Sant’Agata

Sant’Agata

Santa Agata, anche conosciuta come Sant’Agata di Catania, è una santa venerata dalla Chiesa cattolica. La sua storia risale al III secolo d.C. e si ritiene che sia nata a Catania, in Sicilia, intorno al 231 d.C. La sua vita è legata a un periodo di persecuzione dei cristiani sotto l’imperatore romano Decio.

La tradizione narra che Agata fosse una giovane donna di nobile famiglia e di straordinaria bellezza. Lei, però, aveva consacrato la sua vita a Dio e aveva fatto voto di castità. Questa decisione non fu ben accolta da Quintiano, il prefetto romano di Catania, che si invaghì di lei. Di fronte al suo rifiuto, Quintiano la sottopose a crudeli torture nel tentativo di farla desistere dalla sua fede cristiana e costringerla a sposarlo.

La leggenda narra che Agata fu sottoposta a varie forme di tortura, tra cui la privazione del cibo, il flagello, la bruciatura con ferri roventi e la mutilazione dei seni. Nonostante le atroci sofferenze inflittele, Agata rimase fedele alla sua fede e la leggenda vuole che durante il suo martirio subì anche miracolose guarigioni.

Il culmine del suo martirio avvenne con l’amputazione dei seni. La notte prima della sua esecuzione, secondo la tradizione, Agata ebbe una visione di san Pietro, che le promise la guarigione. Nella mattina successiva, durante il processo, le ferite di Agata furono miracolosamente guarite. Nonostante ciò, Agata fu condannata a morte per decapitazione.

Il culto di Santa Agata si diffuse rapidamente e il suo martirio divenne uno degli episodi più celebri della cristianità. La sua festa liturgica viene celebrata il 5 febbraio in onore del suo martirio. Santa Agata è venerata come patrona di Catania e delle vittime di violenze sessuali e malattie del seno. La sua figura è spesso rappresentata con un velo sulla testa e con una palma, simbolo del martirio.

s Agata de’ Goti

La spiritualità legata a Santa Agata è intrinsecamente collegata alla sua fede cristiana e al suo coraggio nel mantenere questa fede nonostante le terribili torture subite. La sua vita e il suo martirio sono spesso considerati un esempio di devozione, perseveranza e sacrificio per la fede cristiana. Ecco alcuni elementi chiave della spiritualità associata a Santa Agata:

  1. Fede e Devoto Amore per Cristo: Santa Agata ha dimostrato una profonda fede e un amore devoto per Cristo. La sua decisione di dedicare la sua vita a Dio, inclusa la scelta di mantenere la castità, riflette il suo impegno spirituale.
  2. Resistenza alle Tentazioni e alla Persecuzione: Agata è diventata un simbolo di resistenza alle tentazioni mondane e alla persecuzione religiosa. Nonostante le torture e le pressioni del prefetto Quintiano, lei rimase salda nella sua fede cristiana.
  3. Accettazione del Martirio: Santa Agata accettò il martirio con coraggio e rassegnazione. La sua storia sottolinea la forza interiore e la fiducia in Dio anche nelle situazioni più difficili. Il suo martirio è visto come un sacrificio offerto per amore di Cristo.
  4. Miracoli e Protezione Divina: La tradizione attribuisce a Santa Agata diversi miracoli, inclusa la guarigione miracolosa delle ferite inflitte durante le torture. Questi eventi sono interpretati come segni della protezione divina riservata a coloro che perseverano nella fede.
  5. Patronato e Intercessione: Santa Agata è considerata la patrona di Catania e delle vittime di violenze sessuali e malattie del seno. La sua vita e il suo martirio la rendono un’intercessore spirituale per coloro che soffrono a causa di malattie o violenze.
  6. Esempio di Santità: La vita di Santa Agata è spesso presentata come un esempio di santità e virtù cristiane. I credenti trovano ispirazione nella sua storia per affrontare le sfide della vita quotidiana con fede, speranza e amore.

In sintesi, la spiritualità di Santa Agata ruota attorno alla fede cristiana, alla resistenza alle avversità, al sacrificio per amore di Dio e alla fiducia nella protezione divina. La sua figura è celebrata e venerata come un modello di santità e dedizione spirituale.

Poesia “Quando sarai vecchia”

Poesia “Quando sarai vecchia”

“Quando sarai vecchia” di William Butler Yeats: la poesia dell'amore perduto

Le poesie di William Butler Yeatspremio Nobel per la Letteratura nel 1923, sono poesie autunnali, che si adattano perfettamente alla sottile malinconia che pervade questa stagione. Sembrano essere il preludio di qualcosa, proprio come il vento d’autunno porta con sé un presagio d’inverno soffiando tra le foglie ormai fragili degli alberi.

C’è una poesia in particolare che pare incarnare l’essenza più pura della malinconia: parla della vecchiaia, dunque della vita che lentamente sfiorisce, ma anche di un amore immortale. Si intitola When You Are Old, traducibile in italiano come Quando sarai vecchia e nel testo originale è lenta come una ballata, sembra essere suonata dalle corde struggenti di un violino.
Procede per immagini folgoranti: c’è un camino acceso e una donna seduta in poltrona con un libro in mano; la donna è ormai anziana, le sue mani sono solcate da rughe, gli occhi hanno perso la luce di un tempo; in seguito la poesia si eleva a un livello spirituale, metafisico sino a chiudersi dinnanzi all’immensità indefinibile di un cielo stellato, “uno sciame di stelle” eternamente luccicante come una passione che sempre brucia nel cuore e non lo consuma.

La lirica fu pubblicata nella seconda raccolta poetica di William Butler Yeats, The Rose (1893). Nel testo l’autore si rivolge direttamente alla donna amata e la invita a proiettare la sua mente nel futuro, a quando non sarà più bella e affascinante, solo in quel momento capirà chi l’ha amata veramente senza affidarsi al valore effimero e transitorio della bellezza.
When You Are Old è tuttora considerata una delle più belle poesie d’amore perché intreccia temi importanti quali la passione amorosa, il rifiuto, la giovinezza, al sentimento ineffabile del tempo che scorre.

Scopriamo testoanalisi e commento della poesia di Yeats.
Riportiamo anche il testo originale per mantenere intatta la cadenza musicale della lirica del poeta irlandese che, purtroppo, nella traduzione perde le sue melodiose assonanze.

Quando sarai vecchia di William Butler Yeats: testo

Quando sarai vecchia e grigia e dal sonno onusta,
e sonnecchierai col capo tentennante accanto al fuoco,
prendi questo libro e lenta leggi,
e sogna il dolce sguardo
che avevano un tempo i tuoi occhi, e la loro ombra profonda.

In molti amarono i tuoi attimi di felice grazia
e amarono la tua bellezza con amore falso o vero,
ma un uomo solo amò la tua anima pellegrina,
e amò le pene del tuo viso mentre incessante mutava.

Piegati ora accanto all’ardente griglia del camino
e sussurra, con tristezza, come l’amore scomparve,
e vagò alto sopra le montagne,
e nascose il suo viso in uno sciame di stelle.

Quando sarai vecchia di William Butler Yeats: testo originale

When you are old and grey and full of sleep,
And nodding by the fire, take down this book,
And slowly read, and dream of the soft look
Your eyes had once, and of their shadows deep;

How many loved your moments of glad grace,
And loved your beauty with love false or true,
But one man loved the pilgrim soul in you,
And loved the sorrows of your changing face;

And bending down beside the glowing bars,
Murmur, a little sadly, how Love fled
And paced upon the mountains overhead
And hid his face amid a crowd of stars.

Quando sarai vecchia di William Butler Yeats: analisi e commento

Fondamentalmente Quando sarai vecchia può essere letta come una poesia sul rimpianto. Yeats in questi versi parla di un amore perduto.
La lirica si apre con un’esortazione: il poeta invita la donna amata a figurarsi la sua vecchiaia, quando la sua bellezza giovanile sarà in parte sfiorita e i suoi occhi avranno uno sguardo più severo, meno sognante. In quel momento, dice, rimpiangerà l’amore che lui gli aveva offerto un tempo che ormai è volato via, andando oltre le cime delle alte montagne, si è dissolto nel cielo in uno scintillio di stelle.

L’intero componimento è strutturato nel modo di far percepire al lettore la scena con tutti e cinque i sensi: ci sono le fiamme del camino che emanano calore, poi l’impatto visivo della donna che è “grigia” – con un colore per metonimia rimanda all’anzianità del corpo – e “sonnolenta”, attributo fisico che allude alla stanchezza della vecchiaia.
La seconda strofa presenta un potente flashback: il poeta ricorda la donna com’era in gioventù, bella, luminosa e affascinante, circondata da amici e spasimanti. Tutti amavano il suo volto giovane e il suo sorriso; ma uno solo amava lo smarrimento della sua anima “pellegrina” e indomabile. Quell’anima tenace è tutto ciò che ora sopravvive nella vecchiaia, quel che identifica la donna ben oltre la chioma di capelli grigi e lo sguardo opaco.

Il verso più bello di Yeats è quello in cui il poeta dice:

And loved the sorrows of your changing face.

L’amore del poeta per la donna era così assoluto che non amava soltanto il suo viso animato dal momento gioioso del sorriso, ma persino nelle pene, nelle sofferenze che talvolta lo sfiguravano conducendolo al pianto. In poche ma evocative parole Yeats disse alla donna di averla amata più intensamente nei suoi momenti di tristezza; pensiero che ricorda la dedica di Umberto Saba alla moglie Lina “per le altezze l’amai del suo dolore”.

Nella terza strofa si ritorna al momento presente/futuro in cui la donna è anziana e si piega sulla grata ardente del camino, sopraffatta da una malinconia indefinibile. In questa atmosfera Yeats inserisce la figura retorica più potente, la personificazione dell’amore “When love fled”, immagina che l’amore sia volato via come se fosse dotato di un proprio corpo e di un proprio spirito.
C’è questo concetto del lento mutare di tutte le cose che è uno dei temi fondanti della poesia: il volto della donna si trasfigura dalla giovinezza alla vecchiaia, la bellezza appassisce e, infine, c’è l’amore non corrisposto che vola lontano eppure non muore, anzi, continua a splendere.
In pochi versi William Butler Yeats riesce a racchiudere il malinconico fluire del tempo, fotografandolo nei suoi mutamenti: prima che come una poesia d’amore, dunque, When You Are Old può essere letta come una poesia sul tempo.

L’amore dunque se n’è andato, ma non è svanito del tutto. Il poeta immagina che abbia superato le cime delle montagne sino a raggiungere il cielo brillando in alto, tra le stelle, dove sopravvivono le cose che i mortali hanno perduto e che sono condannati a rimpiangere ogni giorno della loro vita.

C’é una storia di una Chiesa tutta al Femminile

C’é una storia di una Chiesa tutta al Femminile

 Nella Chiesa c’è  una storia tutta femminile  DCM-002

Con Teresa Forcades – monaca benedettina, femminista, teologa queer, mistica, indipendentista catalana, laureata in medicina, attivista per i diritti degli omosessuali, scrittrice di libri sulla fede, sul corpo, sostenitrice di tesi audaci e controverse dentro e fuori la Chiesa, ci sono davvero molti argomenti di conversazione e di intervista. E quando l’incontro avviene in un monastero benedettino, conficcato su quelle montagne del Montserrat che sono il simbolo della Catalogna indomita, luogo potente e magico in cui il profumo della fede si mischia a quello della libertà, la tentazione di lasciarsi andare al fascino dell’ascolto e del confronto è tanta. E poi Teresa Forcades con la sua allegria, il pensiero audace, le parole amabili sa affascinare. Il suo buonumore è contagioso. La sua capacità di andare senza remore al fondo delle questioni, di ”sparigliare”, di distruggere luoghi comuni e stereotipi è indiscutibile. Ma non lo facciamo. Non cediamo alla tentazione di parlare di tutto. Preferisco – glielo dico subito – affrontare con lei una sola questione, quella del rapporto fra le donne e la Chiesa, del patriarcato nell’istituzione ecclesiastica, delle donne che sono ancora ai margini quando non apertamente discriminate, delle lotte che si tentano per cambiare. «Certo, parliamone – mi dice – ma a partire da un punto cui tengo molto, che voglio sottolineare, che è importante e non detto. Perché che il patriarcato sia forte è evidente, così evidente che non vale neppure la pena di sottolinearlo. Chi non l’ha capito?»

Invece da che cosa, che finora non è stato detto, vale la pena di cominciare?

La chiesa cattolica, in cui appunto il patriarcato è forte, è, tuttavia, l’istituzione che più di ogni altra ha preservato la presenza, la storia e la memoria delle donne. Se questa è viva, se oggi sappiamo che cosa tante donne in luoghi e tempi diversi hanno fatto, sentito, pensato lo dobbiamo al cattolicesimo che ogni giorno e in ogni parte del mondo celebra il nome e ricorda le opere di una di loro. Dico Chiara, Ildegarda, Teresa, potrei fare centinaia di altri nomi. Le donne ci sono state e ci sono. Non senza conflitto, ovviamente. Ma è avvenuto e va detto subito. Con enfasi, con convinzione, con forza. Aggiungo che non solo ci sono state e hanno agito ma hanno creato comunità e queste sono vive ancora oggi. Insomma hanno costruito nella Chiesa una storia propria, una storia femminile. E questo è difficile, sappiamo che è difficile, difficilissimo non solo in una istituzione cattolica. È così nel mondo. Quando nel 1990 mi sono laureata in medicina ho studiato che due uomini, James Watson e Francis Crick avevano scoperto la struttura del Dna, una rivelazione scientifica enorme che ha posto le basi della moderna biologia molecolare. Solo pochi anni fa ho imparato che la prima a scoprire la struttura del Dna era stata una donna, Rosalind Franklin. La sua figura si era dissolta, si era cancellata. La storia non la comprendeva.

Mi sta dicendo che la Chiesa cattolica ha costruito, ha preservato una presenza e una cultura femminile più di altre religioni?

Non faccio polemiche. Può darsi che la mia sia ignoranza ma le chiedo: in quale cultura, in quale paese, in quale religione, dove troviamo scritti e opere femminili come nella Chiesa cattolica?

Oggi però per molti il cambiamento nella Chiesa è più lento, le resistenze più forti rispetto a altre istituzioni. Perché?

Si dice che la Chiesa non sia preparata… che debba ancora lavorare. Forse è vero. Credo, però, che se una cosa è giusta si debba fare. Bene, con ponderatezza e con diplomazia, se è necessario, ma si debba fare.

Lei è nota anche per essere una sostenitrice dell’ordinazione sacerdotale femminile. La Santa Sede dice che il sacerdozio è riservato agli uomini.

Viene considerata oggi la questione delle questioni. Se ne è discusso anche in passato, e si è opposto un rifiuto. Il mio parere è che non vi siano ostacoli teologici nella Scrittura.

Con Francesco qualcosa si muove per le donne nella Chiesa? E cosa?

Francesco per prima volta ha dato alle donne posti di responsabilità nella curia romana. Per la prima volta, in alcuni casi, sono nell’organigramma della curia vaticana in posizioni superiori ad alcuni vescovi. Mi pare un dato nuovo e importante.

Eppure pare che la parola “femminismo” provochi ancora l’orticaria non solo a uomini ma anche a donne della Chiesa. Mi sa spiegare perché?

La Chiesa cattolica è formata da donne, la maggioranza è femminile. Quindi viviamo una situazione davvero strana. Un’istituzione, una realtà in grandissima parte, al settanta, l’ottanta per cento, nella quale le donne contano poco o niente. Non mi stupisce che una situazione così strana, così singolare provochi ansia, inquietudine, incertezza, paura. Gli uomini della Chiesa sanno bene che se le donne la abbandonassero semplicemente cesserebbe di esistere.

Voglio raccontarle un episodio. Elisabeth Schüssler Fiorenza, la teologa, biblista e femminista statunitense, un giorno durante una funzione religiosa ha chiesto alle donne di andare via e di riunirsi fuori dalla Chiesa. Con un gesto simbolico voleva dimostrare che senza di loro il sacerdote rimaneva solo. Esattamente quello che avvenne e che avverrebbe in qualunque chiesa, in qualunque funzione religiosa.

Quindi il femminismo è riuscito a introdursi e a scalfire il patriarcato della Chiesa?

Non solo questo. Oggi possiamo parlare di una teologia femminista nella storia. Di un femminismo che non si definisce tale ma che c’è stato, c’è e fa delle scelte anche in una società, una istituzione, un pensiero dominante che esclude le donne. Glielo dimostro con semplicità. Noi denunciamo come sistema patriarcale quello in cui le donne – anche una sola di loro – vengano escluse o discriminate. E possiamo definire femminista qualunque azione – di una donna o di un uomo – denunci questa esclusione.

Gregorio di Nazianzo, teologo del IV secolo osservò, a proposito dell’adulterio, che se questo era commesso da una donna su di lei si scaricava tutto il peso della legge che la puniva fino alla morte, se commesso dall’uomo non c’era punizione. Non è giusto, fece notare, perché le scritture, il comandamento dicono “onora il padre e la madre”. Chiedono lo stesso comportamento per l’uomo e per la donna. Quindi le leggi applicate per punire l’adulterio – ne dedusse- non sono le leggi di Dio. È una critica al patriarcato, non le pare? Ma Gregorio di Nazianzo andò oltre. Si chiese perché questo avvenisse, perché fosse possibile. Il motivo stava nel fatto – spiegò – che la legge era stata scritta dagli uomini, non dalle donne. Come vede la posizione di un teologo del IV secolo è già critica nei confronti del patriarcato. Possiamo già parlare di teologia femminista nella storia.

Ma il femminismo per lei, Teresa Forcades, che cosa è?

Anche questo è semplice. Non ci vuole molto per definirlo. Sono tre o quattro punti. Primo: il femminismo è individuare la discriminazione. Non tutti la vedono. Gregorio nel IV secolo l’ha vista, altri neppure oggi, lo fanno. Secondo: prendere coscienza della ingiustizia di questa discriminazione. Insomma assumere con chiarezza una posizione contraria. Neanche questo però basta: contro la discriminazione bisogna agire, lottare per eliminarla. Per fare teologia femminista c’è un quarto punto. Deve esserci chiaro che la discriminazione non viene dalla natura, non viene da Dio, non viene dai sacri testi. Quindi va criticata e respinta la teologia che teorizza la discriminazione perché la ritiene voluta da Dio.

Esiste nella Chiesa e nel cristianesimo la forza per abbattere discriminazioni così profonde come quelle che lo stesso Francesco quotidianamente denuncia?

Credo di sì. Altre volte è avvenuto. Pensi a che cosa era il matrimonio prima del cristianesimo. Una questione economica che riguardava la proprietà: di chi era, a chi doveva essere lasciata. E quindi di chi era il figlio. Questo presupponeva il controllo e la subordinazione della donna. Nel mondo antico il matrimonio era un contratto fra due uomini, il padre e il marito. Per la chiesa cattolica il matrimonio è l’incontro d’amore fra un uomo e una donna che si scelgono e si uniscono. Un cambiamento radicale rispetto alla cultura allora dominante. Anche nella tradizione giudaica, del resto, la donna non è la madre del figlio dell’uomo ma “carne della sua carne”.

Se dovesse dare un suggerimento alle donne che sono a disagio nella Chiesa e vogliono superare una situazione di stallo, che cosa direbbe?

Non farei discorsi generali. Non ho un programma da suggerire. So però, per esperienza diretta, che le donne devono porsi sempre una domanda che non sono – non siamo – abituate a farci: io, proprio io, che cosa penso? Qual è il mio desiderio più profondo, che cosa voglio davvero? Che cosa è giusto? La Chiesa ha una storia straordinaria di forza e di resistenza femminile. Dobbiamo studiarla, valorizzarla, raccontarla. Ci sono donne che queste domande se le pongono ogni giorno, tante che se le sono poste nel passato. Nel mio monastero le monache sono entrate in conflitto, ci sono state le barricate quando dopo il concilio di Trento la chiesa chiedeva una clausura più rigida per le donne.

Posso concludere questa conversazione dicendo che lei è ottimista e fiduciosa nella possibilità che le donne cambino la Chiesa e che la Chiesa cambi grazie alle donne.

Si dice che il femminismo cominci agli inizi del secolo, con la rivendicazione dei diritti politici. C’è poi una seconda ondata negli anni Settanta. L’inizio vero a mio parere è con la convenzione di Seneca Falls nel 1848 sui diritti delle donne negli Usa. Donne come Elizabeth Cady Stanton non solo hanno ripetuto che la Bibbia era stata fino ad allora interpretata in modo patriarcale e che questa non era la vera lettura dei testi sacri, ma ne hanno tratto le conseguenze politiche. È già successo per gli schiavi afroamericani. Gli schiavi hanno appreso il cristianesimo dai loro padroni ma poi, quando hanno imparato a leggere, hanno capito che il messaggio vero delle Scritture non era quello che veniva inviato dai loro oppressori, che la Bibbia non giustificava schiavitù e diseguaglianza. È avvenuto allora qualcosa di straordinario. In genere – sappiamo – l’oppresso rifiuta la religione dell’oppressore, invece tanti schiavi afroamericani sono rimasti fedeli al cristianesimo ma con una lettura diversa delle Scritture e hanno accusato i loro padroni di non aver letto correttamente la Bibbia. Per le donne sta avvenendo la stessa cosa. Nella fede e nelle Scritture c’è tutta la forza per combattere il patriarcato della Chiesa.

di Ritanna Armeni


TERESA FORCADES I VILA
, monaca benedettina nel Monastero di Montserrat, nata a Barcellona 56 anni fa, è medico con specializzazione in Medicina interna conseguita a Buffalo (Usa), teologa con un master  a Harvard, femminista e attivista politica. Cresciuta in una famiglia non credente, scopre la fede alla scuola  della suore dove i suoi genitori l’avevano iscritta. Legge il Vangelo per la prima volta a 15 anni. Nel 1995, prima di tornare negli Stati Uniti, decide di trascorrere alcune settimane presso il monastero di  Montserrat per preparare un importante esame di medicina. È lì che capisce di volersi fare suora: in  quel  monastero costruito sulla montagna  di Monistrol de Montserrat, piccolo centro della comunità autonoma della Catalogna, di cui rappresenta un simbolo, e che è  anche un importante sito di pellegrinaggio. È  monaca di clausura dal 1997. Nel 2012  fonda il movimento politico Procés Constituent  insieme a Arcadi Oliveres, economista, accademico e attivista sociale spagnolo, presidente di “Justícia i Pau”, un gruppo pacifista cristiano. Propongono di ottenere l’indipendenza della Catalogna attraverso un nuovo modello politico e sociale basato sull’auto-organizzazione e la mobilitazione sociale. Nel 2015, mentre si avvicinano le elezioni regionali della Catalogna, riceve  il permesso dal suo superiore e dalla Santa Sede di lasciare la clausura per tre anni,  e poter entrare così in campagna elettorale candidandosi alla presidenza della regione. Nel 2018 torna in monastero per riprendere la sua vita come contemplativa (foto Alchetron). 

L’Osservatore Romano

Immacolata Concezione

Immacolata Concezione

Il dogma

Immacolata Concezione (8 dicembre):
Il dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato da Papa Pio IX nell’Ottocento attraverso la bolla “Ineffabilis Deus”.

Il dogma indica che la Vergine “è stata preservata immune da ogni macchia di colpa originaria nel primo momento del suo concepimento”.

La festa in realtà veniva già celebrata in Palestina alla fine del VII secolo ed era conosciuta come la festa della Concezione di Sant’Anna (mamma di Maria). Il documento più antico che si riferisce a tale festa è il canone della festa, composto da Sant’Andrea di Creta, che ha scritto il suo inno liturgico nella II metà del VII secolo.

Il dogma tra devozione popolare e teologia

La parola “dogma” non gode di buona reputazione nel nostro contesto culturale occidentale. Il pensiero critico della modernità compiuta, con Immanuel Kant, si è assunto il compito di svegliare l’umanità dal “sonno dogmatico”. Il pensiero liquido della post-modernità o tarda modernità non ama i punti fermi e si delinea come post-veritativo, garantendo cittadinanza esclusivamente alle opinioni. Eppure, un grande pensatore russo come Pavel A. Florenskij, evocando la dimensione paradossale e antinomica del dogma, ammoniva: «Se la verità non fosse antinomica, il raziocinio, muovendosi in cerchio nel proprio campo, non avrebbe un punto d’appoggio, non vedrebbe l’oggetto extra-razionale, e quindi non avrebbe lo stimolo ad abbracciare l’eroismo della fede. Questo punto d’appoggio è il dogma. Proprio con il dogma incomincia la nostra salvezza, perché il dogma, essendo antinomico non costringe la nostra libertà e dischiude tutta l’estensione della fede volontaria o della maligna incredulità» (La colonna e il fondamento della verità).

Trovarsi di fronte a ciò che sovrasta di gran lunga la nostra povera ragione, come nel caso della fede nell’Immacolata Concezione della Vergine Madre, che siamo chiamati a celebrare, non significa, tuttavia, aver a che fare con una formula irrazionale. Piuttosto questo dogma, come tutti gli altri, nasce certamente dalla devozione popolare, ma è stato preceduto, accompagnato e deve essere seguito da una rigorosa riflessione, perché, come afferma Antonio Rosmini: «badisi bene, che quando un dogma è reso un assurdo, egli è bello ed annullato in tutte le intelligenze umane; e quand’esso è ridotto ad una parola, basta un frego sulla carta per cancellarlo. No, i dogmi della Chiesa non consistono in meri vocaboli; sono ciò che i vocaboli significano, e costituiscono l’oggetto della nostra credenza: la Chiesa colle sue parole non cerca di illudere gli uomini» (Razionalismo teologico).

Come noto la devozione popolare all’Immacolata è stata contrastata e messa in discussione da illustri teologi e pensatori, quali ad esempio Bernardo di Chiaravalle (cui Dante affiderà la preghiera a Maria nell’ultimo canto della Commedia) e Tommaso d’Aquino con al suo seguito i domenicani di Parigi. Ad Oxford, dove invece prevaleva la teologia francescana, la formula venne accolta e difesa fino ad una famosa disputa parigina del 1307 da Giovanni Duns Scoto. Il film Scotus (2010, regia di Fernando Muraca) rappresenta in maniera decisamente attendibile tale disputa, riportando le motivazioni del dottore sottile con l’efficacia che compete alle immagini in movimento, spesso prevalente rispetto ai libri. Le obiezioni di quanti erano contrari all’immunità di Maria dal peccato originale fin dal suo concepimento vanno prese, come fa Scoto, in seria considerazione, non solo allora, ma anche oggi. La preoccupazione che animava questi teologi consisteva nel fatto che una tale formula avrebbe potuto intaccare l’universalità della redenzione operata da Cristo, che quindi non avrebbe riguardato tutto il genere umano, non avendone la madre bisogno in quanto scevra dal peccato. In tale prospettiva si poteva pensare che Maria fosse stata concepita col peccato d’origine e che prima della sua nascita ne sarebbe stata liberata, in vista della sua maternità divina (dogma di Efeso, anno 431 della nostra era). Tale impostazione sembrava meglio garantire l’universalità della redenzione e al tempo stesso maggiormente coerente con la ragione.

Il dottore francescano e la scuola che lo ha sostenuto e seguito ha trovato in età moderna il significativo sostegno della Compagnia di Gesù, facendo leva, con ragioni profondamente teologiche, sulle seguenti argomentazioni. In primo luogo, la devozione (lex orandi) che si andava diffondendo in Europa non poteva essere sostenuta da una semplice opinione teologica. Il popolo di Dio, che pure ha bisogno di riflettere su ciò che prega, non si lascia ammaliare dal razionalismo dei teologi. Lex orandi è lex credendi (ciò che si prega si crede). In secondo luogo, il riferimento alla potenza assoluta (come dirà il confratello Guglielmo da Ockham) per cui «potuit, decuit ergo fecit: ciò conveniva, era possibile, e dunque Dio lo fece», secondo il dettato di Scoto, ma anche di altri teologi: se Dio poteva liberare la Vergine dal peccato originale (potuit); era conveniente che colei che doveva essere Madre di Dio fosse concepita senza il peccato originale (decuit), quindi se Dio lo poteva compiere (potuit) e, se era conveniente che Dio lo facesse (decuit), allora Dio lo fece (fecit). Infine, con la formula dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre non viene affatto intaccata l’universalità della redenzione operata da Cristo, perché è in vista dell’incarnazione del Verbo che ciò accade. Questo in quanto, nella visione scotista, «chi vuole ordinatamente, vuole prima il fine, poi ciò che immediatamente raggiunge in fine, e il terzo luogo tutto ciò che è ordinato remotamente al raggiungimento del fine. Così anche Dio, che è ordinatissimo, vuole prima il fine e poi ciò che è ordinato immediatamente al fine; in secondo luogo, vuole altri amanti attorno a sé; in terzo luogo, vuole anche ciò che è necessario per raggiungere questo fine, ossia i beni della grazia; e in quarto luogo infine vuole altri beni più remoti come mezzi per raggiungere i primi (beni della grazia)». Insomma: l’Immacolata ci consente di leggere la storia della salvezza a partire dal fine che è la redenzione, di cui in Lei risplende non solo l’universalità, ma il profondo realismo e la radicalità. E il redentore è sempre e comunque il Cristo Signore.

Nel 1848 al beato Antonio Rosmini veniva chiesto di esprimere il proprio voto-parere sull’opportunità di proclamare da parte del romano pontefice il dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre. La risposta del Roveretano è molto interessante e la si può leggere nell’edizione critica degli Scritti teologici minori (2019, Città Nuova, dove si trova anche una riflessione dell’Autore sulle testimonianze del Corano alla Vergine Maria). Rosmini ritiene che non si tratta di mettere in dubbio questa verità presente nella fede e nella devozione di tanti credenti, bensì dell’opportunità di proclamarla come verità dogmatica, ovvero salvifica, per cui è richiesta l’adesione di fede. A tal proposito chiede che si proceda con grande prudenza, interpellando tutti i vescovi, in modo che l’eventuale promulgazione non susciti divisioni nella comunità ecclesiale, consiglia inoltre di non entrare in troppi particolari come quello della generazione attiva e passiva. La consultazione avverrà l’anno seguente con l’enciclica Ubi Primum. Dei 603 vescovi consultati 546 approveranno l’iniziativa e il dogma verrà solennemente promulgato nel 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, che venne limata attraverso ben otto redazioni successive.

Nella Summa Theologiae (II/II, q. I, art. 2, ad II) san Tommaso avverte che l’atto di fede non termina, ossia non è rivolto, all’enunziato, ma alla cosa stessa, ovvero alla realtà che nella formula viene espressa. E di qui la necessità di pensare e vivere il mistero dell’Immacolata, anche alla luce delle obiezioni che i maestri soprattutto medievali rivolgevano alla tesi dogmatica e con attenzione alle loro preoccupazioni. Quale è la res che siamo chiamati a venerare e celebrare? Alla luce delle argomentazioni del dottore sottile, si tratta innanzitutto del primato assoluto di Dio che si esprime nella sua onnipotenza (polo teologico), quindi del carattere reale e radicale della redenzione operata da Cristo (polo cristologico), infine della precedenza della grazia sui meriti (polo antropologico e soteriologico). Se saranno chiare queste dimensioni del dogma, nella nostra predicazione e nella nostra catechesi, eviteremo il rischio di idolatrare Maria e assumeremo la sua profonda umiltà, espressa nel Magnificat e sottolineata con decisione da Martin Lutero nel suo commento (1521) al testo di Luca. Infine, all’obiezione che il dogma non avrebbe un suo fondamento nel dettato della Scrittura, mi sembra si possa tranquillamente rispondere con l’annotazione, suggerita da Paolo VI, e contenuta nella Dei Verbum del Concilio Vaticano II, secondo cui «la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura» (n. 9).

Immacolata Concezione, il dogma tra devozione popolare e teologia (avvenire.it)

Il canto del Tota Pulchra 

Tota pulchra es Maria - inno mariano

Per la festa dell’Immacolata Concezione e per tutta la Novena abbiamo cantato o canteremo il canto in latino del Tota Pulchra.
Ma cosa è?
Il Tota Pulchra, una delle più antiche tradizioni francescane, è una composizione che nasce dall’unione di alcune antifone dei Primi Vespri della festa dell’Immacolata Concezione, tratte dal Cantico dei Cantici e dal libro di Giuditta: la prima antifona Tota pulchra es Maria et originalis macula non est in te (Cantico dei Cantici, 4,7), e la terza Tu gloria Jerusalem, tu letitia Israel, tu honorificentia populi nostri (Giuditta, 15,10), usata anche per la Natività. «Tutta bella sei, o Maria, e non vi è in Te alcuna macchia. Tu gloria di Gerusalemme, Tu letizia di Israele, Tu onore del nostro popolo». A queste antifone la tradizione francescana ha aggiunto l’invocazione «Tu avvocata dei peccatori. O Maria! Prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo». Cantato dai frati francescani, in semplice melodia gregoriana, il canto mariano si è diffuso tra i fedeli, ininterrottamente, eseguito nelle Chiese e Cattedrali per la novena all’Immacolata.

Tota pulchra

Tota pulchra es, Maria.
Tota pulchra es, Maria.

Et macula originalis non est in Te.
Et macula originalis non est in Te.

Tu gloria Ierusalem.
Tu laetitia Israel.

Tu honorificentia populi nostri.
Tu advocata peccatorum.

O Maria, o Maria.
Virgo prudentissima.

Mater clementissima.
Ora pro nobis.

Intercede pro nobis.
Ad Dominum Iesum Christum.
Traduzione :
Tutta bella sei, Maria,
e il peccato originale
non è in te.
Tu sei la gloria di Gerusalemme,
tu letizia d’Israele,
tu onore del nostro popolo,
tu avvocata dei peccatori.

O Maria! O Maria!
Vergine prudentissima,
Madre clementissima,
prega per noi,
intercedi per noi
presso il Signore Gesù Cristo.

Donne Chiesa Mondo

Donne Chiesa Mondo

Il cammino delle donne dal Concilio Vaticano II al Sinodo sulla sinodalità

Dal silenzio alla parola

Ripercorre il cammino delle donne nella Chiesa, dal Concilio Vaticano II al recente Sinodo sulla sinodalità, il numero di novembre di “Donne Chiesa Mondo”, il mensile femminile de L’Osservatore Romano, coordinato da Rita Pinci.
“Dal silenzio alla parola” è il titolo di copertina, illustrata con due foto, quasi speculari ma diversissime. La prima è stata scattata nel settembre 1964: sono le “madri conciliari” il giorno in cui entrano a San Pietro, le 23 donne (religiose e laiche) ammesse ai lavori ma solo come uditrici. La seconda è dello scorso ottobre: sono le “madri sinodali” che entrano nell’Aula Paolo VI per il Sinodo dei vescovi, in cui per la prima volta 54 donne hanno potuto votare. “Donne Chiesa Mondo” racconta in che modo posizione, ruolo e consapevolezza delle donne nella Chiesa sono cambiati in sessanta anni; sorti progressive ma, nei decenni, anche qualche retromarcia, come sottolinea Mercedes Navarro Puerto, suora mercedaria e biblista, che scrive sulle religiose dopo il Concilio e offre una testimonianza in prima persona.
Molti gli interventi di chi la lezione del Concilio l’ha recepita e sperimentata da fedele, da religiosa, o nella vita professionale e politica: Cettina Militello, tra le prime donne italiane iscritte a una facoltà teologica; suor Nicla Spezzati, tra le prime ad avere un incarico ai vertici in Curia; Rosy Bindi, dirigente dell’Azione Cattolica e poi ministro della Repubblica italiana. Da scrittrice, Carola Susani racconta attraverso una lettera immaginaria a una ragazza di oggi le riflessioni di una madre conciliare. E c’è l’esperienza nei movimenti laicali femminili, nell’Azione Cattolica, nello scoutismo, nei Focolari: cattoliche che già prima del Concilio avevano scoperto un protagonismo delle donne fuori di casa e dentro la Chiesa.

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