Santa Caterina da Siena

Santa Caterina da Siena

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. La Chiesa ci mostra oggi Caterina da Siena. La sua storia ci insegna che nella vita non servono tanti anni per lasciare il segno, ma basta riempire ogni giorno con qualcosa di grande. La sua sapienza, riconosciuta nei Titoli di Patrona d’Italia e d’Europa e Dottore della Chiesa, non era tanto frutto dei libri ma della preghiera. Ha combattuto battaglie nella società civile e nella Chiesa, l’ha fatto con determinazione e tenacia, non per affermare il suo valore o una sua idea ma la verità.
Impariamo da Caterina a piegare le ginocchia davanti a Dio e a stare dritti davanti agli uomini, testimoni e difensori della verità e della giustizia.
“Non accontentatevi delle piccole cose.
Dio le vuole grandi. Mt 11,25-30
Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia”
Caterina da Siena – la ricordiamo oggi 29 aprile.

«Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia»: queste alcune delle parole che hanno reso questa santa, patrona d’Italia, celebre. Nata nel 1347 Caterina non va a scuola, non ha maestri. I suoi avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua “cella” di terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero). La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. Li chiameranno “Caterinati”. Lei impara a leggere e a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a donne di casa e a regine, e pure ai detenuti. Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d’Italia con Francesco d’Assisi.

Patronato: Italia, Europa (Giovanni Paolo II, 1/10/99)

Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco

Emblema: Anello, Giglio

Martirologio Romano: Festa di Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, che, preso l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, si sforzò di conoscere Dio in se stessa e se stessa in Dio e di rendersi conforme a Cristo crocifisso; lottò con forza e senza sosta per la pace, per il ritorno del Romano Pontefice nell’Urbe e per il ripristino dell’unità della Chiesa, lasciando pure celebri scritti della sua straordinaria dottrina spirituale.

Quando si pensa a santa Caterina da Siena vengono in mente tre aspetti di questa mistica nella quale sono stati stravolti i piani naturali: la sua totale appartenenza a Cristo, la sapienza infusa, il suo coraggio. I due simboli che caratterizzano l’iconografia cateriniana sono il libro e il giglio, che rappresentano rispettivamente la dottrina e la purezza. L’insistenza dell’iconografia antica sui simboli dottrinali e soprattutto il capolavoro de Il Dialogo della Divina Provvidenza (ovvero Libro della Divina Dottrina), l’eccezionale Epistolario e la raccolta delle Preghiere sono stati decisivi per la proclamazione a Dottore della Chiesa di santa Caterina, avvenuta il 4 ottobre 1970 per volere di Paolo VI (1897-1978), sette giorni dopo quella di santa Teresa d’ Avila (1515-1582).
Caterina (dal greco: donna pura) vive in un momento storico e in una terra, la Toscana, di intraprendente ricchezza spirituale e culturale, la cui scena artistica e letteraria era stata riempita da figure come Giotto (1267-1337) e  Dante (1265-1321), ma, contemporaneamente, dilaniata da tensioni e lotte fratricide di carattere politico, dove occupavano spazio preponderante le discordie fra guelfi e ghibellini.
La vita

Nasce a Siena nel rione di Fontebranda (oggi Nobile Contrada dell’Oca) il 25 marzo 1347: è la ventiquattresima figlia delle venticinque creature che Jacopo Benincasa, tintore, e Lapa di Puccio de’ Piacenti hanno messo al mondo. Giovanna è la sorella gemella, ma morirà neonata. La famiglia Benincasa, un patronimico, non ancora un cognome, appartiene alla piccola borghesia. Ha solo sei anni quando le appare Gesù vestito maestosamente, da Sommo Pontefice, con tre corone sul capo ed un manto rosso, accanto al quale stanno san Pietro, san Giovanni e san Paolo. Il Papa si trovava, a quel tempo, ad Avignone e la cristianità era minacciata dai movimenti ereticali.
Già a sette anni fece voto di verginità. Preghiere, penitenze e digiuni costellano ormai le sue giornate, dove non c’è più spazio per il gioco. Della precocissima vocazione parla il suo primo biografo, il beato Raimondo da Capua (1330-1399), nella Legeda Maior, confessore di santa Caterina e che divenne superiore generale dell’ordine domenicano; in queste pagine troviamo come la mistica senese abbia intrapreso, fin da bambina, la via della perfezione cristiana: riduce cibo e sonno; abolisce la carne; si nutre di erbe crude, di qualche frutto; utilizza il cilicio…
Proprio ai Domenicani la giovanissima Caterina, che aspirava a conquistare anime a Cristo, si rivolse per rispondere alla impellente chiamata. Ma prima di realizzare la sua aspirazione fu necessario combattere contro le forti reticenze dei genitori che la volevano coniugare. Aveva solo 12 anni, eppure reagì con forza: si tagliò i capelli, si coprì il capo con un velo e si serrò  in casa. Risolutivo fu poi ciò che un giorno il padre vide: sorprese una colomba aleggiare sulla figlia in preghiera. Nel 1363 vestì l’abito delle «mantellate» (dal mantello nero sull’abito bianco dei Domenicani); una scelta anomala quella del terz’ordine laicale, al quale aderivano soprattutto donne mature o vedove, che continuavano a vivere nel mondo, ma con l’emissione dei voti di obbedienza, povertà e castità.
Caterina si avvicinò alle letture sacre pur essendo analfabeta: ricevette dal Signore il dono di saper leggere e imparò anche a scrivere, ma usò comunque e spesso il metodo della dettatura.
Al termine del Carnevale del 1367 si compiono le mistiche nozze: da Gesù riceve un anello adorno di rubini. Fra Cristo, il bene amato sopra ogni altro bene, e Caterina viene a stabilirsi un rapporto di intimità particolarissimo e di intensa comunione, tanto da arrivare ad uno scambio fisico di cuore. Cristo, ormai e in tutti i sensi, vive in lei (Gal 2,20).
Ha inizio l’intensa attività caritatevole a vantaggio dei poveri, degli ammalati, dei carcerati e intanto soffre indicibilmente per il mondo, che è in balia della disgregazione e del peccato; l’Europa è pervasa dalle pestilenze, dalle carestie, dalle guerre: «la Francia preda della guerra civile; l’Italia corsa dalle compagnie di ventura e dilaniata dalle lotte intestine; il regno di Napoli travolto dall’incostanza e dalla lussuria della regina Giovanna; Gerusalemme in mano agli infedeli, e i turchi che avanzano in Anatolia mentre i cristiani si facevano guerra tra loro» (F. Cardini, I santi nella storia, San Paolo, Cinisello Balsamo -MI-, 2006, Vol. IV, p. 120). Fame, malattia, corruzione, sofferenze, sopraffazioni, ingiustizie…

Le lettere

Le lettere, che la mistica osa scrivere al Papa in nome di Dio, sono vere e proprie colate di lava, documenti di una realtà che impegna cielo e terra. Lo stile, tutto cateriniano, sgorga da sé, per necessità interiore: sospinge nel divino la realtà contingente, immergendo, con una iridescente e irresistibile forza d’amore, uomini e circostanze nello spazio soprannaturale. Ecco allora che le sue epistole sono un impasto di prosa e poesia, dove gli appelli alle autorità, sia religiose che civili, sono fermi e intransigenti, ma intrisi di materno sentire: «Delicatissima donna, questo gigante della volontà; dolcissima figlia e sorella, questo rude ammonitore di Pontefici e di re; i rimproveri e le minacce che ella osa fulminare sono compenetrati di affetto inesausto» (G. Papàsogli, Caterina da Siena, Fabbri Editori RCS, Milano 2001, p. 201). Usa espressioni tonanti, invitando alla virilità delle scelte e delle azioni, ma sa essere ugualmente tenerissima, come solo uno spirito muliebre è in grado di palesare.
La poesia di colei che scrive al Papa «Oimé, padre, io muoio di dolore, e non posso morire» è costituita da sublimi altezze e folgoranti illuminazioni divine, ma nel contempo, conoscendo che cosa sia il peccato e dove esso conduca, tocca abissi di indicibile nausea, perché Caterina intinge il pensiero nell’inchiostro della realtà tutta intera, quella fatta di bene e male, di angeli e demoni, di natura e sovranatura, dove il contingente si incontra e si scontra nell’Eterno.

Per la causa di Cristo
Una brulicante «famiglia spirituale», formata da sociae e socii, confessori e segretari, vive intorno a questa madre che pungola, sostiene, invita, con forza e senza posa, alla Causa di Cristo, facendo anche pressioni, come pacificatrice, su casate importanti come i Tolomei, i Malavolti, i Salimbeni, i Bernabò Visconti…
Lotte con il demonio, levitazioni, estasi, bilocazioni, colloqui con Cristo, il desiderio di fusione in Lui e la prima morte di puro amore, quando l’amore ebbe la forza della morte e la sua anima fu liberata dalla carne… per un breve spazio di tempo.
I temi sui quali Caterina pone attenzione sono: la pacificazione dell’Italia, la necessità della crociata, il ritorno della sede pontificia a Roma e la riforma della Chiesa. Passato il periodo della peste a Siena, nel quale non sottrae la sua attenta assistenza, il 1° aprile del 1375, nella chiesa di Santa Cristina, riceve le stimmate incruente. In quello stesso anno cerca di dissuadere i capi delle città di Pisa e Lucca dall’aderire alla Lega antipapale promossa da Firenze che si trovava in urto con i legati pontifici, che avrebbero dovuto preparare il ritorno del Papa a Roma. L’anno seguente partì per Avignone, dove giunse il 18 giugno per incontrare Gregorio XI (1330–1378), il quale, persuaso dall’intrepida Caterina, rientrò nella città di san Pietro il 17 gennaio 1377. L’anno successivo morì il Pontefice e gli successe Urbano VI (1318–1389), ma una parte del collegio cardinalizio gli preferì Roberto di Ginevra, che assunse il nome di Clemente VII (1342– 1394, antipapa), dando inizio al grande scisma d’Occidente, che durò un quarantennio, risolto al Concilio di Costanza (1414-1418) con le dimissioni di Gregorio XII (1326–1417), che precedentemente aveva legittimato il Concilio stesso, e l’elezione di Martino V (1368–1431), nonché con le scomuniche degli antipapi di Avignone (Benedetto XIII, 1328–1423) e di Pisa (Giovanni XXIII, 1370–1419).
All’udienza generale del 24 novembre 2010 Benedetto XVI ha affermato, riferendosi proprio a santa Caterina: «Il secolo in cui visse – il quattordicesimo – fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento».
Amando Gesù («O Pazzo d’amore!»), che descrive come un ponte lanciato tra Cielo e terra,  Caterina amava i sacerdoti perché dispensatori, attraverso i Sacramenti e la Parola, della forza salvifica. L’anima di colei che iniziava le sue cocenti e vivificanti lettere con «Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo», raggiunge la beatitudine il 29 aprile 1380, a 33 anni, gli stessi di Cristo, nel quale si era persa per ritrovare l’autentica essenza.

Chiostro S. Caterina da Siena

Autore: Cristina Siccardi

Idea Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it

Conversione S Paolo

Conversione S Paolo

Frasi Celebri di Paolo di Tarso

La vita di San Paolo di Tarso, noto anche come San Paolo Apostolo, è un racconto straordinario di trasformazione e dedizione alla diffusione del cristianesimo. Ecco una panoramica della sua vita e della sua conversione:

  1. Origini e Formazione: Paolo, originariamente chiamato Saulo, nacque a Tarso in Cilicia (l’attuale Turchia) intorno al 5-10 d.C. Era di origine ebraica e cresciuto in una famiglia farisea. Ricevette una formazione religiosa rigorosa e acquisì competenze come fabbricante di tende.
  2. Fase Persecutoria: Inizialmente, Saulo fu noto per la sua opposizione al nascente movimento cristiano. Era un fervente persecutore dei cristiani, partecipando attivamente all’arresto e alla persecuzione dei seguaci di Gesù.
  3. La Conversione sulla Via di Damasco: La svolta nella vita di Saulo avvenne durante un viaggio a Damasco. Mentre si dirigeva verso la città con l’intenzione di perseguitare i cristiani, ebbe un incontro straordinario con Gesù Cristo risorto. Una luce accecante lo avvolse, e Saulo udì la voce di Gesù che gli chiedeva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” Dopo questa esperienza, Saulo rimase cieco per tre giorni.
  4. La Rinascita e la Missione Apostolica: Durante quei giorni di cecità, Anania, un seguace di Gesù, lo guarì e lo battezzò. Da quel momento, Saulo sperimentò una conversione radicale e cambiò il suo nome in Paolo. Iniziò a predicare appassionatamente il cristianesimo, diventando uno degli apostoli più influenti e prolifici nella diffusione del Vangelo.
  5. Le Missioni Apostoliche: Paolo intraprese numerose missioni apostoliche, viaggiando per vasti territori dell’Impero Romano. Fondò numerose comunità cristiane e scrisse diverse epistole (lettere) che costituiscono una parte significativa del Nuovo Testamento.
  6. Imprigionamento e Morte: Paolo affrontò diversi arresti durante la sua missione apostolica, e infine fu imprigionato a Roma. Tradizionalmente si ritiene che sia stato martirizzato, essendo stato giustiziato sotto l’imperatore romano Nerone, intorno al 67 d.C.

La conversione di San Paolo è uno degli eventi più notevoli nella storia cristiana, e la sua trasformazione da persecutore a fervente apostolo ha avuto un impatto duraturo sulla diffusione del cristianesimo nel mondo antico. Le sue lettere, presenti nel Nuovo Testamento, sono ancora oggi fonte di insegnamento e ispirazione per i cristiani.

Dopo la sua conversione miracolosa sulla Via di Damasco, Paolo si ritrovò in una condizione di cecità, sia fisica che spirituale. Gli occhi, una volta aperti solo per cercare e perseguitare i seguaci di Gesù, ora erano chiusi, incapaci di vedere il mondo esterno. Ma nel buio della sua cecità fisica, qualcosa di straordinario stava accadendo dentro di lui.

Durante quei tre giorni di oscurità, Paolo fu attraversato da una profonda riflessione e preghiera. Riconsiderò le sue azioni passate, confrontando il suo zelo per la legge con la luce divina che aveva sperimentato sulla strada per Damasco. In quel silenzio oscuro, Paolo fu visitato da Anania, un seguace di Gesù, che gli impose le mani, restituendogli la vista e il senso spirituale.

La trasformazione di Saulo in Paolo fu radicale. L’uomo che una volta era un accanito persecutore dei cristiani divenne un ardente apostolo di Cristo. Non solo cambiò il suo nome, ma cambiò completamente il corso della sua vita. La luce divina che lo aveva accecato fisicamente lo illuminò interiormente, aprendo gli occhi del suo cuore alla verità del Vangelo.

Da quel momento in poi, Paolo si dedicò instancabilmente a diffondere la buona notizia di Gesù Cristo. Viaggiò per terre lontane, affrontò persecuzioni, incarcerazioni e sofferenze, ma nulla poteva fermare la fiamma della sua fede. Le città, i villaggi e le comunità incontrate nel corso delle sue missioni furono testimoni della sua passione e dedizione.

Le sue lettere, scritte in momenti di prigionia o durante le sue peregrinazioni, diventarono una testimonianza duratura della sua teologia profonda e della sua saggezza spirituale. Attraverso la sua scrittura appassionata, Paolo continuò a guidare e nutrire le comunità cristiane, esortandole all’amore, alla fede e alla speranza.

Il suo cammino apostolico lo portò infine a Roma, la capitale dell’Impero, dove subì il martirio per la sua fede. Paolo, l’ex persecutore diventato apostolo, affrontò la sua fine con la stessa determinazione e fede che aveva guidato la sua vita.

La conversione di Paolo è un racconto di trasformazione straordinaria, un esempio di come la grazia divina può cambiare radicalmente una vita e trasformare un cuore ostile in uno devoto. La storia di Paolo è intrisa di avventure, prove e, soprattutto, della potenza trasformatrice dell’amore di Dio.

Il viaggio di Paolo, dall’oscurità alla luce, è una narrazione che va al di là delle circostanze terrene. La sua vita diventò una testimonianza vivente della grazia redentrice di Cristo, un racconto di speranza che risuona attraverso i secoli.

Mentre Paolo si trovava in prigione a Roma, le sue lettere continuarono a fluire, portando conforto e insegnamento alle comunità cristiane sparse in tutto l’impero. Nelle sue parole, traspariva la consapevolezza profonda della grazia di Dio, della sua misericordia e dell’amore che travalicava le barriere etniche e culturali.

La sua epistola ai Filippesi, scritta in una situazione di apparente difficoltà, riflette la sua prospettiva straordinaria sulla gioia e sull’importanza di concentrarsi su Cristo. “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi!” sono parole che risuonano con un tono di fiducia radicata in una fede salda.

Paolo, l’apostolo delle nazioni, non solo trasformò la sua vita, ma contribuì in modo significativo allo sviluppo teologico del cristianesimo. Le sue lettere, considerate parte integrante del Nuovo Testamento, trattano questioni fondamentali sulla grazia, la fede, la giustificazione e l’amore di Dio.

La sua eredità vive ancora attraverso le comunità cristiane in tutto il mondo, che attingono ispirazione dalle sue parole e dal suo esempio. La conversione di Paolo è un richiamo potente a tutti coloro che si sentono lontani da Dio o intrappolati nel buio delle proprie scelte sbagliate. Essa ci ricorda che, attraverso la grazia, ogni cuore può essere trasformato, e ogni vita può diventare un testimonio vivente della potenza redentrice di Cristo.

La storia di Paolo di Tarso è una testimonianza di come la grazia divina può raggiungere anche il più duro dei cuori e trasformare un persecutore in un apostolo, un testimone ardente della verità che ha incontrato sulla strada di Damasco. La sua vita ci invita a riflettere sulla nostra risposta alla chiamata di Dio e a credere nella possibilità di una trasformazione radicale attraverso l’amore e la grazia divina.

Cosa ci lascia S Paolo e la sua fede in Cristo

San Paolo, attraverso la sua vita, le esperienze e le lettere, lascia alla fede cristiana un ricco patrimonio teologico e spirituale. Alcuni degli insegnamenti chiave che Paolo offre alla fede includono:

  1. Grazia e Giustificazione: Paolo sottolinea la centralità della grazia divina nella salvezza. In molte delle sue lettere, espone il concetto che la salvezza non è ottenuta attraverso le opere, ma è un dono gratuito di Dio. La giustificazione, secondo Paolo, deriva dalla fede in Gesù Cristo.
  2. Fede e Opera: Nonostante l’importanza attribuita alla grazia, Paolo enfatizza anche l’importanza della fede viva che si manifesta attraverso le opere di amore. La fede, per lui, è dinamica e si esprime nell’impegno pratico verso Dio e il prossimo.
  3. Corpo di Cristo: Paolo usa l’immagine del corpo per descrivere la Chiesa come il Corpo di Cristo. Ogni membro, anche se diverso, contribuisce al bene comune. Questo insegnamento promuove l’unità, la diversità e la responsabilità reciproca all’interno della comunità cristiana.
  4. Amore e Libertà: Nel celebre capitolo sulla carità (1 Corinzi 13), Paolo dipinge un ritratto dell’amore cristiano. L’amore, secondo lui, è la forza motrice di tutte le azioni cristiane. Nel contempo, sottolinea la libertà cristiana, ma avverte contro un uso egoistico della libertà che potrebbe danneggiare gli altri.
  5. Sofferenza e Consolazione: Paolo affronta la realtà della sofferenza, sia fisica che spirituale. Nel suo insegnamento, la sofferenza può essere vista come una partecipazione alla sofferenza di Cristo e può portare a una profonda consolazione. La sua stessa vita, segnata da prove e difficoltà, testimonia la potenza della grazia di Dio nel mezzo delle avversità.
  6. Risurrezione e Vita Eterna: Paolo dedica parte significativa delle sue lettere a trattare della risurrezione. In particolare, nella sua prima lettera ai Corinzi, spiega la centralità della risurrezione di Cristo per la fede cristiana e la speranza nella vita eterna.

Il contributo di San Paolo alla fede cristiana è di una portata eccezionale. Le sue lettere, ispirate dallo Spirito Santo, forniscono una guida profonda e pratica per la vita cristiana. Paolo ci lascia una eredità che ci invita a vivere con fede e amore, a riconoscere la potenza trasformatrice della grazia di Dio e a impegna rci nella costruzione del Regno di Dio sulla terra.

  1. La Lotta Spirituale: Paolo parla della realtà della lotta spirituale e della necessità di indossare l’armatura di Dio (Efesini 6:10-18). Ci insegna a essere pronti ad affrontare le sfide spirituali con fede, preghiera e resistenza, consapevoli della presenza di forze spirituali in conflitto.
  2. La Comunione Eucaristica: Nelle sue lettere, Paolo spiega il significato e la profondità della Cena del Signore. Nel suo insegnamento sulla Cena del Signore (1 Corinzi 11:23-26), sottolinea la comunione con Cristo e con i membri del Corpo di Cristo attraverso questo sacramento.
  3. La Forza nella Debolezza: Paolo condivide la sua esperienza di “spina nella carne” (2 Corinzi 12:7-10), rivelando come Dio usi la debolezza umana per manifestare la sua potenza. Questo ci insegna a trovare la forza in Dio anche nelle nostre limitazioni.
  4. Il Cammino della Fede: Paolo stesso è un esempio di perseveranza nella fede nonostante le avversità. Nei momenti di prigione, persecuzione e sofferenza, mantiene la sua fiducia in Dio e continua a diffondere il Vangelo. Il suo coraggio e la sua dedizione ci ispirano a perseverare nella fede anche di fronte alle sfide.
  5. La Gentilezza e l’Amabilità: Anche nelle sue correzioni e ammonizioni, Paolo esprime la gentilezza e l’amabilità. Nel suo insegnamento sulla correzione fraterna, ci invita a correggerci a vicenda con amore e rispetto, cercando la crescita spirituale degli altri (Galati 6:1).
  6. L’Attesa della Parusia: Paolo parla dell’attesa della seconda venuta di Cristo (Parusia) e dell’importanza di vivere in modo vigilante e preparato per l’incontro con il Signore (1 Tessalonicesi 4:16-18). Questa attesa forma la base della speranza cristiana e ci orienta verso il futuro glorioso che Dio ha preparato per coloro che lo amano.

Il contributo di Paolo alla fede cristiana va ben oltre le sue parole. La sua vita e il suo ministero incarnano la trasformazione che la grazia di Dio può operare in un individuo. Ciò che ci lascia è un invito a vivere con fede, speranza e amore, a essere testimoni del Vangelo in ogni aspetto della nostra vita quotidiana.

  1. L’Unità nella Diversità: Paolo si sforza di promuovere l’unità all’interno della Chiesa, anche in mezzo alle differenze culturali e etniche. In molte delle sue lettere, enfatizza che tutti sono uno in Cristo Gesù, indipendentemente dalla loro origine o status sociale (Galati 3:28). Questa visione dell’unità nella diversità rimane un insegnamento essenziale per le comunità cristiane.
  2. Il Ministero della Consolazione: Paolo, il “Dio della consolazione” (2 Corinzi 1:3), incoraggia la Chiesa a condividere consolazione con gli altri. Egli stesso, attraverso le sue prove, imparò a consolare gli altri con la consolazione che aveva ricevuto da Dio.
  3. Il Ruolo delle Donne nella Chiesa: Mentre alcuni passaggi delle sue lettere sono stati interpretati in modi diversi, Paolo riconosce il contributo significativo delle donne nella Chiesa. Nella sua lettera ai Romani, menziona Febe come diacono e Prisca (o Priscilla) come sua collaboratrice nella diffusione del Vangelo.
  4. La Generosità e la Colletta per i Poveri: Paolo è coinvolto nell’organizzazione di raccolte di fondi per i poveri tra le comunità cristiane (2 Corinzi 8-9). Questa pratica riflette la sua preoccupazione per la giustizia sociale e l’attenzione ai bisogni materiali dei membri della Chiesa.
  5. La Disciplina nella Chiesa: Paolo affronta anche la questione della disciplina nella Chiesa. Nel suo insegnamento, sottolinea la necessità di correggere il comportamento errato all’interno della comunità, mantenendo un bilanciamento tra amore e disciplina per il bene comune.
  6. Il Combattimento del Buon Combattimento della Fede: Nelle sue ultime lettere, Paolo usa immagini guerresche per descrivere la sua corsa nella fede. Parla di aver combattuto il buon combattimento, completato la corsa e conservato la fede (2 Timoteo 4:7). Questa immagine esorta i credenti a perseverare nella fede nonostante le sfide.

San Paolo, attraverso la sua vita e le sue lettere, ci offre un ampio spettro di insegnamenti che abbracciano aspetti teologici, etici e pratici della vita cristiana. Il suo lascito è un richiamo costante a vivere secondo i principi del Vangelo, a crescere nella fede, nella speranza e nell’amore, e a perseguire la santità in ogni aspetto della vita. La sua eredità continua a guidare e ispirare milioni di credenti nel loro cammino di fede.

  1. La Priorità della Preghiera: Paolo sottolinea l’importanza della preghiera in diverse occasioni. Invita i credenti a pregare senza cessare (1 Tessalonicesi 5:17) e a presentare le loro richieste a Dio con gratitudine (Filippesi 4:6). La preghiera, per Paolo, è un mezzo vitale di comunicazione con Dio e un’opportunità per trovare consolazione e forza.
  2. La Parola di Dio come Spada dello Spirito: Nell’armatura spirituale descritta in Efesini 6, Paolo colloca l’importanza della Parola di Dio come la “spada dello Spirito”. Questo sottolinea la potenza della Scrittura nel combattere le tentazioni spirituali e nel rivelare la volontà di Dio.
  3. La Comunione Fraterna: Paolo promuove la comunione fraterna e l’attenzione agli altri. In 1 Corinzi 12, utilizza l’immagine del corpo per spiegare l’importanza di ciascun membro nella Chiesa. Questo insegna la responsabilità reciproca e la condivisione delle gioie e delle sofferenze all’interno della comunità cristiana.
  4. La Fiducia nella Provvidenza Divina: Anche di fronte alle difficoltà e alle avversità, Paolo insegna la fiducia nella provvidenza divina. La sua affermazione “Tutto posso in colui che mi dà forza” (Filippesi 4:13) riflette la sua convinzione che la forza di affrontare le sfide proviene da Cristo.
  5. La Predicazione del Vangelo: Paolo considera la predicazione del Vangelo come una missione centrale nella vita del cristiano. Nella sua lettera ai Romani, chiede: “Come invocheranno colui in cui non hanno creduto? E come crederanno in colui di cui non hanno udito parlare? E come ne udranno parlare se non vi sarà chi predichi?” (Romani 10:14). Questo sottolinea l’importanza di condividere attivamente la buona notizia con gli altri.
  6. L’Umiltà e l’Esaltazione di Cristo: Paolo esorta i credenti a coltivare l’umiltà, seguendo l’esempio di Cristo (Filippesi 2:5-11). Questo insegnamento ci ricorda di servire gli altri con umiltà e di riconoscere la grandezza di Dio nella nostra vita.
  7. La Speranza Resa Sicura in Cristo: Paolo insegna che la speranza cristiana non delude perché è fondata sulla fede in Gesù Cristo. Scrivendo ai Romani, afferma che la speranza non delude “perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5:5). La speranza cristiana è radicata nell’amore di Dio e nella presenza dello Spirito Santo nelle nostre vite.

Questi insegnamenti di San Paolo formano un ricco tesoro per la fede cristiana, offrendo orientamenti pratici, etici e teologici. Paolo ci sfida a vivere in modo coerente con la nostra fede, ad abbracciare la grazia di Dio e a essere testimoni del Vangelo in ogni aspetto della nostra vita. La sua eredità continua a illuminare il cammino di coloro che cercano di seguire Cristo oggi.

  1. La Virtù della Pazienza: Paolo, affrontando le difficoltà e le avversità nella sua vita e nel suo ministero, esemplifica la virtù della pazienza. Incoraggia i credenti a perseverare nelle tribolazioni, sapendo che la pazienza produce carattere e speranza (Romani 5:3-4).
  2. La Responsabilità Individuale e Collettiva: Paolo insegna sia la responsabilità individuale che quella collettiva nella vita cristiana. Mentre sottolinea l’importanza della fede personale e della relazione individuale con Cristo, riconosce anche la responsabilità dei credenti di sostenersi a vicenda e di costruire insieme il corpo di Cristo.
  3. Il Combattimento Contro le Tenebre Spirituali: Paolo riconosce la presenza delle tenebre spirituali e invita i credenti a combattere il buon combattimento della fede. Nel suo insegnamento sulla guerra spirituale, ci esorta a indossare l’armatura di Dio per resistere alle insidie del nemico (Efesini 6:10-18).
  4. L’Ammonimento Fraterno: Paolo, nella sua lettera ai Galati, incoraggia il confronto fraterno e l’ammonimento quando un credente si allontana dalla verità. Questo insegnamento riafferma l’importanza della cura e dell’accountability all’interno della comunità cristiana.
  5. Il Culto della Vita Consacrata: Paolo dedica una parte significativa delle sue lettere a spiegare il significato e la pratica del culto cristiano. Nell’insegnamento sulla consacrazione del nostro corpo come un “sacrificio vivente” (Romani 12:1), sottolinea l’importanza di vivere ogni aspetto della nostra vita in adorazione a Dio.
  6. La Lotta Contro la Tentazione: Paolo riconosce la realtà delle tentazioni e invita i credenti a resistere con fermezza. Nel suo insegnamento sulla tentazione, sottolinea che Dio fornirà una via d’uscita e che possiamo affrontare le sfide con la forza che ci viene da Cristo (1 Corinzi 10:13).
  7. Il Ruolo dello Spirito Santo nella Vita del Credente: Paolo insegna l’importanza dello Spirito Santo nella vita del credente. Nei suoi scritti, evidenzia il ruolo dello Spirito Santo nell’illuminare, consolare, guidare e santificare i credenti, rendendoli capaci di vivere una vita in conformità con la volontà di Dio.
  8. La Promessa della Vita Eterna: Paolo offre la sicurezza della vita eterna a coloro che confidano in Cristo. Nel suo insegnamento sulla risurrezione dei morti (1 Corinzi 15), proclama la vittoria su morte e peccato attraverso Cristo, offrendo la speranza della vita eterna con Dio.

La ricchezza degli insegnamenti di Paolo continua a offrire guida e ispirazione alla comunità cristiana. La sua eredità si riflette nella profondità teologica, nella praticità etica e nella saggezza spirituale che permea le sue lettere. Paolo ci incoraggia a vivere con fede, a lottare per la verità e a crescere nell’amore di Dio, invitandoci a una vita di consacrazione e speranza nella promessa della vita eterna.

S Teresa d’Avila

S Teresa d’Avila

“S Teresa d’Avila: una guida spirituale illuminante per la tua vita.”

Introduzione

Santa Teresa d’Avila, nata nel 1515 e morta nel 1582, è stata una monaca carmelitana, mistica e scrittrice spagnola. È considerata una delle figure più importanti della spiritualità cristiana e una delle grandi maestre della vita interiore. Le sue opere, tra cui “Il Libro della Vita” e “Il Castello Interiore”, sono considerate dei classici della letteratura mistica e hanno influenzato profondamente il pensiero religioso e filosofico. Santa Teresa d’Avila è stata canonizzata nel 1614 e il suo giorno di festa è il 15 ottobre.

La vita e le opere di Santa Teresa d’Avila  

Santa Teresa d’Avila è stata una figura di grande importanza nella storia della Chiesa cattolica. Nata nel 1515 a Gotarrendura, in Spagna, Teresa è diventata una delle più influenti mistici e scrittrici spirituali del suo tempo. La sua vita e le sue opere hanno lasciato un’impronta duratura sulla spiritualità cristiana.

Teresa è entrata nel convento delle Carmelitane a diciotto anni, ma ha trascorso molti anni in una sorta di “sonnambulismo spirituale”, come lei stessa lo definiva. È solo dopo un’esperienza mistica che ha avuto a trentacinque anni che ha iniziato a dedicarsi seriamente alla vita religiosa. Questa esperienza, che lei descrive come un incontro con Dio, ha segnato l’inizio di una profonda trasformazione nella sua vita.

Durante gli anni successivi ha lavorato instancabilmente per riformare l’ordine delle Carmelitane, che era diventato corrotto e decadente. Ha fondato diversi conventi in tutta la Spagna, seguendo una regola più rigorosa e impegnandosi a vivere una vita di preghiera e contemplazione. La sua determinazione e il suo zelo per la riforma hanno portato a una serie di conflitti con le autorità ecclesiastiche, ma Teresa non si è mai arresa.

Le sue opere sono state fondamentali per la sua missione di riforma. Il suo libro più famoso, “Il castello interiore”, è una guida spirituale che descrive il percorso verso la perfezione spirituale attraverso sette “stanze” o livelli di consapevolezza. Questo libro è considerato un classico della letteratura mistica e ha influenzato molti altri scrittori spirituali successivi.

Oltre a “Il castello interiore”, Teresa ha scritto numerosi altri libri e trattati sulla vita spirituale. Tra questi vi sono “La via della perfezione”, “Le fondazioni” e “Le relazioni”. In queste opere, Teresa condivide le sue esperienze e le sue riflessioni sulla preghiera, la contemplazione e la vita religiosa. Le sue parole sono piene di saggezza e profondità, e offrono una guida preziosa per coloro che cercano una vita di fede più profonda.

Non è stata solo una scrittrice. Era anche una donna di grande carisma e leadership. Ha viaggiato in tutta la Spagna per fondare nuovi conventi e diffondere la sua visione di una vita religiosa più autentica. Ha affrontato molte difficoltà e ostacoli lungo il cammino, ma la sua determinazione e la sua fede in Dio l’hanno sostenuta.

Santa Teresa d’Avila è morta nel 1582, ma il suo lascito vive ancora oggi. È stata canonizzata nel 1614 e il suo giorno di festa è il 15 ottobre. Le sue opere continuano ad ispirare e guidare le persone in tutto il mondo, e la sua figura è ammirata sia dai cattolici che da coloro che cercano una maggiore comprensione della spiritualità, e’ stata una figura straordinaria nella storia della Chiesa cattolica. La sua vita e le sue opere hanno avuto un impatto duraturo sulla spiritualità cristiana, e la sua determinazione e la sua fede sono un esempio per tutti noi. Che sia attraverso i suoi scritti o attraverso la sua vita, ella ci invita a cercare una relazione più profonda con Dio e a vivere una vita di fede autentica.

L’influenza di Santa Teresa d’Avila sulla spiritualità cristiana

Santa Teresa d’Avila è stata una figura di grande importanza nella storia della spiritualità cristiana. Nata nel 1515 in Spagna, Teresa è diventata una monaca carmelitana e ha dedicato la sua vita alla preghiera e alla contemplazione. La sua influenza sulla spiritualità cristiana è stata profonda e duratura.

Una delle principali contribuzioni di Santa Teresa d’Avila è stata la sua riforma dell’ordine carmelitano. All’epoca, molti monasteri carmelitani erano diventati corrotti e avevano perso il loro scopo originale di vita contemplativa. Teresa ha lavorato instancabilmente per ripristinare la disciplina e la spiritualità all’interno dell’ordine. Ha fondato numerosi monasteri riformati, in cui le monache si dedicavano alla preghiera e alla meditazione in modo più intenso. Questa riforma ha avuto un impatto significativo sulla vita religiosa dell’epoca e ha ispirato molte altre riforme monastiche.

Oltre alla sua riforma dell’ordine carmelitano, Santa Teresa d’Avila ha anche scritto numerosi libri sulla spiritualità. Il suo capolavoro, “Il castello interiore”, è considerato uno dei più importanti testi mistici della storia. In questo libro, Teresa esplora le diverse fasi del cammino spirituale e offre consigli pratici su come raggiungere una più profonda unione con Dio. Le sue opere sono state ampiamente lette e studiate da teologi e mistici di tutto il mondo e hanno influenzato profondamente la spiritualità cristiana.

Un altro aspetto dell’influenza di Santa Teresa d’Avila sulla spiritualità cristiana è la sua enfasi sull’importanza dell’esperienza personale di Dio. Teresa credeva che la preghiera e la contemplazione dovessero essere esperienze intime e personali, in cui l’anima si unisce direttamente a Dio. Questa enfasi sull’esperienza personale di Dio ha avuto un impatto significativo sulla spiritualità cristiana, spingendo i credenti a cercare una relazione più profonda e personale con il divino.

Inoltre, Santa Teresa d’Avila ha anche sottolineato l’importanza della umiltà e della povertà spirituale. Ha insegnato che l’umiltà è essenziale per il progresso spirituale e che solo coloro che si considerano poveri di spirito possono veramente ricevere le grazie di Dio. Questo insegnamento ha influenzato molti credenti, spingendoli a cercare una maggiore umiltà e a riconoscere la loro dipendenza da Dio.

Infine, l’influenza di Santa Teresa d’Avila sulla spiritualità cristiana si estende anche alla sua visione dell’amore di Dio. Teresa credeva che l’amore di Dio fosse la forza motrice di tutto il cammino spirituale e che solo attraverso l’amore si potesse raggiungere l’unione con Dio. Questa visione dell’amore divino ha ispirato molti credenti a cercare un amore più profondo e autentico per Dio e per gli altri.

In conclusione, Santa Teresa d’Avila ha avuto un impatto significativo sulla spiritualità cristiana attraverso la sua riforma dell’ordine carmelitano, i suoi scritti mistici, la sua enfasi sull’esperienza personale di Dio, la sua enfasi sull’umiltà e la povertà spirituale e la sua visione dell’amore divino. La sua eredità spirituale continua ad influenzare e ispirare i credenti di tutto il mondo, offrendo un modello di vita contemplativa e di profonda unione con Dio.

L’importanza della mistica teresiana nella tradizione cattolica

Santa Teresa d’Avila è una delle figure più importanti nella tradizione mistica cattolica. Nata nel 1515 in Spagna, Teresa ha dedicato la sua vita alla ricerca di una profonda unione con Dio attraverso la preghiera e la contemplazione. La sua esperienza mistica e le sue opere hanno avuto un impatto significativo sulla spiritualità cattolica, influenzando generazioni di credenti.

La mistica teresiana si basa su un’intima relazione con Dio, che viene raggiunta attraverso la preghiera e la contemplazione. Teresa credeva che ogni persona avesse la capacità di entrare in contatto con il divino, ma che fosse necessario un impegno costante e una disciplina spirituale per raggiungere questo obiettivo. La sua scrittura è ricca di consigli pratici su come coltivare una vita di preghiera profonda e di unione con Dio.

Uno dei concetti chiave nella mistica teresiana è l'”orazione di quiete”. Questa forma di preghiera consiste nel silenziare la mente e il cuore, aprendosi alla presenza di Dio. Teresa sosteneva che durante l’orazione di quiete, l’anima si unisce a Dio in un modo che va oltre le parole e i pensieri. Questa esperienza di unione mistica è considerata il culmine della vita spirituale secondo la tradizione teresiana.

La mistica teresiana ha anche un forte elemento di autoconoscenza. Teresa credeva che per entrare in un’unione profonda con Dio, fosse necessario conoscere se stessi e i propri desideri. Solo attraverso un’autentica consapevolezza di sé, si può sviluppare una relazione autentica con Dio. Questo richiede un’onestà radicale e un’apertura alla trasformazione interiore.

Un altro aspetto importante della mistica teresiana è l’importanza della comunità. Teresa credeva che la vita spirituale non potesse essere vissuta in isolamento, ma richiedesse la condivisione e il sostegno di altri credenti. Ha fondato numerose comunità religiose, tra cui il famoso monastero di San Giuseppe a Avila, dove le suore vivevano secondo una regola di vita comune. Queste comunità offrivano un ambiente sicuro e stimolante per la crescita spirituale e la condivisione delle esperienze mistiche.

L’eredità di Santa Teresa d’Avila è ancora viva oggi. Le sue opere, come “Il Castello interiore” e “La via della perfezione”, sono considerate dei classici della spiritualità cattolica e sono lette e studiate da credenti di tutto il mondo. La sua mistica teresiana continua ad ispirare e guidare coloro che cercano una relazione più profonda con Dio.

In conclusione, la mistica teresiana di Santa Teresa d’Avila ha avuto un impatto significativo sulla tradizione cattolica. La sua enfasi sull’orazione di quiete, sull’autoconoscenza e sulla comunità ha influenzato la spiritualità di generazioni di credenti. Le sue opere sono ancora lette e studiate oggi, offrendo una guida preziosa per coloro che cercano una vita di preghiera profonda e di unione con Dio. La mistica teresiana continua ad essere un importante contributo alla tradizione cattolica e un invito a cercare una relazione più intima con il divino.

L’eredità di Santa Teresa d’Avila nel mondo contemporaneo

Santa Teresa d’Avila è stata una figura di grande importanza nella storia della Chiesa cattolica. Nata nel XVI secolo in Spagna, è stata una monaca carmelitana, mistica e scrittrice. La sua eredità è ancora viva nel mondo contemporaneo, influenzando molte persone in tutto il mondo.

Una delle principali eredità di Santa Teresa d’Avila è la sua profonda spiritualità. Era una mistica, che aveva una connessione diretta con Dio e una profonda esperienza di preghiera. Questa spiritualità è ancora viva oggi, con molte persone che cercano di seguire le sue orme e di sviluppare una relazione più profonda con Dio. La sua scrittura, in particolare il suo libro “Il Castello interiore”, è ancora letto e studiato da molti, offrendo una guida spirituale per coloro che cercano di crescere nella loro fede.

Oltre alla sua spiritualità, Santa Teresa d’Avila è stata anche una riformatrice del Carmelo. Ha fondato diversi conventi, cercando di ripristinare la vita religiosa al suo stato originale di povertà, umiltà e preghiera. Questa eredità di riforma è ancora presente nel mondo contemporaneo, con molte comunità religiose che cercano di seguire il suo esempio e di vivere una vita di semplicità e dedizione a Dio.

Un’altra eredità di Santa Teresa d’Avila è il suo ruolo di donna leader nella Chiesa. Nel XVI secolo, le donne avevano poche opportunità di leadership nella Chiesa, ma Santa Teresa d’Avila ha dimostrato che le donne possono avere un ruolo significativo nella vita religiosa. Ha fondato e guidato i suoi conventi, dimostrando che le donne possono essere leader spirituali e influenti. Questa eredità è ancora rilevante oggi, con molte donne che cercano di seguire le sue orme e di assumere ruoli di leadership nella Chiesa.

Inoltre, Santa Teresa d’Avila è stata una scrittrice prolifica. Ha scritto molti libri e poesie, che sono ancora letti e studiati oggi. La sua scrittura è caratterizzata da una profonda saggezza e da una comprensione della vita spirituale. Le sue parole hanno il potere di ispirare e di guidare le persone nel loro cammino di fede. La sua eredità letteraria è ancora viva nel mondo contemporaneo, con molte persone che trovano conforto e ispirazione nelle sue opere.

Infine, l’eredità di Santa Teresa d’Avila si estende anche al campo dell’arte. Molte opere d’arte sono state create in suo onore, raffigurandola come una figura spirituale e ispiratrice. Queste opere d’arte sono ancora apprezzate e ammirate oggi, testimoniando l’impatto duraturo che ha avuto sulla cultura e sull’arte.

In conclusione, l’eredità di Santa Teresa d’Avila nel mondo contemporaneo è vasta e significativa. La sua profonda spiritualità, la sua riforma del Carmelo, il suo ruolo di donna leader nella Chiesa, la sua scrittura e l’impatto sull’arte sono tutti elementi che continuano ad influenzare e ispirare molte persone in tutto il mondo. La sua eredità è un testamento alla sua straordinaria vita e alla sua dedizione a Dio, e continua a vivere attraverso coloro che cercano di seguire le sue orme.

Conclusione

S. Teresa d’Avila è stata una figura importante nella storia della Chiesa cattolica. È stata una monaca carmelitana, mistica e scrittrice spagnola del XVI secolo. Le sue opere, come “Il castello interiore” e “La via della perfezione”, hanno avuto un impatto significativo sulla spiritualità cristiana. S. Teresa d’Avila è stata canonizzata nel 1614 ed è considerata una delle grandi sante della Chiesa.

11 Pensieri dalle Confessioni di Sant’Agostino

11 Pensieri dalle Confessioni di Sant’Agostino

11 pensieri per riaccendere la vita cristiana

“Insegnami la dolcezza ispirandomi la carità,

insegnami la disciplina dandomi la pazienza e insegnami la scienza illuminandomi la mente.”

C'È UN TEMPO PER OGNI COSA - Qoelet 3,1-15

Una riflessione a mo’ di galleria fotografica per trarre sempre nuove riflessioni

Il mio secondo figlio si chiama Agustín, e non perché mio padre o mio nonno si chiamino così, e nemmeno perché chiamare i bambini in questo modo è di moda. Si chiama Agustín in onore di Sant’Agostino di Ippona. Ho voluto dargli questo nome, sul quale mio marito fortunatamente ha concordato, per non dimenticare mai quello che la vita di questo santo ha dato alla mia e a quella di tanti altri. Le Confessioni sono il libro attraverso il quale ho conosciuto Sant’Agostino, ed è quello che raccomando maggiormente quando parliamo di conversione e di lotta.

Oltre ad essere un bel dialogo tra Sant’Agostino e Dio, questa autobiografia dimostra che anche i santi sono stati peccatori come te e me. Tra le sue righe molti di noi hanno trovato riflesse la propria storia e le proprie cadute. È servita e serve da ispirazione e da incoraggiamento per la conversione di tanti.

Le confessioni, scritte dal 397 fino al 400 (anche se a riguardo ci sono state numerose dispute), sono un’opera divisa in 13 libri, nella quale Agostino ha voluto porre davanti a Dio e a noi tutti il ricordo della sua anima e, con una profonda umiltà, manifestare il suo vecchio e nuovo “io”.

Agostino inizia quello che sarà il suo libro più importante con un’invocazione a Dio. In seguito racconta i primi peccati infantili (che non ricorda ma che gli vengono raccontati o vede in altri bambini) quando cercava le mammelle per nutrirsi, si beava delle gioie o piangeva per le noie della sua carne.

Un bimbo comune che sorrideva, s’innervosiva e al quale non bastava mai niente. Lentamente imparò a parlare osservando i movimenti degli adulti, cominciò a comunicare con i segni adatti e da bimbo divenne, come si definì lui stesso, un fanciullo chiacchierone.

Ecco una riflessione a mo di galleria fotografica sulle Confessioni. Queste parole continuino ad ispirarci oggi come ieri nella ricerca della verità, ovvero nella ricerca di Dio.

1. I tempi di conversione sono i tempi di Dio

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Quanti di noi, pur essendo nati in una famiglia cattolica, hanno conosciuto davvero Dio in età adulta? Non è mai tardi per tornare a Lui, Dio è sempre con noi. Siamo noi che non eravamo con Lui.

Tardi ti ho amato,bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato. Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature che non esisterebbero se non esistessero in te. Mi hai chiamato, e il tuo grido ha squarciato la mia sordità. Hai mandato un baleno, e il tuo splendore ha dissipato la mia cecità. Hai effuso il tuo profumo; l’ho aspirato e ora anelo a te. Ti ho gustato, e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato, e ora ardo dal desiderio della tua pace”.

2. Dio chiama sempre, cerca sempre e si incarica personalmente di ciascuno di noi

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Quante volte non capiamo cosa ci accade nella vita? Quante cadute, quanti dolori… Anche se sembra che siamo soli in mezzo all’incertezza, Dio è sempre lì; parla, consola e cura con attenzione, anche nel dolore.

“Sotto il lavorio della tua mano delicatissima e pazientissima, Signore, ora il mio cuore lentamente prendeva forma”.

3. Chiedere a Dio significa anche essere disposti ad ascoltare e a ricevere ciò che Egli ci dà. Dio non sbaglia mai

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Quante volte abbiamo levato gli occhi al cielo chiedendo qualcosa a Dio? Gli abbiamo affidato i nostri desideri, i nostri sogni. Gli abbiamo chiesto di alleggerire il nostro peso. A volte sembra che non ci ascolti, ma lo fa sempre e dà ciò che sa che è meglio per ciascuno.

“Tu, la Verità, siedi alto sopra tutti coloro che ti consultano e rispondi contemporaneamente a tutti coloro che ti consultano anche su cose diverse. Le tue risposte sono chiare, ma non tutti le odono chiaramente. Ognuno ti consulta su ciò che vuole, ma non sempre ode la risposta che vuole. Servo tuo più fedele è quello che non mira a udire da te ciò che vuole, ma a volere piuttosto ciò che da te ode”.

4. Dio conosce il più profondo del nostro essere, è Lui che lo ha modellato con le proprie mani

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Costa credere che siamo davvero figli di Dio, tutti e ciascuno di noi. Anche quelli che non credono in Lui. Dio conosce ogni angolo del nostro essere, ogni pensiero, ogni sogno, ogni anelito, ogni caduta, ogni lotta, perché sono state le Sue mani a modellare la nostra esistenza.

“O bontà onnipotente, che ti prendi cura di ciascuno di noi come se avessi solo lui da curare, e di tutti come di ciascuno”

5. Dio ci forma attraverso altri. La responsabilità dell’amore incondizionato

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Noi mamme sappiamo quanto costa allevare un figlio. Serve fiducia in Dio per formarli nella libertà e nella verità. Santa Monica, madre di Sant’Agostino, ci insegna che tutti i dolori e le paure nell’allevare i nostri figli, quando sono offerti a Dio, danno frutto. Tutti siamo chiamati ad essere santi, e tutte le madri sono chiamate ad allevare figli santi per Dio.

“Piangeva innanzi a te mia madre, tua fedele, versando più lacrime di quante ne versino mai le madri alla morte fisica dei figli. Grazie alla fede e allo spirito ricevuto da te essa vedeva la mia morte; e tu l’esaudisti, Signore”. “Le lacrime di una tale donna, che con esse ti chiedeva non oro né argento, né beni labili o volubili, ma la salvezza dell’anima di suo figlio avresti potuto sdegnarle tu, che così l’avevi fatta con la tua grazia, rifiutandole il tuo soccorso? Certamente no, Signore”.

6. Dio è la nostra unica consolazione di fronte alla morte

Trauer und Trost - Figuren auf Friedhof - Variante 4

Perdere qualcuno che amiamo profondamente è così doloroso che si desidera anche la propria morte. Senza Dio siamo perduti, soli, ma Egli comprende questo dolore e ci promette un incontro futuro e senza separazioni nella vita eterna. Questa promessa è quella che ci deve riempire di speranza e far ripristinare la gioia perduta per l’assenza fisica di coloro che se ne sono andati.

“L’unico a non perdere mai un essere caro è colui che ha tutti cari in chi non è mai perduto. E chi è costui, se non il Dio nostro, il Dio che creò il cielo e la terra e li colma, perché colmandoli li ha fatti?”

7. La misericordia di Dio è infinita. Non stanchiamoci mai di chiedere perdono

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Ci sono giorni in cui vorremmo darci per vinti. È una lotta che sembriamo perdere, stanchi di cadere e di chiedere perdono sempre per le stesse cose. Dio non si stanca di perdonarci, siamo noi che pensiamo di non essere più degni di perdono. La sua misericordia è infinita.

“Lode a te, gloria a te, fonte di misericordie. Io mi facevo più miserabile, e tu più vicino. Ormai, ormai era accostata la tua mano, che mi avrebbe tolto e levato dal fango, e io lo ignoravo”.

8. La generosità nella comunità cristiana è un vero cammino di conversione

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Soprattutto in quest’epoca, quanto è importante volgere il nostro sguardo ai nostri fratelli bisognosi della nostra generosità e del nostro amore! C’è tanta gente che muore di fame mentre alcuni sono pieni di ricchezze!

“Tutti i beni che mai possedessimo, sarebbero stati messi in comune, costituendosi, di tutti, un patrimonio solo. In tale maniera, per la nostra schietta amicizia non ci sarebbero stati beni dell’uno o dell’altro, ma un’unica sostanza, formata da tutti; questa sostanza collettiva sarebbe stata di ognuno, e tutte le sostanze sarebbero state di tutti”.

9. Trovano Dio solo gli umili, i più piccoli

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In un mondo in cui si ripone il valore nell’immagine e in ciò che si ha, Sant’Agostino ci ricorda che è agli umili che Dio guarda volentieri.

“Volgi lo sguardo sugli umili, mentre gli eccelsi li vuoi conoscere da lontano e solo ai cuori contriti ti avvicini; non ti riveli ai superbi neppure se con la loro curiosa destrezza sappiano calcolare le stelle e l’arena, misurare gli spazi siderei ed esplorare le piste degli astri”.

10. La morte non è la fine. La vera vita è accanto a Dio

final

Desideroso di essere immortale, l’uomo lotta per evitare la morte, per prolungare la giovinezza, e disprezza tutto ciò che gli ricorda che è passeggero, che il corpo si deteriora e che avrà una fine. Sant’Agostino ci ricorda che la nostra vera dimora è il cielo.

“La nostra casa non precipita durante la nostra assenza: è la tua eternità”.

11. Il riposo e il senso della nostra esistenza si vedranno saziati solo da Dio

Il desiderio di infinito che ha l’essere umano non è altro che un’espressione della nostalgia di Dio, della chiamata ad essere eterni. Riusciremo a saziare questo anelito, questa fame, solo nutrendoci di Dio.

11 frasi dalle Confessioni di Sant'Agostino fondamentali per la nostra vita cristiana

“Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.

di Silvana Ramos per Aleteia

https://www.papaboys.org/11-frasi-dalle-confessioni-di-santagostino-che-possono-davvero-riaccendere-la-nostra-vita-cristiana/

Ideazione Progetto a cura di Marilena MarinoVocedivina.it

Maria di Magdala- apostola degli apostoli

Maria di Magdala- apostola degli apostoli

Meditazioni Mese Maggio-Volti e Storie di Donne

È patrona dei penitenti e venerata anche dalla Chiesa d’Oriente. La Chiesa latina era solita accomunare nella liturgia le tre donne di cui parla il Vangelo e che la liturgia greca commemora separatamente: Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta, la peccatrice «cui molto è stato perdonato perché molto ha amato», e Maria Maddalena o di Magdala, l’ossessa miracolata da Gesù, che ella seguì e assistette con le altre donne fino alla crocifissione ed ebbe il privilegio di vedere risorto. L’identificazione delle tre donne è stata facilitata dal nome Maria comune almeno a due e dalla sentenza di San Gregorio Magno che vide indicata in tutti i passi evangelici una sola e medesima donna. I redattori del nuovo calendario, riconfermando la memoria di una sola Maria Maddalena senz’altra indicazione, come l’aggettivo “penitente”, hanno inteso celebrare la discepola alla quale Gesù apparve dopo la Risurrezione. È questa la Maddalena che la Chiesa oggi commemora e che, secondo un’antica tradizione greca, sarebbe andata a vivere a Efeso, dove sarebbe morta. In questa città avevano preso dimora anche Giovanni, e Maria Madre di Gesù.

I dipinti rappresentano un episodio del Vangelo secondo Giovanni conformemente alla iconografia tradizionale: l’ apparizione presso il sepolcro del Cristo risorto alla Maddalena piangente.

La Chiesa latina era solita accomunare nella liturgia le tre distinte donne di cui parla il Vangelo e che la liturgia greca commemora separatamente: Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta, la peccatrice «cui molto è stato perdonato perché molto ha amato», e Maria Maddalena o di Magdala, l’ossessa miracolata da Gesù, che ella seguì e assistette con le altre donne fino alla crocifissione ed ebbe il privilegio di vedere risorto. L’identificazione delle tre donne è stata facilitata dal nome Maria comune almeno a due e dalla sentenza di San Gregorio Magno che vide indicata in tutti i passi evangelici una sola e medesima donna. I redattori del nuovo calendario, riconfermando la memoria di una sola Maria Maddalena senz’altra indicazione, come l’aggettivo “penitente”, hanno inteso celebrare la santa donna cui Gesù apparve dopo la Risurrezione. È questa la Maddalena che la Chiesa oggi commemora e che, secondo un’antica tradizione greca, sarebbe andata a vivere a Efeso, dove sarebbe morta. In questa città avevano preso dimora anche Giovanni, l’apostolo prediletto, e Maria, Madre di Gesù. Papa Francesco ha elevato al grado di Festa la sua memoria.

“Apostola degli apostoli”, si deve a Tommaso d’Aquino il titolo riconosciuto a Maria Maddalena, il cui nome deriva da Magdala, il villaggio di pescatori, di cui era originaria, sulla sponda occidentale del lago Tiberiade. Di lei racconta l’evangelista Luca, nel capitolo 8: Gesù andava per città e villaggi annunciando la buona notizia del regno di Dio e c’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità e li servivano con i loro beni. Fra loro vi era “Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni”.

“- Maria: Tu ami mio figlio, vero? Devi essere preparata, come me.
– Maria Maddalena: A cosa?
– Maria: A perderlo. ”

Maria la madre di Gesù certamente viveva per Gesù, Maria di Magdala invece viveva grazie a Gesù. A lei è stato dato di fare quell’esperienza che alcuni nella propria vita fanno per straordinaria grazia: risalire, grazie a qualcuno, dall’ombra di morte, dal non senso, dall’essere preda del nulla, a una vita che conosce l’essere amati e l’amare. La Maddalena, infatti, è amata da Gesù e ama a sua volta Gesù, verso il quale si sente debitrice. Ecco perché il suo pianto è quello dell’amata-amante che ha perduto il suo amato-amante, come avviene nel Cantico dei cantici, dove la ragazza di notte cerca il suo amato, si alza, con audacia vaga nel buio per cercarlo, interroga le guardie notturne, e poi finalmente lo trova nel suo giardino (cf. Ct 3,1-4). E così avviene in quell’aurora primaverile, sul monte degli aromi (cf. Ct 2,17; 8,14), là dove c’era un giardino, luogo della sepoltura di Gesù.

Tra le lacrime, Maria risponde ai due angeli che l’hanno interrogata sul suo pianto: “‘Hanno portato via il mio Signore, e non so dove l’abbiano posto’. Detto questo, si voltò indietro (estráphe eis tà opíso)”, dando inizio al dialogo con un altro personaggio, questa volta umano. Il suo voltarsi indietro ha un valore simbolico: Maria rilegge tutta la sua vita con Gesù, fa anamnesi del suo rapporto carico di amore con lui e quindi continua a piangere anche per la nostalgia per ciò che è stato e non potrà più ritornare. Nel suo dolore, si volta indietro, non guarda più la tomba né gli angeli, ma scorge un uomo, il quale le pone la medesima domanda: “Donna, perché piangi?”. Come Gesù pianse per Lazzaro morto (cf. Gv 11,35), così Maria piange per Gesù morto. Piange per amore e per dolore dell’amore, e non affatto i suoi peccati: Maria è la sola che piange per Gesù! È solo Pietro l’icona evangelica che piange i suoi peccati, la sua orrenda viltà, il suo amore breve come la rugiada del mattino (cf. Os 6,4). Pietro non piange su Gesù ma su di sé, per aver tradito l’amico (cf. Mc 14,72 e par.). Sì, Pietro dovrebbe essere icona del pentimento cristiano e Maria Maddalena icona dell’amore per Gesù!

Maria, pensando che colui che ora ha di fronte sia il giardiniere, il custode di quel giardino in cui Gesù era stato seppellito da Giuseppe di Arimatea e da Nicodemo, gli risponde: “Signore, se lo hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto, e io andrò a prenderlo”. Ma quell’uomo, che è Gesù, le chiede anche: “Chi cerchi?”, domanda analoga a quella da lui posta ai due discepoli del Battista: “Che cosa cercate?” (Gv 1,38: le sue prime parole nel quarto vangelo!). In questo interrogativo c’è qualcosa che per Maria non è nuovo, perché è la domanda essenziale che Gesù poneva a chiunque volesse diventare suo discepolo: cercare è la condizione specifica del discepolo. A quel punto Gesù, con il suo volto contro il volto di Maria, le dice: “Mariám!”, la chiama per nome, e subito lei, “voltandosi” (strapheîsa) nuovamente verso di lui, il Gesù glorificato, è pronta a riconoscerlo e a dirgli: “Rabbunì, mio maestro!”. Quante volte era avvenuto quel dialogo tra lei e Gesù: lei, la pecora perduta ma ritrovata da Gesù (cf. Mt 18,12-14; Lc 15,4-7), chiamata per nome, riconosce la voce del pastore (cf. Gv 10,3-4). “Maria!”, una nuova chiamata, e, subito dopo, un invito: “Cessa di toccarmi”, cioè stacca le tue mani da me, perché non c’è più possibilità di incontro tra corpi come prima, essendo ormai il corpo di Gesù risorto nel seno del Padre. Maria, che poteva dire di essere tra quelli che “avevano udito, visto con i loro occhi, contemplato e toccato con le loro mani la Parola della vita” (cf. 1Gv 1,1), ora deve credere e amare Gesù in modo altro: il suo amore non muore, non verrà meno, ma altro è il modo in cui ora Maria deve amare Gesù! Si era voltata indietro verso il suo passato, ma ora, chiamata da Gesù, si volta verso di lui, il Risorto, senza più nostalgia del tempo precedente il suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1).

Gli equivoci sulla sua identità: non era una meretrice
Come insegna l’esegesi biblica, l’espressione ‘sette demoni’ poteva indicare un gravissimo male fisico o morale, che aveva colpito la donna e da cui Gesù l’aveva liberata. Nel capitolo 7 del Vangelo di Luca, si narra la storia della conversione di un’anonima “peccatrice nota in quella città”, che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli”. Così, senza nessun reale collegamento testuale, Maria di Magdala è stata identificata con quella peccatrice senza nome.  Ma c’è un ulteriore equivoco, spiega il cardinale Ravasi, l’unzione con l’olio profumato è un gesto che è stato compiuto anche da Maria, la sorella di Marta e Lazzaro, in una diversa occasione, di cui riferisce l’evangelista Giovanni. E così, Maria di Magdala da alcune tradizioni popolari verrà identificata proprio con questa Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la meretrice di Galilea.

Sotto la croce  
Maria Maddalena compare ancora nei Vangeli nel momento più terribile e drammatico della vita di Gesù, quando lo accompagna al Calvario e insieme ad altre donne rimane ad osservarlo da lontano. Ed è presente ancora quando Giuseppe d’Arimatea depone il corpo di Gesù nel sepolcro, che viene chiuso con una pietra. Ed è lei che dopo il sabato, al mattino del primo giorno della settimana torna al sepolcro e scopre che la pietra è stata tolta e corre ad avvisare Pietro e Giovanni, i quali, a loro volta, correranno al sepolcro scoprendo l’assenza del corpo del Signore.

L’incontro con il Risorto  

Mentre i due discepoli fanno ritorno a casa, Maria Maddalena rimane, in lacrime. Qui ha inizio un percorso che dall’incredulità si apre progressivamente alla fede. Chinandosi verso il sepolcro scorge due angeli e dice loro di non sapere dove sia stato posto il corpo del Signore. Poi, volgendosi indietro, vede Gesù ma non lo riconosce, pensa sia il custode del giardino e quando Lui le chiede il motivo di quelle lacrime e chi stia cercando, lei risponde: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù allora la chiama per nome: “Maria!” E lei voltandosi risponde: “Rabbunì!”, che in ebraico significa: “Maestro!”. Gesù le consegna quindi una missione: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò quindi ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore! e anche ciò che le aveva detto” (cf. Gv 20).

E’ lei che proclama Gesù come Colui che ha vinto la morte
Maria Maddalena è la prima fra le donne al seguito di Gesù a proclamarlo come Colui che ha vinto la morte, la prima apostola ad annunciare il gioioso messaggio centrale della Pasqua. Quando il Figlio di Dio entra nella storia, questa donna è fra coloro che maggiormente lo amarono, dimostrandolo. Quando giunse il tempo del Calvario, Maria Maddalena era insieme a Maria Santissima e a San Giovanni, sotto la Croce. Non fuggì per paura come fecero i discepoli, non lo rinnegò per paura come fece il primo Papa, ma rimase presente ogni ora, dal momento della sua conversione, fino al Santo Sepolcro.

Il 3 giugno 2016 la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato un decreto con il quale, «per espresso desiderio di papa Francesco», la celebrazione di santa Maria Maddalena, che era memoria obbligatoria, viene elevata al grado di festa. Il Papa ha preso questa decisione «per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata», ha spiegato il segretario del Dicastero, l’arcivescovo Arthur Roche. Ma chi era Maria Maddalena, che Tommaso d’Aquino definì «apostola degli apostoli»? 

La Festa di Maria Maddalena
Per volontà di Papa Francesco, la memoria obbligatoria di Maria Maddalena, è stata elevata al grado di Festa, il 22 luglio 2016, per significare la rilevanza di questa fedele discepola di Cristo.

Magdala

Nei Vangeli si legge che era originaria di Magdala, villaggio di pescatori sulla sponda occidentale del lago di Tiberiade, centro commerciale ittico denominato in greco Tarichea (Pesce salato). Qui, negli anni Settanta del Novecento è stata condotta un’estesa campagna di scavi dai francescani dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme: è venuta alla luce una vasta porzione del tessuto urbano comprendente, fra gli altri, una grande piazza a quadriportico, una villa mosaicata e un completo complesso termale. Con successivi scavi i francescani hanno riportato alla luce anche importanti resti di strutture portuali. In un’area adiacente, di proprietà dei Legionari di Cristo, una campagna di scavi avviata nel 2009 ha invece permesso di rinvenire la sinagoga cittadina, una delle più antiche scoperte in Israele: per la sua posizione, sulla strada che collega Nazaret e Cafarnao, si ritiene che probabilmente sia stata frequentata da Gesù.

Gli equivoci sull’identità 
Maria Maddalena fa la sua comparsa nel capitolo 8 del Vangelo di Luca: Gesù andava per città e villaggi annunciando la buona notizia del regno di Dio e c’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità e li servivano con i loro beni. Fra loro vi era «Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni». Come ha scritto il cardinale Gianfranco Ravasi, «di per sé, l’espressione [sette demoni] poteva indicare un gravissimo (sette è il numero della pienezza) male fisico o morale che aveva colpito la donna e da cui Gesù l’aveva liberata. Ma la tradizione, perdurante sino a oggi, ha fatto di Maria una prostituta e questo solo perché nella pagina evangelica precedente – il capitolo 7 di Luca – si narra la storia della conversione di un’anonima “peccatrice nota in quella città”, che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli». Così, senza nessun reale collegamento testuale, Maria di Magdala è stata identificata con quella prostituta senza nome. 
Ma c’è un ulteriore equivoco: infatti, prosegue Ravasi, l’unzione con l’olio profumato è un gesto che è stato compiuto anche da Maria, la sorella di Marta e Lazzaro, in una diversa occasione (Gv 12,1-8). E così, Maria di Magdala «da alcune tradizioni popolari verrà identificata proprio con questa Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea».

La liberazione dal male 
Afflitta da un gravissimo male, di cui si ignora la natura, Maria Maddalena appartiene dunque a quel popolo di uomini, donne e bambini in molti modi feriti che Gesù sottrae alla disperazione restituendoli alla vita e ai loro affetti più cari. Gesù, nel nome di Dio, compie solo gesti di liberazione dal male e di riscatto della speranza perduta. Il desiderio umano di una vita buona e felice è giusto e appartiene all’intenzione di Dio, che è Dio della cura, mai complice del male, anche se l’uomo (fuori e dentro la religione) ha sempre la tentazione di immaginarlo come un prevaricatore dalle intenzioni indecifrabili. 

Sotto la croce 
Maria Maddalena compare ancora nei Vangeli nel momento più terribile e drammatico della vita di Gesù. Nel suo attaccamento fedele e tenace al Maestro Lo accompagna sino al Calvario e rimane, insieme ad altre donne, ad osservarlo da lontano. È poi presente quando Giuseppe d’Arimatea depone il corpo di Gesù nel sepolcro, che viene chiuso con una pietra. Dopo il sabato, al mattino del primo giorno della settimana – si legge al capitolo 20 del Vangelo di Giovanni – torna al sepolcro: scopre che la pietra è stata tolta e corre ad avvisare Pietro e Giovanni, i quali, a loro volta, correranno al sepolcro scoprendo l’assenza del corpo del Signore.

L’incontro con il Risorto 
Mentre i due discepoli fanno ritorno a casa, lei rimane, in lacrime. E ha inizio un percorso che dall’incredulità si apre progressivamente alla fede. Chinandosi verso il sepolcro scorge due angeli e dice loro di non sapere dove sia stato posto il corpo del Signore. Poi, volgendosi indietro, vede Gesù ma non lo riconosce, pensa sia il custode del giardino e quando Lui le chiede il motivo di quelle lacrime e chi stia cercando, lei risponde: «“Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”» (Gv 20,15-16). 
Il cardinale Carlo Maria Martini al riguardo commentava: «Avremmo potuto immaginare altri modi di presentarsi. Gesù sceglie il modo più personale e il più immediato: l’appellazione per nome. Di per sé non dice niente perché “Maria” può pronunciarlo chiunque e non spiega la risurrezione e nemmeno il fatto che è il Signore a chiamarla. Tutti però comprendiamo che quell’appellazione, in quel momento, in quella situazione, con quella voce, con quel tono, è il modo più personale di rivelazione e che non riguarda solo Gesù, ma Gesù nel suo rapporto con lei. Egli si rivela come il suo Signore, colui che lei cerca».
Il dialogo al sepolcro prosegue: Maria Maddalena, «si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e anche ciò che le aveva detto» (Gv 20, 16-18). 


La maternità della Maddalena 
«La Maddalena è la prima fra le donne al seguito di Gesù a proclamarlo come Colui che ha vinto la morte, la prima apostola ad annunciare il gioioso messaggio centrale della Pasqua», osserva la teologa Cristiana Dobner, carmelitana scalza. «Ella esprime la maternità nella fede e della fede ossia quella attitudine a generare vita vera, una vita da figli di Dio, nella quale il travaglio esistenziale comune ad ogni uomo trova il suo destino nella risurrezione e nell’eternità promesse e inaugurate dal Figlio, «primogenito» di molti fratelli (Rom 8,29). Con Maria Maddalena si apre quella lunga schiera, ancor oggi poco conosciuta, di madri che, lungo i secoli, si sono consegnate alla generazione di figli di Dio e si possono affiancare ai padri della Chiesa: insieme alla Patristica esiste anche, nascosta ma presente, una Matristica. 
La decisione di Francesco è un dono bello, espressione di una rivoluzione antropologica che tocca la donna e investe l’intera realtà ecclesiale. L’istituzione di questa festa, infatti, non va letta come una rivincita muliebre: si cadrebbe stolidamente nella mentalità delle quote rosa. Il significato è ben altro: comprendere che uomo e donna insieme e solo insieme, in una dualità incarnata, possono diventare annunciatori luminosi del Risorto».

Nella storia dell’arte: la mirofora 
Maria Maddalena, nel corso dei secoli, è stata raffigurata principalmente in quattro modi: «Anzitutto – afferma monsignor Timothy Verdon, docente di storia dell’arte alla Stanford University e direttore del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze – è spesso ritratta come una delle mirofore, le pie donne che la mattina di Pasqua si recarono al sepolcro portando gli unguenti per il corpo del Signore. Fra loro la Maddalena è riconoscibile per il fatto che, a partire dalla fine del Medioevo, viene raffigurata con lunghi capelli sciolti, spesso biondi: questo fa capire che gli artisti, secondo una tradizione affermatasi in Occidente (e non condivisa nell’Oriente cristiano), la identificavano con la donna peccatrice che aveva asciugato i piedi di Gesù con i propri capelli. I capelli lunghi sono quindi un’allusione a questo intimo contatto e alla condizione di prostituta: le donne per bene non andavano in giro con i capelli sciolti». 

La penitente 
Nell’arte del tardo Medioevo Maria Maddalena compare anche come penitente perché – spiega Verdon – secondo una leggenda ella era una grande peccatrice che, dopo la conversione e l’incontro con il Risorto, era andata a vivere come romitessa nel sud della Francia, vicino a Marsiglia, dove annunciava il vangelo: «Il culto della Maddalena penitente ha affascinato molti artisti, che l’hanno considerata il corrispettivo femminile di Giovanni Battista. In genere viene raffigurata con abiti simili a quelli del Battista oppure è coperta solo dai capelli. La bellezza esteriore l’ha abbandonata, il volto è segnato dai digiuni e dalle veglie notturne in preghiera, ma è illuminata dalla bellezza interiore perché ha trovato pace e gioia nel Signore. La statua della Maddalena penitente di Donatello, scolpita per il Battistero di Firenze, è un autentico capolavoro». 

L’addolorata 
Sovente la Maddalena è ritratta anche ai piedi della croce: una delle opere più significative, a giudizio di Verdon, è un piccolo pannello di Masaccio (esposto a Napoli) nel quale la Maddalena è ritratta di spalle, sotto la croce, le braccia protese a Cristo, i lunghi capelli biondi che cadono quasi a ventaglio su un enorme mantello rosso: «Un’immagine di forte drammaticità. Non di rado il dolore composto della Vergine è stato contrapposto a quello della Maddalena, quasi senza controllo. Si pensi ad esempio, alla Pietà di Tiziano, nella quale la donna avanza come volesse chiamare il mondo intero a riconoscere l’ingiustizia della morte di Gesù, che giace fra le braccia di Maria; oppure si pensi al celebre gruppo scultoreo di Niccolò dell’Arca, nel quale fra le molte figure la più teatrale è proprio quella della Maddalena che si precipita con la forza di un uragano verso il Cristo morto». 

Chiamata per nome 
Vi sono inoltre molte raffigurazioni dell’incontro con il Risorto: «Esemplari e magnifiche sono quelle di Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, e del Beato Angelico nel convento di san Marco», conclude Verdon. «Maria Maddalena ha vissuto un’esperienza di salvezza profonda per opera di Gesù: quando si sente chiamata per nome in lei si accende il ricordo dell’intera storia vissuta con Lui: c’è tutto questo nell’iconografia della scena che chiamiamo “Noli me tangere”».


Papa Giovanni Paolo II e Papa Francesco hanno riproposto nella Chiesa cattolica la figura della Maddalena che il Vangelo ci offre: discepola, testimone, partecipe e collaboratrice nell’evangelizzazione con i 12, “apostola della nuova e più grande speranza”.

La sete di tutte le donne che cercano la Resurrezione. Ricordiamole come ricercatrici di un’unica sete.

Il forestiero - Adriano Celentano (Gesù e la Samaritana)

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