. Sii leale, comprensivo con gli altri, esigente verso te stesso. Sii mortificato e allegro. Sarà questo il tuo apostolato. E senza che tu ne comprenda il perché, data la tua pochezza, le persone del tuo ambiente ti cercheranno e converseranno con te in modo naturale, semplice — all’uscita dal lavoro, in una riunione di famiglia, nell’autobus, passeggiando, o non importa dove —: parlerete delle inquietudini che si trovano nel cuore di tutti, anche se a volte alcuni non vogliono rendersene conto. Le capiranno meglio quando cominceranno a cercare Dio davvero. (Amici di Dio n.273).     Tutto ciò in cui interveniamo noi, piccoli uomini – perfino la santità – è un tessuto di piccole cose, le quali – secondo la rettitudine d’intenzione – possono formare un arazzo splendido d’eroismo o di bassezza, di virtù o di peccato. I poemi epici riferiscono sempre avventure straordinarie, mescolate tuttavia a particolari di vita domestica dell’eroe. – Possa tu sempre tenere in gran conto – linea retta! – le piccole cose.(Cammino, n.826).

   Pensate che con il vostro lavoro professionale svolto con senso di responsabilità, oltre a sostenervi economicamente, prestate un servizio direttissimo allo sviluppo della società, alleggerite i pesi degli altri e mantenete tante opere assistenziali — locali e universali — a beneficio delle persone e dei popoli meno fortunati. (Amici di Dio n.120). • Quando avrai terminato il tuo lavoro, fa’ quello del tuo fratello, aiutandolo, per Cristo, con tale spontanea delicatezza che egli non avverta neppure che stai facendo più di quanto devi secondo giustizia. – Questa sì che è fine virtù di un figlio di Dio. (Cammino, n.440).

COME POSSIAMO SANTIFICARE IL LAVORO E SANTIFICARCI NEL LAVORO?

Opus Dei: Come possiamo santificare il lavoro e santificarci nel lavoro?
https://www.famigliacristiana.it/articolo/un-lavoro-da-santificare.aspx
Santa Caterina da Siena

Santa Caterina da Siena

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. La Chiesa ci mostra oggi Caterina da Siena. La sua storia ci insegna che nella vita non servono tanti anni per lasciare il segno, ma basta riempire ogni giorno con qualcosa di grande. La sua sapienza, riconosciuta nei Titoli di Patrona d’Italia e d’Europa e Dottore della Chiesa, non era tanto frutto dei libri ma della preghiera. Ha combattuto battaglie nella società civile e nella Chiesa, l’ha fatto con determinazione e tenacia, non per affermare il suo valore o una sua idea ma la verità.
Impariamo da Caterina a piegare le ginocchia davanti a Dio e a stare dritti davanti agli uomini, testimoni e difensori della verità e della giustizia.
“Non accontentatevi delle piccole cose.
Dio le vuole grandi. Mt 11,25-30
Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia”
Caterina da Siena – la ricordiamo oggi 29 aprile.

«Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia»: queste alcune delle parole che hanno reso questa santa, patrona d’Italia, celebre. Nata nel 1347 Caterina non va a scuola, non ha maestri. I suoi avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua “cella” di terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero). La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. Li chiameranno “Caterinati”. Lei impara a leggere e a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a donne di casa e a regine, e pure ai detenuti. Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d’Italia con Francesco d’Assisi.

Patronato: Italia, Europa (Giovanni Paolo II, 1/10/99)

Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco

Emblema: Anello, Giglio

Martirologio Romano: Festa di Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, che, preso l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, si sforzò di conoscere Dio in se stessa e se stessa in Dio e di rendersi conforme a Cristo crocifisso; lottò con forza e senza sosta per la pace, per il ritorno del Romano Pontefice nell’Urbe e per il ripristino dell’unità della Chiesa, lasciando pure celebri scritti della sua straordinaria dottrina spirituale.

Quando si pensa a santa Caterina da Siena vengono in mente tre aspetti di questa mistica nella quale sono stati stravolti i piani naturali: la sua totale appartenenza a Cristo, la sapienza infusa, il suo coraggio. I due simboli che caratterizzano l’iconografia cateriniana sono il libro e il giglio, che rappresentano rispettivamente la dottrina e la purezza. L’insistenza dell’iconografia antica sui simboli dottrinali e soprattutto il capolavoro de Il Dialogo della Divina Provvidenza (ovvero Libro della Divina Dottrina), l’eccezionale Epistolario e la raccolta delle Preghiere sono stati decisivi per la proclamazione a Dottore della Chiesa di santa Caterina, avvenuta il 4 ottobre 1970 per volere di Paolo VI (1897-1978), sette giorni dopo quella di santa Teresa d’ Avila (1515-1582).
Caterina (dal greco: donna pura) vive in un momento storico e in una terra, la Toscana, di intraprendente ricchezza spirituale e culturale, la cui scena artistica e letteraria era stata riempita da figure come Giotto (1267-1337) e  Dante (1265-1321), ma, contemporaneamente, dilaniata da tensioni e lotte fratricide di carattere politico, dove occupavano spazio preponderante le discordie fra guelfi e ghibellini.
La vita

Nasce a Siena nel rione di Fontebranda (oggi Nobile Contrada dell’Oca) il 25 marzo 1347: è la ventiquattresima figlia delle venticinque creature che Jacopo Benincasa, tintore, e Lapa di Puccio de’ Piacenti hanno messo al mondo. Giovanna è la sorella gemella, ma morirà neonata. La famiglia Benincasa, un patronimico, non ancora un cognome, appartiene alla piccola borghesia. Ha solo sei anni quando le appare Gesù vestito maestosamente, da Sommo Pontefice, con tre corone sul capo ed un manto rosso, accanto al quale stanno san Pietro, san Giovanni e san Paolo. Il Papa si trovava, a quel tempo, ad Avignone e la cristianità era minacciata dai movimenti ereticali.
Già a sette anni fece voto di verginità. Preghiere, penitenze e digiuni costellano ormai le sue giornate, dove non c’è più spazio per il gioco. Della precocissima vocazione parla il suo primo biografo, il beato Raimondo da Capua (1330-1399), nella Legeda Maior, confessore di santa Caterina e che divenne superiore generale dell’ordine domenicano; in queste pagine troviamo come la mistica senese abbia intrapreso, fin da bambina, la via della perfezione cristiana: riduce cibo e sonno; abolisce la carne; si nutre di erbe crude, di qualche frutto; utilizza il cilicio…
Proprio ai Domenicani la giovanissima Caterina, che aspirava a conquistare anime a Cristo, si rivolse per rispondere alla impellente chiamata. Ma prima di realizzare la sua aspirazione fu necessario combattere contro le forti reticenze dei genitori che la volevano coniugare. Aveva solo 12 anni, eppure reagì con forza: si tagliò i capelli, si coprì il capo con un velo e si serrò  in casa. Risolutivo fu poi ciò che un giorno il padre vide: sorprese una colomba aleggiare sulla figlia in preghiera. Nel 1363 vestì l’abito delle «mantellate» (dal mantello nero sull’abito bianco dei Domenicani); una scelta anomala quella del terz’ordine laicale, al quale aderivano soprattutto donne mature o vedove, che continuavano a vivere nel mondo, ma con l’emissione dei voti di obbedienza, povertà e castità.
Caterina si avvicinò alle letture sacre pur essendo analfabeta: ricevette dal Signore il dono di saper leggere e imparò anche a scrivere, ma usò comunque e spesso il metodo della dettatura.
Al termine del Carnevale del 1367 si compiono le mistiche nozze: da Gesù riceve un anello adorno di rubini. Fra Cristo, il bene amato sopra ogni altro bene, e Caterina viene a stabilirsi un rapporto di intimità particolarissimo e di intensa comunione, tanto da arrivare ad uno scambio fisico di cuore. Cristo, ormai e in tutti i sensi, vive in lei (Gal 2,20).
Ha inizio l’intensa attività caritatevole a vantaggio dei poveri, degli ammalati, dei carcerati e intanto soffre indicibilmente per il mondo, che è in balia della disgregazione e del peccato; l’Europa è pervasa dalle pestilenze, dalle carestie, dalle guerre: «la Francia preda della guerra civile; l’Italia corsa dalle compagnie di ventura e dilaniata dalle lotte intestine; il regno di Napoli travolto dall’incostanza e dalla lussuria della regina Giovanna; Gerusalemme in mano agli infedeli, e i turchi che avanzano in Anatolia mentre i cristiani si facevano guerra tra loro» (F. Cardini, I santi nella storia, San Paolo, Cinisello Balsamo -MI-, 2006, Vol. IV, p. 120). Fame, malattia, corruzione, sofferenze, sopraffazioni, ingiustizie…

Le lettere

Le lettere, che la mistica osa scrivere al Papa in nome di Dio, sono vere e proprie colate di lava, documenti di una realtà che impegna cielo e terra. Lo stile, tutto cateriniano, sgorga da sé, per necessità interiore: sospinge nel divino la realtà contingente, immergendo, con una iridescente e irresistibile forza d’amore, uomini e circostanze nello spazio soprannaturale. Ecco allora che le sue epistole sono un impasto di prosa e poesia, dove gli appelli alle autorità, sia religiose che civili, sono fermi e intransigenti, ma intrisi di materno sentire: «Delicatissima donna, questo gigante della volontà; dolcissima figlia e sorella, questo rude ammonitore di Pontefici e di re; i rimproveri e le minacce che ella osa fulminare sono compenetrati di affetto inesausto» (G. Papàsogli, Caterina da Siena, Fabbri Editori RCS, Milano 2001, p. 201). Usa espressioni tonanti, invitando alla virilità delle scelte e delle azioni, ma sa essere ugualmente tenerissima, come solo uno spirito muliebre è in grado di palesare.
La poesia di colei che scrive al Papa «Oimé, padre, io muoio di dolore, e non posso morire» è costituita da sublimi altezze e folgoranti illuminazioni divine, ma nel contempo, conoscendo che cosa sia il peccato e dove esso conduca, tocca abissi di indicibile nausea, perché Caterina intinge il pensiero nell’inchiostro della realtà tutta intera, quella fatta di bene e male, di angeli e demoni, di natura e sovranatura, dove il contingente si incontra e si scontra nell’Eterno.

Per la causa di Cristo
Una brulicante «famiglia spirituale», formata da sociae e socii, confessori e segretari, vive intorno a questa madre che pungola, sostiene, invita, con forza e senza posa, alla Causa di Cristo, facendo anche pressioni, come pacificatrice, su casate importanti come i Tolomei, i Malavolti, i Salimbeni, i Bernabò Visconti…
Lotte con il demonio, levitazioni, estasi, bilocazioni, colloqui con Cristo, il desiderio di fusione in Lui e la prima morte di puro amore, quando l’amore ebbe la forza della morte e la sua anima fu liberata dalla carne… per un breve spazio di tempo.
I temi sui quali Caterina pone attenzione sono: la pacificazione dell’Italia, la necessità della crociata, il ritorno della sede pontificia a Roma e la riforma della Chiesa. Passato il periodo della peste a Siena, nel quale non sottrae la sua attenta assistenza, il 1° aprile del 1375, nella chiesa di Santa Cristina, riceve le stimmate incruente. In quello stesso anno cerca di dissuadere i capi delle città di Pisa e Lucca dall’aderire alla Lega antipapale promossa da Firenze che si trovava in urto con i legati pontifici, che avrebbero dovuto preparare il ritorno del Papa a Roma. L’anno seguente partì per Avignone, dove giunse il 18 giugno per incontrare Gregorio XI (1330–1378), il quale, persuaso dall’intrepida Caterina, rientrò nella città di san Pietro il 17 gennaio 1377. L’anno successivo morì il Pontefice e gli successe Urbano VI (1318–1389), ma una parte del collegio cardinalizio gli preferì Roberto di Ginevra, che assunse il nome di Clemente VII (1342– 1394, antipapa), dando inizio al grande scisma d’Occidente, che durò un quarantennio, risolto al Concilio di Costanza (1414-1418) con le dimissioni di Gregorio XII (1326–1417), che precedentemente aveva legittimato il Concilio stesso, e l’elezione di Martino V (1368–1431), nonché con le scomuniche degli antipapi di Avignone (Benedetto XIII, 1328–1423) e di Pisa (Giovanni XXIII, 1370–1419).
All’udienza generale del 24 novembre 2010 Benedetto XVI ha affermato, riferendosi proprio a santa Caterina: «Il secolo in cui visse – il quattordicesimo – fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento».
Amando Gesù («O Pazzo d’amore!»), che descrive come un ponte lanciato tra Cielo e terra,  Caterina amava i sacerdoti perché dispensatori, attraverso i Sacramenti e la Parola, della forza salvifica. L’anima di colei che iniziava le sue cocenti e vivificanti lettere con «Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo», raggiunge la beatitudine il 29 aprile 1380, a 33 anni, gli stessi di Cristo, nel quale si era persa per ritrovare l’autentica essenza.

Chiostro S. Caterina da Siena

Autore: Cristina Siccardi

Idea Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it

9 – La persona, la creatura umana al centro dell’amore di Dio

9 – La persona, la creatura umana al centro dell’amore di Dio

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

 

Salmo 8, 5-7

Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,

il figlio dell’uomo, perché te ne curi?

Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,

di gloria e di onore lo hai coronato.

Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,

tutto hai posto sotto i suoi piedi”.

Così dice il Salmo, e così l’uomo deve prendersi cura di se stesso e del creato.

Essere catechista, essere annunciatore, essere proclamatore della parola di Dio, significa anche prendersi cura di se stessi, per quanto possibile, per riportare la bellezza a vantaggio del prossimo.

In un capitolo precedente suggerivamo di come sia necessario registrarsi, e riascoltare la propria voce mentre si declama un passo, approfondendo meglio alcune sezioni per diventare, un pò alla volta, dei seri professionisti.

Certo, quasi mai ci registriamo mentre parliamo: tutt’al più, attraverso la messaggistica contemporanea, possiamo riascoltare messaggi vocali che rimandano alla nostra voce, ma non siamo educati a registrare la nostra vocalità per poterla analizzare e correggere!

Ci disturbiamo delle critiche che altre persone ci rivolgono a proposito del nostro timbro, che sia brutto, che sia bello, che sia squillante o balbuziente, opaco o suadente, ma raramente ne facciamo oggetto profondo di studio e di analisi per migliorare o cambiare qualcosa!

Abbiamo parlato di come pronunciare la Parola con enfasi, dolcezza, autorevolezza, stile colloquiale, con le varie modulazioni della voce, ma prima di proseguire e addentrarci particolarmente sul linguaggio e sulla maniera espressiva della lettura, dobbiamo andare ad analizzare le caratteristiche della vocalità.

Ogni voce è un canale di comunicazione importantissimo e, a seconda della voce che usi, sappi che anche il tuo messaggio può cambiare, perché la voce dice immediatamente chi sei: la voce trasferisce il tuo valore, la tua personalità, il tuo stile, la tua cultura, in definitiva, il tuo carisma.

Abbiamo visto che ci sono anche delle barriere, dei limiti che impediscono che la nostra voce possa uscire in modo fluido, impedendo che il messaggio si presenti chiaro a chi ascolta. Se non usiamo bene la voce, fondamentalmente, non possiamo usare neanche noi stessi, il nostro modo di approcciarsi agli altri.

Prendiamo in considerazione la postura del nostro corpo, il nostro modo di porci davanti all’Assemblea, in pubblico.

Siamo rigidi? Si nota all’esterno questo modo di essere, visivamente parlando, contratti, con la mascella ingessata, poco elastica?

Avete quella contrattura a livello di bocca, di viso, di articolazione delle labbra, di collo, quella fastidiosa sensazione di rigidità muscolare, cioè, che non vi permette di incedere fluidi nel discorso che state per fare?

Ecco, questi traumi, queste problematiche che producono tali effetti, sono innanzitutto dentro di noi e dovrebbero essere opportunamente rimosse per raggiungere una certa scioltezza anche fisica mentre parliamo.

Pensate che questi ostacoli possono arrivare a cambiare persino la timbrica, il suono, lo spessore della stessa voce, per questo è molto importante intervenire nella nostra emotività per sbloccare le nostre emozioni e far sì che questa parola che esce attraverso la nostra bocca, possa essere un discorso fluido ben organizzato.

Anche se le regole comportamentali che si adottano nei semplici corsi di dizione, a volte, sono importanti, non riescono ad essere sufficienti a sbloccare la nostra situazione emotiva interiore.

Occorre realizzare un piano ben strutturato per chi si approccia alla scoperta della voce: essa va in qualche modo analizzata, trasformata, modificata, perché una cosa è utilizzare una bella voce e un’altra cosa utilizzare una voce che ha delle “stonature” nella propria modulazione!

È necessario il processo di scoperta della propria voce, educare il nostro orecchio ad ascoltare quello che nella voce potrebbe essere cambiato oppure migliorato.

Vorrei chiedere ancora:

ti sei mai sentito a disagio nelle conversazioni con gli altri?

Perché potrebbe succedere che durante una chiacchierata anche amichevole con colleghi di lavoro, amici, in qualche festa, in eventi semplici in famiglia, o anche molte volte dovendo argomentare in una catechesi, nell’esposizione di un’omelia rivolta all’Assemblea, non so se hai fatto caso a questo impaccio emotivo e ti sarai chiesto come mai succede questo?

Ad un certo punto ti sei trovato in difficoltà per proseguire una certa conversazione, un certo discorso.

Quali strane dinamiche sono intervenute? Potresti aver sentito uno strano imbarazzo nell’esporre un argomento, parlando ti sei sentito impacciato, oppure non sei riuscito a sintonizzarti con le persone, con la platea che avevi davanti, con il pubblico….

Magari ti sei sentito irrigidito all’improvviso, come un blocco psicologico, hai tentato di sorridere, dimostrarti interessato a quello che stavi dicendo, ma in realtà hai perso il focus anche dell’argomento e quindi ti sarai sentito paralizzato in una strana dimensione e avrai visto che anche le persone che ti stavano ascoltando e stavano seguendo qualcosa di importante che stavi dicendo, poi hanno perso un pò la bussola, si sono deconcentrate, oppure hanno trovato il tuo discorso noioso.

Dunque, è importante avere padronanza con la propria voce e con il proprio corpo attraverso dei semplici esercizi di respirazione, inspirazione, rilassamento, come è stato suggerito prima, anche con qualche minuto di concentrazione e silenzio prima di dedicarsi a declamare un’orazione, un salmo, leggere una lettura, fare una catechesi.

A bloccarci, molto spesso, può essere anche la paura del giudizio degli altri. La cosa che più ci può spaventare e che può evolvere in una situazione molto terrorizzante è la critica che percepiamo dalle persone.

Il parere degli altri ci può spaventare molto più delle nostre idee, esporci al giudizio altrui, potrebbe essere una delle più grandi demotivazioni che ci conducono all’ansia, e all’inibizione.

La nostra voce può correre il rischio di non farsi conoscere per come è realmente, e restare ingabbiata dentro la corazza che mostriamo esteriormente nel tentativo di difendersi dalle critiche esterne.

Ci nascondiamo e ci eclissiamo davanti al parere che le persone possono esprimere su di noi; possono venire a galla tutte le nostre caratteristiche di debolezza, e prendere il sopravvento su quelle più forti.

Questa spirale negativa ci conduce rapidamente ad avere sentimenti di sfiducia e mancanza di stima; tutto quello che ne consegue, anche l’omelia, anche un discorso, una lettura, una catechesi che devi esporre, possono poi scadere e far perdere l’interesse agli altri, possono condurci ad un calo di tono e di capacità espressiva e le persone che erano attente fino a quel momento possono deconcentrarsi e perdere l’interesse verso quello che la nostra voce stava esponendo.

Quindi, capite bene, come sia importante avere il controllo della propria emotività e gestire bene la propria voce e il proprio corpo.

Un argomento interessante potrebbe essere quello che riguarda la varietà di tonalità delle voci, passare, cioè, mentre si legge, mentre si tiene un discorso, da una modulazione di tono alto a quello medio, a quello basso, al fine di rendere la nostra voce fluida, interessante, ma anche priva di quel “monotono tono” che qualcuno usa spesso senza accorgersene. Si rischia di annoiare l’ascoltatore perché parliamo sempre con lo stesso suono, con lo stesso intercalare.

Dobbiamo sapere che ognuno di noi porta dentro “un suono”, un canto, una melodia, anche stonata che sia o poco armoniosa, che usa quando sta al telefono, quando parla normalmente, quando prega, quando parla ad alta voce, quando canta.

Tutti quanti abbiamo come una “tonalità nella voce”, anche se non facciamo i cantanti, c’è una certa sonorità, una certa musicalità nel modo in cui noi ci relazioniamo che può essere anche modificata con qualche accorgimento per rendere tutto più bello e armonioso.

Sono convinta che non siamo abituati ad ascoltarci a sufficienza e se non prendiamo provvedimenti in tempo, non solo corriamo il pericolo di stancare, di annoiare, ma anche di sprecare questo dono meraviglioso ed unico che è la voce.

Diamo l’importanza che merita alla vocalità, cercando anche di giocare con i toni, renderli variegati, passare da un tono all’altro quando il contesto della lettura lo richiede; per questo abbiamo parlato anche di una voce che cambia tonalità, che cambia dimensioni, espressione e ci dà, nel momento in cui emettiamo questi suoni, la dimensione anche personale e cognitiva del nostro essere.

In poche parole ci fa essere, mentre quando lo Spirito Santo che è in noi per il battesimo, la proclama sotto forma di Parola, ci fa vivere e fa vivere chi l’ascolta.

La possiamo chiamare un pò come la “giostra delle voci”, questa altalena vocale, come una melodia cangiante che vivacizza il nostro modo di esprimerci, tante espressioni, tante note, tanti colori che ci aiutano a rendere vivo l’ascolto e a liberare inconsciamente quello stato di rigidità e inflessibilità che ci portiamo spesso dentro.

 

man kneeling in front of wooden cross

Ritrovare il gioco che facciamo all’esterno:

ritrovare quel gioco dentro la nostra vita, dentro noi, in quella parte più nascosta, più profonda, dove andare a ripescare proprio una voglia di gioco, una voglia di rimettersi in discussione, quasi un innocenza primordiale che tutti quanti abbiamo avuto e che portiamo dentro di noi ma che poi, con l’andare del tempo, è andata persa.

Proprio perché abbiamo a che fare con la serietà della parola di Dio da proclamare, questo gioco della “giostra delle voci” serve, al contrario, a non prenderci troppo sul serio, anche se molto serio è il compito che ci aspetta di annunciatori, ma riesce a ridimensionare anche il nostro atteggiamento di sentirci sempre al di sopra delle cose, al di sopra delle situazioni, molte volte anche al di sopra degli altri.

Ricordandoci sempre di essere dei servi inutili, possiamo adottare questa semplicità di bambini che si affidano al Signore e, allo stesso tempo, rendono professionale il loro carisma all’interno dei ministeri.

Affinché questa voce sia più bella possibile nei nostri discorsi, nelle nostre orazioni, dovremmo cercare di giocare, di mettere in discussione la nostra vocalità, di esaminare a fondo questa voce, di usare questo gioco delle tonalità, ma non tanto con l’espressione di vocaboli più o meno arguti, quanto proprio con una modulazione che rimanda a “un’innocenza primordiale” che dobbiamo andare a ripescare dentro di noi.

Se facciamo questo “gioco liberante” forse riusciremo ad evitare di parlare… così… in modo a volte troppo accademico, a volte troppo rigido, a volte troppo didascalico, o sembrare come dei maestri “eccelsi” che usano la voce sempre in modo perentorio, o con una una tonalità che incute paura, che induce soffocamento, che incute rigidità; o, al contrario, essere troppo mielosi, sdolcinati, eterei, lenti nel parlare, prolissi nel chiudere una frase, ripetitivi nei concetti, eccessivamente intimisti e ripiegati in se stessi.

Tutto può scatenare negli altri che ascoltano, lo stesso stato che viene generato con la medesima modulazione di voce o la stessa intenzione; quindi è importante, a seconda di cosa leggeremo, di cosa studieremo, di cosa proclameremo, di meditare prima su questi argomenti.

Cerchiamo di ambientarci prima nella lettura che andremo a fare: questo esercizio di scioglimento interiore, di riflessione, di allenamento con la respirazione, consente una buona preparazione.

Meditare qualche minuto, concentrarsi anche sulla propria essenza, sulla propria interiorità, su questo mondo dove vive quel bambino che c’è sempre stato e che in un modo o nell’altro abbiamo soffocato e non riusciamo a riscoprire più, quindi, è molto importante!.

Non dimentichiamo mai di riscoprire il bambino che è in ciascuno di noi, la semplicità di lasciarci sorprendere dalle emozioni, provando a liberarci dai condizionamenti esterni e interni, di emozionarsi ogni volta in un modo diverso, anche se le letture ci possono sembrare ripetitive, e ascoltate mille volte.

Queste sembrano non risuonare più al nostro interno, a poco a poco perdono di interiorità, lucidità, accusano l’usura del tempo, degli anni, non rimbalzano nei cuori con la medesima energia di una volta, ci pare siano dei racconti lontani, distanti, rimbalzano come una pallina su di un muro di gomma e, quel che è peggio, non raggiungono le persone, non scavano dentro di loro quel solco necessario al seme della parola di Dio.

Donarsi, non difendersi davanti alle emozioni,

ai colori, ai sensi, all’emotività.

Come puoi pensare di avere una voce che si modula bene, che vibra, emotiva, se prima non liberi queste zone nascoste che sono dentro di te?

Al nostro interno si muovono colori, sensazioni, fantasie, gioco, creatività; perché questi sentimenti possano poi affiorare fuori, nel mondo e quindi raggiungere come delle onde vibrazionali, le persone che, attraverso le orecchie, ricevono queste emozioni, questo messaggio, attraverso la tua voce, è importante, come abbiamo detto, che ci riapriamo a questa dimensione del mondo originale interiore, innocente, in un certo senso, libero.

Le nostre emozioni devono avere la possibilità di fluire all’esterno, la nostra voce deve divenire una voce liberata che sappia accogliere, interrogare, smuovere, mettere in movimento, instaurare ponti di dialogo, di vivacità, di desiderio di accendere la persona che abbiamo davanti e che ti ascolta!

I nostri discorsi devono riacquistare sapore, regalare vitalità, mettere, curiosità, perché, dal modo in cui parliamo, la persona che abbiamo davanti viene come catturata da questa voce carismatica e si risveglia automaticamente nel suo subconscio.

Anche se l’ascoltatore resta muto, al suo interno sviluppa una coscienza critica, quasi un dialogo con chi parla, perché la voce del lettore o del catechista in questione è stata capace di smuovere le sue viscere, lo ha emozionato ed è entrato in relazione, in contatto emotivo, e sente che qualcosa in lui sta cambiando davvero.

Affinché si possa entrare anche in questo scambio, affinché il pubblico, la platea, il popolo che ascolta la tua voce possa uscire da un’adunanza rinnovato, e non lo stesso di come vi è entrato, è necessario essere imbevuti di un certo “spirito”, di un certo “carisma”, da una certa “grazia” che però va aiutata, sviluppata e resa ancora più efficace con questi suggerimenti e accorgimenti che cerco di descrivere in questo libro e nei miei corsi.

Non una parola morta, fredda, dunque, che crea distanza, divisioni, che non congiunge ma separa, bensì una parola che unisce, riscalda, affascina, illumina, non si stanca mai, non è mai ripetitiva, tiene acceso il desiderio di scoprire ancora di più cosa Dio vuole dire ogni giorno alla vita dell’uomo.

Aggiungerei, per concludere, che l’ufficio del lettore mette in evidenza anche il dovere di tutti i membri del popolo di Dio di dedicare parte della propria vita all’evangelizzazione, alla predicazione e alla testimonianza del messaggio di salvezza. Quindi, questo ministero, non consiste solo nel leggere ad alta voce, ma va molto oltre e richiede che ci si impegni con tutte le forze a capire un testo, per mettere la propria formazione e la propria voce come strumento a servizio della parola di Dio.

È consigliabile che in una parrocchia si costituisca un gruppo di persone che si incontri regolarmente, non solo per questioni organizzative o per stabilire i turni di servizio, ma soprattutto, per approfondire la formazione liturgica, magari coordinati da qualche animatore parrocchiale che segue e orienta questo gruppo, al fine di contribuire responsabilmente e comunitariamente con gli altri ministeri presenti nella parrocchia alla buona riuscita delle celebrazioni.

La creazione di un gruppo di lettori rappresenta una meta pastorale per ogni comunità cristiana perché consente di ampliare gli spazi della partecipazione ed esprime la comunione ecclesiale in tutta la sua pienezza, prendendo le distanze da una mentalità accentratrice e monopolistica del ministero.

 

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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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25 Aprile: il ruolo dei cattolici

25 Aprile: il ruolo dei cattolici

La pace richiede quattro condizioni essenziali: verità, giustizia, amore e libertà (Papa Giovanni Paolo II)

Solo l’Azione Cattolica contò 1.279 soci e 202 assistenti ecclesiastici uccisi. Gino Pistoni, Aldo Gastaldi, Luigi Pierobon, Giuseppe Perotti e tanti altri: giovani ispirati dal Vangelo diedero la vita per un’Italia libera e democratica. Tra essi anche tanti sacerdoti. E tante donne.

Il partigiano è sempre “rosso”, “comunista”, “di sinistra”. Eppure in prima fila a combattere per la libertà e poi dopo, a lavorare per la ricostruzione dell’Italia e la nascita della Repubblica, c’era anche una Resistenza “bianca”. Cattolici e cattoliche che hanno dato un contributo non secondario alla lotta contro il nazi-fascismo e per lo sviluppo della vita democratica nel nostro Paese. Enrico Mattei, capo partigiano e poi presidente dell’Eni, al primo congresso della Democrazia cristiana nell’aprile del 1946 indicò in 65mila – poi giunti a 80mila nella fase finale della Resistenza –, impiegati in 180 brigate, i cattolici che parteciparono attivamente alla lotta partigiana. «Brigate del Popolo», «Fiamme Verdi», «Volontari della Libertà», «Squadre Bianche»: sono alcuni dei nomi sotto i quali, in tutto il Centro-nord, cercarono di distinguersi le formazioni “autonome” o “indipendenti” che spesso facevano riferimento in gran parte o del tutto al Vangelo. Senza contare che in molte zone, per esempio in Liguria e Romagna, anche nelle comuniste Brigate Garibaldi spiccava cospicua una presenza cattolica. Ma non fu solo questione di cifre. Nel panorama settentrionale, dove spiccano i nomi di Gino Pistoni, Tina Anselmi (staffetta partigiana e prima donna ministro della storia del nostro Paese), dello stesso Mattei, di Benigno Zaccagnini, Paolo Emilio Taviani, Giuseppe Dossetti, Sergio Cotta, Mariano Rumor, Ermanno Gorrieri, Giovanni Marcora, Teresio Olivelli, c’è tutta una serie di cattolici “feriali” che diventano punto di riferimento per la liberazione. Di preti che educano negli oratori e stanno accanto ai giovani. Che combattono. Alla soglia dei novant’anni padre Giulio Cittadini, sacerdote dell’istituto San Filippo Neri, mostra ancora il suo berretto da partigiano. Arruolato nella Brigata Garibaldi, fu tra i primi a entrare ad Ivrea liberata. Grande educatore e grande protagonista della Resistenza, come l’insegnante Emiliano Rinaldini, vicecomandante della Brigata Perlasca in Valsabbia, trucidato dai fascisti nei pressi della chiesetta di San Bernardo, il 10 febbraio 1945. Anche lui cresciuto nell’oratorio della Pace dove si è formata molta della resistenza bresciana e lombarda sulle orme di padre Manziana, detenuto a Dachau e poi vescovo di Cremona, del cardinale Giulio Bevilacqua, grande anticipatore del Concilio, di don Giacomo Vender, di padre Luigi Rinaldini che riceve dal suo vescovo il mandato ad accompagnare i giovani e gli studenti come cappellano delle Fiamme verdi. Sono educatori, maestri, sacerdoti che percepiscono come coerente e consequenziale al loro impegno di fede quello di affiancare i partigiani sulle montagne. «Ribelli per amore», secondo la felice immagine di Teresio Olivelli, capaci di opporsi al nazifascismo e alla sua ideologia con una ribellione che è innanzitutto morale e spirituale, ma che, nondimeno, costa a molti di loro il sacrificio della vita.

di Annachiara Valle https://www.famigliacristiana.it/articolo/il-ruolo-dei-cattolici-idee-lotta-e-tributo-di-sangue.aspx

LA RESISTENZA È PATRIMONIO COMUNE DELLA REPUBBLICA. «Io credo che in tempo di crisi sociale ed economica, in cui c’è bisogno di soluzioni credibili, sia legittimo arrivare al 25 aprile chiedendosi se il Paese abbia ancora un “idem sentire”, un punto di riferimento comune cui ispirarsi. La domanda è certo drammatica ma la risposta c’è: è la Costituzione, un patrimonio comune scritto in un periodo difficile a partire da visioni del mondo vivacemente contrapposte eppure capaci di arrivare a una sintesi» https://www.famigliacristiana.it/articolo/giovanni-bianchi-la-resistenza-e-patrimonio-comune-della-repubblica.

8 – Quando la Parola diventa dialogo col Signore.

8 – Quando la Parola diventa dialogo col Signore.

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

 

Isaia 1,18-20:

Su, venite e discutiamo – dice il Signore.

Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto,

diventeranno bianchi come neve.

Se fossero rossi come porpora,

diventeranno come lana.

Se sarete docili e ascolterete,

mangerete i frutti della terra.

Ma se vi ostinate e vi ribellate,

sarete divorati dalla spada,

perché la bocca del Signore ha parlato”.

Geremia 23,28:

Il profeta che ha avuto un sogno racconti il suo sogno; chi ha udito la mia parola annunci fedelmente la mia parola”.

Geremia 3,29:

La mia parola non è forse come il fuoco – oracolo del Signore – e come un martello che spacca la roccia?”.

Nel Vangelo di Marco 16,15 troviamo: E disse loro: Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”.

Marco 16,20: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”

Nel Salmo 119, 8 si legge:

Voglio osservare i tuoi decreti: non abbandonarmi mai.

Come potrà un giovane tenere pura la sua via? Osservando la tua parola.

Con tutto il mio cuore ti cerco: non lasciarmi deviare dai tuoi comandi.

Ripongo nel cuore la tua promessa per non peccare contro di te.

Benedetto sei tu, Signore: insegnami i tuoi decreti.

Con le mie labbra ho raccontato tutti i giudizi della tua bocca.

Nella via dei tuoi insegnamenti è la mia gioia, più che in tutte le ricchezze.

Voglio meditare i tuoi precetti, considerare le tue vie.

Nei tuoi decreti è la mia delizia, non dimenticherò la tua parola.”

Comprendiamo da questi versetti come la Parola da voce comincia a essere espressione di dialogo, ad entrare in dialogo con l’uomo, a fare sul serio, scendendo anche verso la debolezza umana, chinandosi verso le sue mancanze, per recuperare il rapporto che era stato interrotto a causa della separazione provocata dal peccato.

La voce di Dio assume, così, il timbro del comando, dell’ordine, si fa esigenza di testimonianza: si entra, a questo punto, nel vivo della relazione, si vuole realizzare concretamente da parte sua, il desiderio di istituire, eleggere dei Profeti, dei testimoni che si facciano annunciatori dei messaggi dell’Altissimo.

La voce di Dio può diventare davvero motivo di ricerca e approfondimento; abbiamo già detto che la definizione comune che si dà alla voce nella lingua italiana, indica un suono “articolato” dall’essere umano tramite le corde vocali. Per questo, non dovremmo usare le stesse modulazioni di voce quando ci troviamo davanti a un testo da leggere o a un salmo da declamare, ma cercare di “articolare” la vocalità con fantasia e sapienza!

Pensiamo alle comuni conversazioni che intratteniamo con amici, al telefono, nei posti di lavoro, quando la voce assume spontaneamente particolari inclinazioni e non ce ne rendiamo neanche conto!

Tante volte ci ritroviamo persino a non capire il contenuto di quanto si legge o di cosa si dice in quel momento intellettivamente; il nostro cervello immagazzina quanti più dati possibili, è anche vero che possiamo imparare a memoria preghiere, salmi, un passo del Vangelo che possono indurci a riflettere e a prendere coscienza di quel che ci si appresta a fare nel servizio, concentrandoci anche sul messaggio da dare o da dire.

 

man kneeling in front of wooden cross

Ma c’è un altro aspetto che dobbiamo esaminare per essere completi nella missione che ci aspetta, dobbiamo anche fare i conti anche con il nostro corpo, con le barriere interne, come dicevo prima; barriere che ci impediscono di essere fluidi verbalmente ma anche corporalmente.

È importantissimo, perché molte volte noi siamo distaccati dal messaggio che facciamo uscire dalla nostra bocca, come se quel che diciamo non ci appartenesse, come fosse un argomento che riguarda qualcun altro, l’uditore, per esempio, e non noi!

Ci preoccupiamo più di imparare a memoria quello che dobbiamo dire per poi proferirlo agli altri, piuttosto che interrogarci se, chi ci sta davanti, recepisce bene quello che vogliamo dire.

È indispensabile accompagnare ciò che diciamo attraverso una gestualità corporea, una postura idonea, facendoci aiutare a capire il ruolo del corpo per chi è intenzionato a svolgere il ruolo del lettore o catechista.

Esiste una grammatica ben precisa della postura corporea, degli esercizi che potremmo fare davanti allo specchio per osservare, innanzitutto, il nostro corpo, i lineamenti del volto come si distendono o contraggono mentre parliamo, mentre ci esprimiamo, quando ridiamo, piangiamo, cantiamo..…

Dovremmo esaminarci a fondo con sincera autocritica e denunciare tutti quei difetti o limiti che ci sono noti ma che non abbiamo il coraggio di chiamare per nome, per il timore di smascherarli e poi fare la fatica di correggerli.

Fare degli appositi allenamenti, anche molto semplici, per migliorare l’esposizione delle nostre parole, è liberatorio e ci aiutano a sconfiggere molte paure, a diventare più autorevoli e più forti con l’autostima.

Abbiamo una grande responsabilità come catechisti, lettori, operatori della liturgia: c’è bisogno di riscoprire la bellezza, la pulizia, la dignità e il rispetto anche del proprio corpo, di tutto quello che fa parte del bagaglio espressivo.

Non è soltanto questione di imparare alcune regole, che sono anche importanti, ma di ritornare alla fonte della propria persona e rivalutare una bellezza, che non è tanto estetica, quanto interiore, avvalorando anche i lineamenti del viso, l’armonia del corpo e il portamento personale.

La gente che accoglie il messaggio della parola di Dio verrà conquistata da chi esercita questo servizio con professionalità e bellezza e sarà più naturale accostarsi alla mensa di questa Parola se chi la proclama darà una testimonianza completa e ben strutturata in tutte le sue componenti: fisiche, intellettive e spirituali.

 

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Leggi dentro di te- Ricordati che sei unico

Leggi dentro di te- Ricordati che sei unico

“Leggi dentro di te”, “Ricordati che sei unico”, “Fai emergere la tua bellezza”: le 15 piccole lezioni di felicità nel libro-manifesto di Papa Francesco

Esce in tutte le librerie “Ti voglio felice”, il nuovo libro del pontefice pubblicato da Libreria Pienogiorno in collaborazione con Libreria Editrice Vaticana. Il volume rappresenta il naturale completamento del bestseller “Ti auguro il sorriso” ed è il nuovo manifesto di Bergoglio per un’autentica realizzazione di sé, che intreccia le sue parole con quelle dei libri e dei film che più ha amato, da Borges a Dante, da Dostoevskij a Sant’Agostino, da Fellini a Tolkiendi F. Q.

La felicità è rivoluzionaria: abbiate il coraggio di essere felici”. Ora più che mai.

Si intitola Ti voglio felice (Il centuplo in questa vita) il nuovo libro di Papa Francesco, uscito in tutte le librerie dal 16 novembre. Pubblicato da Libreria Pienogiorno (272 pp, 16,90 euro), che ne gestisce i diritti internazionali, in collaborazione con Libreria Editrice Vaticana, il volume rappresenta il naturale completamento del precedente bestseller Ti auguro il sorriso che, dato alle stampe nelle principali lingue da alcuni dei più importanti marchi editoriali del mondo e ormai giunto in Italia alla tredicesima edizione, è risultato il libro più diffuso del Pontefice negli ultimi anni.

Ti voglio felice è il nuovo manifesto di Papa Francesco per un’autentica realizzazione di sé in questi tempi difficili, e intreccia le parole del Pontefice con quelle dei libri e dei film che più ha amato, da Borges a Dante, da Dostoevskij a Sant’Agostino, da Fellini a Tolkien. Per un percorso concreto che non disconosce affatto le difficoltà dell’esistenza, ma le affronta, le sublima, le supera.

Ilfattoquotidiano.it pubblica un’anticipazione del volume: i 15 passi verso la felicità indicati da Francesco.

1.

Leggi dentro di te. La nostra vita è il libro più prezioso che ci è stato consegnato, e proprio in quel libro si trova quello che si cerca inutilmente per altre vie. Sant’Agostino lo aveva compreso: “Rientra in te stesso. Nell’uomo interiore abita la verità”. È l’invito che voglio fare a tutti, e che faccio anche a me. Leggi la tua vita. Leggiti dentro, come è stato il tuo percorso. Con serenità. Rientra in te stesso.

2.

Ricordati che sei unico, che sei unica. Lo è ciascuno di noi ed è al mondo per sentirsi amato nella sua unicità e per amare gli altri come nessuno può fare al posto suo. Non si vive seduti in panchina a fare la riserva di qualcun altro. No, ciascuno è unico agli occhi di Dio. Quindi non lasciarti “omologare”: non siamo fatti in serie, siamo unici, siamo liberi, e siamo al mondo per vivere una storia d’amore, di amore con Dio, per abbracciare l’audacia di scelte forti, per avventurarci nel rischio meraviglioso di amare.

3.

Fai emergere la tua bellezza! Non quella secondo le mode del mondo, ma quella vera. La bellezza di cui parlo non è quella piegata su se stessa, come Narciso che, innamoratosi della propria immagine, finì per affogare nel lago dove si rispecchiava. E nemmeno quella che scende a patti con il male, come Dorian Gray che, a incantesimo finito, si ritrovò con il volto deturpato. Parlo della bellezza che non sfiorisce mai perché è riflesso della bellezza divina: il nostro Dio è inseparabilmente buono, vero e bello. E la bellezza è una delle vie privilegiate per arrivare a Lui.

4.

Impara a ridere di te stesso. I narcisisti si guardano continuamente allo specchio… Io consiglio ogni tanto di guardare nello specchio e di ridere sé. Ridete di voi stessi. Vi farà bene.

5.

Vivi una sana inquietudine, nei desideri e nei propositi, quell’inquietudine che spinge sempre a camminare, a non sentirsi mai “arrivati”. Non isolarti dal mondo rinchiudendoti nella tua stanza – come un Peter Pan che non vuole crescere – ma sii sempre aperto e coraggioso.

6.

Impara a perdonare. Ogni persona sa di non essere sempre il padre o la madre che dovrebbe essere, lo sposo o la sposa, il fratello o la sorella, l’amico o l’amica che dovrebbe essere. Tutti siamo “in deficit”, nella vita. E tutti abbiamo bisogno di misericordia. Ricorda di avere bisogno di perdonare, di avere bisogno del perdono, di avere bisogno della pazienza. E ricorda che sempre Dio ti precede e ti perdona per primo.

7.

Impara a leggere la tristezza. Nel nostro tempo è considerata solo un male da fuggire a tutti i costi, e invece può essere un indispensabile campanello di allarme, che ci invita a esplorare paesaggi più ricchi e fertili che la fugacità e l’evasione non consentono. A volte la tristezza lavora come un semaforo, ci dice: è rosso, fermati! Accoglila, sarebbe molto più grave non avvertire questo sentimento.

8.

Fai grandi sogni. Non accontentarti del dovuto. Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia. Non siamo fatti per sognare solo le vacanze o il fine settimana, ma per realizzare i sogni di Dio in questo mondo. Egli ci ha reso capaci di sognare per abbracciare la bellezza della vita.

9.

Non dare ascolto a chi vende illusioni. Una cosa è sognare, e altra è avere illusioni. Chi parla di sogni e vende illusioni è un manipolatore di felicità. Siamo stati creati per una gioia più grande.

10.

Sii rivoluzionario, va’ controcorrente. Nella cultura del provvisorio, del relativo, molti predicano che l’importante è “godere” il momento, che non vale la pena di impegnarsi, di fare scelte definitive, perché non si sa cosa riserva il domani. Ti chiedo di essere rivoluzionario, di ribellarti a questa cultura che, in fondo, crede che tu non sia in grado di assumerti responsabilità. Abbi il coraggio di essere felice.

11.

Rischia, anche se sbaglierai. Non osservare la vita dal balcone. Non confondere la felicità con un divano. Non essere un’auto parcheggiata, lascia piuttosto sbocciare i sogni e prendi decisioni. Rischia. Non sopravvivere con l’anima anestetizzata e non guardare il mondo come fossi un turista. Fatti sentire! Scaccia le paure che ti paralizzano. Vivi! Datti al meglio della vita!

12.

Cammina con gli altri. È brutto camminare da soli. Brutto e noioso. Cammina in comunità, con gli amici, con quelli che ti vogliono bene: questo ti aiuta ad arrivare alla meta. E se cadi, rialzati. Non avere paura dei fallimenti, delle cadute. Nell’arte di camminare, quello che importa è non “rimanere caduti”.

13.

Vivi la gratuità. Chi non vive la gratuità fraterna fa della propria esistenza un commercio affannoso, sempre misurando quello che dà e quello che riceve in cambio. Dio dà gratis, fino al punto che aiuta persino quelli che non sono fedeli, e “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni” (Mt 5,45). Abbiamo ricevuto la vita gratis, non abbiamo pagato per essa. Dunque tutti possiamo dare senza aspettare qualcosa. È quello che Gesù diceva ai suoi discepoli: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Ed è il senso di una vita compiuta.

14.

Guarda oltre il buio. Sforzati di avere occhi luminosi anche dentro le tenebre, non smettere di cercare la luce in mezzo alle oscurità che tante volte portiamo nel cuore e vediamo attorno a noi. Alzare lo sguardo da terra, verso l’alto, non per fuggire, ma per vincere la tentazione di rimanere steso sui pavimenti delle nostre paure. Questo è il pericolo: che siano le nostre paure a reggerci. Di rimanere rinchiusi nei nostri pensieri a piangerci addosso. Questo è l’invito: alza lo sguardo!

15.

Ricorda che sei destinato al meglio. Dio vuole per noi il meglio: ci vuole felici. Non si pone limiti e non ci chiede interessi. Nel segno di Gesù non c’è spazio per secondi fini, per pretese. La gioia che ci lascia nel cuore è gioia piena e disinteressata. Non è mai una gioia annacquata, ed è una gioia che ci rinnova.

© 2022 FullDay srl, Milano

© 2022 Libreria Editrice Vaticana – Dicastero per la Comunicazione, Città del Vaticano

https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/11/16/leggi-dentro-di-te-ricordati-che-sei-unico-fai-emergere-la-tua-bellezza-le-15-piccole-lezioni-di-felicita-nel-libro-manifesto-di-papa-francesco/6874154/

7 – Voce e Corpo. Diverse modalità per arrivare all’armonia della Parola

7 – Voce e Corpo. Diverse modalità per arrivare all’armonia della Parola

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

 

 

Il corpo non viene spesso considerato ma può dare un aiuto importante al lettore: se riflettiamo, il corpo mette a disposizione tutte le membra per veicolare il messaggio, anche se sei dietro un ambone e sei coperto e soltanto la parte superiore del corpo, come la testa, è visibile.

Spesso questa posizione del corpo che si nasconde, potrebbe far molto comodo per mascherare quella parte di noi che non vuole mostrarsi in pubblico per timore, ma rappresenta un problema, dal momento che non aiuta a relazionarsi con tutte le nostre membra che, invece, servono eccome, perché aiutano ad esprimere con una certa flessibilità verbale e completezza ciò che vogliamo dire.

Molte volte neanche ci si rende conto di cosa stiamo leggendo, ascoltiamo da un orecchio esteriore la nostra voce ma non ascoltiamo l’orecchio interno del corpo che, spesso, ci manda segnali contrari, di paura, di imbarazzo, timidezza, per esempio.

Affrontando questo nostro particolare servizio, molto spesso non “associamo” la voce con la gestualità, o non ci rendiamo conto, di non coordinare, cioè, la voce con il corpo.

È davvero necessario rivalutare l’aspetto della voce in questi ambiti e con queste metodologie!

Il Salmo 106,2 proclama: Chi può narrare le prodezze del Signore, far risuonare tutta la sua lode?.

La Parola, attraverso la voce, è efficace quando opera, efficace quando viene predicata; infatti non ritorna indietro vuota ma produce i suoi frutti, dovunque viene annunciata.

Che cosa infatti è impossibile a chi crede, che cosa è impossibile a chi ama? Quando parla le sue parole trapassano il cuore come gli acuti dardi scagliati da un eroe, entrano in profondità come chiodi battuti con forza e penetrano tanto dentro da raggiungere le intimità segrete dell’anima” (Baldovino di Canterbury, vescovo).

E io mi chiedo e ti chiedo: stai incarnando ciò che leggi? Perché se non entri davvero tu, in prima persona, in ciò che leggi, non puoi essere un vero annunciatore.

Per prima cosa cerca di entrare dentro la storia che narri, vivi a pieno ciò che hai sotto gli occhi, ma, soprattutto, scopri dentro di te la tua originalità, la tua essenza, quell’uomo, quella donna spoglia di barriere e impedimenti.

Fai trasparire il messaggio da una voce liberata!

Per poter annunciare tutto questo, per poter proclamare la parola di Dio, devi essere convinto tu, innanzitutto di ciò che stai facendo, non delegare ad altri quello che solo tu puoi fare, altrimenti, questa Parola sarà come acqua che scivola e non penetra mai all’interno, né raggiunge l’orecchio di chi ascolta. Devi fare seriamente questo percorso e riflettere sulla voce!

Ti sei mai chiesto che voce hai?

Devi misurarti con la tua vocalità espressiva, ascoltare la tua vocalità, vederti ad uno specchio, entrare in te stesso, capire quali sono i tuoi ostacoli, rimuoverli, fare un corso di Dizione, di public speaking, essere consapevole di avere dei difetti di pronuncia da poter correggere, se hai paure nascoste, come quella di mostrarti in pubblico; sarebbe molto utile prendere consapevolezza che tu sei un testimone della parola di Dio, un messaggero importante a cui è stata affidata una missione. Devi sforzarti di fare tutto questo, prima di poter annunciare o leggere questo tipo di letture, o, perlomeno, metterci una certa buona intenzione per svolgere al meglio questo compito.

Un altro suggerimento è quello di non esternare movimenti o gesti eclatanti nel momento in cui proclami la Parola; a volte è sufficiente movimentare l’espressività anche solo con un piccolo accenno delle sopracciglia, della bocca, con gli stessi occhi: devi sapere che la voce, la sua intonazione, segue nella sua modulazione anche i piccoli lineamenti del volto.

Questo può essere verificato ancora una volta allo specchio, osservandosi mentre si legge: noi non ci accorgiamo abbastanza delle nostre espressioni, spesso neanche le usiamo dipinte sul volto.

A volte succede che, parlando, non muoviamo mai gli occhi, la bocca, le sopracciglia, siamo cioè “tutti d’un pezzo”, siamo come ingessati in un unico blocco di emozioni congelate.

Mentre pronunciamo le parole, anzi, il più delle volte, abbiamo come nemico proprio lo specchio che riflette la nostra immagine, se ci facciamo caso; ne proviamo vergogna, deleghiamo soltanto alla voce la veicolazione della parola, mentre anche un leggero accenno delle sopracciglia, un piccolo accenno delle labbra che si dispiegano in un sorriso o in una contrattura, aiuterebbe a renderci più veri, meno freddi, avvalorando il messaggio che vogliamo proclamare.

Anche un piccolo gesto di una mano che sfiora l’aria, un movimento del braccio, può “appoggiare” il messaggio detto, per dare valore alla proclamazione della lettura.

Molte volte il nostro corpo non segue la nostra voce e la nostra voce non segue il nostro corpo: abbiamo delle barriere, degli impedimenti che non ci permettono di veicolare il messaggio in modo naturale.

Certo, nel caso di animatori e catechisti, questo allenamento sarebbe veramente molto istruttivo, dal momento che si ha più tempo a disposizione con la gente, mentre per i lettori sull’ambone, il tempo è più ristretto e, quindi, meno impegnativo. In entrambi i casi, comunque, sono delle utili riflessioni da prendere in considerazione.

La fermezza della voce, l’autorevolezza mentre si proclama, può essere accompagnata da un corpo ben composto e allineato; quando ci si trova ad ammonire una Parola, a fare una catechesi, o, semplicemente ci ritroviamo a stare al centro di una sala senza leggio, senza ambone, e non si sa “dove mettere le mani”, ad esempio, o come appoggiare i piedi, o dove posizionare un braccio, una mano… tutto diventa molto imbarazzante, soprattutto per il diretto interessato che proclama il messaggio.

Chi ci può aiutare in quel momento? Chi ci consiglia la postura giusta?

C’è ancora di più la difficoltà di interagire con lo spazio circostante, per questo occorre che il nostro corpo sia sciolto e a suo agio mentre si muove con piccoli spostamenti nella stanza.

Occorre una postura ben indirizzata: se il corpo è rigido, anche il messaggio sarà rigido; se il corpo è armonioso anche la voce sarà armoniosa.

Se non si può raggiungere la perfezione può essere accettabile e soddisfacente riuscire ad avere una voce armoniosa anche in un corpo fermo che non si muove troppo, altrimenti l’uditore potrebbe facilmente distrarsi e non ascoltare il discorso.

A questo vogliamo arrivare, ad un risultato ottimale che consenta di raggiungere uno scopo ben preciso: parlare, comunicare bene un discorso, una catechesi, un salmo, una lettura.

L’importante è trovare un’unione, una simbiosi, un’armonia tra la voce che articola il messaggio e il corpo che l’accompagna: molte volte, purtroppo, le nostre rigidità interiori, le nostre barriere interiori, se non vengono rimosse, producono una dissonanza tra voce e gestualità corporea.

Il messaggio potrebbe rischiare di essere compromesso, di non raggiungere l’obiettivo e l’Assemblea potrebbe avere difficoltà e non essere penetrata sufficientemente dal messaggio che Dio voleva far passare con la predicazione.

Curare tanto esteticamente quanto interiormente la nostra postura, il nostro corpo, è doveroso e necessario, per questo andrebbero sperimentati dei corsi per quanto riguarda il rilassamento e soprattutto la respirazione.

La voce non è un accessorio che può essere vibrata nell’aria a caso, non è un suono indistinto che se c’è o non c’è è la stessa cosa, se risuona o non risuona è uguale, che vibri o non vibri è secondario!

La voce non è un qualcosa fuori di te, la voce rappresenta la tua essenza, quindi, prima di pensare alla forma contenutistica del discorso da fare, occorre una previa preparazione: dobbiamo fare questo sforzo di rimpossessarci della nostra vocalità che, in fin dei conti, rappresenta la nostra persona.

La voce non è un cembalo che risuona a caso e basta, non è un insieme di vibrazioni che fuoriescono da un amplificatore, ma la voce esprime un’essenza, identifica quello che viene fuori da dentro di te, la voce è la coscienza, è l’emanazione della più genuina manifestazione di te.

Dare voce a un salmo, ad un’omelia, dare voce ad una catechesi, ad una preghiera, ad una lettura, è qualcosa di straordinariamente importante, perché in quel momento tu non stai dicendo qualcosa di vuoto, le parole che escono dalla tua bocca non sono delle sterili sillabe, fredde o impersonali, ma veicolano la carne, l’identità, qualcosa che si concretizza nel momento in cui si parla: se tu credi veramente in quello che stai dicendo e ci credi, perché lo stai sentendo, si realizza!

Questa Parola è parola di Dio e ha il potere,

sul serio, di trasformare chi l’ascolta!

Se tu stesso credi a quello che stai dicendo, se tu stesso, nel momento in cui parli, e parli bene, riesci a convincere le persone che ti ascoltano, destando in loro l’importanza anche di quello che tu stai proferendo con la bocca, salverai te stesso e gli altri, come dice la Scrittura.

Ma sei tu, il primo che ci deve credere, sei tu il primo che devi approfondire l’argomento sulla voce e sulla parola di Dio.

Forse finora non vi hai fatto molto caso e hai considerato la tua vocalità solo come un accessorio, oppure come un elemento a cui non hai dato molto peso, perché preso dalla routine del fare, perché sopraffatto dalle moderne tecniche che cambiano anche il timbro della tua voce e ad esempio ti sei abituato, tuo malgrado, a risentire la tua voce registrata e compressa in un telefonino che forse riproduce sonorità diverse da quelle naturali e che non ti piacciono.

Pensa, ad esempio, a quelle note vocali o ai tanti messaggi audio che con le moderne tecnologie riproducono la tua voce! Molto spesso succede che neanche tu ti ci riconosci!

Se la voce veicola il messaggio, dunque, essa non può essere svilita a mò di riproduttore automatico esterno, perché rappresenta un grande potenziale comunicativo.

La voce tira fuori dalla nostra interiorità la vera essenza, la tira fuori anche dagli altri ed è, dunque, una grandissima opportunità che si ha per arrivare alle persone e condurle alla fede.

Essere voce di qualcun altro, per poter dare voce alla parola di Dio nella maniera più bella e importante possibile. Che meraviglia!

Quindi, ribadita ancora una volta la “missione” della nostra voce, riconsideriamola “unita” al nostro corpo, cosicché anche il nostro corpo potrà sostenere le funzioni espressive della voce.

Non si tratta di fare nessun tipo di spettacolo o esibizione ma, se ci pensiamo bene, molte volte, anche la gestualità delle mani accompagnate dall’espressione della linea degli occhi che si aprono, si girano, o delle sopracciglia che si corrucciano, si distendono mentre parliamo, la curva della bocca che enuncia piccole smorfie, sorrisi, dolore, fanno parte di quella linea dialogica completa e costituiscono elementi rafforzativi dell’intera dinamica espressiva.

Non c’è bisogno di esternare azioni eclatanti nel momento in cui si proclama la Parola, ma anche un piccolo accenno di queste parti del corpo (per esempio, anche di un piede che resta fermo e ben ancorato al pavimento o le gambe in atteggiamento leggermente divaricate e non rigide), sono utili per la riuscita del compito prefissato, dal momento che la voce segue ogni parte del corpo nella sua modulazione espressiva.

 

 

Non avete mai riflettuto su questo?

Un altro esempio potrebbe essere quello del volto: noi non ce ne accorgiamo mentre parliamo, non ci abbiamo mai fatto caso, non osserviamo mai il nostro viso mentre parliamo…

Deleghiamo tutto alla riproduzione esterna, lo diamo per scontato, non realizziamo quel che si vede da fuori di noi, non ci mettiamo abbastanza al posto degli altri che ci vedono o ci ascoltano, sentiamo solo il prodotto finale del discorso, come se noi fossimo il prodotto di piccole componenti divise, mentre la persona è, in verità, la sintesi di tutte le componenti anatomiche: occhi, mani, piedi, collo, che devono fondersi assieme per parlare o leggere bene qualsiasi cosa.

Tutte queste parti sono connesse tra loro e la voce è l’emanazione dell’armonia di queste varie parti.

Pensate che, anche un leggero accenno delle sopracciglia inarcate o distese, un leggero accenno delle labbra che si dispiegano in un sorriso o in una contrattura, hanno la potenzialità di avvalorare un messaggio, una frase.

Un piccolo gesto di mano, un solo dito che si muove, un impercettibile movimento del collo, appoggia la voce e,di conseguenza, anche il messaggio che si sta veicolando.

Il peggio avviene quando escludiamo queste parti del corpo, non le integriamo con la comunicazione, diventando esseri solo in parte animati, non completi.

La nostra mente immagazzina più dati possibili, per cui, sarebbe anche utile imparare a memoria qualche frase del Vangelo, un salmo, per esercitare il più possibile l’elasticità mentale; è molto importante, oltre a livello intellettivo, fare i conti anche col proprio corpo.

Dicevamo che gli impedimenti psicologici non ci fanno essere fluidi nel messaggio che vogliamo dare; ebbene dovremmo in anticipo prepararci non solo intellettualmente ma anche con una piccola dose di concentrazione corporea, riflettere su quello che ci impedisce spesso di esprimerci quando proclamiamo la Parola o quando ci accingiamo a fare una catechesi: basterebbe anche solo riflettere su queste componenti della comunicazione.

Non so se vi siete mai accorti di sentirvi come “distaccati” da quello che dite, nel senso che ci preoccupiamo più di imparare a memoria quello che dobbiamo dire che assorbirlo dentro di noi.

Se diamo per scontato che chi ci sta davanti è ben disposto ad ascoltare quello che diciamo e sta ben attento ad osservarci, è indispensabile, dunque, accompagnare ciò che diciamo anche attraverso una gestualità corporea, e controllare l’immagine che diamo all’esterno con degli esercizi che potremmo fare davanti allo specchio.

Per esempio, per osservare i lineamenti del nostro volto quando parliamo, quando ci esprimiamo, quando ridiamo, quando piangiamo… dovremmo fare degli appositi esercizi di mimica facciale, anche molto semplici, per migliorare l’esposizione delle nostre parole, l’articolazione della bocca, delle labbra, della lingua, dal momento che abbiamo una grande responsabilità come catechisti, lettori, consacrati e addetti alla liturgia.

C’è tanto bisogno di riscoprire la bellezza, la pulizia e il rispetto, ma anche il linguaggio del proprio corpo e della propria espressione.

Non si tratta soltanto di imparare regole di grammatica, di dizione, che sono anche importanti, ma di ritornare alla fonte della propria persona e rispolverare la bellezza, non tanto estetica, quanto interiore e, soprattutto, avvalorare anche maniere comportamentali di gestione corporea per una disciplina estetica, dal momento che la voce proclamata diventi efficace anche da quel lato esteriore.

La voce veicola la parola, ma anche la parola rappresenta una persona che deve far emergere una sua dignità, che deve sforzarsi, per quanto possibile, di avere un aspetto gradevole, curato,dignitoso.

Dio ha dato a ciascun battezzato dei carismi, dei talenti, dei doni che vanno valorizzati per il bene comune.

Far risplendere la propria voce, è come essere testimoni della bellezza di Dio e, siccome la voce è un canale di comunicazione unico, come uniche sono le voci, ognuno è portatore, assieme al suo corpo, di questo tesoro originale che si trasforma in vocazione profetica quando assumiamo il bellissimo compito di essere annunciatori.

È risaputo che a molti la propria voce non piace affatto, qualcuno la ritiene difettosa e sgradevole, indegna di essere usata per tale servizio, senza sapere che se opportunamente guidata, la vocalità può essere trasformata o abbellita addirittura!

Qualsiasi voce è diversa, una dall’altra; è unica, irripetibile, come la carta d’identità; è il biglietto da visita che si dà al primo incontro con la gente; con la voce ci si presenta ad un’altra persona e l’altra persona capisce immediatamente chi ha davanti, proprio dal modo in cui parla!


Proseguendo nell’analisi della lettura della proclamazione della parola di Dio attraverso questo aspetto particolare del nostro corpo, potremmo provare subito, per esempio, a svolgere dei semplici esercizi che partono proprio dalla nostra persona, in particolare dall’osservazione estetica della nostra persona.

Posizioniamoci davanti ad uno specchio ad osservare, così come siamo, la nostra figura proiettata e mettiamoci al posto di una persona che ci guarda, proviamo a immaginare quello che vede esternamente, cercando di uscire, per un pò, da quei canoni che ci costringono a dire che…

l’importante è che la parola di Dio venga predicata… ma cosa vuoi che importi alle persone del mio fisico, della mia faccia, del mio modo imperfetto di parlare, gesticolare ecc. … l’essenziale è che quell’annuncio sia manifestato, letto, non importa affatto se a proclamare il passo della Sacra Scrittura ci sia una persona brutta o bella, una più istruita o meno istruita, non siamo mica ad una gara, ad una tesi di laurea o a un concorso di bellezza…”

Se questo è certamente vero da una parte, non è esattamente vero dall’altra, nel senso che non si tratta affatto di focalizzare l’attenzione di chi parla sull’aspetto estetico, ma, sicuramente, dopo una verifica della nostra persona allo specchio, si tratta di rendersi conto se abbiamo qualche difetto e possiamo correggerlo, è una grande prova di realismo e di umiltà che occorre per apportare dei genuini miglioramenti allo scopo di svolgere il nostro servizio nei migliore dei modi.

Quando partecipiamo ad una cerimonia, ad un evento, un matrimonio ecc. non controlliamo bene, prima di uscire, se il nostro vestito è pulito, stirato e perfetto? E perché allora prima di svolgere questo incarico di “lettore della Parola” non controlli bene se tutti i tuoi “accessori” comunicativi sono coerenti e presentabili?

Quali sono, esteticamente, i nostri punti critici? Ritieni sia possibile cercare di abbellirli, e di rendere più bello quello che si è nel complesso della persona, curando anche questo punto di vista estetico generale?

Potresti ottimizzare, ad esempio, una semplice montatura di occhiali, o vestirti in un modo più accurato, curarti i capelli, cercare, cioè, con piccole modifiche, di rendere seriamente presentabile anche il nostro corpo per valorizzarlo e renderlo più “testimone” di Resurrezione!

Perché questa cura usata in modo equilibrato può soltanto attrarre di più le persone, non allontanarle sicuramente!

Cerca con umiltà di metterti davanti ad uno specchio e osservati per qualche minuto dall’esterno; soprattutto, non fare caso a una desueta mentalità che ti dice che queste sono cose superficiali, e che non contano per il grande compito dell’annunciatore o del lettore, che noi non siamo importanti, ma siamo solo piccole creature e strumenti inutili!

Invece noi uomini siamo molto importanti e siamo strumenti di Dio sì, inutili, eccome, ma battezzati e figli che ce la mettono tutta per proclamare le sue opere con dignità e bellezza e, dunque, proprio per amore a Lui, sono sempre soggetti a miglioramento per recargli maggiormente onore.

Ama il prossimo tuo come te stesso”: penso che questa famosa frase sia un bel punto di partenza.

Rifletti nello specchio la tua immagine e pensa innanzitutto se ti ami, se ti accetti, e a come ti ami…

Ti ami poco?… Ti accetti poco?… Ti stimi poco?… Quel “te stesso” è fragile?… Come potrai amare anche gli altri, secondo il comandamento, se non parti un pochino dalla tua condizione, dall’amarti per poi poter amare anche gli altri?

Non pensi a cosa vedrebbero gli altri, all’esterno, a cosa trasmetti alle persone che ti vedono dall’ambone, oppure in un video o sui social? Non sai che un messaggio che dai al di fuori da te, non è altro che un riflesso della tua stessa persona? E cioè parla di te, descrive agli altri le tue attitudini interiori, esteriori, comunica tutto quello che sei tu anche nel reale.

Non avere sempre l’occhio ripiegato su te stesso ma, anzi, pensa a come puoi amare questo prossimo al meglio, pensa cosa potrebbero pensare le altre persone se ti presentassi ad annunciare loro la Parola in modo sciatto e senza cura!

Basta migliorarci con piccole cose, dare i giusti accorgimenti al nostro corpo, rendere bella la nostra persona, accettarsi e piacersi di più anche un pochino rispetto a come non abbiamo mai fatto: profumarsi, sorridere, aprirsi alla bellezza dell’esistenza….

Anche la parola di Dio dice che: “Quando digiuniamo, non dobbiamo assumere quell’aria triste ma dobbiamo profumarci il capo, emanare, cioè, dignità e bellezza, sempre, in qualunque occasione”.

Prima di andare ad esporci sui social o in pubblico, dovremmo veramente guardarci allo specchio e darci una sistemata e prendere consapevolezza che è tutta la persona che è coinvolta nel dare un messaggio!

Gesù Cristo cammina con i passi, vuole rendersi presente nei tempi odierni, cammina in una società che è in una continua evoluzione e al passo con l’uomo:

sicuramente la parola di Dio è la stessa e fedele nel tempo, immutabile, ma, essendosi incarnata, ha necessità di trovare anche nuove forme di visibilità.

La Chiesa quale corpo mistico di Cristo nei segni visibili dei Sacramenti, della Santa Eucarestia, comunicano fortemente la presenza reale della Parola fatta carne, ma anche la mensa della parola di Dio spezzata attraverso le letture, le Sacre Scritture, ci parlano di Gesù, del Verbo che continua a comunicare con l’uomo attraverso varie forme.

Nella nostra società, per esempio, ci avvaliamo dei mezzi di comunicazione, di internet, si fa uso dei social media anche per fare omelie, per predicare; anche nel web ormai ci sono molti sacerdoti, molti laici che spezzano la parola di Dio.

Questo è un importante servizio che giunge anche ai più lontani, anche in varie lingue e paesi; è opportuno, dunque, essere presenti con tutta l’efficacia e la potenza della Parola, presentandosi con tutti i carismi, con tutti i mezzi accessibili e a disposizione, compresa la bellezza e la dignità di creature risorte!

 

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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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Per i “Lettori” della Parola

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IL NUOVO LIBRO PER IL MINISTERO DELLA PAROLA NELLA LITURGIA

IL LIBRO CHE TRASFORMERÀ PER SEMPRE IL TUO MODO DI PROCLAMARE LA PAROLA DI DIO

LA BOCCA DI DIO

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Qui potrai capire come gestire tutte le componenti vocali ed espressive della tua voce. E come applicarle al servizio della Parola in modo che questo incarico possa essere qualcosa di cui andar fieri e che riesca a dare frutti in chi ti ascolta.

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MANUALE in 40 capitoli per  comprendere il Ministero del Lettore

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20  ESEMPI PRATICI di lettura con suggerimenti per come proclamarli

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QUESTO LIBRO NON E’ PER TUTTI

Infatti, questo libro è stato scritto solo per quelle persone che si vogliono impegnare seriamente.

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È molto semplice riconoscerlo…

La “piccolo gruppo” è composto da persone che scelgono di non vivacchiare alla giornata ma si adoperano con convinzione per un miglioramento progressivo.

Sono persone mosse dal fuoco della FEDE e dalla forte consapevolezza di rispondere ad una “chiamata” di Dio e della Chiesa. Persone che hanno già deciso di impiegare il proprio tempo per coltivare se stesse, crescere e migliorare continuamente…

È un movimento di persone composto da migliaia di uomini e donne che, in silenzio, si impegnano per un servizio importante ed essenziale di evangelizzazione.

Se ti sei rispecchiato in qualche modo in queste frasi allora bene…

Questo libro è DEDICATO A TE!

Mi sono adoperata con grande impegno  per fare in modo che sia un potente strumento di trasformazione… se messo nelle mani della persona giusta!

Quindi, se hai a cuore questa missione della Chiesa, ordina immediatamente questo libro e credimi, non c’è nessuna possibilità che tu possa pentirtene.

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  –  Sei un Lettore incaricato ma pensi che la tua voce sia monotona, senza forza e autorità.

Se questo sei tu… imparerai i principi di come esercitarti con la lettura ad alta voce e trasformare il messaggio della Parola in idee per il nostro Spirito, fino ad avere una reale “immersione con il cuore” che apre ad una comprensione più elevata e spirituale della volontà di Dio per noi.

 

  –  Sei un catechista ma hai paura di parlare in pubblico e vai nel panico al terrore di fare brutte figure.

Se questo sei tu… Capirai che i problemi si verificano solo se lasci che la tua paura di domini e ti controlli. Prova a immaginare la tua paura come “eccitazione” invece che come ansia. Domandati: Sono entusiasta di andare all’ambone a proclamare la Parola di Dio? Se riesci a premere questo interruttore, e “buttarti” la paura passerà da “ostacolo” al tuo lavoro a una “risorsa” potente per fare quello che devi fare.

 

  – Ti senti impacciato con il tuo corpo, goffo e non sai dove mettere le mani.

Se questo sei tu… Ricorda che il grande testimone di Dio, Mosè, è chiamato per una missione personalmente da Lui e così per quello che è, nella sua unicità e concretezza esistenziale: ed era balbuziente e impacciato nella parola.

 

  –  Sperimenti nervosismo, timidezza, mancanza di fiducia nelle tue capacità vocali.

Se questo sei tu… Non preoccuparti! C’è un capitolo dedicato proprio a te! Smetterai di “mangiarti le parole”, riconoscendo che queste  barriere interne, provengono da certi complessi che ci trasciniamo dietro dall’infanzia. Un semplice consiglio potrebbe essere quello di prendere una sedia e mettersi seduti per qualche minuto, in una stanza silenziosa, e….

 

  –  Pensi di essere inadeguato perché non hai cultura teologica o per dei difetti di pronuncia.

Se questo sei tu… Grazie alle informazioni contenute in questo libro sarai aiutato ad essere come uno specchio, attraverso il quale i messaggi illuminanti di Dio possono riflettersi, liberi da distorsioni o da ostacoli. Potrai così presentare la Parola in un modo come “parlato”, cioè come se le “parole” arrivassero direttamente dalla bocca di Gesù o di Dio o dei suoi profeti. Con la formazione riuscirai a trasmettere la piena comprensione del messaggio e comunicare il fervore provato quando si vede che l’ispirazione è appoggiata dallo Spirito Santo.

Questo libro contiene aiuti per superare ogni barriera, accompagnarti con una formazione biblica, liturgica, spirituale e tecnica verso  la tua realizzazione personale.

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6 – La cura della Parola passa attraverso la cura della Persona

6 – La cura della Parola passa attraverso la cura della Persona

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

 

La voce è qualcosa di molto importante, specialmente, per esempio, per chi svolge un servizio come lettore. Per questa mansione assegnata bisogna davvero prendere maggiormente coscienza che dal modo con cui si usa la voce e la si articola, la si espone, dipende la reale efficacia del messaggio.

Pertanto, l’uso corretto della fonetica, della dizione, l’interpretazione, ecc., sono di assoluta importanza, perché avvalorano ancora di più l’enorme dono che si ha a disposizione.

Vorrei soffermarmi ancora sulla grande importanza che la Parola occupa nelle Sacre Scritture.

Bisogna prendere consapevolezza di cosa stiamo leggendo, di cosa stiamo spiegando, e situarci anche fisicamente nel racconto che abbiamo sotto gli occhi. Prendiamoci, esempio, un momento di pausa prima di proclamarlo, perché dobbiamo arrivare ad una conoscenza non solo intellettuale del testo: bisogna approfondire, cioè, vivere, quello che stiamo dicendo, altrimenti non possiamo utilizzare neanche la voce in maniera consona; e al contrario, analizzando anche com’è la nostra voce, il timbro, la modalità, il tono, noi possiamo apprendere la conoscenza persino di noi stessi, riappropriarci anche della nostra persona, conoscerci più a fondo.

Non è esagerato questo discorso, e se pensiamo di conoscere molto bene la nostra personalità, dovremmo anche riflettere sul fatto che la nostra interiorità, è soggetta a profondi cambiamenti, nel tempo, e questo influenza tantissimo anche il nostro modo esteriore di parlare. Col trascorrere degli anni, attraverso le situazioni che mutano, anche il nostro carattere, la nostra personalità è soggetta a cambiamenti, per cui quando diciamo che Dio parla oggi e la Parola raggiunge oggi la tua vita, diciamo allo stesso tempo che anche il modo di formulare un discorso esternamente è soggetto a trasformazioni col trascorrere degli anni.

La voce, infatti, non è un qualcosa di esterno a noi, come siamo abituati a credere, ma qualcosa di interno che ci appartiene, che è legato al nostro stesso essere, per cui, la voce non può essere scissa dalla nostra individualità, nel momento in cui apriamo la bocca per parlare!

La persona, infatti, la creatura umana è da sempre al centro dell’amore di Dio. Ricordate il Salmo 8,5?

….Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?”.

Così dice il bellissimo Salmo e così l’uomo deve prendersi cura di se stesso, risplendere come un vaso bellissimo, un contenitore prezioso dove si possa incarnare la divinità di Dio, dal momento che è Lui stesso a prendersene cura.

Se osserviamo tutta la creazione, la natura, gli alberi, i fiori, il cielo, gli animali, tutto risplende di questa bellezza che è in continua evoluzione verso un miglioramento, in crescendo.

Per questo anche il messaggero di Dio ha il dovere di evolversi, cercando di cogliere il meglio anche nella bellezza della propria persona senza denaturalizzarla, rispettando sicuramente i propri limiti fisici ma cercando di mettersi al posto di chi ha bisogno di recepire il messaggio di Dio che viene travasato anche da una certa estetica migliorata.

Così come non si può pretendere di apparire in un social o da qualche altra parte in pubblico se uno trascura anche la propria forma fisica, il proprio aspetto (nei limiti ovviamente della propria persona).

Per quanto riguarda l’aspetto della dizione, dell’articolazione, del tono, delle pause, delle nozioni scientifiche di quelle che sono le regole anche della pronuncia, bisognerebbe comprendere che se qualche lettore o catechista ha dei difetti inerenti a questo dovrebbe fare primariamente anche un corso a parte per migliorare, soprattutto, la pronuncia, se ci sono difetti particolari.

Bisognerebbe approcciarsi ad un vero e proprio metodo di dizione, di public speaking, per addentrarsi ancora più profondamente in quelle che sono le regole della pronuncia, per perfezionare la propria espressione per consentire al messaggio di arrivare in modo comprensibile alle platee, al popolo, al pubblico, all’ascoltatore.

Ritornando allo studio della Parola, ripetiamo che la parola di Dio è viva e può dare la vita a chi la ascolta.

 

E tu, vuoi essere un annunciatore “morto”?

E come la annunci? Accontentandoti dei tuoi difetti di pronuncia senza correggerli? Non pensi, invece, che occorre bellezza, perfezione, studio, contemplazione del mistero, affinché questa Parola possa essere degna di essere annunciata?

Ricordiamoci che, siccome noi veicoliamo il messaggio, anche la nostra persona non può essere diversa da quello che diciamo, sia interiormente, che esternamente, che esteticamente!

Come il Padre risuscita i morti e dà la Vita” dice Giovanni al capitolo 5,21,… “così anche il Figlio dà la vita a chi vuole” e prosegue Giovanni in 11,43 quando chiama il morto dal sepolcro Detto questo, gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori!“.

Quando questa Parola viene predicata mediante la voce del predicatore, essa dona, a chi la ascolta esteriormente, la virtù di operare interiormente, per cui i morti riacquistano la vita e rinascono nella gioia di Abramo. Questa Parola è dunque viva nel cuore del Padre, viva sulla bocca del predicatore, viva nel cuore di chi crede e di chi ama e, siccome questa Parola è viva, non c’è dubbio che sia anche efficace.

E tu, sei efficace come questa Parola?

Sei bello come questa Parola? È importante, quindi, leggere con professionalità la parola di Dio.

A tutti gli operatori pastorali urge una vera scuola di dizione per utilizzare al meglio la voce ed entrare nelle profondità della comunicazione, per potersi degnamente esprimere senza quei difetti di pronuncia che potrebbero ostacolare e distrarre l’ascolto.

Finora hai pensato fosse già abbastanza essere lettore per proclamare un salmo, una lettura, fare catechesi e non hai mai approfondito la ricchezza della voce, non hai mai curato la sua modulazione, le varie tonalità dalle variegate espressioni, non ti sei mai accorto dei difetti che hai quando annunci la parola dall’ambone o di come arriva all’orecchio dell’uditore.

Ti sei mai registrato per sentire la tua voce?

Hai fatto mai nei tuoi confronti un’umile autocritica degli errori di pronuncia? Come puoi pretendere, poi, che l’altro ti ascolti, che non si annoi e che quel messaggio arrivi al suo cuore in modo efficace?

Scopri, dunque, la bellezza della tua voce, valorizzala, valuta l’importanza che essa ricopre, soprattutto se svolgi un servizio al pubblico, se sei un catechista, se vuoi essere un animatore o un liturgista che si fa ascoltare per l’autorevolezza con cui annuncia la parola di Dio!

Bisogna uscire dal vecchio concetto che Dio non guarda a queste cose, che noi siamo soltanto degli umili servi inutili! Vero, che siamo dei servi inutili, ma ricoperti di dignità a cui il Signore ha fatto enormi doni.

Proprio perché siamo dei servi inutili, non bisogna arroccarsi su noi stessi, ma avere il coraggio di sfruttare questi talenti, per cui è nostro dovere servire la parola di Dio nel migliore dei modi.

Il non cimentarsi nel miglioramento personale di questo mezzo di comunicazione che è la voce, potrebbe essere semplicemente una scusa per non metterti in crisi, per non evolversi e forse Dio non si compiacerebbe fino in fondo del nostro servizio.

Il Carisma della Parola si esplicita anche nel dono delle guarigioni, soprattutto quando in essa viene sviluppato quel sentimento di tenerezza, di incoraggiamento, di compartecipazione, che non può far altro che donare amore a quelli che si aspettano anche di essere “guariti” dal dono della Parola.

Se non esprimiamo la parte vitale che è il cuore e l’anima, otterremo l’effetto sonoro di una lettera proclamata senza sentimento, senza polso, inanimata; dobbiamo riscoprire quel soffio leggero dello Spirito che attraversa la Parola, la bagna, la irrora di humus, di vento, di pioggia, che è capace di irrigare il secco terreno del nostro cuore, facendo rinascere il giardino verde della speranza in chi desidera trovare un anelito di vita.

Come un tenero germoglio che sboccia a primavera, questo vento leggero contiene una forza di vita tale da raggiungere chi l’ascolta e lo risuscita a vita nuova.

Che cos’è la predicazione, dunque, se non la missione di resuscitare dalla disperazione ontica gli esseri umani che si trovano nella morte? Anche le ossa aride di Ezechiele 37,1-5 riprendono vita quando lo Spirito le raggiunge …

La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare accanto a esse da ogni parte. Vidi che erano in grandissima quantità nella distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: «Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai». Egli mi replicò: Profetizza su queste ossa e annuncia loro: «Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Così dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete».”

Riassumendo, quindi, un pò in breve, i principali aspetti della proclamazione della lettura, della parola di Dio, possiamo concludere che:

1 ) È importante un certo “fervore” nel pronunciare la Parola, dal momento che pronunciare la parola di Dio significa esprimere l’intensità, l’espressione dei nostri sentimenti, l’ardore, l’animazione, lo zelo, la sincerità, ma anche la tenerezza del momento, poiché leggendo in tale modo, dimostriamo un desiderio compassionevole nel conoscere i bisogni anche dell’altro che ascolta, soddisfacendo il suo desiderio di sentire la tenerezza di Dio, attraverso la consegna della sua Parola.

2) È necessario fortemente “sentire” anche noi stessi quando leggiamo, perché, connettendoci con la nostra interiorità, si conferisce valore a ciò che leggiamo, a ciò che trasmettiamo, lo facciamo nostro, lo incarniamo, diamo credibilità a Dio stesso, diciamo Amen, “è vero che Dio ha detto così”, lasciando agli altri la certezza che stiamo parlando di un Dio accessibile, vicino e non lontano dai sentimenti e dalle vicissitudini dell’uomo.

Bisogna prendere coscienza di ciò e lavorare molto sul tipo di espressione, sul tipo di tono che usiamo nel proclamare le letture con la nostra voce.

 

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
Racchiude 35 anni di esperienza nella Chiesa condensati in 430 pagine di puro valore. 
Non perdertelo per niente al mondo!"

Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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Domenica in Albis

Domenica in Albis

La Domenica in albis è oggi più comunemente conosciuta come festa della misericordia, e cade nella seconda domenica di Pasqua, ovvero la domenica seguente a quella in cui si celebra tale festività. Nell’anno liturgico della Chiesa cattolica si tratta di un giorno dedicato alla devozione della divina Misericordia. È convinzione dei credenti che ricevere la Comunione durante questa giornata serva a liberarsi di tutte le pene. Nel messale del 1962, la giornata dedicata alla festa della misericordia viene appunto chiamata Domenica in albis, mentre in seguito al Concilio Vaticano II e la conseguente riforma liturgica tale giorno viene chiamato “seconda domenica di Pasqua” oppure “domenica dell’ottava di Pasqua”.

Jubilate Deo - Mons. Marco Frisina

Jubilate omnis terra, Jubilate Domino nostro, Alleluia, alleluia, Iubilate Deo, Exsultate in lætitia, Jubilate Deo. Laudate eum in excelsis, Laudate Dominum nostrum Omnes angeli et virtutes, Laudate eum Quoniam magnus Rex est Dominus Super omnem terram. Laudate pueri Dominum, Laudate nomen Domini Benedictus nomen eius, Benedictus in sæcula, Super cælos gloria eius, Laudate omnes gentes. Laudate eum omnes angeli, Laudate omnes virtutes, In æternum laudate eum Omnes gentes et populi, Quia ipse mandavit Et omnia creata sunt. …jubilate Deo omnis terra.

Il nome di Domenica in Albis (vestibus depostis) è legato al rito del Battesimo

Tradotta letteralmente, la locuzione latina in albis (vestibus) sta a significare bianche (vesti). Agli albori della Chiesa, il battesimo era infatti impartito durante la Pasqua, di notte, e per l’occasione i battezzandi vestivano con una tunica bianca, che indossavano anche peri l resto della successiva settimana, fino (appunto) alla domenica dopo Pasqua. Da cui il modo di dire latino “in albis depositis o deponendis” ovvero “domenica in cui si ripongono le vesti bianche”, che ha portato tale giorno ad essere definito Domenica in albis.

Durante questi giorni i nuovi battezzati, con la loro veste bianca, partecipavano alle cosiddette “catechesi mistagogiche” (o “battesimali”) e venivano così gradualmente introdotti a fare esperienza del Signore nella comunità cristiana. Scriveva S. Giovanni Crisostomo ai neobattezzati: “È infatti un vero matrimonio spirituale ciò che si compie qui. Deducilo dal fatto che, come nelle nozze umane le feste durano sette giorni e si veste l’abito della festa, così anche noi per altrettanti giorni vi prolunghiamo questa festa spirituale, allestendovi la mistica mensa colma di innumerevoli beni. Ma che dico, sette giorni? Queste feste spirituali continueranno per sempre, se voi, restando sobri e vigilanti, conserverete immacolata e smagliante la veste nuziale del battesimo”.

Alla catechesi, nei riti di iniziazione cristiana antica, era così dedicata tutta la settimana che segue la Pasqua; il vescovo sentiva infatti la necessità di accompagnare i neofiti nei loro primi passi e condurli, attraverso le diverse celebrazioni, oltre la soglia del mistero cristiano.

Questa domenica è stata proclamata Festa della Divina  Misericordia da Giovanni Paolo II  nel 2000, anno giubilare

Il Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, riformato dopo il concilio Vaticano II, ha voluto recuperare l’antica tradizione della “mistagogia” e ne sottolinea il significato: “Dopo il conferimento dei tre sacramenti di iniziazione, Battesimo, Confermazione, Eucaristia, la comunità insieme con i neofiti prosegue il suo cammino nella meditazione del Vangelo, nella partecipazione all’Eucaristia e nell’esercizio della carità, cogliendo sempre meglio la profondità del mistero pasquale e traducendolo sempre più nella pratica della vita (Rica, n. 37).

Il culto della Divina Misericordia è legato alla figura di Santa Faustina Kowalska

La Chiesa ortodossa ha preferito a questo il nome di “domenica di San Tommaso”, dalla lettura del brano evangelico (Gv 20,26-29) che riporta l’incredulità di San Tommaso, come avviene anche nella liturgia romana.

L’incredulità di san Tommaso. Domenica in Albis Depositis . « Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Solitamente questo desiderio di Tommaso è visto come una mancanza di fede. In realtà Tommaso ci indica la strada della fede. Il segno dei chiodi e il costato aperto indicano il Crocifisso. Dobbiamo dire: «Il Crocifisso è risorto», ma anche: «Il Risorto rimane il Crocifisso», perché è con l’amore crocifisso che Gesù continua la sua opera di salvezza. Gesù risorto mostra il suo cuore, cioè il suo amore misericordioso che è salvezza per tutti.

La prima domenica dopo Pasqua (dominica de Thomas, Domenica in albis, Κυριακή τοῦ Ἀντίπασχα ἤτοι ἡ ψηλάφησις τοῦ ἁγίου Ἀποστόλου Θωμᾶ) ha una lettura dedicata principalmente alla memoria delle apparizioni di Cristo dopo la Risurrezione agli Apostoli, compreso Tommaso. In ricordo di questo evento tutta la settimana dopo Pasqua, così come il sesto giorno dopo la Resurrezione (la prima domenica dopo Pasqua), nella chiesa la tradizione è considerata dedicata all’apostolo Tommaso.

La liturgia della domenica di San Tommaso rafforza la fede dei credenti, esclamando con San Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” La Domenica di San Tommaso ha questo nome nella Chiesa orientale perché si legge il brano dal Vangelo di San Giovanni in cui si parla sull’incredulità di San Tommaso: “Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e con loro questa volta c’era anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, e si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!»” La festa era già registrata nei “Decreti Apostolici” dell’Antiochia, intorno al 380, dove la racconto sulla sua istituzione si conduce dal nome dell’apostolo Tommaso stesso (ἑορτὴ τιμία αὐτὴ ἡ ὀδόη, ἐν ᾗ Δυσπιστοῦντα ἐμὲ θωμᾶν ἐπὶ τῇ ἀναστά ἐππ ἐπληροφ è la festa venerata nell’ottavo giorno, in cui io, Tommaso, che non credevo, mi riempii di [fede] nella risurrezione).

Omnis terra: servite Domino in laetitia! … quando la vita con lui rinascerà. Alleluja

Jubilate Deo, cantate Domino!
Jubilate Deo, cantate Domino! Solo l’uomo vivente la gloria ti dà:
solo chi ti serve vivente in te sarà
.

Come cantano i cieli la tua santità,
sulla terra inneggi l’intera umanità.

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Giovanni 20, 19-31

Idea Progettazione articolo a cura di Marilena Marino Vocedivina.it

Buona Domenica in Albis

Buona Domenica in Albis

  1. Comprendi il significato spirituale di “Domenica in Albis”
  2. Esplora la storia di “Domenica in Albis”
  3. Come le comunità cristiane celebrano “Domenica in Albis”
  4. Come le persone possono praticare la tradizione di “Domenica in Albis” nella vita di tutti i giorni

Domenica in Albis è una ricorrenza cristiana che si celebra ogni anno, immediatamente dopo la Pasqua. Deriva dal termine latino “in albis depositis”, che significa “con le vesti bianche”. La Chiesa Cattolica ritiene che questa domenica sia un giorno di particolare importanza, poiché è una celebrazione della risurrezione di Cristo. La Domenica in Albis è una ricorrenza cristiana in cui la Chiesa commemora l’Ascensione di Gesù al cielo. I fedeli ricordano che Gesù è salito al cielo con le vesti bianche dopo essere stato crocifisso, sceso nei tre giorni seguenti, e risorto. La Chiesa incoraggia i credenti a partecipare a servizi di adorazione, ringraziamento e preghiera, celebrando la risurrezione di Cristo. La Domenica in Albis è un momento di riflessione e spiritualità, in cui i fedeli ricordano l’amore di Dio e la Sua bontà. La Chiesa incoraggia i cristiani a riflettere su come la loro vita è stata trasformata dalla risurrezione di Cristo. Anche se la celebrazione è principalmente cristiana, molti non cristiani partecipano a questa giornata, condividendo il messaggio di speranza che deriva dalla risurrezione di Cristo.

Scopri il significato della tradizione di “Domenica in Albis”

“Domenica in Albis” è una tradizione antica che sta ancora oggi celebrando la Resurrezione di Gesù. È una tradizione che ci ricorda di vivere con speranza e comprensione. Ci ricorda che la vita è un regalo prezioso che dobbiamo apprezzare e vivere al meglio; che la fede è una forza incredibile che ci sostiene, anche nei momenti più bui. Ci insegna a guardare al futuro con speranza, a non arrenderci mai e a non lasciarci abbattere dalle avversità che incontriamo nel cammino. Celebrare “Domenica in Albis” è un modo per ricordare che la vita non è mai definitiva e che tutto cambia, e possiamo imparare dagli errori e sperare in un futuro migliore. Che siamo tutti connessi e dobbiamo aiutarci a vicenda. “Domenica in Albis” ci ricorda che la speranza è un dono prezioso che dobbiamo proteggere e coltivare. Perché è grazie alla speranza che possiamo sognare, credere e raggiungere grandi cose.

Comprendi il significato spirituale di “Domenica in Albis”

La Domenica in Albis è un giorno di grande significato spirituale. In questo giorno, la nostra fede ci ispira a guardare oltre le sfide della vita e le difficoltà che ci incontriamo lungo il nostro viaggio spirituale. La Domenica in Albis ci ricorda che anche nelle circostanze più difficili della vita, possiamo trovare conforto e forza nelle parole della sacra scrittura. Ci ricorda che Dio è con noi e ci guida verso la luce. Quando la nostra fede è forte, siamo in grado di superare le prove ed emergere rinnovati. In questo giorno, riconosciamo il potere di Dio che ci aiuta a elevarci spiritualmente. Siamo grati per la sua misericordia e per la sua guida costante. Possiamo anche chiedere la sua benedizione e la sua saggezza come sostegno per la nostra vita spirituale. La Domenica in Albis è un giorno di speranza e di rinnovamento. Ci ricorda che la fede e l’amore di Dio non hanno limiti e ci incoraggia a vivere con passione e a raggiungere la nostra piena realizzazione. Anche nei giorni più bui della nostra vita, possiamo trovare conforto e forza nella luce divina.

Esplora la storia di “Domenica in Albis”

Domenica in Albis, una festa millenaria, è una celebrazione di vittoria, di risurrezione e di speranza. Si tratta di un giorno che non dimenticheremo mai. Una volta all’anno, durante la settimana santa, le persone si riuniscono per ricordare la morte e la resurrezione di Cristo. La gente si riunisce in chiesa per pregare e cantare inni di lode e di grazia. La gente si veste di bianco e porta fiori e regali come segno di rinascita. Domenica in Albis è un giorno di fede, speranza e amore. Un giorno in cui tutti possono riunirsi e ricordare che la vita non finisce con la morte. È un giorno che ci ricorda che siamo tutti ugualmente amati e che c’è una forza più grande che ci sostiene. Domenica in Albis ci ricorda che la vita va oltre la morte. Ci ricorda che la morte non è la fine, ma un nuovo inizio. Ci ricorda che la speranza non muore mai e che possiamo sempre trovare la forza per ricominciare.

Come le comunità cristiane celebrano “Domenica in Albis”

Le comunità cristiane in tutto il mondo celebrano “Domenica in Albis” come una giornata di ringraziamento e di speranza. È la giornata in cui si commemora l’uscita di Gesù dal sepolcro e la sua risurrezione. È il momento in cui celebriamo la vittoria di Gesù sulla morte e la sua promessa di una vita eterna. Le comunità cristiane celebrano “Domenica in Albis” partecipando a servizi di adorazione e rendendo grazie a Dio per la sua grazia e il suo amore. Pregano per la pace e la gioia nella loro comunità, e per le persone in tutto il mondo che hanno bisogno della benedizione della salvezza. Le celebrazioni possono includere la lettura della Parola di Dio, la condivisione di messaggi di speranza e l’adorazione attraverso canti e preghiere. I credenti possono usare questa giornata per riflettere sulla portata del loro amore per Dio e per il prossimo, e per riflettere sul dono della redenzione che Gesù ha offerto al mondo. Domenica in Albis è un giorno di rinascita e di nuova vita. È una promessa che ci ricorda che nulla è impossibile con Dio. Lasciate che la speranza di Cristo riempia i vostri cuori e celebriamo la sua resurrezione.

Come le persone possono praticare la tradizione di “Domenica in Albis” nella vita di tutti i giorni

Ogni domenica può essere una giornata di “Domenica in Albis”. La tradizione di “Domenica in Albis” invita le persone a riflettere sui cambiamenti nella propria vita, a celebrare i risultati raggiunti e a guardare avanti con speranza e fiducia. Inizia la tua giornata di “Domenica in Albis” prendendoti del tempo per ringraziare Dio per le tue benedizioni, riconosci le cose che hai realizzato nella tua vita: quali obiettivi hai raggiunto? Quali sfide hai superato? Prenditi il tempo per festeggiare le tue vittorie. Infine, guarda avanti con fiducia e speranza. Immagina la tua vita nei prossimi mesi e anni, e considera quali obiettivi vuoi raggiungere. Pensa a come puoi costruire un futuro migliore per te stesso e per gli altri. Concediti di praticare “Domenica in Albis” ogni settimana, e sentirai la gioia della gratitudine, della celebrazione e della speranza in Cristo Gesù risorto e signore della nostra vita!

L’importanza della preghiera durante una “Domenica in Albis”

La preghiera è una parte indispensabile di qualsiasi domenica in albis. La preghiera ci aiuta a riconnetterci al nostro Dio e ai nostri cari, a riconoscere le benedizioni che abbiamo nella nostra vita e a ringraziare per i doni che ci vengono donati. La preghiera ci ricorda che la domenica è un giorno speciale, un giorno in cui possiamo prendere un po’ di tempo per riconnetterci con il nostro Creatore. Durante una domenica in albis, pregare ci aiuta a sostenere e a preparare la nostra anima per il giorno successivo. La preghiera ci aiuta a mantenere la nostra mente e il nostro cuore focalizzati su ciò che è più importante nella nostra vita, e ci ricorda che Dio è sempre al nostro fianco. Inoltre, pregare ci aiuta a riconoscere la grazia di Dio e la Sua grande misericordia. Inoltre, la preghiera ci aiuta ad entrare in contatto con la nostra interiorità, ci aiuta a prenderci un momento per riflettere su ciò che stiamo facendo e ci aiuta a trovare la forza e la saggezza per affrontare le sfide della vita. La preghiera può essere un modo per esprimere le nostre preoccupazioni, le nostre paure e le nostre speranze, e può essere un mezzo per trovare conforto in momenti difficili. Pregare durante una domenica in albis può essere una grande benedizione non solo per noi ma anche per coloro che amiamo. La preghiera ci aiuta a ricordare a noi stessi e a coloro che ci sono vicini, che è importante prendersi del tempo per pregare e ringraziare Dio per tutte le Sue benedizioni. La preghiera ci consente di sentirci più connessi a Dio e al mondo che ci circonda. In conclusione, la preghiera è un’importante parte della nostra domenica e ci aiuta a riconnetterci con Dio, a riconoscere le benedizioni che abbiamo nella nostra vita e a trovare conforto e forza nei momenti difficili, unitamente a tuti i sacramenti che ci nutrono ogni volta che andiamo alle celebrazioni liturgiche.

I santi più venerati durante una “Domenica in Albis”

Oggi è una domenica in albis speciale, un giorno per rendere omaggio ai santi più venerati. San Francesco d’Assisi è al primo posto, con le sue preghiere e i suoi miracoli che ci ricordano che Dio ci ama. E poi c’è Santa Teresa di Calcutta, la donna che ha dedicato la sua vita a servire gli altri. E, naturalmente, San Giuseppe, il padre custode che è sempre stato un punto di riferimento per tutti noi. Infine, non possiamo dimenticare San Filippo Neri, il santo della gioia, che ci ricorda di godere delle piccole cose nella vita. Questi sono i quattro santi più venerati durante una domenica in albis.