13 – Il coinvolgimento dei sensi nella Liturgia.

13 – Il coinvolgimento dei sensi nella Liturgia.

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Quanto più tutti i sensi dell’uomo sono coinvolti, tanto più intensa è l’esperienza legata a ciò che vogliamo manifestare; bisogna approfondire con intensità il senso della vista, il senso dell’udito, dell’olfatto, del gusto e del tatto, per cercare di coinvolgere in modo potente sia il lettore che fa uso della parola di Dio, sia quando si ascolta il messaggio della Parola.

San Tommaso affermava, per esempio, che:

nulla è nell’intelletto che non si trovi prima nei sensi”.

La nostra ricerca spirituale, deve passare attraverso l’esperienza concreta del vissuto umano, e dev’essere fondata nella comunicazione con le persone e le esperienze mediante i sensi, per rendere più efficace il calarsi del Divino, della spiritualità, nell’umana persona e nell’incarnazione.



Abbiamo bisogno che la nostra vita spirituale parta dalle esperienze sensoriali, cercando di utilizzare i sensi nel centro della nostra fede e che questa esperienza emozionale si rifletta presente nella liturgia.



Anche nelle stesse celebrazioni e nelle Sante Messe assistiamo all’utilizzo e ai gesti dei sensi da parte del sacerdote, per esempio, quando ascoltiamo dall’Assemblea la parola di Dio, e quando nelle celebrazioni più importanti siamo pervasi dall’odore dell’incenso, della cera, dei fiori che addobbano l’altare o le altre zone della Chiesa, quando gustiamo con la bocca e il palato il Pane dell’eucarestia, o quando il sacerdote beve alla coppa il vino, nello scambio della pace con i fedeli e infine quando ci sembra di toccare la mano che ci benedice o quando ci bagna, direttamente dall’aspersorio, l’acqua santa.

In questi modi concreti riusciamo con i sensi ad entrare nella forza spirituale della celebrazione, partecipando in modo visibile e sensoriale alla Salvezza universale che viene celebrata in Cristo.



Noi diamo poca importanza alle componenti sensoriali nella liturgia, ci sembra che queste sensazioni corporee abbiano solo una importanza secondaria e occasionale, ma i simboli sacramentali sono fondamentali e descrivono ancora meglio la componente umana della presenza di Cristo.

Quindi la componente dei sensi che percepiamo durante le azioni liturgiche non è un accessorio ma è strettamente legata alla componente spirituale della nostra Fede.



Infatti credere nel nostro Dio è credere anche in Gesù che parla con noi, che ha assunto la nostra carne, che si dona a noi nell’incarnazione e, dunque, possiamo, allo stesso tempo, credere che in una liturgia ci sia tutta la corporeità umana dal momento che essa non è lontana dal nostro vivere e dal nostro sentire corporeo.

Se mancano queste componenti anche le liturgie perdono la loro efficacia e perdono quel potere evangelico della reale presenza di Cristo.



Partendo dal senso della vista pensiamo, per esempio, quando nella veglia Pasquale celebriamo Cristo luce del mondo, ripensiamo a quella luce che illumina la sala che accende il cero, che fa vedere i luoghi della celebrazione, che risplende dando luce anche alla nostra vista.

Gli stessi quadri, gli stessi mosaici, le stesse icone che si ammirano in tante Chiese, sono segno e simboli importanti da vedere con il senso della vista e che arrivano a emozionare la nostra anima e sostenere la nostra fede.

Sono sempre gli occhi che vedono e apprezzano una Chiesa ben illuminata in tutte le sue parti, adeguatamente pulita, vedere tutte le parti della Chiesa ben ordinate, vedere durante le celebrazioni i colori che ci rimandano al preciso periodo liturgico da vivere, la disposizione dei fiori con armonia che ci da subito un senso di accoglienza e bellezza naturale.

Da questi esempi possiamo capire che adoperiamo la vista per riconoscere la bellezza, anche nell’atto di leggere una Parola, di spezzare una catechesi, di fare un’omelia o di leggere un salmo.

Il senso dell’udito ci consente di ascoltare, di preparare l’orecchio all’ascolto, ma anche essere in grado di recepire bene le parole, il messaggio proclamato, non solo acusticamente attraverso i suoni che passano dagli strumenti tecnologici predisposti per l’ascolto, ma anche dal punto di vista della percezione interiore, a proposito di quella voce che è all’interno di noi che analizza il nostro essere dal punto di vista psicologico.



Ascoltare, dicevamo, per potersi ascoltare e adoperare questo senso per intensificare la nostra percezione corporea, qualità non tanto praticata, in quanto non si è molto abituati ad avere il giusto contatto con il nostro corpo, con la nostra respirazione e la nostra gestualità.



Abbiamo ricordato, a proposito del senso dell’udito, come sia necessario registrare la voce e ascoltarla per prepararla con i toni giusti, alla comunicazione verbale che prevede codici vocali molto articolati e differenti.



Non è possibile proporre le letture durante una celebrazione, se prima i lettori non si siano ben preparati e non abbiano assimilato il contenuto, o non curino prima l’intonazione opportuna per leggere quella Parola.

Sono necessarie anche modalità espressive diverse, sulla base delle funzioni dei vari interventi previsti, perché una cosa è proclamare un’orazione, altro è acclamare Dio, altro ancora è invitare tutti alla preghiera.



L’olfatto, nella liturgia, ci apre alla riflessione di infinite informazioni, perché parlando di questo senso, possiamo pensare subito all’odore diverso dei fiori che ispirano subito gioia, festa, omaggio; e anche dell’incenso, del suo profumo, l’odore della cera che accende l’immaginazione, dal momento che tutti i sensi sono collegati tra loro e sviluppano, ascoltandoli, stimolazioni anche visive; persino ciò che si legge può rimandare alla percezione dell’odore.



Anzi, sarebbe opportuno soffermarsi sulle sensazioni che le parole emanano a partire proprio dal loro odore, quasi che quello che stiamo leggendo, riesce a far salire alle narici l’odore di certi aggettivi, di certi verbi, di certe definizioni, di certe ambientazioni.

Se si prova a sperimentare questo, è possibile far risvegliare anche in chi ascolta, lo stesso gusto, lo stesso olfatto.



Aristotele considerava l’olfatto come ultimo per importanza tra i sensi, e anche Kant asseriva che esso era il meno utile alla conoscenza e meno gratificante.

Forse nella liturgia non è proprio così; perché, se siamo molto attenti ad esaltare il gusto, dell’olfatto, possiamo scoprire un importante valore riguardo a questo senso dal momento che gli odori agiscono come segnale, stimolo e provocano nelle persone delle reazioni spontanee.



Citiamo, per esempio, l’odore del buon cibo, dei fiori nelle varie stagioni, l’odore dell’aria, l’odore del mare, della salsedine, del cielo con le nuvole cariche di pioggia, quando si respira umidità, caldo, l’odore degli aromi, delle sostanze profumate, l’odore dell’olio, delle spezie.

Annusando questi odori ad occhi chiusi, se proprio vogliamo fare un piccolo esercizio, possiamo sentire il risveglio nel nostro corpo di tutta la percezione sensibile ed emozionale che potrebbe agire a favore delle letture che leggiamo e acuiscono di molto il modo di far risaltare i colori di cui sono impregnate le parole.

 

man kneeling in front of wooden cross

 A proposito dell’olio, ricordiamo l’odore dell’olio che si usa per l’unzione dei malati, e prima quell’olio usato per la preparazione del Crisma che unge e profuma i battezzati, ma è soprattutto un segno che rimanda… che rimanda al profumo stesso di Cristo, pensiamo all’odore del sacro, della sacralità che risveglia il senso di qualcosa di importante che sale alle narici e che può arrivare a profumare la stessa Parola che proclamiamo e diffondiamo all’Assemblea dall’ambone.

Per quanto riguarda il senso del tatto, possiamo ricordarci di Isacco e di quell’episodio in cui è cieco e la moglie Rebecca, che da sempre ha preferito Giacobbe, spinge questo a farsi benedire dal padre morente dopo averlo rivestito con una pelle di montone in modo da farlo sembrare peloso come il primogenito Esaù; Isacco, cieco, può fidarsi solo del senso del tatto ma è così che viene poi ingannato.

La storia biblica di Giacobbe, inizia proprio con il senso del tatto, ma anche nelle celebrazioni liturgiche ritroviamo lo scambio della pace, le strette di mano, gli abbracci, il battersi il petto del “mea culpa”, e il toccarsi nel “segno della croce” e in tanti altri piccoli gesti.

La sensibilità tattile del calore che attraversa il corpo, e tante altre manifestazioni risvegliano questo senso tattile e ci mettono concretamente in connessione con gli altri.

Quando ci accingiamo a preparare un orazione, a fare una preghiera, a declamare una lettura, un salmo, ricordiamoci sempre di usare questo senso e di gustare tutto quello che facciamo attraverso la sensibilità corporea per rendere più credibile la missione che c’è stata assegnata.

Gustare, infatti, la parola di Dio nella liturgia è importantissimo: ci torna alla mente, a proposito del sale, quando il sacerdote, nel battesimo, metteva un pizzico di sale nella bocca del neonato, prima del Concilio, dicendogli: “Ricevi il sale della Sapienza, che ti giovi per la vita eterna”.

Dunque il gusto, l’essenza del gusto, è stato il primo senso dei bambini coinvolti nella liturgia.

Certo si tratta di molti anni fa, ma la sensazione gustativa del sale ci può far comprendere come anche quest’altro senso fa parte della nostra partecipazione corporea alla liturgia ma a ben vedere il senso del gusto è considerato il fondamento storico e antropologico del gesto più alto della ritualità Cristiana e cioè l’Eucaristia stessa.

Il “banchetto eucaristico”, la “mensa” rimandano subito al gusto e al piacere del “vino eucaristico” da gustare; un invito a qualcosa che è “buono” da mangiare, cioè utile importante ed essenziale per la nostra vita.

Provare gusto”, “prenderci gusto”, “Che gusto”, sono delle frasi molto conosciute e molto comuni che molte volte ripetiamo nel nostro gergo quotidiano familiare.

Ma se scaviamo a fondo dietro questo significato del Gusto, potremmo trovare un senso molto profondo che appartiene non solo all’umanità dell’uomo ma anche alla liturgia stessa.

Sarebbe veramente molto bello poter scalare questo senso del gusto nel servizio del lettore perché egli prenda possesso pienamente del “gusto” della Vita Divina dentro di lui finché tutta la sua missione di lettore possa essere assaporata e possa essere trasmessa a vantaggio di chi ascolta le sue parole con un sapore nuovo, con un sapore che ha tutto il fascino di una Parola spezzata viva e che sa di resurrezione.

Quante volte, parlando di pienezza, abbiamo espresso frasi del tipo “Sì questa cosa mi è gustata molto”, nel senso che mi è piaciuta molto, l’ho assaporata con gusto, con piacere, ho provato una sensazione profonda che mi ha fatto stare bene.

Nella scrittura troviamo al passo di Giovanni 8,51 “Chi custodisce la mia Parola non gusterà la morte mai”.

Pascal affermava che la Scrittura sa parlare all’uomo in qualunque situazione di vita si trovi, essendo la parola di Dio, spada e miele, martello e acqua fecondatrice. Sia che la vita abbia un sapore amaro, sia che la gustiamo come miele, la Parola ci accompagna sempre; nei salmi possiamo sperimentare che il modo di gustare la vita è direttamente proporzionale al modo che abbiamo di gustare la Parola.

Quando ci manca il Divin nutrimento, in realtà, prima dell’uomo, se ne rattrista Dio.

Gutenberg, inventore della stampa, disse che Dio soffre perché la moltitudine degli uomini non può essere toccata dalla Parola Sacra.

Più circola la parola Divina, più cresce il gusto di assaporarla e più possibilità si danno di condurre una vita santa.

Un padre del deserto suggerì di far sentire in bocca la freschezza che viene dal ruminare la Parola.

Il Gusto della Parola, insomma, garantisce il gustare pienamente la vita allontanando quanto c’è che la rende priva di profumi e di freschezza.

Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame” (Giovanni 6,35).

 

Un cenno particolare al “luogo” della Parola: L’Ambone.

L’Ambone è il luogo della Parola, non “delle parole”.

Intendo dire che solo le letture bibliche si fanno all’ambone.

Certo dall’ambone si può fare l’omelia e la preghiera dei fedeli. Ma il commentatore, il cantore o l’animatore del canto e tanto meno l’annunciatore della prossima festa parrocchiale, della partita di calcio all’oratorio, della offerta per la nuova canonica, non devono essere fatte all’ambone, ma presso un leggio ordinario che non sia la copia dell’ambone.

Questo perché il luogo specifico della proclamazione della Parola si deve diversificare architettonicamente dal resto, deve essere posto in uno spazio sopraelevato, stabile, decoroso, e sobriamente ornato da fiori ed accessori.

Questo luogo non può essere realizzato con un leggio mobile, spoglio e traballante, perché svilirebbe l’austerità della Parola, la stima e la venerazione che merita.

Ogni ambone nella sua forma, nello splendore architettonico e nella sua imponenza, deve proclamare anche solo vedendolo che esso è il luogo da dove Dio continua a parlare al suo popolo.

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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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12 – Il coinvolgimento dei sensi – Seconda Parte

12 – Il coinvolgimento dei sensi – Seconda Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Non ci si può affidare solo al caso, all’istintività o alla quantità di doti che abbiamo o al fatto che, “avendo tanta fede”, il risultato sia scontato!

Impegniamoci affinché questo canto, questo nuovo approccio metodologico, queste tecniche e modalità di espressione riviste e corrette, questa voce, insomma, possano concorrere a formare una nuova figura competente e matura in grado di esercitare al meglio il ministero del lettore.

In definitiva, l’augurio è che si possa scoprire più equilibrio, armonia, passione in questo carisma e che possa essere anche sinonimo di pulizia, bellezza, gratuità, riconoscenza per l’alto compito ricevuto; che possa richiamare, in poche parole, alla perfezione e alla dignità dell’intero essere umano assieme a tutta l’autorevolezza e alla gioia per quello che è il grande ministero del lettore, dell’oratore o del catechista.

Sarebbe davvero un segno di gratitudine poter riconoscere un grande dono in quel fratello, sorella, lettore o lettrice che svolgono con amore il servizio e da parte di questi, allo stesso tempo, sentire la stessa benedizione divina per aver trasmesso con amore il senso della parola di Dio ai fedeli.

Se infatti pensiamo che grazie a questo ministero, dopo aver ascoltato con fede letture proclamate bene della Sacra Scrittura, il popolo si è sentito pienamente coinvolto, rivivendo appieno e assaporando con spirito di partecipazione il messaggio trasmessogli, una lode corale a nome di tutta la Chiesa salirebbe immediatamente al cielo!

Se poi Gesù stesso è presente e benedicente in questo corpo, quale esultanza e migliore occasione di grazia si spanderebbe nell’Assemblea, quale giubilo sperimenterebbe tutta l’adunanza per aver accolto e fatta sua la potenza di quella Parola, di quella Buona Notizia che cambia il cuore e lo rallegra?

Il fedele non ascolta, dunque, una “favola”, ma si anima pensando che lì c’è davvero qualcuno che è presente per raccontargli qualcosa di sensazionale, unico, prezioso, qualcuno che vuole parlargli sul serio, fargli una rivelazione importante, un regalo gratuito d’amore!

Oggigiorno, soprattutto con l’avvento dei mass media, abbiamo tutti la possibilità di ascoltare qualsiasi cosa, ci sintonizziamo su tante notizie, ma quando si dà, invece, l’avvenimento con la “A” maiuscola che rivoluziona l’esistenza?

Si dà questo avvenimento solo quando la parola di Dio, in un’assemblea, ha la possibilità di calarsi in colui che è disposto ad ascoltare con fede.

Qual è la differenza fondamentale?

Tra l’ascoltare un vero oratore che ti fa cambiare quasi vita, che tu vai a sentire con curiosità e che è capace di coinvolgere tutti i tuoi sensi perché ti cattura dentro, perché ti colpisce quello che dice, come lo dice e perché lo dice e l’ascoltare, invece, una favola, un racconto da internet, una fiction, dove c’è un episodio accaduto ad altri che vorresti accadesse a te e che invece puntualmente non si verifica, restando purtroppo solo una mera illusione?

Poniti questo serio interrogativo!

E pensa se la tua voce, quello che tu leggi, o scrivi, o annunci, può catturare, ha il potere di entrare veramente nella vita delle persone, ha questa potenzialità; addirittura, medita se, la parola di Dio, che di per sé è già potente in quanto parola di Dio e, dunque è perfetta, veicolata grazie alla tua bocca può contenere in germe questa scintilla divina per cambiare il cuore della gente!

Certo, caro lettore, asserirai che è qualcosa di troppo grande, e in effetti lo è, ma non farti irretire dal timore o dalla paura che, proprio perché è qualcosa di grandioso, Dio non voglia servirsi di te per onorare e svolgere questo ministero del lettore o del catechista.

Alla fine l’intento è che si arrivi al cuore della gente, di tutta la gente, che si riesca a farla commuovere, che ci si provi a metterla in sintonia con Dio!

Essere servi della Parola, annunciatori della Parola, significa fare da ponte tra il lettore e Dio, essere messaggeri alati di una Parola che, dopo essere giunta al lettore, possa germogliare a sua volta nel cuore del fedele e, così, essere traghettatori, conquistatori di anime riempite di fede. Di questo Dio si compiace, che la sua Parola si faccia carne in chi l’ascolta, oggi, come allora!

Quindi è importante svolgere questo servizio facendo un’analisi profonda di tutto, ma soprattutto bisogna convincersi che essere lettore vuol dire anche avere l’attitudine di voler cambiare e mettersi in discussione, approfondire anche le motivazioni perché vogliamo essere lettori.

Si richiede una mentalità, un nuovo modo di essere, un’attenzione quasi psicologica e una delicata cura che promuova l’entrare in relazione con le persone che si hanno davanti quando ci esponiamo e regaliamo ad altri pezzi di noi stessi.

Certo la persona che hai davanti e che ti ascolta, è vero che deve avere l’orecchio aperto per recepire il messaggio, ma credo che debba essere anche del lettore, il vero compito di aprire l’orecchio agli altri, ma se per aprire questo orecchio alle persone il lettore si presenta visivamente in modo disordinato, sciatto, con una voce stancante, che non cattura l’attenzione, hai voglia ad aprire l’orecchio, al massimo il pubblico aprirà la bocca per sbadigliare!

Non si tratta di avere una voce formidabile, potente da grande attore o performer, ma parliamo di energia, di cura della voce, perché ogni voce può essere bella o particolare, può essere modificata, migliorata; soprattutto il “canto” che hai nella voce può essere trasformato in meglio, a patto che desideri anche tu incuriosirti e appassionarti a questa causa per il bene tuo e degli altri.

Pensiamo a Gesù, a come si comportava, a come agiva, quali sentimenti infondeva, a come parlava alle folle, con quale intimità, con quanto amorevole sguardo si avvicinava alle persone, ascoltando i loro cuori e guardandoli con occhi di profonda attenzione, pieni d’amore…

Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò”. Mc 10,21

Come possiamo pretendere che l’uditore ci ascolti, oppure che venga interessato, stimolato a reagire, che renda credibile in sé stesso il messaggio che Dio gli invia attraverso il lettore?

Isaia 50,4-5:

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,

perché io sappia indirizzare

una parola allo sfiduciato.

Ogni mattina fa attento il mio orecchio

perché io ascolti come i discepoli.

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio

e io non ho opposto resistenza,

non mi sono tirato indietro”.

È il Signore che apre l’orecchio, come dice la Scrittura, certo, molte volte anche il pubblico è distratto, viene ad ascoltare quello che gli pare, preso dai propri problemi, oppure capta soltanto quello che vuole, è attento in modo parziale, discontinuo, non si lascia, cioè, sedurre da un messaggio che sembra arrivare da troppo lontano, non allineato coi tempi… tutte cause che si verificano molto spesso, ma non dobbiamo arrenderci e farci impressionare!

Resta il nostro grande dovere, impegno e senso di responsabilità nell’attirare l’attenzione, o meglio ancora, distrarre l’ascoltatore dall’atteggiamento distaccato con cui era venuto già a sentire, e fare in modo che questa persona abbandoni il pensiero a cui stava dedicando le sue energie, che lo distraeva per riconvertirla verso il discorso che tu hai intenzione di portare avanti in modo incisivo, qualunque fossero gli impedimenti!

Ci vogliono tante componenti per fare l’oratore, il catechista, il lettore; senza bisogno di rielencarle tutte, ma riassumendo un pochino, abbiamo bisogno di:

  1. Rimuovere gli ostacoli che sono innanzitutto dentro di noi, perché anche la nostra lingua non sia impacciata nel parlare.

  2. Modificare anche esteticamente la nostra persona, per quanto possibile apportando miglioramenti anche piccoli.

  3. Rendere piacevole il “canto” che ci portiamo dentro da sempre e farlo fluire in modo naturale e consapevole facendoci aiutare anche dalla nostra sensorialità.

  4. Partecipare a qualche lezione di dizione per la pronuncia, se ci accorgiamo di qualche difetto, di qualche cadenza dialettale che pregiudica la lettura.

  5. Osservare e correggere anche la postura, l’articolazione facciale e la respirazione.

Conta avere anche la forza, la passione, l’energia necessaria affinché la parola di Dio possa diventare soffio vitale, brezza leggera, incarnata prima dall’oratore stesso, e poi, effusa dal soffio della bocca su chi l’ascolta, sul fedele, grazie all’azione dello Spirito Santo che agisce tramite il Signore stesso.

Sappiamo anche, però, che la potenza di Dio si manifesta nella debolezza dell’uomo, come dice San Paolo:

Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza(2 Cor 12,9) e che, dunque, siamo quello che siamo, (2 Cor 4,7-15): Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita. Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio”.

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E ancora… Io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà” (Rom 1,16-17).

Molte volte anche la tempistica delle omelie, la loro durata, l’intensità, lasciano a desiderare in quanto a ritmo e questo può compromettere la bellezza dell’intera liturgia, come anche la lentezza nel rispondere delle assemblee, la mancata partecipazione ai canti, l’acustica non proprio efficiente…

A volte si nota un’attitudine a stancarsi, a non ascoltare con emozione le Sante Eucarestie, non tanto per gli argomenti esposti o i contenuti che possono essere anche forti e ben evidenziati, ma proprio per il senso del ritmo che manca, per la tempistica non equilibrata che non conferisce il giusto valore alle funzioni celebrative.

Non bisogna scadere nell’abitudine routinaria che non fa decodificare bene quel che si ascolta dall’esterno: occorre riabilitare il senso del ritmo, la freschezza, la dinamicità delle azioni in seno alla liturgia dove la Parola occupa un posto importantissimo, anche per quanto riguarda la declamazione delle antifone, delle acclamazioni nella colletta, nell’offertorio, nelle preghiere universali, nella distribuzione dei canti e della musica; insomma, lo Spirito Santo esprime sempre un rinnovamento in seno al popolo di Dio.

Se la Chiesa, come corpo di Cristo che si raduna assieme, riesce a rivitalizzarsi con qualche piccola nota di perfezionamento, tutto riesce a vantaggio e gloria di Dio e dei fedeli.

Un esempio. Se tante volte le omelie, le celebrazioni durano tanto tempo, non è tanto per la formula con cui vengono dette, per il contenuto, ma è per il ritmo, il tempo, la durata: anche la celebrazione necessita di un ritmo, di una dinamicità.

La Parola, per sua natura, è dinamica, in movimento, e determina a far sì che poi quella liturgia abbia un inizio, uno svolgimento e una fine ma in modo dinamico, evolutivo, fluido, non stancante.

Tutto dovrebbe avere un certo sapore di evoluzione, partecipazione attiva, per essere vero servizio.

Dobbiamo anche metterci al posto di chi ascolta, delle persone, dell’Assemblea, del popolo che dovrebbe sentire anche il piacere di partecipare, deve venire come attratto da ciò che si svolge attorno.

A proposito della partecipazione attiva ideale della Sacrosanctum Concilium e, a proposito della natura, della modalità e delle nuove ministerialità laicali, è scritto…

La partecipazione attiva del popolo costituisce lo scopo primo e immediato della riforma liturgica, dal momento che la madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle Celebrazioni Liturgiche.

La Liturgia, infatti, è la prima e per di più necessaria sorgente, dalla quale i fedeli possono attingere uno spirito veramente Cristiano e, dal momento che la liturgia educa, forma, comunica, non è possibile sottovalutare questo strumento di comunicazione. La partecipazione attiva del popolo di Dio è il modo ordinario di prendere parte al mistero Pasquale nella dinamica umana della comunicazione, per cui il rito non è un semplice rivestimento esterno, ma costituisce l’evento stesso di grazia. La persona incontra il mistero di Dio con tutta la sua umanità e non solo con le idee. La celebrazione ha un ritmo che non tollera né fretta, né lungaggini e chiede equilibrio tra parola, canto e silenzio” (VMP8).

Viviamo tempi in cui la nostra società si evolve in maniera anche troppo precipitosa, con ritmi serrati, frenetici e anche se una celebrazione ha diritto ad avere i propri tempi, bisogna capire che le persone sono soggette a questi cambiamenti e forse si è perso, purtroppo, il senso del silenzio, di concentrazione, di ascolto, di apprezzamento di certe simbologie; cercare di ottimizzare questa partecipazione attiva e ideale del popolo cristiano significa trovare delle maniere idonee per consentire, all’interno delle liturgie, di stimolare questa partecipazione senza stravolgere nulla ma, intuendo quali miglioramenti apportare per valorizzare ancora di più questo incontro tra Dio e l’uomo.

Cerchiamo di rendere più snelle, a volte, le ambientazioni delle letture, arricchirle, appunto, di dinamicità e freschezza nel modo di esporle, non allungarle eccessivamente per evitare di stancare, di allontanare l’ascolto per eccesso di tempi, stiamo attenti alla forma esponenziale delle omelie, delle catechesi, anche della lettura, facendo anche un piccolo passo indietro, partendo da questi piccoli accorgimenti di cui si è parlato finora e analizzare cosa c’è che non va nei tempi, nella forma, nel ritmo di queste liturgie.

Spesso la gente si annoia, critica i lunghi i tempi delle assemblee, vorrebbe che tutto si svolgesse in modo più leggero, energico, con più bellezza, armonia, partendo proprio, dalla gestione della voce, di come lo stesso orante o lettore svolge questo compito.

Da ricordare che questo compito affidato, non è per un tornaconto personale, ma per essere in sintonia anche con tutti gli altri membri che stanno in quel momento celebrando la liturgia: c’è bisogno, quindi, di rinfrescare il carisma con metodologie di apprendimento che possono tornare utili allo scopo. E operare una concatenazione di accorgimenti determinanti che vanno presi come inizio di una riflessione innovativa.

Per aprire uno spaccato di quello che sta succedendo nei nostri giorni, nella nostra epoca che si è aperta ormai da anni alla tecnologia e all’uso dei media, capita di vedere molti sacerdoti, laici, consacrati registrare le loro catechesi attraverso canali YouTube e altre piattaforme di cui il panorama digitale è pieno.

Questo, da una parte può essere anche positivo, dal momento che la Parola giunge all’orecchio anche di chi non va in Chiesa e non frequenta i sacramenti, di chi è immobilizzato dalla malattie e altri impedimenti, di chi è lontano da Dio e, per questo, è cosa anche buona il fatto che possa loro giungere una Parola, una catechesi attraverso internet.

Al tempo stesso ci si pone un serio punto di domanda:

perché, in tali condizioni, certe persone dovrebbero scegliere di venire in celebrazione, visto che una messa è anche a portata di click?

E escludendo chi davvero non può muoversi da casa per malattia, perché non scegliere fra le alternative un motivo ben più convincente, come quello di venire attratti dalla modalità di partecipare in maniera attiva e personale all’Eucarestia e ascoltare “dal vivo” la parola di Dio in maniera sicuramente più emozionante?

Non potrebbe bastare ed essere convincente il fatto davvero saliente che venire ad una celebrazione significa avere “voglia” di gustare, percepire, ascoltare, sentire, toccare in prima persona la bellezza della presenza di Dio? Cosa permette di fare quello scatto in più, di avere quella voglia in più, per venire a Messa nell’epoca attuale?

Sono interrogativi che dobbiamo porci per avere sufficiente criticità per migliorare il nostro carisma, il nostro ministero di lettore o catechista.

Come un’ape che viene attirato dal fiore o il fiore che nella sua fioritura attira l’ape, bisognerebbe un pò anche prendere spunto da queste meditazioni per far sì che le persone possano davvero andare in una Chiesa e trovare l’accoglienza, la bellezza anche di certe forme espressive, della Parola proclamata nelle varie forme.

Certo in rete si sviluppano queste nuove possibilità innovative, sotto forma di evangelizzazione mediatica che, ripeto, possono essere anche a volte interessanti, ma che non possono mai raggiungere la concreta possibilità di nutrirsi attraverso i segni sacramentali del pane e del vino nella forma Eucaristica, né tanto meno sostituire la presenza vera delle persone, per quanto riguarda il contatto dal vivo reale e fisico.

Considerazioni queste che danno per scontato che tutti “comprendano” il valore e l’efficacia dei Sacramenti; mentre il web potrebbe essere uno strumento molto interessante per un primo avvicinamento delle persone lontane dalla Chiesa.

Non resta dunque che svegliarsi e cercare di mettere in pratica anche questi accorgimenti che abbiamo suggerito ed escogitare tutte quelle forme per far risplendere questa bellezza di cui abbiamo parlato finora. Affascinare di nuovo le persone ad incontrare il Signore, non solo attraverso i media, ma accompagnandoli sui sagrati delle chiese e all’interno per poter ascoltare una bella omelia di un sacerdote, una edificante lettura proclamata in maniera consona ed efficace, che faccia vibrare alle orecchie del popolo di Dio che:

Dio è un Padre presente e mai lontano nelle storie dell’umanità.

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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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12 – Il coinvolgimento dei sensi – Prima Parte

12 – Il coinvolgimento dei sensi – Prima Parte

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

Come possiamo osservare, se abbiamo letto attentamente, facendo passi avanti e indietro e cercando di capire cosa succede alla parola scritta, prima che diventi parola orante, è molto interessante notare questo scendere, inabissarsi nelle fibre più nascoste del lettore, questo moto dinamico, affinché questa Parola diventi Parola incarnata e affinché dal Sacro testo essa possa liberarsi come energia vitale per andare a depositarsi all’orecchio di chi abbiamo davanti quando ci apprestiamo a leggerla, che sia un Salmo, che sia un passo tratto dal Vangelo o una lettera degli Atti degli Apostoli o l’intera Bibbia.

Che sia un libro profetico, storico, sapienziale, il lettore deve aver ben presente che è tutto il suo corpo ad essere coinvolto, tutta la sua anima, la sua professionalità e la sua consapevolezza di incarnare veramente il messaggio di Dio che sta trasmettendo agli altri; quanto più intenso sarà il suo coinvolgimento, tanto più efficace sarà l’opera che lui mette in atto.

È di vitale importanza essere coinvolti con tutti i nostri sensi nella proclamazione della Parola, dal momento che potremmo rischiare di coinvolgere soltanto una minima parte di noi nell’interpretare la Scrittura.

Forse dovremmo ascoltarci e potremmo sentire che la nostra voce, il nostro canto che risuona, forse, è buono ma forse può essere anche non proprio soddisfacente.

Potrebbe risuonare monotono, distaccato, proiettato fuori dal contesto in cui la Parola si situa e, questo, forse perché non entriamo con tutto il nostro corpo e i nostri sensi in quello che leggiamo, ma ne facciamo soltanto un’esposizione esteriore.

Sembra che spesso, andando a leggere all’ambone, quando c’è da preparare un discorso, un’omelia, una catechesi, dobbiamo soltanto svolgere un dovere, un compito che ci è stato assegnato, dobbiamo ottemperare ad un semplice incarico, ma non è esattamente questo; come se la persona è da una parte e il contesto in cui si svolge la lettura è dall’altra.

Questa scissione avviene molto spesso. Succede che il ministero del lettore, molte volte, venga svolto a caso, la scelta dei lettori sembra fatta a sorteggio, si bada piuttosto alla quantità che non alla qualità, mentre bisognerebbe approfondire molto lo studio sull’esposizione del testo e non dare marginali insegnamenti su quel che si legge.

Si rischia di non far entrare chi ascolta

nella realtà del racconto che si sta proclamando.

Si legge con lo stesso tono con cui si inizia la lettura e si termina con lo stesso andamento: in pratica, non succede niente durante quei pochi minuti che si ascolta; lo svolgimento degli avvenimenti, la sensazione provata dai protagonisti nella stessa narrazione, l’espressione di chi sta dietro il leggio che dovrebbe essere declinata con una variegata sfumatura coerente al contesto narrato, invece sembra essere monotono e identico anche se il decorso letterario del testo cambia, come se non ci si rendesse minimamente conto di cosa si dice! Senza conferire colore, vitalità agli aggettivi, ai verbi, ai pronomi, senza contestualizzare e vivere con il nostro corpo e con i nostri sensi quello che stiamo leggendo.

Occorre una meditazione prima di svolgere questo compito, ma non tanto per non sbagliare i verbi o gli aggettivi o la grammatica, che pure sono importantissimi, ma per interpretare e soprattutto vivere con gli occhi, l’udito, la vista, il tatto, il gusto, l’olfatto, quello che stiamo proclamando affinché il contenuto non giunga all’orecchio dell’uditore in maniera astratta, sciatta, o senza senso.

A un orecchio attento, questo si verifica molte volte: c’è sempre il rischio di proiettarci al di fuori di quello che stiamo leggendo, di non vivere, di non assimilare con la nostra sensorialità ciò che si vuol dire.

Come si può ovviare a tutto ciò? Come possiamo modificare in meglio questi atteggiamenti ed entrare nel totale coinvolgimento di tutta la persona mentre si legge?

Non siamo individui scissi, spaccati, l’uomo è un insieme armonico di tutte le percezioni, di tutta una corporeità e una spiritualità che deve diventare un composto omogeneo per far sì che il Divino coincida con l’umano; dobbiamo, in armonia, far venir fuori, mentre leggiamo, tutta la grazia che il Signore ha diffuso nella nostra persona.

La parola di Dio può diventare carne se, dal momento in cui esce dalla nostra bocca, si posa, attraverso l’orecchio, nel cuore dell’altro, realizzando quel grande mistero che è la presenza del Signore in mezzo a noi.

Che cosa dice dunque? «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore», cioè la parola della fede che noi predichiamo. Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato». Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: «Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!» Ma non tutti hanno obbedito al Vangelo. Lo dice Isaia: «Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato?» Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo” (Romani 10,8-17).

Spiegando l’intervento dei sensi nel nostro modo di esercitare il lettorato, possiamo ricongiungerci alla Bibbia, che ha sempre privilegiato, per esempio, il senso dell’udito rispetto alla vista; Dio incontra l’uomo manifestandosi attraverso la Parola perché, se anche Dio è invisibile, l’uomo può udirne la voce.

Riporta la Dei Verbum:

La rivelazione di Dio avviene attraverso eventi e parole intimamente connessi”.

Dio interviene o agisce nella storia dell’uomo e spiega il senso del suo intervento, Dio parla all’uomo, lo chiama a un rapporto di comunione, per questo è importante da parte nostra “ascoltare”.

Per la Bibbia il vero credente è la persona che si apre all’ascolto, accoglie questa Parola e poi risponde; lo stesso Salmo 94 ogni mattina, nella liturgia delle ore, ci dice: “Ascoltate oggi la sua voce, non indurite il vostro cuore”.

La Parola infatti è creatrice, come dice il Salmo 39, è Parola salvifica capace di risanare l’umanità.

Salmo 15, è “Parola fedele, è stabile come il cielo”; Salmo 188, è “lampada per i miei passi e luce sul mio cammino”.

Dio ci dà la sua Parola, ma bisogna aprire anche il cuore e la mente per riceverla e farci grembo come Maria per farla crescere e poi manifestarla al mondo.

Deuteronomio 6,4-9:

Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte”.

Capiamo che stiamo trattando un argomento veramente vasto e profondo che non ci esime dal riconsiderare ogni singolo aspetto che riguarda il modo di esprimere questa Parola. Se continuiamo ad agire in modo anonimo e impersonale, andiamo incontro all’inconveniente di scivolare addosso all’uditore, di inciampare nel percorso perché essa non penetra nel suo orecchio, e non tanto perché l’ascoltatore è distratto, (che può anche succedere per vari motivi), ma perché chi legge o proclama la lettura non sta mettendo in campo le sue facoltà anche sensoriali, non si sta coinvolgendo in prima persona, quindi potrebbe essere sua, la responsabilità del perché la Parola non ha risuonato e non è giunta in maniera forte all’orecchio del popolo!

Se l’uditore si distrae, se l’uditore non assimila ciò che ha sentito nell’Assemblea, molte volte, non è per sua leggerezza: è responsabilità del lettore che non ha usato abbastanza efficacemente il suo coinvolgimento, non ha sviluppato le qualità che ha a disposizione per rendere vivo ed efficace quello che gli è stato consegnato.

Forse alla base di questa problematica c’è anche l’errore di dare tutto per scontato e pensare che, siccome siamo investiti di questo ministero, rendiamo secondaria la discussione sulla percezione sensoriale e dell’esigenza di un approccio di studio, riguardo gli argomenti che stiamo trattando.

Sovente si pensa al risultato, ci facciamo prendere dalla fretta, dal tempo, e non si pensa invece che, se noi mettessimo in atto veramente tutti gli accorgimenti adeguati, potremmo giungere a degli ottimi risultati.

Dovremmo come svegliarci da un sonno, da un’apatia, da una monotonia nello svolgere questo servizio.

Forse non c’è stato mai detto, insegnato, e per questo dobbiamo come tornare alle basi, alla sorgente, alla scoperta di noi stessi e della parola di Dio, per destare quel senso assopito e impersonale di leggere e parlare.

Può essere capitato a tutti, qualche volta, nelle assemblee, di esserci sorpresi nell’ascoltare un pò annoiati un certo modo di proclamare letture, omelie, salmi, catechesi, decantati con lo stesso monotono tono, spenti, interminabili per lunghezza, senza ritmo, contenuto, lette quasi in modo lamentoso, con la medesima intonazione vocale!

Come mai succede? Forse perché non ci si rende proprio conto, di avere una grande e impegnativa responsabilità, di possedere nella voce una grande potenzialità non valorizzata, lasciata cadere nel vuoto o buttata a caso per aria.

man kneeling in front of wooden cross

Dovremmo necessariamente registrarci, per il bene nostro e degli altri e riascoltarci, per esempio, e dirci in tutta franchezza: ma che canto ha la mia voce? Sto esprimendo cosa? Come…? È una voce gradevole, che può interessare o ha un timbro lagnoso, senza ritmo? Sto svolgendo bene il mio servizio di lettore, di catechista, di ministro? Come posso apportare modifiche e permettere all’altro di capire bene ciò che dico? Sono dentro a quel che leggo o dico o ripeto per routine o forza di inerzia?

Essere critici innanzitutto verso noi stessi, per accorgerci di alcuni difetti è un grande atto di sincera umiltà: intervenire dove ci sono queste lacune che provengono in moltissimi casi da una mancata percezione della nostra voce e dalla funzione che essa svolge o non svolge.

Nella maggior parte dei casi questo lavoro di autocritica fa sorgere l’esigenza di ritornare sui nostri passi e alle radici della vocalità, alle radici della nostra corporeità e anche della nostra fede, per poterci trasformare in questo canale energetico, vivo ed efficace, della Parola di Dio e svolgere anche il servizio di risvegliare anche l’amore per la parola di Dio.

Quando ci capita di tenere una catechesi o leggere un salmo, una lettura, prestiamo orecchio al nostro tono vocale, all’espressione, alla punteggiatura, a quelle che sono le tecniche finora elencate e che abbiamo provato a consigliare a chi svolge questo ministero; portiamo agli altri il sentimento, l’autorevolezza, diamo efficacia al testo o al discorso che vogliamo fare inserendo le dovute espressioni, non solo guardando la punteggiatura, a quelle che sono le accezioni tecniche della grammatica, non rendiamo vano quello che stiamo facendo!

Poco importa il ruolo che ricopriamo, perché, se non sappiamo leggere con autorità, con emozione, forse,non abbiamo portato a termine il nostro compito, perché tutto quello che diciamo può restare campato in aria, impersonale, freddo, senza emozioni.

Chiediamoci se anche il nostro corpo, i nostri sensi e la nostra voce sono freddi, avulsi da qualsiasi vibrato, come continuassimo ad essere due persone, una che proclama la Parola e l’altra che vive in un’altra condizione sensoriale lontana, come un esecutore formale la cui vita, forse, non ha niente a che fare con quello che dice.

Non abbiamo mai considerato che, il più delle volte, quello che diciamo può restare come “parole al vento” che non si realizzano nella vita di nessuno!

Dio voleva affidarci qualcosa di importante da dare agli altri e noi, che probabilmente non abbiamo creduto per primi a quello che voleva consegnarci, siamo stati così lontani o distratti, che non siamo riusciti ad operare efficacemente negli altri questo importante compito.

Sappi che il ritmo che scandisci mentre leggi, è lo stesso ritmo che coinvolge chi ascolta: se sei lento, l’ascoltatore si addormenta; se sei vivo, l’ascoltatore si sveglia; se sei freddo e anestetizzato, l’ascoltatore sente freddo e si anestetizza; se sei caldo, l’ascoltatore si riscalda e si mette in un’attitudine di ricezione positiva e accogliente.

Quando si proclama una lettura con poca convinzione, chi sta dall’altra parte, percepisce che qualcosa non va, gli sembra quasi di sentire una favola, un raccontino, qualcosa successo tanti secoli fa, una storiella più o meno interessante; e questo toglie credibilità alla stessa parola di Dio.

Chi ha il compito di declamarla, deve farlo con autenticità, e anche con energia!

Può capitare di perdere questo sapore, questo contatto con Dio e la preghiera e non credere fino in fondo a quello che si sta leggendo; a volte, anche senza pensarci, ci viene in mente, quasi, di non aver bisogno nemmeno noi stessi di quella Parola. Che bisogno c’è che essa ci parli, si realizzi nella nostra vita? Tanto la conosciamo già…!

Abbiamo la sensazione che sia sempre qualcosa che riguardi altre persone e non noi, la storia di qualcun altro e non la nostra: ci trasciniamo per routine, per stanchezza, dai mille pensieri di ogni giorno, siamo con la nostra stessa vita lontani da quella Parola che sembra che non ci parli più, non rappresenta più la nostra bussola, ha perso la sua funzione vitale, quella di “darci vita”.

È necessario, dunque, ridestarsi dall’intorpedimento stagnante del quieto vivere, c’è bisogno di riascoltare di nuovo quella Voce che ci chiama, ci attira, che ci fa provare l’arsura di sentire sete e ci sprona a riaccostarci alla vera sorgente per abbeverarci a quella eterna e zampillante fontana che è la parola di Dio.

C‘è urgenza di sentire la necessità, ogni giorno, di scoprire cosa Dio vuole dire alla nostra vita, cosa dobbiamo fare per rendere di nuovo importante il ministero che svolgiamo.

Mettersi a servizio della scuola della Parola, non solo in modo intellettuale, ma in modo esperienziale sensoriale, di percezione corporea e affettiva, di correzione grammaticale e sintattica.

Dobbiamo diventare catechisti, oratori, lettori che risvegliano la fede in chi ascolta, dei trascinatori della Parola, dei carri che conducono alla meta le persone con energia, non conduttori apatici che sembrano trascinare a forza un peso dietro enorme ogni volta che parliamo, che leggiamo!

Che significa essere servitori della Parola?

Essere servi della Parola significa usare tutte le proprie forze, tutta la bellezza, tutte le proprie energie, tutto quello che in fin dei conti la persona è, per poter veicolare un messaggio con efficacia, senza, d’altra parte, aggiungere e togliere nulla al contenuto, né essere spettacolari giocolieri: è un lavoro complicato, delicato, come si può ben notare, e non è così semplice avere una sintesi perfetta di tutte queste componenti, essere umili e professionali allo stesso tempo, energici ma equilibrati, leggere con tante sfumature ma senza eccedere. Però… possiamo riuscirci se ci si impegna!

Da dove partire per assimilare tutti questi concetti?

Dalla nostra persona, da quel che si è: osservandosi, ascoltandosi e ripartendo da zero per ricostruire una figura autorevole e competente.

Dobbiamo cercare di far capire agli altri, e anche al nostro orecchio poco educato all’ascolto, per esempio, la differenza che passa tra la proclamazione della Parola e una catechesi, l’applicazione delle regole espressive per diversificare il tipo di lettura che ci si appresta a fare, il rischio che si corre per non far sì che tutto diventi un minestrone, un suono indistinto e confuso.

Nell’istruire i lettori o i catechisti, chi è predisposto, dovrebbe argomentare con chiarezza sulla differenza che intercorre tra una parabola e un passo tratto da un Proverbio, tra una lettera degli Atti degli Apostoli e un passo del Vangelo, tra un Salmo o un testo tratto dal Vecchio Testamento; e ancora, un conto è ammonire una catechesi e gestire capacità oratorie, un altro proclamare una lettura.

Abbiamo così due possibilità: o risvegliare la fede negli altri e condurli al desiderio di Cristo o non accendere a sufficienza come si voleva quella fiammella della mensa della Parola!

Indubbiamente è una grande responsabilità se pensiamo a questo e neanche dobbiamo spaventarci nel comprendere tutto ciò, né sentirci intimoriti, ma non parlarne neanche sarebbe stato venir meno allo scopo di aver scritto questo manuale per cercare di migliorare la situazione!

Vero, che in un discorso possono starci tante incongruenze dettate dagli errori di pronuncia, dalle barriere limitanti che pur vanno corrette nel miglior modo possibile, ma, ritengo, che è quel “canto” che ci trasciniamo dietro e che di cui non ci rendiamo neanche conto, che va analizzato in profondità. E quello sicuramente può essere corretto facilmente se lo analizziamo noi o se qualcuno ce lo fa notare.

Sapete cos’è questo “canto”?

Se ascoltassimo la nostra voce registrata, ed oggi, ci sono infinite possibilità di verificare questo, attraverso messaggini telefonici, con strumenti semplici mediatici, potremmo farne davvero il punto di partenza per analizzare la nostra vocalità, e capire tantissime cose.

Non stiamo parlando adesso di errori di pronuncia, ma di canto, di melodia che ognuno esprime nel semplice parlare.

Sarebbe utile filmare anche un piccolo video per poter notare, senza paura, i nostri difetti, la nostra postura, vedere come noi ci poniamo.

Dovete sapere che tutte le voci hanno un “canto”, una melodia, un certo modo di appoggiare le parole a questo “canto”, la tua persona ha un “canto”, se non lo sai. Se nessuno finora non te lo ha mai detto, sappi che non si tratta qui di essere artisti o esercitare il mestiere di cantanti!

Tu possiedi comunque un canto nella voce, volente o nolente, hai un canto mentre discuti, mentre ti arrabbi, mentre sorridi, mentre ridi a squarciagola, mentre parli al telefono, mentre piangi; la nostra voce non è la stessa durante una giornata.

Cambia quando cambiamo anche noi. Noi abbiamo nel nostro vivere quotidiano una melodia, un canto, un’espressività… ci hai mai riflettuto?

Non l’hai ascoltata abbastanza! Semplice, ma dobbiamo partire da qui!

Non siamo uguali durante il giorno, perché la nostra persona, i nostri sentimenti cambiano e anche la voce muta di espressione, per cui se, facendo la prova della registrazione e del video, tu noti che parli alla stessa maniera in cui leggi, oppure mentre sei al telefono hai sempre quella stessa melodia, quella cantilena o quell’acuto nella voce che si protrae sempre lungo le battute del discorso, vuol dire che la tua voce non è sviluppata nei vari stadi, non la moduli, è monotona, non sviluppa, cioè, tutti quei toni espressivi e quei volumi, quelle altezze e intensità, nell’arco della giornata, e così rimane un “canto” a metà.

Lo stesso accade quando ti ritrovi a leggere: usi, cioè, lo stesso format linguistico, la medesima intonazione.

Il canto è una forma espressiva, non è tanto saper cantare, è un suono che giunge alle nostre orecchie, giunge alle altre persone; quindi, prima di poter andare a leggere e svolgere il ministero del lettore o dell’oratore, del catechista, dovremmo perfezionare questa melodia, questo canto incorporato che ci trasciniamo dietro, dovremmo registrarci, vederci, ascoltarci.

Questa tua postura, questa tua melodia, può essere un canto, un’espressione di bellezza, di dolcezza, ma, molte volte, purtroppo, è espressione anche di noia, di lamento, si modula con un suono irritante, rigido, ma a volte può trasformarsi in un qualcosa di anche armonioso, brillante.

E pensare che questo suono riprodotto inconsapevolmente, ce lo portiamo dietro da sempre, avremmo voluto modificarlo tante volte, magari, dopo esserci ascoltati, consapevoli del fatto che ci era poco simpatico, ma non sapevamo come fare per trasformarlo… quel mangiarci le parole, quell’inceppare nelle sillabe, quella musica che fuoriesce dalla nostra bocca così stancante, a volte, forse banale…

Quel canto, insomma, che è anche espressione di vita, di comportamento esteriore, non lascia scampo: ci segue sia quando siamo al telefono, che quando parliamo con gli amici, in casa, con i familiari, con i colleghi di lavoro… oppure in pubblico…

Imbarazzante quando poi, prendendone consapevolezza e, non sopportando quella particolare cadenza o pronuncia, questo canto ti provoca anche un certo imbarazzo quando, ad esempio, sei costretto ad esporti in una relazione durante qualche conferenza o meeting o se devi tenere una catechesi a un gruppo di persone.

Vogliamo, dunque, correggere o no questo canto che abbiamo nella voce?

Questo canto che portiamo dietro in eredità senza rendercene neanche conto?

Possiamo correggere il suo tono, la sua melodia, il suo dipanarsi mentre parliamo, leggiamo: è doveroso, direi, perché nel momento in cui ci presentiamo soprattutto in pubblico o in video alle persone, queste, anche solo “a pelle”, recepiscono istintivamente fastidio, repulsione, disagio, o, per contro, provano accoglienza, dolcezza, tenerezza.

Dalla nostra voce, dai contenuti espressi bene, ma anche dall’impatto visivo, per tornare ancora sull’argomento estetica, abbiamo la garanzia della riuscita della nostra missione.

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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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11 – Dalla Fonetica all’esperienza Vocale

11 – Dalla Fonetica all’esperienza Vocale

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

 

Sai che la voce raggiunge le corde più invisibili della tua anima?

Sai che si possono rimuovere le barriere che ti impediscono di leggere nel migliore dei modi?

Sai che la Parola può guarire chi l’ascolta, recare conforto?

Sai che con la Parola sei chiamato a diffondere il messaggio di Dio attraverso il ministero di catechista, lettore, oratore?

Addentrandosi sempre più nelle profondità conoscitive dell’organo vocale, si può arrivare a comprendere l’importante servizio che esso può svolgere a favore del catechista e di chi svolge questo servizio soprattutto nell’ambito ecclesiale.

Prendere consapevolezza attraverso i propri sensi dell’importanza della vocalità e del coinvolgimento di tutto il nostro corpo, segna un passo ulteriore nel processo evolutivo della voce: il passaggio dalla semplice fonetica al linguaggio esperienziale emotivo.

Cosa significa questo?

Che apporto e beneficio possiamo trarre da questa scoperta?

Che cosa è, soprattutto, il passaggio dalla fonetica al linguaggio esperienziale emotivo?

Intanto dobbiamo sapere che la Fonetica è un ramo della Scienza linguistica che studia i fonemi, cioè i suoni articolati dell’apparato di fonazione umano.

Un simbolo fonetico è un segno convenzionale usato per significare la descrizione articolatoria di un suono, nonché una sua approssimata collocazione in determinate classi detti foni, dal momento che nessuno è in grado di riprodurre due volte lo stesso identico suono.

Nella fonetica, la voce si riferisce ai suoni del parlato prodotti dalle corde vocali.

Abbiamo descritto, infatti, precedentemente, negli altri paragrafi del libro, come la voce ha dei suoni prodotti dalle corde vocali e come la sua qualità si riferisce a determinate caratteristiche in una persona, mentre la gamma della voce appartiene alla gamma di frequenza o intonazione da essa utilizzata.

Le corde vocali vibrano quando un flusso d’aria passa tra di loro, producendo quella che viene chiamata voce, cioè una sorta di ronzio che si può sentire e ascoltare nelle corde vocali e in alcuni suoni. Se le corde vocali vibrano, sentiremo il suono che chiamiamo voce, o fonazione.

Affinché questa voce, da semplice fonazione ed emissione di suono, si trasformi ad essere esperienza vissuta, Parola proclamata, deve attraversare, però, un processo di consapevolezza attraverso il quale la persona, in questo caso l’oratore, attraverso la propria vocalità e parola articolata, diventi completamente un grande messaggio vivente, incarnato, un emblema, cioè, veramente reale e presente nella storia e nel vissuto di tutti i giorni.

Per questo motivo, tutto il linguaggio espressivo che l’individuo ha a sua disposizione, a maggior ragione anche la sensibilità corporea, deve divenire materia di studio e di approfondimento per capire come il fascino della voce si trasforma in realizzazione finale compiuta, dell’uomo, universale e totalizzante!

Si può arrivare a constatare che, passando dalla semplice articolazione a tutte le tappe di uno studio approfondito, la Parola possa giungere davvero alla sua totale manifestazione nella vita concreta delle persone. Qualora essa viene supportata dalla testimonianza forte e verace di chi la proclama con fede, l’annuncia e l’incarna con assoluta credibilità cristiana.

Quello di andare a prendere consapevolezza attraverso i propri sensi dell’importanza della vocalità e del coinvolgimento di tutto il nostro corpo, l’evoluzione, in sintesi, della voce passa dalla più profonda conoscenza di sé, dall’interiorizzare anche i concetti, le frasi, le espressioni contenute nella Scrittura.

Esiste anche la percezione interiore dell’individuo, che tocca le vibranti corde dell’anima, dal momento che egli è la somma di tante componenti, non solo di quelle riguardanti le parti professionali e tecniche con cui ci si approccia a leggere bene un testo.

Sicuramente i principi fondamentali di dizione, public speaking sono importantissimi, ma c’è qualcosa di più profondo e coinvolgente da esaminare: la dinamica voce-stato emozionale-psicofisico di cui ogni persona e ogni lettore necessita per sentirsi al top nelle sue nelle proprie espressioni comunicative.

Facciamo un passo, quindi, all’interno di noi stessi, per ascoltare l’infinito, attraverso una voce che poi diventa “Voce Divina” perché è espressione del messaggio che Dio consegna agli uomini per parlare al suo prossimo.

Cerchiamo nella voce questo spirito, questa componente che innalza l’uomo, e innalza l’anima alle vette di chi ha sete del Dio vivente!

Ripensando alla voce di Dio che ci parla e ha sempre dialogato con l’uomo, come nelle Sacre Scritture, vediamo se la sentiamo, questa voce, se la percepiamo o se siamo tanto distratti da non riuscire a distinguerla… perché nella nostra voce possiamo avere sul serio qualcosa di divino che ci può rapportare con Dio e metterci in sintonia con Lui.

Solitamente non ci accorgiamo di questa bellezza, di questa sacralità della voce; molte volte ci affidiamo soltanto alla nostra bravura, alla nostra volontà di fare bene attraverso determinate tecniche che pure sono importanti per migliorarci, mentre dobbiamo poter far emergere dalla nostra voce qualcosa di infinitamente profondo che può scaturire dalla nostra sorgente interiore.

Esiste una vibrazione primordiale, un’energia, l’energia creatrice dell’universo. Che sia soffio vitale, Verbo, Parola Sacra, canto, palpito, la vibrazione Divina costituisce qualcosa di veramente importante perché i suoni che scaturiscono dal profondo, racchiudono preziosi messaggi inviati alla nostra anima e che attendono di essere liberati attraverso la Parola che andiamo ad enunciare.

Sono Parole che anche i profeti hanno cercato di decodificare per parlare agli uomini, messaggi che il Signore stesso vuole comunicare attraverso i suoi testimoni.

Quando riusciamo ad ascoltare anche il nostro corpo in silenzio, assieme alla nostra anima e a prendere coscienza del nostro respiro, in qualche momento di contemplazione, placando le tante voci esterne che infastidiscono la pacificante quiete, sperimentiamo l’ascolto in profondità e ci connettiamo anche, attraverso i nostri sensi, con la parte di noi più intima e rappresentativa.

Non a caso la preghiera, che tanto ricorre nei Vangeli di Gesù, è il colloquio più importante che il Cristiano è chiamato a vivere per ascoltare cosa Dio vuole comunicare.

La preghiera, soprattutto la preghiera silenziosa, anche di qualche minuto, è il momento più importante per relazionarsi nella dimensione spirituale di cui l’uomo necessità per stabilire una connessione speciale con il Creatore e prendendo una pausa e la giusta distanza dall’ascoltare banalmente i propri istinti.

Quando Gesù si ritirava sul monte a pregare, quando era nel deserto, nei momenti di maggiore difficoltà, come nell’orto degli ulivi, quando si isolava dalle folle per prendere una decisione, per parlare ai suoi discepoli, per isolarsi dal clamore delle folle, per non essere fatto re, la preghiera ha sempre rappresentato un’oasi privilegiata per ristabilire quel contatto unico, prezioso, indefettibile con il Padre che gli suggeriva parole piene di sapienza e di verità.

 

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Come si fa a distinguere la vera preghiera, il vero contatto con Dio?

Anche il corpo, se ci pensiamo bene, partecipa a questo stato di sospensione quasi eterna: sembra esularsi dalle mille contraddizioni che giungono ai suoi sensi, cercando di stare fermo in contemplazione, con le mani giunte o ferme sulle ginocchia, o alzate in gesto di resa provvidenziale, o che chiedono aiuto al cielo.

Si domina la propria postura per dominare un moto improvviso di insofferenza per il tanto tempo che passa, si cerca di restare immobili per evitare gesti sollecitati continuamente da rumori esterni, si chiudono gli occhi per evitare distrazioni, il respiro viene automaticamente controllato per non essere dominato dall’ansia.

Osserveremo, se siamo attenti e ci ricordiamo di tutte le volte che siamo stati in preghiera, di come anche la stessa contemplazione estatica, silenziosa, che assumiamo nel volto, senza rendercene conto, ha il sapore come di una certa trascendenza spirituale e anche lo stesso corpo, dunque, può sentire, dopo aver vinto gli istinti nella carne, una certa pace, può ascoltare anche una primordiale gioia che attraversa la sua anima.

La voce interiore del cuore oltrepassa, a volte, i significati e le parole per giungere ad esprimere realtà ineffabili, come se l’incapacità di tradurre in parole i propri moti interiori, desidera lasciar spazio all’alta espressione della preghiera silenziosa.

Quando lo spirito è nella pace, anche il corpo avverte una grande sensazione di pace, i suoi lineamenti assumono serafici atteggiamenti di tranquillità, persino la voce sembra fluire con una certa leggerezza.

Vibrare armonicamente, dunque, con il nostro corpo ci aiuta, non solo ad essere partecipativi e attivi, ma possiamo dare suono ai nostri pensieri alle nostre emozioni e quindi questo permette di riattivare in noi un processo di ricreazione perché il nostro corpo è un’orchestra e si adatta e ci sentiamo bene quando vibriamo armonicamente.

Che fare dunque? Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza” (1 Cor.14,15).

Prendi anche tu la cetra affinché la corda dei tuoi sentimenti più nascosti, toccata dal plettro dello Spirito, mandi il suono delle buone azioni, prendi l’arpa affinché risuoni l’armonia delle tue parole e delle tue opere, prendi il tamburello affinché lo Spirito adoperi interiormente lo strumento del tuo corpo e la grata amabilità della tua vita sia resa manifesta dall’esercizio delle tue opere” (Origene, Omelie sui Salmi Ts 5,23).

La preghiera è, dunque, una delicata creazione che attraverso la voce si libra nell’aria e raggiunge il cielo.

Come sorgente sgorghi alla fonte

disseti la sete, sfami la fame

come sorgente che tace si effonde

da gola stillante acuti sonori

gemiti accendono il ciel di filanti solfeggi.

Preghiera notturna cangiante colore

la notte si accende, riprende sapore

all’alba si spegne quel dolce rumore

di labbra sospese nel dolce fragore

e frasi brillanti sono fili che tesson

con preziosi diamanti

quei ricami di salmi come fil luccicanti.

Come sorgente, come scia celeste

quell’ugola canta e di luce si veste

una voce assomiglia proprio a un Dio che già esiste

e raggiungere vuole, sotto il manto stellato

il cuore dell’uomo perché d’amor ubriacato!

Testo di Marilena Marino

 

  "Questo libro è dedicato a tutte le persone che desiderano imparare ad avere profonda consapevolezza delle PAROLE della Bibbia e riuscire a proclamarle con autorevolezza e sicurezza"
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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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10 – La parola di Dio che guarisce – L’importanza di usare bene la voce

10 – La parola di Dio che guarisce – L’importanza di usare bene la voce

Pillole dal Libro: LA BOCCA DI DIO  di  Marilena Marino

 

Come leggiamo nei Vangeli, Gesù ha operato diverse guarigioni nella sua vita, ha guarito paralitici sordomuti, giovani posseduti da uno spirito muto, restituendoli così alla relazione vera con suo Padre.

In Marco 9,25 leggiamo:

Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più”.

In Marco 7, 31-37:

Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!»”.

È interessante notare come in tutte queste narrazioni sono coinvolti tutti i sensi e diverse parti del corpo: orecchie, lingua, bocca, il senso del tatto, del gusto, dell’udito, una voce che emette un sospiro, quasi un flebile grido verso il cielo, ma così potente ed efficace da operare guarigioni e ristabilire dalla malattia tutto l’essere umano.

Ciò ci deve far riflettere seriamente di quanto la voce, nella proclamazione di Dio, della sua Parola, per opera dello Spirito Santo che conferisce forza, possa essere anche strumento di riabilitazione umana e sociale.

Pensiamo anche al linguaggio dei segni, operato nei confronti di quelle persone che hanno forti disabilità fisiche: consideriamo quanto potente sia il linguaggio espressivo, il beneficio del suono e l’utilizzo della vocalità per parlar loro, oltre il linguaggio delle mani, del corpo, delle espressioni facciali, e dell’intenzionalità di trasmettere un messaggio che porti vita, che sia dialogo, anche con persone che hanno seri handicap nel proprio corpo!

A proposito di una persona che nasce sorda, per esempio, sarebbe interessante considerare che tipo di linguaggio arriva o adotta nei propri pensieri: pur nascendo con questo handicap, la persona sorda ha comunque una voce nella propria testa, che non è basata solo sul suono.

Si parla di essere visivo, perché essa vede dentro immagini, segni, talvolta parole stampate.

La sua voce interiore ha parole, concetti e pensieri, la sua testa non è vuota, né silenziosa, dal momento che può elaborare informazioni attraverso il suo cervello, i suoi occhi, il suo naso, la sua lingua e il suo tocco.

Il suono non fa parte del suo processo di pensiero ma ciò non significa che non abbia una voce interiore.

Tutta questa importante riflessione per dire che la voce come canale di comunicazione, non può essere definita soltanto un accessorio, nella persona, tanto più in persone che comunicano normalmente e non hanno problematiche particolari.

Ragione ulteriore per rivalutare alla grande il personale percorso vocale e riconsiderare gli effetti che la propria voce può produrre nei vari contesti in cui si trova.

Non è un suono indistinto: che c’è o non c’è, che suona o non suona, che vibra o non vibra!

Abbiamo già detto che la voce rappresenta la tua essenza, quindi, dobbiamo fare questo sforzo a priori di rimpossessarsi di questa vocalità che rappresenta la nostra persona; oltre che pensare ai vari contenuti delle varie catechesi, dell’omelia che deve essere certo preparata bene e con devozione profonda, o al salmo che va salmodiato con amore, o alla catechesi che viene proposta al livello anche intellettivo.

La voce non è un suono che esce più o meno forte, ma la voce ti identifica, esprime la tua essenza, è la nostra coscienza; quindi “dare voce” ad un brano della Sacra Scrittura, è qualcosa di unico ed importante!

In quel preciso momento le parole che escono dalla tua bocca rivestono una carne, un’identità, qualcosa che si concretizza mentre si parla, la Parola ha il potere veramente di trasformare chi ascolta, ha un potere kerigmatico intrinseco che ha un qualcosa di straordinariamente forte, divino, perché ha la facoltà di trasformare le persone, è un’azione dello Spirito Santo che ha la facoltà di agire nelle persone disponibili all’ascolto e in tutti i battezzati.

È possibile e doveroso passare dal suono alla parola: questa parola che noi vogliamo annunciare, proclamare, leggere e con la quale vogliamo istruire gli altri per vocazione, è una missione bellissima , eccezionale che Dio ha dato a ciascun battezzato; deve essere valorizzata bene, usata bene e fatta risplendere, perché è un canale di comunicazione unico, come uniche sono le voci.

Gli animali, le piante, il mondo acquatico con tutti i pesci, la natura stessa producono suoni ma non hanno la possibilità di veicolare parole formulate come accade con la voce umana; per questo abbiamo il dovere di valorizzare la nostra vocalità ed esprimere tutte le potenzialità umane per lanciare al mondo il messaggio di Dio Padre Creatore dell’universo, del Cielo e della Terra.

Ognuno di noi ha una voce bellissima; anche se a molti non piace la propria voce e la ritengono difettosa, il più delle volte. Ogni voce è diversa dall’altra, irripetibile, e dalla tua voce ci si può fare un’idea di chi sei, di quello che vuoi dire.

Certo poi entrano in campo tanti processi quando parliamo: l’aspetto cognitivo, intellettivo, emozionale, l’aspetto anche scientifico che serve per migliorare la pronuncia, ma come può risuonare fuori perfetta, se dentro non siamo riconciliati un pò con il passato, con la vita, con le nostre ombre, con le nostre barriere?

Affinché possiamo parlare di una voce libera e liberante è indispensabile rimuovere questi personali ostacoli e barriere createsi nel tempo.

Torniamo ancora alla parola di Dio, alla Lettera agli Ebrei 4,12 dove si dice che la parola di Dio è viva ed efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio.

Come la voce diventa Parola incarnata?

Come la voce assume questa sacralità, questa valenza, questo potere? Affinché diventi questa spada tagliente a doppio taglio, è davvero importante che essa coinvolga con quello che dice chi ascolta? Si pensa mai di attribuire una consistenza ed una importanza così determinante alla voce in questo senso?

Eppure Dio ha dato all’uomo, annunciatore della Buona Notizia del Vangelo, questa grande possibilità, quella di rendere possibile che si dia un Avvenimento, un Avvenimento con la A maiuscola.

L’Avvenimento che la Parola, uscita dal seno del Padre, plana sull’umanità dispersa, la raccoglie dai quattro venti e la riunisce nell’unità, facendola risuonare viva, ancora oggi, nella vita di tutte le persone!

Per questo “la voce che grida nel deserto dell’esistenza umana” deve risuonare nei nostri tempi non come qualcosa che è passato, o che si è udita tantissimi anni fa, e che non ha valore, ma come un’entità davvero significativa, attuale e contemporanea, che continua a far udire questo grido intenso d’amore per l’uomo e per ogni tipo di deserto che attraversa oggi.

Se riusciamo a conferirle questo senso di sacro, facciamo senz’altro un enorme passo avanti; infatti, non basta essere pieni di contenuti da dire, bisogna avere una forma di esposizione idonea quando ci si presenta davanti all’Assemblea: è poco ammissibile presentarsi ad annunciare questo avvenimento, questa Parola, con difetti gravi di pronuncia, con un’estetica inappropriata, come abbiamo già detto, con mancanza di autorevolezza, per non sottolineare le dinamiche che occorre studiare per fare della vocalità un canale di trasmissione che vuole incarnarsi seriamente attraverso i predicatori e gli araldi del Vangelo.

Non ultimo, ritorno a dire, l’estetica, la cura dell’aspetto esteriore che, in questi tempi dove è diffuso l’uso dei media e dei social, è rilevante per testimoniare la bellezza di un popolo risorto che deve far presente Gesù Cristo.

Certamente il compito dell’evangelizzatore è immenso, è difficile, ma San Paolo lo ha definito come il dovere più grande di ogni Cristiano, dal momento che la predicazione è il cuore dell’evangelizzazione, è un dovere che la Chiesa e i Cristiani possono e devono compiere in modi differenti.

Evangelizzare, nella sua accezione, ha un ricco significato, molto ampio, ma sicuramente riassume l’intera missione della Chiesa nel realizzare la “Traditio Evangelii”, l’annuncio e la trasmissione del Vangelo.

Annunciare, predicare, significa anche lodare, celebrare, rendere il messaggio vivo ed efficace con tutte le proprie forze, realizzare lo “Shemà” in pienezza.

Sei convincente nel trasmettere la giusta autorevolezza a questa Parola?

O ti tornano in mente i suggerimenti disfattisti che avevamo elencato nei capitoli precedenti e pensi che, essendo una persona con tanti difetti, ti concedi uno sconto sul pronunciare male certi termini, certe frasi della lettura, tanto fa lo stesso, dal momento che i primi discepoli erano semplici uomini e non andavano a scuola di dizione? Fa lo stesso, se non cerco di stare attento ai miei atteggiamenti esteriori, alla mia postura, al mio modo di vestire con dignità, perché tanto, l’importante è che la Parola sia al primo posto e il resto conta poco!

È poco importante se non cerco di curarmi anche in certi dettagli? Tanto l’importante è quello che si comunica, è Dio che opera e non sei tu il protagonista!

 

man kneeling in front of wooden cross

Sicuramente Dio viene al primo posto, ma si serve di te per raggiungere gli altri, quindi, non trascurarsi vale quanto l’impegno che metti nello svolgere il compito che ti è stato assegnato!

Devi sempre cercare di specchiarti, di riflettere il meglio di te, di progredire e di migliorarti: non si può essere uno strumento stonato che intona una melodia che non rispecchia la sinfonia meravigliosa che Dio ha creato e vuole continuare a far ascoltare agli uomini.

Bisogna essere all’altezza del compito e migliorare… Sì, migliorare si può, si deve, proprio per avvalorare il grande compito che qualsiasi annunciatore della Parola si trova a svolgere!

Essere perfetti come perfetto è il Padre che è nei cieli!

Dice il Salmo 105,1-2:

Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere. A lui cantate, a lui inneggiate, meditate tutte le sue meraviglie”.

La sua Parola, dunque, è davvero efficace quando opera e non ritorna indietro vuota, ma produce i suoi frutti dovunque viene annunciata: che cosa infatti è impossibile a chi crede, che cosa è impossibile a chi ama?

Quando parla, questa Parola, le sue parole trapassano il cuore come gli acuti dardi scagliati da un eroe che penetrano tanto dentro da raggiungere le intimità segrete dell’anima.

Più sei spoglio e vuoto interiormente, più ti fai contenitore ricco di Dio, più Lui riempie tutto il tuo essere, le tue viscere e ti fa essere bocca del suo messaggio.

Nel libro dei Salmi c’è scritto (Salmo 29,3-9):

La voce del Signore è sopra le acque,

tuona il Dio della gloria,

il Signore sulle grandi acque.

La voce del Signore è forza,

la voce del Signore è potenza.

La voce del Signore schianta i cedri,

schianta il Signore i cedri del Libano.

Fa balzare come un vitello il Libano,

e il monte Sirion come un giovane bufalo.

La voce del Signore saetta fiamme di fuoco,

la voce del Signore scuote il deserto,

scuote il Signore il deserto di Kades.

La voce del Signore provoca le doglie alle cerve

e affretta il parto delle capre.

Nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!»”.

Queste parole del salmista, confermano le parole di Geremia ed Ezechiele e fanno intendere cosa accade quando Dio si presenta e parla con la sua voce grandiosa, autorevole!

Anche il profeta Isaia al capitolo 33,3 dice: “Alla voce del tuo fragore fuggono i popoli, quando t’innalzi si disperdono le nazioni”.

Quindi viene descritta la voce di Dio come una voce che tuona, la voce di Dio si distingue per un timbro tuonante.

Dunque, c’è coerenza tra l’Antico e il Nuovo Testamento che Dio ha un timbro di voce maestoso e questo viene descritto diverse volte in termini molto chiari.

San Gregorio di Nissa commenta la vocazione di Mosè in Esodo 3,2-22:

Fu nel tempo in cui si trovava nel deserto che, secondo la testimonianza della storia, Dio gli si manifestò in modo miracoloso. Un giorno, in pieno pomeriggio, fu colpito da una luce così intensa che superava quella del sole è quasi lo accecò. L’insolito fenomeno, pur avendolo sbalordito, non gli impedì di levare gli occhi verso la cima del monte, dove vide un chiarore di fuoco attorno a un cespuglio, i cui rami però continuavano a restare verdi anche in mezzo alle fiamme, come se fossero coperti di rugiada. A quella vista Mosè esclamò: “Andrò a vedere questa grande visione” (Esodo 3,3) e mentre pronunciava queste parole avvertì che il chiarore del fuoco raggiungeva contemporaneamente e incredibilmente tanto i suoi occhi come il suo udito. Da quelle fiamme avvampanti vennero infatti a lui come due grazie diverse: l’una, attraverso la luce, dava vigore agli occhi, l’altra, faceva risuonare alle orecchie ordini santi. La voce proveniente dal chiarore ingiunse a Mosè di levare i calzari e salire a piedi nudi verso il luogo in cui splendeva la luce divina.

La voce proveniente dal chiarore, comandò a Mosè, dunque, di non accedere al monte appesantito dai calzari fatti di pelle morta, come a dire che al mistero ci si deve accostare non con pelle morta i calzari, ma con pelle viva. Siamo chiamati ad entrare nella terra santa delle relazioni a piedi nudi: occorre nudità di piedi e di anima, delicatezza e massimo rispetto per ascoltare l’altro nella sua diversità e unicità, occorre entrare a piedi nudi e come su carboni ardenti nel mondo interiore del ministero di cura personale” (Tratto dai Percorsi biblici del “prendersi cura” edizioni La Cittadella).

 

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Questo articolo è stato estratto dal libro “La Bocca di Dio” di Marilena Marino. 
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