SULLA DEVOZIONE ALLA MADONNA DEL ROSARIO

SULLA DEVOZIONE ALLA MADONNA DEL ROSARIO

COSA C’È DA SAPERE SULLA DEVOZIONE ALLA MADONNA DEL ROSARIO, NATA DA UN ANTICLERICALE  La Vergine del Rosario si festeggia l’8 maggio e il 7 ottobre perché alla sua intercessione fu attribuita la vittoria della flotta cristiana sui turchi musulmani nel 1571 a Lèpanto. A fondare il Santuario di Pompei fu un avvocato anticlericale e dedito allo spiritismo, Bartolo Longo, che si convertì per dedicarsi ai poveri

La Madonna del Rosario di Pompei si festeggia il 7 ottobre e l’8 maggio con la recita della Supplica solenne. Il culto verso la Vergine è molto antico e risale all’epoca dell’istituzione dei domenicani (XIII secolo), i quali ne furono i maggiori propagatori. Alla protezione della Vergine del Rosario, inoltre, fu attribuita la vittoria della flotta cristiana sui turchi musulmani, avvenuta a Lepanto nel 1571. A seguito di ciò il papa Pio V (1504-1572), istituì dal 1572 la festa del Santo Rosario, alla prima domenica di ottobre, che poi dal 1913 è stata spostata al 7 ottobre. Il culto per il Rosario ebbe un’ulteriore diffusione dopo le apparizioni di Lourdes del 1858, dove la Vergine raccomandò la pratica di questa devozione. La Madonna del Rosario, ebbe nei secoli una vasta gamma di raffigurazioni artistiche, quadri, affreschi, statue, di solito seduta in trono con il Bambino in braccio, in atto di mostrare o dare la corona del rosario; la più conosciuta è quella in cui la corona viene data a Santa Caterina da Siena e a San Domenico di Guzman, inginocchiati ai lati del trono.

Il quadro della Madonna del Rosario venerato nel Santuario di Pompei

Il quadro della Madonna del Rosario venerato nel Santuario di Pompei

BARTOLO LONGO, DA ANTICLERICALE ALLA CONVERSIONE

Ma il vero apostolo della devozione alla Vergine di Pompei è il beato Bartolo Longo, un avvocato acceso anticlericale nato in Puglia il 10 febbraio 1841. Di temperamento esuberante, da giovane si dedicò al ballo, alla scherma e alla musica; intraprese gli studi superiori in forma privata a Lecce; dopo l’Unità d’Italia, nel 1863, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Napoli.
Fu conquistato dallo spirito anticlericale che in quegli anni dominava nell’Ateneo napoletano, al punto da partecipare a manifestazioni contro il clero e il papa. Dubbioso sulla religione, si lasciò attrarre dallo spiritismo, allora molto praticato a Napoli, fino a diventarne un celebrante dei riti.

La sua vita ebbe allora una svolta totale, dopo una notte di incubi, egli si rivolse al Prof. Vincenzo Pepe. Pepe, suo compaesano e uomo molto religioso, fu per lui un vero amico, e lo inviò alla direzione spirituale di Padre Radente appartenente all’ordine dei Domenicani. Padre Radente dopo poco tempo riuscì a farlo aggregare al Terzo Ordine di San Domenico.

Il beato Bartolo Longo

Il beato Bartolo Longo

LE OPERE DI CARITÀ DOPO L’INCONTRO CON LA CONTESSA DE FUSCO

Nel 1864 si laureò in giurisprudenza, tornò al paese natìo, abbandonò la professione di avvocato, si prodigò in opere assistenziali, fece voto di castità seguendo anche le indicazioni del venerabile Emanuele Ribera redentorista che gli aveva preannunciato una probabile alta missione da compiere per la cristianità.
Per seguire questa vocazione ad aiutare i bisognosi, tornò a Napoli dove conobbe il futuro beato Ludovico da Casoria e la futura santa Caterina Volpicelli. Nella Casa Centrale che la Volpicelli aveva aperto a Napoli, Bartolo conobbe la contessa Marianna Farnararo De Fusco, donna impegnata fortemente in opere caritatevoli ed assistenziali.

Questa nel 1864 era rimasta vedova del conte Albenzio De Fusco di Lettere (Italia), i cui possedimenti si estendevano anche nella Valle di Pompei. Alla contessa, vedova di soli 27 anni con cinque figli in tenera età, serviva un amministratore per i beni De Fusco, nonché un precettore per i figli. Fu così che Bartolo accettò di stabilirsi in una residenza dei De Fusco per assolvere a tali compiti. Questa conoscenza segnò una svolta fondamentale nella vita di Bartolo Longo, poiché egli ne divenne l’inseparabile compagno nelle opere caritatevoli.

Tale amicizia tuttavia diede luogo a parecchie maldicenze, per cui dopo un’udienza da Papa Leone XIII, i due nel 1885 decisero di sposarsi, con il proposito però di vivere come buoni amici, in amore fraterno, come avevano fatto fino ad allora. Il matrimonio fu celebrato senza gli atti civili e le pubblicazioni di rito. La contessa De Fusco era proprietaria di terreni ed abitazioni nel territorio di Pompei e Bartolo Longo come amministratore si recava spesso nella Valle; vedendo l’ignoranza religiosa in cui vivevano i contadini sparsi nelle campagne, prese ad insegnare loro il catechismo, a pregare e specialmente a recitare il rosario.
Una pia suora Maria Concetta de Litala, gli donò una vecchia tela raffigurante la Madonna del Rosario, molto rovinata; restauratala alla meglio, Bartolo Longo decise di portarla nella Valle di Pompei e lui stesso racconta, che nel tratto finale, poggiò il quadro per trasportarlo, su un carro, che faceva la spola dalla periferia della città alla campagna, trasportando letame, che allora veniva usato come concime nei campi.
Il 13 febbraio 1876, il quadro venne esposto nella piccola chiesetta parrocchiale, da quel giorno la Madonna elargì con abbondanza grazie e miracoli; la folla di pellegrini e devoti aumentò a tal punto che si rendeva necessario costruire una chiesa più grande.
Bartolo Longo su consiglio del vescovo di Nola, iniziò il 9 maggio 1876 la costruzione del tempio che terminò nel 1887. Il quadro della Madonna, dopo essere stato opportunamente restaurato, venne sistemato su un trono; l’immagine poi verrà anche incoronata con un diadema d’oro, ornato da più di 700 pietre preziose, benedetto da papa Leone XII.

Famiglia Cristiana

Maria del Monte Carmelo

Maria del Monte Carmelo

La Beata Vergine del Monte Carmelo: Storia e Devozione

Introduzione: La Beata Vergine del Monte Carmelo è un’icona venerata nella tradizione cattolica e una figura di grande importanza per l’Ordine Carmelitano. Conosciuta anche come la Madonna del Monte Carmelo, è oggetto di devozione da parte di milioni di fedeli in tutto il mondo. In questo articolo, esploreremo la storia di questa figura spirituale e la sua significativa influenza sulla spiritualità carmelitana.

Origini storiche: Le origini della devozione alla Beata Vergine del Monte Carmelo risalgono al XII secolo, nella regione del Monte Carmelo in Palestina. Il Monte Carmelo, una montagna nella Terra Santa, è stato da lungo tempo un luogo di ricerca spirituale e ritiro per eremiti e monaci. Nel corso degli anni, un gruppo di eremiti si è stabilito sul Monte Carmelo, fondando l’Ordine dei Frati dell’Antica Osservanza del Monte Carmelo, noto come Carmelitani.

La leggenda narra che nel 1251, la Vergine Maria apparve a San Simone Stock, un carmelitano inglese, consegnandogli il “Santo Scapolare del Carmelo” come segno di protezione e promettendo la sua intercessione per coloro che lo indossano con fede. Questa apparizione è stata fondamentale per l’espansione della devozione mariana nel Carmelo e ha contribuito a consolidare il legame tra la Vergine Maria e l’Ordine Carmelitano.

Devozione e simbolismo: La devozione alla Beata Vergine del Monte Carmelo è spesso associata al “Santo Scapolare del Carmelo”. Lo scapolare, un piccolo pezzo di tessuto marrone, rappresenta l’appartenenza all’Ordine Carmelitano e la protezione materna della Vergine Maria. I fedeli che indossano lo scapolare esprimono la loro dedizione alla Madonna del Monte Carmelo e la loro fiducia nella sua intercessione.

La Madonna del Monte Carmelo viene anche spesso raffigurata con Gesù Bambino tra le braccia. Questa immagine sottolinea la sua maternità spirituale e la sua presenza accogliente per i devoti. Inoltre, la montagna stessa, il Monte Carmelo, viene interpretata come un simbolo della ricerca spirituale, della preghiera e dell’ascetismo praticati dall’Ordine Carmelitano.

Influenza spirituale: La Beata Vergine del Monte Carmelo ha avuto un’enorme influenza sulla spiritualità carmelitana. La sua figura è stata un’ispirazione per i carmelitani nel loro impegno verso la preghiera contemplativa, la ricerca di Dio e l’imitazione di Maria come modello di fede. I Carmelitani cercano di seguire il suo esempio di umiltà, obbedienza e disponibilità alla volontà di Dio.

La Madonna del Monte Carmelo è diventata anche un simbolo di speranza e conforto per molti fedeli cattolici. La sua intercessione è invocata nelle difficoltà, nelle prove e nelle preoccupazioni quotidiane. I devoti rivolgono a lei con fiducia, chiedendo la sua protezione materna e il suo aiuto nella vita spirituale.

La devozione alla Beata Vergine del Monte Carmelo si estende ben oltre l’Ordine Carmelitano. Molte chiese cattoliche in tutto il mondo hanno santuari dedicati alla Madonna del Monte Carmelo, dove i fedeli si recano in pellegrinaggio per onorarla e pregare. In queste occasioni, viene solitamente celebrata una messa speciale e i devoti possono ricevere la benedizione dello scapolare o rinnovare la loro consacrazione a Maria.

La festa liturgica della Beata Vergine del Monte Carmelo viene celebrata il 16 luglio di ogni anno. Durante questa festa, i carmelitani e i fedeli cattolici rendono omaggio alla Madonna del Monte Carmelo attraverso la preghiera, la partecipazione alla messa e l’esposizione dell’immagine sacra. È un momento di gioia e gratitudine per la presenza e l’intercessione di Maria nelle vite dei fedeli.

La Beata Vergine del Monte Carmelo occupa un posto di grande importanza nella tradizione cattolica e nell’Ordine Carmelitano. La sua apparizione a San Simone Stock e la devozione allo scapolare hanno alimentato una profonda spiritualità e una forte connessione con la Vergine Maria. I fedeli che si affidano a lei sperano di ricevere la sua protezione, il suo sostegno e la sua guida nella vita spirituale.

La devozione alla Madonna del Monte Carmelo è una fonte di conforto e ispirazione per molti credenti che cercano una connessione più profonda con Dio attraverso la preghiera e la fede. La sua figura materna e la sua intercessione hanno un impatto significativo sulla vita spirituale dei fedeli, incoraggiandoli a vivere una vita di amore, umiltà e adesione alla volontà divina.

Il Monte Carmelo, situato lungo la costa nord-occidentale di Israele, è una montagna di grande importanza storica e spirituale. La sua storia risale a migliaia di anni fa e ha svolto un ruolo significativo nella Bibbia e nella tradizione religiosa.

Nella Bibbia, il Monte Carmelo è associato al profeta Elia, uno dei profeti più noti dell’Antico Testamento. Secondo il libro dei Re, Elia si scontrò con i profeti del dio pagano Baal sul Monte Carmelo per dimostrare il potere di Yahweh, il Dio d’Israele. In questa famosa sfida, Elia costruì un altare e chiese a Dio di inviare il fuoco dal cielo per consumare l’offerta sacrificale. Il miracolo avvenne, dimostrando la supremazia del Dio di Israele. Questo evento consolidò la reputazione del Monte Carmelo come luogo sacro.

Nel corso dei secoli, il Monte Carmelo è stato un luogo di ritiro e ricerca spirituale per monaci e eremiti. Nel XII secolo, un gruppo di eremiti latini si stabilì sulle pendici del monte, fondando l’Ordine dei Frati dell’Antica Osservanza del Monte Carmelo, conosciuto come Carmelitani. Questo ordine monastico sviluppò una forma di spiritualità contemplativa e si dedicò alla preghiera e all’ascetismo.

Durante il periodo delle Crociate, i Carmelitani divennero una comunità riconosciuta e ottennero diversi privilegi e donazioni di terre da parte dei sovrani europei. Nel XIII secolo, a seguito della conquista della Terra Santa da parte dei musulmani, i Carmelitani furono costretti a lasciare il Monte Carmelo e cercarono rifugio in Europa.

Nel corso dei secoli successivi, l’Ordine Carmelitano si diffuse in tutto il mondo e mantenne una forte devozione alla Beata Vergine del Monte Carmelo. Tuttavia, il Monte Carmelo stesso rimase una terra di conflitto e cambiamenti politici. Durante la dominazione ottomana, il monte divenne un’area di insediamento agricolo e fu ripopolato da coloni drusi e beduini.

Nel corso del XX secolo, il Monte Carmelo è tornato al centro dell’attenzione quando l’insediamento di Haifa è stato fondato nella sua base. Haifa è diventata una città importante in Israele, sede di importanti istituzioni e un centro industriale e commerciale.

Oggi, il Monte Carmelo è una meta turistica popolare grazie alla sua bellezza paesaggistica, alla presenza di riserve naturali e alla vista panoramica sulla baia di Haifa. Il monte ospita anche importanti siti religiosi come il Monastero di Stella Maris e il Santuario di Elia.

In conclusione, il Monte Carmelo in Israele ha una ricca storia che abbraccia sia il contesto biblico che quello monastico. Da Elia al monachesimo carmelitano, il monte ha svolto un ruolo significativo nella tradizione religiosa e nella spiritualità. Oggi, continua ad essere

un luogo di grande importanza per i pellegrini e i visitatori che desiderano esplorare la sua storia e bellezze naturali. Oltre ai siti religiosi, il Monte Carmelo offre sentieri escursionistici panoramici, riserve naturali con una ricca flora e fauna, e la possibilità di godere di viste spettacolari sulla costa mediterranea.

Haifa, la città situata ai piedi del Monte Carmelo, è una vibrante e diversificata comunità che riflette l’influenza di diverse culture e religioni. La città è anche sede dell’Università di Haifa, un importante centro accademico in Israele.

Il Monte Carmelo e la sua regione circostante hanno affrontato sfide come conflitti, cambiamenti politici e sviluppo urbano nel corso dei secoli. Nonostante ciò, la bellezza e la spiritualità del Monte Carmelo continuano a ispirare coloro che visitano la regione.

La storia del Monte Carmelo e la sua importanza spirituale nella tradizione religiosa hanno contribuito a mantenerne il fascino e l’attrattiva per i pellegrini e i turisti di tutto il mondo. La sua posizione geografica unica, la ricchezza della sua storia e la sua connessione con le tradizioni bibliche e monastiche lo rendono un luogo di grande interesse sia dal punto di vista religioso che culturale.

Che sia per la sua storia biblica, il monachesimo carmelitano o le bellezze naturali che offre, il Monte Carmelo rimane un luogo di significato e ispirazione per coloro che desiderano esplorare la loro fede, la spiritualità e la bellezza della Terra Santa.

La Santa degli impossibili-Rita da Cascia

La Santa degli impossibili-Rita da Cascia

Meditazioni Mese Mariano di Maria

I vari volti della santità. Pensiamo a Maria sposa, madre, sorella, anche lei Donna dell’impossibile che ha reso tutto possibile!

Come tu mi vuoi
Eccomi Signor, vengo a te mio Re
Che si compia in me la tua volontà
Eccomi Signor vengo a te mio Dio
Plasma il cuore mio e di te vivrò
Se tu lo vuoi Signore manda me e il tuo nome annuncerò
Santa Rita nacque a Roccaporena (Cascia) verso il 1380. Secondo la tradizione era figlia unica e fin dall’adolescenza desiderò consacrarsi a Dio ma, per le insistenze dei genitori, fu data in sposa ad un giovane di buona volontà ma di carattere violento. Dopo l’assassinio del marito e la morte dei due figli, ebbe molto a soffrire per l’odio dei parenti che, con fortezza cristiana, riuscì a riappacificare. Vedova e sola, in pace con tutti, fu accolta nel monastero agostiniano di santa Maria Maddalena in Cascia. Visse per quarant’anni anni nell’umiltà e nella carità, nella preghiera e nella penitenza. Negli ultimi quindici anni della sua vita, portò sulla fronte il segno della sua profonda unione con Gesù crocifisso. Morì il 22 maggio 1457. Invocata come taumaturga di grazie, il suo corpo si venera nel santuario di Cascia, meta di continui pellegrinaggi. Beatificata da Urbano VIII nel 1627, venne canonizzata il 24 maggio 1900 da Leone XIII. E’ invocata come santa del perdono e paciera di Cristo.Patronato: Donne maritate infelicemente, Casi disperati
Etimologia: Rita = accorc. di Margherita
Martirologio Romano: Santa Rita, religiosa, che, sposata con un uomo violento, sopportò con pazienza i suoi maltrattamenti, riconciliandolo infine con Dio; in seguito, rimasta priva del marito e dei figli, entrò nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia in Umbria, offrendo a tutti un sublime esempio di pazienza e di compunzione.

   

E’ la piccola borgata di Roccaporena, in Umbria, a dare i natali, molto probabilmente nel 1371, a Margherita Lotti, chiamata col diminutivo “Rita”. I genitori, modesti contadini e pacieri, provvedono a farle avere una buona educazione scolastica e religiosa nella vicina Cascia, dove l’istruzione è curata dai frati agostiniani. Matura in tale contesto la devozione verso Sant’Agostino, San Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, che Rita sceglie come suoi santi protettori.

Rita moglie e madre

Intorno al 1385 sposa Paolo di Ferdinando di Mancino. Contese e rivalità politiche sono i tratti che contraddistinguono la società di allora; anche il marito di Rita ne è coinvolto. Ma la giovane sposa, con la preghiera, la sua pacatezza e con quella capacità di pacificare appresa dai genitori, lo aiuta pian piano a vivere una condotta più autenticamente cristiana. Con l’amore, la comprensione e la pazienza, quella di Rita e Paolo diviene così un’unione feconda, allietata dall’arrivo di due figli maschi: Giangiacomo e Paolo Maria. Al sereno focolare domestico si contrappone però la spirale d’odio delle fazioni dell’epoca. Lo sposo di Rita vi si trova coinvolto anche per i vincoli di parentela, e viene assassinato. Per evitare di indurre i figli alla vendetta, nasconde loro la camicia insanguinata del padre. In cuor suo Rita perdona chi ha ucciso il marito, ma la famiglia di Mancino non si rassegna, fa pressioni; ne scaturiscono rancori ed ostilità. Rita non smette di pregare perché non si sparga altro sangue e fa della preghiera la sua arma e consolazione. Eppure le tribolazioni non vengono meno. Una malattia provoca la morte di Giangiacomo e Paolo Maria: l’unico conforto è pensare le loro anime salve, non più nel pericolo della dannazione nel clima di ritorsioni suscitato dall’assassinio del coniuge.

Monaca agostiniana
Rimasta sola, Rita comincia una vita di più intensa preghiera, per i suoi cari defunti, ma anche per i “di Mancino”, perché perdonino e trovino la pace. All’età di 36 anni chiede di essere accolta tra le monache agostiniane del Monastero Santa Maria Maddalena di Cascia, ma la sua richiesta viene respinta: le religiose, forse, temono con l’ingresso di Rita – vedova di un uomo assassinato – di mettere a repentaglio la sicurezza della loro comunità. Le preghiere di Rita e le intercessioni dei suoi santi protettori portano invece alla pacificazione tra le famiglie coinvolte nell’uccisione di Paolo di Mancino e dopo tanti ostacoli avviene l’ingresso in monastero. Si racconta che, durante il noviziato, la badessa, per provare l’umiltà di Rita, le abbia chiesto di innaffiare un arido legno e che la sua obbedienza sia stata premiata da Dio con una vite tutt’ora rigogliosa. Negli anni Rita si distingue come religiosa umile, zelante nella preghiera e nei lavori affidatile, capace di frequenti digiuni e penitenze. Le sue virtù divengono note anche fuori dalle mura del monastero, pure a motivo delle opere di carità cui Rita si dedica insieme alle consorelle, che alla vita di preghiera affiancano le visite agli anziani, la cura degli ammalati, l’assistenza ai poveri.


La santa delle rose
Sempre più immersa nella contemplazione di Cristo, Rita chiede di poter partecipare alla sua Passione e nel 1432, assorta in preghiera, si ritrova sulla fronte la ferita di una spina della corona del Crocifisso che persiste fino alla morte, per 15 anni. Nell’inverno che precede la sua morte Rita, malata e costretta a letto, chiede a una cugina, venuta in visita da Roccaporena, di portarle due fichi e una rosa dall’orto della casa paterna. É il mese di gennaio, la donna l’asseconda, pensandola nel delirio della malattia. Rientrata, trova, stupefatta, la rosa e i fichi e li porta a Cascia. Per Rita sono segno della bontà di Dio che ha accolto in cielo i suoi due figli e il marito. Rita spira nella notte tra il 21 e il 22 maggio dell’anno 1447. Per il grande culto fiorito immediatamente dopo, il suo corpo non è mai stato sepolto. Oggi lo custodisce un’urna in vetro. Rita ha saputo fiorire nonostante le spine che la vita le ha riservato, donando il buon profumo di Cristo e sciogliendo il gelido inverno di tanti cuori. Per tale ragione, e a ricordo del prodigio di Roccaporena, il simbolo ritiano per eccellenza è la rosa.

 Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n’è uno in particolare che riguarda santa Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.
Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.
Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.
Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante.
E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente.
Frequentava anche la chiesa di s. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fa’ di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
A questo punto inserisco una riflessione personale, sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc.
Al contrario di santa Rita che pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio.
Santa Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.
Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Secondo la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso: si narra che una notte, Rita, come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al di sopra del villaggio di Roccaporena) e che qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori sopra citati, i quali la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero; era l’anno 1407. Quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.
Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita avvenne un altro prodigio: essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente la quale, nel congedarsi, le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena; Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto; la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile. Ma Rita insistè. Tornata a Roccaporena, la parente si recò nell’orticello e, in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata. Stupita, la colse e la portò da Rita a Cascia la quale, ringraziando, la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 (o 1457, come viene spesso ritenuto) Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì: sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di santa Rita a Cascia.
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di santa Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di santa Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino.
Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra.

Supplica a Santa Rita

Santa Rita da Cascia, modello di donna, di sposa, di mamma e di religiosa, io ricorro alla tua intercessione nei momenti difficili della mia vita. Tu sai che spesso la tristezza mi opprime perché non so trovare la via d’uscita in tante situazioni dolorose.
Ottienimi dal Signore le grazie di cui ho bisogno, specialmente la serena fiducia in Lui e la tranquillità interiore. Fa’ che io imiti la tua dolce mitezza, la tua forza nelle prove e la tua eroica carità e chiedi al Signore che sappia sopportare le mie sofferenze perché possano giovare a tutti i miei cari e che tutti possano camminare sereni verso la Patria eterna, dove tu ci attendi nella gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

Ideazione Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it

S. Bernardino-l’innamorato della Madonna

S. Bernardino-l’innamorato della Madonna

Riflessioni  mese mariano- Impariamo da S. Bernardino da Siena una tenera e filiale devozione alla Madonna, cercando di conoscerla, amarla, imitarla, per andare a Gesù per mezzo suo, poichè « il devoto di Maria certamente si salva».

Cantiamo a Maria con Marilena

Maria piccola Maria

Questo illustre e degno discepolo di S. Francesco d’Assisi nacque dalla nobile famiglia degli Albizzeschi nei pressi di Siena nel 1380. Non aveva ancora tre anni quando rimase orfano di madre, e a sei, anche di padre. Ma un fanciullo come lui che già dava segni di predestinazione, non doveva essere trascurato, e non doveva imbrattarsi di fango mondano: possiamo dire che venne allevato ed educato alla scuola di Maria SS.ma.

Il grazioso Bernardino, delicato, modesto e cortese con tutti, cresceva, sotto la tutela delle pie zie e della cugina Tobia, in sapienza e in grazia come il fanciullo Gesù. Era talmente delicato, che avendo una volta uno zio paterno invitato amici un po’ volgari in casa sua, egli disgustato disse allo zio: « O si correggono nel parlare, o vado via di casa io ».

Degna di menzione è la scena che si svolse un giorno tra il santo fanciullo e la cugina.

“Sapete” le disse tutto raggiante in volto “che io sono tanto innamorato di una nobilissima Signora che darei volentieri la mia vita per godere della sua presenza e che se passassi un giorno senza vederla non potrei chiudere occhio nella notte?!!… “

La cugina dapprima rimase stupita di questo parlare, ma poi si rasserenò quando egli le narrò che, ogni giorno si recava a pregare e venerare un’immagine della Vergine, che si trovava a porta Camollia.

Compiuto felicemente il corso di filosofia, si dedicò allo studio del diritto ecclesiastico e civile, ma più di tutto della Sacra Scrittura.

Nella peste del 1400 che per quattro mesi infestò Siena, il Santo, ventenne, fu tra i generosi fedeli che si dedicarono con eroica carità a curare gli appestati rimanendo, per disposizione divina, illeso da tale morbo.

Nel 1402 si unì ai figli del Poverello d’Assisi, tra i quali un anno dopo emetteva la sua professione religiosa e nel 1404 celebrava la sua prima Messa. Da quel momento si manifestò in lui il grande ministro del Signore, incominciando dalla riforma dei costumi.

Il primo anno di sacerdozio lo passò nel convento del monte Amiata, ove si dedicò ad un maggior studio e ad una più intensa pietà. Nel 1417 lo troviamo guardiano del convento di Fiesole e predicatore insigne.

Santissimo Nome di Gesù

 Reliquia del Trigramma di Cristo
 San Bernardino da Siena anno 1424

Tre argomenti trattava con predilezione: la carità, la devozione alla SS. Vergine, ed il SS. Nome di Gesù, di cui fu uno dei primi strenui propagatori e di cui parlava sempre con trasporto. L’eloquenza sua piegava il popolo e lo trascinava ove voleva. D’altra parte il Signore ne rafforzava la parola con miracoli. Finalmente, ricco di meriti se ne volò al cielo a ricevere il premio nel 1444.

Morì il 20 maggio a L’Aquila dove si recò per tentare di riconciliare due fazioni che in città si affrontavano apertamente. In seguito il suo corpo fu sepolto nella basilica di San Bernardino dell’Aquila, fatta costruire dal confratello Giovanni da Capestrano, all’interno del omonimo mausoleo.

MARTIROLOGIO ROMANO. Ad Aquila, nell’Abruzzo, san Bernardino da Siéna, Sacerdote dell’Ordine dei Minori e Confessore, che illustrò l’Italia colla parola e coll’esempio.

ICONOGRAFIA

Nell’iconografia San Bernardino da Siena è quasi sempre raffigurato come un uomo anziano con un saio francescano assieme al suo monogramma a volte sorretto da lui stesso o a volte sorretto da qualche angelo come nella seguente tela di qualche artista marchigiano risalente al XVII sec.

San Bernardino da Siena

San Bernardino da Siena
 scuola marchigiana anno 1617

La tela del Bellini, noto artista veneziano, è invece un primissimo piano del santo, sempre col simbolo del Nome di Gesù e sempre con saio francescano.

San Bernardino da Siena

 San Bernardino da Siena
Jacopo Bellini anno 1470-1471

Ma il grande santo non è raffigurato solo mentre diffonde il Nome di Gesù ma anche durante le sue grandi azioni di evangelizzazione come nel caso della tela di Ludovico Carracci dove viene immortalata la scena dove il santo difende il popolo di Carpi dai nemici. Secondo la tradizione popolare San Bernardino da Siena giunse a Carpi nel 1427 sostando presso i Conventuali di San Francesco e famiglia dei nobili Bellentani. Il Santo compì quindi dei prodigi tra i quali la difesa della città dall’aggressione di un esercito nemico.

Il dipinto si trovava all’interno della cattedrale di Notre-Dame di Parigi durante il tragico incendio scoppiato il 15 aprile 2019 ma miracolosamente non subì nessun danno.

San Bernardino da Siena che salva Carpi da un esercito nemico

San Bernardino da Siena che salva Carpi da un esercito nemico
Ludovico Carracci anno 1619

Il grande artista Mattia Preti dopo la bellissima tela dove raffigura il santo risanare gli infermi col Nome di Gesù, esegue un ulteriore capolavoro per il duomo di Siena: Predica di San Bernardino da Siena. Nella tela il Preti isola il Santo a mezza altezza al di sopra di un pulpito, mentre infiamma con la sua oratoria un pubblico di uditori: donne piangenti, uomini pensosi, giovani che si aggrappano alle cornici del pergamo, soldati attenti costituiscono un campione di varia umanità che dà occasione al pittore di dare sfoggio della sua capacità di varietà narrativa. Sullo sfondo, una quinta architettonica a tre fornici chiude lo spazio della rappresentazione, secondo un modulo compositivo già usato in passato da Preti, mentre in alto una cerchia angelica fa da corona al consueto monogramma cristologico fiammato.

Predica di San Bernardino da Siena Predica di San Bernardino da Siena
 Mattia Preti anno 1673 – 1674

Il bellissimo affresco nella Cappella Bufalini nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli è opera del Pinturicchio, noto artista perugino, dove raffigura San Bernardino in gloria, con il Santo poggiato su una roccia e ai lati i santi Ludovico Di Tolosa e Sant’Antonio di Padova, mentre al di sopra dello stesso due angeli gli porgono una corona sul capo.

Gloria di san Bernardino da Siena

 Gloria di san Bernardino da Siena
 Pinturicchio anno 1500

Sempre nella cappella Bufalini è possibile ammirare un affresco con le esequie di San Bernardino con il santo disteso su una bara circondato da persone di qualsiasi ceto sociale, in specie persone che hanno avuto una guarigione, e un personaggio riccamente abbigliato che viene indicato come un membro della famiglia Bufalini, tutti intenti a venerare la salma. In prospettiva si scorge una serie di portici ordinati in un elegante complesso architettonico e nella parte alta compare la figura del santo mentre viene trasportata in cielo dagli angeli.

Funerali di san Bernardino

 Funerali di san Bernardino
 Pinturicchio anno 1484-1486

Tra i Santi appassionati della Madonna si distingue il dolcissimo San Bernardino da Siena. Sin dall’infanzia aveva mostrato n amore assai grande a Maria Santissima, tanto da ripetere: “Io sono innamorato della Vergine, a Lei sempre penso, Lei teneramente amo e non posso passare alcun giorno senza visitarla”. Col crescere degli anni, egli crebbe ancora in questo santo amore, e fu la devozione alla Vergine che lo portò ad amare tanto la verginità. Per questo, fattosi più grande, volle consacrarsi a Dio nell’Ordine francescano. Da religioso, si innamorò ancora di più di Maria Santissima, la quale era il soggetto preferito dei suoi discorsi in tutte le ricreazioni, distinguendosi come predicatore e scrittore esimo della Vergine. Così, dopo una vita santa, oggi lo veneriamo sugli altare e la Chiesa lo propone a nostro modello per l’innocenza della sua vita e per l’amore alla Madonna. Se ameremo di gran cuore la Vergine Maria e la serviremo fedelmente in vita, otterremo anche noi la grazia di essere per sempre con Lei nel santo Paradiso.

Viaggio nella devozione mariana francescana

Citato come “testimone” dell’Assunzione della Vergine Maria nella Costituzione apostolica Munificentissimus Deus (1950) di Papa Pio XII, tra i santi più innamorati di Maria, San Bernardino da Siena, sin dall’infanzia aveva mostrato questo amore del tutto speciale per la Madonna. Diceva: “Io sono innamorato della Vergine, a Lei sempre penso, Lei teneramente amo e non posso passare alcun giorno senza visitarla”.

San Bernardino da Siena fu uno dei più grandi studiosi della Vergine: così ci dicono numerosi teologi dal ‘500 in poi che riferendo e sviluppando i suoi pensieri, hanno prodotto una vasta produzione di testi mariologici. Basterebbe pensare anche ai pontefici che – nel corso della storia della Chiesa – lo hanno citato: Leone XIII (Iucunda semper, 1894), o ad esempio, Pio X (Ad diem illum, 1904). Bernardino, infatti, scrisse ben undici sermoni specificamente mariani, in lingua latina. Questi sermoni costituiscono il corpus del Tractatus de Beata Virgine. Inoltre, ci sono rimaste anche otto prediche mariane in lingua volgare, che sono state riportate da chi lo ha ascoltato.

Riflessioni, meditazioni che avevano al centro Lei, la Vergine Maria sempre. San Bernardino illustra positivamente la convenienza della predestinazione stessa di Maria collocandola accanto a Cristo, al vertice della perfezione creata. È stata proprio Maria che ha cooperato all’opera salvifica di Cristo. Il nesso tra la maternità divina di Maria e la sua funzione salvifica è strettissimo, ed è colto sempre alla luce del libero consenso. Nel pensiero di San Bernardino, Maria non fu semplice soggetto passivo della Redenzione, ma vi partecipò attivamente.

Parlando della santificazione di Maria nella sua concezione, san Bernardino cita Hugone, il quale affermava che la stessa santificazione “removit culpam originalem, confert gratiam et removet pronitatem ad peccandum tam venialiter quam mortaliter. Et haec fuit in Virgine”. Nel pensiero del santo, troveremo, inoltre un riferimento al particolare privilegio dell’Immacolata Concezione: “La Vergine Maria fo senza omni peccato mortale, veniale et originale, secondo la comune nostra opinione. Et benché santo Thoma et alcun altro Dottore dicano che Ella contrahesse el peccato originale, […] et che per brevissimo poncto stete cum esso, ma l’Ordine nostro et multi altri Sancti et Doctori, non meno autentici [=autorevoli] di quelli, tengono ch’ella non contrahesse mai peccato originale”.

Estremo amore per la Madonna, questo sarà il carattere principale del suo pensiero teologico. Una devozione che passa dalle sue prediche, dai suoi scritti e che arriva fino ai giorni d’oggi. Non è un caso che proprio nella festività del Cuore Immacolato di Maria venga scelta una lettura dai Sermoni del santo. È il nono, denominato “De visitatione”:
“Sarà possibile che un uomo, con la sua bocca empia o addirittura abominevole, abbia la presunzione di parlare poco o tanto, della vera Madre dell’Uomo Dio, se non sulla scia della Rivelazione? Tanto più se si pensa che il Padre l’ha predestinata ad essere vergine, il Figlio la elesse come madre e lo Spirito Santo predispose che fosse dimora di ogni grazia. E io, piccolo uomo, con quali parole potrò esprimere i sentimenti di questo cuore di Vergine, già espressi dalla bocca di Dio, se non basta neppure la lingua di un angelo per descriverli?”.

È la grandezza degli umili. E non poteva essere altrimenti visto che San Bernardino ha imitato nella sua vita la Vergine, modello per lui e per tutto l’Ordine francescano.

San Bernardino da Siena

Idea Progettazione a cura di Marilena Marino Vocedivina.it

Mese di Maggio Mese di Maria

Mese di Maggio Mese di Maria

Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, l’origine e le forme di una devozione popolare molto sentita

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Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari, sono frequenti (visto che adesso finalmente si può di nuovo partecipare) i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Una necessità avvertita con particolare urgenza nel tempo, drammatico, che stiamo vivendo. L’ha sottolineato più volte il Papa che già nella “Lettera” inviata a tutti i fedeli il 25 aprile di due anni fa evidenziava l’importanza di rivolgersi a Maria nei momenti di difficoltà. Un invito caldo e affettuoso a riscoprire la bellezza di pregare il Rosario a casa. Lo si può fare insieme o personalmente, diceva, ma senza mai perdere di vista l’unico ingrediente davvero indispensabile: la semplicità. Contemplare il volto di Cristo con il cuore di Maria, aggiungeva papa Francesco, “ci renderà ancora più uniti come famiglia spirituale e ci aiuterà a superare questa prova”.

Il re saggio e la nascita del Rosario

In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.
Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.


O Maria, Tu risplendi sempre nel nostro cammino come segno di salvezza e di speranza. Noi ci affidiamo a Te, Salute dei malati, che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù, mantenendo ferma la tua fede. Tu, Salvezza del popolo romano, sai di che cosa abbiamo bisogno e siamo certi che provvederai perché, come a Cana di Galilea, possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova. Aiutaci, Madre del Divino Amore, a conformarci al volere del Padre e a fare ciò che ci dirà Gesù, che ha preso su di sé le nostre sofferenze e si è caricato dei nostri dolori per condurci, attraverso la croce, alla gioia della risurrezione. Amen. Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.


L’indicazione del gesuita Dionisi

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 178 pubblica”Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.

Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI

Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria»

«Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio». Nella presente situazione drammatica, carica di sofferenze e di angosce che attanagliano il mondo intero, ricorriamo a Te, Madre di Dio e Madre nostra, e cerchiamo rifugio sotto la tua protezione. O Vergine Maria, volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi in questa pandemia del coronavirus, e conforta quanti sono smarriti e piangenti per i loro cari morti, sepolti a volte in un modo che ferisce l’anima. Sostieni quanti sono angosciati per le persone ammalate alle quali, per impedire il contagio, non possono stare vicini. Infondi fiducia in chi è in ansia per il futuro incerto e per le conseguenze sull’economia e sul lavoro. Madre di Dio e Madre nostra, implora per noi da Dio, Padre di misericordia, che questa dura prova finisca e che ritorni un orizzonte di speranza e di pace. Come a Cana, intervieni presso il tuo Figlio Divino, chiedendogli di confortare le famiglie dei malati e delle vittime e di aprire il loro cuore alla fiducia. Proteggi i medici, gli infermieri, il personale sanitario, i volontari che in questo periodo di emergenza sono in prima linea e mettono la loro vita a rischio per salvare altre vite. Accompagna la loro eroica fatica e dona loro forza, bontà e salute. Sii accanto a coloro che notte e giorno assistono i malati e ai sacerdoti che, con sollecitudine pastorale e impegno evangelico, cercano di aiutare e sostenere tutti. Vergine Santa, illumina le menti degli uomini e delle donne di scienza, perché trovino giuste soluzioni per vincere questo virus. Assisti i Responsabili delle Nazioni, perché operino con saggezza, sollecitudine e generosità, soccorrendo quanti mancano del necessario per vivere, programmando soluzioni sociali ed economiche con lungimiranza e con spirito di solidarietà. Maria Santissima, tocca le coscienze perché le ingenti somme usate per accrescere e perfezionare gli armamenti siano invece destinate a promuovere adeguati studi per prevenire simili catastrofi in futuro. Madre amatissima, fa’ crescere nel mondo il senso di appartenenza ad un’unica grande famiglia, nella consapevolezza del legame che tutti unisce, perché con spirito fraterno e solidale veniamo in aiuto alle tante povertà e situazioni di miseria. Incoraggia la fermezza nella fede, la perseveranza nel servire, la costanza nel pregare. O Maria, Consolatrice degli afflitti, abbraccia tutti i tuoi figli tribolati e ottieni che Dio intervenga con la sua mano onnipotente a liberarci da questa terribile epidemia, cosicché la vita possa riprendere in serenità il suo corso normale. Ci affidiamo a Te, che risplendi sul nostro cammino come segno di salvezza e di speranza, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Giovanni Paolo II il Papa di Maria

Maria è, naturalmente, molto presente nel magistero dei Papi. Basti pensare a san Giovanni Paolo II il cui motto: “Totus tuus” richiamava esplicitamente il legame con la Vergine. Wojtyla è stato beatificato il 1° maggio 2011. Nell’omelia, quel giorno Benedetto XVI disse: «Tutti siamo lieti che la beatificazione di Giovanni Paolo II avvenga nel primo giorno del mese mariano, sotto lo sguardo materno di Colei che, con la sua fede, sostenne la fede degli Apostoli, e continuamente sostiene la fede dei loro successori, specialmente di quelli che sono chiamati a sedere sulla cattedra di Pietro. Maria non compare nei racconti della risurrezione di Cristo, ma la sua presenza è come nascosta ovunque: lei è la Madre, a cui Gesù ha affidato ciascuno dei discepoli e l’intera comunità. In particolare, notiamo che la presenza effettiva e materna di Maria viene registrata da san Giovanni e da san Luca nei contesti che precedono quelli del Vangelo odierno e della prima Lettura: nel racconto della morte di Gesù, dove Maria compare ai piedi della croce (cfr Gv 19,25); e all’inizio degli Atti degli apostoli, che la presentano in mezzo ai discepoli riuniti in preghiera nel cenacolo (cfr At 1,14)».

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