Più leadership femminile per un mondo migliore

Più leadership femminile per un mondo migliore

“Come affermato in occasione della Giornata Internazionale delle donne l’8 marzo 2019, le donne fanno il mondo più bello, lo proteggono e lo tengono vivo. Portano la grazia del rinnovamento, l’abbraccio dell’inclusione e il coraggio di donare se stesse”.

Il Papa: il mondo sarà migliore se tra uomini e donne ci sarà parità nella diversità

Pubblichiamo la prefazione di Francesco al volume “Più leadership femminile per un mondo migliore: il prendersi cura come motore per la nostra casa comune”, a cura di Anna Maria Tarantola, edito da “Vita e Pensiero”. Il testo è il risultato di una ricerca promossa congiuntamente da Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice e Strategic Alliance of Catholic Research Universities (Sacru). La ricerca è stata presentata il 10 marzo alle 14.30 presso l’Istituto Maria Santissima Bambina a Roma

Papa Francesco

Questo libro parla di donne, dei loro talenti, delle loro capacità e competenze e delle disuguaglianze, violenze e pregiudizi che ancora caratterizzano il mondo femminile. Le questioni legate al mondo femminile mi stanno particolarmente a cuore. In molti miei interventi ho fatto riferimento a esse sottolineando quanto ancora resta da fare per la piena valorizzazione delle donne. Ho avuto modo, tra l’altro, di affermare che “Uomo e donna non sono uguali e non sono uno superiore all’altro, no. Soltanto che l’uomo non porta l’armonia, è lei, lei porta quell’armonia che ci insegna ad accarezzare, ad amare con tenerezza e che fa del mondo una cosa bella” (Omelia a Santa Marta, 9 febbraio 2017). Abbiamo tanto bisogno di armonia per combattere le ingiustizie, l’avidità cieca che danneggia le persone e l’ambiente, la guerra ingiusta e inaccettabile.

Questo libro raccoglie i risultati della ricerca comune, promossa da Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice e Strategic Alliance of Catholic Research Universities, cui hanno partecipato 15 accademici di diverse discipline appartenenti a 10 università residenti in 8 Paesi. Mi piace che il tema sia affrontato nell’ottica della multidisciplinarietà, approcci e analisi diverse consentono una visione ampia dei problemi e la ricerca di migliori soluzioni. La ricerca evidenzia le difficoltà che le donne ancora incontrano a raggiungere ruoli apicali nel mondo del lavoro e, al contempo, i vantaggi connessi a una loro maggiore presenza e piena valorizzazione negli ambiti dell’economia, della politica e della società stessa. Anche la Chiesa può avvantaggiarsi dalla valorizzazione delle donne: come ho detto nel mio intervento a conclusione del sinodo dei Vescovi della Regione Panamazzonica nell’ottobre 2019: “Non ci siamo resi conto di cosa significa la donna nella Chiesa e ci limitiamo solo alla parte funzionale […]. Ma il ruolo della donna nella Chiesa va molto al di là della funzionalità. È su questo che bisogna continuare a lavorare. Molto al di là”.

Non si può perseguire un mondo migliore, più giusto, inclusivo e integralmente sostenibile senza l’apporto delle donne. Ecco allora che dobbiamo lavorare, tutti insieme, per aprire opportunità uguali per uomini e donne, in ogni contesto per perseguire una stabile e duratura situazione di parità nella diversità perché la strada dell’affermazione femminile è recente, travagliata e, purtroppo non definitiva. Si può facilmente tornare indietro. Il pensiero delle donne è diverso da quello degli uomini, sono più attente alla tutela dell’ambiente, il loro sguardo non è volto al passato ma al futuro. Le donne sanno di partorire nel dolore per raggiungere una grande gioia: donare la vita e aprire vasti, nuovi orizzonti. Per questo le donne vogliono la pace, sempre. Le donne sanno esprimere insieme forza e tenerezza, sono brave, competenti, preparate, sanno ispirare le nuove generazioni (non solo i figli).

È giusto che possano esprimere queste loro capacità in ogni ambito, non solo in quello familiare, ed essere remunerate in modo uguale agli uomini a parità di ruolo, impegno e responsabilità. I divari che ancora sussistono sono una grave ingiustizia. Questi divari, insieme con i pregiudizi verso le donne sono alla base della violenza sulle donne. Ho in molte occasioni condannato questo fenomeno; il 22 settembre 2021 ho detto che la violenza sulle donne è una piaga aperta frutto di una cultura di sopraffazione patriarcale e maschilista. Dobbiamo trovare la cura per sanare questa piaga, non lasciare sole le donne. La ricerca qui presentata e le conclusioni raggiunte cercano di sanare la piaga della disuguaglianza e, per questa via, della violenza. Mi piace pensare che se le donne potessero godere della piena uguaglianza di opportunità, potrebbero contribuire sostanzialmente al necessario cambiamento verso un mondo di pace, inclusione, solidarietà e sostenibilità integrale. Come ho affermato in occasione della Giornata Internazionale delle donne l’8 marzo 2019, le donne fanno il mondo più bello, lo proteggono e lo tengono vivo. Portano la grazia del rinnovamento, l’abbraccio dell’inclusione e il coraggio di donare se stesse.

La pace, allora, nasce dalle donne, sorge e si riaccende dalla tenerezza delle madri. Così il sogno della pace diventa realtà quando si guarda alle donne. È mio pensiero che, come emerge dalla ricerca, la parità vada raggiunta nella diversità. Non parità perché le donne assumono i comportamenti maschili ma parità perché le porte del campo di gioco sono aperte a tutti i giocatori, senza differenze di sesso (e anche di colore, di religione, di cultura…). È quello che gli economisti chiamano diversità efficiente. È bello pensare a un mondo in cui tutti vivono in armonia e tutti possono vedere riconosciuti i propri talenti e contribuire alla realizzazione di un mondo migliore. La capacità di cura, per esempio, è senz’altro una caratteristica femminile che si deve poter esprimere non solo nell’ambito della famiglia, ma in egual misura e con ottimi risultati anche in politica, in economia, nell’accademia e sul lavoro.

La capacità di cura dobbiamo esprimerla tutti, uomini e donne. Gli uomini possono coltivare questa capacità anche nell’attività genitoriale: che bella la famiglia dove entrambi i genitori, mamme e papà insieme, si prendono cura dei loro bambini, li aiutano a crescere sani e li educano al rispetto delle persone e delle cose, alla gentilezza, alla misericordia, alla tutela del creato. Mi piace anche il cenno all’importanza dell’educazione. L’educazione è la strada maestra da un lato per fornire alle donne le competenze e le conoscenze necessarie per affrontare le nuove sfide del mondo del lavoro, e dall’altro per facilitare il cambiamento della cultura patriarcale, ancora prevalente. Purtroppo, ancora oggi, circa 130 milioni di ragazze nel mondo non vanno a scuola. Non c’è libertà, giustizia, sviluppo integrale, democrazia e pace senza l’educazione.

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2023-03/papa-francesco-prefazione-libro-tarantola-donne.html

Madonna di Fatima-Totuus Tuus

Madonna di Fatima-Totuus Tuus

Riflessioni Dedicate al Mese mariano di Maria

San Giovanni Paolo II: “Desidero che ognuno Le dica: Totus tuus”

Il lungo pontificato di papa Wojtyla ha conferito una veste di “universalità” alla devozione mariana. Unendo “intuito soprannaturale” e “spirito profetico”, il Papa polacco ha saputo svelare ai cristiani del nostro tempo il “segreto di Maria”.

Il motto “Totus tuus”, che si trova nella forma “tuus totus” nel Trattato della vera devozione a Maria (n. 216) del Montfort, ripetutamente letto dal giovane Karol Wojtyla, è attinto da san Bonaventura.

La formula, ancora prima, si trova nella tradizione francescana a partire da san Francesco che lo usa nell’esperienza delle stimmate a La Verna. Il Santo di Assisi si rivolge a Dio dicendo: «Signor mio, io sono tutto tuo, tu sai bene che io non ho altro che la tonica e la corda e li panni di gamba, e anche queste tre cose sono tue» (1).

È il concetto di povertà totale che si esprime nella totale appartenenza a Dio e che si svilupperà nella duplice via indicata da san Francesco: la sequela di “Cristo e Maria”. San Bonaventura poi, nel Psalterium Beatae Mariae Virginis, precisa questa espressione nei confronti della Vergine: «Tuus totus ego sum, Domina, salvum me fac» (Salmo 118); «Tuus totus ego sum: et omnia mea tua sunt, Virgo super omnia benedicta» (Cantico, 8) (2).

Ebbene: papa Giovanni Paolo II († 2005) è stato senza dubbio, in modo eminente, uno di coloro che hanno scoperto il “segreto di Maria” – di cui parla il Montfort – annunciandolo, in veste di Pastore della Chiesa universale, all’orbe cattolico con l’esempio prima che con la parola.

E qui sta l’importanza della figura e del ruolo di san Giovanni Paolo II: non tanto l’approfondimento ma la diffusione, tanto che si può dire che la consacrazione a Maria, intesa come affidamento, abbandono fiducioso nelle mani della Madre celeste e docile obbedienza alla sua volontà, è stata senza dubbio la “chiave pastorale” da lui usata per raggiungere l’obiettivo da lui annunciato all’alba del terzo Millennio: la santità come vocazione e impegno di ogni cristiano, di tutta la Chiesa.

Così in lui, senza dubbio, si può riscontrare intuito soprannaturale e spirito profetico perché ha compreso, nel suo ruolo di guida spirituale dell’umanità affidatogli dalla Provvidenza, la carica salvifica e santificatrice della donazione sincera a Maria e ha cercato di far comprendere ai cristiani quel ruolo determinante che Lei, Mediatrice di ogni grazia, detiene in vista del fine ultimo, la santificazione e la salvezza di tutti.È stato scritto non a torto che

«se gli ultimi papi hanno parlato in termini positivi della consacrazione mariana, Giovanni Paolo II ne ha fatto uno dei punti programmatici qualificanti del suo pontificato. Sia con gesti che con discorsi, egli ha realizzato il motto del suo stemma episcopale “Totus tuus” (3). […]. In papa Wojtyla convergono molti apporti dei secoli precedenti, soprattutto di Montfort e di padre Kolbe, che egli utilizza liberamente secondo l’opportunità pastorale, senza legarsi ad una presentazione stereotipa. Ciò spiega la varietà di linguaggio cui ricorre per spiegare o esprimere i contenuti del rapporto di totale appartenenza e disponibilità a Maria: affidare, consacrare, offrire, dedicare, raccomandare, mettere nelle mani, impegnarsi, servire, affidare-affidamento seguito da consacrare-consacrazione.

Per papa Giovanni Paolo II consacrarsi a Maria comporta l’accostarsi alla grazia salvifica perché è da Lei che viene amministrato e offerto al mondo il tesoro dei meriti redentivi di Gesù e anche suoi.

Questo concetto esprimeva per esempio a Fatima, pellegrino nel 1982:

MADONNA DI FATIMA

«Consacrare il mondo al Cuore Immacolato di Maria significa avvicinarci, tramite l’intercessione della Madre, alla stessa Sorgente della Vita, scaturita sul Golgota. Questa Sorgente zampilla ininterrottamente con la redenzione e con la grazia» (5).

Tra i numerosi discorsi di papa Giovanni Paolo II sulla consacrazione-affidamento a Maria, vibrante fu quello in Cile nel 1987:

«Desidero che tutto il popolo, con voce unanime, possa dire alla Vergine Maria, come le dico io: “Totus tuus” (6): Tutto tuo sono, o Maria! La Vergine di Nazareth, la piena di grazia che si consacrò interamente alla volontà del Padre, ci esorta a vivere in unione con Lei e a iniettare le sue virtù e la sua fedeltà a Cristo in piena sintonia con il Vangelo, seguendo i suoi passi e meditando le sue parole, per renderle carne e vita nel mondo di oggi. In tal modo Dio continuerà a penetrare profondamente nella storia degli uomini come fece mediante l’Incarnazione del Verbo, per opera dello Spirito Santo, con la cooperazione di Maria» (7).

La consacrazione a Maria segna e deve segnare sempre di più la spiritualità del nostro tempo. Dobbiamo consacrarci a Lei per affrettare l’avvento del Trionfo del Cuore Immacolato.

Perché? La risposta sta tutta qui: alla luce della teologia della consacrazione riassunta da san Luigi M. Grignion e san Massimiliano M. Kolbe, si evince che gli uomini offrono concretamente alla Madonna il potere di agire con la sua onnipotente mediazione di grazia attraverso una devozione a Lei che sia ardente, profonda, ricca di sostanza teologica. Non esistendo devozione mariana che più risponda a queste caratteristiche della consacrazione, sarà appunto questa lo strumento eletto, più potente e più certo, della vittoria di Dio e dell’affermazione, in terra, del Trionfo del Cuore della Santissima Vergine.

Vale il principio enunciato dal Montfort nell’introduzione al “Segreto di Maria”: per trovare la grazia bisogna trovare Maria e per trovare Maria bisogna consacrarsi a Lei. Parafrasando, potremmo completare le connessioni proposte da san Luigi dicendo che per instaurare il Trionfo bisogna sconfiggere il serpente-drago; per sconfiggere il serpente-drago è necessario trovare la grazia; per trovare la grazia occorre trovare Maria; per trovare Maria, infine, bisogna consacrarsi a Lei.

È esperienza congiunta dei consacrati a Maria oggi che la consacrazione a Lei autenticamente vissuta inietta nell’anima, come suo “effetto collaterale”, una carica di militanza spirituale assolutamente necessaria, anzi urgente, nella situazione presente, per condurre a termine vittoriosamente la battaglia nella quale siamo catapultati.

Tornando alla necessità di consacrarsi alla Vergine Immacolata, concretamente è possibile farlo anche privatamente servendosi di uno dei numerosi corsi di preparazione che si trovano facilmente disponibili in rete. Ciò che davvero conta è che non cada nel vuoto il grande appello del Cielo agli uomini e elle donne del nostro tempo: «Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato» (la Madonna ai tre veggenti di Fatima).

di Fra’ Pietro Pio M. Pedalino

Ideazione Progetto a cura di Marilena Marino Vocedivina.it

Per i “Lettori” della Parola

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Buona Domenica in Albis

Buona Domenica in Albis

  1. Comprendi il significato spirituale di “Domenica in Albis”
  2. Esplora la storia di “Domenica in Albis”
  3. Come le comunità cristiane celebrano “Domenica in Albis”
  4. Come le persone possono praticare la tradizione di “Domenica in Albis” nella vita di tutti i giorni

Domenica in Albis è una ricorrenza cristiana che si celebra ogni anno, immediatamente dopo la Pasqua. Deriva dal termine latino “in albis depositis”, che significa “con le vesti bianche”. La Chiesa Cattolica ritiene che questa domenica sia un giorno di particolare importanza, poiché è una celebrazione della risurrezione di Cristo. La Domenica in Albis è una ricorrenza cristiana in cui la Chiesa commemora l’Ascensione di Gesù al cielo. I fedeli ricordano che Gesù è salito al cielo con le vesti bianche dopo essere stato crocifisso, sceso nei tre giorni seguenti, e risorto. La Chiesa incoraggia i credenti a partecipare a servizi di adorazione, ringraziamento e preghiera, celebrando la risurrezione di Cristo. La Domenica in Albis è un momento di riflessione e spiritualità, in cui i fedeli ricordano l’amore di Dio e la Sua bontà. La Chiesa incoraggia i cristiani a riflettere su come la loro vita è stata trasformata dalla risurrezione di Cristo. Anche se la celebrazione è principalmente cristiana, molti non cristiani partecipano a questa giornata, condividendo il messaggio di speranza che deriva dalla risurrezione di Cristo.

Scopri il significato della tradizione di “Domenica in Albis”

“Domenica in Albis” è una tradizione antica che sta ancora oggi celebrando la Resurrezione di Gesù. È una tradizione che ci ricorda di vivere con speranza e comprensione. Ci ricorda che la vita è un regalo prezioso che dobbiamo apprezzare e vivere al meglio; che la fede è una forza incredibile che ci sostiene, anche nei momenti più bui. Ci insegna a guardare al futuro con speranza, a non arrenderci mai e a non lasciarci abbattere dalle avversità che incontriamo nel cammino. Celebrare “Domenica in Albis” è un modo per ricordare che la vita non è mai definitiva e che tutto cambia, e possiamo imparare dagli errori e sperare in un futuro migliore. Che siamo tutti connessi e dobbiamo aiutarci a vicenda. “Domenica in Albis” ci ricorda che la speranza è un dono prezioso che dobbiamo proteggere e coltivare. Perché è grazie alla speranza che possiamo sognare, credere e raggiungere grandi cose.

Comprendi il significato spirituale di “Domenica in Albis”

La Domenica in Albis è un giorno di grande significato spirituale. In questo giorno, la nostra fede ci ispira a guardare oltre le sfide della vita e le difficoltà che ci incontriamo lungo il nostro viaggio spirituale. La Domenica in Albis ci ricorda che anche nelle circostanze più difficili della vita, possiamo trovare conforto e forza nelle parole della sacra scrittura. Ci ricorda che Dio è con noi e ci guida verso la luce. Quando la nostra fede è forte, siamo in grado di superare le prove ed emergere rinnovati. In questo giorno, riconosciamo il potere di Dio che ci aiuta a elevarci spiritualmente. Siamo grati per la sua misericordia e per la sua guida costante. Possiamo anche chiedere la sua benedizione e la sua saggezza come sostegno per la nostra vita spirituale. La Domenica in Albis è un giorno di speranza e di rinnovamento. Ci ricorda che la fede e l’amore di Dio non hanno limiti e ci incoraggia a vivere con passione e a raggiungere la nostra piena realizzazione. Anche nei giorni più bui della nostra vita, possiamo trovare conforto e forza nella luce divina.

Esplora la storia di “Domenica in Albis”

Domenica in Albis, una festa millenaria, è una celebrazione di vittoria, di risurrezione e di speranza. Si tratta di un giorno che non dimenticheremo mai. Una volta all’anno, durante la settimana santa, le persone si riuniscono per ricordare la morte e la resurrezione di Cristo. La gente si riunisce in chiesa per pregare e cantare inni di lode e di grazia. La gente si veste di bianco e porta fiori e regali come segno di rinascita. Domenica in Albis è un giorno di fede, speranza e amore. Un giorno in cui tutti possono riunirsi e ricordare che la vita non finisce con la morte. È un giorno che ci ricorda che siamo tutti ugualmente amati e che c’è una forza più grande che ci sostiene. Domenica in Albis ci ricorda che la vita va oltre la morte. Ci ricorda che la morte non è la fine, ma un nuovo inizio. Ci ricorda che la speranza non muore mai e che possiamo sempre trovare la forza per ricominciare.

Come le comunità cristiane celebrano “Domenica in Albis”

Le comunità cristiane in tutto il mondo celebrano “Domenica in Albis” come una giornata di ringraziamento e di speranza. È la giornata in cui si commemora l’uscita di Gesù dal sepolcro e la sua risurrezione. È il momento in cui celebriamo la vittoria di Gesù sulla morte e la sua promessa di una vita eterna. Le comunità cristiane celebrano “Domenica in Albis” partecipando a servizi di adorazione e rendendo grazie a Dio per la sua grazia e il suo amore. Pregano per la pace e la gioia nella loro comunità, e per le persone in tutto il mondo che hanno bisogno della benedizione della salvezza. Le celebrazioni possono includere la lettura della Parola di Dio, la condivisione di messaggi di speranza e l’adorazione attraverso canti e preghiere. I credenti possono usare questa giornata per riflettere sulla portata del loro amore per Dio e per il prossimo, e per riflettere sul dono della redenzione che Gesù ha offerto al mondo. Domenica in Albis è un giorno di rinascita e di nuova vita. È una promessa che ci ricorda che nulla è impossibile con Dio. Lasciate che la speranza di Cristo riempia i vostri cuori e celebriamo la sua resurrezione.

Come le persone possono praticare la tradizione di “Domenica in Albis” nella vita di tutti i giorni

Ogni domenica può essere una giornata di “Domenica in Albis”. La tradizione di “Domenica in Albis” invita le persone a riflettere sui cambiamenti nella propria vita, a celebrare i risultati raggiunti e a guardare avanti con speranza e fiducia. Inizia la tua giornata di “Domenica in Albis” prendendoti del tempo per ringraziare Dio per le tue benedizioni, riconosci le cose che hai realizzato nella tua vita: quali obiettivi hai raggiunto? Quali sfide hai superato? Prenditi il tempo per festeggiare le tue vittorie. Infine, guarda avanti con fiducia e speranza. Immagina la tua vita nei prossimi mesi e anni, e considera quali obiettivi vuoi raggiungere. Pensa a come puoi costruire un futuro migliore per te stesso e per gli altri. Concediti di praticare “Domenica in Albis” ogni settimana, e sentirai la gioia della gratitudine, della celebrazione e della speranza in Cristo Gesù risorto e signore della nostra vita!

L’importanza della preghiera durante una “Domenica in Albis”

La preghiera è una parte indispensabile di qualsiasi domenica in albis. La preghiera ci aiuta a riconnetterci al nostro Dio e ai nostri cari, a riconoscere le benedizioni che abbiamo nella nostra vita e a ringraziare per i doni che ci vengono donati. La preghiera ci ricorda che la domenica è un giorno speciale, un giorno in cui possiamo prendere un po’ di tempo per riconnetterci con il nostro Creatore. Durante una domenica in albis, pregare ci aiuta a sostenere e a preparare la nostra anima per il giorno successivo. La preghiera ci aiuta a mantenere la nostra mente e il nostro cuore focalizzati su ciò che è più importante nella nostra vita, e ci ricorda che Dio è sempre al nostro fianco. Inoltre, pregare ci aiuta a riconoscere la grazia di Dio e la Sua grande misericordia. Inoltre, la preghiera ci aiuta ad entrare in contatto con la nostra interiorità, ci aiuta a prenderci un momento per riflettere su ciò che stiamo facendo e ci aiuta a trovare la forza e la saggezza per affrontare le sfide della vita. La preghiera può essere un modo per esprimere le nostre preoccupazioni, le nostre paure e le nostre speranze, e può essere un mezzo per trovare conforto in momenti difficili. Pregare durante una domenica in albis può essere una grande benedizione non solo per noi ma anche per coloro che amiamo. La preghiera ci aiuta a ricordare a noi stessi e a coloro che ci sono vicini, che è importante prendersi del tempo per pregare e ringraziare Dio per tutte le Sue benedizioni. La preghiera ci consente di sentirci più connessi a Dio e al mondo che ci circonda. In conclusione, la preghiera è un’importante parte della nostra domenica e ci aiuta a riconnetterci con Dio, a riconoscere le benedizioni che abbiamo nella nostra vita e a trovare conforto e forza nei momenti difficili, unitamente a tuti i sacramenti che ci nutrono ogni volta che andiamo alle celebrazioni liturgiche.

I santi più venerati durante una “Domenica in Albis”

Oggi è una domenica in albis speciale, un giorno per rendere omaggio ai santi più venerati. San Francesco d’Assisi è al primo posto, con le sue preghiere e i suoi miracoli che ci ricordano che Dio ci ama. E poi c’è Santa Teresa di Calcutta, la donna che ha dedicato la sua vita a servire gli altri. E, naturalmente, San Giuseppe, il padre custode che è sempre stato un punto di riferimento per tutti noi. Infine, non possiamo dimenticare San Filippo Neri, il santo della gioia, che ci ricorda di godere delle piccole cose nella vita. Questi sono i quattro santi più venerati durante una domenica in albis.

GIOVEDÌ SANTO- LA LAVANDA DEI PIEDI

GIOVEDÌ SANTO- LA LAVANDA DEI PIEDI

Il Triduo pasquale

Il gesto che compie Gesù nei confronti dei discepoli durante

l’Ultima Cena, prima di essere condannato a morte, è

raccontato dal Vangelo di Giovanni ed era una caratteristica

dell’ospitalità nel mondo antico.

Ultima Cena - Capolavori

Con il Giovedì Santo si conclude la Quaresima, iniziata con il Mercoledì delle Ceneri, e con essa finisce anche il digiuno penitenziale. Con la messa vespertina “in Coena Domini” inizia il Triduo pasquale, ossia i tre giorni nei quali si commemora la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, che ha il suo fulcro nella solenne Veglia pasquale e si conclude con i secondi vespri della Domenica di Pasqua.

Dal punto di vista liturgico quella del Triduo è un unica celebrazione.

Nella Messa “in Coena Domini” non c’è congedo, ma l’assemblea si scioglie in silenzio;

il Venerdì Santo la celebrazione inizia nel silenzio, senza riti di introduzione, e termina senza benedizione e senza congedo, nel silenzio;

 La Veglia Pasquale inizia con il lucernario, senza segno di croce e senza saluto; solo alla fine della Veglia si trova la benedizione finale e il congedo.

LA MESSA MATTUTINA DEL CRISMA

Il giorno del Giovedì Santo è riservato a due distinte celebrazioni liturgiche, al mattino nelle Cattedrali, il vescovo con una solenne cerimonia consacra il sacro crisma, cioè l’olio benedetto da utilizzare per tutto l’anno successivo per i Sacramenti del Battesimo, Cresima e Ordine Sacro e gli altri tre oli usati per il Battesimo, Unzione degli Infermi e per ungere i Catecumeni. A tale cerimonia partecipano i sacerdoti e i diaconi, che si radunano attorno al loro vescovo, quale visibile conferma della Chiesa e del sacerdozio fondato da Cristo; accingendosi a partecipare poi nelle singole chiese e parrocchie, con la liturgia propria, alla celebrazione delle ultime fasi della vita di Gesù con la Passione, Morte e Resurrezione.

LA MESSA VESPERTINA “IN COENA DOMINI”

Nel tardo pomeriggio in tutte le chiese c’è la celebrazione della Messa in “Coena Domini”, cioè la “Cena del Signore”. Si tratta dell’Ultima Cena – raffigurata da intere generazioni di artisti – che Gesù tenne insieme ai suoi apostoli prima dell’arresto e della condanna a morte.

Tutti e quattro i Vangeli riferiscono che Gesù, avvicinandosi la festa “degli Azzimi”, ossia la Pasqua ebraica, mandò alcuni discepoli a preparare la tavola per la rituale cena, in casa di un loro seguace. La Pasqua è la più solenne festa ebraica e viene celebrata con un preciso rituale, che rievoca le meraviglie compiute da Dio nella liberazione degli Ebrei dalla schiavitù egiziana (Esodo 12); e la sua celebrazione si protrae dal 14 al 21 del mese di Nisan (marzo-aprile).

In quella notte si consuma l’agnello, precedentemente sgozzato, durante un pasto (la cena pasquale) di cui è stabilito ogni gesto; in tale periodo è permesso mangiare solo pane senza lievito (in greco, “azymos”), da cui il termine “Azzimi”. Gesù con gli Apostoli non mangiarono solo secondo le tradizioni, ma il Maestro per l’ultima volta aveva con sé tutti i dodici discepoli da lui scelti e a loro fece un discorso dove s’intrecciano commiato, promessa e consacrazione.

LA LAVANDA DEI PIEDI SIMBOLO DI OSPITALITÀ

Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 13, racconta l’episodio della lavanda dei piedi. Gesù «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine», e mentre il diavolo già aveva messo nel cuore di Giuda Iscariota, il proposito di tradirlo, Gesù si alzò da tavola, depose le vesti e preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita, versò dell’acqua nel catino e con un gesto inaudito, perché riservato agli schiavi ed ai servi, si mise a lavare i piedi degli Apostoli, asciugandoli poi con l’asciugatoio di cui era cinto.

Bisogna sottolineare che a quell’epoca si camminava a piedi su strade polverose e fangose, magari sporche di escrementi di animali, che rendevano i piedi, calzati da soli sandali, in condizioni immaginabili a fine giornata. La lavanda dei piedi era una caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, era un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre e veniva effettuata con un catino apposito e con un “lention” (asciugatoio) che alla fine era divenuto una specie di divisa di chi serviva a tavola.

Quando fu il turno di Simon Pietro, questi si oppose al gesto di Gesù: “Signore tu lavi i piedi a me?” e Gesù rispose: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”; allora Pietro che non comprendeva il simbolismo e l’esempio di tale atto, insisté: “Non mi laverai mai i piedi”. Allora Gesù rispose di nuovo: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” e allora Pietro con la sua solita impulsività rispose: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”. Questa lavanda è una delle più grandi lezioni che Gesù dà ai suoi discepoli, perché dovranno seguirlo sulla via della generosità totale nel donarsi, non solo verso le abituali figure, fino allora preminenti del padrone, del marito, del padre, ma anche verso tutti i fratelli nell’umanità, anche se considerati inferiori nei propri confronti.

L’ANNUNCIO DEL TRADIMENTO DA PARTE DI GIUDA

Dopo la lavanda Gesù si rivestì e tornò a sedere fra i dodici apostoli e instaurò con loro un colloquio di alta suggestione, accennando varie volte al tradimento che avverrà da parte di uno di loro, facendo scendere un velo di tristezza e incredulità in quel rituale convivio. “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”, dice Gesù. Parole alle quali gli apostoli reagiscono sgomenti e in varie tonalità gli domandano chi fosse, lo stesso Giovanni il discepolo prediletto, poggiandosi con il capo sul suo petto, in un gesto di confidenza, domandò: “Signore, chi è?”. E Gesù commosso rispose: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò” e intinto un boccone lo porse a Giuda Iscariota, dicendogli: “Quello che devi fare, fallo al più presto”; fra lo stupore dei presenti che continuarono a non capire, mentre Giuda, preso il boccone si alzò, ed uscì nell’oscurità della notte.

LA REPOSIZIONE DELL’EUCARISTIA E L’INIZIO DELLA PASSIONE

I riti liturgici del Giovedì Santo, giorno in cui la Chiesa celebra oltre l’istituzione dell’Eucaristia, anche quella dell’Ordine Sacro, ossia del sacerdozio cristiano, si concludono dopo la messa della Cena con la reposizione dell’Eucaristia in un cappella laterale delle chiese, addobbata a festa per ricordare l’istituzione del Sacramento; cappella che sarà meta di devozione e adorazione, per la rimanente sera e per tutto il giorno dopo, finché non iniziano i riti del pomeriggio del Venerdì Santo. Tutto il resto del tempio viene oscurato, in segno di dolore perché è iniziata la Passione di Gesù; le campane tacciono, l’altare diventa disadorno, il tabernacolo vuoto con la porticina aperta, i Crocifissi coperti.

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